La vita di Rio Infernetto

Al di sopra delle porte dell’antico Monte Gerbonte (1727 mt) tra le falesie di una delle zone più impervie dell’Alta Valle Argentina, nasce un Rio al quale sono molto affezionata in quanto attraversa luoghi splendidi del mio mondo e seguirlo è sempre una meraviglia.

Nasce tra rocce severe, accarezzando scogli grigi, ma il suo percorso offre poi scenari davvero particolari che ogni volta mi incantano.

Sono diversi tra loro, a volte dolci e morbidi, a volte rudi e spogli ed è difficile far ritorno alla propria tana quando si è nei pressi delle sue acque che rapiscono l’animo.

Si tratta di Rio Infernetto che taglia il sentiero dei Parvaglioni (e cioè dei Larici Monumentali della Foresta del Gerbonte) dando vita ad una natura florida e spettacolare.

Ma ci sono punti in cui attraversa rocce aguzze e sporgenti, austere e taglienti.

Le attraversa placido, con le sue acque linde, per poi tuffarsi in cascatelle impetuose come a dare maggior vita a se stesso e al Creato che lo circonda.

Lo si può infatti incontrare calmo, a formare pozze, oppure vivace, mentre allegramente scavalca grandi massi, sorpassa ponti, si infila in canali di pietra e bagna rive.

Rio Infernetto è tutto questo e anche di più.

Splendido, in qualsiasi stagione dell’anno.

Il punto che preferisco è il suo arrivo dove forma una piccola laguna che in estate è abitata dai Gerridi (i Ragni d’acqua) e le Libellule.

Una laguna cangiante, dalla bellezza che lascia senza fiato sia in estate che in inverno.

Qui l’acqua è così trasparente che si può vedere il fondale e diverse piante scendono a cascata a far da cornice.

Le rocce le danno una forma circolare ed è come essere in un piccolo paradiso.

Il silenzio avvolge, rotto soltanto dal canto di qualche uccellino cordiale.

Trovo molto divertente il modo di fare di questo rio.

In alcuni tratti luccica al sole come a volersi far ammirare in tutto il suo splendore, altre volte invece appare cupo, sembra voler nascondere qualche misterioso segreto che solo chi lo ama profondamente può scoprire.

Sa nutrire ma anche proteggere.

Grazie a lui, molta natura viene alimentata e sono tante le esistenze che prendono vita grazie al suo scorrere perpetuo.

Fiori di ogni tipo spuntano per primi già nei mesi ancora freddi per lasciare poi il posto a quelli più grandi e colorati dell’estate.

Un ciclo che si ripete manifestando la bellezza della Natura.

Enormi foglie sembrano ninfee e molte creature del bosco si abbeverano mentre lui scende a Valle sereno.

Le rane depongono le loro uova nei suoi piccoli laghetti. A loro basta un palmo di acqua e, in certi punti, Rio Infernetto è proprio la tana ideale per anfibi e rettili acquatici.

Anche il Gambero di fiume adora questo piccolo torrente perché offre nascondigli adatti alla vita che conduce questo raro crostaceo d’acqua dolce. Raro perché, purtroppo, non ce n’è più una quantità come un tempo ma qui, gli esemplari rimasti, riescono ad ottenere il loro habitat ideale per vivere e riprodursi.

Amano infatti nascondersi e avere angolini bui dove stare tranquilli e adorano anche una certa vegetazione.

A proposito di questo il Rio Infernetto cambia persino colore sapete?

Il muschio e le alghe gli conferiscono sfumature uniche.

Ci sono zone in cui la sua acqua sembra azzurra come il cielo e nei suoi abissi diventa blu cobalto… ma in altri punti invece è verde come gli smeraldi.

Le rocce si specchiano in lui grazie alla sua limpidezza.

Nascendo tra le alte vette che circondano Borniga, osservando i Bastioni rocciosi del Monte Gerbonte, non può certo inquinarsi.

Lì tutto è arido, pulito, roccia pura, ricca di minerali.

Luoghi in cui un tempo vivevano uomini primitivi in profonde grotte e, oggi, queste montagne, sono vissute solo dagli animali più agili e selvatici.

Dove passa Rio Infernetto tutto è selvatico.

E’ sicuramente una delle parti più selvagge della Valle. L’Alta Valle Argentina. Ed è di una bellezza mozzafiato.

Questo rio incontra il Torrente Argentina poco prima del paese di Creppo.

Al di sopra di alcune delle sue incredibili forre si può vedere gran parte della vallata manifestarsi a Sud, verso Loreto, e il panorama è incredibile.

Dona libertà, senso dell’infinito. Permette di vedere le mie amate montagne.

Sono sempre felice quando giungo nei pressi di questo torrentello.

E’ la vita che si mostra e illumina il mondo.

Fa questo effetto anche a voi vero?

Ma ora vi mando un bacio Topi!

Ci vediamo alla prossima meraviglia della Valle! A presto!

Sul selvaggio Bric dei Corvi

Pronti per il selvaggio Topi?

Ottimo, perché oggi vi porto in un luogo davvero “barbaro” anche se, ovviamente, stupendo!

No, tranquilli, non è difficile da raggiungere. E’ il mondo che mostra ad essere severo, arido, ricco di alte falesie, di grandi rocce nude, di burroni, di arbusti intricati… è un pezzo di Valle che lascia senza fiato per via di quella Natura incredibile, austera e meravigliosa al tempo stesso, abbracciata da panorami mozzafiato.

Andiamo sul Bric dei Corvi… nessun nome fu più azzeccato.

Il Corvo Imperiale è un grande uccello nero molto presente in Valle Argentina e sorvola le più alte vette.

Tra questi faraglioni e pietraie, dove i rapaci più impavidi ricercano cibo e gridano nell’azzurro del cielo, i Corvi accompagnano con il loro gracchiare la mia passeggiata.

Su Bric dei Corvi ci si arriva direttamente da Borniga facendo poca strada oppure, come ho fatto io, da Borniga si scende prima a Bric Castellaccio e si risale a Bric dei Corvi percorrendo un anello.

Ho preferito fare così per allungare il mio cammino, osservare più meraviglia e passare tra gli antichi ruderi di Borniga Sottana, un’antica frazione che oggi non esiste più, ma è bello vedere dove vivevano un tempo i nostri predecessori e osservare dove costruivano i terrazzamenti che gli permettevano di coltivare, di tenere il bestiame e riporre provviste per uomini e animali.

Inoltre, posso a lungo godermi il mio caro Monte Gerbonte che regna sovrano in quello spendore, mostrando la sua imponenza e la sua secolare foresta.

Da Bric Castellaccio, dopo aver osservato una Sella (Tholos) e cioè un riparo d’altri tempi simile ai Nuraghi sardi, ai Trulli pugliesi o alle Casite dell’Istria, inizio a salire percorrendo un sentiero pietroso e aperto che mi dona una vista spettacolare sull’Alta Valle Argentina.

Passo anche sotto a qualche Roverella ma cammino per lo più in spazi aperti dove il sole di questa bellissima giornata mi scalda anche la coda.

Come al solito, qualche Cincia e qualche Fringuello, incuriositi dal mio passare, mi cantano dolci canzoni da sopra i rami.  

I ruderi della vecchia Borniga posso vederli subito affacciandomi da un crinale che fa venire i brividi. La Valle sembra molto profonda da qui ed è come toccare il cielo con un dito.

Le fasce sono pulite si contraddistinguono bene.

Sono delle linee, perfettamente orizzontali, sulla montagna. L’erba è chiara in questa stagione e le pietre dei muretti fuoriescono da quelle tonalità ancora invernali proponendosi agli occhi di chi guarda.

Continuo a salire avvicinandomi a quella parete tratteggiata. Le costruzioni in pietra mostrano una forma cubica e non sono piccole. Alcune sono anche unite tra di loro.

Sopra la mia testa c’è invece la nuova Borniga e io la sto raggiungendo per poi salire sul Bric dei Corvi.

Passo per un sentierino stretto sorpassando rocce nude che sovrastano arbusti.

Tra di loro si nascondono le prime Lucertoline coraggiose che cercano di scaldarsi dopo la stasi invernale. Sono furbe e veloci anche se ancora assonnate.

Bric dei Corvi appare frastagliato come un diamante grezzo che ancora deve essere lavorato.

La vetta del Bric (1260 mt) è inconfondile. Il mio amico Harald Philipp, noto biker (mtb) della Valle Argentina, ha posizionato su di lui delle colorate bandierine tibetane rendendo quel luogo ancora più affascinante.

