Attrezzi della vita di ieri

È stato mentre girovagavo dentro e fuori il mio mulino che mi è venuto in mente di farvi vedere un po’ di strumenti un tempo molto usati, soprattutto dai contadini, ma non solo.

 Soltanto guardandoli si può sognare, andando indietro nel tempo, tra la vita nei campi e quella accanto al focolare.

Vite che oggi ci appartengono meno ma, come sapete, io sono qui apposta anche a riportare quello che abbiamo passato e forse dimenticato.

Questa volta lo faccio usufruendo di attrezzi bellissimi e affascinanti, ognuno con la sua storia da raccontare e con la sua personalità proprio come i personaggi di una fiaba; una fiaba che un tempo, nella mia Valle, era – vita vera -.

Una fiaba che si realizzava ogni giorno, nel quieto tran tran quotidiano, anche attraverso questi attrezzi assolutamente indispensabili per lavorare e sopravvivere in grado di mostrare palesemente l’arte dell’arrangiarsi e dell’ingegno dell’uomo.

Utili per lavorare in casa e nella terra, questi strumenti sono davvero molti e capaci di consentire più agevolezza possibile ai contadini e alle massaie.

Ci sono infatti quelli prettamente maschili con i quali si sollevavano zolle, si appianava il terreno, si creavano scavi, si spaccavano pietre, come il piccone, la vanga, la zappa, il rastrello, il badile e il magaglio.

Ci sono quelli invece più adatti a tagliare l’erba che soffocava i frutti, a cogliere il raccolto, a trasportare chili di risultati come la carriola, la forca, la falce, le cesoie, la roncola.

Quelli di contorno come il fustafoco, vari tipi di corde o pali e paletti per sorreggere piante o coperture.

Ma chi aveva a che fare con la coltivazione, un tempo, non poteva certo sottrarsi ad un rapporto giornaliero anche con il bosco che donava: frutti, passaggi, legna per scaldarsi ed erbe selvatiche con le quali si cucinava e si preparavano deliziose ricette. È per questo che l’uomo dovette inventare anche strumenti per lavorare in un luogo più selvaggio come la macchia. Nacquero così la scure, il machete, vari tipi di seghe, l’ascia e i morsetti e molti molti altri.

Nel mentre invece, la donna, più casalinga e padrona del focolare domestico, doveva occuparsi dei mestieri e del camino ma non dimentichiamoci che anche lei offriva un prezioso aiuto all’agricoltura.

Affascina vedere così il crivello, l’antica gerla, il pesante ferro da stiro o le lanterne. E per mantenere il fuoco sempre acceso, a riscaldare o per cucinare, si aveva bisogno di attizzatoi, alari, pinze, paletta e scopino.

Insomma, un tempo erano davvero ben organizzati e per ogni necessità si aveva l’arnese giusto.

Le persone maneggiavano questi utensili con praticità fin da bambini. Erano assai necessari, alcuni persino indispensabili ma potevano essere utilizzati solo grazie al connubio mente-mano dell’uomo.

Al contrario della tecnologia di oggi, molto vantaggiosa sotto certi aspetti, la quale però può lavorare da sola senza l’accompagnamento di braccia umane.

Per questo, tali strumenti, quasi seducono… raccontano di un lungo rapporto che c’è stato e che oggi non esiste più o molto poco. Si tratta del matrimonio tra l’essere umano e l’ambiente che lo circondava.

Un rapporto fisico dove entrambi davano e prendevano.

Ora vi mando un bacio dal passato e mi proietto di nuovo ai giorni nostri.

Ho molto altro da farvi conoscere! A presto!

Belenda, Belenos, Belin!

Il post di oggi è luminoso, anzi, luminosissimo!

Il titolo è tutto un programma, sembra una formula magica, vero? Be’, in un certo senso è di magia che tratterà, ma la smetto di tenervi sulle spine e inizio a raccontarvi.

