Nel Regno di ghiaccio – tra Garlenda e il Saccarello

Oggi, cari Topi, non vi porterò a fare una semplice escursione ma vi condurrò, assieme a me, all’interno di una fiaba. Una fiaba che ci regala la nostra splendida Valle. Una fiaba che ha inizio presso il Passo di Garlenda dove un potente Mago, attraverso un incantesimo, ha ghiacciato un intero Regno.

Tornerà a brillare il sole diradando questa fitta coltre di nebbia?

Il gelo lascerà il posto alla primavera?

Scopriamolo insieme prendendo come spunto un fenomeno meteorologico che crea atmosfere incredibili per realizzare una fiaba che farebbe invidia persino ai fratelli Grimm attraverso la sua scenografia.

Dal Passo della Guardia, sopra l’abitato di Triora e oltre Gorda, intraprendiamo il sentiero in salita, un po’ faticoso da percorrere per chi non è abituato a camminare, e ci dirigiamo verso il Passo di Garlenda salendo verso creste che fan da confine tra la Valle Argentina e la Valle Arroscia.

Abbiamo attraversato anche il Bosco del Pellegrino che, avvolto da una spessa bruma, appare come un luogo incantato della Terra di Mezzo. Alcuni personaggi del Piccolo Popolo sono sicuramente nascosti qui da qualche parte, nel sottobosco di questa macchia.

Ma andiamo avanti, le vette ci aspettano e iniziamo ad arrampicarci per il sentiero che vi ho citato, il quale, permette di raggiungere molti altri luoghi oltre alla zona di Garlenda.

L’umidità la fa da padrona, tutto gocciola attraverso stille trasparenti che bagnano e rinfrescano l’aria. Sono le uniche forme di vita che si permettono di fare rumore.

Qualche piccola pigna giace su quell’erba tagliata dalla stradina. E’ un’erba che ancora non ha mutato il suo colore e appare riarsa dal freddo che padroneggia da diversi mesi.

Il silenzio si fa sempre più pesante, più si sale e più le gocce si zittiscono costrette a immobilizzarsi legate da temperature assai basse. Non possono più lasciarsi andare nel vuoto tuffandosi a terra, bensì restano ghiacciate attaccate ad ogni cosa.

Tutto si è trasformato all’improvviso. Tutto è immerso nel ghiaccio. Tutto è sospeso, come in attesa, in un luogo senza tempo.

La montagna sulla quale mi sto arrampicando mostra ora una barba bianca che prima non aveva.

Ogni stelo d’erba è ricoperto da minuscoli fiocchi gelidi e candidi. Trasparenti coperte, lucide e ghiacciate, abbracciano bacche e rametti.

Sui massi, una fredda corazza lascia muovere dell’acqua tra se stessa e lo scoglio. La si vede oltre quello scudo ed è l’unico movimento percepito in mezzo a quella natura che appare totalmente immobile.

Davvero pochi i segni di vegetazione se non dati da una pianta chiamata con un nome decisamente appropriato in situazioni come questa: Semprevivo.

Su Cima Garlenda, persino le rovine delle vecchie costruzioni militari sono ricoperte dalla neve. Proprio così. Qui c’è anche la neve. Tutto è bianco. Assolutamente bianco.

I resti delle vecchie casermette si vedono appena vista la foschia. Le pietre grigie sembrano più scure del solito in mezzo a tutto questo candore.

So esserci il Monte Frontè dinanzi a me ma non posso vederlo, la nebbia è troppa e io devo dirigermi verso la parte opposta. La mia meta è il Monte Saccarello.

E’ proprio grazie a questa grande quantità di nebbia che si può ammirare la galaverna, precipitazione atmosferica che vi spiegai in questo post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2020/03/13/lincantesimo-della-galaverna/

I rami spogli degli alberi sono pieni di stalattiti ghiacciate costrette dal freddo ad una posizione orizzontale. Sono le gocce che hanno dovuto seguire obbligatoriamente la forza importante del vento e ora hanno reso quell’ambiente totalmente surreale.

Non è possibile che sia vero. Pare tutto così assurdo.

Quell’aria mi taglia il viso ma sono ben attrezzata e posso andare avanti. C’è l’obbligo di ramponi, al di sotto dei fiocchi farinosi si toccano lastre scivolosissime.

Avanzo, camminando in cresta, fino a raggiungere il Rifugio Sanremo ovviamente blindato in questa stagione. So di essere a 2.054 mt s.l.m. e riesco a vedere la struttura solo avvicinandomi parecchio a lei. Una breve sosta e riparto.

Alla mia sinistra posso ora captare e a volte vedere il vuoto dell’abisso di fianco a me. Devo fare attenzione a dove metto le zampe mantenendomi a destra. Mi sto dirigendo verso il Saccarello e, laggiù in fondo, quindi, alla fine di questo lungo dirupo, ci sono i paesi di Realdo e Verdeggia.

Lunghi tratti di bianco e silenzio assoluto mi aspettano prima di giungere al secondo Rifugio.

Si tratta del Rifugio La Terza decisamente più grande di quello precedente. Ora sono a 2.060 mt s.l.m. non è cambiato molto rispetto a prima, come altitudine, ma cambierà da adesso. La mia meta è in salita.

Riparto. E’ faticoso. L’aria e il terreno non mi aiutano. Il freddo neanche. Ma devo farcela per sciogliere l’incantesimo e continuo decisa. Non vedo nulla attorno a me. Sono diverse ore che i miei occhi osservano solo bianco… bianco… bianco….

Mi fermo, riprendo fiato, riposo ma senza mai un ripensamento e dopo altri passi… c’è una figura laggiù in fondo. Un’ombra scura si staglia leggermente in quella foschia.

Sono arrivata. La statua del Redentore si innalza in tutta la sua bellezza. La galaverna ha colpito anche lei, in modo significativo, donandole un aspetto incredibilmente affascinante.

Ce l’ho fatta. Non posso raggiungere la vetta del Saccarello, non ho più tempo, devo fare ritorno perché la montagna e la natura hanno i loro tempi e devo rispettarli ma sono comunque giunta dove volevo arrivare.

Mi preparo a tornare indietro e percorro diversi metri quando una potente folata di vento mi obbliga a girarmi verso l’altra sponda della Valle Argentina.

