Larice, il principe dei miei monti

Ah, il Larice! Che albero meraviglioso!

Questa conifera (Larix decidua) appartiene alla famiglia delle Pinacee ed è un albero molto alto e a crescita veloce. Vive molto bene in alta montagna, sapete? Mette radici fino a 2000 metri di altitudine, con la sua chioma a cono. A differenza delle altre conifere, non è sempreverde, infatti in Inverno perde il fogliame… ma in Autunno tinge i miei boschi di colori mozzafiato, le tinte dell’oro più brillante che possiate immaginare.

 

E in primavera, invece, i suoi abiti sono color verde smeraldo nelle foglie fresche e tenere, e fucsia intenso e giallo nei suoi bellissimi fiori. In Estate, poi, sapete che fa? Dà da mangiare alle api trasudando quella che viene chiamata la “manna di Biançon”, grazie alla quale gli impollinatori producono un ottimo miele.

gemme di larice

Si trova in climi freddi e rigidi e ha bisogno di molta luce, come la sua amica Betulla, ma in molte zone della mia Valle cresce rigoglioso. Infatti, sebbene ci troviamo in Liguria e non di certo tra le foreste del Piemonte, della Val D’Aosta o del Trentino, Larice qui si trova a proprio agio. Per il suo timore nei confronti dell’umidità, cresce sulle cime delle mie amate Alpi Liguri, dove può essere sempre baciato dal suo amato sole.

larici primavera

Guardatelo e abbiate il coraggio di dirmi che non vi trasmette vigore, vitalità e rigenerazione! Eh sì, topi, Larice è proprio così, una forza della natura. Larice è così saggio che i suoi rami hanno dei punti di rottura ben precisi: in questo modo riesce a resistere alla tempeste più furiose, perché i rami si spezzano prima che l’albero venga danneggiato. Che meraviglia, che perfezione! Ma non è mica finita così, no no! Laddove i rami si sono spezzati, Larice fa spuntare nuove gemme a colmare il vuoto lasciato dai caduti nella battaglia contro gli elementi.

larici

Plinio il Vecchio già nel I secolo a.C. preparava l’unguento di Larice, che ricavava dalla resina ed è un rimedio per i reumatismi, la gotta e le infezioni della cute, ma anche per tutti quei disturbi legati all’apparato respiratorio di voi esseri umani. Pensate che la sua resina, senza abusi, può essere ingerita per stimolare i reni, o masticata per calmare la tosse e il mal di gola.

Se queste sue proprietà non vi bastassero, le terapie offerte dai suoi fiori aiutano chi soffre di sensi di inferiorità, di malinconia e a chi si scoraggia facilmente, stimolando la fiducia in se stessi. Con la sua forza, Larice insegna a superare i propri limiti, così come lui supera i suoi, crescendo anche nelle zone più impervie. E dovete sapere che era anticamente considerato l’albero in grado di unire la terra al cielo, in grado di decifrare anche il messaggio cosmico del “Così in alto e così in basso“.

Nel nord Europa e in tutte le zone alpine si credeva che Larice fosse abitato da creaturine benedette, spiritelli benevoli e di bell’aspetto amici degli esseri umani quanto degli animali. Questa credenza portò a realizzare incensi e talismani con il  legno del suo tronco, più resinoso e duro di quello dei cugini Abete e Pino. Noi del bosco, nelle tane, abbiamo tutti un rametto di Larice perchè sprigiona energia positiva e protettiva!

Da me si trova soprattutto in Alta Valle, ce ne sono di monumentali nella Foresta di Gerbonte, ma anche i dintorni di Realdo, Verdeggia, Triora, Colle d’Oggia e Colle Melosa lo ospitano volentieri.

foresta di gerbonte bosco di larici primavera

I boschi di Larice sono radi e luminosi e ospitano varie specie di uccelli tipiche dell’ambiente alpino, come la Cincia, il Picchio, il Crociere e il Gufo Reale. Sul Gerbonte sono stati impiantati dall’uomo per avere sempre a disposizione legname utile  e, pensate: un tronco di Larice della Foresta di Gerbonte regge ancora oggi il soffitto della Chiesa di San Giovanni Battista a Triora!

Larice è delicato nell’aspetto, raffinato ed elegante, e sembra più vicino alle latifoglie che alle conifere, complice il rinnovamento annuale delle foglie. Larice può anche cambiare la geometria della sua chioma, sapete? Di anno in anno può assumere forme differenti.

Per la gente di montagna è sempre stato un albero robusto, tanto che il suo legno veniva usato per le palificazioni e per la costruzione delle case, ma anche per le navi e le fondamenta di chiese e palazzi.

Insomma, topi, ne sapete un po’ di più su questo albero meraviglioso, abitante dei miei luoghi?

Io vi saluto e vi do appuntamento al mio prossimo squittio.

Un bacio balsamico dalla vostra Prunocciola.

Annunci

Quando cade un albero

Sento già i vostri lamenti di tristezza, state bravi per favore, che questo non è un post drammatico, tutt’altro. Ho da dirvi delle cose molto importanti e non hanno niente a che vedere con frasi strappalacrime o commenti di disperazione. Siate allegri, suvvia!

albero caduto4

Quando un albero cade per cause naturali, siano esse una valanga, il vento, un fulmine, la forza dell’acqua che scava i pendii, non c’è da rattristarsi, topi! Credete forse che quel tronco possente e quei rami siano ormai morti? Be’, non è così, e vi spiegherò presto il perché.

albero caduto

Lo so che voi esseri umani faticate a vedere oltre ciò che appare, ed è giusto così, ma ci sono qui io coi miei occhi da bestiolina a farvi osservare il mondo con uno sguardo diverso.

Quando un albero cade, viene accolto dall’abbraccio amorevole di Madre Natura, la stessa che l’ha generato, che per tanti, tantissimi anni gli ha permesso di affondare le radici nel suo ventre.

albero caduto fiume

Quando un albero cade, non muore, ma si trasforma in qualcosa di nuovo, di diverso da quello che era fino al momento che ne ha preceduto la caduta. E, fermandosi a guardarlo da vicino, osservandolo anche a mesi di distanza, è possibile vedere tutta la Vita che brulica in lui.

albero caduto3

Ci sono alberi che, se cadono al suolo, rigettano rami dal tronco spezzato e abbandonato sulla terra, mettono nuove radici e rinascono.

Ci sono alberi che offrono cibo e materie prime agli animaletti del bosco, grandi e piccoli: formiche, ragni, caprioli… qualcuno ne mangia la corteccia, altri vi scavano dei tunnel, altri ancora ne fanno una dimora sicura e confortevole.

