Gli insegnamenti del Grande Castagno

Topi, vi avevo parlato della mia passeggiata da Loreto al Colle Belenda, ve la ricordate?

Circa a metà del sentiero si trova il Grande Castagno, ve lo avevo fatto vedere,  ma non vi ho raccontato tutto!

Sono arrivata in uno spazio più ampio del bosco, dove tutto sembrava fatto d’oro: le foglie, la terra, la luce che filtrava dagli alberi…

Poi l’ho visto.

Il Grande Castagno – ed è davvero GRANDE, per tutti i topi! – era lì, un gigante silenzioso al lato dello spiazzo.

Grande Castagno2

Di fianco a lui, adagiati al suolo, c’erano due tronchi enormi che con ogni probabilità una volta facevano parte del suo corpo legnoso, ma col tempo sono caduti. Formavano due panchine naturali che invitavano a sedersi ai piedi dell’albero, che è chiaramente il padre di tutti gli altri che ci sono lì intorno.

Prima di sedermi, però, ho posato la zampa su uno dei tronchi abbattuti e qualcosa mi ha suggerito di iniziare a suonare. Allora ho usato il tronco cavo come un tamburo, il battito prodotto dalla mia zampa era allegro, gioioso, e sembrava piacere anche al Castagno.

Infine, mi sono seduta vicino alle sue radici, rannicchiata. Mi sono sentita piccina come una figlia mentre guardavo dal basso le sue foglie, così alte e lontane.

Mentre ero ferma in quella posizione, estasiata da tanta bellezza, ecco che arriva a disturbarmi lei, chi altre, sennò?

«Craaaaaaa!» esordisce Serpilla, la Ghiandaia.

«Uh, ma dovevi proprio venire qui? Vai a volare da un’altra parte!» che scocciatura!

«E perché mai? Sto bene qui.» dice impettita.

«Non disturbarmi, allora, con la tua voce stridula.»

«CRAAAAAAA!» fa lei di rimando, beffarda.

«Smettila!»

«Cosa stai facendo, lì seduta?» mi chiede.

«Guardo il Castagno.»

«E cosa lo guardi a fare?»

«Uh! Ma come sei fastidiosa! Sono meglio le mosche e le zanzare, sai?»

Taci, figlia mia. Ascolta.

Dice una voce. La riconoscerei tra mille!

Io sono Gioia. Io sono Amore. Io sono Luce, continua la voce.

«Spirito della Valle, sei tu?» domando.

Sono lo Spirito del Castagno, ma sì, sono sempre io. Ho molti nomi e tante sono le sfaccettature della mia Essenza.

«Con chi parli?» domanda la Ghiandaia dall’alto di un ramo, ma questa volta non le rispondo, perché la mia attenzione è completamente rivolta a Lui.

Il mio cuore e quello del Castagno iniziano a battere all’unisono, lo stesso battito che avevo prodotto poco fa, sul tronco cavo. Alle orecchie mi arriva una nota, prodotta dalla corda di uno strumento musicale, sembra quella di una chitarra. Da dove arriva?

È il ronzio di una mosca.

«Ma come? A me sembrava una chitarra!»

Hai percepito il verso della mosca con un suono diverso, figlia mia. Ascolta ancora…

Il suono di un basso si aggiunge alla chitarra.

Questo è il verso del bombo. Meraviglioso, non è vero? Non tutto quello che senti nella tua realtà è LA realtà. Basta cambiare la percezione per accorgersi del mondo che c’è tutto intorno, velato da una patina superficiale.

Non riesco a parlare, talmente tanta è l’emozione!

«Cosa vuoi insegnarmi oggi, Papà Castagno?»

Esita un po’, poi dice: La pazienza, figlia mia. La pazienza.

In quel momento mi sembra di essere una foglia trasportata dal vento. Mi sento fatta di venature, linfa prosciugata… Una foglia cade vicino a me e mi pare di essere lei, abbandonata al ritmo del vento.

Lui continua: Se sono cresciuto così tanto, è grazie alla pazienza. Non avrei potuto, altrimenti! 

Sento la connessione che c’è tra noi farsi più debole, odo gli spari dei cacciatori in lontananza e mi vibrano i baffi per la paura. Mi sono distratta, ma cerco di restare concentrata: «Non ho più molto tempo, devo andare. Hai altro da insegnarmi?»

 La Bellezza: portala sempre dentro di te.

«Grazie. C’è altro?»

 Sì, figlia mia: TU SEI LUCE!

Allora apro gli occhi e ringrazio il Grande Castagno per i suoi doni, gli sorrido.

Serpilla è andata via, per fortuna: deve essersi stancata del mio silenzio colmo di parole incomprensibili, per lei. Sono felice di essere rimasta ad ascoltare, perché mi sarei persa molto, altrimenti.

Torno a zampettare nel bosco, adesso, devo sgranchirmi le zampe.

A presto,

Vostra Pruni-Luce

 

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Un formaggio da K2!

Topi! Sono venuta a conoscenza di una cosa che mi ha fatto vibrare i baffi di orgoglio!

La mia Valle non smette mai di stupire, è proprio vero.

Nel mio girovagare ho scoperto, infatti, che il formaggio d’alpeggio delle mucche del Saccarello nel 2004 è stato selezionato come alimento fondamentale per ben due spedizioni italiane di alpinisti sul K2. Ma ci pensate?  Il latte munto sulle mie montagne è arrivato fino in Nepal. Roba da non credere!

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Il K2, tra l’altro, è la seconda vetta più alta del mondo dopo l’Everest, ma è considerata la più difficile da scalare. All’evento era stato dedicato persino un articolo su La Stampa, in cui si sottolineava che, quello di portare nello zaino il tipico formaggio triorese, non fosse un capriccio o una questione di gola, visto che per chi si appresta ad affrontare percorsi così estremi l’alimentazione è studiata, programmata, calcolata da esperti.

Il formaggio di mucca d’alpeggio è lavorato a crudo, è stagionato e avvolto in teli di lino e viene affinato in cantine su assi di legno. Dopo due mesi di stagionatura, assume un sapore caratteristico, con retrogusto mandorlato e ha un inconfondibile profumo di funghi porcini e fieno. Questo suo sapore delicato unito alla particolare fragranza è dato dall’alimentazione delle mucche, costituita da foraggi freschi arricchiti dalle erbe aromatiche montane. Io mi lecco già i baffi. Ha proprietà organolettiche per le quali è unico in tutta la Liguria.

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Ci sareste dovuti essere, il giorno in cui mi è giunta notizia di questo primato culinario che non sapevo la mia Valle avesse.

Ero con topoamica, stava sorseggiando una tisana al lampone nella mia tana, quando mi è tornata in mente la sensazionale scoperta di quel giorno.