I miei occhi si spalancano dall’entusiasmo. Le nuvole si diradano permettendomi di vedere una bellezza infinita che non ha eguali e non mi consente di proferir parola.

Vedo il Monte Gerbonte, il Grai e tutte le altre montagne alle quali sono molto affezionata. Il cielo si tinge di azzurro e alcuni raggi del sole penetrano prepotentemente tra quelle nubi scaldandomi le guance. Ora vedo. Ora posso vedere. E non ho parole per descrivere tanta meraviglia consentita al mio sguardo.

Mi giro indietro, vedo di nuovo il Redentore che da poco ho salutato. Eccolo. Ecco dov’ero poc’anzi. Mi giro a destra, sono euforica. Riesco ad ammirare persino la Valle Arroscia e il suo distendersi tra quei monti.

Davanti a me, adesso, il Monte Frontè è ben visibile e lo sono anche Realdo e Verdeggia ora.

Alcuni pezzetti di ghiaccio si staccano da quelle piante appesantite e io sono circondata dalla bellezza.

Che splendore, non riesco neanche a descriverlo. Ne è valsa davvero la pena.

Approfitto di quel calore concessomi dalla luce solare e mi dirigo nuovamente verso Garlenda per far ritorno. Penso proprio di aver annullato l’incantesimo che ha trasformato questi luoghi in un Regno di Ghiaccio.

Penso di aver sconfitto il potente Mago. Sorrido.

Sorrido come se davvero vivessi una favola e faccio ritorno verso la tana.

Scendendo per il sentiero che mi riporterà verso Passo della Guardia mi trovo di nuovo in mezzo ad una natura che non è più gelata.

Alcuni Camosci si godono il sole sdraiati sui pascoli sopra Rocca Barbone e nei monti attorno. Qualche Cincia svolazza felice da un albero all’altro e c’è persino qualche insetto a dare segni di vita.

Una vita straordinaria che mi godo soffermandomi un secondo ad ammirarla e respirarla. Ho forse vissuto un sogno?

Ce l’ho fatta, non mi resta che lasciare questo posto trattenendolo nel mio cuore e attendere la prossima magia.

Che ne dite Topi? Vi è piaciuta questa fiaba? Un pizzico di fantasia in un tour che ho intrapreso realmente e che consiglio solo ad esperti perché, altrimenti, si può patire parecchio viste le condizioni avverse che ho incontrato. Non avventuratevi mai se non siete preparati o non avete qualcuno che sappia guidarvi davvero.

Non mi resta che salutarvi. Vado a preparare una nuova storia.

Un bacio gelido a voi!

Dal Sentiero dei Piumisti alla Leca

Topi conoscete il promontorio pianeggiante chiamato La Leca? Probabilmente sì, di nome, ma magari non ci siete mai stati e allora ho deciso di portarvi con me.

Per arrivarci prenderemo il Sentiero dei Piumisti, del quale vi parlai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/12/11/accanto-al-zimun-per-il-sentiero-dei-piumisti/ e, anche questa volta quindi, lasceremo la topomobile dai Cubi dopo aver passato le zone di Gorda e di Grimperto sopra Triora.

Ora questo sentiero non è più ricoperto di neve e mostra un’erba dai colori pallidi. L’unica tinta più accesa è quella del rame che ha superato l’inverno ma anche il verde sta arrivando trionfante.

E’ il verde di foglie tenere che circondano i primi fiori dai petali ancora stropicciati.

Anche il colore del cielo oggi è sgargiante. Un azzurro vivido e intenso. Gli aerei sembrano dividerlo con le loro scie.

E’ un bel sentiero questo, abbastanza pianeggiante, per nulla faticoso e in terra battuta. Offre anche la possibilità di camminare su una moquette naturale. Occorre solo fare attenzione a qualche breve tratto nel quale la strada sembra scavata e può risultare scivolosa. Anche i passaggi sull’ardesia friabile, sporgenti verso l’abisso, sono da percorrere con cautela ma non fatevi ingannare dalle parole che uso per una precisa descrizione. Come vi ho detto, lo possono fare in molti.

Le conifere sono le piante più presenti, soprattutto fino ad arrivare a U Zimun (il Cimone), una montagnola che è considerata un punto di riferimento sia per questo sentiero che per quello sopra, più grande, percorribile anche in auto e che porta al Tunnel del Garezzo. Quella carrareccia passa proprio sopra le nostre teste.

C’è una bella vista da qui su gran parte della Valle e soprattutto sul Poggio di Goina con la sua croce simbolica.

Se si alza lo sguardo si può vedere anche U Cian du Russu (il Piano del Rosso) così chiamato a causa di una pietra che lo forma, simil ardesia, dal colore bordeaux.

Dell’acqua fresca sgorga da quelle rocce formando piccole cascatelle. E’ l’unico punto, vicino a me, nel quale il ghiaccio ancora resiste.

Se mi giro indietro posso invece vedere parte ampia della Catena Montuosa del Saccarello. Il Monte Frontè, del quale ne riconosco la Madonna bianca sulla vetta e U Ciotto de e Giaie (il Piano dei Torrenti).

Grossi spunzoni di roccia si affacciano sul vuoto pronti ad accogliere animali selvatici che si sporgono come ad essere in terrazza.

Tra le Conifere spunta, di tanto in tanto, qualche altro albero e diventa subito parco giochi per Cinciarelle e Cince More. Sono vivaci e allegre mentre svolazzano e cinguettano in mezzo a quella natura. Sono molto più gaie rispetto ai giorni precedenti. La Primavera sta arrivando e loro lo sentono.

Costruiscono persino i loro nidi, nei tronchi cavi, pronti ad accogliere le piccole uova che a breve deporranno.

La Leca la si vede già da lontano, il suo promontorio si distingue e non vedo l’ora di arrivare.

E’ un luogo bellissimo, sembra una prateria come quelle che si vedono nei film sugli Indiani d’America ma qui, anziché avere Bisonti, abbiamo le nostre simpatiche e bianche Mucche che vengono a nutrirsi di questa erba incontaminata. Ci sono infatti delle vasche che servono da abbeveratoi.

In lontananza si scorgono dei Caprioli, mangiano e trotterellano a quest’ora del mattino. La natura sembra in festa e io mi godo la pace assoluta che La Leca regala.

