Un buonissimo Sugo ai Funghi

Oggi, topi, realizziamo in cucina una squisitezza con i “funzi neggri” (funghi neri) che sarebbero i Porcini dalla testa scura, ma che, nella mia Valle, si chiamano come vi ho scritto. In realtà ne ho anche di altri tipi, sempre Porcini, ma prevalgono quelli scuri dal cappello profumato e l’aroma inebriante.

Ovviamente, la ricetta che sto per illustrarvi si può preparare con qualsiasi fungo edibile, varia solo il tempo di cottura, diverso da fungo a fungo, e sarà buonissima comunque. Quelli che uso oggi sono i Porcini di Castagno, cioè quelli nati tra le radici di queste piante meravigliose che popolano i miei monti, spuntano sotto l’ombra delle loro fronde. Con essi faremo u tuccu, cioè il sugo, quello rosso al pomodoro.

Quest’anno ha piovuto parecchio in Valle, sia durante l’Inverno che in Primavera, quindi Madre Terra è molto generosa. I boschi e i prati umidi si sono riempiti di queste prelibatezze per palati fini.

Iniziamo preparando un bel soffritto di aglio, rosmarino, alloro, timo e olio extra vergine d’oliva, lo mettiamo nella padella della nonna e vi aggiungeremo già i funghi ben lavati e tagliati a pezzi abbastanza grossi: fateli così, perché tanto un po’ si consumano e poi chi ama i funghi, gradisce anche masticarli e sentirne la consistenza sotto i denti!

Mi raccomando, lavateli bene, altrimenti quando si mangia la pasta si sentono in bocca i granelli di terra. Tra le rughe del gambo e le lamelle o i pori della testa, si nascondono che è un piacere!

Gli ingredienti, comprese le spezie, sono tutti ultra Bio, doni della natura che abbiamo raccolto. Questo è cibo sano per un’alimentazione sana, anche se non bisogna mai esagerare con gli intingoli.

Persino l’Olio è proprio della Valle Argentina, prodotto con le mitiche e conosciutissime Olive Taggiasche.

Mettiamo sul fuoco, la fiamma deve essere bassa, e dopo aver fatto rosolare per qualche minuto bisogna sfumare con del vino bianco.

Con tutti questi ingredienti abbondate tranquillamente: il vostro sugo, pur essendo semplicissimo da preparare, rimarrà molto più gustoso.

Quando i funghi saranno un po’ consumati e avranno bevuto tutto il vino, aggiungiamo i pomodori.

Saranno dei pelati, anziché la passata, perché li trovo meno acidi, anche se dovremo aggiungere ugualmente una puntina di zucchero e saleremo a piacere.

Li rompiamo con le mani e rimarranno a pezzi grossi e disfatti che poi si disferanno ulteriormente durante la cottura.

La cottura, a proposito, dovrà essere breve. Dopo aver messo i pelati, una mezz’ora basterà per avere nella nostra padella un ottimo condimento.

Se i funghi sono particolarmente sodi e turgidi, lasciateli consumare per bene prima di mettere la polpa di pomodoro. I tocchi si dovranno masticare, ma non devono risultare troppo duri o saper di crudo.

Una volta ultimata la cottura avrete terminato e realizzato un sugo da leccarsi i baffi, potete credermi. Ora non vi resta che invitare altri topi a pranzo e farete un vero figurone. Si ricorderanno del vostro sugo per un bel po’ e vi chiederanno, senz’altro, di rifarlo.

Un goloso saluto dalla vostra Pigmy!

Il forno di Molini e il suo Pane di Oz

Ah, il pane… Che profumo, e che sapore!

Topi, nella mia Valle è un elemento che proprio non può mancare, ed è talmente famoso per la sua bontà e per il suo essere così genuino e particolare nella sua semplicità che lo si trova nella maggior parte dei supermercati, anche sulla costa, dalla frazione di Latte a Cervo.

Il 9 giugno scorso, in occasione della giornata dedicata a Il valore della Valle, ho avuto il piacere di trovarmi all’interno del forno di Molini di Triora. Simona e Capponi Roberto mi hanno accolta in quell’ambiente caldo e raccolto.

La loro attività è aperta dagli anni ’50, tramandatasi di padre in figlio, mi raccontano.

pane di oz forno molini di triora

Il forno è realizzato in pietra refrattaria, ma non è più alimentato a legna, anche se fino a poco tempo fa lo era. La legge, infatti, ha stabilito diversamente e anche qui, dove si produce il cosiddetto Pane di Oz, si sono dovuti adeguare.

Il prodotto protagonista del forno di Molini è, ovviamente, il pane, realizzato con farina semi-integrale di tipo 1, meno raffinata della 00 e, pertanto, più nutriente. Il lievito usato è quello naturale, misto a quello di birra. Ciò che se ne ricava, è un impasto rustico, che costituirà, una volta cotto, un alimento antico ampiamente utilizzato anche in passato nella mia Valle. A questo punto, bisogna lasciar lievitare le pagnotte per un’ora. Vengono stese su tavole di legno, che aiutano il processo di lievitazione, spolverate di crusca. Questa è una caratteristica particolare, che conferisce al pane delle proprietà specifiche. La crusca, infatti, è benefica per il tratto gastro-intestinale, e rende il pane ancor più genuino.

Trascorso il tempo di lievitazione, il pane entra finalmente nel forno, dove viene cotto per un’ora e mezza a 180°-190° C. Roberto mi spiega che la temperatura non deve mai toccare i 200°C, altrimenti la crosta si brucerebbe e l’impasto resterebbe crudo all’interno.

