Angoli di Tibet a Borniga, in Valle Argentina

Lo so che voi umani state mugugnando da un po’ perché quest’anno è scesa poca neve (almeno per ora) e che fa più caldo del normale, ma dal mio punto di vista da Topina posso dirvi che la cosa non è sempre negativa. Per esempio, se ci fosse stata la neve, oggi non avrei potuto portarvi fin quassù, in questo piccolo angolo di Tibet della mia Valle.

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No, non sono impazzita e non ho mangiato troppo panettone! State a sentire quello che ho da raccontarvi.

Avete presente quelle belle e terse giornate che abbiamo avuto a cavallo tra dicembre e la prima settimana di gennaio? Bene. Una di quelle giornate limpide col cielo tanto azzurro da fare invidia al mare, decido di esplorare un po’ la mia Valle per voi. Parto da vera esploratrice, facendo persino una sosta al Ricicì di Triora, con un panino da favola ben farcito e poi mi dirigo con la topo-mobile fino a Loreto, poi salgo ancora.

pane triora ricicì

Arrivo a Realdo, ma non è ancora il momento di lasciare la mia Passepartout a bordo strada. Mi lascio alle spalle l’abitato e proseguo, fino a giungere alla mia destinazione: Borniga.

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Siamo in terra brigasca, topi, a circa 1300 metri sul livello del mare, e qui si può godere della natura in tutto il suo splendore. E’ un privilegio essere qui in questa stagione, perché quando scende tanta neve la strada diventa inagibile, le casette del borgo restano chiuse per tutto l’inverno, per riaprire le persiane solo in Primavera, quando si risveglia anche la natura tutt’intorno.

Borniga – Burnighe in dialetto – appare come una terrazza sulla Valle, la sua vista è così ampia che spazia dal Saccarello, la cima più alta della Liguria, fino al Faudo.

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I veri protagonisti di questo borgo abbarbicato sui monti, però, sono il Gerbonte, che svetta con la sua cima proprio davanti all’agglomerato di casette in pietra, e Cima Marta insieme al Grai, imbiancati come pandori coperti di zucchero a velo.

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E’ il regno dei corvi, dei rapaci, di caprioli, camosci e cinghiali, che qui scorrazzano liberi e quasi indisturbati. Il borgo non è abitato, in queste tane vengono saltuariamente topi con famigliole o topi stranieri a godersi le vacanze e, lasciatemelo dire: è proprio il posto migliore in cui rilassarsi!

A Borniga tutto parla di infinito. Le ginestre verde brillante che fanno da contrasto all’erba secca e vecchia. I Pini, che solo a guardarli pare aprano i polmoni per permetterci di respirare ancor di più tanta abbondante meraviglia. Il panorama che fa sentire piccoli dinnanzi al creato, così fulgido nel suo semplice splendore. Ogni cosa pare avere una sua voce, qui. Una voce che parla attraverso il silenzio, il lieve fruscio del vento, e che racconta la pace di un luogo per trasmetterla allo spirito.

Borniga è incastonato tra prati pianeggianti e larghe terrazze, lo incorniciano le creste montuose delle Alpi Marittime, abbastanza lontane da permettere al borgo di godere del generoso abbraccio del Sole, ma anche abbastanza vicine per farlo sentire protetto.

C’è ancora il forno di paese ed è funzionante, con la legna accatastata con ordine e gli attrezzi riposti con cura. E c’è quella panchina, là, nel cuore di un prato con vista su tutte le montagne, fino al Faudo, e pare quasi di riuscire a vedere persino il mare. E’ stato un giovane atleta tedesco a costruirla, così come sue sono le bandierine tibetane disseminate tra gli alberi e sugli speroni di roccia. Che pace, che tranquillità!

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Ecco perché sembra quasi di essere sull’Himalaya, topi. C’è un sentiero che si inoltra nella macchia mediterranea costellata di Pini Silvestri che conduce a Bric Corvi. E’ breve, e io vi consiglio di seguirlo, perché ne vale davvero la pena.

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Si cammina in cresta e si affaccia sulle falesie rocciose che lambiscono i dintorni di Borniga. Non poteva esserci nome migliore per un luogo così, dove pare davvero di volare sulle ali di un corvo e di potersi aggrappare alle rocce come fanno le aquile prima di riprendere quota.

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E poi si giunge a destinazione, ce lo dice una torretta di pietre decorata con le bandierine che svolazzano al vento e spargono le loro preghiere di benedizione, come da tradizione.

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Qui, topi, sembra per un attimo di essere davvero dall’altra parte del mondo, ma ancora una volta siamo sempre qui, nella mia Valle, un piccolo Universo che racchiude mondi interi, un lembo di terra che dal mare arriva alle Alpi, capace di raccontare storie provenienti da ogni dove.

falesie valle argentina

E con questo, vi saluto.

Un bacio dal sapore d’infinito per voi da Borniga!

