Caserme, guerre e cannoni… a Cima Marta

L’aria è sempre frizzantina qui, vi conviene coprirvi bene per salire fin quassù, ma ne vale la pena.

Oggi, oltre a farvi vedere un luogo meraviglioso della mia Valle, uno dei Valli Alpini più importanti e conosciuti della Liguria di Ponente (e non solo), vi porto anche a visitare delle costruzioni molto particolari. Forse sarebbe più corretto dire che ve ne mostrerò i resti, perché si tratta di fortificazioni utilizzate durante la Seconda Guerra Mondiale. Alcuni studiosi affermano, con ragione, che molte pietre erano già state posizione nel ‘700, durante la Prima Rivoluzione Francese. In quel periodo, infatti, qui vennero costruite le ridotte difensive austriache e piemontesi che videro combattere i nostri contro i francesi. Sono in tanti a chiamarle “Le Caserme Settecentesche”.

Ci troviamo nel silenzio più assoluto. A regnare è il verde sconfinato dei pascoli incontaminati. Siamo a 2138 mt s.l.m., sul confine tra l’Alta Valle Argentina e la Valle Roja, la prima valle francese. Siamo a Nord del Monte Pietravecchia, in mezzo alle Alpi del Marguareis, piene di fiori e di marmotte.

Le pareti delle Caserme sono fredde e umide, le pietre sono a tratti ricoperte di cemento. E’ facile trovare la neve, nonostante la primavera avanzata, soprattutto dove i muri di questi vecchi edifici creano un’ombra che non permette al sole di baciare l’erba che vuole nascere a nuova vita.

Qui, quando il tempo è bigio, c’è foschia e tutto si circonda di un’atmosfera stranissima, quasi surreale; sembra di essere dentro un film di suspense in bianco e nero. L’assenza di rumori è assordante e piccole, minuscole goccioline accarezzano il muso, anche se non le vediamo.

Come potete osservare, oggi è un po’ nuvoloso, ma la bruma è assente, e meno male, altrimenti non avrei potuto immortalarvi queste antiche bellezze.

Tali costruzioni sono sparpagliate un po’ ovunque sulle mie Alpi. Partendo da Colle Melosa, sia percorrendo il Sentiero degli Alpini, sia rimanendo sulla strada principale sterrata, si possono notare diversi edifici di questo tipo. Alcuni, più in basso, sono contornati da un ambiente più roccioso e dalle creste tra le quali passa la strada percorribile come un grande serpente tra le montagne. Siamo sull’Alta Via dei Monti Liguri.

Si può percorrere a piedi o in auto, purché sia una macchina adatta a terreni disconnessi. Attenzione, perché in certi punti si  fa davvero stretta ed è priva di protezione a valle, quindi vi consiglio di optare per le quattro ruote solo se siete esperti guidatori. La strada e tutti i sentieri che potete vedere sono di origine militare.

Ma torniamo alle caserme. Più in alto, come vi dicevo, queste costruzioni antiche godono della compagnia di ampi prati, distese erbose contornate solo dal cielo.

Sono pochi i caseggiati dotati ancora di tetto, forse sono quelli più recenti, e hanno al loro interno cianfrusaglie e rimasugli, gli avanzi di bisbocce tra amici o di pernottamenti che hanno poco di occasionale, forse addirittura abusivi. Certi rifugi servono anche da alpeggi ai pastori che portano qui il loro bestiame a pascolare durante la bella stagione.

Si possono riconoscere le parti adibite alle camerate: una serie di finestre ha lasciato spazio ad aperture quadrate, in fila e tutte uguali.

Il panorama di cui si può godere da qui è sempre magnifico. Volgendo lo sguardo in basso si abbraccia con la vista tutta la Valle, i centri abitati sembrano nugoli di formiche, visti dall’alto. Intorno a questo luogo, poi, c’è una corona di alte vette, si vede il Saccarello, ma non solo: possiamo  godere anche delle alture francesi, tra le quali spicca il Monte Bego (2.872 m s.l.m.), famoso per le sue incisioni rupestri che ogni anno raccoglie un gran numero di visitatori. E poi, in giornate particolarmente terse e limpide (non oggi, quindi) si può vedere il mare, la sua distesa blu all’orizzonte, insieme al profilo della lontana Corsica. Non scherzo, topi: è la verità! L’ambiente cambia velocemente, quando è accarezzato dallo sguardo: le conifere digradano in radure ed erbaggi, e i massi grigi delle caserme si stagliano contro il cielo.

La batteria più importante fu costruita verso la fine del 1800. Aveva una funzione prettamente difensiva, si nota dalla vicinanza di queste fortificazioni, che si fanno anche più numerose. Questo convoglio militare aveva a disposizione diversi cannoni, probabilmente quattro per batteria, che puntavano verso il territorio francese. Giunti a questo punto, capirete come questa non sia solo una semplice e splendida escursione, ma anche un inestimabile viaggio nel nostro passato intriso di storia e vicende.

Io non appartengo al Genio Militare, ma gli edifici dei Balconi di Marta, se non erro, furono costruiti a scopo di sicurezza. Il nemico andava abbattuto incrociando i fuochi con altre batterie posizionate strategicamente su altre alture. I cannoni, però, non erano le uniche armi. Molte strutture erano dotate di feritoie, attraverso le quali partivano veloci e senza pietà i proiettili delle mitragliatrici. Persino alcuni carri armati svolgevano il loro lavoro.

Qui, proprio dove sto fotografando, è stato versato tanto sangue, sapete? Gli attacchi erano frequenti e cruenti. Si ricorda quello dell’aprile del 1794, quando i francesi assaltarono in gran numero.