Una colonna di pietre a forma di cupola arricchisce quello che oggi appare come un sereno santuario di preghiera e tutto infonde calma e pace.

Mi incanto guardandomi attorno.

La sella di Collardente si palesa con la sua fila di alberi messi ben in riga. Sembra la cresta di un gigante con i capelli a spazzola. E’ bellissima.

Davanti a lei il Saccarello e poi il continuo della Catena Montuosa principale della mia Valle.

Molti dei miei monti sono qui, attorno a me.

Posso anche vedere Bric Castellaccio, lo spunzone di roccia sul quale mi trovavo prima. Rimane in basso adesso e, da qui, ne posso vedere la forma a panettone.

Altri denti rocciosi si innalzano nel vuoto, sono appuntiti, nudi e mostrano tutta la severità delle rocce più dure.

Sono in un luogo bellissimo, quasi mistico, e intendo godermelo fino in fondo.

Quindi… me ne starò un po’ in questo silenzio adesso.

Vi mando un bacio, ci vediamo al prossimo articolo!

Squit!

Particolari emozioni tra i ruderi di Drondo Inferiore

Che meraviglia! Che meraviglia! Oggi Topi vi porto in un luogo che considero fantastico!

Molte volte vi chiedo di seguirmi in zone della Valle che raccontano di una vita passata che non esiste più. Spesso si tratta di avvenimenti militari, leggende legate alla stregoneria, il significativo operato di personaggi religiosi ma, oggi, tutto questo non c’entra.

Non c’entra perché questa volta andiamo a vivere “semplicemente” quella che era la vita in Valle Argentina fino agli anni del dopoguerra. Una vita fatta di contadini, terrazzamenti, la quotidianità di un tempo, il sole, le case di pietra…

E che sensazioni indescrivibili ci aspettano!

Credetemi… non posso non immaginare una donna, con la sua pitocca scura e u fudà (il grembiule) infornare del buon pane nel forno comune, non posso non immaginare un uomo uscire al mattino per dirigersi nei suoi campi; piedi che affondano in questo tappeto di foglie secche e ricciolute, sacchi di patate riposti nelle caselle, grida di richiamo da una fascia all’altra che echeggiano per tutto il fondovalle.

E’ impossibile non fantasticar su tutto questo e sapete perché? Perché andiamo a Drondo Inferiore cari amici! E questo significa fare un salto in un passato che poche volte si mostra così evidente.

Drondo Inferiore, oggi completamente disabitato e riconoscibile solo grazie ai ruderi rimanenti, è una piccola frazione di Creppo che sorge nei pressi delle pendici del Monte Gerbonte.

Siamo in Alta Valle Argentina e il termine – Inferiore – ci fa capire che sicuramente c’è anche una parte più sopra chiamata – Superiore – e infatti è proprio così. Di quest’ultima zona resta però davvero pochissimo, per questo vi porto prima qui, in zona Sottana. L’altro Drondo ve lo farò conoscere un’altra volta.

Per arrivare in questo nucleo fantasma serve prendere il sentiero che scende dalla strada principale subito dopo Creppo oppure, proprio da Creppo, prendere la mulattiera che và verso il torrente e si congiunge poi con questa stradina in mezzo al bosco nella quale camminiamo oggi.

Si tratta di un bosco meraviglioso. Faggi, Noccioli e Abeti mi circondano ma sono, senza ombra di dubbio, i maestosi Castagni secolari ad attirare maggiormente la mia attenzione. Non bastano cinque uomini per abbracciarli sapete?

Sì, alcuni sono davvero enormi e rinfrescati da Muschio e Felci.

Altri invece sono molto vecchi, secchi e sono stati attaccati da funghi e parassiti. Sulla loro corteccia generosa zampettano insetti di ogni tipo e parecchi uccelli e roditori hanno costruito la loro tana.

E’ un bosco magico. La Primavera esulta attraverso Violette, Anemoni e Primule e il sentiero è pulito e pianeggiante. Adatto a chiunque.

Tutti quegli alberi sembrano schiere di soldatini messi in fila e, grazie a diverse indicazioni, capisco che da qui posso dirigermi in diversi luoghi.

Potrei andare sulla vetta del Gerbonte o a Borniga, potrei tornare verso Creppo e ammirare il suo ponte antico oppure, come ho detto, proseguire per Drondo attraversando il Rio Infernetto che mi accompagna strada facendo.

Il suono delle sue acque che scorrono sembra a volte silenziato dal canto degli uccelli vivaci che vivono in questa fitta macchia e non stanno zitti un secondo!

Santa Topa, non riesco neanche a scrivere con il baccano che fanno… Vabbè, tanto lo sanno che li adoro e se ne approfittano…

Picchi, Cince, Ghiandaie e Fringuelli se la cantano allegri che è un piacere ma, più avanti, risalendo verso i confini a Nord della Valle, lasceranno il posto a Gheppi, Poiane, Falchi e persino ai Bianconi nella giusta stagione.

Anche Drondo ha un suo ponte e devo attraversarlo per arrivare alle case ma, qui, una sosta è d’obbligo.

L’acqua che scorre sotto di lui è quieta e passa tra grandi massi brillando sotto il sole.

E’ un ponte in pietra così come le fasce che posso iniziare a intravedere.

L’edicola di una Madonnina avvisa che si sta giungendo a un centro abitato dove, un tempo, poteva ricevere preghiere da chi, ogni dì, le passava davanti.

Anche in muretti che racchiudono queste coltivazioni sono in pietra e, immediatamente, mi faccio domande sulla fatica che è stata consumata per poter avere da mangiare.

Passo sopra a quell’arco sospeso nel vuoto. Ora il sentiero si modifica leggermente.

Dei grossi gradini di pietre e radici mi conducono un po’ più su e la vista di alcuni vecchi ripari mi fa procedere con sempre più entusiasmo. Ci sono quasi.

Attorno a me il verde nuovo gareggia con il marrone dell’autunno scorso che l’inverno non è riuscito a spegnere.

Salgo ancora una rampa, sorpasso qualche tronco sceso che forma portali e…. eccomi!

Le prime case di Drondo si mostrano davanti a me sul ciglio di un corridoio calpestato chissà quante volte, in passato, da chi qui viveva.

Alcune porte sono aperte e io sono elettrizzata.

Ci sono delle inferriate alle finestre, alle poche rimaste, e molti oggetti dentro e fuori queste costruzioni.

Pare che qui la gente abbia vissuto fino alla Seconda Guerra Mondiale ma la presenza di pali della luce e cassette delle lettere indicano anni decisamente più recenti.

Anche la fantasia dei rivestimenti sembra la classica degli anni ’70.

<< E’ permesso?! >> domando a quello che sembra essere il nulla ad un primo sguardo. Non posso entrare perché quelle dimore sono parecchio distrutte e malconce ma posso affacciarmi ai loro usci e non vorrei dar fastidio a Pipistrelli o Merli che si sono appropriati di queste costruzioni.

Letti in legno, a una piazza e mezza come si usava una volta… damigiane, piastrelle, scarpe, armadietti dei medicinali… c’è di tutto e c’è anche tanta tanta natura che adesso ha preso il sopravvento.

L’edera si aggrappa a quei muri con tenacia mostrando tinte vivide e venuzze quasi fosforescenti.

Ma da chi sono state toccate quelle pietre prima del suo nascere? Da un anziano che si appoggiava per riposare prima di riprendere il suo cammino? Da un bimbo che giocava a nascondino con i suoi compagni? Da una signora che ci sbatteva contro la sua ramazza per pulirla?

Grandi alberi sono nati all’interno di questi bareghi (ruderi) e hanno distrutto intere pareti.

I Rovi si sono presi la briga di riattivare il DNA di quel terreno indebolendo così le strutture dell’uomo e la maggior parte dei tetti sono crollati mostrando grosse travi di legno che sembrano in bilico.

Mi faccio largo in mezzo a quella vegetazione e salgo scalini tra le case.

Dove una volta c’erano finestre ora ci sono semplici aperture dalle quali i raggi del sole non faticano ad entrare.

Avrete notato che vi ho nominato il sole già diverse volte e adesso vi spiego il perchè.

Una delle cose che più mi ha rapita, pur conoscendo bene l’intelligenza dei miei predecessori, è proprio osservare come i borghi venivano costruiti in base alla presenza della Grande Stella.

Prima e dopo l’abitato di Drondo il bosco è fitto e la strada curva verso fondovalle costeggiando il rio.

