Tuffi simbolici in Valle Argentina – il Martin Pescatore e l’abbondanza

Corriamo immediatamente a conoscere un caro amico, decisamente più simpatico di Serpilla, la presuntuosa Ghiandaia (alla quale però voglio bene). Oggi intendo presentarvi una creatura strabiliante sotto diversi punti di vista, in primis, il colore sgargiante della sua livrea; un bellissimo azzurro metallico.

Topine e topini, ecco a voi, messer Martin Pescatore!

Vi chiederete perché ve lo presento. Beh… è molto semplice. Anche se parecchi di voi magari non lo hanno mai visto, esso popola le rive del Torrente Argentina soprattutto nella zona della foce. Siamo ad Arma quindi, poco prima della Darsena, dove gabbiani, papere e altri uccelli vivono serenamente trascorrendo le giornate al sole e osservando l’infinita’ del mare. Tra questi, sono tantissime le specie di volatili che abitano questo luogo: aironi, falchetti, pettegole, scriccioli, verdoni e… insomma, chi più ne ha più ne metta. E’ davvero incredibile pensare che, dove il mio torrente incontra il mare, ho la possibilità di vedere tanta bellezza.

E, la bellezza di oggi, il grande protagonista, possiamo ammirarlo grazie alle splendide foto di un fotografo esperto di avifauna, l’amico Luigi Giunta, che per questo articolo mi ha permesso di utilizzare le sue immagini. Anche perché se aspettavate che io riuscivo a immortalare un Martin Pescatore… potevate stare anni…

Ma veniamo a noi, ho diverse cose da raccontarvi su questo uccello che brilla.

Partirei subito con il messaggio che vuole trasmetterci. Fin dai tempi più antichi, infatti, il Martin Pescatore era considerato simbolo di abbondanza intesa come opportunità. E’ come se dicesse << Tuffati, senza paura, e vivi la vita che meriti! E’ ricca di cose che ti aspettano! Ci sono molte altre cose che non sai e belle per te! >>.

In effetti, se parliamo di tuffi, a lui non lo batte nessuno. Saprete bene che, appena adocchia un pesce nuotare sott’acqua, si tuffa a capofitto senza timore e fiducioso e non sbaglia il colpo. Per questo consiglia all’essere umano di buttarsi in un nuovo lavoro o in un nuovo amore, cogliendo le occasioni.

Per la maggior parte del tempo, se ne sta appollaiato su rami, o giunchi, che reggono bene il suo peso leggero e che lui trasforma nei suoi punti d’osservazione. Attento e con in sé il brivido del prossimo slancio. Per questo ci dice di uscire dalla propria zona di comfort e vivere la vita appieno!

Il Martin Pescatore, chiamato anche Alcione, dal suo nome scientifico Alcedo atthis, è un uccello solitario e diurno. Ed è un gran mangione. Non si accontenta di un solo pesce al giorno. I suoi balzi in acqua possono essere parecchio numerosi. Ma quando il cibo scarseggia, non può perdere tempo, deve “andare a caccia” e quindi lo si vedrà svolazzare a pelo d’acqua, con voli veloci e brevi, in una posizione di tanto in tanto quasi ferma definita: volo a spirito santo. In questi periodi di magra, si adegua a mangiare anche piccoli anfibi o insetti.

Il nome Alcione, non è dato a caso. Alcione era la Dea Greca figlia di Eolo, Dio del Vento. Essa fece arrabbiare il Re dell’Olimpo perchè, assieme al marito Ceice, si chiamavano tra loro con i nomi di Zeus ed Era visto che vivevano molto felici come gli Dei più importanti. Quest’ulitimi si arrabbiarono e fecero morire Ceice annegato. L’ombra di Ceice appariva ogni tanto sott’acqua e, la povera Alcione, nel disperato tentativo di riprendersi il marito, si tuffava con sicurezza tra le onde ma senza riuscire ad afferrare il suo grande amore. A quel punto, gli Dei, ebbero pietà di loro e permisero ai due giovani di tornare a vivere assieme e gli permisero anche di realizzare la loro casa sulla riva di un fiume dopo il solstizio di primavera affinchè potessero riprodursi.

In Europa e in Italia ce ne sono molti perché amano il clima temperato e sono molto felice di sapere che si trovano anche nella mia zona. Nidifica all’incirca due volte all’anno e il guscio delle sue uova è di un bianco talmente bianco che sembra di plastica.

Il maschio e la femmina sono pressoché uguali anche se il maschio ha colori forse appena più vivaci ma una differenza tra loro c’è e si trova nel becco, completamente nero nel maschio e più chiaro nella femmina soprattutto per quello che riguarda la parte di becco inferiore.

Allora topi, sapevate le cose che vi ho raccontato su questo fantastico animale? Mi auguro di avervi detto qualcosa che non sapevate ancora ma ora devo andare a cercare qualche altra creatura per voi.

Prima di concludere fatemi ringraziare ancora una volta Luigi Giunta per le splendide foto che mi ha dato e per quelle che ogni giorno scatta facendo conoscere a molti la meraviglia che ci circonda e che gli occhi spesso non notano.

Al prossimo amico!

Il Lombrico – abitante di un mondo nascosto

La Terra è come una madre e nasconde in sé tantissima vita oltre a quella che mostra all’esterno, attraverso diverse manifestazioni.

È in lei, infatti, che germogliano i semi, che le radici si nutrono, che l’acqua viene assorbita e raccolta. Ma dentro di lei, ancora più in profondità, si svolge un’esistenza a volte frenetica e a volte tranquilla di un mondo che non conosciamo, nascosto dalle sue potenti braccia e il suo spessore.

È il mondo di alcuni insetti e di molti invertebrati e saranno proprio questi ultimi che oggi andremo a conoscere; in particolar modo i Lombrichi.

Il Lombrico, che scientificamente si chiama Lumbricus terrestris, è un anellide dal colore rossiccio con sfumature che vanno dal grigio al viola e che noi, banalmente, chiamiamo verme. Il termine “anellide” deriva dal fatto che l’intero suo corpo è formato da vari anelli e il primo è quello che forma la bocca. Se crediamo essere uno dei pochi abitanti del mondo sotterraneo ci sbagliamo di grosso, in quanto solo la sua grande famiglia comprende oltre 700 specie di Lombrichi.