«Per tutti i topi, devo dirti una cosa! Ho una notiziona!»

«Avanti, dimmi. Hai fatto la scoperta del secolo, finalmente?» mi ha chiesto lei.

Non appena, però, le ho detto del formaggio, degli alpinisti, del K2 e di tutto il resto, topoamica ha posato la tazza e mi ha guardata come fossi ammattita.

«Che c’è?», le ho domandato confusa.

«Belin, Pruna! Dal tono che avevi, credevo tu avessi trovato il Sacro Graal della Valle Argentina. E invece te ne stai qui, a parlarmi di tome!»

«Ma… guarda che il K2 è una cima importante!»

«Sì, sì. Già ti ci vedo, sul tetto del mondo con la toma nostrana tra le zampe!»

E’ finita tra le risa di entrambe e, dopo un allegro battibecco, ho anche promesso che il Sacro Graal lo troverò, almeno topoamica smetterà di prendermi per una mangia-tome.

E voi? Sapevate di questo primato della Valle Argentina?

Io vi saluto, topi. Vado a scalare… il Monte Trono, così il formaggio me lo compro direttamente a Triora, che mi è venuta l’acquolina in bocca. E poi, ormai, voglio proprio conoscere il gusto di questa prelibatezza!

A presto.

Prunocciola

P come…

Oggi ho riunito tutti i miei amici e conoscenti, tra cui anche voi, perché devo darvi un annuncio speciale. Ho preso una decisione e voglio farvela conoscere, per cui eccoci tutti qui riuniti nella radura di Nonna Desia. Ci sono Maga Gemma, Strega Cloristella, il mio vicino di tana Timotiglio, che non vi ho ancora presentato, insieme a un’altra schiera di amici e conoscenti che vi farò conoscere al più presto. Sebbene io non l’abbia invitata, è venuta pure lei, Serpilla, quella fastidiosa Ghiandaia che mi fa sempre il verso.

«Be’, ora che ci siamo tutti, ma proprio tutti…» dico, lanciando un’occhiata ammonitrice alla Ghiandaia perchè io la conosco, «possiamo cominciare. Come molti di voi sapranno, noi topi nasciamo in breve tempo. Io son nata così velocemente che la mia mamma non ha avuto modo di pensare bene al nome da darmi e mi ha chiamata Pigmy.»

Osservo le espressioni sui volti dei presenti e mi diverto nel notare che sembrano spaesati. Non capiscono dove io voglia andare a parare, per cui continuo: «Ora che son cresciuta un po’, però, ho deciso di trovare un nome più adatto per la topina che sono diventata, un nome che possa rappresentarmi meglio, che profumi dei luoghi in cui abito.»

Maga Gemma mi sorride. Ha le braccia conserte, in attesa. Nonna Desia, invece, è commossa, e una lacrima di sale disegna sul suo viso scuro una scia biancastra. Strega Cloristella sembra non stare più nella pelle e Timotiglio è incredulo, la bocca aperta e gli occhi spalancati per lo stupore.

«Te ne inventi sempre una, pur di attirare l’attenzione! Craaa… craaa!» gracchia la Ghiandaia. E lo sapevo che ci avrebbe messo il becco! Per tutta risposta, Timotiglio le tira una ghianda, mancandola. Peccato!

La ignoro e continuo: «Dopo tanto pensare, alla fine ho trovato il nome giusto per me e spero piaccia anche a voi. Da oggi mi trasformo: da Pigmy divento… Prunocciola!»

prunocciola

Il silenzio cala sulla radura, solo le mosche osano fiatare.

«Be’, non dite niente?»

«Ottima scelta, Pruna. E’ un nome azzeccato, quello che hai scelto.» pronuncia la Maga. Oh, non ho ancora finito di dirlo che ho già il soprannome!

«Pruni, piccinin… come sei bella, fia!» esclama Nonna Desia, con la voce rotta dall’emozione. E così ho anche un secondo diminutivo.

«Prunò, sei l’amica migliore che ho!» dice Cloristella, con un sorriso da orecchio a orecchio pronunciando una delle sue solite rime. Oh, Prunò suona proprio bene, mi piace un bel po’.

«Pruna, Pruni, Prunò… tutte sciocchezze!» Uff, questa Ghiandaia! «Per me sei e resterai sempre Prunilde.»

Non mi lascia il tempo di risponderle, perché vola via portando con sé le piume azzurre e nere che la contraddistinguono.

«Non darle retta, Pigmy! Ops! Volevo dire Prunocciola, scusami. Perdonami! Ci vorrà un po’ per ricordarmelo…» la timida voce di Timotiglio addolcisce la mia espressione.

«Oh, non preoccuparti!» lo rassicuro. Poi mi rivolgo a tutti: «Allora, vi piace?»

A quel punto esclamano tutti insieme un bellissimo «Sì!»

Tutto cambia, in natura. Lo sanno bene le creature del bosco. Così come muta il colore delle foglie sugli alberi dall’Estate all’Autunno, anche io ho deciso di trasformarmi con un nome nuovo di zecca.

E voi, amici topi, che ne pensate? Mi sta bene?

Un abbraccio rinnovato,

la vostra Prunocciola.

Pigmy Jones e le api “chi se sun intestardie”

Topi, me n’è successa un’altra! Che volete farci, ormai conoscete tutte le mie (dis)avventure, e questa che sto per raccontarvi è l’ultima di una lunga serie.

Mi trovavo su un sentiero insieme a topoamico. Avevamo percorso 9 chilometri sotto un bel sole rovente, per la gran parte in salita anche ripida e stavamo scendendo a valle. Per il caldo, avevo messo un cappello a tesa larga che mi riparasse la testa e mi facesse un po’ d’ombra, cosa che mi è valsa l’appellativo di “Indie” per quel giorno. Mi sentivo molto Harrison Ford, a dire il vero, mi ero calata perfettamente nella parte.

Come si sa, la discesa non sempre è semplice, a volte le zampe sembrano quasi cedere per la fatica, ed è quello che è successo a me: “Ho bisogno di riposarmi cinque minuti, sono proprio stanca”, ho detto a topoamico.

“Se resisti ancora un po’, credo non manchi molto alla fine del sentiero. Vedi, Pigmy? Lì c’è la strada. Ci vorranno ancora una decina di minuti al massimo.”

“Va bene, ce la faccio.”

Avete presente quella sensazione di stanchezza che vi impedisce quasi di ragionare? Ecco, io ero esattamente in quello stato, con le zampe traballanti che si muovevano per inerzia. Non vedevo l’ora che la discesa terminasse, ma era stupido fermarsi a quel punto.