Tutto è ombroso, umido… alte rocce delineano il passaggio di piccole cascatelle, il ghiaccio in certi punti persiste… ma non qui a Drondo, non qui dove sorgono le case che vengono baciate dai raggi del sole per lungo tempo durante la giornata.

Eh… mica stupidi i nostri avi!

Continuo a salire tra quelle rovine e giungo a quella che era la costruzione più importante di un’intera borgata: il Forno.

E’ piccolo ma splendido. Realizzato con mattoni pieni e cemento.

Oggi alcune piante lo stanno ricoprendo ma lui continua ad esistere perfetto e intatto.

Salendo per la stradina che passa dietro a questo forno si possono raggiungere Drondo Superiore e Borniga mentre continuando per il sentiero si arriva sulle rive del Rio Infernetto.

Diversi terrazzamenti pianeggianti, un tempo coltivati, mi accolgono. Ci sono parecchi alberi anche qui. Le punte più tenere dei loro piccoli rami appaiono rosicchiate, probabilmente sono tanti i Caprioli che frequentano questo paradiso.

Oltrepassando quelli che erano gli orti di Drondo giungo al rio e alzando gli occhi al cielo posso ammirare le alte falesie della mia Valle. Sono spettacolari e abitate da numerosi Camosci.

Avanzo ancora e, dopo essere scesa, adesso risalgo. Mi guardo intorno, sono nel bel mezzo di un territorio incredibilmente selvaggio. Il Gerbonte si staglia davanti a me, ci sono delle grotte tra le rocce nude e poi ginestre, foglie dorate, sassi bianchi.

Starei qui per ore ma, per oggi, il mio topotour è giunto al termine. Devo far ritorno in tana.

Girandomi per tornare posso vedere Creppo. Da qui non l’avevo mai visto. E’ bellissimo. Una manciata di case sul crinale di una montagna.

Non è lontano. Posso raggiungerlo in poco tempo.

E allora, con un goccio di dispiacere, lascio questo luogo antico e disabitato ma ancora pieno di vita. Una vita sottile da percepire.

Grazie Drondo per le belle emozioni che mi hai regalato nonostante il silenzio (assai apprezzato) che ti avvolge.

Però voi adesso non restate fermi a fare i patetici, dovete prepararvi per la prossima passeggiata che percorreremo a breve.

Su su! Forza… andate a sistemarvi che arrivo e partiamo!

Squit!

Storia e Natura a Bric Castellaccio

La mia Valle è ricca di rocche…. di spunzoni rocciosi, enormi, che si ergono verso il cielo.

Rendono il territorio che vivo più ricco, meno banale, e sono spesso luoghi che permettono di godere di panorami mozzafiato. Non solo… è molto interessante considerare anche il nome che li identifica perché questo, di solito, è dato da avvenimenti o leggende appartenenti al passato che raccontano molto dei fatti accaduti in Valle.

Quello che voglio farvi conoscere oggi si chiama Bric Castellaccio.

Si tratta di un dente roccioso che si innalza tra le montagne che circondano il paese di Realdo, nella parte alta della Valle Argentina. Il nome “Bric Castellaccio” mi porta automaticamente indietro nel tempo e conoscendo le mie zone e il loro passato non faccio fatica a immaginare, a causa di questo termine, la presenza di un Castellaro in epoche lontane.

Muoviamoci allora! Andiamo insieme a vedere cosa mostra e proviamo ad ascoltare cosa può raccontare. Seguitemi attentamente!

Partirò da Borniga (1.300 mt s.l.m.) un bellissimo e minuscolo centro abitato soprannominato da me “il Presepe della Valle Argentina”. Siamo quindi ben sopra Realdo e raggiungeremo il Bric andando in discesa.

Le sue dimore, tutte in pietra, rendono questo borgo davvero fiabesco e la pace regna sovrana. Non sono molti i residenti ma, anche Borniga, come diverse frazioni di questa parte di Liguria, si sta ripopolando e soprattutto è abitata e frequentata durante i week end e la bella stagione.

Dalla piazzetta della Chiesa, dove ad accogliermi è l’edicola di un Santo che non riconosco (sembra San Francesco) mi godo un po’ di quel salutare silenzio e poi mi dirigo a destra prendendo un sentiero che si palesa immediatamente davanti a me, tagliando terrazzamenti antichi.

E’ un sentiero aperto e, in questo periodo, si accende di un caldo colore dorato. Mi permette di camminare sull’erba soffice nonostante ci siano, qua e là, spolverate di brina che ghiacciano la vegetazione.

Mi conduce all’interno di una pineta dove trovo un’altra edicola, molto simile alla prima, dedicata a quello che sembra essere lo stesso Santo.

Appena uscita dal paese però immediatamente si è stagliato davanti a me il Monte Gerbonte (1.727 mt) in tutta la sua bellezza. E’ uno dei monti più vecchi e più selvaggi della Valle e, in autunno, offre un foliage impressionante.

Da qui posso già vedere il Bric che voglio raggiungere ma devo continuare.

Mi soffermo un attimo ad ammirare frazione Craviti o Cravetti. Una manciata di case appena prima di Borniga. Sembra volermi salutare.

Ora sono gli aghi dei Pini a farmi da tappeto e due insegne in legno mi permettono di scegliere la giusta direzione. Posso andare verso la zona del Pin salendo a destra o verso Creppo scendendo a sinistra.

Scelgo la via di Creppo per raggiungere Bric Castellaccio, una vista incredibile e una zona che ricorda l’Irlanda. Tra poco capirete il perché.

Ora il sentiero si apre di nuovo e posso godere dei tiepidi raggi di sole che mi scaldano. Attorno a me le Ginestre, non ancora fiorite, aprono un corridoio adatto davvero a tutti.

Nell’aria sento le grida di un Falco Pellegrino ma è troppo veloce e si nasconde dietro le tante falesie che mi circondano quindi non posso fotografarlo però posso rendermi conto di quanta natura ci sia qui. Infatti, oltre a lui, sento la presenza di Corvi, di Poiane, di Cince e se mi guardo attorno, posso notare immense distese di Timo e parecchi arbusti di Rosa Canina.

Ecco la vetta del Bric! Mi sto avvicinando. Mi guardo ancora un po’ attorno. Il panorama, sono ripetitiva, è entusiasmante. Laggiù ci sono i monti che conducono alla Val Nervia, confine della Valle Argentina, come il Monte Grai (2.013 mt).

Ciò che però mi incanta maggiormente sono “i Bastioni del Gerbonte”; due alte rocce a forma di parallelepipedo che, seppur lontane, mi attraggono ogni volta, da tempo, con il loro fascino che amo.

C’è anche qualcos’altro che attira il mio sguardo. Una grossa roccia sta per staccarsi, anzi… è del tutto staccata dalla rocca e non capisco quanto ancora possa restare sospesa in quel modo. Se mai dovesse cadere precipiterebbe nel vallone che, osservandolo, blocca il respiro. Sono davvero in alto ma tutto mi attrae.

Posso anche vedere delle cavità e delle grotte. Forse qui ci vivevano gli uomini primitivi.

Guardando quelle montagne attorno riconosco anche il sito dove esiste l’Arma della Gastea o Arma Mamela nella quale, un tempo, venivano seppelliti i defunti e lì, durante i nostri tempi più moderni, sono stati rinvenuti frammenti di oggetti dell’epoca, come pezzi di bronzo e conchiglie.

Mi trovo a Nord del Bric e, infatti, avvicinandomi a lui scopro ora un territorio completamente diverso da quello che ho visto finora.

Quell’ambiente più umido e ombroso si mostra ricoperto da un muschio verde sgargiante. Tanti alberi uniti tra loro, rocce che fuoriescono dal terreno e tutt’attorno c’è un’aria fresca che percorre le narici stuzzicandole.

Ecco perché vi ho detto che sembra di essere in una zona irlandese.

Qui la vegetazione è decisamente più fitta e può servire da ottimo nascondiglio per le creature del bosco.

Mi sembra persino di vedere un Druido camminare… e come si abbracciano certi rami!

Il silenzio protagonista chiede ulteriore silenzio.

Attraverso quelle grigie cortecce intravedo ancora la punta del Bric ma è davvero tutto molto selvatico.

Una zona completamente diversa da quella più a Sud.

Guardate. A Sud è tutto più arido.

Lo stesso Bric appare totalmente diverso. Mostra una facciata dura e spoglia, senza vegetazione. La pietra è chiara, severa, inaridita.

