I due fratellini ebrei e la generosità di Creppo

Nonna Desia, ormai lo sapete, è un contenitore inesauribile di racconti. Quel giorno andai da lei per farmi narrare una storia che conoscevo molto bene, tante volte me l’aveva raccontata con la sua voce antica ed è ancora una delle mie preferite dei luoghi in cui vivo.

Così eccomi lì, accovacciata ai piedi della lastra di ardesia conficcata nel terreno che io e le altre creature del bosco chiamavamo Nonna.

«Ah, ratin! Me fa ben au cœ che ti sêi chi cun mi! (Ah, topina! Mi fa bene al cuore vederti qui con me!)» sospirò guardandomi mentre sgranocchiavo delle tenere mandorle ancora verdi.

«Lo so, per questo sono qui, Nonna Desia. Avanti, raccontami la storia di Creppo! Devo scrivere un bell’articolo a tal proposito e vorrei essere sicura di non essermi dimenticata nessun particolare.»

Lei rise di gusto, con quella voce roca e flebile che suscitava un moto d’affetto in me: «I g’avei sèmpre cuita vui zueni, eh? (Sempre frettolosi voi giovani, eh?) E va bene, va bene, a ta cuntentu sciübitu (ti accontento subito), anche se con la memoria che hai e con tutte le volte che te l’ho raccontata sono sicura che la conosci ormai meglio di me. Correva l’anno 1940, ratin, uno degli anni più bui della storia umana. A quel tempo i tedeschi invasero il Belgio e una famigliola che lì abitava fuggì, trovando rifugio nella Francia meridionale. In questa famiglia c’erano due bambini. I se ciamavan… (Si chiamavano…)»

«Rolf e Marianne!» esclamai, per far vedere che ero preparata.

Se Nonna Desia avesse avuto le zampe e un corpo in carne e ossa, se le sarebbe portate sui fianchi con bonario disappunto: «Alantù, se ti a cianti de interumpe autrementi a nu a finisciu ciù! (Insomma, se la smetti di a interrompermi altrimenti non finisco più!) Fammi andare avanti, che lo sai che poi perdo il filo del discorso. Sta’ brava, alantù e senti chi (Sta’ buona, adesso, e ascolta).»

Mi ammutolii e mi lasciai rapire dalla sua voce, proprio come facevo quando ero cucciola.

«Rolf e Marianne, a dixevu (dicevo), erano due bambini, ma in fondo in quei tempi era impossibile comportarsi da tali. U se divegnia grandi de cursa, malaugüratamente (Si cresceva troppo in fretta, purtroppo), e così accadde anche a loro. I genitori dei due bimbi furono catturati dai nemici e portati ad Auschwitz. Rolf e Marianne, invece, furono tratti in salvo da un’anima buona, il signor Angelo Donati: infatti, erano ebrei e… be’, ti u sai ben che fin i l’averevan faitu, se i tedeschi i l’averessen trouvà. Poa gente, ratin! (Sai bene che fine avrebbero fatto, se i tedeschi li avessero trovati. Povera gente, topina!) Nella fuga giunsero in Costa Azzurra, dove dovettero abbandonare Angelo, anch’egli ebreo, ed essere affidati a un altro uomo buono e generoso di nome Francesco Moraldo, che allora era maggiordomo del signor Donati. Tale Francesco, chiamato anche François, era originario proprio di Creppo e decise di portare lì i bambini per nasconderli e salvarli dall’olocausto. A Creppo i poverini furono accolti in casa di Caterina Bracco e di suo marito, il signor Gio Batta Moraldo, meglio conosciuto come Bacì, che altri non era che il papà di François. François, Caterina e Bacì parlottarono per qualche minuto, ragionando sul da farsi, quando Rolf e Marianne furono accompagnati in un’altra casa: quella di Caterina e Bacì, infatti, era troppo piccola per ospitare due anime in più, ci voleva un posto più spazioso e fu trovato dalla sorella di François, Catìn, che soffriva di una malformazione all’anca che la faceva zoppicare, ma questo non le impediva di avere uno sguardo dolce e affettuoso che non mancò di rivolgere ai due nuovi arrivati. La giovane donna abitava con il marito e il loro unico figlio, Franco. La famigliola trovò loro una sistemazione in quella tipica casa di pietra della Valle Argentina.»

Le parole di Nonna Desia erano tali e quali a quelle che usava sempre. La storia dei bimbi di Creppo era ormai come una poesia per lei, la raccontava sempre uguale, senza variazioni, e io sapevo già quale parola avrebbe pronunciato, ancora prima che lei la dicesse. Tuttavia non la fermai, mi lasciai rapire dal suo racconto, trasportata in un’altra epoca, vicino a Rolf e Marianne.

«I due fratellini, beli fioei (bei bimbi), fecero fatica a comprendere il dialetto delle nostre montagne: venivano dalla Francia, non si poteva certo pretendere che conoscessero altri idiomi oltre al loro. Eppure, nonostante le sofferenze che avevano patito con la separazione forzata dai genitori, la loro pericolosa origine ebrea e le difficoltà, si ambientarono bene a Creppo. Furono accolti dalla popolazione del luogo, gli altri bambini e la gente tutta non li esclusero, ma al contrario li aiutarono a integrarsi, proteggendoli cumme i fan e prie di müri cu u teren e-e raixi di-i erburi (come fanno i sassi dei muretti a secco con il terreno e le radici degli alberi.)»

Era una similitudine che mi apriva sempre il cuore, quella. Nonna Desia aveva ragione sul conto dei miei convallesi, gente dura e aspra come la terra che lavorava, ma leale, forte e coraggiosa.

«Tutti sapevano che, se i tedeschi avessero scoperto l’identità dei due fratelli, tutti ne avrebbero pagato le terribili conseguenze. Così cambiarono i loro nomi stranieri di battesimo, che avrebbero destato molti sospetti in un villaggio dell’entroterra ligure, e da quel momento furono italianizzati in Rodolfo e Marianna. I mesi trascorsero in tranquillità e Rolf e Marianne impararono i ritmi della vita quotidiana degli abitanti di Creppo e ne appresero il linguaggio. Durante la giornata aiutavano Bacì e Caterina nei lavori domestici e campestri. Marianne aiutava anche a raccogliere il legname che sarebbe servito alla sopravvivenza del paese durante i mesi più freddi. Quanto a Rolf, se c’era una cosa che proprio non gli piaceva era togliere il letame del gregge dalla stalla…» La risata di Nonna Desia invase la radura, riecheggiando sugli alberi che ne segnavano il confine. «Pouru stelin, u nu l’ea vezzu a ch’ellu-udù, ma u gh’ea carcosa de ciù fetente da fetensia du leame… (Povera stella, non era abituato a quella puzza! Ma c’era qualcosa di assai peggiore del fetore del letame…) Qualche volta Rolf e Marianne si soffermavano a pensare ai loro genitori. Gli mancavano, e allora il magone stringeva loro la gola, ma poi ricordavano la loro fortuna nell’aver trovato della gente meravigliosa, disposta ad aiutarli e proteggerli, e allora il sorriso tornava a illuminare le loro labbra. A Creppo, insieme a Catìn e alla sua famiglia, vivevano momenti spensierati, qualche volta la loro vita somigliava a quanto di più simile ci fosse alla parola “normale”, ma poi la guerra tornava a fare paura, mettendo a tacere le risate e facendo preoccupare per gli affetti, come quando giunse a casa della brava Catìn la polizia tedesca…»

La coda e i baffi mi tremavano sempre in quel punto della storia. Trattenni ancora una volta un gemito e un’esclamazione, permettendo a Nonna Desia di andare avanti senza interruzioni.