 

E’ una trasformazione, vedete? Solo un passaggio di stato, così come fa l’acqua da quello liquido a quello solido quando in inverno ghiaccia sui prati, tra le rocce, sui rami… e nella maggior parte dei casi nessuno si dispera per questo.

Ma non finisce qui.

Come immaginerete, un bosco è costituito da alberi giovani e anziani che vivono gli uni vicini agli altri. Quando un albero anziano viene abbattuto dall’età o da una tempesta, gli alberi più giovani assumono il ruolo del “genitore” caduto, crescendo più vigorosi e facendo uscire tutto il potenziale che avevano trattenuto per tanto tempo.

pino

I ceppi di molti alberi, come quelli di Frassino o di Nocciolo, danno inizio a un nuovo ciclo vitale: il ceppo si rinnova completamente e questo li rende in pratica immortali!

Un umano saggio una volta disse “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” e, se vi fermaste a osservare con attenzione la Natura in ogni sua manifestazione, potreste vedere la verità di queste parole.

Adesso vi saluto, topi. Vado a zampettare nel bosco, ho da raccontarvi altre cose interessanti!

Un abbraccio trasformato.

La Valle del Caffè e della Caffeomanzia

Fu portato in terra ligure dai nostri primi naviganti che molto tempo fa, partendo per luoghi lontani oltremare, permisero anche a noi di assaporare nuove spezie, nuovi gusti e nuovi aromi tra i quali il Caffè.

Esso rigenerava! Corroborava! Riscaldava! E ovviamente, come tutti sappiamo, donava molta energia. Ancora oggi è assai amato e bevuto per queste doti.

Nella mia Valle non si coltiva; la Coffea, il genere di piante che comprende circa 100 specie diverse di Caffè ed è appartenente alla famiglia delle Rubiacee, è una pianta che adora altri climi i quali gli permettono di crescere florida e fiorire con i suoi piccoli fiori bianchi che sembrano stelline.

Nella mia Valle, però, un’antica arte di origine greca e mesopotamica, considerata divinatoria, è ancora praticata da diverse donne legate alle usanze e alle tradizioni di un tempo che, anche in Liguria, avevano molto successo ed erano considerate arricchimenti per la cultura popolare.

Vi sto parlando della Caffeomanzia, o Caffeamanzia, ossia la tecnica che insegna a leggere il futuro di una persona attraverso i fondi del Caffè. E non vi dico le nostre Bazue quanto uso ne hanno fatto di questo sapere!

Provo a spiegarvela essendo anch’io un’amante di certe meraviglie, le quali non voglio vadano perdute.

In pratica, quando una persona beve un Caffè, e deve berlo in una tazzina chiara, occorre osservare bene le forme che i residui lasciano dentro alla tazzina o sul piattino. Quelli sul piattino indicano la situazione attuale mentre quelli nella tazzina indicano gli avvenimenti futuri. A volte compaiono addirittura dei numeri e sono inerenti ai giorni, o ai mesi, o agli anni nei quali questi eventi si realizzerebbero.

C’è però tutta una tecnica da tener presente e che non mi vede molto capace ma so che bisogna far roteare la tazzina tra le mani, almeno tre volte, e aspettare che si raffreddi consolidando così quelle figure.

In realtà, quest’arte, è nata moltissimi anni fa quando la scura bevanda si preparava con polvere finissima di Caffè mescolata all’acqua e messa a bollire in un pentolino. I chicchi macinati rimanevano nell’acqua e la bevanda era più torbida rispetto a quella che beviamo oggi sporcando ancora di più la tazza e mostrando così figure ancora più distinte. Volete degli esempi?

Beh… per dire… l’apparizione di una forma simile ad una barca prevedeva l’arrivo di qualcuno, il cappello invece segnava un cambiamento e la candela mostrava che si aveva del sostegno nella vita. Forte vero?

Inoltre, anche le sfumature di colore raccontano qualcosa. Le tonalità chiare rappresenterebbero gli avvenimenti positivi mentre quelle scure gli avvenimenti negativi.

E voi sapete tradurre i fondi del Caffè? La mia topo-zia lo faceva ma io ero così piccola che non ricordo nulla ahimè!

Sapete però che non tutti possono bere il Caffè? Ovviamente ad alcuni non piace, altri invece, che ne berrebbero dei litri, non se lo possono permettere poiché esso causa loro delle fastidiose palpitazioni. Chi soffre di tachicardia, infatti, preferisce non lasciarsi guidare dalla gola.

Peccato… il Caffè accelera il metabolismo, fa dimagrire e rende toniche le pareti dei capillari. Sempre se non si esagera ovviamente.

Ora devo lasciarvi, indovinate perché?

Beh, devo andare a preparare il Caffè è ovvio! Oggi verrà a trovarmi Maga Gemma e… Ohmmmmammatopa! Non oso neanche pensare a tutto quello che una Maga come lei può leggere nel fondo di una tazzina!

Un bacio energetico topi!

Belin che zucca!

Be’, topi, io lo so che non tutti amano questo ortaggio, ma non posso proprio non farvelo conoscere. Negli orti della mia Valle cresce così bene che è uno spettacolo vedere quelle trombe appese, attorcigliate, allungate, contorte… assumono forme incredibili! Nelle altre zone d’Italia le zucche sono per lo più tonde, mentre qui da me, come vi ho già detto altre volte, esiste quasi solo la qualità lunga, a forma di tromba, che non si trova altrove. Gli esperti dicono abbia un gusto assimilabile a quello della nocciola e pare sia stata importata nella mia terra in tempi remoti dai marinai.

 

Qualche mio convallese pianta anche le tonde, ma noi liguri amiamo di gran lunga quelle tipiche del nostro territorio.

Tonda, a fiasco o a tromba che sia, oggi ve ne racconto qualcuna su questo frutto colorato.

zucche

Nell’antichità rappresentava la resurrezione dei morti, come testimoniano alcune tombe ritrovate in Germania, dentro le quali erano state collocate noci, nocciole e zucche, che erano considerate un viatico per la rinascita e l’ascesa al cielo.