Scendevamo a zig zag sul versante di una collina, su un sentiero  tratti un po’ ripido, quando abbiamo visto emergere dalla rigogliosa vegetazione una fila di arnie. Le api svolazzavano operose, affaccendate nel loro lavoro. Non eravamo vicinissimi, ma il sentiero passava proprio lì davanti.

arnie api valle argentina2

Abbiamo fatto qualche passo e topoamico ha iniziato a sventolare le mani davanti alla testa: il ronzio di un’ape si era fatto molto insistente. A un certo punto, però, la poverina si è ingarbugliata nella lunga chioma di topoamico, che ama portare i peli più lunghi intorno al capo. In quel garbuglio l’ape non si raccapezzava più, e il mio compagno di avventure continuava a sentirsi assediato da quel bzz bzz fastidioso e irritato. Ha sciolto la chioma e l’ha scrollata con forza, vedendo l’ape cadere al suolo, rimbalzare su un masso e tornare indietro alla carica, imbestialita dall’affronto subito.

Poveri, nessuno dei due poteva far nulla per quell’incomprensione di linguaggio. Topoamico non poteva tenersi l’ape in mezzo al pelo, e quella, dal canto suo, si è spaventata e arrabbiata per essere stata trattata – dal suo punto di vista – tutt’altro che coi guanti di velluto.

Insomma, topoamico ha iniziato a correre sotto i miei occhi increduli e impotenti, ma nessuno di noi due si aspettava che più avanti ci aspettassero altre due file di arnie pullulanti di api e che il sentiero ci sarebbe passato proprio nel bel mezzo!

arnie api valle argentina

Dieci metri più avanti, topoamico pensava di aver seminato la sua inseguitrice, ma quella, testùn, gli stava alle calcagna e già cominciava a richiamare a sé i rinforzi al punto che anche io ho iniziato a udire un ronzio molto irritato vicino alle orecchie. Sapete quanto io ami gli animali e le api e tutte le creature di questo pianeta meraviglioso, ma topi, con certe cose non si scherza davvero. Ero spaventata, non lo nego. Mi sono calata il cappello così tanto sulla testa, da non vedere più nulla. Non chiedetemi il perché, ma ho sempre avuto il terrore che qualche insetto potesse pungermi sul muso e sugli occhi. Per me era notte in quel momento, non vedevo a un palmo dal naso, e dallo spavento ho iniziato a correre a rotta di collo come un fulmine, scendendo più veloce possibile e senza vedere un belin di niente. Mi sarei rotta qualche osso, se non ci fosse stato un angelo a proteggermi, ne sono sicura, perché davvero con quel cappello alla Indiana Jones ben sceso sugli occhi non sapevo neppure dove mi stessi dirigendo.

Nel frattempo, presa completamente dal panico, ho urlato: “AIUUUTOOOO!”.

Quando poi, sono arrivata sull’asfalto della strada, sana e salva e del tutto dimentica della stanchezza che poco prima mi impediva persino di ragionare, ho visto topoamico che rideva divertito dalla mia reazione. Nella fuga, a lui era caduto lo zaino e a me i bastoncini da trekking. Dovevamo recuperarli, ma per farlo saremmo dovuti passare di nuovo in mezzo alle api.

“Ci vado io, Pigmy”, mi ha rassicurata con gran cavalleria.

Mentre aspettavo che topoamico recuperasse i nostri averi, ho visto dirigersi verso di me un topo di mezza età. Camminava con la flemma di un bradipo e mi ha domandato: “Avete avuto problemi con le api?”

“Ehm… veramente sì!”

“Avete bisogno che vada a prendervi lo zaino?”

Probabilmente aveva sentito la conversazione tra me e topoamico, ma lui nel frattempo era già di ritorno, con lo zaino in spalla e i bastoncini stretti alle zampe. Insomma, che lentezza!

“Vi hanno punto?”, ha domandato poi a topoamico, vedendolo tornare.

“Sì, ma una puntura da nulla”, ha risposto lui.

“Eh, le ho aperte oggi, sono un po’ nervose…”

Era il 25 aprile e il sentiero era molto frequentato da famiglie. Cosa gli era saltato in mente di aprire le arnie in quel giorno di festa?

Questo resta un mistero, topi miei.

Io e topoamico siamo tornati in tana ridendo di quella disavventura conclusa bene, a ripensarci la scena ci è sembrata comica ed esilarante.

E voi, cari topi, siate prudenti: le api sono dolci come il miele, ma testùn come loro… proprio non ce n’è!

Un saluto ronzante,

la vostra Pigmy.

 

Da Loreto al Colle Belenda tra castagni e betulle

Cari topini, anche oggi partiamo per una nuova avventura, andiamo nelle vicinanze di Triora. Questo dovrebbe già farvi capire che non potrà trattarsi che di un percorso magico, ma questa volta le streghe non c’entrano niente.

Siamo ancora una volta in autunno. Imbocchiamo il ponte di Loreto, dopo l’abitato triorese, e proseguiamo sulla strada. Dopo un paio di tornanti, sulla destra troviamo dei cartelli che indicano l’inizio del nostro percorso.

Parcheggiata la topo-mobile a bordo strada – messa in modo che non dia fastidio, perché sulla strada e sul sentiero transitano mezzi agricoli per via delle case di agricoltori e pastori nelle vicinanze – siamo pronti a imboccare il sentiero che porta a Case Goeta, Colle Belenda e Colle Melosa.

Cominciamo già in salita, ma questo è solo l’inizio: dovremo salire, salire e ancora salire per raggiungere la nostra destinazione. Avete messo abbastanza acqua nel vostro zaino? Guardate che ne servirà tanta, eh! Bene, allora cominciamo.

castganoVeniamo subito accolti da un suggestivo bosco di castagni, in autunno hanno colori stupendi: l’oro si mescola al verde, sembra quasi di camminare nel mondo del Mago di Oz. Qualche metro dopo l’imbocco del sentiero, scorgiamo una casa (vi avevo detto che questa zona era abitata!): sebbene il percorso sembri procedere dritto, dobbiamo stare attenti e fare una svolta a sinistra. Non ci sono cartelli a segnalarcelo, ma guardando bene tra la vegetazione possiamo scorgere i segni bianchi e rossi orizzontali dipinti sui tronchi degli alberi, pronti a guidarci verso le meraviglie che vedremo.

Saliamo, allora, sempre in mezzo ai castagni. Man mano la salita si fa più importante, il bosco più fitto. E che colori, topini! Sono indescrivibili e impossibili da fotografare nel modo giusto, ma tutto intorno a noi è un’esplosione di giallo intenso, rosso corallo (“Ma come, in montagna?”, direte voi. Ebbene sì!), verde smeraldo, castano… E i profumi che stuzzicano il naso rendono tutto più suggestivo.