Una traccia, al centro dei suoi prati, appare come un sentiero che porta fino alla fine del promontorio e permette di ammirare un bellissimo panorama. La Valle si distende ed è meraviglioso osservarne i monti.

Si può anche vedere bene il sentiero che abbiamo percorso per arrivare sin qui. Taglia la montagna in mezzo a quell’erba in discesa.

Il Carmo dei Brocchi, da questo punto, mostra una bellezza che non ha eguali. E’ meraviglioso.

Qui, i Narcisi selvatici incontrati prima lasciano il posto ai Crocus bianchi e violetti.

Una volta giunti su questo piano e aver goduto della sua bellezza si può tornare indietro ammirando il tutto da una nuova prospettiva. Ancora meraviglia.

Che altro dirvi Topi miei?

Vi è piaciuto questo giro? A breve, questa zona, sarà ancora più ricca di fiori e di insetti di ogni tipo, come le farfalle ad esempio. Ci sarà ancora più vita. Vi consiglio quindi di venire a vederlo.

Io vi mando un bacio enorme e vi aspetto per il prossimo tour.

L’incantesimo della Galaverna

In questi quasi dieci anni di blog non vi ho mai parlato di un fenomeno curioso e incantevole che spesso si forma in alcune zone alte della mia Valle. Un fenomeno non sempre presente, dall’aspetto severo e pungente ma meraviglioso da guardare.

Con lui non si scherza, può farci patire, per conoscerlo da vicino e viverlo dobbiamo essere ben attrezzati e preparati ma da vedere è qualcosa di incredibile e rende, con la sua presenza, il mondo che tocca surreale.

Cari Topi, vi sto parlando della Galaverna, da alcuni chiamata anche Calaverna e si tratta di una particolare precipitazione atmosferica e stasi. Una stasi che dorme ghiacciata alla presenza di piccoli cristalli brillanti.

La Galaverna indica un deposito di ghiaccio che ricopre ogni cosa ma che nel fermarsi viene in continuazione mosso dal vento e da correnti gelide. Pertanto, questo ghiaccio, assume forme strane e caratteristiche.

Si deposita sulla terra formando aghi, strie, schegge, lastre e, spesso, queste forme si dirigono orizzontalmente proprio perché sollevate dall’aria e sostenute dalla nebbia.

Il risultato finale è un incanto. E’ come ritrovarsi in un Regno ghiacciato e fermo.

Avete presente la favola di Frozen?

I miei monti sono ricoperti da una specie di barba bianca che non è data dalla solita brina. Ogni minimo stelo d’erba è avvolto dal gelo trasparente.

Gli alberi sembrano enormi, come abbracciati da una nube bloccata a mezz’aria. Sulle pietre scivoli di ghiaccio rendono quel paesaggio lucente e tra quel ghiaccio e il masso si può notare acqua che, lenta, scivola via. Su alcuni scogli è come vedere coralli lucenti.

Il silenzio che regna a causa di questo stato è assurdo. Preponderante. Unico.

Tutto è ovattato e non si ode nulla se non il proprio respiro che si fa sentire timidamente.

Simile alla Calabrosa, solidificazione rapida di gocce di umidità appartenenti alla nebbia, la Galaverna non forma una crosta sottile sulle cose ma dà l’idea di movimento. Di un tentato allungamento.

Mentre la Calabrosa è nebbia ghiacciata, la Galaverna è nebbia mossa da una giusta dose di vento. Che non dev’essere esageratamente intensa o spaccherebbe quelle sottili scaglie di ghiaccio.

Insomma che, grazie a questi fattori che si coagulano assieme o danzano ritmicamente tra loro, si crea un mondo surreale e fiabesco.

Sembra di essere in un’altra dimensione.

L’assenza totale dei rumori, il profumo del freddo, il bianco ovunque.

Come ad essere su un altro pianeta. Come se un Mago avesse gettato il suo incantesimo mettendo a dormire una terra.

Un vero spettacolo Topi, se alcuni di voi non hanno mai visto una cosa di questo genere, una delle tante apparizioni e magie della natura, sono lieta di mostrarla.

Ora però vi saluto perché ho altre cose da farvi vedere.

Vi mando quindi un bacio gelido e vi aspetto al prossimo post.

Dalle Caserme ai Balconi… di Marta

Quando si arriva alle Caserme di Marta, come vi ho raccontato in questo articolo qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2020/03/07/dal-monte-grai-a-cima-marta/ si può proseguire arricchendo ulteriormente la nostra giornata e vivere la magia di luoghi che raccontano di un nostro lontano passato e tanta storia di vicende militari.

Ma si possono anche ammirare una natura incredibile e monti che conosciamo bene da un’altra prospettiva davvero affascinante.

Perciò, da queste antiche caserme, chiamate anche “le casermette” ci dirigiamo verso Cima Marta e i Balconi di Marta.

Camminando nella bianca neve, facendo attenzione in certi tratti a non scivolare, in quanto si avanza su pendii che scendono netti ma non sono pericolosi, si ammira un paesaggio fantastico. Potrebbero essere utili le ciaspole.

Il candore della Bianca Signora è accompagnato da quello delle nubi che avanzano seguendo il vento, come a voler divorare quelle vecchie costruzioni, o si placano formando un mare di vapore denso e pomposo.

Il sentiero va in piano, non si fa nessuna fatica a percorrerlo e si passa in mezzo a distese infinite di bianco abbagliante.

Dopo aver rosicchiato diversi metri, possiamo già notare in lontananza, di fronte a noi, il grande rifugio dei Balconi.

Interessanti, alla nostra destra, sono anche i bunker che spuntano come cupole in mezzo a quel manto ghiacciato.

Si tratta di bunker costruiti dagli Alpini e, su questo belvedere, godono di un territorio meraviglioso attorno a loro.

Anche per giungere a queste fortificazioni sotterranee abbiamo percorso un’ex carrareccia militare che in estate è circondata da un verde vivace e onnipresente.

Tali fortificazioni sono state costruite poco prima della Seconda Guerra Mondiale. Io non ci sono ancora entrata dentro ma, ovunque, si legge che costituiscono l’interno dell’intera montagna.

Dopo essermene presa una vista di questi funghetti di pietra e aver ammirato anche i monti francesi dietro di loro, desidero voltarmi per ammirare quelli che ho nel cuore.