Magie e misteri di Bajardo, il paese dei druidi

Topi, non vi ci ho mai portato, ma ne vale davvero la pena. Questo bellissimo paesino non si trova nella mia Valle, ma in una zona immediatamente limitrofa ed è un piccolo gioiello delle Alpi Liguri.

Bajardo

Bajardo (910 metri sul livello del mare), con i suoi carruggi tortuosi e a tratti ripidi conta poco più di 300 abitanti e una gran quantità di gatti, come capita in quasi tutti i borghi del mio entroterra. E’ un piccolo scrigno e, come tale, nasconde in sé antichi tesori, o almeno così si dice.

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La leggenda vuole che il borgo debba il suo nome al celebre Rinaldo, uno dei dodici Paladini di Francia del ciclo carolingio. Di questa figura hanno parlato Ludovico Ariosto nel suo Orlando furioso, Matteo Maria Boiardo nell’Orlando innamorato e Luigi Pulci nel Morgante, ma potrei elencarvene anche altri. Be’, fatto sta che questo Rinaldo, rivale in amore dell’eroe Orlando, avesse un cavallo molto particolare. E quel cavallo portava il nome di… Bajardo!

Parlando invece di notizie più storiche, il centro storico del paese esiste dal I millennio a.C. e pare che in quel periodo fosse un importante luogo di culto per i Druidi, pensate un po’ che roba!

Questi sacerdoti della natura hanno lasciato un segno profondo nella storia di Bajardo, tanto che ancora oggi alcuni eventi e festività si ricollegano ad attività druidiche.

Alcuni sostengono che a testimoniare l’esistenza dei Druidi siano gli obelischi di pietra che si possono osservare in giro per il borgo.

Chi sostiene la presenza dei Druidi, afferma che a Bajardo convivessero un tempo i Celti, i Liguri, i Greci, gli Iberici e i Romani. Questi popoli costruirono a Bajardo i loro luoghi di culto, tra i quali spiccava un antico tempio dedicato al dio Sole, di cui oggi ci rimangono alcuni resti.

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Sopra quello stesso tempio è sorta in epoca medievale la chiesa dedicata a San Nicolò, patrono del borgo e festeggiato il 6 dicembre, ma nel 1887 il violento terremoto che rase al suolo anche Bussana scosse l’intero paese, scoperchiando la chiesa e riportandola pressoché all’antico aspetto e mostrando quello che un tempo era il luogo di culto principale nella sua più totale e disarmante naturalezza.

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Il monte su cui sorge Bajardo pare fosse consacrato ad Abellio, divinità solare degli antichi Liguri. Curioso, non trovate? Ma la cosa più curiosa sono i capitelli dei contrafforti della chiesa crollata, che raffigurano volti con tratti somatici orientali, qualcuno li definisce addirittura mongoli.

Sacro e profano a parte, la costruzione scoperchiata sembra quasi essere un nuovo inno al Sole e alla Natura, con la sua volta tutta celeste e cangiante a seconda del tempo meteorologico. Sotto quella volta si svolgono ancora matrimoni scenografici, conferenze, e gli eventi più disparati, perché è di una bellezza sconfinata, topi, credetemi. Quel che resta dell’edificio è visitabile senza alcuna difficoltà, io stessa ci sono stata più di una volta.  Si prova una grande serenità a camminare sul morbido prato circondato dai muri alti, spogli e dorati, con il sole sempre lì, alto nel cielo come un guardiano.

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E poi c’è la terrazza naturale a strapiombo sulla Valle, con un panorama mozzafiato e comode panchine dal quale osservarlo.

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Nella metà del 1200 il borgo passò sotto il dominio dei Clavesana e infine sotto la Repubblica di Genova. Bajardo, dunque, dovette rispondere alla podesteria di Triora e, come in altri borghi della Valle Argentina e zone limitrofe, anche Bajardo subì le accuse di stregoneria da parte dell’Inquisizione.

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I dintorni di Bajardo sono tutti da esplorare. Numerose sono le escursioni che si possono fare, come quelle che conducono a Perinaldo, Apricale, Monte Bignone o ancora il Sentiero degli Innamorati. Poi c’è la fontana, poco sotto il borgo, un luogo molto suggestivo che vi consiglio di visitare, se non lo avete ancora fatto.

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Insomma, dalle mie parti non manca davvero nulla! Tra streghe, druidi e spiritelli si può dire che ci sia materiale a sufficienza per decine di romanzi. Le mie Alpi sono magiche, e questi luoghi ne sono la dimostrazione.

Un abbraccio, topi, alla prossima!

 

 

La Foresta di Gerbonte

Oggi vi porto a visitare un posto che non vi ho mai mostrato come protagonista, topi miei. Siamo in alta Valle Argentina, nel territorio del Comune di Triora. Qui, solo a una ventina di chilometri di distanza dal mare, si trova una foresta imponente e importante, quella del Gerbonte, che per la sua vicinanza alla costa presenta caratteristiche difficili da trovare altrove in Italia. Pensate che privilegio!

foresta di gerbonte

La Foresta di Gerbonte è frutto della collaborazione tra uomo e natura e, una volta tanto, questo merito va riconosciuto all’essere umano. E’, infatti,  di origine antropica e fu piantata per avere sempre a disposizione legna per le provviste senza dover necessariamente sottrarre spazio ai pascoli, che pure servivano alla sopravvivenza e al sostentamento.