Sotto le mie zampe posso notare un’antica Sella interrata e cioè una struttura denominata Tholos con una conformazione simile a quella dei Nuraghi sardi, dei Trulli pugliesi o delle Casite dell’Istria. Si tratta di ripari di altri tempi.

Ecco un cenno di civiltà antiche e ritorno, con la mente, al nome “Castellaccio” che vi accennavo prima.

Mi giro verso Borniga.

E’ lassù che mi guarda e si affaccia sull’Alta Valle ma la cosa interessante è che posso notare anche un agglomerato di ruderi importanti. Non sono solo muretti a secco ma ci sono costruzioni, ormai divenute bareghi (ruderi), che appaiono proprio come vere abitazioni di moltissimi anni fa.

Si tratta di Borniga Sottana che è poi divenuta luogo di stalle e rifornimenti quando la Borniga esistente ancora oggi è stata costruita. Questa parte è stata poi abbandonata del tutto durante la prima metà del ‘900.

Tutto inizia a prendere forma. Facendo due più due posso stabilire di trovarmi su un sito archeologico importante e le notizie che cerco di scoprire non mi danno torto. Qui, infatti, sono avvenuti determinanti ritrovamenti e, come spiega anche l’Istituto dei Beni Culturali, mi trovo su un insediamento che ai ricercatori ha donato diversi ritrovamenti: una specie di macina, frammenti di ceramica e bronzo, vari manufatti, reperti di diverso genere, appartenenti probabilmente all’Epoca Romana e alla più antica Età del Bronzo.

Da questo punto così esposto, sul quale mi verrebbe da citare il titolo di un famoso film “Dove osano le Aquile”, riesco anche a vedere Bric dei Corvi ma di lui vi parlerò in un altro articolo.

Ora voglio restare ancora qui. In questa terra brigasca.

Qui dove i miei antenati coltivavano il Grano e raccoglievano Castagne, dove si occupavano di pastorizia (è nota infatti la Pecora Brigasca), dove realizzavano cumuli di fieno, dove nascevano le patate più buone di tutta la Valle.

Cari Topi voglio godermi questo paesaggio immortalandolo nei miei occhi per poterlo portare sempre con me.

E chissà quante cose ha ancora da dire. Per caso qualcuno di voi conosce il passato di questo splendido posto? Se vi và fatemelo sapere.

Io resto ancora qui, voi invece preparatevi per il prossimo tour perché vi porterò in un luogo davvero interessante.

Un affettuoso topobacio a voi!

Case Carmeli: un nido in Valle Argentina

Si ritorna a viaggiare per la mia splendida Valle e a scoprire luoghi magici dal profumo antico che affascina e lascia di stucco. Come ad essere in un’altra dimensione.

Sono incantata e non vedo l’ora di condividere con voi questa gioia. Non accadeva da tanto tempo, visto il mio lungo letargo… abbiate pazienza… però, ora, seguitemi perché un posto fiabesco vi attende per mostrarsi in tutta la sua umile ma attraente bellezza.

Un posto che non vi concederà di venir via tanto facilmente, vi terrà nel suo morbido abbraccio silenzioso e ricco di meraviglia.

Sotto la più nota Realdo, borgo caratteristico e assai suggestivo dell’Alta Valle Argentina, affacciato a strapiombo sulle falesie che incorniciano Rio Sant’Antonio, c’è una piccola frazione che non ha nulla da invidiare alle altre.

E’ circondata dalla pace e da Castagni secolari, da orti ben curati e al di sotto di lei scorrono le limpide acque del Torrente Argentina che ne ravviva l’anima.

Sono a Case Carmeli Topi! E oggi vi porto con me in un tour mozzafiato!

A circa 1.000 mt s.l.m., in un angolo appartato della mia Valle, sboccia un gruppetto di case prevalentemente in pietra, un tempo nido di parecchie persone che si dedicavano soprattutto alla raccolta delle castagne da vendere verso la costa.

Terrazze pianeggianti e pulite, abitate da grandi Castagni, circondano questo minuscolo paesino e accoglievano molti anni fa i mulini dove quei frutti venivano lavorati e trasformati in farina.

C’è persino un campo da bocce sotto l’ombra di questi alberi. Un campo da bocce come se ne vedono molti nei dintorni dei borghi della mia Valle.

Sgattaiolo sopra a quelle foglie che adesso, durante la fredda stagione, dopo essere cadute in autunno, scrocchiano sotto le mie zampe. Un terreno ben diverso da quello che poi troverò tra le dimore, realizzato in ciappe di ardesia come i tetti antichi che qui ancora sorgono.

Tra i terrazzamenti spunta un’edicola bianca dedicata alla Madonna che, negli anni, ha ricevuto diversi restauri. Il culto mariano, nella mia Valle, è sempre presente e mai viene dimenticato.

Man mano che mi avvicino al mucchietto di case sono ora gli orti con la terra arata e soffice ad accogliermi. Orti piccoli ma numerosi e importanti.

Sembrano sistemati da poco e, non so perchè, mi mettono allegria.

Queste piccole distese scure fanno capire che esiste, tutt’oggi, una quotidianità.

Ebbene, che ci crediate o no, da circa tre anni, a Case Carmeli vivono un’arzilla coppietta e un signore che hanno deciso di ripopolare questo luogo anche se, umilmente, raccontano di essere una quantità assai scarsa. Io invece ne sono felicissima e quel numero, considerato “povero” da loro, mi sembra già una ricchezza!

Fino a qualche anno fa, infatti, Carmeli era completamente disabitato. Le persone utilizzavano le loro seconde case solo in estate. E lo fanno ancora ma, oggi, qualcuno ci vive tutto l’anno e ha persino disposto delle – Case Vacanze – per accogliere eventuali ospiti.

Ora, come vi ho preannunciato prima, cammino su questa pavimentazione storica realizzata dalla mano di uomini che costruivano ogni cosa.

Se alzo il muso verso l’alto posso vedere case splendide, ancora ben curate. Verande, balconi e travi riempiono i miei occhi. E non mancano i messaggi di “Benvenuto” vicino alle porte d’ingresso. Qui, sono tutti cordiali.

Arrivati a Case Carmeli ad accogliervi saranno i padroni del paese e cioè gattini dall’espressione furba che lì vivono felici e liberi formando una simpaticissima gang. Sono abbastanza socievoli ma anche guardinghi e io, che sono un Topo, devo dire che apprezzo il loro osservarmi da lontano e avvicinarsi con estrema cautela.

A dire il vero, arrivando dalla stradina principale, comoda e asfaltata, la prima cosa che vedrete sarà una fontana in pietra, con una tettoia in legno.

Si tratta di una fontana dedicata a Edoardo Alberti, un anziano muratore della Valle Argentina, nato a Realdo e considerato una memoria storica.

Poi ecco lo svolgersi del borgo. Il sole lo bacia ovunque.

Illumina anche gli attrezzi per coltivare, le ringhiere che proteggono, le canne e i bastoni che servono nelle campagne.

Gli arnesi sono appoggiati ai muri. Alcuni sono arrugginiti mentre altri sembrano essere stati sempre usati. C’è davvero di tutto: seghe, rastrelli, imbuti, mestoli, vanghe, carriole…

Solo alcuni carruggi restano in ombra. Sono carruggi brevi, fatti di scale e antri.

Diverse porte in legno conducono a delle cantine.

Al posto della ringhiera, una grossa corda è utilizzata come scorrimano. Per non cadere. I gradini sono ripidi in effetti.

Troviamo ancora qualcosa dedicato alla Vergine Maria accompagnato da una frase assai conosciuta nel mio mondo: “Oh passegger che passi in questa via volgi lo sguardo a salutar Maria”.

A volte si legge anche: “Oh pellegrin che passi da ‘sta via, non ti scordar di salutar Maria”… il significato non cambia.

A Carmeli ci sono una piccola piazzetta, aiuole e vasi ovunque, staccionate e… i miei adorati monti tutt’intorno.

Al di sopra di quei tetti, laggiù in fondo, posso ben vedere, stagliati contro il cielo, la statua del Redentore e il Monte Saccarello che svettano sopra Verdeggia, ultimo paese della Valle Argentina.

Così vicina alle mie montagne, questa frazione, regala scorci davvero particolari e penso riesca a farlo in ogni stagione dell’anno essendo già bellissima in inverno, periodo dai colori più spenti e opachi.

