Il mio Albero di Natale

No, no, no topi, non sto gareggiando contro la mia amica Miss (non mi permetterei mai visto il risultato) è solo che lei domanda e io eseguo….. scherzo!

Mettendo da parte le burle… sì, mi da ottimi spunti devo dire ma, per ammettere tutta la verità, volevo condividere con voi quello che è uno dei momenti più belli dell’anno.

Eh, lo so, sono una topina, impavida toporeporter, scopritrice di luoghi affascinanti, battagliera nei confronti dell’ingiustizia, protagonista di mille avventure, per la maggior parte comiche, e disavventure ma… sono anche una mamma e una zia. Ormai lo sapete. E ora ditemi, cosa vuol dire pronunciare ai topini, la magica frase – Oggi, facciamo l’albero di Natale! -?

Ebbene, tutto questo significa prendere la scala e arrampicarsi fino al soppalco tra le loro grida di gioia e i loro salti a zampe unite.

Significa tirare giù gli scatoloni e le borse di palline, srotolare i fili luccicanti e soffiare via i brillantini dalle ghirlande e loro, zitti, con gli occhi sbarrati, ti guardano aspettando che esca dal cestino la prima pallina. E stanno lì buoni buoni, con gli oggetti che sberluccicano per tutto il tempo in cui tu discuti con altri topi dicendo che bisogna prima mettere le stelle filanti mentre un altro insiste che devono essere messe prima le luci, che poi, con le stelle filanti davanti non le vedi più.

I piccoli topini danno il permesso a mettere il puntale ma le palline…. no! Quelle spettano solo a loro. Le cercano, fanno a gara a chi tira fuori la più bella, le mettono dove vogliono e si alzano in punta di piedi per addobbare i rami più alti.

Poi, sotto l’abete colmo di decori, posizionano la capanna del presepe e mettono in ordine le statuine. E’ a quel punto che il loro vociare si fa più insistente.

Il più grande spiega all’Arcangelo Gabriele, che continua a picchiare sul pavimento, di stare fermo sul tetto della stalla, ma metterlo tra la paglia e la stella cometa è davvero un’impresa.

La più piccola invece, inizia la solita nenia di tutti gli anni, appena finito di sistemare la Sacra Famiglia – Dov’è Gesù Bambino? Dov’è Gesù Bambino? Dov’è Gesù Bambino? Dov’è Gesù Bambino? – e puoi spiegarglielo in mille modi che stò povero Gesù Bambino ancora deve nascere che tanto… non ci sono ragioni.

Per non impazzire bisogna chiedere gentilmente a Maria di partorire prematuramente il suo piccolo e mettere così a tacere la mia. E tutti gli anni, la Vergine Santa ci allevia gentilmente di tanta sofferenza.

Dopodichè eccoli tutti e due con il naso all’insù ad ammirare la loro opera d’arte e sorridere al gioco di luci che s’intravede, vagamente, tra le fronde della conifera.

Guarda che bella quella palla lì! L’ho messa io! -, – E io ho messo il regalo gommoso! -, – E quella? Guarda come brilla! -. Sono entusiasti.

Ogni anno componiamo l’albero con oggetti diversi: i cartoncini pitturati, le fette d’arancia essiccate nel forno, la frutta secca, i tappi di bottiglia colorati ma, le palline, quelle non devono mancare mai e, anche quest’anno, sono state le incontrastate protagoniste.

E’ guardando tutto questo che, per me, vale la pena definirlo un capolavoro quindi, vi saluto, felice di avervi reso partecipi di una giornata pre-natalizia nel mio Mulino.

Buona serata a tutti.

M.

E questa volta entriamo!

Cari topini, vi ricordate quando tempo fa vi avevo postato la splendida chiesetta di Arma sul mare? Ebbene, questa volta, vi ci riporto ma, grazie al mio piccolo topino, che sgattaiolando è riuscito ad entrare (con tutta la scuola al seguito), ho la possibilità di mostrarvi com’è dentro, grazie alle foto (tutto sua madre), che ha fatto.

Si, siamo nella grotta della Madonna dell’Arma dove non si riscontra solo, come vi avevo raccontato, la presenza dell’uomo preistorico ma anche tanti tanti reperti inerenti all’epoca Greca e Romana.

In queste prime due foto possiamo ammirare meglio il soffitto e il pavimento: uno completamente di roccia e l’altro, in alcuni punti, di roccia e sabbia.