«La perquisirono e chiesero a Catìn di chi fossero i bambini che si trovavano sotto il suo tetto, insieme ad altre domande. Catìn fu ferma nelle sue risposte e riuscì a convincere i nazisti che quelli erano tutti figli suoi. I tedeschi alla fine se ne andarono e tutti tirarono un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Rolf e Marianne erano grati a Catìn per tutto quello che faceva per loro, rischiando la sua stessa vita e sacrificandosi per il bene di quelli che, ormai, erano diventati come due veri figli per lei e suo marito. Dopo tanti patimenti e sofferenze, un giorno la campana della chiesa di Creppo suonò a festa: la guerra era finita, finalmente, e tutto il borgo era allegro e gioioso. I crepaoli (abitanti di Creppo) avevano dimostrato l’importanza dell’amore e che è possibile volersi bene, anche quando non si è fratelli o non si nasce nello stesso paese o sotto la stessa bandiera. Rolf e Marianne restarono a Creppo dal settembre 1943 all’aprile 1945, poi François li ricondusse da Angelo Donati, che decise di adottarli. Riacquistarono i loro nomi di battesimo con un’aggiunta importante, Rolf e Marianne Spier-Donati, e non dimenticarono mai la generosità di Creppo e l’amore che lì avevano trovato.»

Quello che Nonna Desia non mi raccontò, ma che scoprii da me, è che nel 1999, molto tempo dopo le vicende di cui lei si faceva sempre portavoce quando glielo chiedevo, Francesco Donati – François – ricevette l’alta onorificenza di Giusto fra le Nazioni dall’istituto Yad Vashem di Gerusalemme in una cerimonia a cui presenziò anche  l’allora sindaco di Triora, insieme al Rappresentante dell’Ambasciata d’Israele.

Nel libro “Ritorno a Erfurt” della scrittrice Olga Tarcali si legge inoltre questo estratto, riportato su una lapide di Creppo a ricordo dei fatti accaduti:

Sapevano che eravamo dei bambini nascosti. Conoscevano il nome di chi ci proteggeva nonché, beninteso, che ciò era rigorosamente segreto. E mai nessuno di quei contadini ci aveva tradito, mai, a rischio delle loro vite e di quelle dei loro familiari. Nessuno aveva trasgredito la ferrea legge di ospitalità degli umili, la grandezza d’animo dei montanari, la silenziosa fierezza della gente semplice. Sebbene fossero poveri, senza mezzi, privi di ogni comodità; sebbene conducessero una vita rozza e austera, un’esistenza aspra e difficile, dettero prova di grande nobiltà d’animo. Essi possedevano l’antico istinto di ciò che si deve e di ciò che non si deve fare.

Questa bella storia, inoltre, è riportata anche in un bellissimo cortometraggio che consiglio a tutti voi topi di vedere, un video realizzato nel 2015 dalla scuola primaria statale P. Ferraironi di Triora e con la partecipazione della locale scuola dell’infanzia, una produzione che ha vinto diversi riconoscimenti.

Con questi bei ricordi e questa storia vera di amore, amicizia, generosità e fratellanza io vi saluto, topi.

Un bacio commosso a tutti!

Dal Pin a Creppo seguendo Rio Infernetto

Rio Infernetto è un ruscello che rotola giù per il Monte Gerbonte andandosi poi ad unire con il Torrente Argentina nei pressi di Drondo, antico e minuscolo abitato di un tempo, nei dintorni di Creppo.

Oggi percorriamo più o meno la sua strada, incontrandolo di tanto in tanto sul nostro cammino, ma costantemente accompagnati dalla sua voce vivace.
Decidiamo infatti di vivere il Gerbonte e i suoi magnifici boschi andando in discesa, verso valle, partendo dal Pin, località dell’Alta Valle Argentina situata sopra Borniga, per arrivare fino al paese di Creppo vicino al ponte di Loreto.
Ci serviranno circa due ore di cammino o anche di più se si è appassionati, come me, di fotografia e di osservazione.
Si inizia questo meraviglioso percorso da un sentiero scavato tra le rocce nude dove la vegetazione, accanto alle nostre zampe, scarseggia.
Un sentiero che vi avevo fatto conoscere qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/05/15/alla-conquista-del-monte-gerbonte/ e che, come ripeto, è adatto a chi è esperto vista la mancata protezione a valle, il profondo dirupo sul quale sorge e il suo essere molto stretto in alcuni punti.
Un sentiero un po’ ostico ma preludio di un bosco fatato che diventa, a metà percorso, una via comoda, pianeggiante, larga e morbida. È la via che ci condurrà a destinazione.
Si esce, pertanto, dai bastioni rocciosi – porte imponenti di questo castello incantato – che prima abbiamo visto dall’alto e adesso invece attraversiamo, e ci si inoltra in un bosco vissuto soprattutto da faggi incredibilmente grandi e contorti, bizzarri, fiabeschi.
I loro tronchi assumono varie forme e ci si chiede come abbiano potuto addirittura dividersi per poi riunirsi in quello che è più di un abbraccio eterno. Attraverso loro si possono facilmente immaginare figure, cose, mondi… mondi impenetrabili ma che ci concedono il passaggio come se fossimo dei prescelti. Non sto esagerando, ci si sente davvero fortunati e tutta quella maestosità, nella quiete di quel creato, permette di sentirsi particolarmente appagati e felici.
Guardandosi indietro si vede il territorio più brullo che abbiamo oltrepassato e, da qui, sembra più florido potendo vedere di lui anche la parte retrostante sopra Borniga, l’incantevole villaggio.
Rimanendo su questa comoda strada si scorgono anche prati all’ombra di faggi più giovani e di noccioli.
Risulta ovvio immaginare Caprioli brucare quel verde vivo nascosti tra i rami e l’erba alta. All’imbrunire, in quelle radure così magiche, sono certa che qualche strega arriva a danzare attorno a quegli alberi connettendosi a Madre Natura.
Caprioli però non ne ho visti, in compenso, non mi sono mancati i simpatici Camosci che, con il loro sguardo languido e il muso un po’ inclinato, osservano incuriositi mantenendo la distanza.
Anche più varietà di fiori iniziano a fare capolino e, tra questi, la pigra Lavanda che ancora non ne vuol sapere di sbocciare la si nota con il suo verde spento e argenteo. Il Timo, invece, tronfio e pomposo, si presenta vittorioso e lilla sulle pietre aride.
Solo il muschio si presenta ovunque, nemmeno fosse prezzemolo. Le sue mille sfumature ricoprono come arazzi di velluto la strada, le rocce e il legno degli alberi.
Continuando a scendere, ogni curva riserva una sorpresa. Ogni tornate si apre su un palcoscenico diverso da quello precedente: la pietraia, la brughiera, la gola di ginestre, la distesa d’erba, la macchia più fitta.
Tra queste pietre, d’estate, non manca certo la presenza di alcuni rettili. Da una di queste aperture si vedono bene Creppo e il ponte di Loreto. Così piccini da quassù! Abbiamo ancora tanto da camminare.
Più in giù, quando si giunge al ponte di Drondo e alla fine di Rio Infernetto, che qui forma un piccolo lago stupendo, un tempo vidi persino una biscia d’acqua spaparanzata sopra ad uno scoglio.
Oggi invece sono i gerridi a mostrarsi allegri, piccoli ragni d’acqua molto presenti lungo tutto il Torrente Argentina.
Prima di arrivare all’acqua, però, si passa attraverso i ruderi di Case Costa, una borgata che assieme a Case Drondo e Case Bruzzi formava piccolissime frazioni attorno al paese nostra meta.
Come ho detto, ora sono solo ruderi e muri a secco ma trasformano il paesaggio ulteriormente.
Il ponte che ci permette di attraversare quello che è diventato il Torrente Argentina, nel quale Rio Infernetto si unisce, è piccolo e in pietra. Bellissimo. Intimo.
Circondato da un verde che più verde non si può. Accanto a lui una piccola edicola contenente la statua di una Madonnina e, da qui, inizia un altro ombroso sentiero, classificato “sentiero n°9”, più breve di quello che abbiamo appena percorso, questa volta in salita, ed è spettacolare.
Spettacolare perché si passa sotto a Castagni secolari enormi. Magnifici. Si sente il desiderio di inchinarsi al loro cospetto. Sembrano dei Re immobili che, silenziosi, osservano il procedere di quella vita naturale.
La loro grandezza ti fa sentire piccino ma sanno di buono e di saggezza.
Dopo aver preso un po’ di sole, scendendo, ora ci stiamo rinfrescando sotto la loro larga chioma. L’ambiente appare più cupo e umido.
Solo qualche sprazzo di giallo lo colora e ancora si sente il cantare dell’acqua che fin qui ci ha accompagnato.
Adesso va via, verso fine Valle, mentre noi saliamo ancora raggiungendo l’asfalto, Creppo e la topomobile. Soddisfatti e pieni di energia.
Ho appena vissuto un’altra avventura splendida.
Un bacio secolare a voi!

