San Biagio della Cima – il paese di Biamonti

Conoscete lo scrittore Francesco Biamonti? Nacque qui in questo paesello di circa mille anime nel primo entroterra di questa mia Liguria. WP_20150705_001Questo paese, a 100 metri s.l.m. si chiama San Biagio della Cima. Qui, Biamonti, che nelle sue famose opere come: Vento largo, L’Angelo di Avrigue e Attesa sul mare racconta di una terra, la sua, aspra e corrosa dalla salsedine, nacque nel 1928 e vi morì nel 2001. WP_20150705_018Siamo nella Valle Nervia, una valle accanto alla mia e, il territorio è pressochè simile. Gli ulivi, il sole che bacia i colli e le case assemblate una su l’altra da scoprire, passo dopo passo, tra i carrugi poco illuminati da una luce che non penetra.WP_20150705_006 Il caldo fa dormire il paese e l’unico rumore è il ticchettio di una fontana che gocciola acqua dalla bocca di un leone scolpito nella pietra. Questo paese appartenne fino al 1700, ai Conti di Ventimiglia, città di frontiera poco più ad Ovest e, ancora oggi, le sue bellezze, ne raccontano la storia. WP_20150705_010Sembra di entrare in una pigna. In un alveare. Un labirinto. Alcuni antri mettono quasi timore.WP_20150705_011 Le viuzze si chiudono come capillari giunti alla meta e l’umidità rende fresco l’ambiente. Guardate i gradini, verdi di muschio.WP_20150705_025 Questo è il centro storico. Il centro protetto dove un tempo i nemici faticavano ad entrare. I locali sono chiusi. La Birreria, forse l’unica, scherzosamente, chiusa anch’essa, usa un deterrente simpatico contro gli avventori. WP_20150705_035Si passa sotto alle case, sotto ai panni stesi, sotto all’eco di una radio che probabilmente parla da sola.WP_20150705_004 Si respira l’aria della letteratura in strade nelle quali vige il silenzio ed è persino vietato suonare il clacson. I percorsi in onore di Francesco Biamonti, portano alla scoperta delle sue opere. WP_20150705_016C’è persino la sua casa. La casa nella quale è nato e vissuto e, previo appuntamento è visitabile assieme a tutti i suoi scritti. Si respira aria di opere che hanno saputo descrivere bene queste terre come ha saputo fare Montale precedentemente. WP_20150705_015Si parla di contrabbando, di fughe, di speranza. Un luogo che a tratti pare un presepe. Le sue cantine, le dimore, le pavimentazioni. Tutto è in pietra grigia. Monocolore. WP_20150705_007Ma alcuni scorci invece, sono abbelliti da fiori e piccole opere d’arte colorate.WP_20150705_028 Più o meno al centro del paese, una loggia che offre da sedersi, mette in mostra una tipica citazione ligure la quale traduzione è:WP_20150705_029 Piove, pioviggina, i gatti vanno nel mare, le donne sotto la terra e gli uomini in guerra -. Fa sorridere pur non essendo buffa, l’idea di questa scritta. WP_20150705_034Altri muri sono arricchiti da affreschi o lastre che indicano l’esistenza di ulteriori personaggi famosi e importanti in quel di San Biagio come l’abate Giuseppe Biamonti descritto come “astro fulgentissimo della classica e italiana letteratura”, probabilmente parente dello scrittore più recente che qui, in questa casa che vedete, è