Il suolo è un mare di foglie, le zampe ci affondano dentro e ci si sguazza volentieri. E quante castagne! Sono una più bella e succulenta dell’altra, ma oggi le lasciamo a qualcun altro, non abbiamo tempo di fermarci a raccoglierle, perché dobbiamo continuare a salire.

Mentre passeggiamo, non possiamo fare a meno di accorgerci dell’antica presenza dell’uomo in questi territori: ovunque, nel bel mezzo del bosco, ci sono maixei (muretti a secco) e ruderi di antiche abitazioni. Che ci si creda o no, questi luoghi erano abitati e conosciuti, non è difficile pensare alla ricchezza che potevano offrire il terreno e gli alberi circostanti. I generosi castagni, infatti, erano chiamati “alberi del pane”, talmente erano (e sono) apprezzati dai liguri, e con i loro frutti si poteva fare davvero di tutto!

Incastonato in un nodo del tronco di uno dei tanti castagni, troviamo un piccolo omaggio alla Natura: un volto disegnato nella pietra. Sembra uno spiritello silvano, l’albero lo avrà gradito.

spirito silvano2

Più avanti, dopo una svolta, spicca davanti a noi un grande castagno; sembra una mano gigantesca che rivolge il palmo verso di noi per salutarci, la vedete anche voi?

castagno2

Tutto, intorno a noi, è fonte di meraviglia. Sono molti gli alberi caduti al suolo, alcuni sono davvero dei vecchi giganti abbattuti dalla forza della natura, ma la vita non muore, continua. Dai tronchi riversi al suolo nascono funghi e nuove piante, che attecchiscono sulla vecchia corteccia. E le foglie non sono mai rivolte verso il basso, ma su, in alto: anelano al sole, al cielo, alla Vita. E così dovremo fare anche noi, prendendo esempio da loro, ma questa è un’altra storia.

Nel bosco, di tanto in tanto, spiccano i tronchi alabastrini delle Betulle. Sono altissime, eppure si muovono leggere al passaggio del vento. Le loro chiome ondeggiano, le foglie tremano e sembrano quasi salutarci con gioia. Ha una chioma spettinata, la betulla, o almeno così la vedo io. É un albero a dir poco straordinario, possiamo dire che sia un po’ come una mamma; si prende cura del terreno su cui mette radici e lo prepara per una pianta possente, forte e stabile: la Quercia. Se quest’ultima riesce a prosperare, è proprio grazie alla materna e leggiadra Betulla.

Betulle

Stiamo salendo da un po’, quando iniziamo a vedere le case nel bosco. Com’è strano pensare alla vita di un tempo e confrontarla alla nostra frenetica e tecnologica modernità! Pietra su pietra, queste abitazioni sono ancora qui, suggestive e perfette. Solo gli interni sono crollati, qualche volta anche il tetto di ciappe di ardesia ha dei cedimenti, ma la struttura resta intatta, resiste alle intemperie e all’incuria. Non un solo grammo di cemento è stato gettato sulle pareti, ma si reggono bene, come se fossero alberi anche loro.

Ancora più avanti, un cartello ci invita a fare una deviazione e noi non possiamo fare a meno di avventurarci nella direzione indicata, perché… be’, c’è bisogno di dirlo? La foto parla da sola!

Grande Castagno

Si sale un pochino e infine ci si arriva, e il Vecchio Castagno è davvero maestoso, così tanto da incutere un timore reverenziale.

Grande Castagno2

È proprio altissimo, non se ne vede la fine, perché la sua chioma è ampia e rigogliosa. Giriamo intorno a lui, meravigliati, e ci vuole un po’ per fare tutto il giro. Chissà quanti anni avrà! Sarà sicuramente secolare. Una panchina naturale è stata ricavata da una delle sue propaggini, crollata al suolo, e noi ci fermiamo a riflettere e a godere della sua pace e protezione per un po’, poi riprendiamo il sentiero maestro. Siamo a 1015 metri sopra il livello del mare quando raggiungiamo la prima tappa della nostra gita, Case Goeta.

Proseguendo ancora un po’, sempre in salita, il bosco si apre e ci ritroviamo nei pressi di un ampio prato che offre una vista mozzafiato sui monti circostanti. C’è un albero di mele che spande la sua fragranza nell’aria, è un profumo dolce, intenso e viene voglia di cogliere un frutto dai suoi rami per sentirne lo zucchero sulla lingua, ma sono troppo maturi, ormai, non ne vale la pena. Qui prevale la macchia mediterranea, c’è la lavanda, ancora fiorita nonostante non sia più il suo tempo, e poi il timo, la ginestra, il ginepro. Davanti a noi svetta il Gerbonte, l’aria è tersa e calda, nonostante la stagione.

Monte Gerbonte vista panoramica

E allora decidiamo di fermarci lì a pranzare con qualche fetta di pane di Triora, accompagnato da un po’ di formaggio. Era il pranzo ideale di pastori e contadini, e lo è ancora oggi per alcuni, tra queste montagne.

Rifocillatici, riprendiamo il cammino. La vegetazione cambia rapidamente e nel bosco, adesso, padroneggiano il Nocciolo, l’Acero e il Rovere.

La salita si fa più ripida e si arriva a gradini naturali di roccia. Sono massi più grandi di noi e hanno forme che affascinano e rapiscono. Arriviamo, dunque, a un nuovo spazio aperto e da qui riconosciamo Triora, il Passo della Mezzaluna e il Monte Faudo.

Valle Argentina

Concediamo ai nostri occhi di riempirsi di tanta bellezza e poi continuiamo a salire. Colle Belenda è vicino, a dircelo è un cartello.

Colle Belenda

Ancora una volta, la vegetazione si trasforma: il bosco non è più fitto e luminoso, ma rado e scuro. Il terreno è nudo, solo pochi aghi e qualche pigna lo ricoprono. Non ci sono quasi più latifoglie, intorno a noi svetta solo il Pino Silvestre. E che profumo balsamico! L’aria è fredda, siamo saliti bruscamente di quota e si sente.

Il sentiero serpeggia in falso piano, finalmente possiamo riposare un po’ i muscoli stanchi, e a tratti tornano a farci compagnia le latifoglie colorate dalla tavolozza autunnale.

Colle Belenda2

Infine, non ci pare vero, raggiungiamo la nostra destinazione e arriviamo a Colle Belenda, a 1383 metri sul livello del mare! Siamo in un punto mediano tra le Valli Nervia e Argentina.

Fa freddo, si gelano le guance, la punta del naso e le dita, ma siamo contentissimi. Potremmo proseguire sulla strada carrozzabile per Colle Melosa, ma ci fermiamo, perché la discesa sarà faticosa al pari della salita, e per oggi possiamo dirci soddisfatti!

Un saluto nebbioso,

la vostra Pigmy.