U Ciottu de e Giaie – l’acqua dell’Alta Valle Argentina

Oggi andiamo in un punto abbastanza conosciuto della Valle Argentina e si tratta di un luogo importante che si trova sopra al paese di Triora.

Un luogo conosciuto sì, ma forse non tutti sanno che si chiama così. Almeno per noi.

Andiamo dove molti ruscelli prendono vita, dove fonti sgorgano, dove i ghiacci si sciolgono, dove gocce iniziano percorsi e cascatelle si tuffano vivaci… insomma, dove l’acqua è la protagonista. Un’acqua che, in mille modi diversi, va poi a formare e incrementare il nostro Torrente Argentina.

U Ciottu de e Giaie, nome dialettale, significa “Conca dei torrenti” (“conca” intesa come depressione) e non è certo difficile sentire gocciolii ovunque che accompagnano il mio cammino.

Questa zona è splendida da conoscere attraverso passeggiate che arricchiscono la mente e il cuore. Come anche altre zone della mia Valle è bella in qualsiasi stagione.

Regala varie tonalità di verde, dal cupo allo smeraldo, in estate, e si ricopre di bianco quando arriva l’inverno che quasi soffoca, con il suo dolce peso, i ciuffi d’erba dei pascoli.

Sono al Passo della Guardia e mi dirigo verso il Colle del Garezzo e il suo tunnel. U Ciottu de e Giaie si trova nei pressi del Monte Frontè (2153 mt) al di sotto della strada che percorro. Il Monte Frontè, con la sua Madonnina, è una delle cime più alte di tutta la Liguria e mi permette di ammirare un panorama bellissimo che amo molto.

Si possono vedere le cime dei monti più verdi, alcuni più dolci, altri più aguzzi, mentre, dietro di me, ci sono quelli più aspri con le loro falesie taglienti, rocce umide e qualche fiore.

Più sotto, la croce di Goina che osserva la gola della Valle e tutto U Zimùn del dente roccioso che la ospita (Zimùn da Zima, cioè “Cima” nel nostro dialetto).

La strada è sterrata, aperta, e si può percorrere anche in auto ma se si viene a piedi, d’estate, è consigliabile l’uso di una crema solare e acqua da bere. I raggi del sole, qui, abbagliano ogni cosa.

E’ naturalmente sconsigliabile percorrerla in auto durante il periodo invernale. Le slavine, il ghiaccio e la mancanza di protezione a valle, la rendono molto pericolosa. In certi tratti, non si possono oltrepassare i cumuli di neve che si formano neanche a piedi. Ci sono punti in cui sembra un falsopiano ma è per lo più una delicata salita.

Sottostrada, poco più avanti, si vedono i ricoveri dei pastori che durante la bella stagione portano il loro gregge a pascolare e sono invidiabilmente circondati da una natura incontaminata.

Questo percorso provinciale, che continuandolo permette di raggiungere anche Monesi e il Monte Saccarello, e quindi la Valle Arroscia di conseguenza, è stato creato dagli Alpini e s’interseca con altre Strade Marenche verso il Piemonte e la Francia. Tale strada viene infatti definita ex rotabile militare a fondo naturale. Allargata, in certi tratti, nel dopoguerra.

È facile vedere rapaci e camosci in questi luoghi tranquilli dove Madre Terra è adatta a loro e, in tarda primavera, qui, iniziano a svegliarsi anche le marmotte.

Possiamo considerarlo anche questo un luogo magico. Mi direte che sono retorica ma così è.

Il silenzio è profondo e pieno e tutto intorno aleggia un’atmosfera fresca, pulita e ricca, che riempie l’anima.

Beh, si sa, in fondo, acqua e sole formano la vita e qui, la vita, si percepisce tantissimo.

Una cascata di baci a voi!

Il coraggio e l’unione della Valle – Un racconto sulla diga

Topi, della diga tra Glori e Badalucco ho già parlato molto qui sul blog, soprattutto in questo articolo https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2011/10/17/no-alla-diga/ ma oggi voglio riportarvi un racconto nuovo.

Sapete bene, ormai, che la mia è una Valle che ha ispirato e continua a ispirare scrittori. Ho avuto il piacere di conoscere Anna Maria Acquista e Maddalena Garibaldi, autrici del libro “A Riva Ligure… tra ricordi e sapori di un tempo”. In questo testo hanno parlato anche della Valle Argentina e, in particolare, della diga. La loro è una raccolta di episodi realmente accaduti, scritti con l’intento di tramandarli nel tempo alle nuove generazioni e suscitare ricordi nelle generazioni passate, ecco perché oggi mi ritrovo qui a riportare le loro parole. Nel loro testo potete trovare anche alcune ricette tradizionali dei luoghi di cui vi parlo spesso, come lo stoccafisso alla Baaucogna e la Sardenaira, per cui è un libro davvero simpatico da portarsi in tana.

A Riva Ligure - Maddalena Garibaldi e Anna Maria Acquista

Ma adesso, topi, eccovi qui il loro racconto di un episodio emblematico che ha coinvolto e unito sotto la stessa causa paesi di mare e di montagna come non era mai accaduto prima di allora: anche questa è Valle Argentina!

… Era veramente cominciata nel 1963.

«Oh, che vento freddo oggi, questo novembre su preannuncia rigido, proprio come ho sentito al notiziario» pensierosa dall’alto della collina, la nostra Quercia ripensa a quelle poche parole udite alla radio: “Disordini in Valle Argentina”.

I suoi pensieri vengono interrotti da un insolito trambusto: «Cos’è tutto questo vociare, stamattina? Non sembra il solito chiacchiericcio di chi va al mercato dei fiori».

Una voce più alta delle altre le giunge stridula: «Sciù Scindicu, cume a lè andaita vei a Baauccu? (Signor Sindaco, com’è andata ieri a Badalucco?)».

