Mini Lourdes

Si cari topini, nella mia valle non ci manca proprio nulla. Abbiamo addirittura quella che potrebbe essere considerata una Lourdes in miniatura, ma non bruciamo le tappe, andiamo con calma a conoscere questa bella zona della mia terra.

Per farlo meglio, ci arrampicheremo su per la vallata tra boschi e uliveti, fino ad arrivare ad un grazioso paesino chiamato Montalto ma, anzichè inoltrarci in lui, deviamo all’inizio del paese, a destra, perchè la nostra destinazione è il Santuario della Madonna dell’Acqua Santa.

Si, si, un Santuario, protagonista di una bella vicenda.

Non posso nasconderlo, in ogni angolo dei miei monti c’è una Madonna onorata o un tempio dove poter pregare. Sono però così belli, creati per sentiti motivi e, contornati da posti così magici, che non posso non farli conoscere anche a voi. Parliamo sempre di secoli passati e, null’altro c’era ad alleviare il cuore dei nostri antenati.

Innanzi tutto, ad accoglierci, un meraviglioso mulino. Guardate, sembra il paesaggio di una fiaba. C’è proprio tutto, accanto al mulino ovviamente, pure un frantoio con tanto di macine, anche se oggi non sono più usate, ed è adibito soltanto come abitazione.

Eccoli immersi totalmente nella natura. Accanto a loro scorre un torrente dalle cascatelle di spuma bianca. Per poter raggiungere il nostro luogo, dovremo passare sul ponte di legno che vedete nelle foto e credetemi che mette davvero i brividi pur essendo molto solido e sicuro. Per chi soffre di vertigini non c’è pericolo però, il ponte non è poi così alto, potete stare tranquilli. Spaventa molto di più il rototototò che provocano le ruote delle auto sulle sue assi che tutto il resto.

Stiamo per immergerci in una zona molto ombrosa, ricca di vegetazione e per questo anche molto umida.

Al di là di questo ponte, rifatto a nuovo da poco tempo, in inverno è facilissimo infatti dover attraversare lastroni di ghiaccio nei piccoli tornanti, bisogna fare quindi molta attenzione anche perchè, essendo una strada di montagna, a farci da guardrail sono soltanto i castagni e qualche quercia.

L’aria è frizzantina e si sente già, pur essendo solo ai primi di ottobre, profumo di legna bruciata.

Sorpassato colui che ci permette di attraversare il torrente, iniziamo a salire. Saliamo per il bosco e per le fasce fino a giungere presto in uno spiazzo tra gli alberi dove, nella più totale pulizia, ci sono parecchi tavoli e panche di legno. Su un cerchio di corteccia c’è scritto “Area pic-nic”.

La prima cosa che notiamo prima di giungere al nostro Santuario è un’altissima croce piantata a terra circondata da sassi bianchi come il latte, intorno alla quale, si può fare manovra con la macchina. Siamo nel silenzio più assoluto. Dopo di lei, un’altro simbolo, questa volta non rivolto al Signore ma alle persone, agli uomini che tanti anni fa, hanno perso la loro vita in quei punti, per amore della propria patria.

L’uomo di oggi ha dedicato loro un monumento, una statua scolpita nel marmo bianco che rappresenta un reverendo e un civile ormai prossimi alla morte. Sui loro volti è dipinta la sofferenza. Sotto di loro, la lista di tutti i nomi dei caduti e la scritta, ” pace per le vittime, perdono per i colpevoli e concordia per tutti “, è davvero toccante.

Intorno a loro, tantissimi fiori e nastri con il tricolore della nostra bandiera.

Dopo essersi soffermati a pensare (consiglio da topina… vi fa sempre bene), torniamo ad incamminarci verso il luogo sacro che vogliamo visitare. Eccoci alla fontanella che un tempo abbeverava i soldati, i contadini e oggi i pellegrini. L’acqua è freschissima e pulita, ma…da dove arriva? Ebbene, qui vi volevo. Si, perchè è proprio questa sorgente che si dice essere… miracolosa! Ma, ancora un attimo, non è giunto il momento di raccontarvi la bella storia.

Ammiriamo prima la nostra meta in tutto il suo splendore. Il Santuario.

Dovete sapere che, il rapporto con l’acqua sorgiva, per le persone delle Alpi e delle Valli come la mia, assume sovente un valore sacrale. Ecco il perchè della costruzione di questa bellissima chiesa. Siamo nel XV secolo e il forte impeto religioso dei nostri avi, fa costruire questa chiesa che verrà del tutto ultimata, anche dei suoi abbellimenti finali, soltanto nel 1887, dopo che il terremoto ne ha distrutto quasi metà.

Regna tra gli alberi con un piazzale davanti che permette ai cori, nelle sere di Natale, di esibirsi davanti ai devoti.

Purtroppo non possiamo entrarci dentro perchè la aprono soltanto in rare occasioni ma possiamo girarci intorno e notare quanto è bella e quanto è grande, scorgere la sacrestia e accorgerci che, dopo di lei, la strada finisce. Ossia, continua una mulattiera che porta nei boschi e in qualche coltivazione ma, la strada, non permette più alle auto di passare. E’ bellissimo però fermarsi e raccogliere corbezzoli e mele selvatiche.

Che colonne! Che finestroni! E che campanili! Ma come mai tanta maestosità in un luogo quasi sperduto nel mezzo di folti arbusti e alti alberi? Come mai i pii hanno voluto simboleggiare così, il loro Credo? Scopriamolo insieme.

Di fianco a questa casa del Signore, c’è un sentiero che s’inerpica su per la montagna. A costeggiarlo, una ringhiera di legno poco stabile e degli scalini scavati nella roccia sono ricoperti di ciuffi d’erba e Non Ti Scordar Di Me.

Una specie di cupoletta in legno fa da indicatore e, sopra di essa, un piccolo tettuccio la ripara, in inverno, dalla neve.

Seguiamo l’indicazione. C’è altra gente curiosa come noi, con in spalla grandi zaini pieni di roba e scarponi da montagna. Chissà da dove arriva. Iniziamo la camminata che vi assicuro non è lunga per niente ma è un pò in salita.

Ancora una tavola, questa volta attaccata all’inizio della ringhiera.

Leggiamo “Alla grotta dell’apparizione”. Oh Mamma Topa! Affascinante! Andiamo a vedere!

Leggenda o realtà? Nessuno può saperlo ma, quel che si dice, è questo: correva l’anno 1433 e un uomo molto buono, ma anziano e assai malato, riuscì a guarire da tutti i suoi mali dopo aver pregato a lungo la Vergine, la quale gli disse di lavarsi il corpo proprio con quell’acqua santa che sgorgava dalla fontana.

Proprio lei, la sorgente di Montalto.

Questo fu il luogo del miracolo e, ancora oggi, è meta di molti fedeli. E’ infatti proprio qui che, in una piccola cavità nella roccia, troviamo una Madonnina tutta bianca, con un rosario appeso al collo, che vuole avvolgere tutti con le sue piccole braccia aperte.

Ai suoi piedi, il luogo di preghiera, è caratterizzato da una piccola panca in pietra e ardesia e, le donne di Montalto, spesso, a turno, scendono in giù dal paese fino al Santuario per ornarla di piante, fiori, ceri e lumini.

Tutti qui le vogliono bene e si sentono protetti dalla sua benedizione. Un punto del bosco ricco di pace, nel quale anche noi topini  possiamo stare sereni.

Alla prossima gita roditori! Vostra Pigmy.

M.

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Saint Paul de Vence

Eccolo, immobile, in alto sulla sua collina, sembra dire – Qui nessuno può arrivare! -.

Protetto dalle sue mura fortificate è uno dei paesi medievali più belli ch’io conosca.

Situato nel verde, tra Nizza e Antibes offre un panorama fantastico e, tutt’intorno, c’è del bello, ben tenuto quanto lui.

Questa volta vi porto via dalla mia valle e vi faccio conoscere un ambiente più sulla costa, molto affascinante. Il mare che si può ammirare affacciandoci da ciò che lo circonda, verso sera, brilla d’oro, in quanto il tramonto, su Saint Paul de Vence, ha spesso i toni del giallo ocra.

Se però ci soffermiamo qualche minuto oltre il calar del sole, possiamo vedere il paese avvolto dalla luce calda e arancione dei suoi lampioni.

Siamo in Costa Azzurra, nel territorio di Cagnes sur Mer.

Dal punto di vista romantico vi accorgerete, leggendo questo post, quanto può offrirvi in un week-end o in una breve vacanza, questo piccolo borgo ma, oltre a tanti altri suoi pregi, Saint Paul ha l’arte come caratteristica incontrastata, che si fa notare in ogni suo angolo.