A questo punto, il Pane di Oz è pronto, fragrante e profumato! Una parte viene destinato alla vendita diretta, un’altra, invece, viene distribuita nei supermercati e nelle botteghe, non solo della Valle, come vi dicevo poco fa. La scadenza del pane è stata stabilita a tre giorni dalla cottura, ma conserva molto bene la sua freschezza anche oltre questo lasso di tempo. E’ buonissimo anche secco, provatelo, se ne avete l’occasione! E’ un pane studiato appositamente per durare nel tempo; eh sì, topi, bisogna pensare ai ritmi di un tempo, quando i pastori partivano per i pascoli con il bestiame e potevano stare fuori casa anche per giorni. Dovevano avere con sé cibi in grado di durare a lungo, e il pane doveva poter soddisfare ogni loro fabbisogno.

Potete usarlo nelle zuppe o, ancora meglio, per le vostre squisite bruschette estive con aglio, pomodoro ed erbe aromatiche. Io lo pesto grossolanamente col batticarne in un canovaccio e uso i pezzetti di pane raffermo sulle frittate al forno: non solo le decorano con una crosticina croccante, ma danno anche un gusto particolare e molto sfizioso al piatto. Lo apprezzano sempre topoamici e topo parenti, parola di Pigmy.

Ma torniamo al forno di Molini. I proprietari mi mostrano anche altre squisite meraviglie, durante il breve tour nel loro “paese dei balocchi”. Tra i prodotti che si realizzano qui, tra queste calde e accoglienti mura, c’è un altro alimento molto antico, il pane d’orzo meglio conosciuto come Carpasina. E’ quello dei pastori, un alimento che accompagnava la transumanza e durava anche un mese e più.

pane d'orzo carpasina molini di triora

Deve essere bagnato in acqua e si dice sia stato ideato proprio a Carpasio. Oggi viene condito con pomodoro fresco e aglio, oppure coi formaggi tipici della zona. Sarò pure una topina fantasiosa, ma a me ha ricordato il Pan di Via inventato da J.R.R. Tolkien nel suo “Il Signore degli Anelli”. Per questo pane si usa farina d’orzo, dicevo.  Come viene detto sulla pagina Facebook ufficiale del Pane di Oz, oggi quest’orzo  è di origine piemontese, ma un tempo proveniva direttamente dalla Valle e dalla zona di Carpasio. La farina d’orzo deve essere necessariamente macinata a pietra, altrimenti nei classici cilindri metallici moderni si ossiderebbe, compromettendo il risultato del prodotto finale, il pane.  Viene impastata insieme all’acqua e al lievito di birra e poi il composto viene fatto riposare, ricoprendolo preventivamente con della farina d’orzo, dopo di che viene lavorato a lungo, per poi dare forma a pagnotte allungate, che verranno tagliate a fette con un filo di spago. I dischi così creati, vengono cotti in forno, prima da una parte e poi dall’altra, a temperatura bassa per due ore. C’è una piccola chicca da conoscere sul procedimento di realizzazione del Carpasina, e cioè che le fette non devono essere toccate con le mani, il cui grasso naturale renderebbe impermeabile il pane al momento di consumarlo, e questo sarebbe un peccato, perché l’uso tradizionale prevede che sia accompagnato al vino, al latte, all’acqua o all’olio.

Questo pane viene venduto confezionato in molti supermercati, insieme ad altre prelibatezze, come i Bastunetti, tranci già pronti di pane utilizzabili in insalate e zuppe al posto dei classici crostini, e i Benedettini di Taggia, i canestrelli della tradizione, ma rivisitati nella forma per renderli più comodi da assaporare.

benedettini taggia canestrelli forno molini di triora pane di oz

La vera chicca della mia gita al forno di Molini, però, è stata la degustazione di un cibo realizzato per l’occasione e non in vendita: un pane integrale profumatissimo nel cui impasto erano presenti lavanda e miele!

pane lavanda e miele

Topi, non so descrivervi la bontà di questo pane, il suo gusto particolare e aromatico. Posso solo dirvi che è stata una gioia per il mio palato sorcino, una goduria, soprattutto accompagnato con i formaggi che si producono nella mia Valle!

Non posso che augurarmi che venga presto commercializzato, sono impazziti tutti per questa specialità che intreccia novità e tradizione.

Ora vi saluto, topi, per oggi ho degustato abbastanza.

Un abbraccio fragrante dalla vostra Pigmy.

Pruny, il Naan, il Padre Nostro e Maga Gemma

Buongiorno Topi, devo assolutamente raccontarvi la mia giornata di ieri perché è stata contrassegnata da diverse emozioni dal mattino alla sera. Non ci crederete, ma ho avuto a pranzo un’ospite veramente di riguardo, di quelli che ben poche volte s’incontrano sotto questi Castagni. Tenetevi forte!

E’ venuta a trovarmi al Mulino nientepopodimenoche… Gemma, la più grande e potente Maga dei boschi che io abbia mai conosciuto. Solo il suo nome la dice lunga su quanto siano preziosi la sua essenza e il suo sapere. Maga Gemma, infatti, mi ha sempre insegnato molto nonostante mi metta un po’ di soggezione con quel suo modo di fare austero e severo, ma so che è molto buona e che la sua essenza è pura e devota a Madre Terra, proprio come la mia.

Insomma, per un’ospite così importante, dovevo cucinare qualcosa che fosse all’altezza e ho deciso di accompagnare le Noci tostate e una macedonia di Mirtilli selvatici a un’ottima marmellata di Sambuco e… al Naan.

