… e oggi, La Via dei Morti – 2″ parte –

Ed eccoci alla seconda parte di questo interessante viaggio. Ripartiamo descrivendo il sentiero, un percorso storico e importante.

Il Percorso

La percorrenza che da Carpasio conduce al Maro viene chiamata “U Camin o Rena di Morti” anche se la sua funzione politico-amministrativa rimase attiva sino ai primi decenni di questo secolo, di conseguenza il tracciato è sicuramente definibile. Diversamente il percorso legato alla funzione religiosa è da molti secoli in disuso ponendosi persino il legittimo dubbio sulla sua reale esistenza.

Pur ammettendone la realtà storica si presenta l’incertezza del suo tracciato con due ipotesi: la prima propone la coincidenza con la mulattiera del Passo del Maro; la seconda un tracciato più rapido e funzionale per quel particolare fine.

Desiderando tracciare anche quest’ultima via tengo a precisare che è di difficile percorrenza essendo in alcuni tratti non più distinguibile o invasa dalla vegetazione tanto che, pur seguendo una dettagliata descrizione, abbiamo più volte coscientemente o erroneamente abbandonato, per alcuni tratti, la via prefissata.

Lungo la Valle Argentina ci indica la via con invidiabile lucidità e perizia l’ottuagenario pastore di Carpasio “Tunin de Maiè” (Antonio Ghiglione) da anni ormai nostro punto di riferimento per la conoscenza di questo territorio.

Iniziamo il nostro viaggio lasciando Carpasio presso l’Oratorio di San Giovanni Battista e dopo il passaggio sopra l’omonimo ponte discendiamo lungo la Costa del Poggio sino ad oltrepassare al Ponte della Confraria il Torrente Carpasina.

La località deve la sua denominazione alle vicine proprietà della Confraternita dello Spirito Santo, prima “proloco ante litteram” assorbì per secoli elargizioni di benefattori che videro in essa uno strumento di pubblica assistenza e di coesione civica. La confraria promosse per secoli nel giorno di Pentecoste la prima “sagra” paesana che pur differenziandosi localmente nei particolari, potrebbe oggi essere chiamata “delle castagne, dei frixioi (frittelle) di mele o merluzzo e del vino nostralino”. Con fasi alterne la chiesa osteggiò questa occasione di festa (e spreco di denaro pubblico) sino a palesare anche scomuniche contro i responsabili di questi “mangiamenti”.

Riprendiamo il percorso seguendo Tunin. Dal ponte voltiamo a destra lasciando le Case Confraria e oltrepassando il “Beo Fontanamarza” e le Case Giordani dove nacque Tunin 88 anni orsono.

Risaliamo la “Muntà” (salita) e l’omonima “Costa dell’Orso” dopo aver lasciato il “Beo Passetti”. Salendo lungo le campagne delle “Prese” (derivazioni delle acque irrigue) e presso le omonime case notiamo, a sinistra, il “Casone Bianco”; questo toponimo lo dobbiamo al colore dei muri in pietra calcarea. La stessa pietra locale probabilmente utilizzata per produrre calce nella vicina fornace. Attraversiamo il vallone del rio “Custurellu” e l’omonimo “Ubago” (luogo poco soleggiato o disposto a tramontana) dove recentemente è stato posto in opera un rimboschimento. La mulattiera sale lentamente verso il Poggio di Costa Ciana mentre il ciottolato si riduce per il disuso.

Chi percorre come noi questa via in gennaio, subito dopo una nevicata, si ricordi che in montagna è consigliabile calzare un bel paio di scarponi anziché scarpe di tela; gli amici Renzo Ferrigato e Giuseppe Pellegrino ne sono tangibilmente convinti dopo aver sottoposto i loro piedi a questa esperienza.

Facezie a parte, continuiamo la nostra via oltrepassando il “Beo du Boscu” e le “Tassaiore” entrando nella fascia prativa. Il deterioramento del percorso si fa ancora più marcato, la natura stessa provvede in pochi decenni ad occultare l’intervento umano.

Riprendendo l’ascesa verso il crinale attraversiamo il vallone del “Beo da Costa” e l’omonima fascia settentrionale chiamata “Ubaghetto” per giungere al Passo del Maro.