Questo Santuario si trova nella costa Armedana (che si estende dal torrente Argentina, al torrente Armea) sulla punta della Collina dei Castelletti e, questo toponimo, ricorda proprio la presenza di una serie di castellieri degli antichi Liguri disposti sul crinale delle alture circostanti.

Ci teniamo addosso la giacca perchè l’umidità rende questa grotta abbastanza fredda e ci inoltriamo verso l’altare reso protagonista da una bellissima statua che, insieme ad altre, rifascia il perimetro interno di questo luogo sacro.

Sono opere d’arte bellissime, realizzate interamente in marmo bianco.

Le espressioni dei volti dei personaggi sembrano reali.

Le colonne invece, che le circondano, sono in gesso.

La salsedine riesce a penetrare anche qui, oltre le grate, e le ricopre di un velo sottile.

Il luogo è tremendamente affascinante, mi racconta il mio piccolo, ed era ambita meta di coppie che volevano coronare il loro sogno d’amore, sul mare, in una grotta. I matrimoni però, negli anni ’70, hanno smesso di celebrarli.

Mi fa piacere ricordare che l’ultimo permesso è stato quello dei genitori della mia carissima amica, complice di mille avventure, e colgo l’occasione per salutarli.

Il momento però più emozionante, che ha colpito topino, è stato quando lo hanno messo davanti ad una specie di scalinata che scende un poco in profondità, verso gli scavi che hanno fatto, dove sono stati ritrovati tutti i cimeli e le antichità, documentazioni importantissime.

Mamma! Mi sono sentito un archeologo! – mi ha detto entusiasta, e lo posso capire.

Essendo un foro pericoloso è stato protetto con delle sbarre che lo circondano ma qualche fossile è ancora visibile. Questo scavo si trova proprio di fianco alle panche dove i fedeli pregano il Signore.

Ma i resti di tanta storia non sono solo all’interno di questa struttura, tutt’intorno, dalla Torre Bernice, vecchia torre di un castello distrutto, fino alla Fortezza cinquecentesca, esistono ancora dettagli di quel che esisteva prima della caduta dell’Impero Romano e poi abbandonato.

La Fortezza rimane proprio sopra questa grotta e, anche se oggi non è più visitabile, si sa che esistono ancora le stanze, quella del capitano, della servitù e il salone del focolare.

Una Fortezza che Genova usò per tantissimi anni e per gli scopi più diversi, non solo quelli che vi avevo già citato in passato, in ultimo infatti, desiderava, con appostamenti proprio in questo luogo, controllare il contrabbando del sale su quella che era un tempo la Via Romana.

Una Fortezza che era unico e grande punto di riferimento, di richiamo e di incontro per tutti i pirati.

Ebbene si, ecco quante cose ha da raccontare un piccolo posto come questo.

E ora vi lascio a contemplarlo; lui che, nonostante tutto, è ancora lì e, da anni, continua ad essere il ritrovo della gente di Arma e dei ragazzini che d’estate popolano le spiagge circostanti.

Ecco anche un modellino che riprende la baia, posizionato in un angolo di questo Santuario dedicato alla Madonna, vicino al luogo delle ricerche.

Buon viaggetto sul mare e nella storia quindi.

Alla prossima, la vostra Pigmy.

M.

Tutta un’altra…. Luce

Ebbene sì, dovete sapere che dove vivo io, non c’è un vero e proprio trionfo di luci e colori sotto al periodo natalizio…

E’ per questo che andando invece in un luogo come Monte Carlo, nella primissima Francia vicina a me, si rimane realmente estasiati.

Si cari topi, che se ne dica, lo spettacolo qui lascia davvero senza parole.

Sarà sicuramente uno Stato ricco e benestante, che accoglie personaggi importanti da ogni dove, ma la luminosità, i giochi di luce e tutte quelle lampadine sono strabilianti.

E non servono le parole. Si sta lì, con il naso all’insù, incantati, grandi e piccini.

Luci che si muovono, che cambiano colore, che si spengono e si accendono.

Io non ho mai avuto la fortuna di poter visitare tante città del mondo, permettetemi quindi di esaltare tanto fascino.

Ho visto alberi d’argento con le fronde rosse, slitte di Babbo Natale trainate da renne luccicanti, palle di neve trasparenti contenenti oggetti natalizi in cristallo e disegni luminosi proiettati sui muri dei palazzi.