In più bisogna considerare tutti gli altri tipi di vermi e vermetti che possono coabitare con loro… E sono moltissimi, ci pensate?

Mi ci è voluto davvero poco, infatti, andando alla ricerca di qualche Lombrico per scrivervi questo post, incontrare altri esseri in sole poche zolle di terra.

Alcuni neri con microscopiche zampette, altri bianchi e sottili, altri ancora molli e paffuti.

Il Lombrico, dal carattere timido e tranquillo, cerca di nascondersi subito appena scoperto e inizia ad agitarsi e ad allungare e contorcere il suo corpo insinuandosi nell’umida oscurità in cui vive.

Ad alcune persone fa senso, ma in realtà non è pericoloso ed è del tutto innocuo.

I Lombrichi si nutrono di vegetali e per farlo escono di notte, nel momento in cui il sole non può nuocere loro con la sua luce. Per questo motivo, in America sono chiamati “gli strisciatori notturni“. Gli elementi biodegradabili alimentari e anche in putrefazione appartengono alla loro dieta e, pur non sembrandolo, sono dei gran mangioni. La parte del loro ventre, infatti, è più grossa rispetto al resto del corpo e si chiama clitello.

Pur sembrando tubicini mobili senza organo alcuno, i Lombrichi sono ermafroditi, vale a dire che hanno organi sessuali sia maschili che femminili con i quali si riproducono. Non hanno però il naso per respirare e filtrano l’aria attraverso la pelle per funzione osmotica.

Pur essendo abitanti del sottosuolo, quando piove molto sono obbligati a salire in superficie per non annegare, ma sono campioni di profondità: possono difatti raggiungere senza problemi i due metri, scavando.

Con il loro corpo mobile possono distendersi o formare cerchi o creare movimenti di peristalsi per avanzare. Creano nel terreno dei cunicoli dentro i quali procedono formando un habitat ricco di filtrazioni d’aria e umidità che può creare a sua volta l’humus da loro tanto amato. Si tratta di un composto di sostanze organiche del suolo.

Non ci crederete, ma in certi punti il loro corpo è ricoperto da una peluria, praticamente invisibile all’occhio umano, che aiuta l’animale a scavare.

La maggior parte di loro non raggiunge i 10 cm di lunghezza, ma alcuni esemplari possono invece tranquillamente superare i 30 cm.

Quando sono così grandi e numerosi, possono essere un danno per l’agricoltura, tuttavia occorre dire che sono anche nutrimento per molti animali, come uccelli e roditori, ma io vi giuro che non li mangio! Senza contare che possono persino essere allevati in un lombricaio e utilizzati poi per la pesca amatoriale, quindi piacciono anche ad alcuni pesci.

Un po’ di cose sul Lombrico ve le ho dette, ma prima di lasciarvi ne ho ancora una da raccontarvi che riguarda il suo significato simbolico.

Il Lombrico, come il verme in generale, simboleggia la rinascita e la nuova vita. È l’emblema dell’uscita dall’oscurità per raggiungere la luce, dove una nuova vita, finora tenuta nascosta dentro di noi come nel ventre della terra, vuole fiorire. In correlazione con il ventre e con la terra, vista come una madre, soprattutto per le donne il verme indica la capacità di procreare. Una capacità intesa sia come dare alla luce una nuova creatura o come, appunto, far sorgere, dare vita, a una nuova esistenza.

Scommetto che, dopo questa conoscenza, il nostro amico del buio vi è un po’ più simpatico.

Un bacio “di striscio” a voi!

A Colle d’Oggia tra pascoli, boschi e caselle

Topi, lo so che vi lamenterete per il freddo, ma se vi coprite bene vi porto con me su un sentiero molto bello. Pronti? Possiamo andare, allora? Bene.

Oggi andiamo oltre Carpasio. Non siamo esattamente in Valle Argentina, ma nella sua succursale, la piccola e suggestiva Valle Carpasina.  Proseguiamo oltre l’abitato di Carpasio fino a raggiungere Prati Piani prima e Colle d’Oggia poi. E’ considerato già territorio imperiese, e la Valle Arroscia è davvero a due passi.

Questo luogo fu teatro di violenti scontri durante il secondo conflitto mondiale, anche dei cartelli ce lo ricordano, riportando la memoria agli anni della Resistenza. Qui, come in altri angoli della mia Valle, i nazisti trucidarono barbaramente giovanissimi partigiani. Eppure a vedere oggi questi luoghi viene istintivamente da pensare alla pace che qui si respira. Siamo a 1167 metri sul livello del mare, e si sente! Solitamente in questa stagione non è raro che ci sia la neve da queste parti, ma quest’anno il terreno è ancora asciutto, l’erba ormai secca e color paglia ricopre ogni cosa come fosse un tappeto. E’ una zona di solito molto ventosa, ma oggi veniamo risparmiati dalle lame affilate del vento che qui sa soffiare in modo prepotente.

colle d'oggia pascoli

Lasciamo la topo-mobile in uno spiazzo e iniziamo a camminare sul sentiero che si dirige verso il Faudo. Siamo letteralmente circondati dalle mucche, belle, pasciute, con quei loro occhioni dolci e scuri che suscitano subito un grande affetto. Brucano l’erba, ce n’è in abbondanza, e si curano di noi quel tanto che basta ad assicurarsi che non siamo nemici.

mucca

Oh, topi! Ce n’è veramente tantissime! Un’intera mandria scampanellante sparpagliata nel bosco di pini e nei pascoli dai colori ormai spenti.

mucche carpasio

E che panorami, da quassù! Il bosco è rado, intervallato da macchie arbustive, per questo permette ampi scorci sulle valli limitrofe, su quei rilievi montuosi che spesso divengono protagonisti dei miei racconti, e lo sguardo giunge fino al mare, sconfinato all’orizzonte. Anche la volta celeste è ampia, si cattura con gli occhi un angolo di eternità.

colle d'oggia valle carpasina

Si cammina per lo più in cresta e non è difficile imbattersi nelle caselle, alcune ancora ben conservate. A volte si ha quasi l’impressione di essere in Sardegna o in un paesaggio ben più nordico, talmente paiono fuori dal nostro solito contesto. Eppure le caselle rappresentano un’architettura assai diffusa, qui in Liguria, come vi ho già detto in passato.