nato.WP_20150705_030 E il Prof. Francesco Macario esperto di ginecologia ed ostetricia. Oltre le targhe, a ricordarlo, persino un busto in bronzo ovviamente, anche in questo caso, il tutto è stato creato davanti alla sua abitazione. WP_20150705_026La Passiflora e il Plumbago sono in fiore tra le ombrose stradine. Sono loro a donare quei tocchi colorati in alcuni angoli del paese di cui vi parlavo prima. Salendo alcuni gradini e bagnandoci un pò dalle fontanelle che si trovano in giro, ci troviamo in una piccola piazza che ospita in vecchio Oratoria dell’Assunta. WP_20150705_005E’ antico e rispecchia appieno l’impostazione tipica degli Oratori confraternali liguri dalla forma architettonica a navata unica in pianta rettangolare. Il fuori, nonostante i vecchi e i preziosi dipinti sulla facciata principale, appare logoro e malconcio. Povero. Mentre l’interno, nasconde diverse ricchezze come un organo del 1850 creato da Nicomede Agati. Purtroppo non posso fotografarvelo. Questo Oratorio non è l’unica attrazione religiosa.WP_20150705_027 Le chiese di San Biagio della Cima sono diverse, come la Chiesa dei Santi Fabiano, Sebastiano e Biagio ma soprattutto, quella fuori paese, in cima al monte dietro il borgo, che in estate, diventa un luogo d’interesse per ammirar le stelle. E’ il Santuario di Nostra Signora Addolorata. WP_20150705_019Ed è stato passeggiando davanti ad una di queste architetture che scorgemmo un indicazione riguardo un’opera di Biamonti:WP_20150705_031I vecchi, ancora numerosi, erano tutti radunati sotto a un portico. La piazza era vuota -. Si. E’ un verso tratto da “L’Angelo di Avrigue”, la sua opera del 1983. Un paese da leggere. Da guardare nei minimi particolari. Osservate qui. WP_20150705_033Una lastra di cemento. Un numero. Una data. Niente di che. 1784. Ebbene è l’anno della Guerra di Successione Austriaca e, un anonimo agricoltore, incise questa data in ricordo di quel tragico periodo. Le truppe austro-sarde saccheggiarono questo paese distruggendo vigne e uliveti e riducendo, di conseguenza, la popolazione in un completo stato di miseria. Erano il loro unico sostentamento.WP_20150705_017 Ogni villaggio ha la sua storia. San Biagio della Cima, tra la sua frescura, il suo panorama, il suo essere cullato un pò dal mare e un pò dai colli, ha questa. Una storia scritta elegantemente, sottolineando l’importanza della lingua e della prosa. San Biagio della Cima, attraversato dal suo torrente, il Verbone, che trascina via con se tutti i brutti ricordi. Giù, sino al mare poco distante. WP_20150705_024Un paese dal lungo passato. Si pensi che pare essere stato uno dei primi nuclei abitativi del Medioevo, vissuto da fuggitivi e nomadi francesi: i “passeurs” come li chiamava Biamonti nelle sue storie. WP_20150705_014Coloro che volevano attraversare il confine. Coloro che lasciavano la loro vita. E per oggi, in senso metaforico, vi lascio anch’io ma prima, vi riporto alcune parole scritte da lui stesso.WP_20150705_002 Io mi vado a preparare per il prossimo tour, nel quale ovviamente, verrete con me. Spero vi siate divertiti. Buona giornata a tutti.