Sulle rive del piccolo rio che costeggia Carmeli da un lato, cioè Rio Paves, la Natura è già desta e vispa pur essendo gennaio. Quei raggi luminosi rendono tutto più tiepido e piacevole.

Alcune Lucertoline corrono sulle pietre adesso calde e, con sorpresa, noto persino la presenza di qualche Cincia Bigia abbastanza rara da vedere.

Appare simpaticissima con il ventre bianco e tondo come una pallina e il caschetto nero sulla testa. Il suo “Tciùùùù”, che emette di continuo, mi fa alzare lo sguardo verso il cielo terso e sotto ai balconi degli edifici adiacenti al rio.

Chi alloggia qui ha davvero una splendida vista su un gran pezzo di Valle! Un panorama da invidia! Forse anche la Cincia, dall’alto dei rami spogli, si sta godendo questo spettacolo.

Decido di continuare a guardare meglio e più da vicino quelle case. Le viuzze sono poche ma permettono di raggiungere ogni abitazione.

Non ci vuole molto a girare per tutta la borgata ma sono diversi i punti in cui soffermarsi ad osservare, annusare e immaginare il passato.

Le scale non mancano e sono tutte circondate da erba e fiori che stanno nascendo per festeggiare, in largo anticipo, la primavera.

Intorno a Carmeli, infatti, ci sono già le Violette, la Veronica e tantissime Primule a regnare con il loro giallo che spicca tra quelle tinte marroni.

Queste Primule, nate qua e là, circondano anche il vecchio lavatoio. Oggi di acqua non ce n’è più nelle sue due vasche ma lui è ancora lì, in memoria di mestieri antichi che incuriosiscono.

L’acqua la si può comunque ottenere dalle varie fontanelle che ci sono sparse per il paese. Piccole ma molto caratteristiche.

Anche il lavatoio, raggiungibile grazie ad un breve sentiero, è circondato dai Castagni e da quelle terre silenziose.

Siamo molto vicini alle cave d’Ardesia dell’Alta Valle e la presenza di questa pietra protagonista è assai nota anche qui. I portali, le vie, i gradini, i tetti… tutto la esalta. La si può vedere grezza oppure lavorata.

In Valle è la Regina nera della Natura!

Alcune case hanno più di un piano e parecchie sono state restaurate anche se l’atmosfera è rimasta quella di un tempo.

La maggior parte delle volte sono stati utilizzati materiali naturali per i restauri, come la pietra e il legno. Questo fa sì che il borgo resti affascinante e riporti ai tempi dei nostri nonni.

Notare il fumo di una stufa uscire da un camino e sentire odore di legna nell’aria è stato poi un vero tocco magico che ha completato quella bellezza.

Tra quegli edifici si continua ad affacciarsi sulla Natura che è davvero vicina e sfiora i muretti a secco e le strade. Non solo le rocce severe ma anche i fitti boschi sono proprio a un passo dalle dimore.

Partendo dalla costa, in un’oretta scarsa, si giunge dove il tempo si è fermato.

Ritrovo persino la Lunaria, che qui abbonda. Quando ero ancora una cucciola, la mia Topononna la usava essiccata per abbellire la nostra tana e la chiamava “Le Monete del Papa”.

Non vorrei più andar via da qui ma so che ho ancora tanto da scoprire e tanto da scrivere sulla Valle Argentina quindi mi devo incamminare verso la via del ritorno.

Non perdo l’occasione di guardarmi ancora intorno, come a voler immagazzinare tutto nei miei ricordi e immortalare con lo sguardo quella meraviglia, oltre che con la mia fida macchina topografica.

Quelle case, quelle piccole finestrelle con le persiane in legno chiaro… è come se mi salutassero e mi dessero appuntamento alla prossima…

Persino una Poiana viene a dirmi << Arrivederci! >> volando quieta, sulla mia testa, nel cielo azzurro di questa indimenticabile giornata.

Case Carmeli è un posto che tornerò a frequentare perchè mi è davvero piaciuto molto. E anche salendo a Realdo, o a Verdeggia, o a Borniga non si può non fare una tappa qui.

Ci si passa proprio davanti!

Saluto questo luogo che mi ha accolta splendidamente e a voi prometto che ci vedremo presto per il prossimo tour!

Restate con gli scarponi nelle zampe mi raccomando!

Ciao Carmeli e… a presto Topi!

Squit!

Un Ponte per la Pace – in Terra Brigasca

Cari Topi,

forse non tutti sapete che, in Valle Argentina, due paesi, quelli più in alto, verso il confine con la Francia e il Piemonte, sono considerati – brigaschi -. In realtà sono tre perché bisogna tener conto anche di Borniga ma quelli più grandi e più abitati (seppur abbastanza solitari) sono Realdo e Verdeggia, belli e amati.

Alcuni storici dichiarano, però, che Verdeggia non appartenne mai alla cultura brigasca ma essendoci un po’ di disordine in questo mi sento di citare entrambe le versioni. Non dimentichiamoci che, a quanto pare, le radici sono comuni per entrambi i paesi ma, come ben sapete, io non sono uno storico bensì un’allieva sempre vogliosa di imparare.

Da quello che ho capito, la confusione nasce per il fatto che Realdo apparteneva a Briga, prima di passare a Triora nel 1947, mentre Verdeggia è sempre appartenuta a Triora.

Con diversi villaggi, non liguri, come Carnino, Piaggia, Briga e altri, formano l’ultima comunità di terre brigasche esistente. Una comunità assai unita un tempo, unita soprattutto da un linguaggio, il noto dialetto brigasco, diverso da altre parlate e che oggi, purtroppo, si va perdendo.

Si tratta di un dialetto definito “occitano” ma, anche qui, ci sono contrasti in quanto parecchi linguisti affermano che non ha nulla di occitano ma si tratta di un antico linguaggio ligure alpino.

Nonostante questa unione e le loro usanze, nonostante la loro cultura, apprezzata e portata avanti negli anni con orgoglio, si narra che, tra storie reali e qualche leggenda, Realdo e Verdeggia abbiano vissuto un tempo di litigi che li ha visti separarsi al punto da detestarsi come si conviene.

Pare che il tutto sia nato per una questione di terre e confini, in un tempo dove la terra era l’unica fonte di nutrimento e reddito, sia per quel che riguardava la coltivazione sia per i pascoli.

E allora potete ben immaginare cosa accadeva quando, ad esempio, una fanciulla di Realdo si innamorava, corrisposta, di un baldo giovane di Verdeggia. I due poverini potevano vedersi soltanto di nascosto, magari di notte, e magari tra quei boschi meravigliosi che circondano questi due borghi. Sono diversi, infatti, i sentieri che uniscono queste due frazioni passando tra la macchia più fitta.

Un astio che è andato avanti negli anni e, ancora oggi, tra lo scherzo e la realtà, pur avendo mentalità decisamente più aperte, c’è chi fa notare che se si elargisce qualcosa a Realdo, occorre darlo anche a Verdeggia, fosse anche solo un complimento. Me ne guardo bene, infatti, io, a scrivere apprezzamenti soltanto a uno dei due! (Sorrido…).

Stiamo parlando di due villaggi davvero particolari, simili tra loro ma anche assai differenti.

Mentre uno è arroccato e incastonato tra le falesie più severe dell’Alta Valle Argentina, mostrando un carattere rude e sprezzante del pericolo, l’altro si lascia abbracciare dal verde più intenso che c’è, attraverso i profili morbidi della sua personalità. Mentre uno appare impavido e solenne, sull’orlo di un dirupo profondo e brullo, l’altro mostra dolcezza e sensibilità adagiato su un letto smeraldino.

Non è assolutamente così. Le doti descritte le hanno entrambi ma, all’apparenza, sembra proprio di poter godere di tantissime qualità differenti accoppiandoli assieme. Non per niente, uno si chiama Realdo che deriva da “Re Alto” e il nome dice tutto, l’altro invece si chiama Verdeggia che deriva da “Verdeggiante” e, anche in questo caso, il nome è totalmente esplicito.

Per favore, state zitti e non dite assolutamente quale preferite dei due altrimenti succede un quarantotto!

E insomma che questi luoghi magici e storici han litigato dispensandosi screzi a vicenda per molto tempo e restando divisi anche nel loro essere più antico e tradizionale.

Restarono divisi fino al momento in cui decisero, per la gioia di tutta la Valle, di fare la pace. Questo momento fu talmente importante che si decise di far qualcosa per renderlo significativo e ricordato nei tempi a venire.

E cosa poteva esserci di meglio di un Ponte per rimarcare questo giorno solenne?