Ed ecco che ci ricolleghiamo alla notte di Halloween, che precede la festa dei morti cristiana. E ora non cominciate ad arricciare i nasi, fate i bravi, che vi sento lamentarvi di questa festa un po’ strana, ma devo raccontarvene una che forse non sapete. Come da tradizione, si svuotano le zucche per trasformarle in teste dalle sembianze mostruose, che vengono illuminate da un piccolo lumino posto al loro interno. Le zucche vengono messe poi sui davanzali delle tane o agli angoli delle strade, rappresentando l’arrivo dei morti nella notte che i Celti consideravano il vero e proprio Capodanno.

zucca halloween

Come già detto, esistono diverse varietà di zucca, e quella tonda evocò in Europa la somiglianza con la testa umana,  tant’è che nacquero i vari modi di dire legati a questo ortaggio: “Copriti la zucca”, “zucca pelata”, “aver poco sale in zucca”… A me fa sorridere il fatto che per la festa di Halloween si illuminino le zucche. Mi sembra quasi che, con la luce messa dentro l’ortaggio, si voglia simbolicamente portare luce, illuminazione, saggezza anche nella testa di chi le guarda.

zucca halloween jack o'lantern

Nell’antica Grecia la zucca era associata alla Luna e alla Grande Madre, simboleggiava l’abbondanza, la fecondità e la prosperità, oltre che la buona salute.

Anticamente la zucca veniva svuotata e usata come contenitore per trasportare cibi e bevande, oltre che per conservarvi il sale. Si faceva seccare per bene nei solai, in modo che la polpa al suo interno si asciugasse e la scorza diventasse rigida come il legno. A quel punto si tagliava la parte del picciolo e si riempiva di cibi e bevande. Il mio topo-nonno ci teneva dentro il vino e nella sua tana ne aveva conservata una con dentro un piccolo presepe! Eccola qui, vi mostro la sua fiaschetta, decorata con le sue mani:

zucca lagenaria fiaschetta

Le zucche atte a questo utilizzo erano le zucche lagenarie, insieme a tutte quelle qualità non commestibili. Sempre con le zucche lagenarie si creavano addirittura degli strumenti e oggi si realizzano oggetti d’arredo molto carini, come abat-jour, casette per gli uccelli, portafrutta e vasi. Non crediate, però, che sia semplice dedicarsi a quest’arte. Nossignore! Le zucche lagenarie richiedono una certa cura, sia quando sono ancora nell’orto, che una volta raccolte. Bisogna pulirne bene la scorza e assicurarsi che non marciscano, per non parlare, poi, di tutti i decori fatti al pirografo o a intaglio!

Quelle che vedete qui sotto le ho decorate io con la tempera, è stato divertente e ora fanno la loro ratta figura nella mia tana.

zucca lagenaria decorativa

Un altro uso antico di questo ortaggio era quello di aiutare gli aspiranti nuotatori, che si immergevano nell’acqua insieme a una zucca che fungeva da galleggiante.

Alla zucca, però, sono stati anche associati simboli negativi, poiché è grande e bella sì, ma non ha altrettanti valori nutritivi; essa, infatti, è povera di protidi e lipidi ed è insipida. Eppure credo che questa possa essere una caratteristica molto utile alle topine attente alla linea, visto che è assai poco calorica.

La zucca contiene le vitamine A, B ed E, è altamente digeribile e si presta bene alla realizzazione di piatti dolci e salati. Si mangiano persino i semi, abbrustoliti e salati. Io ne vado davvero matta! Sempre il mio topo-nonno teneva per abitudine in tasca questi semi, sgranocchiandoli con me sul sentiero che mi portava a scuola.

Dai semi si estrae anche un olio che viene usato nella cosmesi e vengono utilizzati in medicina per combattere la tenia, ovvero il verme solitario, per il quale i semi della zucca risultano tossici. I semi, inoltre, sono in grado di prevenire le disfunzioni delle vie urinarie.

zucca autunno.jpg

Questo ortaggio è originario dell’America centrale. I nativi americani del nord la consideravano un alimento base della loro dieta. Sono davvero molte le sue proprietà benefiche; la polpa contiene diversi principi attivi e viene usata come diuretico e lassativo, oltre che per lenire le scottature della pelle e il prurito causato dalle punture degli insetti. Ha un basso contenuto calorico, è antiossidante ed è ricca di minerali (calcio, sodio, potassio, fosforo, magnesio, ferro…), previene i tumori e contrasta il diabete e l’ipertensione arteriosa. Fin dall’antichità, alla zucca sono state attribuite proprietà calmanti; è infatti consigliata a chi soffre di ansia, insonnia e nervosismo.

zucca decorazioni

Un vero toccasana, insomma! Personalmente amo questo ortaggio, lo faccio in mille modi durante tutto l’inverno: sformati, risotti, minestre, vellutate, dolci… e chi più ne ha più ne metta. Mentre le zucche tonde si prestano bene a zuppe e minestre, quella trombetta è molto versatile e meno farinosa delle sue parenti. E’ l’ingrediente principe di ricette tradizionali quali i Barbagiuai e la Torta Verde, ma la usiamo anche grigliata, in sformati e torte dolci.

zucca grigliata

Insomma, sbizzaritevi topi! E ricordatevi di mettere sempre un po’ di sale… in zucca.

Un abbraccio dalla vostra Pruni-zuccona.

 

La Ghiandaia Serpilla e i semi di Glicine

Mentre stavo gironzolando nei dintorni del bosco alla ricerca dei semi di Glicine, (ora è il periodo adatto) sentii un miagolio tenero e malinconico. Un piccolo micetto sperduto, pensai, appropinquandomi a cercarlo per porgergli il mio aiuto.

«Tzu tzu tzu…» cercai di imitare gli umani quando richiamano un gatto, in quanto, il mio prodigioso olfatto non stava percependo nulla, stranamente. La cosa mi lasciava perplessa.

Di nuovo quel lamento. Veniva da laggiù e mi diressi verso un bellissimo nocciolo dalle grandi foglie. Fu proprio mentre cercavo con attenzione tra i nuovi figlioletti esili di quell’albero che sentii sghignazzare sopra la mia testa. Avrei riconosciuto quell’aspra risata tra mille…

«Serpilla!» esclamai.

«Gné gné gné! Tciààà!!! Tciààà!!!» fece lei, con urla sconclusionate che mi ferivano i delicati timpani.

«Quindi eri tu! Non c’è nessun gattino, vero?» domandai, mettendomi le zampe sui fianchi.

«Ahhaha!!! Topina! Che allocca che sei! Ci caschi sempre!» mi rispose con la sua risata isterica.

Questa è Serpilla, la mia amica/nemica Ghiandaia fin troppo arzilla! Da una parte le volevo bene, ma come riusciva ad irritarmi lei, con quel suo fare bisbetico e antipatico, nessuno mai! Non era cattiva, ma era come adorasse essere detestata. Boriosa, arrogante e supponente. Forse, il fatto di simboleggiare la visione dell’oltre, il saper valutare le cose, la capacità di elevarsi al di sopra del tradizionale comprendendone il vero significato, le faceva credere di essere lo ierofante del bosco. Non solo. Si dice abbia anche doti di intuizione e preveggenza, nobili virtù che, ahimè, lei trasforma in strumenti per vantarsi alla ricerca di una vanagloria che proprio non sopporto.