Questa particolare Foresta ha un’estensione superiore ai 600 ettari, un gigante verde, insomma! E’ possibile raggiungerla in diversi modi: seguendo l’Alta Via dei Monti Liguri, per esempio, oppure partendo da Creppo o ancora da Colle Melosa, il Monte Grai e Cima  Marta. Insomma, scegliete l’itinerario che più vi aggrada, preparate lo zaino e percorrete il sentiero perché non rimarrete delusi. Io ho seguito quello proposto qui, dal sito Munta e Chinna, che spiega in modo chiaro come arrivare.

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Trae il proprio nome dall’omonimo monte (1727 metri sul livello del mare) ed è un Sito di Interesse Comunitario (SIC), nonché Zona a Protezione Speciale (ZPS).

Fu teatro di una moltitudine di vicende di interesse storico, come il contrabbando di sale, le dispute tra francesi, liguri e piemontesi per definire i confini alla fine del Settecento, nonché per gli scontri della Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi la parte occidentale della foresta definisce il confine italo-francese. Il Monte Gerbonte, inoltre, era un crocevia fondamentale che serviva a collegare le comunità di pastori con i centri abitati del fondovalle.

Foresta di Gerbonte

C’è un sentiero che si snoda tra le sue pendici che passa tra le radici di Abeti plurisecolari e monumentali, io ci sono stata, e posso dirvi che è stata un’esperienza emozionante. Nella Foresta del Gerbonte gli Abeti Bianchi e Rossi resistono da secoli, nonostante quello delle Alpi Marittime non sia l’habitat a loro più congeniale. Eppure qui sembrano trovarsi bene. Sono alti, così tanto che si fatica a concepirne la fine del tronco alzando il muso all’insù. Creano un bosco ombroso, a tratti cupo, ma molto suggestivo. Tra le radici di quegli alberi anziani brulica la vita in tutta la sua piccola, grande immensità. Quante formiche, su quel terreno! Corrono come impazzite, affaccendate nel loro lavoro di rifornire il formicaio.

Una delle caratteristiche che rendono suggestivo questo luogo sono i Larici, che dipingono la Foresta di colori indescrivibili nella stagione autunnale. Nella tarda primavera, invece, le loro foglie sono di un verde brillante, tenere e leggere, e sui rami  sbocciano i fiori di un fucsia intenso.

gemma di larice

Tra le altre specie presenti nel sottobosco, troviamo cespugli rigogliosi di Rododendro, Mirtillo, Ginepro, Lampone, ma anche Primule, Viole e Genziane. Sul Gerbonte non si trovano solo conifere, ma anche latifoglie, tra le quali il Maggiociondolo, il Sorbo degli uccellatori e il Faggio, quest’ultimo dalle dimensioni monumentali così come accade anche nel Bosco di Rezzo.

ecomuseo biodiversità bosco di larice Foresta Gerbonte

In questa Foresta meravigliosa sono numerose le tracce del Lupo, è impossibile non notarle, ben visibili sul sentiero. Sembra quasi di vedere i suoi occhi d’ambra sbucare dagli alberi. Qui abitano anche Camosci e Caprioli, non è difficile fare il loro incontro e sorprenderli mentre sono intenti a cibarsi delle tenere leccornie del sottobosco. Tra questi alberi abitano anche la Martora e la Lepre Alpina, la quale però fa spesso la preziosa, è molto difficile scorgerla.

Il verso del Cuculo è quasi onnipresente, ma non è l’unico abitante alato di queste zone. Il Fagiano di monte è osservabile in primavera, quando si esibisce nelle sue danze nuziali. Poi ci sono il Gallo Forcello, la Cincia dal Ciuffo, il Picchio Nero, diverse specie di Falco, l’Aquila Reale e persino il Gufo Reale. Quanta biodiversità, topi!

E’ un luogo selvaggio e, il fatto che in Inverno non sia transitabile per via della neve che scende copiosa, ha favorito la conservazione e il ritorno di alcune specie che, altrimenti, non potremmo vantarci di avere in queste zone della Valle.

La Foresta del Gerbonte è un vero patrimonio, raramente si trovano luoghi in grado di eguagliarla sul territorio nazionale, considerando proprio la sua vicinanza al Mar Ligure.

E’ un altro gioiello della mia Valle, topi! Voi ci siete stati?

Un boscoso abbraccio a tutti voi.

Da Verezzo ai prati di San Giovanni

Lo so che la mia Valle sarà gelosa del post che sto scrivendo, ma oggi vi porto a conoscere un posto che non si trova nella Valle Argentina, bensì nelle zone immediatamente limitrofe.