casella ligure

Il sentiero è di facile percorrenza, ma… ehm… oggi è occupato da ingombranti presenze.

mucche colle d'oggia

Guardatele, guardatele e ditemi che non vi fanno sorridere, con quel loro sguardo sazio e rilassato. Se ne stanno in fila indiana lì, sul sentiero, riposando con gusto dopo aver fatto una grande scorpacciata di erbe di montagna. Talmente rilassate da non curarsi dei viandanti che stanno sul sentiero, ci guardano, mantengono gli occhi puntati su di noi senza mai perderci di vista, ma non si spostano.

mucca colle d'oggia

Le ho fotografate da tutte le angolazioni, perché le adoro con quella loro aria paciosa che trasmette serenità. Purtroppo ho dovuto fare lo zoom ed ero con il topo-smartphone, per cui perdonate la bassa qualità degli scatti.

mucche colle d'oggia2

E a furia di far foto a loro, ho fatto tardi sul sentiero e non sono riuscita a concluderlo: ormai il sole sta calando e scende qualche leggero fiocco di neve, converrà che ritorniamo in tana, topi. Ma non c’è nessun male, in tutto ciò: significa che avrò altro materiale per un nuovo articolo, un nuovo racconto zampettante! Siete contenti? Io sì!

Un squittio, anzi no: un muggito felice per voi!

 

Lo Stornello, poco gentile, ma molto bello

“Vola Stornello a pungoloooo
Vola stanotte e diglieloooo
Mentre lei dorme lassù
Zitto zitto zitto così, dille tutto ciò che sai tuuu…”

Così cantava un umano di nome Claudio Villa diversi anni fa. La mia topo-zia amava molto questo cantante e oggi mi ritorna alla mente lei e il suo canticchiare, quando vedo nel cielo tutti questi Stornelli che proprio ora sorvolano i cieli della Liguria.

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Sono tornati a trovarci già da quasi due mesetti, perché nella mia splendida terra sono maturate le olive e loro ne sono davvero ghiotti! Giungono sempre in questo periodo dell’anno. Mentre i miei convallesi (e non solo loro) indaffaratissimi, si preoccupavano di abbacchiare gli ulivi e produrre del buon olio extra vergine d’oliva, se la dovevano vedere con questi simpatici – ma anche un po’ ingordi – amici.

L’oliva taggiasca è davvero tra le migliori al mondo, e mi sa che anche questi volatili sono dei buongustai.

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Lo Stornello o Storno Comune (Sturnus vulgaris) infatti è un piccolo uccelletto lungo circa 20 centimetri, con la caratteristica di cambiare i colori di piume, becco e zampe durante l’estate e l’inverno. Non è considerato un uccello migratore, in quanto non effettua lunghi viaggi in base al cambio delle stagioni, ma è vero che alcuni si spostano, in Italia, dalle regioni più meridionali a quelle più settentrionali in base al clima e al periodo. Inoltre, durante le estati afose, amano vivere nelle cavità fresche delle rocce per poi preferire la campagna e la città in base ai frutti che offrono durante l’autunno. Frutti come olive, appunto, o pinoli, o nespole, ma anche i piccoli insetti appartengono alla loro dieta.

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Lo Stornello ha un modo di fare allegro e vivace, ma non bisogna farsi illudere dal suo simpatico umore. È infatti considerato uno dei maggiori uccelli invasivi di tutti i tempi. E le povere automobili a volte lo sanno bene, se parcheggiate sotto a una pianta dove loro hanno deciso di costruire il loro nido momentaneo.

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E poi che supponenti sono! Vi assicuro che hanno un caratterino niente male! Tse’! Io li conosco bene, lo sapete. Tempo fa, col battipanni, ho dovuto scacciarli dal Pino che ho accanto alla tana. Avreste dovuto vedere con quanta presunzione mi stavano riempiendo la soglia di… beh, ecco, avete capito. E senza neanche chiedermi il permesso! Voglio dire… è vero che in natura non ci sono proprietà private, ma l’educazione… suvvia! E poi tutto quel loro ciciarare proprio mentre dovevo andare a dormire… Sono peggio di Serpilla! Senza contare che né Scoiattolo e nemmeno Picchio avevano più accesso al Pino, perché loro se ne erano appropriati. Oh, belin! E voglio un po’ vedere!

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Lo Stornello è piccolo, ma molto resistente, coraggioso e longevo. Inoltre, grazie ai suoi voli acrobatici e incredibili che effettua in stormo, nell’alto dei cieli, riesce a prendersi gioco anche di avversari e predatori come falchi e poiane. È difficile anche per questi splendidi rapaci star dietro ai volteggi degli Stornelli ed è per questo che i signorini preferiscono scendere sul mare, anziché inoltrarsi in Alta Valle, quando possono.

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Un merito, però, bisogna darglielo e riguarda proprio i suoi voli. Tanti, tantissimi esemplari che si muovono veloci e leggiadri all’unisono, tutti assieme, nell’azzurro del cielo. Si gettano in picchiata per poi tornare su, verso l’alto, sfidando correnti e venti, abili e aggraziati. Si girano rapidi, e altrettanto veloci si rigirano. Lo stormo si allarga e poi si restringe. Si allunga, crea forme. A volte persino a cuore, altre come nubi nere, o ancora come onde del mare sospese nel vuoto. Che meraviglia! Uno spettacolo unico e meraviglioso!

Ma basta, basta! Non fatemi dire altro, altrimenti, se mi sentono, se la credono e se la tirano. La smetto qui. Fate finta ch’io non vi abbia raccontato nulla.

Ora però devo salutarvi, perché sento un ciarlare dietro al mulino… saranno mica tornati? Corro a dare un’occhiata. Squit! Alla prossima.

Paolo Rossi racconta il Lupo e i suoi segreti

Amato, odiato, temuto, frainteso… E’ lui, il Lupo, ed è tornato a popolare le alture della Valle Argentina, così come quelle di altre zone della Liguria e delle regioni limitrofe.

E’ un animale intelligente e schivo, la sua presenza si avverte ed è testimoniabile, ma non si lascia vedere facilmente. C’è chi ne ha udito gli ululati a Sella di Gouta, in Val Nervia, ma anche a Realdo; qualcuno lo ha scorto al Passo della Mezzaluna e le sue tracce sono presenti numerose anche nella foresta di Gerbonte e a Cima Marta.