La voce è quella di Gancetto di Prai, che si rivolge all’amico Bruno, Sindaco di Riva Ligure, che in quel momento attraversa la piazza brandendo trionfante il giornale “L’Eco della Riviera” con le ultime notizie.

«Sentita qua» dice Bruno. «Siamo finiti sulla stampa nazionale» ed euforico commenta al capannello che attorno a lui di sta formando: «Sentite che titolone: “Sospesi i lavori per la diga di Glori”. E’ stata dura, ma ce l’abbiamo fatta… calmi, vi leggo tutto l’articolo.»

Pochi erano quelli che sapevano leggere, ma tutti ascoltavano con attenzione. E Bruno, fiero, inizia la lettura: “E’ bella la Valle Argentina, in questo martedì d’autunno.Le foglie degli alberi con i colori gialli e rossi, che tanto piacquero a Francesco Pastonchi, vivificano il paesaggio, lo rendono variopinto, palpitante, attraente come un quadro d’autore entro una cornice dorata…

Verrebbe voglia di fermarsi serenamente, ma purtroppo il tempo stringe e bisogna correre veloci sull’asfalto bagnato, salendo di tornante in tornante verso la diga, dove migliaia di persone sono radunate per manifestare contro la mancata sospensione dei lavori.” Avete ascoltato che belle parole? Ma la battaglia deve ancora cominciare.» dice Bruno. «Sapete che da quattro anni è in atto questa lotta, uniti ai valligiani contro la costruzione di una diga altamente pericolosa per i nostri paesi. Ora siamo compatti nell’intercomitato anti diga ancor più dopo la catastrofe del Vajont»

No alla diga - A Riva Ligure - Anna Maria Acquista e Maddalena Garibaldi

Mentre Bruno riprende fiato, Gabriele è lì tra i contadini, attento, ascolta, poi alza la mano: «Scusa Sindaco, cos’è ‘sto Vajont?».

Bruno si ferma e spiega: «Quel disastro enorme che è successo il 9 ottobre di quest’anno. Tonnellate d’acqua della diga del Vajont sono piombate sulla gente del paese di Longarone, distruggendo ogni cosa. Ben più di duemila persone spazzate via dalla furia delle acque. Noi non vogliamo fare la stessa fine.»

«Ci avete ragione, Bruno» grida Gabriele con tutto il fiato che ha in corpo. «Giusto, andate avanti, è una battaglia da combattere fino in fondo.»

Segue un coro: «Siamo tutti con voi!»

Il sindaco, accalorato dall’interesse dei suoi concittadini, prosegue il racconto: «Ieri è stato il giorno decisivo, con lo sciopero generale: tutti i negozi, le scuole, gli uffici chiusi, anche il prete di Badalucco… tutti uniti a dimostrare il grido di LA DIGA NON S’HA DA FARE, pronti a morire per questo, per l’avvenire della nostra Valle e dei nostri figli.»

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Bruno legge a voce sempre più alta per farsi ascoltare dalla gente che, sempre più numerosa, si avvicina.

«Più di quattromila persone e io ero là con loro. Pacifici, ma decisi, i dimostranti non si sono fermati neanche all’arrivo degli agenti in completo assetto da guerra, giunti da Genova per l’occasione. I valligiani, per niente intimoriti, hanno continuato l’assedio.»

La lettura dell’articolo viene interrotta da un applauso. Poi Bruno riprende: «Noi sindaci abbiamo comprato chili di pane da distribuire a tutti i dimostranti e alle loro famiglie ormai isolate dalle barricate e sfiancate dalla stanchezza di notti insonni. Da ben quattro anni opponevano resistenza sul campo per impedire il proseguimento dei lavori. Erano giunti persino a compiere attentanti dinamitardi. Ora, finalmente, forti del coinvolgimento di tutti i paesi della montagna e del mare, urlavano a gran voce la loro rabbia, quando da un megafono giunse l’ordine da Roma di sospendere subito i lavori. La battaglia era vinta. Le urla di gioia riecheggiavano in tutta la valle.»

Terminata la lettura dell’articolo, un applauso spontaneo scoppia tra i presenti, che sempre più numerosi gridano: «Evviva il nostro sindaco, bravo Bruno!».

Dal folto del gruppo alcuni si avvicinano al primo cittadino e battendogli pacche sulle spalle ribadiscono la loro gioia: «Bravo, Bruno: tu eri lassù, eri in prima fila con i dimostranti, hai combattuto anche per le nostre famiglie. Ci hai salvato da un pericolo che pendeva sulle nostre teste. Grazie a te, ora possiamo dormire sonni tranquilli.»

Bruno, inorgoglito da tanto fervore, sorride e stringe mani, felice che per la prima volta la cooperazione abbia portato risultati fino ad allora insperati.

Il progetto della diga fu definitivamente abbandonato e il nostro territorio salvato dallo stravolgimento.

Il pericolo fu per sempre scongiurato.

E vissero tutti felici e contenti!

torrente Argentina

Ringrazio Anna Maria e Maddalena per avermi permesso di riportare il loro racconto in questo articolo, io vi saluto e vado a zampettare all’asciutto per voi!

Squit!

Un verde che più verde non si può!

Topi, ve ne sarete accorti anche voi, ormai: la Valle Argentina si è tinta di un colore stupendo che rimanda all’abbondanza e alla rinascita della Natura tutta.

In questa stagione, quando la Primavera è ormai in discesa e cede sempre più il passo all’Estate, ecco che la tavolozza della Valle assume tutte le sfumature delle tinte smeraldo.

torrente Argentina Badalucco

Verde è l’acqua del torrente Argentina e dei suoi affluenti.

Verdi sono i monti e i prati e gli alberi.

valle argentina strada di sotto

Verde è la Natura in tutto il suo più rigoglioso splendore.

Ogni cosa intorno a noi viandanti di sentieri appare rinnovato, gonfio di vita e pieno di energia.

Il colore di cui è vestita la Valle, dal Saccarello al Mar Ligure, è sinonimo di equilibrio, armonia. Tutte doti di cui possiamo riempirci gli occhi e, attraverso di essi, lasciare che penetrino in noi e ci riempiano. I colori sono importanti, topi! Non per niente esiste la cromoterapia come strumento aggiuntivo utile alla guarigione di alcune patologie.

foce torrente Argentina Arma di Taggia

Quello di questo periodo è un verde che talvolta pare brillare di luce propria, è vivo, splendente, pulsante. A guardarlo, infonde calma e pace, ci permette di respirare più profondamente lasciando andare le preoccupazioni della giornata. E’ utile soprattutto ai topi di città per alleviare lo stress. D’altra parte, in luoghi belli e smeraldini come quelli offerti dalla mia Valle lo stress non è ammesso. L’abito verde dei monti, dei prati e delle fronde di questo periodo stimola il sistema nervoso, svolgendo su di esso una benefica azione calmante. Madre Natura ha pensato a ogni cura per tutte le sue creature, come potete vedere!

Valle Argentina strada di sotto2 - Glori

Ma il verde è anche il colore dell’amore incondizionato e della compassione, associato al cuore e alla sua apertura verso l’altro e il mondo.

Mette buon umore, già solo a riempirsi gli occhi di questo colore le labbra si distendono, le sopracciglia si rilassano e con esse tutti i muscoli del viso. E intanto si respira più a fondo, portando i suoi effetti benefici a tutte le cellule dell’organismo.

torrente Argentina strada di sotto

Fa assai bene anche per chi si diletta nell’arte, poiché stimola la creatività. Costituisce una vera e propria ricarica energetica, nonché un rimedio per l’ansia e la rabbia.