Ma la sua più grande caratteristica era quella di saper imitare il verso degli altri uccelli alla perfezione e anche altri animali e persino alcune parole umane! Quanti inganni, topi miei!

Ditemi, vi è mai capitato di andare in un bosco ed esser stati certi di aver udito un’aquila, o un gufo, o un corvo, o qualche altra creatura? Be’… mi duole deludervi, cari amici, ma molto spesso in realtà avete soltanto sentito una Ghiandaia mattacchiona! A volte ci casco pure io! E in Valle Argentina ce ne sono tantissime anche se forse Serpilla è la più fetente!

«Come ti ho già detto molte volte, Serpilla, se usassi le tue prodezze per cose più utili saresti sicuramente l’essere più amato della Valle!»

Sapevo già che per quel giorno potevo rinunciare alla mia tranquillità e alla rilassatezza che stavo provando nella ricerca dei semi. Con quella sua lingua biforcuta, Serpilla mi avrebbe in qualche modo rovinato la quiete.

«Che fai?» mi chiese gracchiando.

«I fatti miei» risposi alla curiosona.

«Che fai? Che fai? Che fai? Che fai? Che fai? Che…»

«Smettila!!! Devo raccogliere dei semi!!!!!!»

«Che semi?»

Grande madre Ratta dammi la pazienza! alzai gli occhi al cielo, mentre rispondevo alla petulante sperando si zittisse: «Di Glicine».

«Velenosissimi!»

«Si lo so»

«E allora perché li cerchi?»

«Per piantarli»

«Hai già un Glicine vicino alla tana…»

«Devo regarli!»

«A chi?»

«Ohssssantissima Topa! Basta! Fatti le piume tue!» e così dicendo le mostrai la coda, andandomene. Ovviamente mi seguì, saltellando da un ramo all’altro dei grandi castagni.

«Non si devono raccogliere adesso! Tciààà! Sono troppo verdi! Tciààà!!!»

«Ti crea un problema questo?»

«No tciààà! È che non sai le cose!»

Secondo lei io non sapevo nulla, mentre invece era quella bisbetica impiumata a non sapere che volevo far vedere a voi questa specie di pisellini piatti. In fondo, anche il Glicine, come il Pisello, appartiene alla famiglia delle Leguminoseae e sono simili. Anche loro contenuti all’interno di baccelli meravigliosi di un verde chiaro sgargiante e ricoperti da una peluria sottile che sembra velluto. Serpilla aveva ragione, sono davvero molto tossici, dovete fare attenzione, ma germogliano facilmente e potrete avere la vostra piantina di Glicine ad abbellire dimore e giardini.

«Sono come piselli!» strillò la saputella.

«Lo so di mio! Grazie!»

«Ma io lo so da molto tempo! Tciààà! Craaaa!»

La ignorai.

Ogni pianta di Glicine riesce a produrre molti baccelli, i quali solitamente contengono all’incirca due o tre semi ciascuno. Questi baccelli sono duri, turgidi e, quando seccano, divengono color marrone, in natura si aprono da soli lasciando cadere quelle piccole fonti di vita. Bisogna raccoglierli a settembre e lasciarli seccare per tutto l’inverno in un luogo fresco e asciutto. In primavera vedrete che i semi sono belli secchi. A quel punto prendete dei bicchierini di plastica o dei portauova. Mettete dentro del cotone e all’interno del cotone i semi. Poi bagnate con un po’ d’acqua mantenendo sempre umida l’ovatta. Dopo pochi giorni saranno germogliati e pronti per essere piantati.

«Che verde cangiante hanno ora! A seconda di come il sole batte su di loro diventano argento!» dissi, estasiata.

«A me sembra bianco… craaaa!»

«Bianco o argento sono molto belli anche per decorare… la natura è davvero fantastica!»

«Che gusti hai! Craaa! Io per il mio nido non userei mai delle appendici storte! Ti avveleni anche la casa! Tciààà!!!»

«Non mi avveleno nulla e inoltre il Glicine è meraviglioso»

«Per me sporca troppo e attira troppe api»

«Bene! Adoro le api!»

«Quel loro ronzio è così fastidioso! Tciààà!!!»

«Per tutti i baffi storti! Senti chi parla!»

Era davvero insopportabile. Non la reggevo più. Decisi di tornarmene al mulino. Avrei raccolto quelle meraviglie un’altra volta.

Un saluto a voi topini, la foto della Ghiandaia (Garrulus glandarius) è stata presa da wikipedia. La Ghiandaia della Valle Argentina.

L’Albero della… cacca!

Fermi tutti! Mi preme avvisare che non voglio offendere nessun tipo di pianta, cari Topi, però… potrà anche farvi ridere, ma nella mia Valle c’è un albero seriamente chiamato “Albero della Merda”. Non mi credete? Lo trovate persino su internet dal momento che questo è divenuto proprio il suo nome!

Scientificamente, invece, si chiama Ailanthus Glandulosa o Altissima, mentre, per i più educati, assume il semplice nome di Ailanto.

Ovviamente non vive solo nella Valle Argentina ed è molto presente dal mare ai monti, forse perché poco longevo, ma in grado di gettare una ricca quantità di polline e riprodursi sovente. Ma… perché (i genovesi soprattutto) lo hanno chiamato da tempo in questo modo? Gli inglesi, invece, si sono limitati al più fine “stink tree” ossia “Albero della Puzza”. Be’… provate a prendere una sua foglia tra le zampe e a stropicciarla o romperla. Ve ne accorgerete subito appena l’annuserete! Bleah! Che fetore!

Passandoci accanto non ci si accorge di nulla, anzi, è persino molto carino con quelle sue foglie lanceolate e sistemate ordinatamente in righe perfette sugli esili rami.

Così bello da essere giunto in Europa dalla Cina proprio per dare una visuale orientale ed elegante all’Antico Continente.

Anche quando è in fiore è molto piacevole. Le sue infiorescenze a grappolo lo addobbano a festa e appare più colorato del solito. Le foglie nuove, appena nate, hanno un colore diverso da quelle più mature. Sono viola scuro, mentre, le “vecchie” di un verde vivo e intenso.

Le varietà di Ailanthus sono diverse e certe diventano alberi alti e imponenti. Vi farà sorridere che la specie Altissima che vi nominavo prima viene chiamata anche “Albero del Paradiso” o “del Sole” perché svetta verso il cielo.