Paolo Rossi Wolf Photographer - lupo4

Incrociare i suoi occhi, dicevo, non è facile. Lo sa bene Paolo Rossi, che ha fatto della fotografia dei Lupi un lavoro coronando il suo sogno. L’ho incontrato a Badalucco, durante la sua conferenza intitolata “Il Lupo e i suoi segreti”, ed è stato emozionante poter vedere questo animale attraverso i suoi scatti e alle sue parole. Paolo effettua appostamenti principalmente nell’entroterra di Genova e sull’Appennino Ligure. Sono zone che si discostano un po’ dalla mia Valle, è vero, ma in fondo i Lupi non sono molto diversi gli uni dagli altri.

Conoscere il Lupo attraverso le parole e gli occhi di chi lo ha visto davvero è appassionante. Io che sono una topina sapevo già molto sul Lupo, però Paolo ha reso più salde le mie conoscenze e ha permesso a molti altri di vedere questo animale per quello che è: un essere fiero e molto intelligente che, a dispetto di tutto ciò che si è detto e creduto di lui, continua a vivere facendosi beffe di chi cerca di intercettare i suoi passi.

Paolo Rossi Wolf Photographer - lupo

Paolo resta appostato per ore, talvolta tornando negli stessi luoghi per giorni e anche così l’incontro con lo sguardo d’ambra non è affatto assicurato. Dorme in tenda, in modo da essere sul campo nelle ore cruciali per l’avvistamento: il crepuscolo e l’alba. Cerca un luogo sottovento, piazza la fototrappola per monitorare le ore notturne, mentre di giorno si ferma in un posto ben studiato e attende, in silenzio e immobile. La sua non è una vita così diversa dai soggetti preferiti della sua macchina fotografica: anche lui, come il Lupo, deve essere paziente e restare immobile per molto tempo. E’ esposto alle intemperie e tutti noi topi liguri sappiamo quanto possa essere inclemente il tempo di montagna, di qualsiasi stagione si tratti. Vento e freddo penetrano nel midollo, soprattutto quando si raggiungono certe altitudini (parliamo di 1000-2000 metri sul livello del mare), ma la passione è più forte, ed è quella a spingere Paolo ad attendere con la sola compagnia della fotocamera, pronto a scattare all’occorrenza.

La maggior parte delle volte, racconta Paolo, si hanno a disposizione pochissimi e fugaci secondi per un click, e non è detto che quell’unico scatto concesso da Sua Maestà il Lupo venga bene come si vorrebbe. Eppure bisogna saper trarre il buono anche da quegli istanti, cogliere l’attimo fa parte del gioco per chi lavora nella fotografia.

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Il Lupo ha un olfatto infallibile e questo rende ancor più difficile il suo avvistamento: ben prima di aver visto l’essere umano, il Lupo ne avverte l’odore e si fa attento, guardingo e più silenzioso. E’ schivo nei confronti degli uomini, si tiene a debita distanza da loro e, a differenza di quanto alcuni credano, non attacca. Preferisce di gran lunga allontanarsi, poiché è memore delle continue persecuzioni che l’uomo ha perpetrato nei secoli passati nei suoi confronti. Sì, topi: il Lupo, come tutti noi animali del bosco e del pianeta, ha una propria memoria genetica. Vale a dire che nelle sue cellule e nel suo DNA si trasmettono messaggi forti e chiari che si traducono pian piano in istinti e comportamenti innati trasmissibili di generazione in generazione. Il messaggio che scorre nelle vene del Lupo è quello di tenersi alla larga dagli esseri umani. Obbediscono a questo ordine della loro memoria persino quando hanno fame, e i Lupi la soffrono, a differenza di quanto si possa pensare.

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Se a un branco o a un esemplare in dispersione dovesse capitare di avvicinarsi ai centri abitati e di cacciare una preda, nel caso in cui venisse disturbato durante il pasto – vuoi da un rumore improvviso, uno sparo, un odore, una voce – abbandonerebbe seduta stante il banchetto e non tornerebbe più a finire il lavoro iniziato per timore di mettere a repentaglio la propria vita. Piuttosto che morire sotto un colpo di fucile, preferisce resistere ai morsi della fame e attendere una nuova preda in un luogo più sicuro.

Ecco perché il lavoro di Paolo assume un grande valore, in un contesto come questo. Nonostante si sia detto davvero di tutto sul Lupo, si conosce ancora troppo poco; è un animale elusivo, incarna alla perfezione lo spirito delle zone selvagge e persino gli studiosi non hanno ancora fatto luce su alcuni dei suoi comportamenti.

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L’osservazione del Lupo in natura ha permesso di scoprire che la lealtà di questo animale nei confronti del proprio branco è tale che, se un membro della famiglia resta ferito o nasce con una menomazione fisica, gli altri si preoccupano per lui non facendogli mai mancare da mangiare, aspettandolo durante la marcia e non abbandonandolo. Potete crederci, topi? E’ la verità!

L’esperienza di chi, come Paolo, lavora sul campo è molto preziosa. Si osservano le tracce, si ammira da lontano questo splendido animale, rispettando i suoi spazi e le sue regole, in un luogo in cui l’uomo non è padrone, ma ospite e viaggiatore. Si cercano occasioni per stabilire con lui un flebile contatto visivo che dura un secondo e si è consapevoli che il signore indiscusso delle montagne è lui, il Lupo.

Oltre a organizzare conferenze e mostre fotografiche per divulgare tutto quello che ha imparato in anni di esperienza, Paolo tiene anche workshop in natura, invitando chi è interessato a muoversi insieme a lui sulle tracce del Lupo. Fotografa Lupi selvaggi che non sono stati avvicinati in alcun modo, nel suo lavoro non si serve di esche per attirare gli animali e non frequenta le zone di rendez-vous né quelle in cui sa essere presenti cuccioli e tane di Lupo per rispettare il più possibile la loro natura selvaggia.