Guardate, ad esempio, questo cavallo realizzato unicamente con ferri per gli zoccoli.

Basta pensare alla fondazione Maeght per presentare l’arte moderna e contemporanea e sapere che qui è morto, a 97 anni, ed è sepolto, il grande Marc Chagall, pittore russo dalla cultura e religione ebraica.

Si può notare, il passaggio di Calder o Lèger o Mirò o ancora Picasso, tutti indimenticabili. Ma l’arte la vedremo meglio strada facendo.

Dopo aver parcheggiato la topomobile, ovviamente fuori dalle mura, la prima cosa che incontriamo e ci fa capire di essere giunti a destinazione, è il campo da petanque di questo paese che vanta il campo più antico al mondo. Qui, chiunque pratica questo sport, o hobby: donne, uomini, anziani, bambini.

Ne vanno così orgogliosi che gli hanno addirittura dedicato un monumento. Un mucchio di bocce saldate tutte quante insieme. E si gioca ovunque, per le strade, nei giardini, nei parcheggi, ovunque ci sia un pò di terra battuta. Tutti hanno delle boules in casa o addirittura in macchina pronte per l’uso.

Solo una porta ci consente di entrare nel cuore di Saint Paul e visitarne i vicoli intrecciati, la porta Reale, una porta difesa dall’originale e vecchio cannone di Lacan che ha sempre protetto questo magnifico borgo da ogni tipo di attacco.

Le pareti hanno un fascino particolare, si cammina sotto muri e archi di pietre incastrate tra loro e il pavimento non è da meno. Ecco con che precisione sono stati messi i sassolini a terra, quasi a voler creare un pavimento antiscivolo formando come dei piccoli soli. Davvero originale.

Iniziamo ora a respirare la vera aria di Saint Paul, davanti a noi o di lato, una distesa di botteghe si mostra in tutto il suo splendore. Caratteristiche, colorate, profumate, ognuna vende, o presenta, qualcosa d’introvabile nel resto del mondo. Ma queste opere non sono solo dietro ad una vetrina, ti circondano anche, puoi toccarle o ammirarle. C’è da rimanere estasiati e si ha l’imbarazzo della scelta nel voler acquistare qualche pezzo di artigianato.

Le statue invece, che troviamo nelle piccole piazze, sono solitamente create con il bronzo. Sono statue che rappresentano la storia locale e che spesso ti danno il benvenuto all’inizio di qualche vicolo nuovo (anche se vere e proprie gallerie d’arte di certo non mancano).

Si, perchè sono appunto queste vecchie stradine la vera forza di questo borgo, stradine che ti permettono di conoscere scorci stupendi, ovviamente da fotografare senza tralasciare il fatto che sono tutte pulitissime.

Dovunque ti giri, c’è un tetto, una casa, un’insegna che ti portano in un mondo antico e mai conosciuto prima. E’ lì che si spendono gli scatti migliori e allora… click di qui, click di là, cercando di immagazzinare più immagini possibili.

Intravedere il mare tra due villette dalle mura storte o seguire con gli occhi un ciottolato pieno di scalini, che chissà dove va a finire. A volte, quella che sembra una casa pittoresca e tutta infiorata, è in realtà un ristorantino intimo dalla squisita cucina. E’ proprio qui infatti che si possono gustare ottimi piatti della campagna provenzale in un clima stupendo, sulle terrazze all’aperto e petali di rose sulla tovaglia.

L’aria è tersa e il sole splende costantemente. Siamo infatti ai piedi delle Alpi Marittime e non si può desiderare di più.

Saint Paul de Vence è da osservare tutta, senza tralasciare nulla, solo così si possono notare anche il piccolo laghetto artificiale di pesciolini rossi e quello delle anatre e tartarughe con superbi cigni che ci sguazzano all’interno e si spettinano felici per un misero tozzo di pane.

E cosa dire della grande fontana, creata nel 1850, un vero monumento storico e punto d’incontro per gli abitanti del paese. Un tempo, si radunavano intorno a lei, attori, artisti e musicisti, oggi, orgogliosa in mezzo alla piazza, alla fine di Rue Grande, è il riferimento di chiunque.

Simpatica è anche la fontanella più piccola davanti alla galleria d’art moderne, circondata da piante e fiori, dove un simpatico pesce, dipinto a mano, indica che l’acqua è potabile.

I fiori di questo borgo… ce ne sono tantissimi, veri e propri giardini profumatissimi e curati, quasi sempre cornici di qualche bella dimora. Non solo, gli abitanti di questo piccolo paese cercano di abbellire le loro abitazioni in ogni modo, c’è chi appende fuori casa quadri trattati che possono resistere alle intemperie, chi appende un nome originale vicino ad un campanello altrettanto originale fatto a forma di lanterna, chi invece preferisce far rivestire tutta una parete completamente di edera o vite. Questa è proprio un’usanza e la si nota davvero spesso. Rallegra e non c’è nemmeno una foglia secca, tutte di un verde luminoso o un rosso scarlatto. Lo farei anch’io al mio mulino se non avessi paura delle lucertoline e dei gechi che, nascondendosi tranquillamente sotto il fogliame, vivrebbero perennemente in casa mia. Orsù, non è proprio paura la mia, diciamo che ognuno dovrebbe stare a casa sua, visto che già condividiamo un intero boschetto.

Ma torniamo a noi. Giriamo intorno alla grande fontana, praticamente al centro del paese. Tutti la fotografano, è proprio una star. Sopra di lei, la terrazza-veranda di un elegante hotel che offre camere con vista mozzafiato. Ma lo sapete che Madame Fontaine è una delle più celebri di tutta l’intera Francia? Eccola in tutto il suo splendore. Come vi dicevo, ci giriamo attorno per proseguire verso la fine del paese.

Intorno a noi altre opere d’arte scolpite direttamente nei muri, alcune religiose, altre no, e insegne in ferro battuto con pomi di ottone (senza manici di scopa!). Non possiamo fare a meno di vedere altri scorci interessanti, che invidia queste casette, son così belle e tutte rigorosamente in pietra. Attaccate a loro, i nomi delle vie, sono scolpiti su semplici lastre di ardesia in caratteri antichi.

Era in una di queste case che, con l’arrivo dei Romani, si ebbe “la cura della vite”, veri e propri bagni nell’ uva in fermentazione; erano ritenuti validi contro le malattie della pelle o problemi di calcificazione delle ossa.

A Saint Paul, si celebra ancora oggi la festa di San Vincenzo, patrono dei viticoltori ed è per questo che la vite è usata anche per abbellire le abitazioni e abbellisce tutta Saint Paul, insieme a qualche tocco di fucsia della Bouganvillea.

Molte voci giurano inoltre che l’uva qui è dolcissima, così buona da essere considerata una delle migliori di tutto il Sud della Francia.

Giungiamo in fondo al paese e possiamo appoggiarci alle mura originali facendo attenzione visto che non c’è protezione. Tutto è come un tempo, solo i tratti davvero più pericolosi sono stati sbarrati. Quello che i nostri occhi possono vedere è splendido, davanti a noi si stende tutta la collina e tutto il mare fino a perdita d’occhio.

Sotto di noi, l’ordinatissimo e grazioso camposanto che ospita anche i coniugi Maegh che ho citato prima. Com’è ben tenuto! E guardate come siamo alti!

Dobbiamo salire dei gradini consumati per poter arrivare dove siamo, ci sono ancora le postazioni delle sentinelle e gli enormi bastioni ai quattro vertici di questa fortificazione. Tutte costruite intorno al 1450.

Potete notare ancora le porte in legno e ferro ma soprattutto le feritoie dalle quali gli arcieri schioccavano le loro frecce o lanciavano tizzoni ardenti, ovviamente più larghe verso la parte interna e più strette dalla parte esterna. Eh si, bisognava stare ben accucciati e non farsi vedere. Possiamo toccare con mano le pietre usate per costruire tutto ciò e possiamo renderci conto che solo la terra le teneva insieme. Alcuni ritocchi con della calce o del cemento sono stati fatti ultimamente in alcuni punti più esterni ma, ciò che realmente compone il tutto, è argilla impastata con acqua e null’altro.

Andiamo via da qui e passeggiamo ora passando più lateralmente per ammirare anche le altre vie di Saint Paul. Vogliamo dirigerci verso Place de l’Hospice ed è cercando di raggiungerla che possiamo appagare i nostri occhi guardando altri pezzi di paese, la cura con la quale è mantenuto.