Oh, sento già che vi state chiedendo che cosa caspiterina sia questo Naan, per cui ve lo spiego subito. La ricetta mi è stata tramandata da un lontano topo-parente che ho in India, il quale è considerato, nella città di Deshnoke, la reincarnazione di un Sadhu, un Santo della religione Indù. Certo! Mica come qui che, a noi topi, ci cacciano via dalle città! Comunque, grazie a Giuliva, la mia amica Oca, che ha volato per un mucchio di chilometri, ho ricevuto in dono questa preziosa ricetta che condivido con voi dopo averla rivisitata e personalizzata.

Innanzi tutto devo dirvi che il Naan è un cibo nutriente, salutare, ma anche molto semplice da preparare e davvero goloso. Io mi diverto a farlo aggiungendo diversi sapori come lo Scalogno, la Verbena, l’Aglio, i Semi di Girasole e… con un po’ di fantasia, qualsiasi ingrediente andrà più che bene.

Quello che vi presento oggi è all’Origano (Origanum vulgare) e davvero ottimo.

Il Naan, conosciuto come un pane lievitato (in tanti usano il lievito di birra), è invece preparato da me completamente senza lievito, ma rimane ugualmente morbido e friabile e anche sufficientemente spesso da poter aprire a mo’ di panino e farcire come meglio si preferisce.

Con il termine Naan si intende, in tutta l’Asia Centrale e nel Medio Oriente, qualsiasi tipo di pane azzimo, ossia un pane al quale non occorra lievitazione. E’ molto diverso da quello che preparo di solito.

Con le dosi che vi scrivo in questo articolo, riuscirete a creare 8 panetti, più o meno del diametro di 12 cm circa, ma potrete farli anche più piccoli e più sottili e ottenerne 2 in più.

Gli ingredienti e la quantità sono i seguenti:

  • 300 gr di farina integrale
  • 250 gr di yogurt bianco magro
  • ½ cucchiaino da tè di bicarbonato
  • 1 filo d’olio extra vergine d’oliva
  • 3 pizzichi di sale
  • 1 manciata dell’ingrediente che avete scelto (in questo caso l’Origano).

L’Origano, dall’inconfondibile profumo fresco e aromatico, è un vero toccasana naturale, con proprietà antiinfiammatorie, antisettiche e antispasmodiche e ricco di vitamine, sali minerali, calcio e potassio.

Mescolate e impastate bene il tutto.

Se l’impasto dovesse risultare un po’ troppo asciutto, anche se vedrete che non sarà comunque molto morbido né appiccicoso, potrete aggiungere un goccio di latte a temperatura ambiente o tiepido. All’inverso, se troppo bagnato, aggiungete farina.

Una volta ottenuta una palla, dividetela in quattro parti e poi ognuna di queste parti ancora a metà, fino a ottenere, come vi dicevo prima, 8 pezzetti di pasta che trasformerete in palline.

Le palline verranno poi schiacciate con le zampe e le dita per assottigliarle e appiattirle, c’è anche chi usa il mattarello, ottenendo cerchi perfetti, ma io preferisco un risultato più rustico e meno preciso. E poco sottile, anche. Pure l’occhio vuole la sua parte, come in tutte le cose, e al mio piacciono le imperfezioni.

Mettiamo a scaldare sul fuoco una padella che dev’essere molto, molto, e ancora molto antiaderente, così, senza l’utilizzo di olio o altro, potrete cuocere i vostri Naan evitando che si attacchino. Il fuoco dovrà essere vivace e la padella, prima di essere utilizzata, dovrà essere bella calda.

Passatelo qualche minuto da una parte e qualche minuto dall’altra a fuoco sempre bello vivo, ma non al massimo, o rischiate di bruciare il vostro capolavoro. I miei si gonfiano un poco, ad alcune persone diventano proprio come dei palloncini che poi si sgonfiano una volta tolti dalla padella. La cottura dovrete controllarla da voi, perché dipende da vari fattori, soprattutto dallo spessore del Naan e dalla potenza del fuoco. Io, il primo, l’ho praticamente distrutto per guardarlo dentro, assaggiarlo e capire quando era pronto. All’incirca, comunque, occorreranno 4-5 minuti per ogni piadina. Ovviamente potete farli cuocere anche più dei miei, se vi piacciono più croccanti e  abbrustoliti, io, però, li gradisco morbidi e teneri.

Potrete farne quanti ne vorrete, conservarli è facilissimo. Basta metterli nel congelatore e, all’occorrenza, farli scongelare e riscaldare o nel microonde o sulla piastra elettrica. Anche in padella andrà benissimo. Rimarranno un po’ più croccanti fuori e soffici dentro. Se, invece, li lasciate diventare secchi nella credenza, potrete sempre consumarli nel latte, nel tè o nel caffè, o persino nella minestra, come dei crostini, sarà come intingere del pane e a me piace molto. Non si spreca nulla.

Il vero Naan, che non prevede l’aggiunta di un ulteriore sapore, è meno gustoso, seppur buonissimo, mentre con l’aggiunta dell’aroma che più preferite diventa davvero goloso da mangiare come una focaccia o un trancio di pizza e da dare anche ai topini per la merenda della scuola. Comodo e genuino, insomma.

Vi sto descrivendo la ricetta per fare quello che viene chiamato “Naan salato”, ma potete realizzarlo anche dolce mettendo lo zucchero (vi consiglio quello di canna) al posto del sale e cospargendo poi la vostra creazione di ulteriore zucchero, magari a velo, farcendolo poi con del cioccolato o della marmellata, del miele o del malto. Una squisitezza!

E lo ha dichiarato anche Maga Gemma, che mi ha raccontato una storia davvero molto curiosa proprio sul Pane.