Recentemente ho iniziato a interessarmi ai toponimi della mia zona – e no, nel caso in cui ve lo steste chiedendo, questa volta i topi non c’entrano niente! – e ho scoperto delle cose davvero interessanti che voglio condividere con voi.

Vi siete mai chiesti, cari miei amici liguri, da dove provenga l’imprecazione da noi più utilizzata? Ve lo spiego subito, belin! Prima, però, mi tocca fare una premessa importante.

colle belenda

Sul confine tra le valli Nervia e Argentina c’è un colle che si chiama Belenda, di cui vi ho già parlato nel post “Da Loreto a Colle Belenda tra castagni e betulle”. Lo stesso nome, però, appartiene anche a un’altra altura, situata tra le valli Nervia e Roia. Questi luoghi erano frequentati fin da tempi remoti dagli Antichi Liguri, quelli che subirono, pare, le influenze dei Celti. Non è un caso che la radice “Bel-” si ritrovi in vari luoghi delle nostre zone (il monte Abellio nell’intemelio, per esempio).

I Celti veneravano una divinità maschile che fu assimilata dai nostri antenati Liguri, il dio Belenos (o Belanu), che può essere tradotto come “il brillante”. Si tratta di una divinità legata alla luce e, di conseguenza, al sole. Tuttavia, Belenos il Brillante non era solo questo. Era collegato a tutto ciò che aveva bisogno di luce per prosperare, per cui era la divinità dell’agricoltura e dell’allevamento, presiedeva le stagioni e “illuminava” l’intelletto degli uomini per guidarlo a nuove invenzioni e innovazioni. Belenos aveva una consorte, i cui nomi sono molti, ma il significato è uno solo: “la più brillante”. Belisana, Belisma, Belenda… comunque la si voglia chiamare, a lei erano sacri il fuoco e la scintilla della creazione.

Che coppia… divina, non trovate?

Ebbene, non è certo un caso che molti siano ancora oggi i riferimenti a queste due figure, che influenzarono la vita dei liguri così tanto che l’eco di quel culto si sente ancora oggi. Come? Nell’intercalare tanto usato e tanto amato da tutti, dai monti al mare, da ovest a est: belin!

Oggi ha assunto il significato di un’imprecazione, che assimila questa parola all’organo riproduttivo maschile. Ma cosa c’entra quest’ultimo con Belenos? Ebbene, un tempo l’uomo primitivo aveva una concezione della vita ben diversa dalla nostra. Sapeva che il maschile e il femminile si univano per dare origine a una nuova vita e riproducevano questo anche in natura. Per ottenere un buon raccolto, dunque, ecco che conficcavano simbolicamente nel ventre della Madre Terra una pietrafitta o un bastone, assimilandolo al fallo maschile. Molte sono le simbologie legate al culto della fertilità della Terra, non starò qui a spiegarvele tutte, ma il nostro beneamato belin sembra derivare proprio dalla divinità luminosa tanto cara ai nostri antenati. È come se, nelle nostre frasi, nei nostri proverbi e nel nostro quotidiano richiamassimo ancora a noi l’energia di Belenos e di sua moglie, a ricordarci che la Luce è Vita.

Belin, s’è fatto tardi! Non mi resta, dunque, che mandarvi un brillante e luminoso saluto.

Vostra Pigmy

 

 

 

L’arte dei muretti a secco

La Liguria, come ogni altra regione, ha diverse particolarità che sono sue personali. Che non ha nessuno, solo lei. Una tra queste, è il metodo della coltivazione. Diverso, particolare.