Passiamo sotto ad archi ricoperti di fiori o foglie e, quello che ci accompagna, può essere o un buonissimo profumo di spezie o una musichetta leggera e medievale. Emozioni che risvegliano i nostri sensi uscendo dalle botteghe del paese.

Botteghe che si raggiungono scendendo dei gradini e sembrano scavate nella roccia oppure, i più egocentrici, hanno voluto creare il loro negozietto e incorniciarlo tra immensi quadri e voluminose sculture.

Camminando incontriamo anche una delle statue simbolo del paese, molto alta, è la statua dell’uomo senza volto, rappresentante un signore senza la bocca e con naso e occhi appena stilizzati e, in punta di piedi, con in testa un bel cappello. Mi spiace non essere riuscita a conoscere il nome dell’autore. Potrebbe vagamente ricordare “l’uomo con la bombetta” di René Magritte.

Eccoci arrivati nella piazza, abbiamo praticamente finito il nostro tour e visitato questo storico e magico luogo ma se volete potete ammirare altre sue foto sul mio album, come spesso, mi piace mostrarvi.

A questo punto non ci rimane altro che dare un’ultima occhiata al panorama che ci regala e andarcene salutandolo con un dolce – Au revoir! – e la promessa di ritornare presto, anche perché, è un paese molto piccino ma per visitarlo completamente e cogliere tutto ciò che offre, bisognerebbe starci almeno due giorni.

Spero che anche questa avventura vi sia piaciuta come le altre, un arrivederci anche a voi, vostra Pigmy.

 

M.

Ci provo

Topini! Ho pochi indizi ma sto cercando qualche persona. Vi chiederete se mi sono ammattita….no. La storia è seria, carina e se vogliamo anche commovente. Per caso qualcuno di voi ha un padre o un nonno che faceva parte dell’aviazione e nel 1943 è stato preso a Pantelleria e portato poi in Tunisia dove è stato fatto prigioniero per tre anni? In quella prigione c’era anche Fausto Coppi e un capitano di Genova. Non so altro per ora. Se riuscite, per favore, aiutatemi. Grazie dalla vostra Pigmy.

M.

No alla diga!

Vi avevo raccontato, parlandovi di Colle Melosa qualche post fa, della diga di Tenarda, quel lago artificiale in alta montagna che è stata costruita qualche anno fa.

Ebbene, dovete sapere che quella non doveva essere la sola diga della Valle Argentina, ma fortunatamente, e grazie all’unione di tanti uomini, è rimasta l’unica. Ora vi racconto il perchè.

Era il 1964 e una nuova strada, nella nostra valle, era stata costruita appena sopra Badalucco, un paese di circa duemilacento anime all’epoca. C’era già una strada, bella, asfaltata, perchè costruirne un’altra, più alta e più larga? Semplice, la prima, sarebbe stata sommersa, insieme a tutto il resto, da una grandissima diga. L’acqua avrebbe coperto ogni cosa, arbusti, case, torrente, boschi di castagni, noccioli, susini, recinti di animali, coltivazioni. Sotto di essa, i paesi e le frazioni come appunto Badalucco, Oxentina, Fraitusa e probabilmente la stessa Taggia, sarebbero letteralmente spariti o avrebbero subito gravi danni qualora essa avesse inondato la valle.

Il 9 ottobre del 1963, e quindi stiamo parlando di pochi mesi prima, la diga del Vajont aveva appunto causato quasi duemila morti travolgendoli con le sue acque, qualsiasi sia stato il motivo.

La gente era terrorizzata. Non poteva permettere tale costruzione. Fu così che, tutti gli uomini, di tutti i paesi, uniti, si misero d’accordo e partirono, chi a piedi, chi con il suo motocarro, armati di forcone o bastone per fermare la distruzione di uno dei luoghi più belli, intorno a noi, oltre che per proteggere il proprio paese e la propria casa; la propria vita.

Mio nonno, era in prima linea, guidava l’ape con tutti gli amici nel carro, dietro, seduti.

La polizia davanti a lui. Si marciava a passo d’uomo e mentre si camminava si gridava tutti in coro “Avanti… oh… ooh… oooh… Avanti… oh… ooh… oooh…”.

Racconta che, se solo qualcuno avesse provato a lanciare un sassolino, sarebbe scoppiato il finimondo. L’atmosfera era tesa e spessa, l’aria si poteva tagliare con una lama. C’erano già stati episodi spiacevoli. La gente del posto aveva dato fuoco ad una ruspa e ad un camion della ditta costruttrice ma, tutto ciò, non era servito a nulla.

Quel giorno, per la terza volta, i costruttori si videro venire incontro mille e ancora mille uomini più determinati ancora, più decisi, come mai erano stati prima, di salvare la loro Valle. E quella volta ci riuscirono. Il loro numero era impressionante, arrivavano dai paesi sotto e da quelli sopra, la diga che volevano costruire era davvero enorme, avrebbe sommerso un intero quarto di valle. Bastò il loro esserci, la loro unione, la loro protesta.

Nessuno si fece male, non accadde nulla di sgradevole ma, la diga, non si costruì più.

La ditta abbandonò il luogo, fin dallo stesso giorno iniziò a smontare parte delle loro attrezzature e tutto tornò come prima. Anzi, quasi tutto.

Nella mia valle ora, per salire a Molini di Triora ad esempio, puoi scegliere se prendere la strada di sotto, più all’ombra, più fresca e costeggiare il torrente o la strada di sopra, più calda, più larga, passare sotto il ponte e fare qualche curva in più.

Il tempo è il medesimo, solo che sopra puoi divertirti nella raccolta di fiori, timo, origano e finocchietto selvatico, nell’altra riempirti le ceste di ghiande, castagne e tarassaco.

Le piante verdeggianti sono ancora lì e si colorano di toni più caldi in questa stagione, le case e la vecchia trattoria esistono ancora e da percorrere a piedi è una bellissima passeggiata. Questo grazie ai nostri uomini e alla loro vittoria.

In parte, anche grazie al mio nonno che quando mi racconta questa storia, sorridendo per sdrammatizzare, mi dice ” Se saremu truvai Baarùccu in ta mainna!…” (Ci saremmo trovati Badalucco nel mare!).

L’unione fa la forza!

M.

Il castagnaccio di Zio Topo

Immagino sappiate tutti qual’è, una tappa fondamentale, nella vita di noi topini, ogni anno, in autunno. Andare a raccogliere le castagne e farne scorta per tutto l’inverno.

Andare a cercare questi frutti è, tra l’altro, un’avventura davvero simpatica che, solitamente, noi topini facciamo in compagnia.

Con un bastoncino solleviamo le foglie cadute, apriamo i ricci, ci pungiamo le zampette e mettiamo nella cesta un gran quantitativo di ottime castagne frutto che, nella nostra valle si trova in gran quantità e di tutti i tipi, dalle più piccole a quelle più grandi, buonissime.

Quest’anno vorrei arricchire questa mia impresa, intanto nel condividerla con voi e, in secondo luogo, nel consigliarvi una ricetta che non è solo buona ma letteralmente squisita. Attenzione, è una ricetta particolare, che giunge dal mio mulino e precisamente dal mio ziuccio cuoco.

Si perchè ognuno di noi ha un ruolo nella tana.

Attenzione, se pensate di avere già mangiato il Castagnaccio più buono del mondo, aspettate di assaggiare questo, perchè è diverso da parecchi altri che ho conosciuto.

Come sempre, vi do la mia parola. Allora, siete pronti? Cuciniamo.

Dunque, per fare un buon Castagnaccio alla Ligure o alla Toscana, vi servirà per prima cosa un’ottima farina di castagne, possibilmente macinata a pietra.

Le dosi per una teglia di un forno casalingo sono: 2 hg di farina di castagne, 70 g di farina di grano 00, 1/2 bicchiere di olio extravergine d’oliva, 2 cucchiai di cacao in polvere, 1 pizzico di sale, 2 cucchiai di uvetta sultanina messa ad ammorbidire in acqua tiepida, 2 cucchiai di pinoli e acqua, quanto basta da ottenere una crema fluida come la cioccolata che si beve in inverno nella tazza!

Mettere tutti gli ingredienti in una terrina e aggiungere l’acqua piano piano, amalgamando bene il composto senza lasciare alcun grumo.

Lasciare riposare il composto per due ore circa e accendere il forno a 200°.

Quando il forno è a temperatura, mettere la teglia dentro con un pò di olio e quando è calda versare il liquido nello spessore di circa 1,5 cm.

Cuocere per 20 minuti e poi, come dice il mio zio saggio…FATEVI MALE!!!