Ebbene sì, Topi, un vero Ponte venne realizzato proprio prima del bivio che conduce sia a Realdo che a Verdeggia continuando la strada principale in modo da attraversare il Torrente Argentina. A questa struttura venne ovviamente conferito il nome di “Ponte della Pace”. Mai nessun termine fu più adatto.

Come se non bastasse, proprio dal bivio, venne persino posizionato un grosso masso a reggere una targa in memoria del lieto evento. Una targa che recita così (vi traduco quello che è scritto in lingua originale):

Realdo e Verdeggia uniti da tradizioni, modi di fare e parlata a Briga, Morignole, Piaggia, Upega, Carnino e Viozene (sarebbero gli altri paesi brigaschi, non liguri, che vi citavo prima) in ricordo, al segno di Pace, nell’antica origine Occitana

Pensate quindi, questo momento, quanto fu significativo.

E che luogo stupendo è questo. Il Ponte, breve e diritto, vive tra una vegetazione florida.

Il grande masso è sempre circondato da tante Farfalline.

Se si alzano gli occhi al cielo si può vedere il Monte Saccarello che sovrasta Verdeggia e si nota anche la bellezza austera di Rocca Barbone.

E’ piacevole ritrovare con lo sguardo i monti dai quali siamo abituati a lasciarci abbracciare.

Questo Ponte, oggi asfaltato, passa sopra al torrente rigoglioso, giovane, dalle acque fresche e limpide.

La quiete del luogo è rotta proprio dal rumore delle sue cascatelle che però, naturalmente, non disturbano affatto, anzi… Al di sotto di questa struttura, si possono anche notare diverse pozze d’acqua che, placide, bagnano cespugli e massi chiari.

Il canto degli uccellini più piccoli è vivace mentre il volo delle Poiane che sorvolano questa zona è silenzioso e lento.

Lento come lo scorrere del tempo che qui non ha fretta. Sia Realdo che Verdeggia, infatti, sono due paesi dove è assai facile ritrovare il benessere, la serenità e la gioia per la vita e per la Natura. Siamo appena sopra i 1.000 mt s.l.m. e anche l’aria che si respira diventa complice di uno star bene totale.

E allora, insomma, che Pace fu. Tutti lieti quindi. Un avvenimento che appartiene alla storia della Valle Argentina e che dovevo assolutamente raccontarvi.

Qui, vicino al grande masso, c’è anche una panchina, quindi io mi siedo e mi riposo mandando un bacio pacioso a tutti. Mi sento molto mediatrice.

Non starò molto, ho da scrivere altri articoli sulla mia splendida Valle che, ogni giorno, da come vedete, mi regala sorprese e nuove cose da scoprire, perciò, riposatevi anche voi perché presto si parte per altre avventure.

Squit!

Il Melo Selvatico e un Panorama Mozzafiato

E continuiamo con i panorami mozzafiato che regala la mia Valle cari Topi.

Questa volta andremo in un luogo meraviglioso. Una piccolissima radura che spunta dal bosco e diventa un punto panoramico fantastico.

Andiamo nei pressi del Monte Gerbonte, introducendoci attraverso uno dei suoi più romantici e sontuosi accessi.

Dove, in questo periodo, la vegetazione è talmente florida che sembra quasi di essere in una giungla.

Abbiamo sorpassato il paese di Realdo e abbiamo proseguito oltre Borniga dirigendoci verso Collardente. In un tornante però, una piccola insegna di legno recita: – Monte Gerbonte – e sarà qui che lasciamo la topo-mobile per proseguire a piedi appropinquandoci all’interno della macchia.

La radura nella quale vi porterò a breve, la si apprezzerà ancora di più dopo aver scavalcato per molto tempo Felci esagerate, rami che sembrano chiome e grandi fiori in mezzo al nostro cammino.

Uno splendore assoluto ma dopo aver percorso questo tempo racchiusi nel verde come ad essere dentro un uovo, si apprezza anche la vastità dello sguardo che, a breve, potrà spaziare per tutta la Valle Argentina.

Sì, avete letto bene. Vedremo la splendida Valle in tutta la sua bellezza. Continuate a seguirmi.

Siamo all’inizio del “Sentiero degli Alberi Monumentali” o, detto anche, “Sentiero dei Parvaglioni” (da Parvaiui e cioè Fiocchi/Farfalle).

Siamo in mezzo ai Larici vecchi ed enormi che vi avevo descritto qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/05/10/sul-sentiero-parvaglione-attraversando-ruscelli/ e, tra noi, svolazzano appunto Farfalle dipinte di ogni colore posandosi di fiore in fiore.

Non hanno che l’imbarazzo della scelta.

Anche nella radura ce ne saranno molte e alcune si adageranno su di noi per annusarci.

Una radura magica. Qui volano intorno al Melo che si trova in questo spazio verde e, come un Re nel suo Regno, questo Melo governa tutto quel mondo guardandolo dall’alto. Se ne sta lì, solitario, unico nella sua specie. E quando è fiorito è meraviglioso.

Se ne sta lì nella pace di quel promontorio guardato da altre piante che lo circondano da distante.

Un sorbo e altri Larici.

Accanto al suo tronco, a terra, alti ciuffi d’erba nascondono l’arrivo delle grandi Formiche che lo vivono. Sono le padrone del Gerbonte e tutto, in quella foresta, appartiene a loro.

Sul bordo del dirupo, che mostra una meraviglia assoluta, una grande pietra piatta permette di sedersi e ammirare quel territorio infinito. Davanti a noi si staglia la Catena Montuosa del Saccarello. Tutti i miei monti sono lì, davanti a me.

Si vede bene la statua del Redentore che spicca contro l’azzurro e le altre montagne che sembrano di velluto in questa stagione.

Si vede bene il paese di Borniga, un piccolo borgo di pietra che dorme appisolato nella pace più assoluta dell’Alta Valle.

Di fianco posso vedere il Gerbonte e gli alti fusti degli alberi che lo ricoprono.

Stare seduti vicino a questo Melo è qualcosa di meraviglioso. I pensieri ci abbandonano e solo la meraviglia prende posto negli occhi e nel cuore.

Lui è sempre lì. Di giorno, di notte, in inverno, in estate. E osservarlo ogni volta significa comprendere tutte le stagioni che passano liete.

Per arrivare sin qui siamo passati attraverso Conifere particolari. Non ci sono solo i Larici ma anche gli Abeti: il Rosso e il Bianco.

Si possono notare diversi Licheni sulle cortecce di queste piante. Sono utili organismi che assicurano all’albero una continua idratazione. Alcuni, i più bisognosi, ne sono totalmente ricoperti.

Per chi non è abituato a camminare, questo percorso che non è lungo ma neanche brevissimo può richiedere qualche minuto di sosta, di tanto in tanto, ma posso assicurarvi che è fattibilissimo da chiunque, anche dai piccoli Topini e merita veramente se poi si arriva in questo spicchio aperto che regala cotanta meraviglia.

Volendo proseguire oltre la radura si arriva, da come avrete capito, fin sul Gerbonte ma per chi vuole passare una semplice domenica a contatto con la Natura, senza affaticarsi troppo, qui ha già trovato ciò che cercava.

Mentre camminate cercate di non far rumore. In diversi luoghi di questo bosco speciale vivono Caprioli e Camosci e vi potrebbe capitare di assistere a qualche lieto incontro.

Mentre, quando il cielo si apre dinnanzi a voi, sarà possibile ammirare i voli acrobatici di Poiane e Bianconi che lì vivono.

Cosa ne dite Topi?

Vi ho portato anche questa volta in un bel posto? Io dico di sì e allora vi auguro una buona permanenza in questo praticello che ha tanto da offrire.

Un saluto a tutti, alla prossima! Squit!

Alla Goletta dal Cristo Nero

Attraversiamo il noto ponte di Loreto, incredibile struttura architettonica sospesa della Valle Argentina, e ci dirigiamo verso la piccola borgata di Cetta. Qui, per questa strada, la natura è rigogliosa e tende a fare capolino per la via.

Prima di giungere alla frazione che vi ho nominato possiamo vedere, sulla nostra destra, salendo, un piccolo spazio erboso e l’inizio di un sentiero segnalato.

Le classiche indicazioni di legno che arricchiscono la Valle si trovano anche qui, mostrando, ben evidenti diversi nomi di luoghi.

Si tratta di un sentiero che si inoltra nell’ombra e viene immediatamente voglia di vedere dove può portare.