Note tecniche del percorso:

  • Livello: escursionistico
  • Dislivello: 727 mt

Dislivello sentiero

  • Chilometri percorsi: 8,4 km circa.
  • Durata: 5 ore circa con le soste, 4 ore a passo sostenuto senza soste.

Una ricerca un pò….. osè

Scusate se vi parlo nuovamente di lui in così poco tempo ma questa ve la devo proprio dire. Fa parte delle mie topoavventure per cui, dev’essere assolutamente raccontata. Ditemi, avete mai sentito di un topo che cerca un gatto? No? Bene, leggete, leggete pure. E’ accaduto due sere fa. Gino, che ormai conoscete tutti, del quale parlai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2015/02/20/gino/  non si trovava più. Oh già. Erano le 11 di sera e si stava per andare a dormire. Ebbè si sa, gli ultimi controlli prima della notte e uno in particolare va ai nostri amici pelosi. Dovete sapere inoltre che Gino, abituato a fare uno spuntino prima della nanna e abituato a dormire con me, appena capisce che si va nel letto, è sempre il primo a partire. Ma quella sera, nulla. Gino non c’era. I gatti si sa, hanno il dono di sparire per ore e non si trovano, pur essendo tranquillamente raggomitolati da qualche parte. All’inizio infatti, non ero per nulla preoccupata. Io e topomarito iniziamo però la ricerca perchè qualcosa ci dice che non era negli armadi, o nel cesto della roba sporca ma ci guardiamo lo stesso. Per farvela breve, smontiamo la casa. Mi viene poi in mente che avevo portato in strada il mastello della spazzatura organica. – Non si sarà mica ficcato li dentro? -. Conoscendo il tipo, che ha sempre fame, scendo giù speranzosa ma…. niente. Dovete sapere, che i miei mici possono scorrazzare dal terrazzo, in giardino e andare in giro per il quartiere. Un quartiere dove fortunatamente non passano molte macchine e pieno di case intorno. Loro si divertono. Rincorrono le foglioline che svolazzano, fanno gli agguati tra le piante, scavano buche per poi rotolarsi nella terra. Ma vuoi vedere che ha deciso proprio stasera di andare a scoprire il mondo? Scendo di nuovo giù. Era intanto arrivata la mezzanotte e per strada c’era il silenzio assoluto. Cerco in giardino, niente. Cerco per la via, niente. Mi avvicino alle case, niente. Guardo sotto tutte le macchine parcheggiate, niente, niente e ancora niente. Inizia a subentrare il panico e anche un pò di rabbia. “Me l’hanno rapito, affettuoso com’è….”, “E’ scappato…”, “E’ andato e ora non sa più come tornare…”, “L’ha investito una macchina….. no! no! no!”. Insomma che mentre topomarito pregava sul terrazzo fermo come la Madonna di Fatima, io come una ladra perquisivo mezzo paese. – Gino! – chiamavo. Non m’interessava svegliare qualcuno, dovevo ritrovare il mio micio ma nessuno mi rispondeva. Il suo nome si perdeva nel silenzio e nell’aria vuota. – Gino! – continuavo, ma a rispondermi era solo il vento. Passai così una mezz’ora buona. Ritornai indietro. Dalla parte sinistra di casa ero già andata ma decisi di rifare un altro tentativo. M’incamminai dietro un palazzo. Buio pesto. La torcia del cellulare mi aiutava ben poco. In quel luogo il silenzio sembrava ancora più grande. Non poteva non sentirmi. – Gino! – riprovai. Finalmente, sentii come risposta un gracchio rauco tipo sgneeeck al posto di un – Miao! -. Era lui. Ne ero certa. Me lo sentivo. – Gino! – ripetei entusiasta e fremendo. Il mio urlo fu più deciso a quel punto e qualcuno, dal palazzo, si decise a dirmi le cose come stavano – No! Sono Mario! – rispose una voce maschile nel cuore della notte. – E io Andrea! Va bene lo stesso? – fece un’altra. “Macchissenefrega!”, mi dissi! Io avevo ritrovato il mio piccolo. – Gino! -, – E dimmi! – rispondeva uno dei due signori in notturna. – Gino! – feci ancora e un altro suono roco mi fece capire più o meno da dove proveniva quel gnaulio che si stava trasformando in preghiera. Fu a quel punto che mi scappò la frase che il sig. Mario e il sig. Andrea mai avrebbero dovuto sentire: – Gino! Amore! Stai fermo che… vengo io! -. Tananana….! Ebbene si, vi lascio immaginare, non posso davvero scrivere nulla. Ma in quel momento ben poco m’importava delle loro audaci risposte. Dico io, ma la moglie questi non l’avevano? Forse era già a dormire santa donna. Insomma, faccio il giro del palazzo e arrivo davanti al cancello di un residence. – Gino! – feci per l’ennesima volta. A quel punto, due occhi rossi, si accesero nell’oscurità. Dall’altra parte del cancello sotto alla siepe di bordo vidi il mio gatto che, terrorizzato, mi guardava aprendo la bocca e facendo tremare la mandibola. Non aveva più voce. – Vieni Gino, vieni… – lo incitavo accucciandomi a terra e questa volta badando bene di dirlo sottovoce per non farmi sentire dai due uomini del palazzo. Lui faceva di tutto per venire da me ma era così spaventato che si feriva e si faceva male da solo. In quello stato non ce la faceva. Tra l’altro dalle sbarre del cancello non riusciva a passare. Ma benedetto gatto, ma da dov’è che sei entrato? Come sei entrato, esci no? No. Non c’era verso. Dovetti aiutarlo. Provai a scavalcare il cancello ma gli spunzoni in alto non me la resero facile e poi, è difficile da descrivere ma è un cancello strano, posto su dei gradini, con sbarre sottili perpendicolari. Credetemi, niente di facile per me che mi arrampico ovunque. Dovetti così cercare di fare scaletta al gatto con le mani, mettendone una dopo l’altra sotto la sua pancia per oltrepassare i filamenti ferrosi posti di traverso. Arrivato in cima, dovevo fargli sorpassare gli spunzoni senza che si facesse male anche perchè lui non era per niente calmo nonostante fosse felice di vedermi. In bilico su una gamba sola e protratta all’inverosimile stile Nureyev, lo tirai fuori di li. Con il rischio anche di vedermi arrivare dietro una pattuglia visto che ovviamente il mio gatto era andato in una proprietà privata. Morale della favola, a lui ho quasi storto un’ascella che fortunatamente è guarita nel giro di qualche ora e io, attaccata a quel cancello, ho lasciato la manica della giacca. Gino ha dormito per una notte intera e non ha mangiato nemmeno il giorno dopo. Da quella sera vive appiccicato al mio fondo schiena senza muoversi di li, ma sta bene. Come si dice, tutto è bene quel che finisce bene ma una cosa vorrei aggiungere per il sig. Mario e il sig. Andrea – Non è che la prossima volta potreste scendere a darmi una zampa???!!! -. Grazie. Buon proseguimento topini e ricordate che a volte, anche un topo potrebbe mettersi alla ricerca di un gatto!