Si, perchè è così buono che rischiate l’indigestione. Un dolore che amo provare!!! Tentate, mi saprete dire.

Io intanto vado in cucina a veder se ha sfornato qualche altro suo manicaretto…buona mangiata a tutti. Pigmy.

M.

Dal Redentore alla Valle Arroscia

Ebbene si, come vi avevo preannunciato, ora che questa stupenda statua (art. Il Redentore) che vi ho mostrato qualche post fa l’abbiamo vista, possiamo tornarcene a casin casetta. Attenzione però! Non c’è solo il Redentore qui da ammirare, diamo un’occhiata in giro prima di lasciare questo luogo.

Ad esempio, possiamo vedere che è circondato da targhe di ogni sorta. Chi ringrazia qualcuno, chi ha voluto lasciare un ricordo, chi un semplice saluto. Messaggi scolpiti nell’ardesia, altri nell’ottone e uno addirittura con la foto del frate cappuccino, Gian Francesco Filippi, che amava questi luoghi più di ogni altra cosa al mondo. Ognuno, a modo suo, a voluto lasciare il segno. I più affezionati hanno creato vere e proprie opere d’arte.

Vicino a noi c’è anche una minuscola chiesetta. Al suo interno possiamo trovare la carinissima poesia dedicata all’amico viandante, quindi ad ognuno di noi, e un grande quaderno, dotato di penne, sul quale chiunque può scrivere un pensiero e dire perciò “io ci sono stato!”.

Tra le sacre immagini della Madonna e suo figlio, è anche molto carino vedere che i pellegrini, passati di lì, hanno lasciato in parecchi, oggetti personali. Un cappello con visiera, una borsa, una collanina, una borraccia, uno stemma… insomma, una tappa da fare obbligatoriamente. Diamo ancora un’occhiata al panorama, è un dispiacere andarsene.

Notiamo che non vediamo solo Verdeggia ma anche Realdo, un altro piccolo paesetto della Valle Argentina, contornato da una vallata indescrivibile. Bene, è davvero arrivato il momento di andare. Salutiamo il gigante di bronzo. Lui non si volta, continua a guardare innanzi a sè, i suoi monti, i suoi prati, il suo cielo, accecato dal sole.

Per un attimo, ci sentiamo anche noi possenti e dominanti come lui. Dobbiamo percorrere qualche metro a piedi, l’auto, abbiamo dovuto lasciarla all’inizio della piccola stradina, ma non è un male, possiamo ammirare meglio il paesaggio che ci circonda, guardarci in giro e respirare aria pulita.

E’ percorrendo questo sentiero che troviamo qualche, cosiddetto da noi, “masin”, funghi non particolarmente gustosi a dire il vero, ma per nulla velenosi. Grandi, puliti, color dell’avorio.

Saliamo in macchina e facciamo manovra pronti alla discesa; guardate quanta strada abbiamo fatto! Da qui si può vedere tutta. E’ uno spettacolo! Volendo, potremmo percorrere a piedi il Passo del Tanarello per circa tre quarti d’ora, ma non è il caso oggi di stancare le nostre zampette, useremo la comodità.

Andremo giù per il più conosciuto Col di Nava e, strada facendo, sorpassato questo splendido valico montano, ci ritroveremo ad attraversare la Valle Impero, che dà il nome alla provincia di Imperia e la Valle Arroscia che prende il nome dall’omonimo fiume.

E’ quest’ultima valle ad essere così vasta da comprendere anche alcuni comuni della provincia di Savona e, sarà in lei, che ritroveremo i nostri ulivi che qui, data l’altura, non vediamo più. Insomma, un altro bel viaggetto ci attende. Partiamo.

Undici corvi volano sulle nostre teste, mamma mia… erano meglio i falchi incontrati all’andata! Bhè, poverini i corvetti, hanno diritto anche loro. Non soffermatevi però a guardare uccelli che vi svolazzano intorno, capisco che la natura qui sia magnifica ma state attenti alla strada che dovete percorrere. Sono vie bellissime ma senza protezione, quindi mi raccomando, guidate con prudenza senza fare i fenomeni altrimenti, ecco cosa può capitarvi.

Mi auguro solo che al poveretto, il fattaccio, non sia successo di notte. Già c’è poca gente di giorno in questi luoghi, figuriamoci nelle ore notturne! Tra l’altro, gli è andata bene, anche se ha distrutto la macchina, in quanto, ci sono punti in cui il dirupo è veramente profondo e a strapiombo, anche se devo ammettere che una bella botta l’ha presa anche lui. L’auto, come potete vedere, è completamente distrutta. Rammaricati, continuiamo la nostra gita.

Il primo paese che incontriamo è San Bernardo di Mendatica e vi posto la foto di una fontanella carinissima dedicata a “u can de Felipo”, ossia “il cane di Filippo”, chissà, forse un cane particolarmente coraggioso o con qualche straordinaria avventura alle spalle. Non c’è anima viva, non posso informarmi.

Se siamo qui a San Bernardo, significa che siamo già scesi di parecchio, siamo esattamente a 1263 metri. E’ intorno a questo paese che regnano i sentieri della transumanza e scorre il Tanarello, nome del passo che vi spiegavo prima. Tanarello perchè, ovviamente, affluente del Tanaro. E’ da qui che giungiamo al cuore di questo itinerario: Mendatica. E’ Mendatica ad essere il paese con più storia, più turismo, più eventi e monumenti.

Il suo nome deriva da “Mendéiga” che in dialetto ligure significa “Manda acqua”, è un paese infatti, ricco di sorgenti ed è proprio nelle sue vicinanze che, sempre il Tanarello, forma cascate tutte da guardare, le famose cascate d’Arroscia.

Siamo vicini a Pornassio e a Montegrosso Pian del Latte e tutti insieme, fecero parte del Regno di Sardegna dopo la caduta di Napoleone Bonaparte.

Mendatica, circondata da castagni e noccioli, si presenta come un paese immerso nel verde mentre, in autunno, soprattutto nel periodo di ottobre, offre caldi colori adatti ai pittori migliori.

Buonissimo è il miele che viene prodotto in questi luoghi e da non perdere il laboratorio naturalistico e il museo “Civiltà delle Malghe”. Questo paesino, chiamato, della “cucina bianca” è inoltre arricchito da splendidi mulini che sembrano finti tanto sono belli (quasi, quasi, mi trasferisco), ognuno con la sua ruota e rigorosamente fatti tutti di pietra.

Il monumento principale di Mendatica è la chiesa di Santa Margherita ed è da lì, che se prendiamo la mulattiera dietro a questo santuario, possiamo arrivare sul ponte dei Gruppin e inchinarci dinanzi ad un panorama mozzafiato, in un territorio già molto più alpino rispetto a quello intorno al paese, come vi spiegavo più verdeggiante.

Abbandoniamo Mendatica, a salutarci, per ultimo, il Parco delle Canalette, un parco attrezzato per pic-nic e brevi soste all’ombra. Eccoci nuovamente sotto un caldo sole, ed ecco rispuntare i nostri amici ulivi, compagni anche della mia valle.

La zona è meno umida e olive e uva nascono abbondantemente. Se non erro, a regnare qui è l’ormeasco, uva che produce il vino della zona. Tra qualche chilometro arriveremo al mare e ai più sensibili fischieranno un pò le orecchie. Attraversiamo i monti di Pornassio, paese caro a Genova per via della sua posizione ottima per il punto di vista strategico.

E’ da li infatti, servendosi di lui, che il nostro capoluogo può tenere sotto controllo tutti i suoi domini, sia liguri che piemontesi, fin dal ‘600.

Passato anche lui, eccoci arrivare alla cittadina di Pieve di Teco, paese al quale fanno riferimento tutti gli altri più piccoli che vi ho citato sopra e dire che dall’800 a oggi ha subito anche lui una negativa evoluzione demografica.

Il santuario della Madonna dei Fanghi e il convento di San Francesco, sono i suoi monumenti più famosi, peccato però non averli potuti osservare da vicino, come vedete ero in auto e la foto di questa cittadina ve l’ho scattata di sfuggita.

Riparerò, per questa volta accontentatevi dai!

Anche questa passeggiata, più breve di quella all’andata, è giunta al termine e io, me ne sono ritornata nella mia Valle che stava per diventare gelosa, pensa di essere la più bella e per me lo è, ma devo riconoscere che, intorno a lei, ci sono luoghi che meritano davvero anche solo una sbirciatina.

Un caro saluto a tutti Pigmy.

M.

Primi piani

Sono favorevole alle riserve di animali, ma non mi piacciono gli zoo. Non mi piacciono le gabbie piccole, quella rete intorno, soffocante.