Insomma, topi, il verde è davvero prezioso e farne scorta con lo sguardo è assai facile in questo periodo.

Torno a zampettare per voi e intanto vi saluto. Un bacio di smeraldo per tutti voi!

Alla conquista del Monte Gerbonte

Oggi Topi andiamo a conquistare la cima di Monte Gerbonte!

Suvvia… si scherza! Mica si può conquistare una creazione tanto austera. Ma “conquistare”, come sapete, si può dire per indicare l’avercela fatta e… quando si tratta di certe fatiche… ci sta! E con orgoglio!

Beh, proprio “fatiche”, se devo essere sincera, forse no, ma è sicuramente un trekking impegnativo soprattutto per chi non è abituato a camminare molto. Si sale infatti fino a 1727 mt s.l.m. e, in vetta al monte, ci si può arrivare da diverse parti cambiando così la difficoltà del dislivello.

Noi partiamo dal Pin, sopra a Borniga. Da 1500 mt circa quindi. Siamo altissimi. Il burrone sul quale si zampetta fa venire i brividi se si soffre di vertigini, altrimenti è puro entusiasmo.

Secondo le altitudini, da qui, il dislivello pare poco, all’incirca 250 mt, ma occorre contare che, prima della grande salita, si scende, fino a Rio Infernetto e quindi i metri raddoppiano se non di più.

Il percorso, fin dal suo inizio, appare stupendo. Il primo tratto, però, è sconsigliato. Troppo pericoloso.

Lo stretto sentiero, scavato nelle rocce, è a ridosso di un alto burrone e anche se gli occhi godono di vedute spettacolari è bene che solo topi o camminatori esperti ci vadano.

La natura appare aspra e selvaggia. Cruda.

Enormi e austeri i bastioni rocciosi, davanti alle “Porte” della foresta, sembrano il portale di altri mondi. Il verde che riempie lo sguardo non è vicino a noi. Noi siamo su rocce asciutte, grigie come perle, dove solo il pallido color militare del Timo e della Lavanda, non ancora fioriti, si permette di sbucare tra una pietra e l’altra.

Il Semprevivo gode in quella aridità, non ama molto l’acqua e i rapaci, come Gheppi e Poiane, che sorvolano quelle guglie nude, trasportano in un tempo antico di cow boys e nativi americani.

L’orogenesi, qui, ha creato qualcosa di una bellezza indescrivibile avvenuta tra gli 80 e i 40 milioni di anni fa attraverso la collisione dei paleocontinenti (oggi Europa e Asia) e il loro avvicinamento. Deformazioni stratificate presentano particolarità ambientali uniche e, sicuramente, facendo attenzione, non è difficile rinvenire fossili oceanici.

Non dobbiamo percorrere molta strada per vedere, all’improvviso, un cambio totale del territorio.

Penetriamo ora nella Foresta, tra quei larici e quegli abeti ammassati tra loro, che non permettono al sole di entrare. Scrivo Foresta con la F maiuscola perché, per noi della Valle Argentina, quella è la Foresta.

La nota Foresta del Gerbonte. Vi ricordate quando vi ci portai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/07/25/la-foresta-di-gerbonte/ ? Ma oggi vedremo altre cose e arriveremo fin sul cucuzzolo di questa cara montagna.

Camminiamo sul tappeto di aghi ed è il Picchio Nero, ora, a tenerci compagnia col suo – Tuc! Tuc! Tuc! – contro i tronchi degli alberi.

Guardate come riduce i fusti alla ricerca di larve e insetti per nutrirsi. Pieni di buchi come colabrodo. Non ha tregua. Picchietta in continuazione. Ho scoperto, vedendolo in volo, che non è piccolo per niente. Lo immaginavo di dimensioni più ridotte, invece è più grande di un Corvo.

Giunti al Rio Infernetto si comincia a salire tra rocce ricoperte di Primule Marginate che cadono a cascata e sono una meraviglia. Il bosco diventa bluette e si vive una favola.

Anche l’Hepatica Nobilis favorisce svariati toni di blu, ma dipingendo il suolo, quindi, potete immaginare la bellezza. Con sguardo attento però si notato moltissime varietà di flora. Una flora timida che manifesta umiltà pur non avendo nulla da invidiare ad altri fiori.

Il rumore dell’acqua lo si percepisce scendere anche attraverso i grandi massi.

Tra loro, in una grotta, è stata collocata una Madonnina e, in questo punto di riposo, siamo a 1290 mt. s.l.m.

Stille d’acqua ghiacciata colpiscono ragnatele un tempo dimore di qualche aracnide e che ora penzolano, prive di vita, abbandonate al vento.

Ora arriva il bello, eccoci giunti alle “Porte del Gerbonte”. Monte simbolo della mia Valle. Le sensazioni che dona sono davvero strane: mentre ti senti piccolo piccolo al suo cospetto, riesci anche a sentirti immenso e in cima al mondo grazie al panorama che dona.

Proteggendoti da dietro con i suoi alberi secolari e monumentali, la Foresta Demaniale Regionale del Gerbonte, formata da: abeti, larici e faggi, ti offre sul davanti un’apertura che illumina lo sguardo.

Un punto panoramico sulla vetta permette infatti di vedere ancora più a Ovest del Saccarello, dove le Alpi Francesi mostrano la catena del Tanarello e punta Missun e, invece, a Est, sotto alle Alpi Liguri che fan da cornice, giacciono pacifiche le borgate distese nella vallata.

Il punto che vogliamo raggiungere è la piccola Caserma, chiamata – Casermetta Lokar –, in quanto dedicata al Vice Brigadiere Vincenzo Lokar che perse la vita, in questo luogo, nel 1953. Qui la neve non molla. Perdura resistente.

Per arrivare a questo rifugio si cammina su un comodo e largo sentiero in mezzo al bosco. Nel tratto di alberi, ritti come soldatini, mi accompagna un Fringuello che di farsi fotografare proprio non ne vuol sapere. Dopo avermi dato il suo fondoschiena piumato, diverse volte, mi grazia voltandosi di poco e mi concede il suo profilo. È velocissimo. Io sono lenta con la macchina fotografica ma lui è velocissimo davvero.

Poco prima della Caserma un ampio prato di orchidee selvatiche, anemoni, crocus ed erba ingiallita dall’inverno, offre cibo a Camosci e Caprioli.

Ed eccola, infine, la meta tanto attesa. La piccola casetta che guarda tutta la valle protetta da una Madonna con in braccio il Bambin Gesù. Una copertura di pietra e cemento e una solida croce rendono anche lei emblema del luogo.

Si gode di aria pura e di un panorama bellissimo. Triora e Andagna si vedono bene da qui e, ora sì, che c’è verde ovunque.

Abbiamo conquistato il Gerbonte per davvero. Lo abbiamo vissuto, letto, osservato, amato e conosciuto. Quante cose ci ha raccontato, ma non posso svelarvi tutto in un solo articolo.

Vi aspetto per la prossima passeggiata tra questi alberi secolari e queste atmosfere persino mistiche, non scappate.

Un bacio selvatico a voi.

Sul sentiero Parvaglione attraversando ruscelli

Il bellissimo sentiero che percorriamo oggi, lo facciamo a scendere, partendo dalla Casermetta Lokar, situata a 1700 mt s.l.m., in cima al Monte Gerbonte per arrivare al Pin, appena sopra Borniga.