Mi sentivo come una piccola topina e la cosa bella è che ogni anno li cambiano, soprattutto davanti al palazzo del Casinò. Ne cambiano il tema.

Ricordo che, due anni fa, erano rappresentati animali bianchi come la neve e poi ancora, l’anno dopo, palloni enormi che cambiavano colore.

Ogni piccola finestra è addobbata a festa e così anche ogni vetrina e non sono solo le luci le protagoniste in questi giorni; vere e proprie ambientazioni ti fanno sentire come dentro ad una fiaba.

Accompagnate da romantiche o simpatiche musiche, queste luminarie, rimarranno nei ricordi per tantissimo tempo; per me infatti è diventata una sorta di tradizione andarle a vedere, da quando ne rimasi piacevolmente colpita la prima volta.

E insomma che, mentre da noi, solo i Centri Commerciali possono essere definiti degni di ricordare la Festa Santa, ecco che invece in questo staterello, qualsiasi cosa la ricorda. Ne innalza la gioia.

E non ha importanza se la luce è calda o fredda, se si muove o sta ferma, se è gialla, rosa, verde o blu, lo sguardo sarà comunque suo schiavo perchè rapisce e scalda.

Non senti nemmeno il freddo pungente, ormai giunto, di queste serate limpide. Non t’infastidiscono i fari e il via vai delle tante auto, o la gente che parla e ride, perchè tutto passa in secondo piano.

Luci che ti circondano, così vicine a te che ti senti completamente avvolto.

Segni di luce, decorazioni natalizie di ogni tipo. Stelle, rosoni, tende illuminate, comete, campanelle, girandole, cornamuse, di tutto e di più, ogni piccola cosa posta con precisione pazzesca.

Pensate che su ogni vero abete erano posizionate palline ad ogni ramo, per tutta la città. Da non credere. Non oso immaginare in quante persone hanno lavorato a tutto ciò.

E oltre ai festoni luminosi, guardate le ambientazioni dei negozi. Incredibili. Tutto sembra reale e fatato allo stesso tempo. Forse è anche troppo. La città, così addobbata a festa, diventa una vera e propria opera d’arte.

Il tutto anche grazie al contributo di vari artisti che permettono il rivestimento completo di facciate, catene che costeggiano i ponti e composizioni di luci introvabili, donando luci al paesaggio.

Un fascino per il quale vale la pena andare a farsi un giro e respirare lo spirito di questa tradizionale festa.

Tutta questa luminosità ti sta dicendo – E’ Natale! – e, nonostante il tanto sfarzo, con tutte le cose tragiche e brutte che accadono ogni giorno nel nostro mondo, fa piacere viverla. Vedere che è ancora quantomeno sentita in alcuni posti, fa sorridere.

Nel mio paese, ripeto, sembra un periodo come tanti altri. Mamma topa come sono polemica oggi!

Beh, spero di avervi quindi illuminato con questo post.

Mi raccomando mentre mi seguite in questo tour, alzate gli occhi al cielo ed esprimete il più bel desiderio che vi viene in mente. Abbandonatevi tra le braccia di Santa Claus. Io, spero tanto vi si possa avverare.

Con tanti auguri che ciò accada, vi abbraccio forte e vi aspetto per il prossimo giro insieme, nel mentre, vi lascio ulteriori foto nel mio album.

La vostra Pigmy e… Buon Natale!

M.

 

Il Monastero del Carmelo

Carissimi topini, in questo periodo, come avrete visto, sono un pò latitante. Ebbene, dati alcuni giorni di vacanza dai vari impegni di studio e di lavoro che ho, ne ho approfittato per andare un pò in giro e, la prima meta che ho deciso di intraprendere, è stata quella di fare una bellissima visita al Monastero delle Suore Carmelitane di San Remo.

Ho fatto questo e, con immenso piacere, per prima cosa, per fare una sorpresa, un regalo, alla persona che so che mentre sta leggendo questo post sarà felice, (visto che poverina stava aspettando da tanto tempo) e poi, se proprio ve la devo dire tutta, credetemi, è stata una scoperta davvero affascinante.

Esso è una vera e propria opera d’arte dell’architettura dell’età contemporanea.

Dopo essere giunta davanti ai due cancelli che ci sono, per ben tre volte (c’era sempre la messa e non si poteva disturbare), sono riuscita a farmi aprire da una suora, all’inizio un pò titubante e sulle sue, refrattaria a fornirmi qualche spiegazione, poi però, vedendomi davvero interessata, mi ha concesso qualche minuto del suo tempo.