Senza studi speciali alle spalle, vi sconsiglio vivamente di utilizzare le sue virtù, ma è giusto dire che nella sua terra di origine è stata una delle prime piante a essere citate negli antichi testi di MTC (Medicina Tradizionale Cinese).

Ma torniamo in Valle Argentina, perché c’è una cosa molto importante che dovete sapere su questa pianta. Molti anni fa, in tutta Italia, l’Ailanthus veniva coltivato come habitat per il baco da seta e si trattava di una seta molto particolare e pregiata, oggi dimenticata, prodotta dalla Samya Cynthia il bruco di una falena ancora oggi presente in diverse zone della nostra nazione come anche nei luoghi in cui vivo.

La cosa straordinaria, però, è che questo Albero della Merda in realtà è anche la tana perfetta per tantissimi tipi di Lepidotteri, e quindi Farfalle, non per niente la mia Valle ne è piena ed è uno spettacolo ammirarle svolazzare tutte insieme con le loro ali variopinte e leggere.

Siamo abituati a pensare ai fiori e a dare solo a loro il merito della presenza di numerosi insetti, invece occorre chiedersi dove, allo stato larvale, questa grande famiglia viva e si costruisca la dimora. Ebbene, la risposta è: proprio sull’Ailanthus! O comunque anche su di esso, che è tra le loro piante preferite. Evidentemente sono prive del senso dell’olfatto, queste mie care amiche. Non per niente, il gusto del dolce nettare lo sentono attraverso le zampe, i recettori li hanno proprio lì. Ah, la natura! Rimanendo nell’entomologia, mi preme anche farvi sapere che con l’Ailanto le nostre preziose Api realizzano un miele dolcissimo! No, non puzza per niente, è  anzi molto zuccherino! Strano, vero?

Ma le grandi qualità di questo albero non finiscono qui e continuando a parlarvi della mia terra mi preme dirvi che noi dovremmo ringraziarlo molto. Oh, sì! Vedete, la sua crescita è veloce e le sue radici particolarmente intrecciate, pertanto risulta fondamentale nella tenuta di terreni franosi che, purtroppo, nella mia Valle, esistono. Lui trattiene ed evita il peggio nei terreni più scoscesi e pericolosi per l’uomo e per gli animali. Davvero un portento!

E le sue prodezze non son finite qui. I botanici, ad esempio, non riescono a starci dietro! Si riproduce così velocemente e ovunque che è stata dichiarata addirittura una pianta infestante. Che carattere! Esuberante e non patisce niente.

Cresce presuntuoso persino in città adattandosi ad ogni territorio tra una casa e l’altra.

Che dite? Sapevate tutte queste cose su uno degli alberi più presenti qui da noi? No, vero? Bene, felice di avervele fatte conoscere.

Un bacione puzzoso a tutti!

Frutti d’Autunno in arrivo

Topi, che la bella stagione ci sta salutando ve lo devo proprio dire? Santa Ratta, anche quest’anno l’Estate se ne va, lasciandoci nostalgici e già malinconici per tutte le giornate che non trascorreremo più all’aperto, fuori dalle tane, e per tutti i tuffi al mare o ai laghetti che dovranno aspettare un anno prima di essere goduti.

Ma a risollevarvi un pochetto gli animi c’è la vostra topina, alla quale i musi lunghi non piacciono affatto, proprio no!

Fatevi piccini come me e seguitemi, dunque: ho da farvi vedere un po’ di cose che allieteranno i vostri sguardi e… soprattutto le vostre pance!

L’Estate va via, è vero, ci saluta come ogni anno, ma guardate che eredità lascia dietro di sé! Ovunque è un tripudio di frutti succulenti, quelli che potremo gustare in mille modi, con tante ricette diverse e molto presto, anche!

ricci castagne

Le Castagne sono incubate in gusci spinosi, non ancora pronte ad affacciare il loro volto scuro al mondo. Quante scorpacciate ci aspettano! Le caldarroste sono un piatto che non manca sulle tavole della mia Valle, non si smetterebbe mai di mangiarle. E poi possiamo metterle nelle zuppe, nei risotti, nelle torte… insomma, che bontà! Tra l’altro devo dirvi che sono fonte di sali minerali e hanno un alto valore energetico. Quest’ultima non è una cattiva caratteristica, e mi rivolgo soprattutto alle topine che tengono alla linea e hanno paura di mettere su qualche chilo in più… Madre Natura, infatti, non lascia niente al caso, nulla è donato senza motivo. I frutti di questo periodo dell’anno, come le Castagne per l’appunto, ci consentono di mettere da parte le forze e le energie che ci serviranno durante l’Inverno, quando siamo più soggetti ad acciacchi e debolezze. Tra l’altro, care topine, le Castagne contengono anche l’acido folico, molto consigliato quando si è in dolce attesa (e non in attesa del dolce, non facciamo confusione per favore!). Sono utili anche a chi soffre di anemia e sono ricche di fosforo, sempre amico del sistema nervoso.

Rimaniamo nel bosco e… uh, topi, guardate! Anche le Nocciole stanno maturando! Le avete già mangiate fresche, colte dal ramo? Che buone, mamma topa! Hanno quel gusto dolce e leggermente asprigno, soprattutto se ancora acerbe.

nocciole

Quante scorpacciate facevo da cucciola con topomamma e topopapà! Devo dire che non è facile trovarle integre… gli Scoiattoli, infatti, si danno un gran daffare a rosicchiarne i gusci e a fare provviste, ma provateci, non costa nulla. I Celti le consideravano i frutti della saggezza per eccellenza. Hanno mille… anzi no, che dico? milioni di proprietà, tanto che dovrebbero essere consumate quotidianamente da tutti, ma proprio tutti!

Antitumorali, antiossidanti, ottime per la salute cardiovascolare e per il sistema nervoso, sono un vero toccasana. Anche di queste la mia Valle è piena.

E ora lasciamo un attimo il bosco e spostiamoci in campagna… volete vedere cosa ci regalano l’orto e il frutteto in questo periodo? Eccovi accontentati!

zucche orto

Le belle Trombette sono ingiallite, ingrossate, diventando Zucche panciute buone in ogni maniera. E non dite che non vi piacciono, per tutti i corbezzoli e le corbellerie del mondo! E’ un alimento così versatile che mi pare proprio impossibile che non esista su tutto il globo terracqueo una ricetta in grado di accontentare i palati anche dei più schizzinosi.

zucca gialla

Grigliatela a fette sottili sulla piastra, conditela con olive taggiasche sottolio, aggiungete olio extravergine di oliva e poi sale, pepe, menta, aglio… uh, Santa Topa, mi lecco già i baffi e l’acquolina è scesa dal muso fino alle zampe, me le son bagnate tutte! Potete aggiungere aceto e persino funghi e pinoli per una ricetta più gustosa. Provate! Provate e abbiate il coraggio di dirmi che non è una bontà.

zucca

E poi sformati, torte salate e dolci, primi piatti, zuppe, contorni, gnocchi… dai, sbizzarritevi! Lo sapete che ha davvero pochissime calorie? Ecco, ho fatto breccia nel vostro cuore… ehm, volevo dire pancia. E poi è benefica per l’intestino, facilissima da digerire e aiuta a dormire bene, soprattutto se si soffre d’insonnia, per le sue proprietà sedative.