Questo alimento è considerato da sempre il cibo più povero e più genuino di tutti. E’ anche quello più indispensabile, che accompagna i nostri piatti dai tempi più antichi e piace davvero a chiunque. Di tipi di pane ce ne sono migliaia ed è senza ombra di dubbio l’alimento più umile che si conosca.

«Pruna, conosci quella che può essere considerata la preghiera più famosa per gli umani appartenenti alla religione cattolica?» mi ha chiesto Maga Gemma, sorseggiando un goccio di Mentolino di mia produzione una volta ultimato il pranzo.

Speravo non mi cogliesse impreparata: «Ehm…» ho risposto titubante «il Padre Nostro

«Esattamente! Dacci oggi il nostro pane quotidiano» fece lei.

«Si!» replicai con entusiasmo per essere riuscita bene nell’interrogazione.

«Parlando di Pane mi hai fatto venire in mente questa riflessione. Tu sai cosa significhi, in realtà, parlare di pane quotidiano in questa preghiera?»

Cavoli, ora le domande stavano prendendo una linea un po’ ostica e titubai. Cosa significa? Indicava, forse, la sussistenza che ci viene sempre offerta? O, forse, che grazie a lui possiamo sfamarci ogni giorno?

La Maga, che è proprio una Maga, si accorse della mia esitazione e, con dolcezza, si appropinquò a fornirmi le dovute spiegazioni.

«Vedi, Pruna, in realtà, anche molti esseri umani credono che, parlando di Pane, s’intenda il cibo vero e proprio. Tuttavia, in realtà, nella preghiera si sta sottolineando una metafora molto importante. Innanzi tutto occorre sapere che, secondo alcune fonti, questa supplica venne insegnata da Gesù ai propri discepoli con l’intento di usarla come strumento per avvicinare gli uomini a Dio, al Padre, quindi all’Assoluto. Si tratta di un dono che spetta a ciascuno di noi, anche agli animaletti come te, e alle piante e a tutto il Creato. E’ un dono che possediamo dentro: il poter vivere in un continuo stato di entusiasmo, in connessione con il Divino. Si tratta di vivere nell’amore e nella gioia, ma, mentre per noi abitanti del bosco questo compito appare più facile e naturale, per la maggior parte degli esseri umani, alterati dalla frenetica società in cui vivono, tanto semplice non è.»

Wow! Ero già tutt’orecchi e la Maga, sorridendomi, continuò: «Il Pane della preghiera simboleggia le necessità che si percepiscono durante la vita, e, soprattutto, durante il presente, cioè nell’Adesso, in questo preciso momento. Ecco perché si parla di  quotidiano. Ciò significa ricevere la possibilità di soddisfacimento per tali bisogni e imparare a vivere anche senza di essi. Il Dio che risiede fondamentalmente in ognuno di noi non ha dei bisogni, non dovrebbe averne: egli vive e basta, godendosi la magia di questa grandissima e complessa avventura che è la vita. Ciò significa anche che, proprio nella quotidianità, non occorre pensare ai bisogni del passato, a ciò che poteva servire ieri o un anno fa. Sono tempi che non esistono più, per cui serve focalizzarsi solo sul presente, sul “Qui e Ora”, e solo in quel momento si può vivere la meravigliosa sensazione e comprensione che, in quel preciso istante, non si ha esigenza di niente. Tutto è perfetto, in connessione con l’Energia Universale. Tutto esiste e vive.»

Ero completamente rapita da quelle parole. Non avrei mai immaginato che, preparando una ricetta tanto semplice, avrei potuto ottenere in cambio tanta saggezza.

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano… quindi, se ho capito bene, significa rivolgersi all’Energia Universale chiedendole di regalarci la capacità di entrare, essere e rimanere in presenza, nel nostro Sé Superiore. Significa possedere tutto, insomma, in quella dimensione nella quale possiamo vivere per quello che siamo realmente e non soltanto come dei corpi con una ragione. Giusto?»

«Proprio così Pruna, brava!»

«Significa anche dover recitare tale preghiera con la consapevolezza che hai offerto tu, al fine di poter ottenere davvero ciò che si chiede?»

«Naturalmente. Le preghiere non sono recite inutili, inventate a casaccio, tanto per dare fiato alle trombe. Hanno da sempre un loro scopo ben preciso e che l’Universo ascolta. Non importa a quale religione apparteniamo, o se si crede o meno in un Dio. Quello che è basilare è l’intento della richiesta, perché l’Energia del Cosmo ascolta e risponde, riflettendo esattamente quello che noi emaniamo. Ma questo è un discorso molto lungo e importante, Topina, che dovremmo affrontare in un secondo momento. Per ora accontentati di quello che ti ho spiegato oggi e, se ti capita di incontrare qualche umano, riferisci ciò che hai imparato. E’ importante.»

Ero felice di aver soddisfatto la Maga, tengo molto al suo giudizio. Qui nel bosco è considerata un essere di grande saggezza ed è amica delle Fate e dei corpi sottili che ci svolazzano attorno ogni dì e che presto vi farò conoscere. Io sono davvero felice, non vedo l’ora di preparare qualche altro piatto goloso per invitare di nuovo Maga Gemma da me e affrontare con lei altre illuminanti questioni.

Nel frattempo, non mi rimane altro che augurarvi buon appetito, Topi, e vi do appuntamento alla prossima squisita e salutare ricetta! Squit!

Sfamiamoci di Semini

I Semi, doni squisiti che ci regala Madre Natura, non sono solo cibo per roditori. Anche voi umani potete mangiarli e, anzi, dovreste! Infatti,contengono un’infinità di sostanze nutritive che nemmeno potete immaginare.