Se c’è una cosa che di solito ci invidiano tutti della Liguria, è la sua caratteristica di essere a metà tra i monti e il mare, e spesso percorrendo sentieri dell’entroterra si può osservare la distesa d’acqua che lambisce la costa, mentre si danno le spalle alle Alpi.

Ebbene, un giorno d’autunno prendiamo la topo-mobile e allontaniamoci dai miei luoghi, ma non tanto, eh!

Arriviamo fino a Verezzo, frazione di Sanremo, e lasciamo la macchina proprio davanti alla chiesetta di Sant’Antonio.

Mi perdonerete se non farò tante foto, questa volta, ma ho le zampe ghiacciate. Tira un’aria così fredda che si fatica a tirarle fuori dalle tasche, figurarsi a scattare fotografie!

Comunque, dicevo, dalla chiesa imbocchiamo la mulattiera visibile sulla strada e, inerpicandoci, arriviamo su una strada asfaltata che sale ancora tra bellissime villette. Presto l’asfalto si trasforma in cemento, e il cemento in pietra. Si raggiunge così un’altra mulattiera, contornata dalla vegetazione di tipo mediterraneo, dalle campagne curate da mani sapienti e da case di agricoltori.

Il percorso prosegue tutto al sole, non ci sono alberi ad adombrare il sentiero. Lungo il cammino ci imbattiamo nella Ginestra, nel Cisto, nel Timo, in cespugli rigogliosi di Ginepro. E poi, di tanto in tanto, ecco spuntare Querce, Mandorli, Pini e Ulivi.

Si sale sempre, senza fermarsi mai, e la presenza delle mucche è evidente, bisogna fare attenzione a dove si mettono le zampe, se non si vuole finire dritti dritti nella… busa!

Più si va in alto, più la vista diventa mozzafiato. Se volgiamo lo sguardo verso l’interno, possiamo vedere le antenne di Monte Bignone, ma guardando verso sud veniamo invasi dal colore del mare, che oggi è blu intenso, specchio perfetto del cielo terso. E poi si scorgono Sanremo, la Valle Armea, Bussana, Castellaro, da una postazione più elevata possiamo vedere anche Arma di Taggia.

Verezzo

Tornando con lo sguardo verso l’entroterra, riconosciamo il Monte Faudo.

Salendo, la vegetazione si fa più brulla e i Grilli saltano allegri in mezzo all’erba, ormai quasi del tutto secca.

Poi, a un tratto, il sentiero si fa più pianeggiante, la pendenza diminuisce drasticamente. Si procede in mezzo alle Ginestre, i cui rami spogli si impigliano allo zaino, alla giacca e ai capelli. Anche il Rovo si fa spazio in questo ambiente, bisogna fare attenzione a non lasciare che prenda confidenza con noi, perché potrebbe graffiarci le guance, le zampe e lacerare i nostri vestiti. Si sale ancora un po’, ma questa volta la salita è più dolce che in precedenza. Ed eccoci arrivati ai prati, bellissimi, quasi sconfinati, in mezzo ai quali si stagliano ruderi di costruzioni antiche come il tempo e alberi solitari di maestosa bellezza.

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Continuando a camminare in mezzo alle distese erbose, dove pascolano le Mucche, grufolano i Cinghiali e dove passano anche i Cavalli, ci dirigiamo verso la pineta che si vede sulla cresta, poco più in alto rispetto a dove ci troviamo.

E, una volta arrivati, le meraviglie da assaporare non sono poche.

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Tappeti di pigne ricoprono il terreno e un Pino Silvestre trasuda resina dalla corteccia, si vede anche a distanza. Guardate la meraviglia di questa colata d’ambra!

Sebbene la perdita della resina dalla corteccia non sia un buon segno per la pianta, non possiamo che rimanerne affascinati.

Più avanti ci fermiamo a mangiare un boccone con lo sguardo rivolto al mare, ma facciamo in fretta, perché il vento è forte quassù, non si riesce a rimanere fermi a lungo. Dopo mangiato, proseguiamo il sentiero per pochi istanti e ci ritroviamo alla chiesetta rurale di San Zane, San Giovanni. Subito sotto c’è il paese di Ceriana, un cartello indica che è possibile arrivarci, ma oggi non vogliamo proseguire. Da qui si potrebbe arrivare anche a Monte Bignone, ma neppure questo sarà la nostra meta. In lontananza scorgiamo il Toraggio e, sullo sfondo, le cime innevate delle alture cuneesi.

prati di san giovanni ceriana

C’è pace, il profumo della neve arriva quasi alle nostre narici. Il freddo sferza il viso, ci copriamo di più per sentire di meno il suo schiaffo, ma il vento è potente. E allora decidiamo di tornare indietro, contenti per la bella e rigenerante passeggiata, mentre godiamo dell’oro del sole che ci pervade e illumina ogni cosa intorno a noi.

Pigmy

I miei monti

Le stagioni vanno e vengono, topi miei, com’è giusto che sia, ma ogni Primavera è diversa dall’altra, così come ogni Estate, Autunno e Inverno.