La Liguria è una regione lunga e stretta, questo si sa. Non si ha lo spazio di evadere in immensi campi coltivati a perdita d’occhio, come sono invece le meravigliose piantagioni del Piemonte, della Lombardia, dell’Emilia o della Toscana, che sono qui, tutte intorno a noi. E quindi, ci voleva un metodo nuovo. Cosa contraddistingue questo metodo particolare e meticoloso, sono le famose terrazze. Fasce di terra lunghe, delimitate da muretti di pietra che non sono solo semplici muretti ma vere opere d’arte. Mi piace usare questo nome. Il perchè è presto detto: riuscireste voi a far star insieme tante pietre, una sull’altra, per anni e anni, e senza l’utilizzo di collanti? Ebbene sì, questi particolari muretti, appartenenti ad un’architettura prettamente rurale, stanno su senza l’aiuto di nessun sostegno. La bravura è solo in quelle mani che riescono a far mantenere alle pietre una giusta solidità e un equilibrio al solo posizionarle.

E stiamo parlando di pareti, alte solitamente un metro o due, che reggono benissimo quintali di terra. Reggono quintali di terra sotto la pioggia, contro il vento, inaridendosi al sole cocente. Non solo, recintano anche il raccolto e, spesso, esso risulta molto ordinato e ben suddiviso.

Il sito della Riviera dei Fiori, la parte della Valle Argentina che si affaccia sul mare, ci può fornire una dettagliata spiegazione di quello che sono queste opere d’arte realizzate dai nostri antenati, in quanto si occupa di tutto il nostro territorio e grazie al loro studio e a qualche vecchietto che ha voglia di parlare, posso raccontarvi qualcosina inerente a questo simbolo prettamente ligure.

I muretti a pietra fanno parte del patrimonio ambientale e umano della Liguria oltre che, naturalmente, della stessa Valle Argentina. Le colline, che degradano ripidamente verso il mare, con la presenza improvvisa di monti austeri dietro di loro, non avrebbero certamente lo stesso fascino se l’uomo non le avesse rese coltivabili grazie alle cosiddette fasce. E non si tratta solo di bellezza territoriale ma anche di utilità vera e propria.

Purtroppo,  questa pratica è in disuso e, spesso, gli antichi terrazzamenti vengono abbandonati, oppure i muretti sostituiti con i molto più invasivi muri in cemento che sono davvero “pugno in un occhio” anche se costruiti con precisione e dedizione.

A parer mio, non hanno lo stesso valore. Per fortuna c’è ancora chi, animato da una forte passione, ma non sono più molti (ahimè), tenta di far sopravvivere questa pratica alle nuove tecnologie e all’incombere del tempo.

Ed è proprio l’artista che ci svela alcuni segreti di quest’arte, non solo per la bellezza del creare dal nulla ma anche perchè l’arte viene mostrata anche quando uno di questi muretti è semplicemente da riparare in un punto. E, credetemi, non è per niente semplice.

Osservando il lavoratore si può cogliere, innanzi tutto, tanta maestria e tanta precisione. Il primo passo consiste nel ripulire il vuoto che si crea dopo la frana (sbalanca), separando le pietre dalla terra. Successivamente, si preparano le fondamenta con uno scavo di circa mezzo metro, disponendo le pietre in modo che non scivolino in avanti e che possano sostenere il peso della parte in elevazione. Si procede, quindi, selezionando le pietre migliori, ossia quelle ben squadrate e di dimensioni maggiori, che costituiranno e andranno a sostenere il primo piano del muro. Una delle parti più importanti. Gli altri massi, di qualità e dimensione inferiore, saranno sistemati sul retro, come riempimento degli interstizi, pressati bene col martello. Ricordatevi, sempre senza cemento, ne’ colla, ne’ stucco.

Livellato il primo piano, si passa ai piani superiori, facendo attenzione a posare le pietre due o tre centimetri più indietro, rispetto alla fila sottostante, in modo da dare la corretta inclinazione al muro che deve pendere verso i monti (per capirci) e appoggiarsi contro terra, diminuendone lo spessore man mano che il muro cresce in altezza, tenendo sempre presente che è importante poggiare una pietra grande su almeno due sottostanti perché il muro risulti più resistente. Si continua così a salire fino ad ottenere l’altezza che vi dicevo prima.