Il nome lo dice già: “Seme”, a indicare qualcosa che contiene tutto e che deve solo sbocciare. La vita, il nutrimento, tutto ciò di cui si ha bisogno è proprio lì dentro, rimasto ancora puro, forte, energico. Queste virtù, se assunte, non potranno che recare benefici all’interno dell’organismo.

Sono tanti i Semi dei quali possiamo cibarci, ma oggi vi parlerò in particolare di quelli del Girasole (Helianthus annuus della famiglia delle Astaraceae), pianta molto amata.

I suoi Semi sono graditi anche alle Fate dei miei boschi, le quali sanno bene come alimentarsi per mantenere sempre viva la loro bellezza; inoltre, sono ricchi di Tocoferolo, ossia Vitamina E, pertanto hanno la capacità di mantenere giovani le cellule del corpo grazie a una profonda e imbibente idratazione, perché hanno potere antiossidante. Forniscono altresì una giusta ed equilibrata dose di grassi e proteine e, aggiunti a una dieta sana, arricchiscono l’alimentazione con le loro ottime proprietà.

Contribuiscono a mantenere in buone condizioni i capelli, le unghie, la pelle e anche il bellissimo e morbidoso pelo che mi avvolge e mi scalda nei periodi più freddi. Vi siete mai chiesti come mai alcuni uccelli abbiano una livrea coloratissima e fantastica? Da quando li ho fatti provare a Scoiattolo, mio vicino di tana, ha una coda molto più folta e lunga rispetto a com’era prima. Inoltre, adesso non fa più tutti quegli scatti che faceva prima con la testa e le zampe: questi Semi, infatti, sono ricchi di Magnesio e permettono al fisico di essere meno in tensione e più rilassato. Contengono anche tanto Ferro, quindi sono molto indicati per il sesso femminile e per le neo-mamme.

Racchiuso all’interno di un robusto guscio c’è il nettare dell’esistenza. Rosicchiare questo guscio fa bene a noi topi, anche perché con esso ci limiamo i denti! Ovviamente io li mangio crudi, in insalata o mettendoli sulle pietanze come se fossero un’erba gustosa, ma si possono anche cucinare, come i Pinoli, tostare e inumidire e aggiungere così a diversi piatti un nutrimento e un sapore ricchi e nuovi.

Con l’olio che si ricava da essi si può friggere e le fritture avranno un gusto delicato e deciso allo stesso tempo. Questi Semi fanno bene anche al cuore e riequilibrano il lavoro dell’intestino.

Sono Semi che hanno viaggiato molto. Scoperti in Perù tantissimi anni fa, sono giunti a noi dopo essere sbarcati in Spagna e ne sono arrivati di diversi tipi, ma tutti ugualmente buoni ed efficaci.

Grazie all’eliotropismo del Girasole, ossia il movimento che permette a questo fiore di seguire il Sole durante il giorno, questi semini sono costantemente nutriti e baciati da quella che è la primaria fonte vitale per la Terra e la Natura stessa. Quindi hanno immagazzinato, per molto tempo, tutta l’energia vitale che si possa desiderare. Ingoiandone uno è come ingurgitare un minuscolo pezzettino di Sole… vi sembra poco? Il Girasole, infatti, reca con sé il significato della vitalità, ma anche della longevità, per questo non può mancare il significato simbolico di felicità. Mangiare bene, infatti, rende sani, vigorosi, vitali.. ma anche felici.

Il Girasole, come racconta la leggenda mitologica di Clizia e Apollo, è devoto al Sole e lo considera come un Padre o un amato. La ninfa Clizia, infatti, si trasformò in fiore proprio perché passava le sue giornate ad ammirare il Dio Apollo nel cielo e, completamente innamorata, lo seguiva con lo sguardo per ore e ore. Per questo si dice anche che i Girasoli – e di conseguenza i suoi Semi – sono colmi d’amore.

Insomma, cosa ne dite? Vi ho convinto a cibarvi meglio? Sono regali pregiati di Madre Natura, questi! Non vi conviene snobbarli. Volete davvero conoscere tutte le meraviglie della Natura e del Creato? Iniziate dalle piccole cose allora. Sono le migliori.

Non per niente, io sono piccola come una ghianda….

Un piccolissimo bacio a tutti!

La carbonara alternativa di Topino

Topi, che volete farci? Gli anni passano e anche Topino è cresciuto.

Quest’anno si affaccerà all’età adulta, ormai è grande. Talmente grande che qualche volta cucina per me. E cucina bene, sapete?

Un giorno, per esempio, ha deciso di preparare lui il pranzo per me e una mia cara amica. Dalla sua padella è saltata fuori una carbonara alternativa, vegetariana e davvero squisita, posso assicurarvelo. Per questo pensavo di proporla anche a voi, roba da leccarsi i baffi, slurp!

Vi dico subito come si fa. Prendete un cipollotto e tritatelo finemente al coltello, poi mettetelo in padella insieme a un filo d’olio. Mentre quello soffrigge, tagliate del radicchio rosso tondo, lui ne ha usato uno piccolo intero per due persone. Fatelo a striscioline, poi tagliatelo a pezzetti ancora più piccoli e aggiungete tutto in padella, insieme al sale, al pepe, al prezzemolo e, se non gradite l’amaro del radicchio, mettete uno o due pizzichi di zucchero.

carbonara radicchio

Vedrete che appassirà in fretta. Potete anche aggiungere un goccio d’acqua per non far attaccare il tutto.