Gironzolando in lungo e in largo per la Valle, non ho potuto fare a meno di notare i cambiamenti della Natura intorno a me. Quei monti che ora sono di un verde smeraldo molto acceso fino a una manciata di settimane fa erano protetti da una coperta candida, soffice e spessa. Quasi non ci si crede!

monte Faudo

E come cambiano, i colori… La mia Valle è una vera tavolozza d’artista, nessuna sfumatura viene dimenticata da Madre Natura.

Nella stagione in cui ci troviamo, le montagne sono verdi, dicevo. Si notano i toni diversi degli alberi, si distinguono su uno stesso versante latifoglie e conifere, ma il confine non è netto. Si mescolano in modo perfetto e armonioso, come in un quadro del puntinismo.

Quando giunge l’Estate con le sue giornate aride e roventi, tutto inizia a sbiadire, assumendo i toni di una foto color seppia. I pascoli alti si stancano del tanto brucare del bestiame, divengono color paglierino, e anche il verde sui clivi si affievolisce e poi, pian piano, si spegne.

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In Autunno tutto si riaccende; che colori, topi miei! Non ce la farei a descriverli tutti, neppure in un libro: oro, vermiglio, verde, senape, arancione… ognuno con le sue sfumature. Anche nel periodo autunnale si distinguono i diversi alberi sulle montagne, ma in questo caso altro che puntinismo! I monti paiono mosaicati, ogni pianta è una tessera mutevole, cangiante.

montagne valle argentina

Con l’Inverno tutto si spegne di nuovo, persino i sempreverdi perdono il loro vigore. Il marrone della terra prevale, tuttavia, se la neve scende copiosa come quest’anno… che spettacolo, topi! I rilievi montuosi somigliano a panna montata, oppure a pandoro ricoperto di zucchero a velo. I paesini di pietra diventano allora soggetti di cartoline che farebbero invidia a quelle di mete più ambite, come il Trentino o la Valle d’Aosta.

Sono i miei monti, non posso non amarli. Li adoro in ogni stagione e voglio farveli conoscere più da vicino. Non tutti, perché non basterebbe un blog intero, ma almeno quelli che ho frequentato negli ultimi mesi.

Quello che vi mostro qui sotto è il Gerbonte con i suoi 1727 metri di altezza, e scusate se è poco. Fiero, imponente, lo si vede da Triora, da Realdo, da Verdeggia, ma anche da Colle Melosa. Lo notate, il suo sgargiante abito autunnale?

Monte Gerbonte

Poi c’è il mantello bianco di Monte Ceppo. C’è silenzio, lassù, è il posto ideale per ascoltare il vento. Soffia forte, è un luogo esposto, ma che panorami! Ci troviamo a 1505 metri sul livello del mare. La cima glabra di questo monte è riconoscibile tra mille. Ci sono affezionata, sapete? E’ la prima, piccola vetta che ho conquistato, ormai anni fa, per questo ha un posto speciale nel mio cuore.

Monte Ceppo

Dirigendoci a Passo Teglia (1385 m.s.l.m.), poi, si dispiega davanti a noi un panorama notevole, che spazia dal Mar Ligure alle cime del Toraggio (1973 m.s.l.m.) e del Pietravecchia (2038 m.s.l.m.). Pare strano, ma è proprio così. E’ una peculiarità della Liguria, forse poche altre zone italiane godono di scorci e viste pari a quelle dei luoghi in cui vivo. Ogni posto ha i propri vanti, quello del Ponente ligure è l’avere una grande varietà di ambienti in uno spazio relativamente circoscritto.

passo teglia

Continuando il nostro tour, ci innalziamo sul Monte Grai (2012 m.s.l.m.) e allora qui, topi miei, inizio a sciogliermi dall’emozione. Guardate che dipinto perfetto! Ci troviamo esattamente a metà tra le valli Nervia e Argentina e, a fare da divisore, vediamo il Lago artificiale di Tenarda. E’ un luogo indescrivibile, sembra di poter abbracciare gran parte del Ponente con lo sguardo. Si vede chiaramente il Monte Trono (776 m.s.l.m.), sulle cui pendici è adagiata Triora. E poi, laggiù, il Passo della Mezzaluna (1454 m.s.l.m.) è ben pronunciato.

monte grai - lago tenarda - valle argentina - val nervia2

Le montagne che abbracciano la mia Valle e le fanno da cornice sono bellissime, sono sicura che converrete con me. Ogni volta che mi trovo in luoghi così alti e solitari mi sembra di toccare il cielo con un dito e di assaporare la vera essenza della vita che scorre. Quando si guardano le cose dall’alto, tutto assume una prospettiva nuova e quei giganti di roccia che, visti dal basso, incutevano quasi timore, dalla cima di una vetta appaiono come amorevoli protettori di un luogo che, se non esistessero, sarebbe assai diverso.

Io vi saluto, topi! Un abbraccio montuoso dalla vostra Pigmy.

Poco più in là: Viozene

AndiamoSONY DSC a Viozene oggi topini. In terra brigasca e, in terra brigasca, è chiamato Viusena, con la S che sibila come una Z leggera. Andiamo ai confini della mia Valle.