La discesa verso la Pieve di San Nazario e Celso a Borgomaro ci viene gentilmente descritta da Giovanni Mela, quasi centenario contadino di Ville San Pietro e dai suoi nipoti, Mela Lorenzo e sua moglie Onorina Martini  “di Sbarruin”(patronimico di un segmento della famiglia Martini).

Mi piace sottolineare una concordanza tra Antonio Ghiglione e Giovanni Mela: ambedue non mancano di tenersi aggiornati sulla storia e sulle problematiche, anche attuali, della loro terra.

La mulattiera, dal Passo del Maro, prosegue in lenta discesa lungo il crinale oltrepassando la “Funtana Gianca” (sorgente) e la “Casella del Marchese”.

Dopo poche centinaia di metri giungiamo al “Poggio del Mezzogiorno”, orologio naturale per pastori e contadini, disposto sull’allineamento del sole al mezzogiorno. Al “Prau Rundu” (Prato rotondo) ci sovrasta la ferrea Croce Mermelina, eretta dalla comunità di Ville San Pietro per il “proprio percorso rogazionale”.

Davanti a noi vi è il monte Scuassi da dove, si suppone, sette secoli or sono giunsero gli uomini di Oneglia per abbattere il castello della Ruinata, ovvero di Carpasio.

Discendiamo verso Ville San Sebastiano lungo il “Poggio du Bancaà” (del falegname); questa dorsale che ci guida verso il sottostante paese prende nella fascia inferiore il simpatico toponimo di “Poggio du Cuccu”.

Continuiamo il nostro viaggio attraverso i campi delle “Funtane”, (sorgenti ad uso irriguo)  giungendo presso la Chiesa della Madonna della Neve.  A destra, si distacca la direttrice che collega la Valle del Maro, tramite la Costa Ronseglia ed il Passo delle Ville alla Valle di Prelà.

I passati legami politici ed amministrativi tra queste due valli assegnarono molte valenze a questa direttrice, vi è persino una fantasiosa tradizione che vorrebbe un collegamento sotterraneo diretto tra i rispettivi castelli del Maro e di Prelà.

Dopo l’attraversamento di Ville San Sebastiano riprendiamo la discesa lungo il poggio piegando leggermente a meridione sino a giungere sul sagrato della pieve del Maro.

Carpasio è ormai lontano; questa distanza ci fa riflettere su di una tradizione carpasina ricordata da Tunin de Maiè che vorrebbe giustificare l’attuale campanile “tronco e pendente”. Tunin ci dice che  i carpasini vollero imprudentemente elevarlo, sino a pregiudicare la sua stabilità, in modo tale da poter diffondere, con il suono delle campane, l’ultimo saluto sino alla Pieve del Maro: e’ ovvio che la tradizione “giustifica elegantemente” una situazione curiosa!

Descriviamo ora brevemente il secondo percorso che da Carpasio conduce alla pieve del Maro. Sino al Ponte della Confraria questa via coincide con la precedente, qui voltiamo a destra e dopo un breve tratto iniziamo a risalire il poggio che ospita il nucleo rurale di Case Villatalla.

Dopo una breve ma ripida salita detta “Munta’ de Sguersi” ed oltrepassato il “Bauzu a Vanno” (masso conformato come un vanno) raggiungiamo il Passo di Conio e la sottostante strada asfaltata.

Ora il sentiero si fa incerto e difficile, lo stesso Giovanni Mela è molto scettico  sul reale utilizzo di questo tratto. Discendendo poche centinaia di metri dalla rotabile giungiamo alla Fontana di Passo Cavallo ed alla roccia tabulare chiamata “a Posa de morti” posta presso i campi di Pian Rondello, limite superiore tra la fascia prativa ed il castagneto.

Continuiamo la discesa lungo il “Beo di Morti” che dalla confluenza con altri due rii laterali e dalle omonime case, prende la denominazione di “Vallun di Ciosi”.

Dopo l’attraversamento della rotabile, ormai inoltrati nell’areale ad olivicoltura intensiva, discendiamo lungo il vallone sino ai frantoi e mulini dei Maglio oltrepassando il rudere del “Gumbo dei Picchetti” anche detto degli “Sbarruin” (già citato patronimico dei Martini) dove ci attende un bel ponte. Ancora un breve tratto e la via giunge alle “Carchere”; vi sono due frantoi, uno dei Martini e l’altro dei Risso; continuiamo parallelamente al Torrente Impero lungo le campagne delle “Aime” e di “Ciabauda” incontrando presso il Rio Roverai i due ruderi da “Cà du Pinettu” giungendo

infine alla pieve di San Nazario e Celso, meta del nostro viaggio.