E ora alziamo lo sguardo, topi, che non è ancora finito il nostro salutare tour alla scoperta dei frutti autunnali.

L’Uva si tinge di viola, sempre più acini colorano di tinte scure la vigna. Tra poco sarà tempo di vendemmia!

uva

Ne parleremo presto, ma intento vi dico che è un frutto energizzante e ricco di minerali, ottimo come diuretico e per chi soffre di stitichezza. L’Uva, però, per quanto buona e salutare, non va consumata in caso di diabete, coliti, gastriti e problemi di digestione. Anche lei è antitumorale e si prende cura dei vasi sanguigni.

Sugli alberi, invece, le Mele, i Cachi e gli agrumi abbandonano pian piano il colore verde per assumere tinte più sgargianti, ma senza troppa fretta.

 

A proposito di Cachi e di Madre Natura… topi, ma lo sapete che la vitamina C contenuta in questi frutti è in grado di rinforzare il sistema immunitario, prevenendo così i malanni di stagione? Un vaccino naturale, insomma! Ah, riguardo a questi frutti la mia topomamma mi dice sempre che quando era topina insieme agli altri suoi coetanei usava fare un giochino simpatico: si tagliava a metà (in verticale) il seme di un Caco e si poteva predire il clima della stagione fredda. Il germoglio contenuto nel seme assume la forma di posate in miniatura, perfette per noi topi.

Ebbene, se si trovava il cucchiaio, è prevista tanta neve e tanta pioggia per l’Inverno. Se si trova la forchetta, invece, l’Inverno sarà mite, mentre se si trova  il coltello, preannuncia tanti venti gelidi.

Provate anche voi a fare questo gioco, è divertente! Alcuni topi, però, mi dicono che, soprattutto nei Cachi da supermercato, non è possibile distinguere le posate all’interno del seme, a volte quest’ultimo non è neppure presente. Insomma, provate con Cachi autentici, mi raccomando!

Io adesso vi saluto, vado a scrivere un nuovo articolo per voi. Vedo e prevedo grandi abbuffate questo Autunno, sia di articoli che di frutti, sia chiaro! Un bacio energetico a tutti voi.

Velenosa e bellissima – la Tromba degli Angeli

Velenosa, ma meravigliosa (che fa anche rima) la Brugmansia, chiamata anche volgarmente “la Tromba degli Angeli”.

Questo nome gli è stato conferito a causa della forma dei suoi fiori, che oggi ho fotografato per voi e che sono di colore rosa, sebbene ne esistano anche delle tinte arancio, fucsia, bianco, rosso e bicolor. Esistono diverse specie di Brugmansia, alcune profumano addirittura di Vaniglia. Molti botanici la classificano con il nome di Datura, ma sembra non si siano ancora accordati tra la specie “erborea” e quella “erbacea”. In natura, inoltre, questa pianta non esiste più, o meglio non nasce più spontaneamente; per ricrearla occorre un clima tropicale.

Come ho detto, questa pianta appartenente alla famiglia delle Solanaceae  è molto velenosa, quindi bisogna trattenersi dal maneggiarla troppo, poiché si rischia di avvicinare le mani alla bocca o ad altre parti sensibili del corpo, come gli occhi. La sua tossicità, però, crea seri danni soprattutto se la pianta viene ingerita.

Pensate che alcuni indigeni dell’America del Sud, luogo di nascita di questa pianta, la usavano persino come veleno per la caccia, perciò fate davvero attenzione con lei. Gli Indios, invece, traevano dai suoi semi una sostanza stupefacente da consumare durante riti o feste particolari, ma ne conoscevano bene la dose, che poteva invece essere aumentata per renderla fatale al nemico. Oggi, gli esperti ne traggono un principio attivo molto potente, anche se tossico, che viene messo all’interno di alcuni antidolorifici.

Sarà forse proprio la sua tossicità mortale ad averle conferito anche un altro nome, quello di “Fiore del Diavolo” o “di Strega”. Ebbene sì, dal Paradiso, con tanto di angioletti che la suonano come una trombetta, si scende all’Inferno, dove Satana la fa sua narcotizzando gli ignari grazie alle sue proprietà dannose, che possono provocare anche forti allucinazioni, tanto potenti da condurre alla morte.

Per alcuni sostenitori della divisione delle due specie, infatti, il significato cambia tra il male e il bene delle due piante (Datura e Brugmansia), dove la prima è quella considerata infernale, mentre la seconda sarebbe quella paradisiaca. Questo perché il termine Datura deriverebbe etimologicamente da “mela spinosa” e, quindi, pungente e urticante, perciò malefica. Tutti, però, su una cosa sono d’accordo: per via della sua bellezza poco duratura, simboleggia l’estetica esteriore che ha poco valore e, per via del suo essere anche nociva, simboleggia l’incertezza, la preoccupazione e la magia.

Non è autoctona della mia Valle, come ho detto, ma non manca in nessun giardino. E’ molto ornamentale quando fiorisce e può raggiungere dimensioni notevoli persino in vaso. Si adatta abbastanza bene in qualsiasi tipo di terriccio, pur prediligendo il calcare, e ama il sole. Se messa in piena terra si consiglia assolutamente la potatura durante la primavera.

I suoi fiori sono grandi e le sue foglie una prelibatezza per le lumache che, evidentemente, non la patiscono. Vederla evolvere in tutto il suo splendore è una meraviglia!

E voi Topi? Ne avete, di Brugmansie? O Dature? O Trombe degli Angeli? O…. Oh mammatopa! Quanti nomi!

Un Bacio! Alla prossima!

Strega Cloristella e il rimedio contro le Ustioni

Oggi, cari topi, è con immenso piacere ed entusiasmo che vi presento un’altra mia carissima amica. Si tratta di nientepopodimenoché… Clorinda Stella, per gli amici Cloristella! Ed è una Strega! Sì, avete capito bene, una vera e autentica Strega della Valle Argentina. L’Inquisizione non l’ha portata via, per fortuna, è riuscita a nascondersi e a salvarsi e quindi oggi possiamo godere dei suoi numerosi e incredibili consigli su rimedi, elisir e ricette per portare benessere nella nostra vita e in quella di altri. Strega Cloristella, infatti, con estrema sapienza, ha sviluppato un meraviglioso rapporto con la natura e compone prodigiosi intrugli di ogni genere a seconda di quello di cui necessita. Lei e la natura sono una cosa sola e, con maestria, fantasia e magia, l’abile Strega si serve dei doni del pianeta con estremo rispetto.