Vi avevo già parlato di questo percorso in mezzo al bosco qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/04/25/da-loreto-al-colle-belenda-tra-castagni-e-betulle/ ma, quella volta, vi portai fin su a Colle Belenda mentre oggi andremo alla Goletta. Cioè ci fermeremo prima, andando a curiosare cosa propone la balconata di rocce che troveremo e che si affaccia sull’Alta Valle.

Una piccola Lucertola sonnecchiante ci osserva da una catasta di legna. Un riparo per lei, comodo e caldo, ma noi si va avanti verso quella che sembra essere una bellissima casa in mezzo al verde con un bel prato davanti.

Da qui, non sarà difficile essere anche seguiti da un piccolo gregge di Capre (quando sono presenti) le quali, curiose e instancabili, decidono di passeggiare assieme a noi.

Il bosco si fa sempre più fitto e, tra le chiome dei primi alberi, è possibile scorgere immagini di Triora che sembrano delle cartoline.

Gli alberi di cui vi sto parlando sono soprattutto dei Castagni ma non sono Castagni normali. Sono enormi, secolari, antichi, saggi. Meravigliosi.

Quella via continua in salita passando tra di loro come un serpente che si muove a zig zag. Non è faticosa ma la si può definire già una “bella passeggiata” per chi vuole farsi un’escursione degna di essere nominata tale. Una passeggiata che porta anche a Case Goeta (Case Goletta) che potete sempre vedere nell’altro articolo.

Si tratta di un pugno di ruderi, un tempo abitati, che oggi, bui e vetusti, sono diventati nidi ideali di Chirotteri, Serpi e Topolini. Insomma, sono assieme a tanti amici.

Continuiamo a salire dove la macchia diventa ancora più buia e, con il verde cupo del muschio, ricopre ogni cosa. Questi angoli si trovano dentro a delle piccole gole profonde del bosco, luoghi che offrono anche rii freschi dalle acque smeraldine.

Il loro gocciolio è l’unico rumore che tiene compagnia.

Proprio vicino ad una di queste piccole cascatelle d’acqua possiamo notare una diramazione indicata da un altro cartello di legno sul quale c’è scritto “Il Grande Castagno” del quale invece vi raccontai in questo post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/10/12/gli-insegnamenti-del-grande-castagno/

Essendoci già stati proseguiamo dritti dove ora quella natura maestosa si dirada lasciandosi maggiormente baciare dal sole e mutando. Dalle piante grandi e alte passiamo agli arbusti profumati e più adatti a rocce aspre come il Timo e la Lavanda sui quali Api e Farfalle svolazzano libere e leggere.

Siamo passati dall’oscurità alla luce, una sensazione bellissima.

Alcune rocce fanno da ringhiera ma attenzione a sporgersi, potrebbe essere pericoloso anche se bellissimo. La vista che infatti offrono è meravigliosa. Un panorama che lascia senza parole.

Possiamo vedere bene il Monte Grai con il suo rifugio incastonato quasi sulla sua vetta e, sotto di lui, il Monte Gerbonte che manifesta le tinte più forti dei suoi Larici monumentali.

Possiamo vedere anche il paese di Creppo, più in basso, sulla strada, e anche quello di Bregalla, più in alto, sui monti, con le sue belle e ordinate coltivazioni tutto intorno.

Sembrano delle righe disegnate su quella alta collina.

Davanti a noi, la parte più alta della mia splendida Valle si lascia ammirare in tutta la sua bellezza.

Queste rocce si trovano su un abisso vertiginoso che scende tantissimo mostrando pietraie amate dai Camosci e tanta flora, esagerata, giù in basso la quale offre habitat a parecchi animali selvatici.

Per questo, a sorvolare su quegli alberi laggiù in fondo, è spesso possibile notare rapaci come Poiane e Bianconi pronti a individuare una preda da poter mangiare.

I perimetri delle falesie attorno a noi sono frastagliati. Sopra a quella verde morbidezza ci sono le rocche più pungenti e questo connubio fa di quel tutto uno splendore.

Al centro di questa specie di terrazzo naturale, chiamato appunto la Goletta, in quanto si affaccia su una grande gola, l’uomo ha posizionato la piccola statua di un Cristo color dell’ebano come a proteggere qualsiasi viandante che passa di lì.

Questo Gesù da’ la schiena al vasto panorama, essendo girato con il viso verso il sentiero che abbiamo percorso, proprio come ad accogliere colui che giunge. Il suo colore scuro spicca in mezzo al giallo dell’Iperico che qui cresce generosamente brillando sotto al sole.

Siamo in alto e il silenzio è tutto da godere. La pace, la vista… che luogo incredibile!

Da come avrete capito dagli altri articoli, da qui, volendo proseguire, si può arrivare a Colle Belenda ma anche a Colle Melosa e si cammina sempre in mezzo alla meraviglia.

Io però adesso me ne sto un po’ qua a godere di tanta estasi e, nel mentre, penserò al prossimo articolo da scrivere per voi.

Vi mando un bacio panoramico… sarà il centesimo bacio panoramico che vi mando. Ulteriore dimostrazione che, da tanti punti, la Valle Argentina, offre viste mozzafiato.

Alla prossima!

Dai Cubi al Garezzo sul manto nevoso

Con il termine “I Cubi”, in Valle Argentina, si intende la zona dal Passo della Guardia fornita di panche e tavoli atti a ricevere persone che hanno voglia di fare un bel pic nic godendo di un’atmosfera meravigliosa, immerse totalmente nella natura.

In questo periodo però è difficile poter godere di queste comodità, essendo ch’esse sono completamente ricoperte dalla neve.

Si prosegue pertanto, sopra a quel manto bianco, soffice e luccicante.

Si prosegue fino al Colle del Garezzo arrivando al Ciottu de e Giaie (Ciotto dei Torrenti).

Sembra di essere dentro ad una di quelle palle di vetro piene d’acqua, omini e puntini di polistirolo che si muovono dolci, se si scrolla quella sfera trasparente.

I rumori sono ovattati e sopra ogni cosa regna lei: la candida Signora.

Tutto ha un altro aspetto. Nuovo. Dalle sfumature cangianti.

I fruscii dei pezzi di neve ghiacciata che cadono dai rami diventano tonfi sordi al suolo.

Alcuni fili d’erba sono completamente immersi nel ghiaccio e, assieme all’acqua divenuta solida, formano strane figure bizzarre. Anche le gocce che cascano dai profili rocciosi sono adesso stalattiti fredde.

Rocca Barbone sembra il teatro di una fiaba. Il suo cappello è bianco e la severa falesia che la distingue appare ora ancora più aspra, colorata da quel grigio scura che risalta maggiormente.

Ancora pochi passi, percorro gli stessi metri fatti dai Camosci prima di me e posso godere di un panorama mozzafiato.

In primo piano vedo il Monte Pellegrino, meno imbiancato rispetto alle montagne alle quali do la schiena e, dietro di lui, si staglia davanti ad un mare color oro e azzurro Monte Bignone, solo e snello.

Zampetto per quella strada innevata senza sentire alcuna fatica, è tutto così bello che mi sento leggera come un piccolo insetto.

Il sole, prima dell’arrivo della foschia, scalda e brucia la mia coda ma è gradevole lasciarsi baciare da lui a quelle temperature.

Tutto è assolutamente bianco attorno a me. Alcuni riflessi azzurri delineano strane forme a terra.

Cumuli formati da neve, erba e vento sembrano il suolo di un altro pianeta e si immaginano extra-terrestri avanzare. Invece no, è sempre la mia splendida Valle Argentina che sa regalare scenari incantevoli e ogni volta diversi.

Sopra la mia testa volano indaffarati tantissimi Corvi Imperiali e Gracchi Alpini.

Sono così numerosi che mi par strano, tra loro, distinguere anche una coppia di aquile che subito si allontana.

Sono vivaci, forse affamati. Totalmente neri eppure riflettono così tanto la luce della Grande Stella da sembrar color argento.

Mi rendo conto di essere circondata anche da diversi Camosci.

Le mamme con i loro piccoli hanno formato un gruppetto che, tranquillo, si gode il sole su un prato bianco.

Alcuni invece passeggiano alla ricerca di cibo.

Altri ancora sbucano curiosi e un po’ impauriti dalle rocce e dai cespugli spogli mostrando a malapena il muso. 

E poi c’è chi sceglie comode postazioni per un riposino in totale relax, senza voler essere disturbato da nessuno. Davanti a me, intanto, si apre un nuovo scenario.