Viozene, il paese delle casette che sono baite, lavorate con il legno. Par di essere nel Tirolo. SONY DSCCon le ante delle finestrelle e le ringhiere dei balconi che fanno a gara per sentirsi dire chi è la più bella! Vere lavorazioni impegnative, vere opere d’arte.

Viozene, nel Comune di Ormea, nell’Alta Valle Tanaro, esattamente tra le provincie di Cuneo e di Imperia. Un borgo cullato e protetto dalle Alpi Marittime, tra le quali, spicca sopra di tutte, il Monte Mongioie alto ben 2.630 mt e situato ad Est della Punta del Marguareis. Un imponente dente di pietra che sovrasta l’intero villaggio e regna protagonista.SONY DSC E’ in terre come: Viozene, come Upega, come Carnino, che si parla quel dialetto occitano, particolare, di cui spesso vi ho raccontato. Quella lingua mista di francese che sta andando via via perdendosi. La lingua d’òc, la lingua provenzale, la lingua minoritaria dell’Italia Nord-Occidentale. E Viozene ne è uno degli scrigni più grandi e fervidi.

A 1240 mt circa, sul livello del mare, offre un’aria e uSONY DSCn’acqua superate da poche in fatto di purezza; fredde, limpide, pungenti. E’ la meta preferita delle persone anziane che vogliono stare al fresco in estate, e dei bambini che devono rinforzare i loro bronchi e respirareSONY DSC la buona aria di neve per combattere bronchiti e pertossi in inverno.

E perchè no, è la meta della pace e della quiete per le giovani coppie che vogliono tranquillità e, allo stesso tempo, conoscere e scoprire una natura mozzafiato; particolare, tipica di questo entroterra, a volte aspra, acerba, egoista, a volte più generosa.

E’ qui che si possono svolgere mille attività, dall’alpinismo alla mountain bike, dal rafting al trekking.

E’ la terra delle Madonnine a bordo strada, dentro a cappelle create a mano dai pellegrini fedeli. E’ una terra tipicamente simile alla mia.

Ad arricchirne i confini, vere a proprie meraviglie al di là dei sentieri che portano al Mongioie. Il Canyon chiamato “Passo delle Fascette”, di cui già vi avevo parlato, e tutte le falesie che lo circondano. Il Parco Naturale dell’Alta Valle Pesio e Tanaro, nel quale gongola. I suoi ricchi patrimoni: faunistico SONY DSC– rappresentato da cervi, camosci, caprioli, aquile, galli forcelli ad esempio, e quello floreale – interpretato da abeti bianchi, larici, faggi, borsa del pastore, una bellissima erba di campo.

Sono pochi i suoi abitantiSONY DSC residenti, appena 43. Lui si popola solo in determinati periodi dell’anno, divenendo, come dicevo prima, un vero e proprio rifugio per molti.

Ed è la terra del muschio, delle mele e dei monti che, all’imbrunire, si stagliano contro il cielo color degli abissi. E’ un paese fresco dove ti può capitare di sentire cori che intonano vecchie canzoni o partecipare a “I racconti intorno al fuoco“, dove giovani signorine narrano, spesso accompagnate da un soaveSONY DSC strumento musicale, fiabe che raccontano di quei posti magici e misteriosi della terra brigasca, adatte a grandi e piccini.

E’ il paese dei cortili recitanti davanti a casa, giardini morbidi di prato, i ciottoli per terra, il piccolo campo da petanque che mai può mancare e l’edera che si arrampica indisturbata sulle pareti esterne delle dimore. Il paese delle tegole rosse, degli insetti che svolazzano indisturbati, delle ciappe e dei sentieri. E del bosco. Il magnifico bosco tutt’intorno che finisce all’improvviso. E dei piccoli SONY DSCfiorellini gialli di genepy, dalle foglie verde chiaro, verde velluto.

Il genepy è un tipico liquore che viene fatto in questa terra e prende il nome dalla pianta dalla quale si ricava e che riesce a nascere anche in zone davvero impervie, dal sapore buonissimo e inconfondibile, attraverso il quale, si può percepire tutto il gusto dell’alta montagna.

Qui regnano felici e sazi e anche indisturbati mucche, capre, pecore, cervi e addirittura scoiattoli. E’ un piacere passeggiare per il paese e fare il loro incontro. Sono così carini! E così coraggiosi. Si avvicinano impavidi. E’ giusto.SONY DSC Ogni animale dovrebbe essere sereno nell’avvicinarsi all’uomo e, qui, accade. Spesso, al giungere della sera, è facile imbattersi nella nebbia, in quella ovattata atmosfera che cala piano, nonostante ci sia stata una tersa giornata di sole. Siamo davvero alti e le nubi è come se scendessero per dar la buonanotteSONY DSC alle montagne con un bacio poi… vanno di nuovo via e mostrano un cielo nero dai mille puntini dorati, luccicanti e brillanti. Un cielo splendido come raramente ne ho visto. Nessun tipo di inquinamento luminoso, più nessuna foschia, solo stelle, tante stelle, una miriade di stelleSONY DSC.