Purtroppo non ci ha permesso di entrare nei locali delle monache, ne tanto meno di scattare foto, quindi perdonatemi se non avete immagini inerenti all’interno (tranne una o due che ho rubato) ma proprio non ce l’hanno concesso.

Quel giorno poi, essendo il giorno dell’Immacolata, erano probabilmente molto prese.

Quello che alla fine però mi ha raccontato, mi ha lasciato davvero di stucco.

Questa costruzione fu realizzata negli anni 1958-’59 dal famosissimo architetto contemporaneo Giò Ponti, per chi non lo sapesse, sarebbe colui che ha realizzato il “Pirellone” di Milano.

Quest’opera, si dice, sia stata per l’architetto la sua migliore riuscita.

Ci teneva tantissimo a costruire, prima di morire, un edificio sacro e religioso, era il sogno della sua vita e, infatti, appena la Madre Superiora dell’epoca, Jean Marie Bernard, lo chiamò, lui rispose immediatamente e affermativamente.

La bellezza e la particolarità del luogo, tolto il meraviglioso parco che lo circonda, ordinato e pulito, sta proprio nella chiesa.

Pensate, questo grandissimo designer l’ha realizzata in modo tale che, dall’entrata, guardando l’altare, intorno si vedono solo pareti, ma se dall’altare, si guardano i fedeli, si vedono solo vetrate immense e nemmeno un muro.

La suora, ridendo, confessa che, tenerle pulite è un vero sacrificio.

Questo perchè la pianta dell’edificio ha la forma come di un abete stilizzato, in cui la parte laterale dei rami rappresenta le vetrate e la parte inferiore degli stessi rami invece, i muri bianchi. Muri e vetri si alternano praticamente.

Ok, lo so, perdonatemi, non sono una giornalista di riviste di architettura. Credetemi però che è davvero uno spettacolo. Accade quindi che, chi ascolta la voce del Signore, non può venire distratto da nulla, mentre invece, chi la pronuncia, può espanderla a tutto il cosmo. Questo è il significato di tale forma. Tanta luce, tanta luminosità.

Inoltre sono stati sapientemente usati due colori fondamentali, il bianco e l’azzurro e c’è un perchè. Il bianco è il colore della Madonna, mentre l’azzurro è il colore della meditazione, essendo, l’ordine di queste suore, un ordine contemplativo. L’azzurro lo si può trovare anche nelle piastrelle rettangolari di ceramica di Faenza, completamente dipinte a mano, con pennellate orizzontali e sfumature blu e azzurro intenso, che rivestono tutta la sacrestia e il dormitorio delle monache. L’azzurro, in certi luoghi, non si era mai visto e dovettero stipulare una conferenza vera e propria per far accettare a tutti una tinta così originale. Solo il parquet della sala del coro è color legno chiaro ed è stato simpatico scoprire che, tale pavimento, apparteneva ad una pista da ballo che lo ha regalato a loro quando hanno costruito questa struttura. Esse poi, lo hanno levigato e reso lucido come uno specchio.

I due colori predominanti sono anche stati usati per realizzare le immagini della Via Crucis e il magnifico dipinto che descrive la storia e la vita del Profeta Elia. Stessa cosa per i due grandi dipinti che raffigurano i due fondatori di quest’ordine: San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila. Pensate che questi quadri sono stati degli esperimenti; si, perchè essendo stati fatti su ceramica e su ferro, non si sapeva come avrebbero reagito i colori, infatti, il velo di Santa Teresa, che doveva essere nero, è poi risultato viola.

Anche la Madre Superiora di oggi, suor Anna, è un architetto e ha contribuito all’allestimento di questa sua “casa” riprendendo anche la vita passata dell’ordine al quale appartiene.

Nel 1901, ad esempio, tutte le monache sono state mandate via dalla Francia per stabilirsi in questa vallata ma prima hanno subito tantissime persecuzioni religiose e vennero addirittura tenute prigioniere dentro a delle celle sotterranee. Ebbene, una di queste grate, originale dell’epoca, che racchiudeva le sue sorelle, Suor Anna l’ha voluta come oggetto d’arredamento e l’ha fatta posizionare sul presbiterio, proprio dietro l’altare. – Per non dimenticare – mi racconta la suora che ci ha fatto da Cicerone, spiegandomi anche come hanno sempre vissuto in povertà anni addietro, nonostante il lusso che si può riscontrare in questi locali.