Durante la  sintetica descrizione di questo percorso Giovanni Mela intercalava precisazioni topografiche e toponomastiche a fatti di vita vissuta. Ricorda ad esempio che sua nonna gli insegnò a temere i punti d’incrocio tra due mulattiere: in questi luoghi si costruiva spesso una cappelletta per proteggersi da presenze magiche o diaboliche.

Ricorda  un fatto accaduto al frantoiano Bartolomeo Martino “dei Sbarruin”, un uomo che aveva “u gavazzo” (il gozzo). Provenendo una sera da Conio in questo luogo quando giunse in “Cian Castagneo” dove sentì uno scampanellio simile a quello prodotto dai sonagli delle mucche, si avvicinò interessato all’origine di quel suono essendo quelle terre di sua proprietà, ma subito si impaurì udendo anche strani suoni e musiche tanto da porsi al collo la corona del rosario. Quando giunse sul luogo vide alcuni uomini e donne i quali appena si resero conto della sua presenza lo respinsero malamente. Fra di loro vi era pure un autorevole personaggio vestito completamente di nero che scriveva, il quale ordinò a Bartolomeo di allontanarsi reputandosi fortunato dal possedere “quell’oggetto attorno al collo”. Il giorno seguente il frantoiano ritornò, accompagnato da altri, in quel luogo e fu sorpreso di non trovarvi più alcuna traccia del fuoco che ardeva la sera precedente. Giovanni Mela ci ricorda quanto fosse intrisa dalla presenza del soprannaturale la vita dei suoi avi portando ad esempio le arcaiche usanze della notte di San Giovanni confermando, ancora una volta, la tradizione apotropaica dei “ghignetti” sulle strutture murarie e sulle campane: il suono delle quali doveva allontanare le presenze malvagie. Lui stesso dono’ nel 1991 una campana alla chiesa di San Pietro in Vincoli (di Ville San Pietro) sulla quale volle la presenza di queste “testine”.

Note:

(1) – Banaudi D.- Carpasio Il Lungo Medioevo – Comune di Carpasio  1990

(2) – Mela A. – La Valle del Maro- Tip. S. Paolo – Chieti 1972

(3) – Nel 1424 venne eretta in parrocchia sotto il titolo di S.Antonio di Apamia distaccandosi dalla pieve dei Santi Nazario e Celso

Tratto da: Giampiero Laiolo, U Camin – Percorsi storici della Valle Argina, Pro Triora Editore, 1997

Allora? Che ne dite? Questi documenti sono una ricchezza. Non vedo l’ora di farvene conoscere tanti altri. La mia valle ha tantissima storia alle sue spalle che desidero condividere con voi. Vi aspetto alla prossima allora. Un abbraccio.

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14 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. melodiestonate
    Dic 05, 2012 @ 17:13:47

    brava topina mi è piaciuto

    Rispondi

  2. pani
    Dic 05, 2012 @ 21:21:42

    finalmente ho ritrovato la topina d’altri tempi, piena di U. Mi mancava un po’ 🙂

    Rispondi

  3. ideeintavola
    Dic 05, 2012 @ 22:54:58

    Bravissima Pigmy, ogni giorno ci stupisci sempre di più!! 😉

    Rispondi

  4. stravagaria
    Dic 06, 2012 @ 08:16:44

    Ciao cara, sono riuscita a fare un giro dalle tue parti e a leggermi questa bella passeggiata. Spero che tu non ti sia avventurata in questi giorni di gelo… Bacetti londinesi…ancora per poco 😉

    Rispondi

  5. silvano
    Dic 06, 2012 @ 12:19:31

    Questi scritti sono un condensato di storia e di vita vissuta dei nostri antenati .
    La passione di alcuni uomini illuminati come Giampiero Lajolo fa si che questo patrimonio non vada perso per sempre.
    Complimenti per il post.
    Ciao

    Rispondi

  6. relaxingcooking
    Dic 07, 2012 @ 01:04:13

    bellissimo post, brava. E non si finisce mai di imparare 🙂 !!!!

    Rispondi

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