Pigmy e il turco orafo

Ah,topi! Questa è bella e può esservi utile.

Seduti su una panchina rosicchiando un panino, io e topoamico ci lasciamo baciare dal sole chiaccherando del più e del meno. A un certo punto, davanti a noi passa un topo, a mio parere di nazionalità turca, si accuccia a terra e raccoglie qualcosa pizzicando il terreno con le dita e, tirandosi su, sbarra gli occhi con un’espressione stupita in volto. Si gira verso di me e, in un italiano un po’ bislacco, mi dice con tono gentile: “Bella toposignora, questo suo?”.

Un po’ risentita del “toposignora” che mi fa sentire vecchia, guardo il palmo aperto della sua man e scorgo un anello grosso e dorato, che il topo fa cadere nella mia zampa.

“Non è mio”, rispondo con tutta onestà. Topoamico lo prende e lo osserva attentamente. Nella parte interna sono ben chiare le sigle 750 e 18k. L’anello era grosso e pesante. Topoamico mi guarda: “No suo, toposignora? Be’, io regalo lei. Lei molto bella”.

Ehm… non parlava correttamente la mia lingua, ma ci vedeva bene eccome! Ammaliata da tali lusinghe, alzo gli occhi al cielo. So già che dovrò pagare pegno per aver ricevuto quel complimento.

“Solo un euro, per favore, amico! Io dare voi quello” dice, rivolgendosi questa volta al mio compagno di avventura.

“Daglielo”, mi intima lui.

Prendo il soldino e gli e lo porgo.

“No, aspetta. Io dire 10! 10 euro.”

“Eh, no! 10 euro non te li do”, ribatto, ché i complimenti, se voglio, me li dedico tutte le mattine gratuitamente.

“Allora 5. 5 euro: tu bella e gentile”, contratta.

Va a finire che mi parte uno stipendio.

Va be’, in fondo quell’anello valeva qualche zero in più davanti alla cifra da lui richiestami. Perchè non tentare?

Gli do’ i 5 euro. Ne voleva altri.

No, tassativamente NO!

Quando si parla di  elemosina e donazioni sono in pace con la mia coscienza. Il topo, per nulla offeso, prende la banconota e se ne va.

Una voce dentro di me mi dice che quell’anello non è vero, me lo sento. Eppure pesa… e le sigle? Quelle sono dell’oro, inconfondibili! Insomma se qualcuno lo ha perso e lo indossava, era molto facile che fosse di valore…

Ciononostante prendo l’anello e, il giorno dopo, mi dirigo da un mio conoscente orafo. “Puoi buttarlo via “, mi annuncia senza pietà.

Per tutto il pelo dei topi, lo sapevo! Lui scorge la delusione dipinta sul mio muso. Non sono delusa per l’anello, né per i 5 euro. A rodermi era la fantasmagorica presa per il C _ _ o che avevo subito, anche perchè un po’ ci avevo creduto davvero.

Per convincermi, il topo orafo lo strofina su una lastra dorata e poi aggiunge un liquido. Tutto diventa nero. Ora sono convinta della truffa.

Be’, topi, volete sapere il giochetto del turco? Cammina con le tasche piene di questi anelli. Quando giunge vicino al primo imbecille, tipo me ad esempio, si accuccia e fa finta di raccogliere qualcosa, ma in realtà ce l’ha già in mano. Si tratta di ottime imitazioni, come ha detto anche l’orafo mio amico. Li realizzano pesanti e, come vi ho detto, con le sigle giuste. Ma non cedete alla tentazione! In effetti, ripensandoci, intorno a noi c’era un suolo di terriccio bianco come il latte. Un anello così grosso, immaginate una fede alta un centimetro e mezzo e bella spessa, proprio vicino ai miei piedi, l’avrei vista.

Sono furbi, non sanno più cosa inventare. E così Pigmy ne ha imparata un’altra. Mi consola che la persona alla quale ho portato il finto gioiello mi ha detto: “Ne stanno girando a milioni, non sei la prima, Pigmy!”. E c’è gente che magari gli dà anche 50,00 euro come ricompensa! Sigh!

Un bacio, realmente prezioso, a tutti voi.

M.

Pigmy Jones e il muretto impraticabile

Eccomi qua, pronta a raccontarvi la mia ennesima topoavventura. Questa volta, il primo che ride lo banno e non lo faccio più entrare nel blog, sappiatelo.

Allora, l’altro ieri, un bel pomeriggio di fine aprile, Pigmy e tutta la sua allegra famiglia di topolini decidono di andare a fare una bella scorpacciata in montagna. Una volta riempite le pance, avrebbero camminato lungo un bellissimo sentiero nel bosco fino a un santuario in mezzo a un prato, dove i cuccioli avrebbero sicuramente dato sfogo alla loro felicità.

Portiamo con noi il nocciolo-pallone. Chiunque avrebbe volentieri dato due calci a quella cosa pseudo-sferica che ruzzolava un po’ ovunque. Arriviamo davanti alla chiesa. Le piante, i fiori e il panorama sono bellissimi e, davanti al santuario c’è una bellissima Madonna azzurra che…. avrebbe dovuto benedirmi, ma probabilmente quando mi ha visto si è girata dall’altra parte.

Avrei visitato volentieri l’interno della chiesa, ma era chiusa, per cui, dopo averci girato intorno, ci siamo accomodati sulle panchine di legno mentre i piccoli giocavano instancabili. A un certo punto, il pallone scappa sopra a una sorta di alto terrazzamento. Un muro di pietre e delle rocce lo frenano e il pallone rimane incastrato tra le radici delle piante. Con un lungo bastone riusciamo a tirarlo giù per ben due volte. La terza volta, ahimè, il pallone, vola ancora più in alto, nella boscaglia e il bastone, a quel punto, non serve più. Bisogna arrampicarsi su quel muro, alto quasi tre metri, e arrivare così ai piedi del bosco.

Chi parte per arrampicarsi? Io, naturalmente. Tsk! Che problema volete che ci sia? Sono cresciuta arrampicandomi ovunque: alberi e muri, per me, non hanno mai avuto segreti.