Non sono altissimi quindi ma lunghi, molto lunghi. Quanto lavoro se si pensa che tutta questa regione è coltivata in questo modo. La mia Valle ne è piena. Anni di duro e duro lavoro e tanta passione. Oggi godiamo di queste strutture del passato ma c’è stato chi le ha costruite e, spesso, ci camminiamo sopra senza rendercene nemmeno conto.

Con questo post mi sembrava come di complimentarmi con chi ha sudato tanto, e con chi ancora lo fa, perchè è proprio grazie a queste costruzioni che possiamo avere oggi, nella nostra terra, un’agricoltura che ci permette anche di sopravvivere.

E costruire non significa solo posizionare. Vuole anche dire trasportare, spesso a mano, pesi indescrivibili. Teniamone da conto. Non dimentichiamoci mai di questo gran lavoro che è stato capace di contraddistinguere un’intera terra e un intero popolo.

Io vi mando un abbraccio e vi aspetto per il prossimo post.

Vostra Pigmy.

M.

Le donne e l’agricoltura nella Valle Argentina

Sabato 6 ottobre, nel ristorante Playa Manola di Arma di Taggia, si è tenuto un convegno molto particolare. Un convegno aperto a tutti che vedeva come protagonisti le erbe aromatiche, l’olio e la lavanda. Sono, tutti e tre, prodotti che nascono nella mia valle e tutti presentati da donne. Donne che operano in questi settori con passione e impegno.

Esse sono Rossella Boeri dell’Azienda – Olio Roi – di Badalucco la quale ha raccontato anche l’importanza e la vita dell’ulivo, Doriana Fraschiroli dell’Azienda Agricola – Castellarone – di Montalto, che dedica la sua esistenza alle erbe e alle piante officinali e Rita e Patrizia Cugge che, nella loro Azienda, – Antica Distilleria Cugge – di Agaggio Inferiore, producono efficaci oli essenziali.

La loro presenza, a questo meeting, mi ha fatto venire in mente l’importanza della donna in questa mia selvaggia Valle e quanto la donna sia stata fondamentale anche nell’agricoltura. Beh, innanzi tutto, ricordo uno scritto di Giampiero Laiolo e Anna Marchini ai quali rubo queste frasi per riportarle a voi: “…all’agricoltura si associò il culto della fertilità della terra e della donna, rappresentata nelle effigi della Dea Madre, statuine in cui gli attributi femminili hanno forme decisamente marcate. Forse il culto virile celeste, che convisse accanto a quello femminile per la Madre Terra, proprio dell’ambiente agricolo, scaturì invece dalla cultura pastorale: la terra ed il cielo, la donna e l’uomo. In seguito, il culto della divinità maschile finì per prevalere e trovò espressione anche nel megalitismo, in cui, la particolare posizione delle grandi pietre, simboleggia la sopravvivenza attraverso la riproduzione. Nella nostra zona si conoscono alcune dubbie presenze megalitiche, come le rocce infisse presso la Sotta di San Lorenzo, a Rezzo, e sul vertice della Rocca di Castè, a Carpasio…“.

La donna… vista come la terra… tutte e due in grado di generare.

Ma la donna è anche in grado, quella stessa terra, di coltivarla. Si sta parlando di un periodo che ha segnato molto la Valle Argentina e, ancora oggi, di quel tempo, ne possiamo osservare molte tracce.

Stiamo parlando del Neolitico, circa 7000 anni fa. E, da come avete potuto capire, la figura dell’uomo, iniziava a prevalere. Le braccia degli uomini hanno fatto molto, per ogni terra. Con la loro caccia hanno sfamato, con la loro forza hanno creato protezioni, con la loro furbizia hanno inventato e scoperto stratosferiche forme di sopravvivenza ma volevo dedicare questo post alle donne, senza fare distinzioni, perchè anche loro, ripeto, sono state significative.