È in questi luoghi che gli animali hanno espressioni rassegnate, annoiate e tristi. Sono stata recentemente al Parc Zoologique de Fréjus e lì gli animali hanno uno spazio vitale già migliore rispetto ai classici zoo. Hanno spazi grandi e aperti per potersi muovere, anche se non si tratta certo delle immense paludi della Florida, delle infinite praterie del Nord America o della savana africana.

Loro stanno lì, a farsi ammirare dalla gente che passa, sempre nello stesso luogo e sempre con i soliti passatempi ormai logori o sgualciti. I loro musi, però, nonostante tutto, mi affascinano.

Al di là del posto in cui si abitano, i loro sguardi, sicuramente meno felici in cattività, mi rapiscono, permettendomi di stare anche intere ore ad ammirarli senza mai stancarmi.  Rimarrei intere giornate appoggiata a un recinto cercando di immaginare a cosa stiano pensando, osservando attentamente le loro movenze e, dove c’è, far finta che quella rete metallica non esista.

Se fotografo uno di loro, non posso fare a meno di scattare anche un bel primo piano dello sguardo che, spesso, continua a essere infelice, ma anche fiero e orgoglioso.

Sono animali abituati a vivere in questi parchi, una volta liberi andrebbero incontro a morte certa e sono probabilmente convinti che, al di fuori di quei pochi metri quadri, non esista altro. È per questo, forse, che molti – azzarderei dire quelli di dimensioni minori – mantengono comunque la loro vera personalità. Quelli che hanno a disposizione un laghetto e un isolotto grandi a sufficienza, se li dividono in zona notte, zona giorno, zona bisogni, zona nursery, e scavano e lavorano e manipolano sempre le stesse  cose e sempre nel medesimo punto. Anche in natura sfrutterebbero gli spazi conosciuti.

Il problema reale, secondo me, si incontra con gli animali più grandi. Per rendere felice un’antilope, ad esempio, bisognerebbe offrirle un prato chilometrico. Per la fierezza di un puma occorrerebbe un’intera collina; inoltre, quei luoghi palustri di acqua verde e muscosa non bastano, ci vorrebbero dei piccoli torrenti d’acqua limpida e corrente che formino delle polle, ogni tanto.

Ciò nonostante, come vi dicevo, tanti ti guardano dall’alto al basso, quasi con superbia, una superbia naturale, l’unica a poter essere ammirevole in natura. È un’espressione che amo poter portare con me tramite immagini e, come lei, tante altre. Attimi che fanno capire quanto sono simili a noi e proprio con gli occhi ce lo dimostrano.

Gli occhi persi nel vuoto, come ad aspettare un qualcosa che non arriverà mai; gli occhi curiosi, che cercano la provenienza di un rumore; gli occhi assonnati, soprattutto nelle ore più calde della giornata; gli occhi profondi, infiniti, che ti cercano e, quando ti trovano, ti osservano, ti puntano, senza paura, senza rancore, attenti e, spesso, quasi fiduciosi. Ci sono anche gli occhi menefreghisti dell’animale pigro o decisamente spocchioso, al quale non importa della tua presenza. Puoi provare a chiamarlo in tutte le lingue del mondo, cercando d’indovinare quella del Paese dal quale proviene, ma per lui, in quel momento, sei soltanto un microscopico moscerino, magari anche fastidioso, per giunta.

Spettacolari, invece, sono gli sbadigli, gli starnuti, i movimenti delle palpebre, le pieghe del manto a seconda dell’espressione, gli arricciamenti del naso. Anche la coda, le zampe, il corpo intero sono affascinanti, ma il muso mi tocca profondamente. Gli erbivori, con quelle labbra in stile Anna Mazzamauro, sempre alla ricerca di cibo, ti solleticano il palmo della mano; i carnivori si puliscono i baffi, la bocca e il pelo con leccate da dieci minuti l’una; i rettili, alcuni impassibili, mantengono l’espressione del “sicuramente non mi ha visto”, altri invece, muovono gli occhi così veloci da una parte all’altra che sembra stiano seguendo una partita di ping pong tra campioni del mondo. In realtà cercano di tenere tutto sotto controllo, stando sempre all’erta.

Nei nostri parchi, le specie animali sono sempre le stesse e le più comuni. Nel parco del Fréjus – che si visita in auto, data la sua grandezza – ci sono circa 82 tipi diversi di animali. Sono tanti, ma in realtà si contano in questo numero anche le razze di uccelli, che popolano diverse zone del parco.

Ho passato l’intera giornata a scattare con la macchina fotografica quello che loro stessi mi permettevano, e gli scatti che qui vi propongo non sono granché, ma rimarranno comunque un bel ricordo.

Alla gente intorno a me bastava lanciare un biscotto all’animale di turno e andarsene, oppure proferire qualche battuta per poi allontanarsi dal recinto senza osservare con attenzione, senza pensare. Perdonatemi, forse avrò i paraocchi, ma mi sono chiesta più volte che cosa ci facessero lì quelle persone e perché avessero deciso di venire a vedere gli animali. Non possiamo ammirarli come nella loro libertà, ma possiamo comunque studiarne il comportamento, i modi di fare, le tecniche, le abitudini.

Lo scimpanzé ruba il pezzo di mela al compagno, che si è distratto un attimo.

Signora Avvoltoio scruta tutti, incavolata a prescindere, perché sta aspettando che il suo cucciolo esca dal guscio ed è impaziente.

Il leone “dice” alla leonessa: «Piantala di stare sdraiata lì, davanti a tutti: vergognati! Vai dietro la pietra!», e lei, mesta, si alza e lo segue senza proferire parola.

Le tartarughe litigano.

L’agnellino, pur di ricevere una carezza, si butta in picchiata tra i massi.

E poi ci sono le recinzioni al cui interno vive un’intera comunità.

La maggior parte delle persone tende a fermare il suo sguardo sull’esserino più impavido e ardito, quello che picchia tutti per arrivare primo a prendere il biscotto, quello che si mette in pole position distraendoti, per essere ammirato, quello che, soprattutto se si tratta di una scimmia, ti allunga la mano e con quel suo ondeggiare di dita ti ipnotizza, facendoti il gioco di Giucas Casella. Ma non c’è solo lui, non è l’unico. Se spostiamo un po’ lo sguardo – senza offesa per il protagonista – possiamo accorgerci del cucciolo al quale la mamma sta facendo un’accurata toeletta, notiamo che il biscotto che abbiamo lanciato e nessuno ha preso è diventato, in realtà, il premio per l’ultimo, laggiù in fondo, che sta nascosto sotto la foglia.

C’è chi boccheggia, ma non si avvicina, perché emarginato dal gruppo e chi, invece, ci prova, ma viene immediatamente scacciato. Impariamo a osservarli con più attenzione.

E poi i colori, i loro manti, la livrea. Se osservati con attenzione sapranno lasciare senza fiato. Ognuno di loro ha delle tonalità ben definite e  sfumature impressionanti. Anche un geco, nel suo grigio, se contemplato saprà stupirvi. Come può, la natura, essere così perfetta nelle righe di una zebra o in quelle di una tigre? Bianche e nere o arancioni, sembrano disegnate, grandi e piccole, e ognuna lascia spazio all’altra.

Come può, un pavone, possedere quello smerigliare di tinte in una sola piuma, quel metallico fluorescente che diventa argento sotto i raggi del sole?

Com’è possibile che un animale sia completamente bianco, ma abbia le zampe nere, oppure tutto grigio e con la coda rossa? E, soprattutto, può darsi che lo stesso animale cambi il tono del manto in determinate occasioni o periodi dell’anno!

Tutto questo è fantastico.

A parte la coda, che per certi animali è la parte più folcloristica, spesso è proprio il muso o, se vogliamo, la testa, a offrire il meglio di sé e non solo in quanto a colori, ma anche per quanto riguarda la cresta, le corna, i ciuffi di pelo intorno alle guance, le orecchie, davvero buffe a volte, i denti in bella mostra… Ci sono righe o pois che in quel determinato punto si accentuano o diventano più piccoli, come a volerci i stare tutti; macchie che dipingono il contorno occhi e la tinta stessa dell’iride: un arancio intenso, un verde smeraldino, un nocciola tenue, ognuno con una pupilla dalle mille forme. E torniamo agli occhi, quelli che, se guardati bene, sono contornati da ciglia, piccoli peli o, per gli uccelli, da microscopiche piume. Ci sono occhi scuri, grandi, dolci, che ci fanno pensare all’animale mansueto, e gli occhi chiari, vitrei, piccoli, che ci fan credere che quella bestiola sia feroce e inavvicinabile. Gli occhi parlano, è vero, ma tutto dipende anche dal rapporto che può nascere con quel determinato animale. Personalmente, non mi avvicinerei mai a un orso, nonostante i suoi teneri occhioni scuri; preferisco di gran lunga una lucertolina innocua con gli occhi color del mare!