Le casette in pietra tornano ad essere limpide, visibili, illuminate da fiochi lampioni giallognoli intorno ai quali svolazzano grandissime falene. Loro hanno una lingua arricciata e lunghissima. Non intendono allontanarsi dalla luce ma nemmeno dal succoso nettare dei lilium. Che buffe! Non stanno ferme un solo secondo. Riuscire a fotografarle è un’ardua impresa davvero. Tramano frenetiche. Stanno sospese in aria come dei colibrì. Per stare qui a guardarle mi devo mettere il golfino.

Alla sera, anche in pieno agosto, non si può stare solo in maniche corte e le vecchineSONY DSC si mettono lo scialle sulle spalle oltre al golf pesante di cotone. Le vecchine che cuciono tutte insieme nel giardinoSONY DSC di una di loro.

 

 

 

I cani sono tutti liberi. ognuno ha un padrone e, alla sera, se ne tornano nella loro cuccia ma di giorno è bello gironzolare e nessuno può impedirglielo. Si conoscono e sono tutti amici.

Il problema giunge quando andate voi, con il vostro cane, legato educatamente al guinzaglio e tutti gli si avventano contro… poco ospitali devo dire. Oh mamma!

Le persone invece sono simpatiche e alla buona. Si trovano senzaSONY DSC difficoltà gentilezza e cordialità e tanta voglia di divertirsi. Si organizzano anche lotterie e mercatini pur di giungere allo spasso. E il paese è in festa!

Per non parlare dell’ottimo cibo! La cucina casalinga è di casa ed è un vero piacere per i nostri palati: sardenaira, coniglio alla ligure, frittata di erbette, fiori ripieni, insomma, da leccarsi i baffi. Dovreste provare. SONY DSCAllora topi, che ne dite? Vi è piaciuto questo posto? Bene, ne sono contenta. E’ meraviglioso, potete credermi. E’ l’ideale per un soggiorno in cui si vuole solamente ritemprarsi un po’ e non si chiede nulla di meglio, nulla di più.

Io vi mando un bacione per ora ma vi aspetto per la prossima mini-vacanza! Un grande squit a tutti voi!

M.

Dalla radura ai Cianazzi

I Cianazzi, topi, sono un insieme di grandi prati pianeggianti (“cian” nel nostro dialetto vuole appunto  piano) che si trovano sopra il paese di Ciabaudo. Da lì, praticando una stretta strada non asfaltata che passa in mezzo a un bosco, possiamo raggiungerli in auto, ma io vi ci voglio portare a piedi e quindi partiremo dalla radura del Monte Ceppo. In questo modo, non solo avremo un maggior feeling con la natura, ma godremmo anche di un panorama meraviglioso.

Partiamo allora. Siamo nello spazio contornato da un viale di Pini da una parte e da una catena di Alpi dall’altra, dalla quale si scorge, come già vi avevo detto, persino il Monviso. Qui si può cucinare. Sono sette le pietre messe in cerchio che permettono di cuocere la carne e di contenere le braci e il fuoco. Ci sono le panchine, l’erba, i tavoli e l’aria pura. Da qui parte un sentiero sempre pulito e aperto. Solo nell’ultimo tratto si passa in mezzo al bosco di noccioli e si possono trovare anche buonissimi funghi. In estate questo sentiero è ricco di fiori di ogni tipo, ma adesso, dato che qui fa ancora freddo, troviamo soltanto Crocus bianchi e rosa, che sono stupendi, e altri fiori dai colori sgargianti. Siamo a 1.600 metri e, anche se può sembrarvi impossibile, ma da qui si vede persino il mare. A seconda della stagione, si può vedere anche la Corsica! Non sono esclusi dalla vista panoramica i paesi marittimi della Valle Argentina: Riva Ligure, Pompeiana, Cipressa.

Oggi il mare è a pecorelle. Si distingue perfettamente la schiumetta bianca delle onde che s’infrangono ancor prima di aver toccato gli scogli. La pace è assoluta, a rompere il silenzio ci pensano soltanto gli uccelli, spesso rapaci, e qualche cicala che prova a uscire, timida, per vedere se il sole ha deciso di iniziare a scaldare oppure no. Prima del mare, si mostrano davanti ai nostri occhi un’infinità di monti. Belli, verdi, sembrano panettoni spumeggianti e morbidi, ma questi bizzarri aggettivi non intendono sminuire la loro austerità.