Ho appena sorpassato il Monte Grai ma da qui posso ben vedere anche il Monte Pietravecchia, un po’ barbuto, e il Monte Toraggio totalmente glabro. Il Pietravecchia sembra un vero colosso ma il Toraggio appare più aspro di lui.

Su quest’ultimo è ben visibile un tratto dell’Alta Via dei Monti Liguri chiamato Sentiero degli Alpini che suscita in me ricordi bellissimi riguardanti la mia escursione su questa appuntita montagna che adoro. Si tratta di un cammino anche pericoloso nei punti in cui è molto stretto e senza protezioni a valle. Completamente scavato nella roccia, risulta molto suggestivo e offre panorami indescrivibili.

Dietro di me, invece, si innalza ovviamente Cima Marta, dai dolci pendii.

La pace regna sovrana qui dove mi trovo e tutto è ovattato dalla neve che mi circonda che è come bambagia.

Le Conifere colorano di chiaro e di scuro il territorio creando una sorta di tridimensionalità. Lo sguardo si allunga e può veder lontano.

E’ da parecchio che cammino nel gelo quindi ora posso proprio decidere di tornare in tana e scaldare le zampe che però, grazie ai miei amatissimi scarponi, sono belle calde. Come sapete vi consiglio sempre la giusta attrezzatura per certe escursioni.

Scendo ritornando alle casermette e di nuovo vedo nuvole venirmi incontro.

Voi potete restare ancora un po’ qui ad ammirare questa bellezza. Spero vi sia piaciuto questo belvedere dei Balconi di Marta.

Io vi saluto e vi do’ appuntamento per il prossimo tour.

Un bacio alpino a voi!

Dal Monte Grai a Cima Marta

Prestate molta attenzione all’escursione che vi racconto oggi perché è meravigliosa, bellissima, splendida ma anche pericolosa perciò vi chiedo vivamente di evitarla nei mesi invernali se non siete più che esperti e più che attrezzati.

Detto questo direi di iniziare a parlare di un luogo fantastico, che ho avuto il piacere di vedere nel suo abito più freddo ma vi assicuro che anche in estate è stupendo se non di più.

Oggi, infatti, vi porto nel bianco più totale, in mezzo alla neve che ancora resiste, su uno dei monti più noti e conosciuti della mia zona.

Andiamo a Cima Marta, montagna della Catena Montuosa del Marguareis, sul confine tra Italia e Francia, e la raggiungeremo passando dal Monte Grai che abbiamo conquistato partendo da Colle Melosa.

Dal Rifugio Grai, percorrendo in leggera salita la strada non asfaltata, si raggiunge il Vallone del Negrè ed è proprio questo il pezzo più pericoloso di questa avventura.

Un tratto di sterrata che, ahimè, ancora nel dicembre del 2019 ha visto purtroppo morti e feriti i quali sono stati inghiottiti nel suo infinito abisso.

Il dirupo del Negrè è severo e ha poca pietà durante l’inverno.

Restando chiuso all’interno del Monte Grai e di Colle Bertrand non prende sole e, nonostante gli altri tratti di questa sterrata ex militare siano soleggiati o propongono neve morbida e farinosa, in quel punto si forma un ghiaccio che non perdona. La poca neve che lo ricopre inganna.

E’ un ghiaccio particolare che durante il caldo del giorno si indebolisce un poco per indurirsi nuovamente nella notte a causa dell’esagerata escursione termica. Una condizione particolare quindi, in un punto in cui il passaggio è stretto e non ci sono protezioni. E’ scivolosissimo. Dovete credermi, più di una pista di pattinaggio.

Oltrepassato questo luogo, il resto diventa facile e molto bello da ammirare. Le uniche cose che occorrono sono resistenza e abbigliamento adatto per non bagnarsi (soprattutto per quel che riguarda le calzature).

Si procede ammirando la Valle Argentina in tutta la sua bellezza e oltre. Si ammirano i monti della Francia e si cammina su tappeti molto ampi di aghi di Larice che propongono un arancio vivo in mezzo a tutto quel bianco candido che abbaglia riflettendo il sole.

Il Larice, che in autunno colora i miei monti, è l’unica conifera che perde le sue foglie per rimetterle nuove in primavera.

Interi boschi di questo saggio e alto albero ricoprono le pendici di quelle montagne sulle quali sto viaggiando e creano un’atmosfera attraverso la quale non è difficile immaginare Lupi spuntare da dietro qualche tronco.

La vista delle antiche casermette mi fa capire che sono arrivata.

Un enorme spazio bianco, leggermente a conca, le contiene. Si ergono queste strutture totalmente in pietra utilizzate come punto difensivo durante la Seconda Guerra Mondiale e oggi sono davvero affascinanti da guardare anche se in rovina.

Alcune parti di queste fortificazioni, comprese quelle sparse nei dintorni, sono addirittura più antiche e la loro costruzione risale alla fine dell’800.

Questo era considerato un luogo strategico in quanto, da qui, si poteva osservare bene parecchio territorio.

L’ampiezza riempie il cuore. La neve domina su ogni cosa.

Delle nuvole sembrano onde che giungono cavalcando impetuose per ricoprire tutto ma è soltanto uno strano effetto ottico.

Attorno a questo spazio sono diverse le rotabili che si smistano portando in vari luoghi e si nota bene la vetta morbida di Marta, conosciuto anche come Monte Vacchè, che domina quest’area militare dal lungo passato.

Intendo raggiungerla, ammirarla bene nella sua ampia curva sinuosa.

La sua altezza tocca i 2.138 mt ma già all’inizio delle sue pendici si può godere di una vista davvero suggestiva.

Al di là del panorama meraviglioso a livello generale ci si può soffermare e ammirare a 360° quello che è un paesaggio che ha molto da dire.

I monti francesi sono aspri e innevati. I Balconi di Marta, di fronte a me, sono poco distanti.

Dopo un pezzo di infinito posso vedere la bellezza dolomitica del Monte Toraggio, l’austerità del Monte Pietravecchia, la Valletta e il Monte Grai che ho appena oltrepassato.

Che luogo magnifico e interessante. Non ci si annoia di certo, c’è tanto da guardare, da conoscere, da sapere.

Per questo mi fermo e contemplo tutto quello che mi circonda prima di far ritorno per la facile carrareccia che ho percorso a salire.