La parola avvicinare mi fa venire in mente che sarebbe stato il massimo poterli accarezzare e avere con loro momenti diversi da quelli che possono essere soltanto un “ti guardo” e un “guardami pure”, ma ovviamente questo è impossibile. Inoltre, non ho né il coraggio né la capacità che possono avere parecchi personaggi televisivi che non conoscono la paura e sopportano il dolore. In più, sono così piccola che qualsiasi esemplare di fauna, in quel luogo, avrebbe potuto fare di me un sol boccone, solo l’elefante si è spaventato un po’! Se davvero fossimo tutti grandi come dei topolini, la maggior parte degli animali ci sembrerebbe enorme, ma penso che non sarebbe male se imparassimo a guardarli così, se pensassimo di avere meno supremazia su di loro. Potremmo usare l’intelligenza che ci è stata donata in modo più costruttivo  nei loro confronti. Per fare questo, a parer mio, bisognerebbe imparare a osservare. Come tra esseri umani è meglio ascoltare, piuttosto che parlare, anche con loro – ne sono convinta – si dovrebbe lasciare più spazio al silenzio e utilizzare gli sguardi  attraverso i quali loro sapranno risvegliare in noi tanti altri sensi sopiti e tante altre emozioni.

Non è possibile rimanere indifferenti davanti a tanto splendore. Sono meravigliosi.

So che questi animali li avete già visti tantissime volte,  ma mi piacerebbe se li osservaste e ammiraste. Anche se possono sembrare banali, conosciuti, di tutti i giorni.

A volte penso che loro ci scrutino più di quanto possiamo vederli noi, ma lo fanno con discrezione, tanto che noi non ce ne accorgiamo. Sono sicura che, se potessero parlare il nostro stesso linguaggio, saprebbero perfettamente ripetere come eravamo vestiti o pettinati o riconoscerci in un mare di folla. Davvero!

Ricordatevi: non approfittate mai di loro, nemmeno se chiusi in una gabbia.

Bene, a questo punto non mi rimane altro che augurarmi che abbiate potuto avere, oltre che una buona lettura, anche una buona visione!

Come sempre, dalla vostra – questa volta zoofila – Pigmy.

M.

Il Redentore

Cari topini, oggi andiamo in un posto dal panorama fenomenale. Anzi, dai tanti panorami. Sì, perché saliremo su, in cima alla Valle Argentina, e da lì potremo vedere ben tre vallate: una ligure, una piemontese e una francese.

Partiamo ancora una volta da Triora, ma, anziché continuare dritto, prendiamo a destra per Monesi, una strada sterrata b-e-l-l-i-s-s-i-m-a. Ci ritroviamo immediatamente circondati da roccia e prati, sembra quasi che gli alberi si siano offesi e se ne stiano tutti nel versante ovest. In realtà questo accade perché siamo già alti di quota, circa 1500 metri d’altezza, dove la vegetazione si adegua all’ambiente.

Ci stiamo dirigendo alla statua del Redentore, una scultura di bronzo rappresentante il Signore che domina, dalla cima di una montagna, tutto il mondo! Esatto, sembra davvero che sorvegli tutta la Terra.

Il pascolo d’alta quota è un simbolo della Valle Argentina. Anche qui, infatti, incontriamo le nostre amiche pecore, tipica fauna del luogo. Tuttavia, posso assicurarvi la presenza di tassi, molto difficili da fotografare: sono paurosi e molto timidi, un po’ come noi topini. Potremmo, inoltre, ritrovarci circondati da lepri variabili selvatiche, marmotte e, più avanti, scendendo e attraversando il bosco prima di Monesi, anche la pernice bianca!

Per vantare qualche pillola ornitologica, vi posso dire che tra i passeriformi, è possibile notare in questi luoghi il Culbianco, il Luì piccolo e lo Spioncello. Sono uccellini sempre in movimento e dai nomi davvero originali.

Anche le mucche e i cavalli sono presenti. Se ingrandite questa foto potete ammirarli durante il riposo e, nel mentre, notare dove vivono i pastori in questa valle, isolati completamente, ma in un paesaggio fantastico.

È in queste cascine che producono latte e formaggi a volontà. Come vedete, il terreno sta per diventare più verde,  ma dobbiamo prima attraversare la galleria del Garezzo, da noi chiamata comunemente, du Garesu. È una galleria lunga solo 60 metri e sarà lei a introdurci nel bosco che vi dicevo prima.

Per ora, l’unico fiore che vediamo è la lavanda profumata.

In questo momento siamo a 1795 metri, ora scenderemo un po’ per poi risalire fino al cielo!

Eccoci sotto le fronde finalmente.

Nonostante l’altitudine, il sole c’è e si sente. Non c’è luogo migliore per abbronzarsi e un po’ d’ombra ci fa piacere.

Qui possiamo apprezzare la flora, drasticamente cambiata.  Nel bosco, attraversabile in auto, possiamo trovare la rosa canina, bacche di ginepro e lamponi, arbusti che riescono a sopravvivere grazie alla lontananza dei pascoli: gli ovini, infatti, fanno piazza pulita ovunque!

Gli alberi che ci circondano sono il maggiociondolo alpino, l’acero di monte, il sorbo montano, il sorbo degli uccellatori e, ovviamente, non possono mancare i più comuni frassino e nocciolo. Il sole che prova a penetrare dai rami ci regala lo spettacolo di righe trasversali luminose che attraversano le piante ma, nonostante tutto, il manto del sottobosco è umido e costituisce un’ideale culla per funghi buonissimi. 

Sorpassato questo tratto, chiamato Case Penna, eccoci a Monesi, un piccolo paesino di 1310 metri d’altezza. Come vi preannunciavo, siamo scesi, ma non preoc-cupa-tevi: torneremo su! Di fronte a Monesi c’è un altro piccolo borgo chiamato Piaggia, e voi non potete immaginare quanti ricordi mi si affollano nella testa, avendo trascorso in questi luoghi due mesi, un’ estate, quando ero più piccola.

Pur essendo apprezzati nei mesi estivi, questi due paesini vengono popolati soprattutto d’inverno dagli appassionati di sci. Gli impianti sciistici, che ora vedete come immensi prati, li ritroveremo anche al Redentore e, se fossimo in gennaio, in un contesto completamente diverso, sarebbero coperti di candida neve. Tutto il verde che vedete dovete immaginarlo di un bianco argentato che ricopre ogni cosa.

Sorpassiamo Monesi tramite tornanti e ritorniamo nei pascoli, ricominciando la nostra salita. Dopo poche curve, ecco un puntino, lassù, sulla punta del monte. Ci fa capire che manca poco.

Sulla cima che sembra disegnata e colorata con i pastelli, si staglia la microscopica, per ora, figura della statua, la nostra meta (mi sa che dovrete anche qui, ingradire la fotografia, questa valle è così immensa che gli spazi sono davvero infiniti).

Siamo già così in alto da poter vedere, nel versante ligure in fondo alla valle, una chiesetta solitaria in miniatura posta dietro una grande abetaia, ma questo è ancora niente! Invece,  girandoci verso destra, possiamo ammirare la vallata francese e giù, giù in fondo, il paese di La Brigue, al centro della valle.

Due falchetti si rincorrono in voli circolari, ma riuscire a centrarli con l’obbiettivo è quasi impossibile. La catena montuosa più chiara che circonda questa vallata è il primo tratto delle Alpi Marittime. Fa caldo, ma la l’aria così fresca e pulita fa prudere il naso ed è come se entrasse a raffreddare la fronte.

Su questi monti si possono trovare i bucaneve e le stelle alpine. Sì, cari topini, a proposito di alpini, devo dirvi che ritroveremo, vicino al Redentore, rifugi e ruderi inerenti alla guerra, oggi considerate opere in memoria delle Alpi. È qui, sul Monte Saccarello, 2200 metri, dove vedete quel pilone sulla cima, che esiste una vera e propria batteria. È la batteria del Monte Saccarello, con tanto di casermette, postazioni e ben quattro cannoni. Fu realizzata nel 1900 per controllare il Monte Bertrand e Collardente. Dietro alle barbette si trovano ancora la riserva, il ricovero per i soldati e la casetta di legno che riparava le polveri dall’umidità. Era attrezzata più per la difesa che per l’attacco, collegata ad altre numerose caserme a ridosso del crinale nel tratto Passo Tanarello – Passo di Garlenda. Per chi ama queste rovine è il luogo ideale.