Durante la bella stagione voi umani andate al mare e, spesso, anziché abbronzarvi, vi ustionate. La vostra pelle soffre per via degli eritemi fastidiosi e dolorosi, così ho pensato di interpellarla per chiederle un consiglio per voi, un rimedio totalmente naturale efficace per le vostre scottature solari e per le bruciature di ogni genere. Prendete appunti, perché Strega Clorinda ha il rimedio per voi!

Cloristella è sempre vestita di scuro, con abiti sgualciti, ma molto femminili, nonostante tutto. L’unico colore che si concede è quello di un fiore, ogni giorno diverso, che aggancia al bustino sul bordo del décolleté. Ha i capelli verderame e le labbra di un bellissimo e sgargiante rosso scarlatto. Qualche efelide le colora il naso e le gote e il suo viso è sempre vivace, attraversato da un’espressione dolce e decisa al contempo. Ha occhi grandi, furbi, curiosi, con le iridi color mogano che schiariscono come l’ambra durante le notti di luna piena. È sovente allegra e spesso le piace parlare in rima:  dev’essere una deformazione professionale, la sua, causata dai tanti incantesimi che inventa. È proprio un personaggio! Gentile e generosa… almeno finché non la si fa arrabbiare. Diciamo che è un po’ permalosa e conviene lasciarla sbollire per conto suo tra fumi colorati che invadono il cielo, in quei momenti di rabbia, uscendo dal comignolo della sua dimora.

Per descrivervi la sua tana e il suo laboratorio avrei bisogno di tre articoli, quindi questa volta mi limiterò a dirvi che nonostante il caos, un mucchio di odori, un gatto nero, un corvo e un grosso pentolone che bolle su un fuoco sempre acceso, è un piacere stare lì.

«La Topina che mi viene a trovare? A quale problema dobbiam rimediare?» mi dice accogliendomi scalza e con un sincero sorriso.

«Cara Cloristella, oggi vengo a chiederti qualcosa per le ustioni di ogni genere, prima che ci tramutino in… in…. proble… No, aspetta: in…»

«Cenere!»

«Ecco brava! Mi sfuggiva la rima.» Ridiamo ed entriamo nel suo antro ombroso e arcano, ma che profuma di buono.

«È davvero semplice, Pigmy, trovare sollievo dopo essersi scottati. Basta un po’ di Iperico e qualche foglia di Menta.»

«Tutto quì? Credevo servisse chissà cosa…»

«Sì, ma molte persone non lo sanno, quindi bisogna avvisarle! Ti darò le dosi e ti spiegherò come fare. Innanzi tutto, devi sapere che con l’Iperico e la Menta va preparato l’oleolito, che io ho sempre a portata di mano: te ne darò un po’. L’Iperico è una pianta che aiuta la rigenerazione delle cellule, è molto idratante, ma soprattutto cicatrizzante, calmante e sedativa. E’ assai utile per le bruciature, dove la pelle rimane senz’acqua e si deve lenire una zona dolorante, come pure nel caso delle punture d’insetto contro le quali è una pianta davvero preziosa. La Menta, a sua volta, rinfresca, donando sollievo, disinfiammando e restringendo i capillari che si sono dilatati con l’eccessivo calore. Ci sarà anche bisogno di vitamina PP: consiglia ai tuoi amici di mangiare frutti rossi e di bosco, ne contengono tanta. Rinforza i vasi sanguigni che si sono dilatati e le cui pareti rischiano di cedere.»

Questa donna non è una Strega, è una dermatologa!

«In realtà sono tantissime le proprietà di questi due fantastici doni di Madre Terra, ma l’importante, per oggi, è che risolvino il problema delle ustionti.»

La osservo mentre afferra alambicchi e gontagocce. Pesta, travasa, odora, conta e nel mentre canticchia una specie di nenia come a concentrarsi maggiormente. Cerca gli ingredienti in quel mare di flora secca e fresca, dieci volte più fornita di un’erboristeria!

«Piantaggine, Viola, Achillea, Barba di Becco, Crespigno Spinoso, Centonchio Azzurro… ma dove ho messo l’Iperico?»

Come fa a capire che piante siano, quelle contenute nelle arbanelle sprovviste di etichetta?  E che nomi sono quelli? Io conosco tantissime piante e moltissimi fiori, ma Strega Clorinda mi batte, davvero.

Do un’occhiata in giro e mi chiedo se ha letto sul serio tutti i libri che vedo traboccare dagli scaffali. Conosce davvero tutte quelle pozioni magiche? So che ha quattrocentoundici anni, anche se ne dimostra solo una trentina, ma Santa Topa, ci vuole una memoria da elefante per ricordarsi tutti quegli incantesimi e sapere quando doverli usare! Provo a leggere, con scarso risultato, alcuni titoli scritti in una lingua sconosciuta. Chissà cosa contengono…

«Ecco qui bell’e pronta la soluzione per te, ogni scottatura andrà via da sé!» Ecco, la rima sul finire calza a pennello! «Pigmy, ora tieni questo barattolo al sole, ben chiuso, per un intero ciclo lunare e scuotilo ogni tanto. Vi ho messo dentro 30 gr circa di capolini di Iperico e 20 gr di Menta fresca, l’ideale è la rotundifolia, ma va bene qualsiasi specie, il tutto coperto con 650 ml di olio extra vergine di Oliva Taggiasca.»

«Grazie mille! E dimmi: quante volte al giorno bisogna applicare questo intruglio sulla pelle?»

«L’ideale sarebbe tre volte al giorno, Pigmy, fino a che non scompare il dolore. Basterà  poco tempo, vedrai, ma ricorda sempre una cosa. I rimedi naturali funzionano attraverso una grande qualità: la perseveranza.»

Ringrazio di cuore Strega Clorinda e faccio ritorno in tana,  ringraziando anche la Natura; ancora una volta, con i suoi regali preziosi, permette di alleviare le sofferenze. Intanto che rintano, però, mi preme darvi ancora due curiosità.