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Nonostante la sua estrema attenzione, però, un anno fa gli è capitato per un caso fortuito di imbattersi in un cucciolo di Lupo che, non avendo la prudenza dell’adulto, era incuriosito dalla presenza di un essere umano. E così, tenendosi a qualche metro di distanza, osservava il suo fotografo con sguardo vivace e orecchie attente. Che emozione deve essere stata!

Paolo Rossi Wolf Photographer - lupo3

Gli scatti più belli degli anni trascorsi sulle tracce del Lupo sono stati raccolti in un album fotografico intitolato “Incivili”, anche grazie al quale Paolo sostiene il proprio lavoro. Se volete conoscerlo meglio e seguire i suoi appuntamenti vi consiglio di visitare il suo sito www.paorossi.it e di tenere d’occhio anche la pagina Facebook de La Topina della Valle Argentina, perché presto ci saranno aggiornamenti.

A questo punto non mi resta che salutarvi, topi.

Un ululato per voi dalla vostra Pigmy.

N.B.: Le foto presenti nell’articolo sono state gentilmente concesse dall’autore, che ne detiene i diritti. I Lupi ritratti non abitano nel nostro Ponente, ma nell’entroterra di Genova e sull’Appenino Ligure. Ringrazio Paolo Rossi per la sua disponibilità e per aver organizzato, insieme al Comune di Badalucco, un evento tanto interessante e utile per tutta la Valle Argentina.

I signori gatti di Badalucco

Sono una topina fuori dal comune, ormai dovreste saperlo.

Alla vostra Pigmy, i gatti piacciono davvero tantissimo! E con me si comportano bene, sapete? Non ci pensano neanche a tirar fuori gli artigli.

In passato vi ho fatto vedere i mici della mia amica Nicky, uno più bello dell’altro, oggi, invece, voglio parlarvi di quelli che si possono ammirare in uno dei primi paesi della mia Valle: Badalucco.

Se ne stanno in mezzo ai carruggi, vivono così, senza grandi pretese, si direbbe… Eppure ci sono topi che pagherebbero per avere la vita che conducono loro, spaparanzati sul ciottolato, ben curati, ben nutriti e con un paesaggio come quello di cui possono godere loro ogni giorno!

badalucco

Il torrente Argentina è il vero sovrano di Badalucco, lo attraversa e forma anche una breve, ma larga cascata che è possibile ammirare dal paese. E loro, gatti fortunati, godono di tutti questi panorami e paesaggi. Chi sta meglio, topi miei?

Ma se l’Argentina è il vassallo di Badalucco, i gatti sono i suoi valvassori!

gatti badalucco

Guardate questo qui sopra, rosso e bianco. E’ un coccolone mai visto. Se ne sta sempre nei pressi del fiume, vicino ai lavatoi, e ti accompagna per un tratto, quando passi dalle sue parti. Si struscia addosso a te, ti guarda con quei suoi occhi dolci, si fa fare mille carezze e poi, quando capisce che stai per proseguire oltre il suo territorio, ti saluta e se ne va.

Poi ci sono quelli che trascorrono il loro tempo a sonnecchiare sul selciato davanti la chiesa, alcuni addirittura nei vasi o sui gradini di pietra dell’edificio religioso.

E religiosi lo sono anche loro! Chi ha un gatto nella sua tana potrà confermarlo. I mici hanno i loro riti quotidiani, le loro abitudini alle quali non possono proprio rinunciare. Son fatti così e, in fondo, non sono poi tanto diversi dagli esseri umani.

Passeggiando per i carruggi del paese con al collo la mia macchina fotografica, a un certo punto ci capita di alzare lo sguardo e… oh! Eccone un altro!

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Ha un pelo così bello da fare invidia, non trovate? Ci osserva dall’alto, senza scomporsi troppo per la nostra presenza né per le foto che vogliamo scattare per immortalare i suoi occhi, il suo muso e la posizione in cui si trova. Se ne sta su un davanzale, più precisamente dentro un bel vaso, che dà quasi sul tetto di un’abitazione vicina. I gatti non amano farsi fotografare, sono proprio fetenti in questo. Non appena prendi il toposmartphone con discrezione e accedi all’applicazione per scattare la tanto agognata foto… si assiste a un fuggi fuggi tale che non ci si spiega che cosa mai abbiano visto.

Questo qui, invece, pare dire: “Avanti, fammi una foto! Anzi no, due, tre. Sono qui apposta.” Che comportamento insolito!

Procediamo la nostra passeggiata lungo il torrente, poi facciamo ritorno alla topomobile, ma le sorprese feline non sono finite.

Su un’ape car, infatti, c’è un gattone che quasi quasi farebbe invidia ai due precedenti. Anzi, sembra la fusione tra di loro. Non appena ci vede, scende dalla sua postazione d’onore e ci viene a salutare in tutta fretta, quasi avesse ritrovato degli amici di vecchia data.

A pochi metri da lui/lei, un altro gatto se ne sta sdraiato sull’arco di accesso a una casa. Disturbato dalla nostra presenza, si alza, si stiracchia e si strofina il pelo sui rampicanti per dare un’occhiata.

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Che accoglienza calorosa offrono, i mici di Badalucco! Se avete bisogno di concedervi un po’ di coccole, sapete dove andare, perché loro non ve le negheranno.

Un bacio felino dalla vostra Pigmy.

 

 