Quindi vi saluto Topi, sono incantata e voglio restare incantata ancora un po’.

Alla prossima! Un bacio bianco a tutti voi!

La dolcezza che inganna di Cima Donzella

Cima Donzella, o della Donzella (su alcune mappe è segnata anche di Donzella) è un monte molto importante della Valle Argentina.

Si tratta infatti del monte che con il suo pendio forma, assieme a quello di Monte Arborea, la conca del famoso Passo della Mezzaluna sullo spartiacque tra la Valle Argentina e la Valle Arroscia.

Un monte che, a vederlo, appare dolce, dalla vetta arrotondata e i crinali morbidi ma è in realtà abbastanza dura riuscire a salire fin sulla sua punta.

Per questo direi che le sue curve armoniose sono un po’ ingannatrici ma, ovviamente, non serbano ostilità anzi… La natura è totalmente impregnata di gioia, amore e bontà, lo sappiamo.

La sua forma è quella di un seno materno ed è bellissimo ammirarne la silhouette per la strada che conduce al Ciotto di San Lorenzo.

Cima Donzella, che è alta 1636 mt si trova affianco a Monte Bussana ed entrambi appartengono alla Catena Montuosa del Saccarello.

Abitata da Camosci e Caprioli, che dalla sua vetta si lanciano giù in picchiata verso la Valle, questa montagna, non altissima, fa proprio venir voglia di conoscerla meglio e i suoi ripidi pendii si decide di percorrerli per poi continuare sui crinali dei monti più belli della Valle Argentina.

Si tratta di un monte che, nella sua lunga esistenza, ha visto muoversi tanta natura e tanta storia su di lui e sotto di lui ma ha anche assistito a eventi di carattere militare e alla vita di molti pastori, ergendosi proprio su pascoli fondamentali.

Abbracciato dalla Strada Marenca e trovandosi nel mezzo di un crocevia, è diventato col tempo persino punto di riferimento tra i Comuni di Molini di Triora e di Rezzo.

Proprio in questo periodo, la sua terra sta permettendo ai Crocus di sbocciare per vestirsi di un abito più primaverile e colorato.

I toni del bronzo dati dall’erba essiccata e quelli del bordeaux di una strana ardesia ci sono ancora e sembra così di guardare un monte che emana calore nonostante il frescolino che si percepisce quassù.

La vista che offre è, come sempre accade sui miei monti, splendida anche da parte sua.

Da qui si vedono bene anche diverse e conosciute montagne francesi, ancora innevate, come il Monte Bego.

Di fronte a me ecco la magnificenza del Monte Toraggio, del Pietravecchia, della Valletta e del Grai. Più sotto, Rocca della Mela e più a destra Sua Maestà Rocca Barbone.

Il Praetto è ben visibile e pulito. Una radura che a breve sarà piena di fiori e farfalle ma che oggi non raggiungerò per godermi questo spazio e questo monte di cui vi sto parlando.

Diversi stormi di uccelli le svolazzano intorno divenendo emblema di libertà assoluta e lo spazio immenso che si percepisce osservando il luogo in cui questo monte sorge è davvero infinito e parla di vastità e bellezza.

Da qui si possono ammirare nuvole lontane che vengono accolte dalle correnti della Valle e iniziano a giocare scontrandosi con gli altri rilievi montuosi che abbiamo di fronte. Sembrano curiose e sorvolano sopra i borghi come a volerli abbracciare.

Poi passano, vanno, lasciando solo il ricordo della loro fresca presenza. Oppure restano, spesse come grandi e soffici coperte, ad avvolgere quel magnifico mondo che vedo sotto di me.

I primi insetti fanno capolino con il loro volo già vivace alla ricerca di un po’ di nettare o di qualche preda. Questa montagna, al momento, può offrire poco. Tutto è appena nato su di lei, ma quel poco basta a far assaporare una vita nuova che sta nascendo.

Tra breve la vedrò tutta verde. Sarà un verde chiaro ma intenso a ricoprirla e sarà ancora più spettacolare. Ovviamente la farò vedere anche a voi.

Adesso però vi devo salutare, molti altri articoli da scrivere mi aspettano e quindi scendo da qui e corro in tana.

 

Vi mando un bacio gentile da vera Donzella.

Da Colle Melosa al Rifugio Grai

Esiste un sentiero che da Colle Melosa porta al Rifugio Grai posizionato sul monte omonimo.

E’ un sentiero che taglia una montagna dall’altezza ridotta, un po’ in salita e anche un po’ faticoso a scendere, visti i tratti con abbondanti pietre al suolo ma assolutamente fattibile.

Da fare se si vuole poi godere di un panorama davvero mozzafiato, spesso reso ancora più incredibile dai giochi che le nuvole si prestano a mostrare. E sono giochi stupendi, mai banali.

Subito dopo la Locanda di Colle Melosa, si sorpassa il rudere di una vecchia postazione militare, un piccolo edificio e una baita continuando a rimanere sulla strada principale.

Dopo pochi metri, oltre questa casa solitaria, anziché continuare per lo stradone che diventa sterrato, ci si inoltra in un percorso ben visibile che inizia sotto l’ombra di diverse Conifere. Si tratta di una stradina che rimane sulla destra ed è unica, senza deviazioni, basta salire.

Salire, sì, certo. Ma, attenzione, occorre tener presente che gli occhi servono ben aperti e serve guardarsi attorno.

Il motivo è la presenza di molta fauna e avifauna che popola quella zona. Non sarà difficile infatti notare sulle montagne di fronte Caprioli e Camosci o Aquile e Corvi Imperiali sorvolare quei cieli.

Tenete anche conto che stiamo per raggiungere un luogo abitato dai Gracchi Alpini. Ebbene sì, questi uccelli, simili a dei Corvi ma più piccoli, hanno preso residenza da parecchi anni proprio sul Rifugio.

Ma andiamo con calma, abbiamo un po’ di strada da fare anche se siamo su un cammino abbastanza breve. E’ interessante anche la natura che ci circonda più da vicino e che quasi calpestiamo.

In questo periodo stanno nascendo i primi Crocus che, ancora chiusi e timidi, si rizzano tenaci in mezzo ai fili d’erba inariditi dal gelo. Sono molto teneri ma danno un tocco di colore in mezzo a tutte quelle tinte ancora assonnate e, a bassa voce, parlano già di primavera.