I fiori di Iperico andrebbero raccolti possibilmente nei giorni vicini a San Giovanni. E’ chiamato, infatti, anche “Erba di San Giovanni” e, se raccolto il 24 giugno, rilascia tutte le sue numerose e preziose doti in maggiore quantità. E’ un fiore che si può trovare fiorito da maggio ad agosto, pertanto potrete farvi una bella scorta. Vedrete che, dopo qualche giorno, l’olio all’interno del barattolo ed esposto ai raggi solari inizierà a virare verso il rosso con una sfumatura verdognola, perché le due piante rilasciano tutti i loro principi attivi nell’olio. A quel punto, l’oleolito conterrà tutto il potere del Sole, lo stesso che vi ha scottato, ma che adesso vi curerà e nutrirà la vostra pelle.

Avete tutto quello che vi serve ora, topi, io vi saluto! Fate attenzione nell’esporvi ai raggi solari, mi raccomando, e anche quando cucinate o accendete un fuoco siate cauti, nonostante Strega Cloristella sia sempre gentile e sempre ben disposta. Fate bene tutto quello che vi ha consigliato, altrimenti poi si offende! Ora lo sapete. E tiene anche il broncio per diversi giorni!

Un caldissimo bacio e un focoso abbraccio a tutti! Scherzavo!

Per questo articolo ringrazio Michela Perini e la nonna Gemma Folli.

L’Elicriso Bracteato – Ricordati di splendere

Da quando l’ho messo davanti alla mia tana, topi miei, mi chiedo come io abbia fatto prima senza il suo splendore! L’Helichrysum Bracteatum, conosciuto anche come Xerochrysum, è comunemente chiamato fiore di carta o fiore di paglia.

Il suo nome ha derivazione greca e latina, dove ‘elios‘ sta per Sole e ‘chrysor‘ significa oro. Si tratta di una pianta ornamentale appartenente alla famiglia delle Asteracee,  originaria dell’Australia, che fiorisce dalla primavera all’autunno.

Elicriso Bracteato - fiore di carta

L’Elicriso Bracteato può essere coltivato nei giardini rocciosi, ma anche in vaso, e a quest’ultimo tipo di coltivazione si adatta particolarmente, viste le sue dimensioni ridotte. I fiori sono persistenti e al tatto fanno uno strano effetto: sembrano secchi, quasi di cartapesta. Se al vederli, infatti, sembrerebbero dai petali carnosi e succulenti, si resta sorpresi dalla sensazione che questi fiori provocano alla nostra pelle, toccandoli. Pare quasi un controsenso! Proprio per questa sua insolita caratteristica, viene utilizzato per composizioni e ornamenti, dato che il fiore, anche da secco, non perde la vivacità del colore e non avvizzisce. In passato veniva utilizzato anche nei bouquet e nei pot-pourri.

Forma cespugli rigogliosi, gli steli dell’Elicriso sono eretti, fieri. Si protendono verso il sole con fierezza per ricevere il bacio dei suoi raggi. Le foglie di questa pianta sono allungate, di un verde quasi tendente al grigio.

Elicriso bracteato - fiore di carta2

Guardate con quanta bellezza si schiudono a noi i suoi fiori, ammirateli! I petali esterni sono di un giallo particolare, quelli più interni, invece, formano come un bottone di un arancione acceso che ha tutta l’aria di essere una regale corona. Il mio Elicriso, per lo meno, attinge alla tavolozza dei colori caldi e solari, ma può averne di diversi: dal rosso al bianco, dal rosa al vermiglio.

Elicriso bracteato - fiore di carta3

Ama il clima mite, per cui ben si sposa con le zone costiere mediterranee. Mettetela al Sole e vedrete che meraviglie vi regalerà! Ma, attenzione: riparatela dal freddo, perché mal lo sopporta. La temperatura nei suoi dintorni non deve scendere sotto i 10°C. Uh, quanto ci somigliamo, io e l’Elicriso! A noi si addice la stagione che piace tanto anche alle lucertole, quella in cui poter fare una grande scorpacciata di vitamina D.

Se volete vederla prosperare, non dimenticate di annaffiarla. E’ vero che ama il caldo e non le piace avere le radici all’umido, ma anche il terreno troppo secco la danneggia. Datele da bere acqua fresca, dissetatela quando vedete che il terriccio sotto le sue foglie inizia a diventare arido e asciutto. Se proprio non volete farle mancare nulla, aggiungete al terriccio un po’ di sabbia: impedirà alle radici di marcire e di far morire la pianta. Mi raccomando, non lasciate che l’acqua ristagni nel sottovaso, perché l’Elicriso è soggetto agli attacchi di funghi, nocivi per la pianta.

Eliciriso bracteato - fore di carta4

Topi, vi consiglio di metterne uno davanti alla vostra tana, perché… udite, udite! Tiene lontane le zanzare. Ebbene sì, è una pianta amica che ci offre protezione, oltre che bellezza.

Pare che i sacerdoti dell’antichità decorassero gli altari con i fiori di Elicriso, proprio per la sua caratteristica di mantenere la sua vitalità e, pertanto, il suo apparire immortale.

Chi porta in dono un Elicriso intende farsi ricordare per sempre. Che romantico, non trovate? La leggenda legata a questa pianta narra che un giorno un giovane dovette partire, lasciando così sola la sua amata. Prima della partenza, tuttavia, le donò un mazzetto di Elicriso, con la speranza che quei fiori le rammentassero del suo amore per lei. La piantina, mossa a compassione dall’amore travagliato dei due, si mise in testa di non sfiorire più, cosicché la fanciulla potesse sempre ricordarsi del suo giovanotto. Da quel momento, l’Elicriso divenne immortale, portatore di un messaggio bello e genuino come il ricordo.

Elicriso bracteato - fiore di carta 5

Ricordati di te, ricordati chi sei. Questo ci racconta l’Elicriso, un promemoria un po’ diverso rispetto a quello della leggenda. Questo fiore pare conoscere il proprio valore e non vergognarsi di mostrarlo al mondo. Si dona agli occhi altrui senza pretendere nulla in cambio, divulgando luce e bellezza.

L’Elicriso ci rammenta, con il suo eccentrico splendore, di non scordarci mai di brillare, di vivere, di gioire, di godere di tutto ciò che abbiamo intorno. Il suo colore e il suo portamento ricordano che il Sole è di tutti e che ogni giorno possiamo fare nostri i suoi raggi. Ma non è finita qui, topi miei. Ci sussurra alle orecchie un messaggio ben più grande: ricordati di splendere, sempre! Non importa se fa freddo, se il caldo è soffocante, se una parte di te viene recisa o calpestata: tu splendi. E’ questo il suo dono più prezioso per noi. Ci offre l’esempio dell’immortalità cosicché, guardandolo e imitandolo, possiamo diventarlo anche noi.

Un bacio di carta dalla vosra Pigmy.