Mi spiega infatti che Papa Pio XII ha vietato loro di chiedere l’elemosina. Possono ricevere le offerte ma, se vogliono guadagnare soldi, devono contribuire e non chiederli. E’ per questo che, grazie all’agrumeto dietro all’edificio, che curano con tanto amore, realizzano ottime marmellate. Di tutti i gusti ma, quella all’arancia, si dice sia la migliore. Queste confetture, vengono vendute nello spaccio del Convento e anche nei negozi della provincia, dai quali, queste suore tecnologiche, ricevono gli ordini tramite mail. Ridendo, ci spiega che si sono dovute adeguare ai tempi.

E’ parlando di tutto ciò che mi porta davanti all’affresco della Madonna, a grandezza naturale, che era un tempo rinchiuso nel corridoio delle loro celle. Hanno voluto trasportarlo dietro all’altare e metterlo in bella mostra, davanti a tutti i pellegrini, per omaggiare la madre di Gesù ringraziandola del miracolo concessogli. Infatti, nel Medio Evo, le Carmelitane si sono salvate dalla peste proprio grazie a Maria che le guidò fuori la pandemia e via dalla pestilenza.

Mentre racconta questi episodi, alla nostra suora si illuminano gli occhi chiari.

E’ piccolina, magra, il velo le arriva fino al fondoschiena ma si capisce che è un tipetto tosto.

Purtroppo non può trattenersi ancora con noi e quindi mi lascia ancora ammirare la sua chiesa ma, per non disturbare più di tanto, me ne vado salutandola e ringraziandola.

Lascio questo posto accogliente e ricco di storia, nonostante la modernità con il quale è stato costruito.

Questo monastero si trova in collina, prendendo la Via Padre Semeria che porta all’autostrada, e gode di una vista mozzafiato. Si affaccia sul mare e domina su tutta San Remo.

Ad aiutarmi a rompere il ghiaccio con la monaca che mi ha aperto, infatti, sono state proprio le musiche che giungevano fino lì, dal Luna Park sottostante ed è stato comico, entrare in un luogo, dove c’è scritto “silenzio” ovunque, accompagnata da musiche “tunz tunz“.

Saluto il Pastore Tedesco che mi abbaia dal cancello e me ne vado.

Quel luogo mi ha comunque regalato pace e mi ha fatto scoprire una tecnica dell’architettura che stupisce davvero.

Mi auguro di avervi portato in un altro bel posto anche oggi.

Vi mando un forte abbraccio a tutti ma, alla mia dolce amica Miss Fletcher, questa volta, un pò più stretto. Ciao, Pigmy.

M.

Un pezzetto di Carpasio

Si topini. Carpasio merita più di un solo post ma prometto che, un pezzo per volta, ve lo farò conoscere tutto.

Non è un grandissimo paese ma merita e, nella Valle Argentina, è sicuramente tra i più forniti e i più abitati. E’ lui il paese che forma un triangolo con Costa e ad Arzene. E’ lui che si incontra dopo Montalto e, sempre da lui, andando oltre, si giunge a Prati Piani, a Colle D’Oggia, dove c’è anche un rifugio, e andando più in giù, si giunge fino alla città di Imperia.

Carpasio è abitato da circa 160 persone ed è gemellato con Saorge, una bellissima cittadina francese.

La prima cosa che ci si presenta davanti, una volta giunti al suo ingresso, è la statua in bronzo che indica il monumento dei caduti ed è dedicata alle vittime di tutte le guerre.

Esso è posto all’interno di un giardino e si affaccia sulla prima piazzetta del paese, la piazzetta del Municipio e della chiesa.

Qui, ci si ristora, nella Vecchia Trattoria, un luogo rustico nel quale gli anziani passano i pomeriggi a giocare a carte davanti ad un bel fuoco e, i giovani, cercano il vitto tra buonissimi e profumatissimi panini con salumi e formaggi della zona.

E’ sempre qui che, prima del Palazzo Comunale, possiamo ammirare la splendida fontanella in pietra, abbellita da stelle blu, dalla quale possiamo bere acqua cristallina e perennemente fredda! Questa fontanella è posta nel muro della scalinata che, come vi dicevo, porta al Municipio di Carpasio.