Vado tranquilla. Primo piede, mano. Secondo piede, mano… l’agilità di una topina è indescrivibile, ve l’assicuro. Et voilà, arrivo in cima in un batter d’occhio, nessun problema, ormai ho da fare l’ultimo slancio di gamba per poter davvero dire di essere  nel bosco. Lo slancio l’ho fatto, sì, peccato che l’ultima pietra sulla quale poggia il mio piede fuoriesca da quel perfetto puzzle tridimensionale. Cade al suolo, lasciando entita il vuoto sotto di me. Mi faccio forza con le zampe anteriori, ma la pietra, creando un buco nel muro, fa sì che tutte le altre pietre la seguano.

Sono riuscita a devastare un’opera d’arte di anni e anni fa.

Cado come un sacco di patate, tre metri di volo. Rovino per terra, le pietre tutte addosso e ovunque intorno a me. Picchiano così forte da sembrare una lapidata, in quel momento. Topobabbo con la sua topocompagna e i topini rimangono letteralmente senza parole.

Mi rialzo in men che non si dica per non farli spaventare. Topino stava già per mettersi a piangere e allora mi son messa a ridere prendendomi in giro da sola. Topina, invece, assorta com’era a contemplare una mosca, della mia rovinosa caduta non je ne poteva frega’ de meno. Che donna! Anche topobabbo, per cercare di salvarmi si è preso qualche pietra addosso, ma per fortuna non è successo niente di grave.

Non mi sono fatta nulla e quindi, imperterrita, torno a riprendere il pallone che era ancora là. Questa volta devo passare dalla roccia rimasta, non ho altra scelta. Mi arrampico nuovamente ed eccomi in cima, come una conquistatrice testarda pronta  a prendere la palla colorata.

Mi accuccio per afferrarla con le mani e, all’improvviso, tutto il mio braccio, la mia coscia e il fianco iniziano a riempirsi di un sangue rosso vivo che gocciolava, anzi sgorgava, incessante… dalla mia testa! Niente panico… l’unico problema sono i topini, provo a evitargli la scena, ma è così copioso che tutti gli altri topi non pensano ad altro che a me.

Ridiamo loro il pallone e li mandiamo a giocare, ma non sono intenzionati a obbedire. Topino accorre alle borse per cercare dei fazzolettini di carta. Il mio amore… (topini svezzati e pronti a tutto). Tutti mi prendono e mi buttano la testa sotto una fontana di  acqua ghiacciata. Per fortuna!

Topobabbo è preoccupato, non riesce a capire da dove esca il sangue perchè è così tanto che sono completamente rossa ovunque: testa, orecchio, collo, capelli… tutto. Mi lava, mi tiene premuta la ferita… insomma, è eccezionale, considerando che anche lui ha un polso gonfio per via di una pietra che gli si è rovesciata addosso nella mia caduta. Decidiamo di tornare indietro e la gentilissima coppia di gestori del ristorante nel quale abbiamo mangiato mi offre del ghiaccio. Non voglio altro, capisco di stare bene e, dopo circa un’ora, la ferita inizia a rimarginarsi. Ora scende solo una gocciolina di sangue ogni tanto.

Dallo zampillo che faceva prima, sembrava quasi che qualcuno avesse sgozzato un vitello! Non immaginavo che da un taglietto in testa potesse uscire così tanto sangue. Probabilmente, oggi il santuario non ha voglia di essere rimirato, oppure non ci sono più i Romani che fanno i muretti come si deve.

A parte gli scherzi, quel muro dietro era vuoto, mai visto un muretto così. Anche le nostre terrazze sono pietre appoggiate soltanto, ma sono ancorate al terreno… Babbo dice che quelli si chiamano muri morti. Ho imparato una cosa nuova e pensate che, prima di andare via, abbiamo anche dovuto ricomporlo, altrimenti guai a lasciare davanti a un luogo sacro uno scempio simile: i miei amici della valle mi avrebbero inseguita per mari e per monti.

Comunque io sto bene, davvero. mi sento solo la schiena e la gamba un po’ indolenzite, ma la testa sta bene. Ce l’ho dura! Per ora, dunque, posso ancora continuare  a scrivere i miei post.

Va be’, dai, prima scherzavo: potete ridere, se volete. Ho riso anch’io pensando alla caduta, perchè credo di essere stata buffissima. Chissà se ho fatto il triplo carpiato? E topobabbo mi ha detto: «Pigmy, te l’ho già detto mille volte che sei un Jerboa e non uno scoiattolo volante!».

Un bacione a tutti!

Vostra Pigmy

M.

Pigmy Jones e lo gnomo maledetto

Erano circa le nove e mezza di sera, quando arrivò Topo-amico, lo avevo invitato a cena. Da brava massaia, gli feci trovare un gustoso piatto fumante di orecchiette al sugo di panna e prosciutto e ci sedemmo al tavolo, lui a mangiare e io a parlare.

Topino si stava preparando lo zaino per la scuola dell’indomani e poi sarebbe andato a dormire, ma mancavano merenda e bottiglietta dell’acqua. Gli diedi la sua ciotola di fragole per lo spuntino, mentre sarei andata a prendere l’aacqua nel cestino, sotto la finestra.

A questo punto, dovete sapere due cose: la prima è che ho i capelli lunghi e porto sempre lo chignon, o cipolla, come volete chiamarlo, (da noi si dice “ciciuellu“), e la seconda è che ho uno gnomo di resina, grosso e grasso, che se ne sta su un’altalena, appesa sopra la finestra. Libero nell’aria, se lo tocchi ondeggia.

Mi chinai per prendere la famosa bottiglietta e con il mio ciciuellu agganciai e spinsi in avanti lo gnomo. Gli diedi una bella spinta e il suo dondolare potè diventare, quindi, ancora più vigoroso. Mi abbassai, presi l’acqua e mi tirai su proprio nello stesso momento in cui lo gnomo malefico stava tornando indietro, volteggiando a tutta birra dall’alto della sua altalena.

Sbam!

Con lo spigolo di quella sua stramaledettissima altalena arrivò, anzi, piombò dritto, dritto sulla mia fronte.

All’improvviso non vidi più niente. Con gli occhi chiusi, o aperti non ricordo, vedevo solo un alone blu scuro tutt’intorno a me. Il dolore fu indescrivibile, mi presi la fronte tra le zampe e tenni nel palmo il bernoccolo che spuntò immediatamente. Cullavo la mia povera zucca, cantandole la ninnananna.

Fu in quel momento che topino e topo-amico, accorgendosi della mia assenza e credendo fossi andata a prendere l’acqua direttamente alla fonte, vennero a vedere in cucina dove fosse sgattaiolata la loro topina. Mi trovarono raggomitolata con la fronte appoggiata al muro, gli occhi chiusi e le zampe contro la parete.

«Tua mamma sta facendo meditazione!» fu la prima cosa che uscì dalla bocca di quel pautasso del mio amico.

Topino osò un flebile: «Mamma…va tutto bene?».