Chiamato “Sentiero Parvaglione o dei Paravaglioni” ma più conosciuto come “Sentiero degli Alberi Monumentali” deve il suo nome ad una caratteristica etimologia che riguarda le Farfalle. Parvaiui, infatti, in dialetto, significa Farfalloni e ci sono momenti in cui, alcune zone di questo luogo incantato, si riempiono di meravigliose Farfalle di tutti i colori. E’ tipica la frase che da noi si dice quando nevica – I càa parpiiui de neve – (scendono farfalle di neve/grandi fiocchi).

Ma questo nome nasconde ben altro, di ancora più affascinante, preso anche dal termine francese Papillon (Farfalla) in una terra dove un tempo le lingue del francese e dell’italiano si mescolavano spesso, formando sovente ulteriori dialetti o lingue a sé come ad esempio l’Occitano. E qui siamo proprio sul confine, non per niente si possono ammirare, ad Ovest del Monte Saccarello e delle Alpi Liguri dove siamo, la Catena del Tanarello e Punta Missun che appartengono, oggi, alla Francia.

Come vi dicevo, il fascino di questo termine è dato soprattutto dalla Dea Parvati o “Figlia della Montagna” (una meraviglia), simbolo di fertilità, amore e devozione, nonché espressione di energia e potere creativo. Vi ho sempre detto che la Farfalla è simbolo di Rinascita e qui ne abbiamo un’ulteriore prova.

Qui dove Madre Terra partorisce una natura selvaggia che occorre assolutamente rispettare.

Osserviamo però anche l’altra dicitura: Sentiero degli Alberi Monumentali. E lo credo bene. I Larici, gli Abeti e i Faggi che costituiscono un ambiente unico nel suo genere, sono davvero splendidi e maestosi. Un tempo venivano tagliati per avere la legna ed è spettacolare notare, dove adesso è rimasta la vecchia cappaia, una nuova vita crescere. Piccoli alberelli teneri teneri, fioriscono dall’anziano tronco e con una punta di albagia spiccano verso l’alto, senza temere gli enormi fratelli. Tra molto tempo saranno proprio come loro.

Forte era la richiesta di legname durante i due periodi bellici più importanti della storia e, questa foresta, venne ripopolata velocemente, dopo studi dettagliati, di nuove piante. Fortunatamente, alcuni fusti, a causa della loro irregolarità o della loro consistenza considerata non idonea, vennero lasciati e oggi sono testimonianza di un mondo vetusto, che perdura da secoli e che può raccontare molto di un ambiente ancora poco conosciuto.

Gli alberi che consideriamo giovani, sono anch’essi altissimi e rigorosi. In un Faggio che offre riparo, qualcuno dall’animo artistico, ha posizionato una piccola pietra con due occhietti. Sembra un allocco in tana.

I piccoli alberelli di cui vi accennavo poc’anzi, sono morbidi e flessibili. Rispetto ai grandi, il loro verde è più acceso, più vivace, sono meno seriosi ovviamente, data la loro giovane età. I Larici invece, ancora arsi dal freddo invernale, appaiono cupi e spenti ma comunque bellissimi. I Faggi devono ancora mostrare il meglio di sé, mentre gli Abeti, donano un tocco di colore cupo che suggestiona. Si distinguono l’Abete Rosso e quello Bianco. Qualche Sorbo colora quella solennità.

E’ facilissimo, in questo ambiente di alberi secolari, di morbido sottobosco e di neve ancora presente, immaginare gli occhi d’ambra di Lupo spuntare all’improvviso da dietro un tronco. Proprio così, siamo nella terra dei Lupi e non serve saperlo, lo si percepisce. Lo si visualizza senza alcuna difficoltà. Quello è il suo regno.

Aspettando il suo arrivo ammiro quei tronchi. Alcuni sono sagome strane, forme bizzarre e attraenti. Un muschio di velluto li ricopre. Il verde è vivo, deciso, appariscente. Pettinato sul via vai delle rughe di legno. Mi chiedo se dobbiamo essere noi a paragonare queste bellezze a quelle celtiche, o se un irlandese le notasse probabilmente inizierebbe a dire nella sua terra natia << Proprio come quelle dell’Alta Valle Argentina >>. E poi… fate e folletti e gnomi, tra primule e anemoni.

Bombi e formiche vivono quei luoghi per nulla disturbati dal nostro camminare.

Si scende. Alcune zone sono leggermente impegnative. L’attraversamento di diversi ruscelli richiede attenzione, anche se basta un solo passo per giungere dall’altra parte. Che bello essere una topina femmina! I maschietti ti dan la zampa… et voilà! Ti ritrovi sul lato opposto del rio.

Siamo quasi a maggio. In questo periodo la neve è ancora parecchia ma inizia a sciogliersi, quindi risulta morbida e scivolosa. Un bel paio di scarponi adatti sono quello che ci vuole. Anche impermeabili ovviamente.

Il primo rio che si attraversa è chiamato Rio Cassin. Siamo sotto a Cima Marta e tra poco raggiungeremo un punto panoramico che lascia senza fiato, permettendo di vedere la punta del Gerbonte, dove siamo appena stati, e poi tutta la parte alta della mia Valle contornata dal Monte Frontè, dal Passo della Mezzaluna e dal Passo del Garezzo. Più in basso, cullati dalle Alpi, Borniga, il Pin e Abenin.

Indicherei questo sentiero come – adatto a tutti – soprattutto in assenza di neve.

E’ solo lunghetto. Andando di buona lena bisogna calcolare circa 2 ore e mezza per arrivare al Pin, considerando sempre che stiamo scendendo. Se siete come me, che mi fermo a fotografare ogni cosa, aumentate pure il tempo.

Ma come si fa a non immortalare tanto splendore? Questa natura offre vari spettacoli. Primi fra tutti: Rapaci, Picchi, Camosci, Lupi e Caprioli. Io sono riuscita a fotografare uno Yearling, da come potete vedere, cioè un giovane Camoscio. Ce n’erano due, ma l’altro era troppo distante, beatamente sdraiato sulle rocce, e il mio obiettivo non mi permette tanto.

All’interno della foresta l’atmosfera è umida e ombrosa. Il verso del Cuculo accompagna per tutto il tragitto così come lo scrosciare dell’acqua che, a tratti, forma cascatelle fresche e pimpanti.

Flutti allegri si tuffano tra le rocce e scendono veloci unendosi ad altra acqua. L’ambiente si rinfresca ancora di più e si prova a guardare oltre a quella trasparenza.

Attorno a loro tante impronte. Il Tasso, ho scoperto, ha gironzolato ovunque!

L’aria è frizzantina. In alcuni punti si percepisce odore di selvatico. Da noi si dice bestin e trattasi soprattutto di animali come Capre e Cinghiali che emanano il loro forte odore. Naturalmente, visto dove siamo, si tratta prevalentemente di Camosci e Caprioli.

Il bagnato provoca freschezza nelle narici e il lieve venticello può raffreddare le zampe anteriori altre al muso.

C’è tanta acqua da bere. Piccolissimi laghetti permettono di dissetarsi e, infatti, vicino a loro, le orme permettono di leggere movimenti che incuriosiscono. Storie alle quali non pensiamo dalla nostra tana, ma cosa accade i questi luoghi magici, mentre noi ancora dobbiamo alzarci dal letto? La neve, tende a soffocarli ma il loro vigore è più forte e, alla fine, risultano contornati da nuvole bianche.