A tal proposito, vorrei spendere due parole sullo stemma, di questo borgo, che potete trovare anche su internet. Uno stemma che porta una descrizione araldica davvero carina e che ha ricevuto la concreta approvazione soltanto nel 1956. La dicitura è letteralmente questa “Di sfondo rosso-rosa al Castagno verde eretto, sulla cima centrale di un monte all’italiana. Nell’angolo destro, in cima, un castello d’argento con due torri merlate“.

Potete notare come il Castagno e, spesso, anche l’Ulivo (torno a ripetermi) sono simbolici e fondamentali nella mia Valle.

Oserei definirli sacri avendo, da sempre sfamato gli abitanti della zona.

Carpasio, anch’esso appartenuto a Genova, anzi, venduto proprio ad essa nel 1259, si pensa sia un luogo risalente all’Età del Ferro. E’ infatti dove sorgono le due chiese più importanti che erano stati trovati reperti archeologici che hanno permesso determinati studi e scoperte. Le chiese sono una attaccata all’altra, quella dell’Assunta e questa, della foto, di Sant’Antonino. Bellissime.

Al loro interno, tanti dipinti e una debole luce filtra dai rosoni colorati di vetro. Non poteva ovviamente mancare una splendida statua della Madonna dai piedi circondati da piccoli Angeli, a far quasi da riparo ad un prezioso affresco.

Stiamo parlando di una chiesa quattrocentesca, la quale si dice sia stata costruita su un tempio pagano e, al suo interno, sono custodite le ossa del martire Sant’Antonino.

La curiosità di essa, sta però nel campanile, in puro stile romanico, definito una simil “Torre di Pisa” in quanto pende di ben 1,60 m. (Questo dato lo si può trovare sul sito di Carpasio).

Furono i Carpasini stessi ad innalzarlo di ben 35 metri e renderlo quindi leggermente pendente, in modo tale da poter diffondere il suono delle sue campane in tutta la vallata.

Dietro a questa stupenda chiesa, nel parcheggio principale, è conservato ancora in buonissimo stato il lavatoio. Ha subito qualche modifica negli ultimi anni ma, il piano di lavoro e la struttura totale, ovviamente in Ardesia, pietra che vi ho già fatto conoscere, sono ancora quelli di un tempo.

Continuando a parlare di Ardesia, è incantevole, notare come tutte le vie di Carpasio, o i carrugi, sono indicati con nomi scolpiti su lastre di questa pietra che, i Carpasini, hanno usato anche per rendere omaggio ad una persona a loro molto cara.

Si tratta del medico, poeta e anche sindaco di Carpasio (dal 1915 al 1920) Domenico Cotta.

In parecchi punti, si vedono lastre con pezzi di sue poesie e dediche, appese ai muri, che lo ricordano da sempre.

Dal sonetto “Il villaggio natio”, ad esempio, è tratto il brano seguente: – Oh paterno montano ermo villaggio, che ancor t’affacci a la memoria mia, pover di case e strade e di retaggio, ricco di verde e cielo e fantasia -. Un onore a lui da parte di tutta la popolazione. E ciò che riporta è vero.

Il verde scuro dei boschi di Conifere e di Castagni e l’azzurro del cielo terso, a Carpasio, sono spettacolari.

Siamo a più di 700 metri d’altitudine. Circondato da abetaie e prati, esso è un posto adatto a passare giorni tranquilli sia in estate, godendosi il fresco montano, sia in inverno, ruzzolando con qualsiasi tipo di slittino, giù per i campi ricoperti di neve.

Ma c’è anche chi decide di dare un tocco di altro colore al suo mondo, sfruttando la propria dimora.

A Carpasio infatti, risiedono o passano i loro giorni di vacanza, anche parecchi artisti.

Posso assicurarvi di aver visto, nascoste tra i boschi, senza nemmeno una strada carraia, case che lasciano senza fiato, da tanto che sono belle, particolari e curate in ogni dettaglio, dalla stanza principale al pollaio.

Ovviamente non posso postarle, vi mostrerò soltanto uno dei tanti colori particolari e accesi, trovati per le vie di questo caratteristico borgo. Questa, come vi dicevo all’inizio dell’articolo, è solo una parte di quello che dovreste sapere di lui e, presto, continuerò a parlarvene in quanto è ricco di cose preziose e originali.

Nel frattempo, spero che questa prima passeggiata per conoscerlo, dove non esiste l’asfalto ma solo i ciottoli, vi sia piaciuta.

Con affetto, la vostra Pigmy.

M.