WP_20150705_009« Il confine non è tra Italia e Francia: coinvolge tutti i vecchi, ancora numerosi, erano tutti radunati sotto a un portico. La piazza era vuota o il Mediterraneo. Ci sono tre grandi personaggi nel Mediterraneo: il Golfo di Genova (Montale); il Golfo di Marsiglia (Valéry), e il Golfo di Orano (Camus) che hanno creato una civiltà letteraria legata alle cose, in cui le cose parlano al posto dell’uomo. I loro paesi diventano aspri e emblematici di una civiltà umana legata a una sorta di corrosione dell’esistenza, quella che provoca il salino. È una civiltà data dalla luce e dal sapere, dalla lucidità e dalla corrosione ».WP_20150705_021

(Francesco Biamonti)

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Caccia ai dipinti

 

Il paese di Castellaro, nel quale vi portai tempo fa. Qui, è molto bello scoprire, angolo dopo angolo, alcuni vecchi dipinti ancora visibili che arricchiscono il borgo e le case. Essi non avvisano, compaiono all’improvviso: sopra un muro, tra due finestre, sotto ad una balaustra, obbligandoci spesso ad alzare lo sguardo.SONY DSC Altri invece, si nascondono nei vicoli bui e bisogna fare attenzione per poterli scovare. I temi che ricalcano sono svariati. Ci sono quelli dedicati alla caccia, gli affreschi religiosi, che ritraggono spesso la Sacra Famiglia, alcuni inerenti alla natura e uno, che ovviamente non poteva mancare, riprende lo stemma del Comune che, suddiviso in quattro settori, è araldicamente descritto così: SONY DSCnel primo, di rosso, all’olivo sradicato, d’oro, con dodici frutti, d’argento; nel secondo, d’argento, alla croce a bracci rossi; nel terzo, d’azzurro, al castello in argento, merlato alla ghibellina, murato di nero, con due torri riunite a cortina di muro, poggiante su una pianura verde; nel quarto, d’oro, al tralcio di vite verde, posto in banda, con due grappoli d’uva, pampini e due foglie“. Se andate su Wikipedia, potete vederlo anche voi.SONY DSCE’ proprio una specie di caccia al tesoro. Tra i carrugi di questo soleggiato paese circondato dagli ulivi e baciato dal sole e dal vento, si possono ammirare queste opere risalenti, alcune, a tantissimi anni fa. I castellaresi li hanno lasciati in bella mostra e diversi, li abbelliscono ulteriormente mettendoci davanti piante e fiori. Non so da chi sono stati fatti, ho provato a cercare su internet ma non ho trovato nulla, ciò non m’importa, mi spiace semplicemente non rendere omaggio ai vari autori ma sono ugualmente notevoli.SONY DSC Sono molto belli da vedere e alcuni, da toccare. Quello che mi ha maggiormente colpito è stato quello rappresentante dei cavalli bianchi al galoppo nell’acqua. Un fiume forse. Quel rosa-arancio sullo sfondo è un colore molto caldo e luminoso che da l’idea di poter entrare nel dipinto. E’ un’immagine molto grande questa che permette di essere vista molto bene e da vicino. Quasi magico. SONY DSCAlcuni, così consumati dalla pioggia e dal vento. Alcuni, così in alto da farsi riscaldare dai raggi del sole. Qui nella mia valle l’arte c’è. Ce n’è molta, anche se può non sembrare, bisogna solo avere la voglia di cercarla. Non è solo chiusa in un museo, non è solo dentro alle Chiese, è tra noi, vicinissima, potente, ma così discreta da passare spesso inosservata. E io, oltre ad osservarla, la metto in mostra a tutti voi. Un bacione topini.