Avrei voluto rispondergli come il suo amico bradipo Cyd de L’Era Glaciale: “Sto bene, sto bene… Sto per morire!”, ma non era il caso di traumatizzarlo.

«Sì, amore, tutto ok. Ho solo preso una botta e mi fa un pò male, tranquillo».

«Una botta? Non ho sentito niente, come hai fatto a prendere una botta?» chiese topo-amico, certo del fatto che una botta si debba sentire per forza anche dall’altra parte della casa. Niente rumore, niente botta! (Poi vi lamentate quando vi diciamo che avete un neurone solo e a senso unico…) Va be’, come San Tommaso, mi tolse la zampa dalla fronte e vidi la sua espressione cambiare completamente. Da ricercatore si trasformò immediatamente in traumatologo. La sua faccia parlava al posto suo, ma lui aggiunse: «No…. non hai niente Pigmy, adesso mettiamo il ghiaccio, anzi no: la bistecca. No, la bistecca va sull’occhio, forse è meglio se mettiamo il ghiaccio… Pigmy, mettiamo il ghiaccio, eh? Il ghiaccio, ok? Ehi, Pigmy, va bene, no, il ghiaccio?» (piccino…ma non diteglielo). In casa, la dottoressa sono io: ho sempre un rimedio e una soluzione e son sempre pronta ad agire velocemente, ma quando si tratta di me e sono gli altri a doversi muovere… be’, mi fanno una tenerezza indescrivibile.

«Il ghiaccio non lo voglio, mi brucia!» mi lamentai.

Ormai accertatosi del fatto che il ghiaccio era la soluzione migliore, topo-amico non ebbe pietà: «Pigmy, vieni qua, fai la brava. Devi tenerlo, sopporta!»

Se era vero che non avevo niente, perchè sopportare quel fastidiosissimo ghiaccio in testa?

Continuò: «No, dai, su che non hai niente, ma se non tieni il ghiaccio ti viene!»

Mio figlio, invece, fu molto più palese: «Uh mamma! Hai un bernoccolo della miseria! Sei anche tutta rossa!»

«Be’, ma insomma, ci dici dove hai picchiato? Come hai fatto?»   chiesero in coro.

E la stessa cosa la chiesero l’indomani le persone che mi videro.

E io, in tutta la mia sincerità, rispondevo: «Niente, uno gnomo che andava in altalena mi è picchiato dritto, dritto, in fronte!»

Vostra Pigmy e… permettetemelo, un grazie e un bacio a topo-amico e topino.

M.

Lo strano incontro di Pigmy

Quel pomeriggio stavo passeggiando tranquillamente per le vie del mio paese. Era estate, faceva caldo e, a quell’ora, per le strade, non c’era nessuno; chi era chiuso in casa al fresco, chi era al mare, chi al lavoro ma, in giro, nemmeno un’anima viva….. o quasi.

Vedo venire, verso di me, una donna già di una certa età. Da lontano non me ne accorsi subito ma, guardando meglio, vidi che mi stava osservando, anzi, a dire il vero, mi stava proprio puntando con lo sguardo.

Mi guardai intorno con la coda dell’occhio, per un attimo, senza farmene accorgere, facendo finta di niente.

Sicuramente stava scrutando qualcuno, o qualcosa, al mio fianco ma… ahimè per me, ero sola come una volpe artica in un deserto.

Ad un certo punto, la vedo corrugare la fronte e indicarmi con la mano aperta. “Alè, ci siamo” pensai, sapendo già, sentendo addosso, che quel pomeriggio, non sarebbe più trascorso liscio come l’olio.

Mi si avvicina e mormora – Signorina…io…io…dove sono? -. Si, avete letto bene, normale amministrazione per me.

Benissimo” mi dissi con la speranza di aver capito male, ma lei, vedendo che la guardavo senza proferire parola, mi ripetè la stessa frase. Oh Santa Topa di tutte le tope! Ma perchè tutte a me!?

Potevo forse rimanere indifferente davanti ad una povera signora anziana, sofferente di demenza senile, che si era sicuramente smarrita? No.

Spiegai alla signora in che paese e in che via si trovava ma, a lei, tutto pareva una novità e aggiunse – Ma io dove abito? – sempre con la sua flebile voce. Et voilà! Ma benedetta creatura!

A quel punto avrei dovuto chiamare Federica Sciarelli di “chi l’ha visto?”, non c’era altra soluzione.

Mi guardai nuovamente intorno per controllare se quella non fosse la trappola messa in atto da qualche malvivente, noi topini siamo molto prudenti ma ancora nulla si muoveva intorno a me.

Proposi alla donna, che a quel punto mi stava iniziando a tirare la maglietta, di sedersi un momento insieme a me sul muretto di un negozio e pensai che la situazione si stava aggravando nel momento in cui iniziò a confidarmi che si sentiva depressa e aveva voglia di farla finita.

Ma santo cielo, povera persona per carità, ma tutte a me ripeto?!

Fu in quel momento che presi il cellulare e chiamai il 118.

Dall’altra parte del telefono, l’operatore che mi rispose, si comportò molto gentilmente. Probabilmente conosceva già la donna perchè me la descrisse e mi rincuorò dicendomi che era una prassi, mi disse di attendere, e che sarebbero arrivati e si complimentò con me per come mi ero comportata finora, trattenendola, distraendola e facendola parlare rincuorandola.

Nell’attesa, la signora continuava a strattonarmi e a piagnucolare e iniziai a preoccuparmi quando mi accorsi che si stava spazientendo e avrebbe voluto andare via. Non mi fidavo a lasciarla da sola e quindi, iniziai a inventarmi storie assurde della mia vita per trattenerla. Ogni tanto ridevo da sola e lei mi guardava come a dire “questa non è normale”.

Praticamente, tra tutte e due in quel momento, non so qual’era la più sana di mente.

Nel mentre, ovviamente, stavo sulle spine e non vedevo l’ora arrivasse qualcuno.

Ecco che alla fine ci raggiunsero i vigili. Dell’ambulanza neanche l’ombra perchè non serviva il suo intervento, dissero.

Seppi dai vigili che i due figli della signora, uno abitava in paese e l’altro invece in Lombardia, non se ne preoccupavano minimamente di lei ma, da quel che ho capito, i vigili li avrebbero condotti verso il giusto rispetto nei confronti del genitore.

Io non mi permetto di giudicare in quanto non conosco minimamente la faccenda.

L’anziana signora venne portata via dagli uomini della Polizia Municipale e, salita in macchina, assieme a uno di loro, mi rivolse un ultimo sguardo.

Non mi salutò, nè mi sorrise ma, con quell’occhiata, sembrò dirmi tante cose.

Buon Natale anche a te vecchia signora e uno squit a tutti, Pigmy.

M.