Le donne di un tempo, agghindate nel loro tipico abito ligure, prevalentemente simile a quello brigasco: cu u velu, u mandiu, u fudà e a camija (con il velo, il fazzoletto, il grembiule e la camicia). Esse non stavano solo in casa a cucire e a impastare. Quelle di oggi, in jeans, con tanta voglia di elevare la Valle nella quale vivono, perchè questi luoghi e le tradizioni di ieri, non vadano a finire nel dimenticatoio.

E come si coltivava ieri, si coltiva oggi. Sono proprio loro, le donne, grandi conoscitrici e coltivatrici di piante potevano preparare ottimi pranzetti diventati piatti tradizionali.

Loro curavano con intrugli in mancanza del medico. Loro aiutavano gli uomini nei campi.

La domenica, la donna, era la regina della giornata. Preparava il pane per tutto il paese e interi pranzi con il suo raccolto, addobbava le Chiese per le Sante Messe, ripuliva, incontrava gente. Quel giorno s’impastava, i campi dorati potevano aspettare. L’indomani si ricominciava. Primi fra tutti i campi di patate, un tubero che sfamava un intero villaggio predisponendosi a parecchi usi.

E i canti di quelle donne echeggiavano per tutta la Valle. Si rideva, si scherzava con poco, prima di partire, a piedi, percorrendo tutta la Via del Sale per andare a vendere i carciofi in Piemonte. A volte s’incontravano i gendarmi tedeschi, alle volte no. Gli uomini erano in guerra, ma loro dovevano ugualmente pensare al sostentamento della famiglia e non c’era differenza tra il bimbo e la bimba. Tutti, sino ad una certa età, si andava sul carretto trainato dalla mamma, povera, che non poteva permettersi l’asino e si era trattati tutti alla stessa maniera.

Donne che lavoravano quanto un uomo per tutto il nucleo familiare ma con salari molto più bassi e, spesso, con i pargoli appesi dietro alla schiena.

Oggi, come vi dicevo all’inizio del post, sono tante le donne che, nella mia Valle, portano avanti aziende di prodotti tipici. Aziende probabilmente costruite dai loro stessi padri ed è bello questo, molto bello. E’ anche grazie a loro se la Valle Argentina può godere ancora del suo essere così meravigliosa.

ph ebay

M.

Quel che diceva il Podestà

Il Podestà era una figura del Medioevo. Era, ai tempi, la più alta carica civile dell’Italia Centro Settentrionale. Era come un magistrato dei giorni nostri e dettava legge. Ovviamente, anche noi, nella mia Valle, ne avevamo uno. Anzi, più di uno, e non solo nel Medioevo. Il Podestà emetteva sentenze, o meglio, invitava spesso le persone a fare determinate cose. Parlando di agricoltura, donava premi a chi aveva il terreno più bello e più ordinato, altre volte, invece, chiedeva che venissero denunciate tutte le piante in possesso. Guardate quest’ordinanza del 1934. E’ originale di quel tempo e recita questo:

CONSORZIO OBBLIGATORIO DI MIGLIORAMENTO ED INCREMENTO DELL’OLIVICOLTURA DELLA PROVINCIA DI IMPERIA

il Podestà rende noto

che con Decreto 15 maggio 1937 XV del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste è stato costituito il Consorzio Obbligatorio di miglioramento ed incremento dell’olivicoltura di questa provincia. Dovendo, ai sensi dell’art. 48 del R.D. 12 ottobre 1934 n°1700, provvedere alla formazione dell’elenco dei proprietari dei terreni con piante d’olivo in produzione compresi nella circoscrizione del Comune

invita

tutti i proprietari a fare denunzia degli alberi d’olivo, entro il 20 novembre ritirando gratuitamente presso l’Ufficio Comunale gli appositi moduli. Sono escluse dalla denuncia le giovani piante di olio di età non superiore agli anni dieci. A carico dei contravventori alla presente ordinanza verranno applicate le penalità di legge.

Triora, 8 novembre 1937

Mi piacciono questi storici documenti del passato!

M.