Intanto, mettete a cuocere la pasta in acqua bollente salata, lui ha usato gli spaghetti, che si prestano davvero bene a questa ricetta. Sbattete un uovo (per ogni due persone) in una ciotola insieme a parmigiano, sale e pepe. Quando la pasta sarà cotta, scolatela e versatela dentro la padella con il condimento, aggiungete l’uovo sbattuto, un filo d’olio e fate saltare. Se la gradite, potete aggiungere della panna da cucina o un goccio di latte per amalgamare bene tutto e dare un tocco in più a questa originale pietanza.

carbonara vegetariana

A questo punto la carbonara alternativa è pronta e non vi resterà che gustarla.

Grazie, Topino! Buon appetito, topi, io corro a mangiare. Che profumino!

 

Le Acque buone e che fanno bene. Per chi non ama l’Acqua.

Cari Topi,

sapete che noi, nel bosco, alla salute ci teniamo molto e quando la salute ci è data proprio da elementi naturali ancor meglio. Desidero quindi farvi conoscere una mia semplice ricettina salutare e dissetante adatta a tutti quelli che amano poco il gusto/non gusto dell’acqua.

Si tratta inoltre di una soluzione che può essere gustata anche come rimedio verso vari inestetismi o persino stati d’animo.

“Acqua sciogli-grasso, acqua dolce, acqua che dona il buonumore, sono infinite le acque che possiamo creare con le nostre stesse zampe e, oltre ad essere buone, sono anche utili al nostro organismo.

Oggi vi farò vedere come ho preparato l’acqua di Fragole e Stevia, una bontà ricca di Vit. A, Vit. C, Calcio, Ferro, Magnesio e tantissimi altri elementi fantastici.

Le Fragole sono grandi contenitori di Vit. C e hanno un’azione antiossidante potentissima.

La Stevia, invece, pianta conosciuta anche con il nome di Sugarleaf grazie al suo sapore, è un dolcificante naturale che però, al contrario dello zucchero, può essere usato in caso di Diabete (chiedete il parere del topo-medico), non alza il livello glicemico nel sangue e soprattutto non ha calorie, quindi, non ingrassa.

Ovviamente, per tutti gli alimenti che Madre Natura ci offre, si consiglia sempre di non abusarne altrimenti rischierete di ottenere effetti negativi anzichè benefici, si sa.

Quest’acqua quindi, preparata solo con questi due ingredienti, ma che voi potrete modificare a vostro piacimento, sarà quindi un’acqua molto dolce ma salutare che può piacere sicuramente anche ai bambini.

Per 1 lt. d’acqua consiglio di mettere 7/8 Fragole e intendo Fragole da coltivazione biologica che sono sempre molto più piccole rispetto a quelle che troviamo al Supermercato ma anche più dolci. Poi, sicuramente, sarà il vostro palato a darvi in seguito i giusti suggerimenti.

Di Stevia invece ne metterei almeno una decina di foglie grossolanamente spezzettate.

Se non avete la pianta di Stevia sul terrazzo o in giardino sappiate che potete acquistarla in bustine ma per la dose dovrete leggere cosa riporta la confezione.

Anche le Fragole andranno tagliate in 4 parti, grosso modo, e il tutto, bisognerà metterlo all’interno di una caraffa.

Aggiungete l’acqua fino a riempire e lasciate almeno 12 ore in frigo a riposare.

Non ci sono conservanti per cui ricordate che non durerà molti giorni, nel giro di 2 giorni dovrete berla anche se la lascerete in frigo per non far andar a male gli ingredienti.

Vi assicuro comunque che 1 lt. è una quantità minima e che questo elisir da voi creato è molto buono.

Vi consiglio, sempre per non rischiare di eccedere, di cambiare di volta in volta gli elementi e creare quindi altre acque adatte ad altri scopi, come quella di Menta e Limone: dissetante, rinfrescante, antinfiammatoria e dimagrante.

Oppure quella con Zenzero, Cetriolo, Limone e Menta: idratante e anticellulite.

Potrete spaziare con la fantasia e trovare così il modo di bere anche se non vi piace bere acqua.

Non vi resta che dare spazio alla fantasia e alla voglia di creare.

Io la trovo un’idea fantastica, squisita, divertente e valida!”

E allora buona preparazione a tutti, un bacio fruttoso e alla prossima!

Alla ricerca di antichi sapori

Oggi voglio presentarvi una tipica ricetta della mia Valle che precisamente si dice essere nata nel paese di Montalto Ligure, il paese romantico della Valle Argentina, che vi descrissi tempo fa.

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La ricetta si chiama: La Frandura.

La Frandura è una torta, o una focaccia come alcuni la chiamano, di patate. E’ una sostanziosa e gustosa pietanza che esiste già dal 1800 ed era utile per i contadini che, lavorando i campi, potevano portare con se un pasto semplice ma molto nutriente. Spero infatti di darvi le giuste nozioni riguardo la sua preparazione che appartiene davvero a – un tempo che fu -.

Gli ingredienti usati sono umili ma molto gustosi e, ovviamente, il più possibile autoctoni come il nostro famoso Olio Extra Vergine ricavato dalle buonissime Olive Taggiasche (conosciute ovunque) e le patate coltivate in gran parte della vallata. 3730La ricetta e le quantità sono queste che ho preso dal sito agriligurianet.it in quanto mi sembra la più tradizionale.

La Frandura infatti, presentandosi composta da ingredienti senza troppe pretese, la si può arricchire come meglio si crede aggiungendo infinite cosine deliziose ma non sarebbe però quella tipica.