L’antica chiesetta di San Bernardo

E ora topi dopo piante e animaletti torniamo a girovagare un pò per la valle. La mia amica Niky la lasciamo riposare un pò perchè ha fotografato per giorni e giorni e noi invece, ce ne andiamo a zonzo. Oggi andiamo di nuovo sopra Andagna, di poco, saliamo su dopo “la croce” ed eccoci davanti all’antica chiesetta di San Bernardo. Davanti a lei un secolare castagno d’india si erge altissimo facendo ombra a due panchine in legno sottostanti. Questa chiesa è molto antica e vorrei portarvi a visitarla anche dentro perchè merita davvero. Il suo aspetto è rude, aspro, solido. Al suo interno, tutte le pareti sono dipinte da affreschi del 1436. Sono opere di pittori ignoti ma davvero bellissime. Le figure rappresentano Gesù, Papi e Re ma anche i vizi e le virtù. Alcuni volti sono stati cancellati e subito c’è stato chi ha parlato di mistero. Le pareti in realtà sono davvero antiche e l’umidità purtroppo regna sovrana in strutture completamente in pietra. Guardate, persino il pavimento è in lastre di ardesia. Questo santuario del XV secolo, d’estate è la meta di vecchine che amano fare una passeggiata tra le campagne e poi sedersi per riposare. Nel frattempo possono raccogliere menta, timo e origano a volontà. Quando si arriva qui oltre a godere della pace che c’è, si può ammirare anche un bellissimo panorama ossia, vedere da lontano, tutto il paese di Andagna. E’ meraviglioso. I topini invece possono divertirsi sugli scivoli e sulle altalene che hanno posizonato su un praticello proprio di fronte a San Bernardo. La messa per celebrare questo santo si svolge d’estate e parecchia gente deve stare fuori perchè non è grandissima, è intima e raccolta. L’altare è povero. Una croce, un muretto di pietra e dietro, un dipinto di Cristo. Solo per la messa vengono messi dei mazzi di fiori su quei massi che fanno da banco. Circondata da prati e da monti, San Bernardo risulta essere un bellissimo luogo religioso campestre. Non si può non fermarsi a rimirarla se si ci passa davanti per andare in cima alle montagne di Drego e di Rezzo. Quante estati ho passato davanti a lei! Con gli amici seduti su quelle panchine. Di giorno davamo fuoco alle secche foglie del castagno sperimentando i raggi del sole che passavano attraverso una lente d’ingrandimento e alla sera invece, ci inventavamo storie terrificanti, così traumatiche da aver paura poi a scendere da soli per tornare al paese ma, all’epoca, non c’erano ne’ cellulari, ne’ lampioni per quelle stradine. Ricordi bellissimi. E oggi San Bernardo è ancora là, piccola ma imponente. Domina dalla sua collina e il giorno della sua festa la processione parte proprio da lì e scende fino in paese. E’ un punto di riferimento, un antichissima bellezza. Spero tanto sia piaciuta anche a voi e se vi capiterà di passare da queste parti, visitatela con attenzione. Fermatevi a rimirare il paesaggio e in poco tempo, sarete circondati da piccole farfalline bianche che vivono sui fiori intorno al santuario e mettono molta allegria. Un abbraccio, la vostra Pigmy.

Dentro alla chiesa di Gavano

Topi cari, vi ricordate quando tempo fa vi ho portato a visitare “la piccola chiesetta di Gavano”? Queste parole tra le virgolette corrispondono al titolo del post se volete rivederla.

Vi ricordate quest’albero alto e spoglio? E vi ricordate che non ero potuta entrare perchè era chiusa?

Ebbene, non potete immaginare cosa mi sia successo in questi giorni. Sono stata ufficialmente invitata, dall’Assessore del Comune di Molini di Triora, al quale è piaciuto molto il mio blog, il signor Gian Luca Carrara, alla Festa Patronale di Gavano, ed egli mi ha permesso anche di fare una serie di foto alla chiesa ristrutturata che, questa volta, ho potuto vedere anche internamente.

Bellissima. Luminosa, fresca, piena di fiori.

Ora, quel castagno di fronte a lei è rigoglioso e, sotto di lui, la gente è in festa, mangia, beve, ride, chiacchiera.

Il signor Carrara, dopo avermi accolto con un sorriso, mi ha raccontato di aver raccolto le offerte dagli abitanti di questa piccola Valle per poter restaurare questo Santuario ma, una somma consistente gli è stata data anche dalla Curia. Grazie a questi soldi ricevuti, i galvanesi, fieri, hanno potuto riavere la loro nuova chiesa nella quale oggi, possono celebrare anche la messa più importante, quella in onore al Patrono del paese.

E’ durante questi festeggiamenti che la statua del Santo al quale sono devoti viene presa e, in processione, portata fino a una cappelletta lì vicino.

Questa chiesa è dedicata a San Vincenzo Ferreri, un Santo di origine spagnola, vissuto nel convento dei domenicani di Taggia che predicava in tutta la valle Argentina, soffermandosi spesso a Gavano.

Quest’opera religiosa risale ai primi cinquantanni del ‘700 ed è stata costruita in tre epoche diverse: la prima, quella centrale, poi quella terminale e, successivamente, la parte che rimane dietro l’altare.

Solo nel 1952 però è stata consacrata ed eretta a Parrocchia.

Prima della sua costruzione, l’unica chiesa riconosciuta era quella di Triora.

Quest’ultimo restauro, iniziato circa due anni fa, nel 2010, è cominciato proprio grazie all’idea, la voglia e la passione del signor Carrara. Dall’amore che ha per i suoi luoghi e dall’unione di tutti i suoi compaesani.