Le lucertole si godono i primi raggi e poche farfalle svolazzano in cerca di qualche nettare dolce da succhiare. Non è ancora periodo, l’inverno sta per uscire di scena, ma all’imbrunire il freddo si fa ancora sentire. Siamo a maggio, eppure in qualche curva è rimasta della neve dura che non vuole sciogliersi, e il termometro segna solo 7°C. Non si può fare  a meno di ammirare il cielo azzurro, gli alberi grandi che ombreggiano la nostra stradina e i piccoli Pini appena nati, che avranno sì e no un anno di vita. Tra poco, la tenera erba che ricopre questo luogo verrà rosicchiata da tante caprette e mucche. Il Monte Ceppo in estate è pieno di questi animali che i pastori portano a far pascolare. E’ un luogo incontaminato, meraviglioso. Un leggero venticello fa muovere i boccioli del Maggiociondolo e si sente la nostra voce che si allontana seguendo il vento e, piano piano, si arriva a destinazione: il prato.

Ci vuole circa una mezz’oretta, è una passeggiata abbastanza breve. Lo vedete quel piano laggiù? Quello è il primo grande prato dei Cianazzi, dove in estate viene fatta anche una bellissima festa e si mangia e si beve tutti in compagnia, giocando con i bambini al tiro alla fune e alla corsa nei sacchi.

Corro a rotolarmici in mezzo, topi! Vi saluto e vi lascio promettendovi di portarvi presto a fare qualche altra passeggiata. Questa è tra le più belle che offre la mia Valle, ma ovviamente non è l’unica. Alla prossima!

M.

Drego, il paesaggio fantasma

Cari topi, oggi vi porto in uno dei posti per me più belli della mia valle. Be’, a dir la verità sono tanti i luoghi che mi colpiscono, ma questo è proprio tra i miei preferiti. È uno di quei posti in cui vale il “M’illumino d’immenso”. La bellezza, qui, è nell’atmosfera, nel paesaggio e in tutti i pensieri che ti balzano in mente. Cari topi, oggi andiamo a Drego, un insediamento preromano nel comune di Molini di Triora.

Si tratta di un antico villagio di pastori ormai abbandonato, ne sono rimasti solo i ruderi contornati da malghe, prati, monti e fiori. Siamo a 1.100 metri sul livello del mare completamente immersi nel verde. È un verde vivo, che riempie gli occhi.

Abbiamo sorpassato Andagna; oggi questa strada si presenta asfaltata e la si può percorrere comodamente in auto godendo di un panorama fantastico. Tanti, infatti, sono i punti in cui le rupi permettono di sporgersi e ammirare l’intera la valle. Non sarò mai abbastanza brava per farvi capire la bellezza di questo posto, è incredibile davvero, toglie il fiato. Guardando i casolari rimasti, e adagiati su questi immensi tappeti d’erba, pare di scorgere ancora qualche pastore, sono così ordinati e così puliti intorno! Vari terrazzamenti e muraglioni costruiti con pietre a secco dividono i campi, e alcuni ammassi di pietre più chiare formano delle costruzioni chiamate castellari. Fu proprio vicino a uno di essi che vennero ritrovate delle monete appartenenti all’era dell’Imperatore Giuliano e queste antichità hanno permesso di capire qualcosa di più di questo luogo. Fu costruito prevalentemente durante l’Età del Ferro tutt’intorno a una rocca, chiamata appunto la Rocca di Drego. Essa, situata in posizione strategica, permetteva di avvistare il nemico e prepararsi alla difesa. Anche attraverso i castellari si poteva avere un ampio controllo del territorio. La vista è aperto, libera da intralci e permette di ammirare parecchia porzione di valle.

Sono ancora pochi i fiori che ricoprono i prati, per ora dobbiamo accontentarci di Semprevivi e Tarassaco. Il verde è infatti spesso chiazzato di giallo. Qui fa più freddo, siamo in alto, poco prima di Passo Teglia che è situato a 1.380 metri e ci troviamo sulle pendici del Carmo dei Brocchi, un monte ricco di flora che raggiunge i 1.600 metri di altezza. La maggior parte di piante che nasce qui è ricoperta da una peluria volta a proteggerle dal freddo. Vicino a noi inizia il Parco Naturale delle Alpi Marittime e tanti sono i camosci, le marmotte, le poiane, le aquile e i tassi che possiamo incontrare in certi periodi dell’anno. Dentro questo parco si trova la Foresta di Rezzo, che è una tale meraviglia da essere un luogo protetto. Per poter vivere giornate in completa pace e serenità, ho scoperto da poco anche l’esistenza di un agriturismo “La Fontana dell’Olmo“, che saprà ospitarvi al meglio sia nella calda che nella fredda stagione e i proprietari vi forniranno la guida alpina per visite ambientali ed escursionistiche. Siamo vicini alla Via Marenca, la famosa strada che vi ho descritto parecchi post fa, una delle strade più importanti per il commercio e il passaggio della mia valle. Ci sono tante cose da scoprire, oltre all’appagamento della vista!

Questo, topi, è un posto selvaggio e ancora incontaminato, puro. I suoi colori, i suoi profumi e la sua aria sono di una purezza che apre i polmoni.

Allora, vi è piaciuto questo posticino? Fantastico, vero? Come vi dicevo, io lo adoro: quando sono qui, mi sento libera come non mai.

Mentre continuo a sognare di avere ali di farfalla per poter volteggiare sul prato, vi lascio un caro saluto. A presto!

M.