Si tratta di una bella scarpinata, oggi non abbiamo tempo di visitare con attenzione questo posto, quindi continuiamo il sentiero sulla nostra sinistra, sterrato ma più breve, che ci porterà – eccola laggiù! – alla nostra statua.

Passiamo di fianco al rifugio San Remo, una piccola baita di assi di legno sulla strada.

Siamo arrivati. Il Redentore si erge davanti a noi, che lo guardiamo con il naso all’insù. Alla sua base ci sono tante targhe, ma quella che vi ho postato mi sembra la più significativa.

Tale immensità lascia tutti senza fiato e questa volta, ad arricchire il tutto, abbiamo il cielo di un azzurro intenso, senza nemmeno una nuvola.

Ecco a voi Il Redentore! Questa statua è stata costruita il 5 agosto del 1901 e ogni anno, in quella data e da 110 anni, si rinnova l’appuntamento per la festa del Redentore che vede come protagonisti innumerevoli alpini, oltre che,  ovviamente, tantissima gente che arriva da ogni dove. Questa statua rappresentante il Cristo si trova esattamente tra la provincia di Imperia e quella di Cuneo.

Era il 1900 quando papa Leone XIII, durante la messa della vigilia di Natale in San Pietro, dichiarò di voler dedicare il XX secolo proprio al Redentore. Fu così che ogni regione italiana si preoccupò di rappresentare, sulle proprie vette più alte, statue, croci o monumenti che lo rappresentassero. Con la forza delle braccia e con l’aiuto dei carri, trainati da buoi, costruirono la nostra, nel ponente ligure. Chi ha scolpito questo viso l’ha fatto in modo così preciso e accurato da riuscire a renderlo espressivo, ma… cosa vedono quegli occhi? Ve lo mostro subito.

I panorami sono vasti e variegati, la valle, poi, è incantevole. La bellissima Valle Argentina si trova esat-ta-mente davanti al suo sguardo. Se fino ad ora ve l’avevo fatta vedere dal basso verso l’alto, questa volta potete notare come si mostra all’inverso. Anzi, vi presento anche da qui una chicca: uno dei paesini più graziosi, visto dall’alto della mia valle, Verdeggia, con tutti i suoi tetti in “ciappe di ardesia”, sembra proprio un presepe ed è abitato, nella stagione fredda, da una sola famiglia e dal gestore dell’albergo.

Ora, da questo posto magnifico, dobbiamo scendere e tornare nella nostra tana, prendendo un’altra strada.

Passeremo da San Bernardo di Mendatica e faremo il Col di Nava, ma questa è una sorpresa per la prossima volta e sarà anch’esso un post con immagini spettacolari come queste, che mi auguro tanto, vi siano piaciute.

Buon divertimento e buona passeggiata a tutti, cari topini!

Vostra Pigmy di montagna.

M.

Accade anche questo

Quando Archelfo, ieri, ha commentato il mio post sulle streghe, mi ha chiesto di raccontare una cosuccia che mi è capitata, anzi, che forse ho fatto capitare, qualche anno fa.

Stavo camminando per strada e quell’uomo, brutto e cattivo come la peste, mi guardava passando con una specie di piccolo trattore e sogghignava. Stava seduto, col suo cappello di panno sopra una di quelle vetture con le quali si va nell’orto, era come un motore con dietro un piccolo cassone completamente arrugginito. Io lo guardavo, lo detestavo e dentro di me dicevo: «Ma ti scoppiasse una gomma, defi….e!».

Non c’era un motivo particolare, era solo un uomo odioso, spocchioso e superbo e io non lo potevo vedere.

Mi sono spaventata io stessa perché, non appena ho terminato la frase, ho sentito come uno scoppio sordo e forte. La ruota del suo trabiccolo era scoppiata davvero! Non era esplosa, ma dopo quel botto si stava accasciando al suolo e il trattore si era inclinato così tanto che l’uomo, bestemmiando in piemontese, era dovuto scendere. Ovviamente andava pianissimo, a passo d’uomo, con quel trabiccolo.

«Boia faus! L’è n’en pussibl na f’è parei! Cuma diau….» e boia di qui e boia di là.

Corsi a casa a raccontare a mia madre l’accaduto, perché ero veramente impressionata da ciò che “avevo combinato”! Ebbene sì, mi davo la colpa dell’accaduto, e cose come questa me ne sono capitate parecchie nella vita (non di augurare fattacci e disavventure, ovviamente, quanto piuttosto di immaginare cose o sentirle e poi vederle accadere).

Noi topini siamo sensibili. Ma non è di questo che volevo parlarvi, si tratta sempre di una vicenda, bellissima, che mi è accaduta quando ero bambina, un po’ incomprensibile anch’essa, ma che porto tutt’ora nel cuore. Non c’entra con le coincidenze o lo sperare di riuscire in una cosa, ma è comunque affascinante per la mente e per tutto quel che nasconde, non solo lei, ma anche quelle forze, sesti sensi – chiamateli come volete – in cui viviamo.

Avevo 7 anni. Era estate e tutti gli anni da giugno a settembre andavo ad Andagna, un bellissimo paesino della mia valle, con una zia a passare le vacanze. Era un po’ il mio secondo paese.

Andagna era un posticino tranquillo, contava – e conta ancora oggi – poche anime. Tutti mi conoscevano e sapevano dov’ero, quando invece la mia povera zia non riusciva a trovarmi e mi cercava ovunque. Verso i primi giorni d’agosto di quell’anno, arrivò in paese un cane. Assomigliava a un lupo, col suo pelo castano chiaro e scuro. L’arrivo di un cane ad Andagna mise la gente in agitazione perché era un essere “nuovo”, che non faceva parte della… comunità. Tra l’altro dovete sapere che nella mia valle era usanza, per educare, o meglio, spaventare i bambini, parlare del lupo come dell’uomo nero. Era per questo che quel cane, fin dall’inizio, non piacque a nessuno. I vecchi borbottavano tra loro nel nostro tipico dialetto:

«Ma de chi u l’è stu can? Ti u sai?»

«Da dundu u l’è sciurtiu?»

«U l’è sporcu, u saeà anche cativu, a gu u lezzu in tu u sguardu cu l’è cativu!»

E, ovviamente, i bambini non erano da meno, sentendo gli adulti parlare in quel modo. Gli tiravano le pietre, lo canzonavano, nessuno si ci avvicinava, ma da lontano gliene dicevano di tutti i colori.

Eppure lui non se ne andava. Stava spesso in un sottotetto in piazza, dove noi bambini giocavamo. Alto, lontano da noi, sopra una casa a due piani.

Riusciva a passare di lì perché la casa, da dietro, poggiava sulla terra. I due piani dell’edificio erano percepibili solo da un lato. Da lassù ci guardava, schivando le pietre o i ricci di castagne d’India che Franco e il Mago con la compagnia gli tiravano.

I suoi occhi nocciola, guardando il sole, diventavano rossi come rubini e fu così che venne nominato presto “il cane del diavolo”.  Fortunatamente, gli anziani del posto, parlavano tanto, ma agivano poco, perché comunque nessuno ha mai fatto del male, seriamente, a quel randagio. A noi ragazzini, però, faceva paura e poi, sapete come sono i bimbi, da una goccia, ne fanno un mare.

Ricordo che un giorno, nei giochi della piazza mentre dondolavo sull’altalena, da sola, lui arrivò, si fermò dall’altra parte del parco e si mise a guardarmi. Io, me ne andai. Ebbi timore: e se tutto quello che dicevano fosse stato vero?

Un pomeriggio ero con le mie due amiche a giocare. Erano due bambine buone come il pane, mezze francesi e mezze italiane, rosse di capelli e con le lentiggini. Una era più grande di me, l’altra più piccola. Eravamo sempre insieme.

«Andiamo alla villa a far da mangiare!»

Andiamo.

La villa era un’enorme casa abbandonata, disabitata da anni, dietro la chiesa del paese. Avete presente quelle case nei film, con quei portoni di legno massiccio, il cancello chiuso con catena e lucchetto, e davanti l’erba, incolta, alta più di un metro? Ecco, quella catapecchia era uguale. Per noi, far da mangiare, significava mischiare fiori, foglie di menta con sabbia e acqua e preparare delle torte. Nel cortile di questa casa fantasma avevamo trovato delle pentole e delle bacinelle. Andavamo lì tutti i giorni e dovevamo passare da un buco nella rete della recinzione. Ci sedevamo sotto quel portone tarlato e iniziavamo a impiastricciare, fingendo di essere delle comari che si invitavano a cena l’una con l’altra.