Dopo aver camminato su un sottobosco morbido, contornato da Rododendri che devono ancora fiorire e primule che spiccato nel pallore dell’erba paglierina, si arriva all’asfalto che ci fa proseguire per qualche tornante fino alle auto.

E’ in questo momento che ci si sente appagati e si ha voglia di tornarci di nuovo. La natura chiama e lascia addosso un pizzico di malinconia.

Con lo sguardo si ripercorre la strada fatta. Si rivedono quei Larici severi, alti e dritti verso il cielo. Quelle guglie aspre e ardenti che quasi intimoriscono. E si promette. Sicuri di non essere riusciti ad ammirare tutto quello che c’era da vedere. Si promette di tornare e così sarà.

Ora vado riposare le zampette però, mi auguro di avervi fatto fare un bel tour anche questa volta.

Io vi mando un bacio pacato come pacata è la natura che ho incontrato oggi.

Alla prossima topi!

Da Colle Belenda a…

È da Colle Belenda che si può giungere, attraverso un magnifico sentiero in mezzo alla natura, agli abitati di Triora, Cetta, Loreto e Case Goeta; a piedi o in mountain bike.

Colle Belenda si trova per la strada che va a Colle Melosa e, in questo periodo, lo trovo ancora imbiancato da una neve che cade a fiocchi persino nel mese di maggio.

La topo-mobile fa presto a diventare bianca e… santa ratta! Ma non eravamo in primavera?!

Il nome di questo luogo, che discende dal Dio Belenos, significa “brillante” come già vi avevo spiegato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/05/04/belenda-belenos-belin/ e sono, per la precisione, tra la Valle Argentina e la Val Nervia.

Non ho intenzione di raggiungere i luoghi che vi ho citato poc’anzi, mi fermerò prima, perché dopo il piccolo Passo dell’Acqua, che attraversa il mio sentiero, giungo ad un punto panoramico meraviglioso e me lo voglio godere per bene.

Posso sdraiarmi su queste grandi rocce che si affacciano sul vuoto e guardare la meraviglia, il mio mondo.

Il vento oggi è potente e gelido, mi taglia il muso col suo soffio incessante, ma ciò non mi impedisce di continuare, per molto tempo, ad ammirare la bellezza che si staglia davanti ai miei occhi. Sono così contenta che, il tempo, è libero di fare quello che vuole. Io sono incantata.

Una grande parte dei monti della mia Valle si presenta a me con tutto il suo splendore, permettendomi di vedere i Sentieri degli Alpini e le borgate di Realdo, Borniga, Creppo e il Pin.

Lo sguardo gira e perlustra, di qua e di là: la punta del Toraggio, Carmo Gerbontina, Monte Ceppo… quanti… ma su un monte in particolare si posa anche il mio animo.

Sul Monte Gerbonte.

Ci sono stata da poco e c’ero stata diverso tempo fa. L’affetto mi lega a lui per le sue caratteristiche e perché appare proprio come il regno del Lupo.

Vedo da qui la piccola Caserma Lokar che mi ha ospitata meno di una settimana fa ed è bellissimo guardarla in mezzo ai quei Larici secolari e le radure che la costeggiano.

Un grande rapace mi distrae, non mi permette di fotografarlo per voi. È veloce e il vento gli è amico com’è giusto che sia. Non so dirvi di che si tratta. È marrone, come il guscio di una nocciola, ma non sono un’esperta.

Due massi più in là si percepisce la presenza dei Camosci ma oggi, visto il clima, non è proprio giornata di presentazioni.

Non importa, la meraviglia mi circonda ugualmente.

Sotto di me, un vallone molto profondo e ampio, con pietraie che diventano dirupi al di sotto delle creste montane di fronte. La profondità mette i brividi, è come stare su una nuvola e vedere tutto dall’alto. Sono emozionata. Che spettacolo! Non faccio altro che guardare e questo è tutto. Il mio tutto.

Passa un bel po’ di tempo prima che decido di tornare indietro.

Ora non nevica più e il vento pare essersi calmato ma alcuni fiori sembrano non essere molto entusiasti.

Le Violette sono le più fortunate, basse e rase al suolo non subiscono il peso della neve. Persino le foglie secche, a terra, riescono a proteggerle da tanto che sono piccine. La Primula (la Veris) invece, deve piegarsi al cospetto della Bianca Signora, così come la Campanella. I fiori del Brugo hanno deciso di attendere ad aprirsi, fa ancora troppo freddo per loro, e sono solo turgide palline color avorio rosato.

Stille ghiacciate non riescono a cadere dai loro rami e da quelli degli abeti e sembra Natale.

Quelle piante, quel bosco… ricoperti di polvere candida permettono di immaginare fiabe del Nord Europa.

Cammino su un terreno morbido. L’unico pericolo è dato dalle radici delle conifere che fuoriescono dal suolo e sono molto scivolose.

Piccole pigne mi imbrogliano tra il fango e la neve, sembrano i “regalini” di qualche animale selvatico. Una volpe? Un lupo? Una faina? Niente di tutto questo, solo i frutti degli alberi balsamici. Frutti di ogni tipo e di ogni grandezza, caduti al suolo a causa delle forti correnti e del loro tempo trascorso.

Diversi passeriformi cinguettano nell’aria, ognuno ha il suo verso e tengono molta compagnia.

Come vi ho detto, mi sono fermata presto a osservare quel creato attorno a me ma, da Colle Belenda, si può arrivare in diversi luoghi della mia Valle.

Ora vi saluto, vi mando un bacio ghiacciato e faccio ritorno alla tana. Voi scaldatevi per bene che dobbiamo ripartire per la prossima escursione e non c’è tempo per oziare. Stay tuned!

Il Sentiero della Castagna e il Passo dei Fascisti

Prendendo la strada che, dopo Molini di Triora, sale a Colle Melosa si arriva ad un certo punto dove un piccolo prato ti obbliga a fermarti.

Da qui si gode infatti di una bellissima vista che regala i profili dei nostri monti da una parte e fasce pianeggianti dall’altra.

O meglio, unisce la Valle Nervia alla Valle Argentina in un solo sguardo.

Le montagne a Est si riconoscono bene: i Balconi di Cima Marta, il Monte Saccarello, Rocca Barbone più in basso, il Colle del Garezzo con il suo tunnel… i sentieri, conosciuti come “i Sentieri degli Alpini”, si srotolano davanti ai nostri occhi mostrando una bellezza mozzafiato e il cielo esalta, nel contrasto, le vette di queste montagne sulle quali si è sviluppata la storia del nostro passato.

Al di là del prato, invece, il territorio appare come più morbido offrendo, prima dei lontani monti francesi, terrazze erbose e curve dolci.

Da qui, inoltre, passa il sentiero che arriva a Cetta, il protagonista di questo post, un tempo molto usato da chi, a piedi, raccoglieva legna o frutti selvatici da portare a vendere e il nome, “Sentiero della Castagna”, che lo contraddistingue, indica proprio la raccolta di questi doni, dei quali la Valle Argentina è ricca, che hanno sfamato per molti anni le generazioni che furono.

Si tratta di un sentiero che, proprio attraverso la frazione di Cetta, unisce le due Valli da Castelvittorio (Val Nervia) a Molini di Triora (Valle Argentina). Un cammino usato già dal 1200. Come vi ho detto, siamo un punto toccato da questo percorso ma, proprio da qui, volendo, si possono iniziare passeggiate più brevi e meravigliose in mezzo alla natura arrivando appunto a Cetta o a Palazzo del Maggiore.

Il fatto è che, durante la guerra, e mi riferisco alla Seconda Guerra Mondiale, non si poteva passare da questo punto strategico liberi e inosservati.