Tra il Semprevivo che ha patito l’umidità invernale e aspetta il caldo, si può notare anche la Stregona Candida con le sue foglie spesse e lanose che spuntano tra gli steli di quello che sembra essere fieno.

Questi doni di Madre Terra si iniziano a intravedere dopo aver abbandonato le Conifere a inizio percorso, le quali, sono splendide da osservare quando, ricoperte di nebbia, si bagnano fino a gocciolare dai loro aghi stille d’acqua come se piovesse.

Il resto del sentiero è all’aperto e sotto il sole, soprattutto durante la prima parte della giornata. La bruma però scende sovente nel pomeriggio e al calar della sera se non si è in piena estate.

Già salendo lo sguardo viene appagato da un bel vedere unico. I monti intorno sono bellissimi e le nuvole, sempre più basse rispetto a noi, sembrano giocare a rincorrersi muovendosi veloci nel cielo. Sembrano enormi coperte di cotone. La loro presenza però non ci ha proibito di godere di un’alba bellissima come sempre accade qui a Colle Melosa.

Il Rifugio, nostra meta, lo si può già vedere. E’ incastonato nel Monte Grai come una pietra preziosa e mostra tutta la sua facciata principale. Lunga e grigia.

Le sue finestre oggi sono delle aperture senza protezione ma un’unica grande finestra è la vista che offre su tutta la mia Valle.

Giunti alla sua base non si può non ammirare il Monte Gerbonte, il più vicino a noi da qui che, meno alto degli altri, riposa in tutta tranquillità in mezzo alla Valle.

Ma la sua immagine ci mostra una montagna davvero caratteristica e spettacolare con le sue rocce che salgono verso il cielo e le distese di Larici che lo ricoprono. Appare ruvido, severo, ma se lo si guarda in autunno, grazie al generoso foliage dei suoi alberi, regala palcoscenici molto colorati e dona calore.

Da qui ci si incanta anche a vedere la famosissima Diga di Tenarda. Un lago artificiale creato all’inizio degli anni ’60 e che, in questa stagione, sembra un lago selvaggio del Québec. Una piccola parte delle sue acque è ancora ghiacciata, se ne denota il brillio, ma lo spettacolo più intenso lo regalano gli alberi attorno che riflettono la loro figura in quello specchio immobile.

E’ meraviglioso poter vedere la Catena Montuosa del Saccarello. La si vede perfettamente stagliarsi contro l’infinito. Si riconoscono tutti i miei monti, uno per uno, e fra loro è ben visibile anche il Passo della Mezzaluna.

Ci si può sedere su quelle pietre e su quel bordo che mostra il dirupo. Ci si può sedere e ammirare tutto con serenità. Quello che si vede riempie il cuore nella sua zona più profonda e un senso di gioia pervade tutto il corpo. E’ bellissimo, è come essere in cima al mondo.

A scendere, come vi dicevo, si può faticare un poco a causa delle pietre, alcune dissestate, che si incontrano lungo il cammino ma vi assicuro che non c’è nulla di difficoltoso in questo.

Si fa quindi ritorno alla Locanda dove ci aspetta la Topomobile e, piena di ricchezza dentro me, posso rintanare.

Non mi resta che lasciarvi un bacio grande quanto grande è ciò che ho visto e andarvi a preparare il prossimo articolo che sarà davvero suggestivo.

A presto quindi! Squit!

Via Grande a Molini – la via delle vie

Beh, ecco… prima o poi dovevo pur parlarvi di questa via. E’ assai importante. Importante per tutta la Valle ma soprattutto per il paese di Molini di Triora.

Al di là dell’essere davvero molto carina, antica e caratteristica è la strada in cui, ancora oggi, sorge la casa natia di Beato Giovanni Lantrua ma… chi era costui?

Ve lo spiegherò meglio in un altro articolo a lui dedicato ma posso accennarvi che morì martire in Cina e venne beatificato dalla Chiesa Cattolica il 27 maggio del 1900.

Per i fedeli della Valle Argentina è una figura di grande rilievo che, per questo carruggio, viene ricordato anche attraverso una statua che lo rappresenta. Inoltre, alcuni abitanti di questo borgo, sono suoi discendenti. Ma andiamo con ordine. Partiamo dall’inizio.

Dal centro dell’abitato di Molini, proprio davanti a quella che fino a poco tempo fa era la Bottega di Angela Maria, conosciuta da tutti, si apre un arco in pietra rivestita che mostra una gradinata in salita formata da ciottoli e mattoncini color rosso vermiglio.

E’ Via Grande che, al suo principio, è addobbata da una gigantesca immagine la quale mostra diversi ponti della zona.

L’aria si fa subito più cupa e ombrosa sotto a quella volta ma si può tornare a vedere il cielo continuando a percorrere quei gradini.

Poco prima di giungere a metà percorso, sulla sinistra, una piccola fontanella in pietra, simile a molte altre della mia terra, indica l’inizio di un’altra piccola stradina. Vedrete che sono tanti i vicoli che si intersecano a quello che è il carruggio principale del paese. Breve ma centrale, a formare il centro storico molinese.

Questo è quello che porta alla dimora del fu Francesco Lantrua divenuto poi – Giovanni – una volta fattosi Sacerdote.

Quand’ero solo una piccola Topina, qui ci venivo in colonia e passavo delle estati bellissime. Ovviamente, anche questo stretto vicolo è dedicato al Santo e porta il suo nome.

Quasi di fronte a questo carruggio si trova la grande Chiesa dedicata a San Lorenzo Martire.

Si tratta di una Chiesa dall’impronta gotica e dal portale importante e suggestivo, in ardesia, con scritte scolpite in questa pietra lavagna per noi molto pregiata. Ampi rosoni ne addolciscono lo stile ma resta comunque imponente e spicca con le sue pareti tinte di crema.

E’ molto antica, la sua realizzazione è iniziata intorno al 1486 e regala prospettive bizzarre e tagli del cielo davvero caratteristici se guardati da qua sotto. Questo grazie soprattutto al suo campanile che svetta altissimo al di sopra di tutto.

Mi sento osservata e continuando a guardare la bellezza azzurra che sbuca dai vari edifici noto che qualcuno mi sta guardando.

Sono due Piccioni curiosi, i quali mi suggeriscono di aggirare la Chiesa e andare a vedere cosa si cela dietro di lei.