Fu una di quelle volte che accadde.

Stavamo sedute in cerchio tutte e tre, io e le due sorelle rosse. Io davo la schiena al portone chiuso a chiave e loro erano una di fronte a me e l’altra di lato, un po’ più distante, perché era sempre senza “ingredienti” e quindi preferiva sedere vicino all’erba per la mancanza di voglia nel doversi alzare ogni due minuti. Io, di quel momento, ricordo solo che stavo pestando delle foglie con una pietra. Rammento anche all’improvviso il forte, fortissimo, urlo di Marie: «PIGMY!».

Non vidi più nulla, sentii soltanto come una forza che mi sballottava, trascinava, non lo so nemmeno io. Gli altri “Pigmy” di Marie li sentii in lontananza.

Sapevo di avere gli occhi aperti, ma non vedevo nulla, solo dopo capii.

Un’immensa nuvola di polvere e fumo grigia mi circondava, non vedevo nemmeno le mie mani. Ero ancora seduta a terra, ma non ero più nello stesso punto.

Quando la nebbia si diradò, ero a circa 7-8 metri di distanza da dov’ero prima. 7-8 metri li ho nei miei ricordi di bambina, potevano essere meno o forse di più.

Marie era dall’altra parte del giardino, nemmeno lei era più sotto il portico, mentre sua sorella ferma, nella stessa posizione, con in viso un’espressione di shock totale. Era come inebetita. Marie mi corse incontro, tentennò un po’ ad avvicinarsi, ma poi mi abbracciò e ricordo la sua manina mettermi i capelli dietro le orecchie. Ogni tanto guardava dietro di me. Dopo un po’ mi voltai anch’io.

Dietro di me, a un palmo da dove mi trovavo, c’era “il cane del diavolo” che ansimava con la lingua a penzoloni. Ricordo ancora il suo fiato caldo nella testa. Rabbrividii, sembrò quasi che la mia amica lo capì.

«Ti ha trascinato fin qui!» mi disse.

In quel momento capii cos’era successo. Il mastodontico portone crollò di colpo. Quel cane doveva già essere lì, ma noi non l’avevamo visto, altrimenti come altro aveva fatto? Se lui non mi avesse trascinata, con la bocca, più in là, quel portone mi avrebbe uccisa. Era veramente pesante, quella porta, e io avevo appena sette anni.

La mia camicia a quadri rossi e marroni era strappata all’altezza della spalla, così come il colletto. I segni dei suoi denti mi avevano graffiato, ma non mi usciva sangue, avevo appena una spellatura e qualche piccolo livido sottostante. Tra i suoi denti c’erano i miei capelli.

Spontaneamente, lo accarezzai. Dopo di me, venne il turno di Marie, anche lei lo accarezzò. La sorella di Marie, Cristina, continuava a stare seduta là, non era nella traiettoria del portone. L’unica che l’ha visto scendere, sbucare all’improvviso e portarmi via fu Marie, che dava la faccia al portone ed era riuscita a scansarsi.

Ero piena di polvere. Andai a casa di mia zia, il cane sempre dietro. Raccontai tutto a quella donna che mi ascoltava con la testa tra le mani e continuava a dire: «Oh! U me pulin!», che in italiano significa il mio pulcino. A parte la mia espressione, ero con le mie testimoni e utile mi fu, in questa storia incredibile, lo strappo sulla camicia e il segno dei denti. La saliva. Il bottone mancante. Mia zia uscì fuori, ai tempi la porta di casa si teneva sempre aperta e gli diede da bere e due biscotti che mangiò perché lui non entrò mai in casa nostra, stava fuori ad aspettare.

Da quel giorno, stette sempre con noi e sempre nella villa a preparare da mangiare. Ormai il portone era caduto, pensavamo noi, anche se ci avevano vietato di ritornarci. Il Mago gli tirò un altro riccio di castagna e io lo morsicai nella schiena forte, come non ho mai morsicato nessuno. Il Mago si girò e mi tirò un calcio, così potente nella pancia che non respirai per un quarto d’ora, ma il segno dei miei denti, secondo me, ce l’ha ancora adesso.

Un giorno il cane sparì, non lo vedemmo più per un po’, poi ritornò, lindo e pulito, spazzolato e profumato. Allora, forse, era di qualcuno! Ma di chi?

Dissero che era di un pastore di Molini, ma senza alcuna certezza. Stette con noi tre tutto il pomeriggio, ero convinta di rivederlo l’indomani, ma non lo vidi mai più. Non venne i giorni a seguire, né l’anno dopo, non venne più.

Non ho sognato. Mia zia tenne la mia camicia per tanti anni, poi, chissà cosa ne hanno fatto le mie cugine, che con ogni probabilità la consideravano cianfrusaglia.

Sono passati 26 anni, ma ricordo tutto come se fosse accaduto ieri. Il rumore, l’odore di cane, la polvere, Marie. Di quel giorno penso di aver capito molte cose e altre, invece, come i giri della coincidenza, non voglio nemmeno capirli. Eppure una cosa mi è rimasta nella testa, alla quale mi piacerebbe dare una spiegazione. Dov’era? Come faceva a essere lì senza che noi lo vedessimo? Da dove è uscito così all’improvviso? E chissà da quanti giorni stava lì con noi.

Ti ricordo ancora.

Pigmy.

M.

Le Bazue e il brindisi delle streghe

Lo sapete chi sono le Bazue? La zeta viene pronunciata quasi come una s. Sono le streghe!

Cosa volete, in fondo vivo in una valle in cui si parla principalmente di loro, di gnomi e di lumache. A proposito di ciò, mi viene in mente che tra quasi un mesetto si festeggerà Halloween, e non vi dico qui cosa succede! Feste, travestimenti, notte in bianco, vampiri, zucche e chi più ne ha, più ne metta: una festa che meriterà sicuramente un articolo tutto per sé. Quello che però volevo farvi sapere è che nulla può iniziare senza prima un piccolo tocco di magia. Ho pensato allora, facendomi aiutare dalla mia amica Titania Hardie, inventrice di pozioni d’amore, di aiutarvi a preparare “Il brindisi delle streghe”. Sì, avete capito bene, e lascerete tutti senza fiato.

Questa bevanda è ideale per creare un clima allegro o suscitare un’atmosfera euforica e, ve lo dice una topostrega. Potete stare certi che non è utile solo in compagnia, ma anzi, con un ammiratore/rice solitario/a, fa miracoli!

Eccovi gli ingredienti e fidatevi di Titania: ha scritto libri interi stracolmi di ricette!

Procuratevi:

  • foglie e una dozzina circa di fiori di borragine;
  • 50g di cubetti tostati di pane nero;
  • 100g di zucchero grezzo
  • 3 zollette di zucchero imbevute di Grand Marnier o Cointreau;
  • 1/2 noce moscata (in un pezzo unico);
  • 1 stecca di cannella;
  • 1 pizzico a testa di zenzero in polvere;
  • qualche chiodo di garofano;
  • 1 cucchiaio da tavola di acqua di fiori d’arancio;
  • 1 scorzetta d’arancia;
  • 1 litro di birra scura;
  • 1 litro di vino aromatizzato ai fiori di sambuco o mirtillo.

Tremate, tremate, le streghe son tornate!

Ora, mescolate tutti gli ingredienti in una grossa coppa, cominciate con le foglie di borragine finemente sminuzzate e i cubetti di pane tostato, aggiungete lo zucchero, le zollette di zucchero, le spezie, l’acqua di fiori d’arancio e la scorzetta di arancia. Scaldate leggermente la birra e il vino in una pentola capiente, senza far bollire, e aggiungeteli poi agli ingredienti della coppa, poco per volta, mescolando bene finché tutto non si è amalgamato (o la coppa è esplosa). Infine, spargete i fiori di borragine in superficie e lasciateveli per circa dieci minuti finché sarete pronti per servire.

L’ideale, sarebbe tenere il tutto su un fornellino, quindi cercate il contenitore adatto. La borragine fiorisce bene per tutto l’autunno, ma se non riusciste a trovarla, acquistate da un buon erborista un preparato per tisane alla borragine e scegliete un altro fiore per decorare, come ad esempio i petali di rosa.

Correte ad allenarvi, Halloween è alle porte, non vorrete mica rimanere a mani vuote? E siate originali al momento del “dolcetto-scherzetto”, fate bere un sorso caldo a chi sta fuori al freddo… Be’, magari risparmiate i piccoli topini.

Pigmy.

M.