I Gatti di San Biagio

E come ogni paese che si rispetti, anche qui, sempre qui, a San Biagio della Cima, un mucchio di gatti popolano il borgo. Nelle ore pomeridiane si dedicano prevalentemente al riposo per poi svegliarsi verso sera e iniziare altre attività di caccia e di lavoro come al mattino. WP_20150705_003Ognuno di loro ha la sua espressione, persino dormendo e, all’ombra di Crassule e Plumbaghi, sognano corse senza freni. Si tengono puliti tutto il tempo leccandosi e strofinandosi e ti guardano, ognuno a modo suo. C’è quello che apre un solo occhio e ti scruta di traverso e quello più impaurito che invece si mette sull’attenti spalancando le palpebre come fanali abbaglianti. WP_20150705_038C’è quello che gradisce due coccole e sta volentieri a farsi accarezzare emettendo rumorose fusa mentre altri, più timidi, abbassano le orecchie con fare minaccioso se solo provi ad avvicinarti. Che buffi sono. Sotto ai carrugi scuri i loro occhi sembrano piccole lanterne luminose che ti scrutano con fare sussiegoso o preoccupato dall’alto verso il basso. WP_20150705_039Nessuno è deperito e anche il loro pelo è bello. Lucido e pettinato. Probabilmente vengono trattati bene e sembra quasi che ad essi piace ricambiare la generosità degli abitanti. Oh, si! Fanno un mucchio di mestieri aiutando la popolazione! WP_20150705_005C’è il micio parroco che, vestito in abito talare, con tanto di collarino ecclesiastico bianco, aspetta tranquillo i fedeli sui gradini della chiesa e micio attacchino, che appiccica manifesti ovunque litigando con il vento. WP_20150705_041Una vera scocciatura incollarsi il pelo, mica vuole farsi la ceretta lui! E poi c’è micio vedetta. Poteva mica mancare? Questi borghi hanno messo tutta la loro vita in mano alle vedette dai tempi più antichi e, ancora oggi, funziona così. WP_20150705_042Ecco, probabilmente ha visto qualcosa, speriamo nulla di preoccupante per il villaggio. Compagni di strada fantastici. Simpatici e partecipi. Appartengono al borgo e quando si va via, si pensa anche a loro che rimangono nel cuore. Bianchi, neri, tricolore, tutti sfoggiano la loro personalità, i segni del loro passato e la curiosità verso l’avvenire. Ascoltano le campane che in questi luoghi ancora segnano il tempo e rincorrono le api che svolazzano di fiore in fiore. Mettono allegria e sono molto numerosi. Una ricchezza per San Biagio della Cima. Una piacevole cornice parlando da passante. Avevo già parlato tempo fa dei gatti di un altro paese, forse, se non ricordo male di Castelvittorio. Questi sono diversi. Sono di una valle più a Ovest! Vi lascio in loro compagnia, io corro a preparare il prossimo articolo. Un abbraccio e un miao questa volta anzichè uno squit!

Storia del Gatto Contadino

Potete chiamarlo come vi pare: Minù, Fifì, Lulù, Micio, Ciccio, tanto lui arriva sempre. Passa le sue giornate in campagna a controllare che tutto funzioni per il meglio. E’ giunto nella campagna di Topononno già qualche tempo fa. Non gli piace stare in casa, lui è un gatto selvaggio, un gatto che – ‘a da puzzà – come si dice, pieno di entusiasmo e voglia di fare. SONY DSCControlla la disposizione delle verdure, osserva se i frutti maturano e si da sempre un gran da fare nei dintorni dell’orto. E’ sempre molto fiero del suo operato e passa senza sosta le ore a lavorare come un matto. SONY DSCTaglia la legna, riempie la carriola, annaffia, appende le pannocchie di mais per farle essiccare e darle poi alle amiche galline, si preoccupa di…. SONY DSCvabbè, si, ogni tanto di distrae un pò, però….. SONY DSCEhi! Allora! Sto dicendo a tutti che lavori sodo dal mattino alla sera! Che ci volete fare…. abbiate pazienza! Zueni d’ancoi!! (Giovani d’oggi!). Ogni tanto bisogna tirare un pò le redini. E come vi dicevo, con le galline va molto d’accordo, soprattutto quando si tratta di giocare con loro a nascondino tra i ciuffi di erba alta. Ecco si, preciso, lui va d’accordo con loro, non ho detto che loro vanno d’accordo con lui… Voglio dire, mica si accontenta di lucertole e topolini. – La campagna è mia e qui comando io! -, sembra dire imperativo. In realtà è molto buono, diffidente con chi non conosce ma il suo carattere è amorevole.SONY DSCSempre mezzo scorticato e con un occhio più chiuso dell’altro pare un brigante. Cosa non fa lo sa solo lui. Ma vi assicuro che fa anche tenerezza quando va a pisolare sotto al Nocciolo o all’ombra della Barbabietola. E quando ti guarda con quegli occhioni pigri che fanno immaginare la stanchezza provata. Eh si! La terra è bassa! Il lavoro in campagna è duro, si sa, ma lui sembra non essersi ancora pentito di aver fatto questa scelta e oggi, è pieno di amici e frutti della terra. SONY DSCAnche il cane Yuky è diventato suo grande compagno e insieme fanno persino la guardia. E questo è un micio che a me piace molto. Al di là del suo manto dai colori chiari e solari a seconda di come la luce lo accarezza, è uno di quei mici che non patisce niente. L’essere schizzinoso non sa certo cosa voglia dire. E dalla campagna può scendere giù fino al torrente. E vicino al torrente si sa, zanzare, girini, gerridi, ogni stagione è buona per divertirsi! SONY DSCCredete forse che patisca il contatto dell’acqua? Ma lui è un Cat-Marine! Probabilmente ha anche delle doti anfibie. Non patisce proprio nulla! Se ve lo dico! Vedete? Ha pure il campo di allenamento militare: il percorso di zucche che abilmente deve schivare e magari può usare come liane…. ovviamente. E nelle immagini di prima, in cui si rotolava a terra contento, mi dice che in realtà si stava allenando per la trincea! Mai pensar male di gatto contadino! SONY DSCOgni sua azione è stata ben ponderata prima! La campagna è sempre piena di nemici, bisogna stare all’erta e non calare mai la guardia. Dormiamo tutti sogni tranquilli da quando c’è lui, vigile, nel nostro territorio. Poteva forse mancare la sua presenza anche in questa mia tana virtuale? SONY DSCCertamente no. Felice di avervelo fatto conoscere cari topi. Non abbiate paura. E’ un buon gatto. E fa parte anche lui di questa larga, bella e buffa famiglia!SONY DSC Un bacione, alla prossima!

Una Tana davvero particolare

Nei due articoli “La storia delle Api e del Miele I° e 2° parte” scritti tempo fa, vi avevo ben spiegato la vita di questi insetti meravigliosi. Così importanti per la natura e per noi da far esclamare al saggio Einstein la frase – Se le Api si estinguessero, all’uomo resterebbero solo 4 anni di vita -.

In effetti, il loro lavoro è molto utile a tutti essendo che, oltre a creare il dolce Miele, grande toccasana naturale, si preoccupano dell’impollinazione dei fiori e permettono quindi un rinnovo costante della flora. E’ un po’ come se il mondo vegetale esistesse grazie a loro e, di conseguenza, ne possiamo godere anche noi.