Il prato, nel quale oggi sorge un’edicola dedicata alla Madonna, era zona di controllo presidiata dai fascisti, per questo, ancora oggi, lo si conosce come il “Passo dei Fascisti”.

La testimonianza che ne è rimasta è una costruzione, semi distrutta, all’interno della quale i nazisti controllavano cosa si trasportava e facevano pagare un dazio. Una specie di cabina di Dogana, costruita in cemento e a forma di cubo con tanto di feritoia per sparare o osservare senza essere visti.

Siamo su un punto della Valle che ha visto il passaggio di molti partigiani e molti tedeschi. L’apertura permetteva gran visibilità ma il bosco adiacente, di castagni in basso e conifere in alto, dava la possibilità a tutti di nascondersi. Alla sua destra e alla sua sinistra, le due conche furono teatri di molti atti sanguinari, di fughe, di nascondigli ed era una cosa normale, seppur spaventosa, sentir riecheggiare nei due valloni parecchi spari ogni giorno.

Il cielo, oggi terso e sfondo di una natura splendida e di catene alpine assai suggestive, era a quel tempo disturbato e trafficato da aerei che sganciavano bombe senza pietà.

Chi passava di qui, quindi, come vi stavo raccontando, doveva pagare e se non aveva soldi poteva lasciare la merce recuperata nel sottobosco.

Il vero nome di questo Passo non lo conosco ma, come vi ho detto, è sempre stato chiamato così per ciò che è servito.

La piccola cappelletta è alla base di un breve sentiero in salita, che porta sulla cima di una montagnetta dalla quale la vista si apre ulteriormente e lo sguardo si spalanca sull’infinito.

Avete visto topi come, ogni giorno, se ne scopre una su questa splendida Valle sia dal punto di vista della natura che da quello storico? Oggi vi ho portato qui, in questo luogo che metteva timore, pericoloso anche per i fuggiaschi. Un luogo che, per un lungo periodo, non fu nostro.

Un bacio a voi e ai vostri ricordi.

La montagna regala anche monete

Quanti regali fa la montagna vero? Ve li ho descritti in lungo e in largo in questi anni ma non vi ho mai detto che regala anche soldi.

Nessuna ricerca e nessun metal detector amici, bensì, qualcosa di ben più suggestivo.

Io e altri topi si parte un giorno di buon mattino con la speranza nel cuore di fare qualche bella foto alle creature di Madre Natura.

La Valle Argentina è ricca di una fauna che purtroppo molti non conoscono ed essendo totalmente libera e selvatica non è detto abbia voglia di mostrarsi.

Neanche il tempo ci dava sicurezze. Avrebbe piovuto? Ci sarebbe stato il sole? Boh? È ovvio che anche il clima ha la sua importanza in fatto di avvistamenti. Non sapevamo nulla ma ci piace l’avventura e abbiamo tentato.

Abbiamo parcheggiato a bordo strada e siamo scesi dall’auto. Zaino in spalla, binocoli e macchine fotografiche. Si era comunque felici. Si stava bene.

La mia Valle mostrava una natura incantata fin dalle prime ore del mattino. Naturalmente si era perplessi e speranzosi allo stesso tempo. Stava iniziando a nevicare e un vento gelido sferzava i nostri musi. Ci incamminiamo. Facciamo i primi metri e uno dei tre topi assieme a me si accuccia verso terra per raccogliere qualcosa. La sua espressione era stranita e dopo poco esclama《Toh! Ho trovato 100 lire!》. Subito non gli abbiamo creduto e invece era proprio vero.

100 vecchie lire brillavano nella sua mano nonostante la polvere che avevano raccolto.

Ma dai! Non possiamo crederci!》dicemmo in coro tutti quanti e, il topo archeologo, avvicinandosi a me, mi regalò quel piccolo tesoro 《Tieni Topina, sono tue》. Ma che bellezza! Il fango e lo sterrato ci avevano appena offerto una specie di simbolo che ora era tra le mie zampe trattenuto caramente.

Guarda di che anno sono?》mi chiese topo fotografo.

1971>> risposi e, rapidamente, nella mia testa, l’addizione diede la soluzione “9” pensai. Il mio numero! Ma che… coincidenza! E voi sapete bene che non credo alle coincidenze. Non dissi nulla e misi via quella moneta per non perderla.

Ci dividemmo dopo qualche passo. Io e topo condottiero da una parte e gli altri due dall’altra. Guarda di qui, guarda di là, nulla… solo una Cinciarella mi diede la soddisfazione di rimanere immortalata nel mio obiettivo e neanche poi molto nitidamente visti la bruma e il vento.

Quando rincontrammo topo archeologo e topo fotografo ci dissero che anche loro non avevano visto nulla di che ma, proprio in quel momento, una coppia di Gheppi meravigliosi iniziò a sorvolare sulle nostre teste. Si lasciarono fotografare con la loro aristocratica apertura alare che planava sulle correnti del cielo, e poi andarono a posarsi contro la falesia di una Rocca dove probabilmente avevano il nido; chiamata da noi Rocca Barbone.

Con gli occhi a fessura, per non perderli di vista, cercai di inquadrarli e suggerire a topo amico dove si erano posati. Mi fece i complimenti perché era difficile vederli mimetizzati contro la roccia nuda. Wow! Ero riuscita anch’io a far qualcosa visto che di solito non vedo nulla neanche col binocolo e, in quei casi, la pazienza degli altri topi è pari a quella di Giobbe quando cercano di farmi adocchiare meraviglie. La magia delle 100 lire stava forse iniziando a fare effetto? Proseguimmo poi, tutti assieme, verso un altro Passo dove la neve decise di lasciare il posto al sole e la mattinata divenne ancora più splendida.

Non ci volle molto a vedere un mucchio di Camosci tutti assieme. Erano tantissimi e topo condottiero mi disse che erano anni che non vedeva una cosa così. Si rincorrevano sulla neve o stavano fermi in branco e, come ripeto, ce n’erano così tanti che ci hanno lasciato stupiti. Era bellissimo vederli su quella neve bianca. Vedemmo anche un Capriolo. Un’Aquila in lontananza, un Codirosso e persino un altro Gheppio, elegante rapace che ci affascinò con il volo definito a “spirito santo”, ossia quando sta fermo in aria, immobile, con le ali aperte. Non ci crederete ma fui io a vederlo per prima, inciampandomi nella neve col naso all’insù, e quindi venni promossa con il titolo di… – Avvistatrice di pennuti – (così suona bene direi).

Che soddisfazione! Non potete immaginare. È stata la mia prima volta. Per me era tanta manna ma ho visto soddisfatti anche gli altri birdwatchers molto più abituati ed esperti di me. Così soddisfatti che, alla fine, persino topo archeologo ha detto《Penso che quelle 100 lire siano state proprio di buon auspicio!》e mi sa che aveva ragione.

La natura non si stanca mai di regalare. Offre senza chiedere nulla in cambio ma forse percepisce l’entusiasmo come riconoscenza di chi la ama.

Mi sono divertita tantissimo, ho vissuto esperienze mai vissute prima e, per una che ama la natura come me, potete immaginare! Ma… chissà chi ha perso quelle 100 lire? Un passante? Un trekker? Un pastore? E quando? Da quanto tempo erano lì ad aspettare noi? Vi lascio libera la fantasia, io vado a prepararvi un altro articolo pensando che qualcosa di magico sempre mi accompagna!

Un bacio ricco.