Quantità per 6 persone:

250 grammi di farina 00

1 bicchiere di latte

5 patate

olio extravergine d’oliva

100 grammi di formaggio di grana grattugiato

sale q. b. (se piace anche del pepe)

C’è chi aggiunge anche un uovo per amalgamare meglio gli ingredienti.

Sbucciate e tagliate, a fette sottili, le patate che devono essere disposte a spina di pesce in una teglia unta con l’olio. Spolverizzate con sale. Nel frattempo preparate una liquida pastella con la farina ed il latte che unirete lentamente e, nel caso, anche l’uovo. Mescolate con cura, evitando di formare grumi, salate e versate sulle patate in modo da coprirle. Infine cospargete il tutto con il formaggio grattugiato.

Porre in forno a 200°C sino a quando si sarà formata una crosticina dorata. Il tempo di cottura è di circa mezz’ora. Se servita calda risulta ancora più appetitosa.

Come vedete è davvero semplice ma sicuramente saprà conquistare anche i vostri ospiti non solo dal punto di vista del gusto ma anche da quello storico e culturale. Essendo anche veloce da preparare è l’ideale per la sera, quando si arriva a casa, dopo una giornata di lavoro e non si sa cosa fare per cena.

Io spero possa essere di vostro gradimento e con un abbraccio vi saluto dandovi appuntamento al prossimo post!

Photo la seconda foto è del sito amicidiponente.it

M.

Un pò di Thai

Ha ben poco a che vedere con la mia valle e i miei luoghi quello che vi descriverò oggi ma è tutto così bello e tutto così buono che era davvero un peccato non parlarvene. Che poi, non è così distante dal mio bosco e la mia vegetazione, il protagonista di questo post, se si sottolineano le piante, gli aromi e le loro proprietà come la menta, la salvia e molti altri. Ebbene, oggi vi porto a mangiare nel ristorante thailandese. Quello di Nizza precisamente. Meraviglioso.WP_20150509_002 E che piatti, che ricette, che porzioni! Esagerate, proprio come piacciono a me. Il locale è l’Aroy Thai, sul mare e sarà lui a riempire queste righe. Che splendore di location. Elegante, silenzioso, pulito. Il rosso e l’avorio sono i colori che dominano. I proprietari, marito e moglie presumo, di origini visibilmente orientali, sono gentilissimi e si affrettano a prendere l’ordinazione. Parto con una mega insalata di gamberi, granella di nocciole, peperoni verdi, cipolla, menta, citronella, salsa agrodolce, zenzero, germogli di soia, insalata e diversi altri ingredienti. Troppi, non me li ricordo. Ora, voi direte dopo aver letto quest’elenco – Ammappalò! Alla faccia della leggerezza! -, ebbene, ve lo assicuro, non solo era davvero leggero come piatto ma aveva un gusto fantastico e di una freschezza incredibile. L’ho spazzolata tutta! Non contenta, mi son fatta portare anche delle frittelle di gamberi. Il loro fritto è diverso, meno unto. Non ho idea di quale magolamagamagia usino ma lo preferisco. WP_20150509_004E che carini gli addobbi per i piatti che riescono a creare lavorando la verdura. I ravanelli sono stati trasformati in fiori. Delle spettacolari rose rosse.WP_20150509_005Topomarito, ha optato invece per la carne di manzo, squisita anch’essa, al basilico piccante, servita assieme a qualche particolare alimento dal gusto poco conosciuto. Del buon vino bianco quale il Traminer d’Alsàce, per nulla dell’Est quindi, ha incorniciato il tutto a meraviglia. Ci chiedono se vogliamo del riso al posto del pane proprio come si usa fare dalle loro parti. WP_20150509_003Che bellezza! Ed è tutto bello anche intorno a me. Il mio sguardo incontra oggetti preziosi e ben accostati gli uni agli altri. Splendidi rami fioriti, dipinti importanti, merletti dorati, statue imponenti… WP_20150509_006ma ciò che mi ha colpito di più è stata la scalinata che ho salito per andare alla toilette al piano superiore, dal quale si gode di una vista incredibile. WP_20150509_007Una doppia scala curva di marmo color bordeaux, contornata da uno splendido laghetto ricco di pagode, piante colorate, scogli, lanterne e ovviamente le immancabili Carpe Koi. WP_20150509_008L’acqua era linda e trasparente e, tutt’intorno, un grazioso muretto rosso, delineava questo mini parco acquatico nel quale, al centro, l’acqua formava una leggera cascata che accompagnava con il suo dolce rumore i pasti dei commensali. Incantevoli le foglie colorate che lo ravvivavano. WP_20150509_009Nel bagno non c’erano asciugamani, ne aria calda per asciugarsi le zampe. Bensì delle salviettine umide e calde. Le stesse che ti danno a fine pasto, anti-odore, che riportano una leggera fragranza di limone.WP_20150509_014 La signora, sorridendo maliziosa, dopo averci portato il caffè, ci offre una specie di grappa, un tipico liquore thailandese dentro a dei bicchierini particolari di ceramica. Un classico che conoscete tutti immagino; guardate un po’ cos’è spuntato dal fondo della coppetta? Per chi non capisse sono due figure nude alle quali ho cercato di coprire le parti intime.WP_20150509_013 E una ovviamente per me con il maschietto e una per topomarito con la femminuccia. Ehm… vabbè, si fa per ridere un po’. Tutto molto bello così come l’atmosfera. WP_20150509_010Non vedo l’ora di tornarci per provare nuovi piatti, nuovi sapori e nuovi profumi. E a voi piace la cucina thai? L’avete già assaggiata? Un abbraccio a tutti.

Miglio e Semi di Zucca, non ci crederete ma vi rendono felici!