I pennuti mi hanno consigliato bene. Su un cartello posto contro la parete di una casa, adiacente l’edificio religioso, leggo “Piazza Vittorio Veneto” e mi inoltro.

Davanti a me si spalanca uno spazio molto carino. Sembra di essere nella contea di qualche paese del Nord Europa.

Si vede bene il retro della Chiesa che continua a mostrare ulteriori aperture circolari in mezzo a tutta la pietra che la realizza.

Delle case, dall’aspetto pittoresco e piacevole, la circondano e a terra noto la figura di una torre nera creata con delle grandi piastrelle di marmo.

La stessa torre, che è proprio un simbolo, la si trova sullo stemma del Comune rappresentata anche sul gonfalone concesso al paese dopo il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri avvenuto in data 12 settembre 1953.

Proseguo per la via che oggi voglio conoscere meglio. Come ad essere in un labirinto vedo che tante altre viuzze s’intersecano ad essa. Ne leggo i nomi incuriosita e guardo quello che mi circonda.

Ci sono piante e fiori. Ortensie antiche ed essiccate che comunque suggeriscono bellezza. Vedo i colori dei muri delle case. Il rosa è tra i preferiti, tipica tinta della Liguria, e dove l’umidità la fa da padrona, si scrosta un po’ l’intonaco.

Anche questa è una caratteristica dei nostri carruggi dove il sole fatica a entrare e le notti sono più scure del buio; per questo si possono incontrare tanti lampioni, in diverso stile.

Sono tante le cose che mi colpiscono. Ci sono diversi complementi che adornano questa stradina e le stesse case sono molto carine e ben tenute.

Un’abitazione abbastanza grande sembra prestigiosa. E’ segnalata da una targa che confida chi vi è nato. Un certo Avvocato Serafino Caldani, il quale pare abbia fatto tanto per il bene pubblico del paese e gli abitanti di questo borgo lo ricordano con una scritta inamovibile.

Il cielo intanto si è trasformato. E’ ora un guazzabuglio di nubi mosse dalle correnti che regalano strane scie nell’aria. Affascinano. M’incanto ancora ma, con la coda dell’occhio, noto la famosa statua che vi dicevo prima.

Ecco il Santo in tutto il suo splendore. La statua sembra in bronzo e attorno a lei una cascata di piccoli fiorellini gialli appena sbocciati l’abbellisce ulteriormente. Alcuni petali sono caduti a terra e creano un tappeto fiorito dal colore vivace e intenso che rallegra i grigi ciottoli dei gradini.

Osservando l’espressione del Lantrua, che pare pregare con lo sguardo rivolto verso Dio, noto la costruzione che si para verso la fine di questa via centrale.

Si tratta del Ricreatorio San Giovanni Lantrua. Eh sì, tutto riporta il suo nome.

Questo edificio storico è raccontato dalle diverse targhe appese alle sue pareti che parlano di lui come un oratore. Innanzi tutto si viene a conoscere il fatto che è stato costruito nel 1925 grazie alle offerte donate dalla Compagnia Teatrale Filodrammatica diretta e fondata dalla signora Faustina Balestra.

E si può poi comprendere come, le fontane sottostanti la struttura, furono ben accolte dai molinesi, nel 1899, quando l’Amministrazione Comunale le inaugurò.

Questa è l’ultima grande casa di Via Grande, da qui inizia Via Case Soprane ma, per arrivare sin qui, ho incontrato anche: Via Giulietti, Via del Canto e Via Aia di Pe’, oltre a quelle che vi ho citato prima.

Bene Topi, non mi resta che riscendere e andare a fare nuove scoperte.

Quante storie si nascondono nei dedali dei miei borghi e quante belle cose interessanti da conoscere ci sono, non vi pare?

Allora io vi saluto con un bacio storico e vi aspetto al prossimo articolo.

Il Ponte di Glori tra abbracci silenziosi

I raggi del sole tardano a scaldare in questa mattina di febbraio e la brina, sulle piccole foglie dall’animo placido, può donare il suo abbraccio più a lungo.

Ne ricopre i bordi, disegnando asterischi ghiacciati che creano un contrasto con il colore della natura ancora addormentata.

L’erba è schiacciata dal gelo come perduta, in realtà a riposo.

Cammino per questo piccolo sentiero indicatomi da una vecchia casa abbandonata a bordo strada e continuo a guardare quella bellezza che scricchiola sotto alle mie zampe. E’ proprio vero che la meraviglia si nasconde nelle piccole cose.

Starei ore, incantata, ad osservare quei bianchi e freddi fiocchetti ricoprire ancora tutto il mio mondo e so di avere poco tempo anche se il sole non si è ancora alzato nel cielo.

Il sentiero è davvero breve e pulito. Mi condurrà a un ponte conosciuto come “Il Ponte di Glori” perché si trova proprio sotto a questo paese del quale vi parlai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2012/03/25/glori-un-mucchietto-di-case/

Il barego (casone-rudere) è appena prima questo ponte che sto cercando. E’ fatto completamente in pietra e, al posto di porta e finestre, ora ha delle aperture che permettono di vederne il nudo interno.

Mi trovo per la strada che sale per la Valle conosciuta come “la strada di sotto”, cioè la via che sarebbe dovuta essere ricoperta dalla diga non più realizzata. Questa vecchia struttura la si vede molto bene sotto strada, a sinistra (salendo).

La natura si è impossessata di lei dentro e attorno.

Mentre la guardo posso già sentire lo scrosciare dell’acqua poco distante da me. E’ potente e la sua voce riecheggia colpendo le alte rocce che formano il canale del suo passaggio.

Sono rocce lisce alcune, altre ruvide mostrano strie in rilievo. Sono grigio chiaro, a tratti ricoperte da un muschio che mostra varie tonalità di verde.

Anche quello di questa tenera erbetta minuscola, che sembra una moquette, mi pare un abbraccio stretto verso quelle grandi pietre.

In certi punti, le rocce, formano dei veri muraglioni ed è proprio nel punto in cui tali pareti si alzano molto che sorge il ponte.

Posso già intravedere, tra la vegetazione, il suo esserci e gli spruzzi bianchi dell’acqua sotto di lui.

Sul ponte non ci sono muretti a protezione e nemmeno staccionate.