Instancabili insetti. Laboriosi fino allo stremo e, oggi, posso dimostrarvelo avendo visto di persona una parte del loro lavoro e della loro quotidianità. Mi trovavo nella periferia di Arma, nella tana di campagna di alcuni cari topoamici. Dopo pranzo ci accorgemmo che, dentro a delle fessure di plexiglass, che rivestivano una porta per renderla più resistente alle correnti d’aria fredda, alcune Api stavano creando qualcosa di veramente fantastico: il loro alveare. Che design moderno!

Sì. Tanti mucchietti, color ocra, divisi ordinatamente da delle righe nere, riempivano queste fessure che sembravano essere state fatte apposta per loro. Ma cos’erano questi mucchietti gialli? Nettare. Potevamo vedere bene le Api affaccendate, entrare giuste giuste nella loro grandezza dentro a questi tubicini vuoti e, completamente sporche del goloso polline, iniziare a pulirsi meticolosamente rilasciando cadere la polverina magica che poi pressavano in un mucchietto compatto.

Dapprima si vedeva arrivare una piccola nuvoletta color del sole che poi, scuotendosi e accarezzandosi, perdeva il colore e mostrava l’insetto che c’era al suo interno. All’inizio si puliva bene il muso e le zampe anteriori, poi, piano piano si voltava e si girava, si puliva la parte dietro e iniziava a pressare la polverina persa in basso contro il blocco già esistente.

Una volta raggiunta la misura ideale della “celletta” creava un ulteriore strato con saliva, feci e terriccio, dal colore scuro, che serviva come divisore tra una culla e l’altra prima di iniziare la costruzione della cella seguente. Una striscia di grumi neri. E prima di formare questa divisione, studiava bene la situazione! Indietreggiava, controllava, osservava probabilmente se la grandezza andava bene e poi – Si, ok, posso chiuderla e passare alla prossima! -. Incredibile.

E pensare che per formare un pezzettino di giallo, grande circa un centimetro quadrato, faceva avanti e indietro come minimo 20 volte per andare a sporcarsi nuovamente di polverina. Che dedizione e…. che voglia! Non oso immaginare quanto tempo abbiano impiegato a fare tutti questi che potete vedere nelle immagini! Ma tali scomparti, sono formati solo da polline? No.

Se guardate attentamente noterete in uno di essi un po’ di vuoto e un piccolo ovetto biancastro, semi trasparente. Lo avete visto? Nella riga più bassa dell’alveare. Ebbene, ogni cella ne conteneva uno e, vederli, era veramente emozionante. Uova che poi diventeranno larve e infine piccole, nuove Apette. Per me, aver potuto vivere questo avvenimento è stato davvero bello.

Sono stata fortunata grazie alla trasparenza della location scelta e ho potuto osservare per bene ogni cosa senza perdermi nulla. Ciò che maggiormente mi ha colpito è stato il loro duro lavoro. Come vi ho spiegato, facevano avanti e indietro in continuazione. In continuazione.

Io, al loro posto, alla seconda celletta ero già stanca morta. E che precisione! Che ordine! Non c’era uovo più scomodo di un altro. Lo spazio doveva essere uguale per tutti e tutti dovevano poter avere la giusta considerazione. Nessun privilegio. Ma dov’era l’Ape Regina? Ogni alveare ne ha una. Notammo che alcune fessure entravano all’interno dello stipite della porta e quindi probabilmente Sua Maestà, se ne stava comoda in qualche nascondiglio lì dentro.

Ebbene amici, la mia Valle è anche questo. Il mostrare scenari meravigliosi che non sempre è possibile vedere in prima persona o in primo topo come me. Poter conoscere i mondi che convivono paralleli al nostro ai quali spesso non badiamo e non facciamo attenzione. Eppure esistono e sono davvero pieni di vita.

Vi è piaciuta questa tana? Bene, allora vi farò conoscere anche le prossime che troverò in futuro. Sperando di poterne scoprire ancora.

Un bacione, buon week end!

M.