Il Poggio di Goina sovrastato da U Zimun (il Cimone) candido e tondo.

Dietro di loro, alla mia sinistra, lo splendore è dato da Alpi Liguri alle quali sono molto affezionata. Il noto Passo della Mezzaluna, completamente avvolto dal mantello immacolato, racchiuso tra Cima Donzella e Cima Arborea e, poco oltre quest’ultimo monte, l’adorato Carmo dei Brocchi. Alto, possente, austero e bianco anch’esso.

In mezzo al Passo svetta con un piglio di simpatica superbia persino Pizzo Penna.

Di fronte a me, dopo il Monte Faudo, una distesa azzurra e brillante indica il mare ed è impressionante vederlo da qui, stando con le zampe in mezzo alla neve, su questi alti monti.

Ora sono sotto al Monte Frontè.

Posso vedere la Madonna ricoperta dai fiocchi gelidi. Un forte contrasto con tutti quei pennuti neri, come il carbone, che le volano attorno.

Alcuni punti di questo tragitto possono risultare pericolosi in questo periodo dell’anno. Piccole o grandi slavine possono cogliere di sorpresa e alcuni pezzi di roccia possono spaccarsi e cadere nel vuoto. Occorre quindi evitare di stare sotto agli speroni di roccia e portarsi dove gli ambienti si aprono mostrando un territorio che gli occhi faticano a credere vero da tanto che è bello.

Le zampe scendono in quell’ovatta di 20 o 30 centimetri ed è bene avere un’attrezzatura adatta come scarponi e pantaloni impermeabili e ghette.

Si potrebbe anche ciaspolare ma non è così alta, ci si cammina dentro tranquillamente.

Le zampe fanno nuovi movimenti. È ovviamente diverso avanzare su questo terreno, meno stabile rispetto a quello estivo, ma è comunque piacevole.

Noto che anche il Gallo Forcello, del quale vedo le orme, la pensa come me. Dev’essersi divertito qua.

Era da parecchio che non vedevo il Colle del Garezzo con questo abito.

La neve, la vera protagonista, è bellissima, e riesce a far risplendere ulteriormente un mondo che già trovo affascinante di per sé.

Spero sia piaciuto anche a voi in questa sua nuova veste, così vi saluto sapendo di lasciarvi una graziosa visione.

Ma le mie avventure con la bianca Signora non sono finite qui. Aspettatemi perché ve ne racconterò e mostrerò delle altre.

Per adesso vi mando un bacio candido e vi aspetto per sgattaiolare ancora, assieme a voi, in diversi palcoscenici gelidi ma affascinanti della mia Valle.

Dal Pin a Creppo seguendo Rio Infernetto

Rio Infernetto è un ruscello che rotola giù per il Monte Gerbonte andandosi poi ad unire con il Torrente Argentina nei pressi di Drondo, antico e minuscolo abitato di un tempo, nei dintorni di Creppo.

Oggi percorriamo più o meno la sua strada, incontrandolo di tanto in tanto sul nostro cammino, ma costantemente accompagnati dalla sua voce vivace.
Decidiamo infatti di vivere il Gerbonte e i suoi magnifici boschi andando in discesa, verso valle, partendo dal Pin, località dell’Alta Valle Argentina situata sopra Borniga, per arrivare fino al paese di Creppo vicino al ponte di Loreto.
Ci serviranno circa due ore di cammino o anche di più se si è appassionati, come me, di fotografia e di osservazione.
Si inizia questo meraviglioso percorso da un sentiero scavato tra le rocce nude dove la vegetazione, accanto alle nostre zampe, scarseggia.
Un sentiero che vi avevo fatto conoscere qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/05/15/alla-conquista-del-monte-gerbonte/ e che, come ripeto, è adatto a chi è esperto vista la mancata protezione a valle, il profondo dirupo sul quale sorge e il suo essere molto stretto in alcuni punti.
Un sentiero un po’ ostico ma preludio di un bosco fatato che diventa, a metà percorso, una via comoda, pianeggiante, larga e morbida. È la via che ci condurrà a destinazione.
Si esce, pertanto, dai bastioni rocciosi – porte imponenti di questo castello incantato – che prima abbiamo visto dall’alto e adesso invece attraversiamo, e ci si inoltra in un bosco vissuto soprattutto da faggi incredibilmente grandi e contorti, bizzarri, fiabeschi.
I loro tronchi assumono varie forme e ci si chiede come abbiano potuto addirittura dividersi per poi riunirsi in quello che è più di un abbraccio eterno. Attraverso loro si possono facilmente immaginare figure, cose, mondi… mondi impenetrabili ma che ci concedono il passaggio come se fossimo dei prescelti. Non sto esagerando, ci si sente davvero fortunati e tutta quella maestosità, nella quiete di quel creato, permette di sentirsi particolarmente appagati e felici.
Guardandosi indietro si vede il territorio più brullo che abbiamo oltrepassato e, da qui, sembra più florido potendo vedere di lui anche la parte retrostante sopra Borniga, l’incantevole villaggio.
Rimanendo su questa comoda strada si scorgono anche prati all’ombra di faggi più giovani e di noccioli.
Risulta ovvio immaginare Caprioli brucare quel verde vivo nascosti tra i rami e l’erba alta. All’imbrunire, in quelle radure così magiche, sono certa che qualche strega arriva a danzare attorno a quegli alberi connettendosi a Madre Natura.
Caprioli però non ne ho visti, in compenso, non mi sono mancati i simpatici Camosci che, con il loro sguardo languido e il muso un po’ inclinato, osservano incuriositi mantenendo la distanza.
Anche più varietà di fiori iniziano a fare capolino e, tra questi, la pigra Lavanda che ancora non ne vuol sapere di sbocciare la si nota con il suo verde spento e argenteo. Il Timo, invece, tronfio e pomposo, si presenta vittorioso e lilla sulle pietre aride.
Solo il muschio si presenta ovunque, nemmeno fosse prezzemolo. Le sue mille sfumature ricoprono come arazzi di velluto la strada, le rocce e il legno degli alberi.
Continuando a scendere, ogni curva riserva una sorpresa. Ogni tornate si apre su un palcoscenico diverso da quello precedente: la pietraia, la brughiera, la gola di ginestre, la distesa d’erba, la macchia più fitta.
Tra queste pietre, d’estate, non manca certo la presenza di alcuni rettili. Da una di queste aperture si vedono bene Creppo e il ponte di Loreto. Così piccini da quassù! Abbiamo ancora tanto da camminare.
Più in giù, quando si giunge al ponte di Drondo e alla fine di Rio Infernetto, che qui forma un piccolo lago stupendo, un tempo vidi persino una biscia d’acqua spaparanzata sopra ad uno scoglio.
Oggi invece sono i gerridi a mostrarsi allegri, piccoli ragni d’acqua molto presenti lungo tutto il Torrente Argentina.
Prima di arrivare all’acqua, però, si passa attraverso i ruderi di Case Costa, una borgata che assieme a Case Drondo e Case Bruzzi formava piccolissime frazioni attorno al paese nostra meta.
Come ho detto, ora sono solo ruderi e muri a secco ma trasformano il paesaggio ulteriormente.
Il ponte che ci permette di attraversare quello che è diventato il Torrente Argentina, nel quale Rio Infernetto si unisce, è piccolo e in pietra. Bellissimo. Intimo.
Circondato da un verde che più verde non si può. Accanto a lui una piccola edicola contenente la statua di una Madonnina e, da qui, inizia un altro ombroso sentiero, classificato “sentiero n°9”, più breve di quello che abbiamo appena percorso, questa volta in salita, ed è spettacolare.
Spettacolare perché si passa sotto a Castagni secolari enormi. Magnifici. Si sente il desiderio di inchinarsi al loro cospetto. Sembrano dei Re immobili che, silenziosi, osservano il procedere di quella vita naturale.
La loro grandezza ti fa sentire piccino ma sanno di buono e di saggezza.
Dopo aver preso un po’ di sole, scendendo, ora ci stiamo rinfrescando sotto la loro larga chioma. L’ambiente appare più cupo e umido.
Solo qualche sprazzo di giallo lo colora e ancora si sente il cantare dell’acqua che fin qui ci ha accompagnato.
Adesso va via, verso fine Valle, mentre noi saliamo ancora raggiungendo l’asfalto, Creppo e la topomobile. Soddisfatti e pieni di energia.
Ho appena vissuto un’altra avventura splendida.
Un bacio secolare a voi!