Occorre non sporgersi troppo, è abbastanza altino e sotto scorre il Torrente Argentina in tutto il suo splendore scontrando i massi e formando pozze dove Trote e Gamberi di Fiume trovano dimora.

Sembrano lagune in miniatura. Quanta vita celano là sotto.

E’ possibile passare su questa antica costruzione e raggiungere l’altra parte che mostra un altro sentiero ma permette di raggiungere anche scogli enormi dai quali si ha una bella vista sull’intero arco in pietra che forma quello che oggi voglio ammirare.

In realtà gli archi sono due ma uno è più piccolo, da un lato. L’altro invece, sostiene l’intera struttura centrale.

Il fiume scorre veloce ma attorno al ponte la natura è quieta.

Nonostante la fredda stagione, qualche piccolo accenno di primavera prova a spuntare e, ora che il sole si è alzato e batte forte su quelle rocce, si sta d’incanto.

Tenere e minute foglie dal verde sgargiante spiccano in mezzo a quelle sfumature spente.

Solo gli alberi che racchiudono il percorso offrono zone d’ombra ed è proprio qui, in questo piccolo boschetto, che noto l’abbraccio più bello che mi sia capitato di vedere oggi. Quello tra due alberi che sembrano ballare il tango. E con tanto di casquet!

Mi sposto per osservare quella realizzazione storica da un’altra prospettiva cercando di distogliere lo sguardo da quelle piante romantiche.

Si tratta di un ponte medievale che permetteva lunghe passeggiate sulle sponde opposte e sui monti. Monti che donavano lavoro ma anche frutti e la possibilità di costruire dimore che venivano realizzate in quella macchia.

E’ bellissimo stare qui. Seppur sono vicina alla strada che passa di sotto, per raggiungere da Taggia – Molini di Triora, non si sente volare una mosca e tutto offre un’atmosfera onirica.

Non sono in grado di affermare se questo ponte abbia bisogno di un intervento di restauro. Di certo, guardandolo dal di sotto, pare più solido e più in buone condizioni rispetto a molti altri. E’ facile confonderlo con quello di Agaggio, molto più antico e più malconcio, ma secondo le mie fonti, quello di Glori, è proprio questo.

Vi mando un abbraccio quindi, per restare in tema, anziché un bacio, e vi aspetto per il prossimo tour!

Il Toraggio – l’uomo addormentato e il suo nome

Come molti sanno, il Monte Toraggio, è uno dei miei monti preferiti.

In questi due link qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/07/19/saliamo-sulla-vetta-del-toraggio/ e qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/08/scendiamo-dal-toraggio-e-arriviamo-a-fontana-itala/ ho parlato molto di lui, spiegando come raggiungere la sua parte più vicina al cielo e come discendere, da un altro sentiero, ammirando luoghi nuovi e meravigliosi.

Pur non essendo in Valle Argentina, lo si considera comunque un monte “nostro”, in quanto, con la sua solenne presenza, lo si può ammirare da ogni punto della Valle ed è, col passare degli anni, divenuto un caro amico. Come un simbolo. Uno dei tanti che abbiamo e amiamo. Inoltre, appartiene alla Catena Montuosa del Saccarello e alle Alpi Liguri quindi è come se appartenesse anche un po’ a noi.

La cosa principale poi è che, da come lo vediamo noi, o per lo meno dalla maggior parte delle zone della Valle Argentina, appare come la sagoma del viso di un uomo addormentato, con un naso un po’ aquilino e una fronte importante. Ma non è finita qui.

Assieme al Monte Pietravecchia e al Monte Grai, che si trovano accanto a lui verso Nord, quel viso appare congiunto anche a un corpo, tanto da aver assunto nel tempo il nome di “Uomo che dorme” o persino “Il Napoleone addormentato”.

Questo perché, a volte, attraverso varie atmosfere climatiche che si formano attorno a lui, delle nubi spesse e candide alle sue pendici, pare formino i capelli bianchi del noto Imperatore.

Il Monte Toraggio, alto 1.972 mt, ha l’aspetto severo e rude. Le sue pareti non sono morbide e tondeggianti anzi… alcune guglie di pietra gli recano proprio quel fascino brusco che ammalia.

Il suo nome deriva probabilmente da “Torevaius” un termine che, un tempo, soprattutto in ambito pagano, era dedicato a importanti luoghi di culto. Torevaius, infatti, sarebbe il nome antico di un Dio preromano custode delle vette.

Non solo, lo stesso nome “Torevaius”, deriverebbe da un’antica lingua romanica che indica “In Terrabulis” e cioè “Su luogo terribile” perché – terribili – erano considerate le sue cime frastagliate.

Forse è proprio questa sua autorevolezza che mi rapisce. Quella sua bellezza data da certe rocce sporgenti e alte falesie.

Il Toraggio esige molto rispetto e non è conveniente salire su di lui quando Madre Natura non lo permette forse proprio perché, in certi momenti dell’anno, quella natura vuole starsene in totale solitudine.

Sempre da parte di alcune antiche popolazioni preromane, si è ottenuto però anche il vocabolo “Tauraricum” ad indicare un diritto di pascolo che si è poi trasformato, come termine, a causa della lingua provenzale entrata a vivere quelle Alpi. Ovviamente si parla degli ampi prati attorno alla sua base che, in estate, offrono fiori di ogni genere e il verde smeraldino di quell’erba tenera.

Si tratta di luoghi incontaminati, che invitano Cicale e Farfalle.

Il Toraggio offre ovviamente una vista spettacolare. Si vede persino il mare dalle sue vette e una distesa di monti a perdita d’occhio.

Si è quasi a 2.000 mt di altezza e sono poche, nelle sue vicinanze,  le montagne alte quanto lui o più, perciò si gode di una vista aperta da ogni lato. Una vista che non la si dimenticherà più.

E’ sicuramente una meta da raggiungere almeno una volta nella vita, perchè regala emozioni uniche.

Anche lui è magnifico sempre. Visto da ogni dove. Imponente e aspro.

Adoro le sue forme, la personalità che emana. E’, per me, anche un punto di riferimento.

Sono nata guardandolo e continuo a farlo. Così come continuerò a parlarvi di lui.

Vi mando un bacio spettacolare quanto il suo splendore e vi aspetto per la presentazione del prossimo monte. A presto!