Gino

In questo anno, cari topini, me ne sono capitate un po’ di ogni, tra le quali anche questa. Si, avete già capito dalle immagini. Lui è Gino. Ora ha 8 mesi. WP_20140701_029Quando la mia amica Niky me lo ha dato perchè rifiutato dalla mamma (poi ho anche capito il perché) aveva appena 15 gg. WP_20140711_002Come ha fatto a salvarsi da due gattoni maschi, adulti, che volevano farne una pallina lo sa solo lui (ma poi ho capito anche questo). Tutti gli imperatori, i grandi re, i capotribù della storia, mi sono giunti alla mente per cercare un nome degno e importante e li srotolavo a tutto andare ma nessuno riusciva a colpire l’interesse di topino finchè poi, alla fine, esausta da quel microbo lungo 10 cm che mi stava facendo scervellare dissi – E chiamalo Gino allora! -. Ecco il nome perfetto che stava cercando. Ecco il nome nobile, austero e notevole che il SUO gatto meritava. Gino. E Gino fu.WP_20140727_001 E Gino fu talmente tanto che anche quando gli dicevamo –No!- dopo che ne aveva combinato una delle sue, anziché imparare, era semplicemente convinto che lo stessimo chiamando. Sì perché vedete amici topi, voi dovete saperlo, io capisco che può sembrarvi retorica ma credetemi che non è così: questo gatto, non è normale.WP_20140727_005 No, non lo è veramente. Voglio dire, da buona topina che sono, di gatti ne ho avuti per così nella mia vita. Maschi, femmine, trovatelli, mezzi morti, sani e vegeti, orfani, non orfani, insomma di tutte le mene e di tutte le specie ma io vi assicuro che persino San Francesco mi avrebbe detto – Prunocciola….. ahimè, questo micio non è normale -. WP_20140727_006Vi dico che persino sua mamma lo ha rifiutato. No, no, questa volta non facciamocene una colpa; Mamma Gatta ha avuto in seguito tutta la mia comprensione ve lo assicuro. Lei aveva già capito. Mica non aveva latte sufficiente? O una crisi post-partum…. No! Lei aveva subdorato di aver partorito l’Attila del Regno Felino. Appena arrivato a casa, sempre lungo 10 cm appena, ci rendiamo conto che come gattino, era parecchio sveglio. WP_20140806_001Vi ripeto, conosco moooolto bene i miei antagonisti come topo. Mi soffermai a credere però che si trattasse di una spiccata intelligenza naturale. Ma dopo soli tre giorni dovetti già ricredermi. Ora, era lungo 10,2 cm e i miei due porcellini d’india ne erano già altamente terrorizzati. Con una zampa lunga quanto un mio mignolo cercava con tutte le sue forze di acchiappare la mela all’interno della loro gabbia e se loro facevano tanto che scappare impaurite, egli si attaccava alle sbarre e iniziava a sibilare col pelo dritto, a testa in giù, come un pipistrello inferocito.WP_20140807_002 Aveva ragione lui! Da notare che le mie cavie convivono serenamente con il cane e con la MIA gatta da anni, senza alcun problema. La MIA gatta infatti, non ha mai dimostrato fastidio nemmeno per criceti o uccellini che porto a casa per curare (all’inverso di quando è fuori, si sa) ma quando vede Gino inizia ad emettere soffi e brontolii che diventavano via via veri ruggiti. E pensate che dopo tutto questo avvertimento Gino se ne fa forse un problema? Per tutta risposta, il nuovo arrivato, fin dal terzo giorno, prende la rincorsa e le salta sulla schiena per poi lasciarsi cadere con i piccoli artigli protratti, in modo tale da eliminare, alla MIA piccina offesa, praticamente la metà del pelo che ha e che poi raccolgo a batuffoli per tutta la tana. Lui, nel mentre, con sussiego, se ne sta già studiando un’altra tipo: attaccarsi a peso morto alla coda di le come un barattolo di latta. L’effetto è lo stesso. WP_20141020_001Ora immagino abbiate capito anche voi perché i due gattacci adulti di prima non sono riusciti a fargli nulla. Topino è passato dal – Ma guarda sto patatino che strano modo di giocare ha? Chissà quante ne ha viste! -, al – Mamma! Gino ha il diavolo in corpo!! -. Oh sì! Le mie Orchidee? Di 10, me ne sono rimaste 3. Secondo lui, ogni pianta è erba-gatta. E dire che dovrebbero avere un istinto naturale.WP_20141029_002 Di suppellettili? Neanche più l’ombra. Le scarpe? Per noi sono diventate un optional e potete ben vedere anche voi che si tratta di un gatto non di un cane. Anche perché dovete sapere che il signorino, se stiamo in tana alla sera (e dobbiamo quindi obbligatoriamente giocare con lui), allora rimane sveglio e di notte dorme, ma se per caso decidiamo di uscire e quindi lui si annoia, dorme prima, e…. alla notte, non vi dico. WP_20141108_001Non vi dico nemmeno le litigate per pappa e cassettina dei bisogni con la MIA Giuggiola. Lui, impertinente e spavaldo, le si attacca alla collottola dandole più fastidio di qualsiasi altra cosa. Curioso come pochi. Persino quando si tira lo sciacquone del gabinetto deve andare a vedere quale magolamagamagia sta accadendo all’interno del WC. WP_20141127_004Fai la doccia? E lui si tuffa nella vasca dove ancora non ha capito che c’è l’acqua che lui detesta. Immaginatevi quindi il risultato di lui che, fradicio, salta via e corre per tutta la casa. Fai la lavatrice? E devi accertarti più e più volte che non ci sia finito dentro, dato un dramma sfiorato tempo fa. Leggi nel letto? Prova a voltare la pagina del libro se sei capace. Da nascosto, non si sa da dove, balza all’improvviso artigliandoti la mano. Tutto il giorno, tutto il giorno. Azzanna gli stinchi al cane. Pretende di rosicchiare i fili elettrici. Ruba le spugne per lavare i piatti trasportando acqua ovunque e facendone poi mille pezzi. Saltella sulla tastiera del computer quasi apposta. Insomma, prima di andare a dormire, dobbiamo passare un’ora a togliere tutto ciò che può essere di suo gradimento, comprese le calamite attaccate al frigo. Tra l’altro, sbadato com’è, prende botte a destra e a manca ma mica capisce. Adesso, ad esempio, sta pretendendo di saltare da una poltroncina a terra, fin su al secondo letto a castello dove Topina ha una specie di capanna con tanto di sbarra davanti. Sono già due volte che cade rumorosamente al suolo, scappa, e poi torna fiero col petto in fuori guardando il letto lassù come a sfidarlo. Ovviamente, la seconda volta si è portato giù anche cuscino e metà coperte. E dire che la maggior parte del tempo la passa fuori a sfogarsi! Dove: toglie la terra dai vasi, sradica piante, rompe sacchetti dell’immondizia, spinge via con le zampe le mattonelle, si arrampica in cima alle persiane e poi urla perché non è più capace a scendere. Insomma, per la serie “si cede GRATUITAMENTE simpaticissimo gatto con tanto di assegno di mantenimento mensile incorporato!!!”. Ok? Ok che? Ok no. No perché alla fine comunque io sotto sotto, penso di avere ancora un pezzettino di cuore per lui. Anzi no guardate, lo confesso. Gli voglio bene. Ok l’ho detto. Ma dimenticatevelo subito. E’ solo che…. che quando viene a dormire dove sono io, quando faccio il bagno e lui mi aspetta sul bordo della vasca, quando lo chiamo e arriva, quando con la testa s’infila sotto il palmo della mano, quando lo sgrido e facendo finta di niente mi si siede accanto sperando ch’io non lo veda, quando faccio ginnastica e lui vuole farla con me, quando piange perché esco sul terrazzo a stendere, quando mi viene in braccio e mi ciuccia una ciocca di capelli, quando misura la lunghezza della sua zampa a confronto di un mio piede, quando sta a guardarmi innamorato mentre mi vesto al mattino, quando pretende di passarmi lui il pennello del phard sulle guance o sceglie il colore per il mio ombretto, quando mi perde gli orecchini ma poi, dopo giorni, me li riporta felice…. Per tutto questo sì, lo ammetto, gli voglio bene. WP_20150213_003E’ il gatto più vivace ch’io abbia mai conosciuto ma posso dire, con sicurezza, che è anche il più affettuoso. Il MIO Gino.

M.