A fornirmi di tutte queste informazioni infatti, c’è tanta altra gente intorno a lui e, in particolar modo, il signor Antonio Olivieri Allaria mi racconta anche alcune tradizioni di loro gavanenchi (così si chiamano gli abitanti di Gavano nel nostro dialetto).

La più affascinante secondo me è quella che riguarda il venerdì santo.

Durante questa giornata, era usanza seminare il grano in piccole ciotole che venivano poi tenute al buio per far rimanere il cereale di un bel color giallo dorato e si aspettava che diventasse lungo e folto come una barba. Alla luce del sole, sarebbe diventato verde. Una volta cresciute, queste piantine, venivano disposte davanti all’altare come a formare un sepolcro e, i fedeli, di buon mattino, rigorosamente scalzi, percorrevano il corridoio centrale della chiesa, dal portone fino a questo sepolcro, in ginocchio, pregando. Come un sacrificio rivolto al Signore.

Il signor Antonio sorride, ricorda questa tradizione da che era bambino.

Mentre lo ascolto scatto le foto che tanto desideravo fare. E’ meravigliosa, appena imbiancata e illuminata dalla calda luce di tante candele.

I miei occhi si alzano verso le sue volte e stupendi affreschi m’incuriosiscono.

Antonio allora continua e soddisfa la mia sete di curiosità. Dietro a una delle fiancate laterali, mi spiega che, dal ’36 al ’43, c’era un deposito di munizioni. Tra i militari, a guardia del deposito, alcuni si dilettavano in pitture e addobbarono la chiesa di rappresentazioni religiose splendide. Ora, alcuni di questi affreschi, durante la ristrutturazione, sono stati ricoperti perchè impossibili da essere recuperati ma ne sono stati fatti altri anch’essi magnifici.

Una gentile signora mi ha promesso che mi farà sapere il nome di chi ha dipinto queste immagini e allora, pubblicherò il suo nome con tanto di complimenti.

Tanti inoltre sono i quadri che la arredano. Dipinti di Santi e della Vergine Maria, alcuni, con ex voto appesi vicino.

Tante anche le statue a rappresentare Maria. Maria e il Bambin Gesù.

E quei soffitti alti delle volte, quel pavimento marmoreo con le piastrelle messe in diagonale, quei pavimenti di un tempo, che oggi non si vedono più.

Le sue finestre e le vetrate dalla quale il sole entra appena.

Insomma topini, anche oggi, la mia Valle, ha permesso ai miei occhi di vedere qualcosa di stupendo e mi ha permesso di sentire l’emozionante unione che ancora esiste in questi borghi quasi sperduti, dove la gente, desidera la sua chiesa, desidera non essere dimenticata e desidera che tutto il mondo possa avere la loro forza.

Grazie ancora Gavano per la tua maniera sempre gentile con la quale mi accogli. Tornerò, e me ne starò nuovamente all’ombra del castagno per parlare ancora di te.

Tua Pigmy.

M.

San Lorenzo – la chiesa di Villa Faraldi

Topini non potevo farvi conoscere questo borgo e poi andarmene via senza prima presentarvi anche la splendida chiesa parrocchiale di San Lorenzo.

E’ situata nel centro storico e vedendola capirete che entrarci e soffermarci a darle un’occhiata più con calma, ne valeva davvero la pena. In tutto il suo splendore troneggia sulla piazzetta del piccolo paese, un cortile nel quale, al suo centro, s’innalza una croce in ferro battuto. Da fuori è bellissima.

Alta, color cipria.

Il suo campanile svetta sopra ogni cosa. Stiamo parlando di una chiesa che, pensate, hanno iniziato a costruire alla fine del 1200.

Il suo stile è Barocco ma la facciata principale è stata rifatta grazie a dei fondi ottenuti nel 1844.

Prima di entrare, voglio vederla ancora dal di fuori. Ci giro attorno annusando qua e là e scopro davvero tante cose interessanti.