E si perchè si dice che alimentarsi bene sia uno dei primi traguardi per arrivare alla felicità. E allora non aspettiamo! Prepariamo subito un gustoso pranzetto che ci farà sorridere. Immagino già le vostre facce ma…. provare per credere! Un piatto semplicissimo ma molto nutriente e sano. Io lo preparo in questo modo:

in un colino sciacquo il miglio che, se vi è possibile, vi consiglio di acquistare in un negozio di alimenti biologici. E che non sia precotto per cortesia!WP_20150413_002

Nel mentre, in una terrina, metto a soffriggere: cipolla (tagliata alla julienne), curry, un pò d’aglio ed erbe aromatiche a piacere. In questo caso c’era timo, alloro, salvia, prezzemolo, dragoncello, erba cipollina e due foglie di menta (non di più perchè la menta si sente parecchio!).WP_20150413_003

Il tutto inumidito da un pò di buon Olio Extra Vergine d’Oliva Taggiasca. E scusate se sottolineo il nome dell’oliva ma ne vale la pena e chi lo conosce lo sa.WP_20150413_004

Quando la cipolla assume il color dell’oro, aggiungo il miglio e un bel pò d’acqua. Tanta acqua ci vorrà quindi, preparatevene un pò da parte o vi si attacca tutto. Assorbe più del riso. Ovviamente potete anche usare il brodo ma io quel giorno ho usato l’acqua per fare prima ed è venuto buonissimo lo stesso. Salo con del Sale Rosa dell’Himalaya perchè sono fissata col Sale e ne ho di diversi tipi. Il Sale Rosa himalayano non sala molto per cui mettetecene tranquillamente di più e regolatevi a vostro piacimento. WP_20150413_005Quando il miglio è quasi cotto, all’incirca dopo 20/25 minuti, ecco uno degli ingredienti principali. I semi di zucca tostati e non, dipende da quelli che vi piacciono di più. I miei non lo erano. Mescolo per benino e dopo pochi attimi spengo il fuoco. Un altro filo d’olio in uscita, come direbbe un vero cuoco, e una spolveratina di prezzemolo per gli appassionati di questo gusto.

Ecco bella e pronta una delle ricette più salutari al mondo. E credetemi, è davvero buona!

Le golosissime Ostie ripiene

Oggi topi vorrei presentarvi una vera ghiottoneria. Non mi crederete ma non sono riuscita a trovare la patria di queste squisitezze. Piemonte? Sardegna? Liguria? Molise? Non lo so, aiutatemi voi, da parte mia dovrete accontentarvi di quello che scrivo e di quello che descrivo per le “nostre” Ostie ripiene. WP_20150227_002Questo è quello che ho trovato riguardante le Ostie del Ponente Ligure ossia, la Cubàita di Isolabona: http://www.startam.eu/Articoli/Gabrielli%20Cubaita.pdf  nientepopòdimenoche un buon miscuglio di miele, nocciole tritate, granella di mandorle, aroma di arancia e un pizzico di cannella racchiuso tra due ostie sottili del diametro di circa 10 cm. Ma che golosità! Leggo però che in tanti mettono le mandorle o le noci al posto delle nocciole e alcuni usano addirittura la polvere di cacao amaro. WP_20150227_003Un dolce prevalentemente natalizio ma che nella mia Valle si può trovare tutto l’anno nelle tipiche botteghe di un tempo, ancora esistenti (poche purtroppo) o dai panettieri. Per certe persone è simile al torrone ma secondo me sono due cose ben diverse.

Dolci, croccanti ma anche morbide allo stesso tempo. Una vera ghiottoneria che piace a grandi e piccini. Gustarle riporta indietro nel tempo. Mi ricorda quand’ero una piccola topina.WP_20150227_006 In loro c’è tutto il sapore di una volta. Non penso siano difficili da preparare in tana ma sinceramente non mi ci sono mai cimentata. Se decidete di provare voi, fatemi sapere. Una ricetta semplice che ho trovato è questa:

INGREDIENTI PER CIRCA 15 OSTIE (diametro 8 cm)

30 ostie

100 gr di miele

50 gr di cioccolato fondente

10 gr di cacao amaro

100 gr di noci

100 gr di granella di mandorla

qualche goccia di aroma di arancia

un pizzico di cannella

ESECUZIONE:

Tritare grossolanamente le noci. In un pentolino sciogliere il miele e aggiungere il cioccolato fondente insieme con il cacao setacciato. Mescolare e aggiungere qualche goccia di aroma all’arancia e un pizzico di cannella. Dopo avere amalgamato per bene, aggiungere le noci e le mandorle tritate e mescolare il tutto. Ora si possono comporre le ostie tenendo il composto a bagnomaria, per evitare che si solidifichi: mettere un po’ del composto su ciascuna ostia e coprire con l’altra; schiacciare bene ma delicatamente. Procedere allo stesso modo anche con le altre ostie e fino al completamento del ripieno. Mettere le ostie a raffreddare sotto un peso affinchè mantengano la posizione piatta. Ed ecco le ostie ripiene, una vera specialità!

Per la realizzazione delle ostie è necessario l’utilizzo dell’apposito ferro, ma, nel caso non si riuscisse a reperire, si può optare per l’acquisto di ostie circolari già pronte, oppure di fogli di ostie di dimensioni rettangolari da cui ricavare i cerchi. WP_20150227_007Questa ricetta appartiene all’Alto Molise e l’ho trovata su ilpagnottone.it

Da come potete leggere contiene il cioccolato e il cacao che da noi non si usa però, forse, rimane più golosa per i vostri topini.

Un abbraccio e alla prossima ghiottoneria!

M.