Un altro piccolo cortile, alla sua sinistra, dove è presente una lastra metallica sulla quale sono incisi i nomi dei caduti alla Resistenza, ci permette di vedere cosa appare su questo lato della chiesa, ossia, una splendida meridiana pitturata sulla parete. Questo antico orologio si trova al di sotto della statua di un Santo che, altissimo, quasi non si riesce a vedere.

C’è anche la statuetta di una Madonnina dentro ad una grotta e una lapide in marmo bianco che riporta la scritta “Grazie Vergine Santa che ci salvasti“.

E’ proprio sotto la statua di questa Madonna che ho visto i piccoli Karoline e Mikael Alejandro in bronzo, opere dello scultore Fritz Roed.

Giriamo ancora. E’ bellissimo guardarla con il naso all’insù. Nell’aria regna un’incredibile pace.

Diamo un’ultima occhiata al campanile, visto da qui, che si erge con fare borioso, è davvero bellissimo.

Entriamo. Stiamo per entrare in una chiesa dedicata a un Santo che è stato martire.

Sì, proprio San Lorenzo che, per volere dell’Imperatore romano Valeriano, il quale detestava Vescovi e Diaconi, venne bruciato a 33 anni su una graticola. Era l’anno 258 e, di lui, si ha ancora oggi il ricordo del bene che ha fatto prendendosi cura dei poveri e delle vedove della zona.

Eccolo… San Lorenzo, lo incontriamo subito, alla nostra destra, di fianco all’altare, 
con il suo ramoscello d’Ulivo in mano, in segno di pace, assieme alla Madonna e il Bambino in un contorno di affreschi stupendi.

Tutta la chiesa e le sue volte sono sorprendentemente pitturate di colori vivi e sgargianti. A spiccare tra tutti c’è anche parecchio color oro. Una tinta regale.

L’altare é infatti dorato e tenuto con cura.

Di fronte a lui, tante stufette di aria calda per riscaldare i fedeli durante la messa. E’ una chiesa grande, scura, umida.

All’interno si nota un misto di Barocco e Romanico, come vi dicevo, è stata rifatta la facciata principale ma anche l’interno ha subito modifiche, soprattutto nell’anno 1681, tra interventi architettonici e pittorici.

Si dice che in questa chiesa, sia stata murata una lapide tombale risalente al Romano Impero del I secolo d.C.

Questo reperto venne trovato poco fuori Villa Faraldi, in mezzo agli Uliveti. Si dice fosse la rappresentazione del dolore di Lecinia, una madre che ha perso il figlio a causa di  una morte prematura. Purtroppo non si sa se si tratta di un dipinto o di una statua. Hanno murato il tutto dietro la seconda porta di questa chiesa.

Voltandoci verso la nostra sinistra possiamo notare una scalinata di pietra che porta all’organo e a un pulpito.

Questo angolo mette un pò i brividi, è angusto e vuoto ma se alziamo il viso rimaniamo affascinati dal soffitto che propone opere dalla bellezza mozzafiato. Sono dei meravigliosi affreschi. Guardate che bellezza. Guardate che colori. Tutto il soffitto è dipinto così.

Fa male il collo dopo un po’ ma si è così estasiati che non si vuole cedere al dolore.

Ed ecco gli Angeli, Angeli di ogni tipo. In ogni momento di una vita che fu.

E voltando il nostro sguardo possiamo vedere meglio dove portano quelle scale in Ardesia che prima ci intimorivano.

Una costruzione in legno mi stupisce parecchio. Abbasso lo sguardo che si posa sull’acquasantiera. E’ in marmo bianco, di un bianco brillante e, sopra di lei, alcuni dei quadretti della Via Crucis, sono appena illuminati da un raggio di sole che entra a fatica.

Quella che vedete è l’unica finestrella della chiesa.

Allora, che ne dite? Ho fatto bene a farvi entrare qui vero? E’ davvero un luogo affascinante. A me è piaciuta molto.

Vi abbraccio e vi aspetto per il prossimo tour. Vostra Pigmy.

M.

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