Questo luogo nasconde bellezze anche dal punto di vista faunistico. Non sarà una grande novità, ma è un grande piacere per me darvi questa notizia. Pare, infatti, che in questo territorio siano state trovate tracce di Lupo. Finalmente! La mia Valle un tempo ne era piena, ma col passare degli anni e a causa dell’uomo il Lupo ha finito per essere una figura assai rara tra le mie montagne. Oggi, in diverse zone, tra le quali proprio Cima Marta, Monte Grai e Colle Bertrand, che per bellezza potrebbero essere paragonate alle Dolomiti, è tornato il predatore per eccellenza. Qui è a casa sua, aggiungerei.

Insomma, che dire? Vi è piaciuto questo tour? La storia non è esattamente una fiaba per topini, ma è la realtà, accaduta proprio qui, dove sto zampettando in questo momento. Mi ha fatto piacere rendervi partecipi di tanti ricordi e della meraviglia offerta da una delle zone più belle dell’entroterra ligure.

Vi aspetto per la prossima passeggiata. Squit!

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Caino e Abele nella Valle Argentina

Questa è la storia (vera) di due fratelli che vissero in Valle Argentina, precisamente nei pressi del borgo di Loreto, verso la fine dell’800 e i primi anni del ‘900.

I due fratelli, il cognome dei quali iniziava per L. ma non posso svelarlo del tutto, vivevano in due case di pietra in uno dei punti più rocciosi della Valle. Siamo in Alta Valle, oltre Triora e poco prima di Realdo, dove le lisce e alte pareti di roccia oggi permettono scalate a chi ama arrampicarsi.

Non c’era terra e le loro dimore erano state costruite su dei costoni che si affacciavano sul torrente.

Uno dei due, il più anziano, coltivava un piccolo pezzo di terra davanti a casa. Un appezzamento molto prezioso, in quanto di terra, in quel punto lì, non ce n’era per niente.

Un giorno, il fratello più giovane, passando vicino alla campagna del maggiore, permise alla propria capra di divorare un cavolo di quell’orto e questo fece arrabbiare così tanto il più grande che prese una grossa pietra e la scagliò contro il fratello più piccolo e irrispettoso, colpendolo proprio alla testa. Non lo uccise, ma si fece ugualmente circa otto anni di duro carcere. Una volta uscito di galera, tornò in quella casa e rivide il fratello. Per niente soddisfatto e ancora pieno di rancore, questa volta gli tirò una badilata sul viso, ma lo ferì solamente a un labbro e quindi non venne messo in gattabuia.

Viene subito da pensare che questo fratello maggiore fosse davvero una persona cattiva, violenta e rancorosa, ma io, senza giustificare né giudicare nessuno, vorrei porre l’attenzione su qualcosa che forse sfugge ai più, ma che riguarda tutta la mia Valle.

Partiamo dal presupposto che non si fa del male a nessuno, così evito eventuali incomprensioni. Come già sapete, sono contro la violenza di qualsiasi tipo e verso chiunque, però una cosa che al giorno d’oggi non riusciamo più a comprendere è l’immensa ed estenuante fatica che un tempo, soprattutto in certe zone della mia Valle e di tutta la Liguria, si compiva nel cercare di creare spazi pianeggianti atti alla coltivazione per evitare di morire di fame. La Liguria è una regione morfologicamente molto difficile da coltivare. La Valle Argentina è culla, inoltre, del monte più alto di tutta la regione (il Saccarello, 2.201 mt). Questo indica come la mia sia una Valle che, in pochi chilometri, dal mare giunge ad alte vette, quindi potete capire come sia aspra e scoscesa, seppure bellissima. Durante la costruzione di terrazzamenti e muri a secco, per creare le famose “terrazze liguri”, strisce di terreno nelle quali seminare ortaggi e grano, si faticava assai. Cumuli di terra e grosse pietre pesanti venivano trainati con sforzi disumani, in salita, per chilometri e chilometri o a braccia o con l’aiuto di muli che, spesso, sfiniti anch’essi, dovevano fermarsi a riposare. Una volta trasportato tutto il materiale in alto con sangue e sudore, si iniziava il lavoro: si disboscava o si spaccavano rocce e falesie (a mano!), si scavava, e non c’erano di certo le ruspe, si  ergevano muri e poi si procedeva al riempimento con la terra che veniva poi battuta e smistata (sempre a mano!).

Ora, nonostante con questa spiegazione sia impossibile concepire veramente la fatica di quegli uomini, potete credermi se vi dico che ogni dono della terra, nato in quelle sottili strisce, era un tesoro dal valore inestimabile che permetteva il sostentamento.

Questo, lo ribadisco, non vuole giustificare l’atto del fratello maggiore, ma, proprio da chi è sangue del mio sangue, io non mi aspetterei un gesto così poco rispettoso come quello di far mangiare il mio cavolo a una capra che aveva ettari interi di bosco e brughiera nei quali sfamarsi.

Il gesto del fratello più grande, ripetuto poi attraverso la vanga, è sicuramente imperdonabile, ma non badiamo a lui per un attimo. L’importante, secondo me, è osservare con gli occhi dell’ammirazione e dello stupore quello che, oggi, nella Valle, ci circonda.

Quando notiamo le nostre montagne e le nostre colline trasformate in enormi gradini, soffermiamoci a pensare alla portata del lavoro di gente che ha sfamato anche i nostri nonni e i nostri padri. Se ci pensate bene, guardando questo territorio, ha davvero dell’incredibile.

Un caro saluto, Pigmy.

Il Cerchio delle Streghe: Mistero in Valle Argentina

Ecco. Lo vedete nell’immagine quel cerchio sul prato? IMG-20150626-WA0003No, non si tratta dei classici “cerchi nel grano” che tanto hanno fatto discutere la popolazione a livello mondiale. In questo cerchio, se riuscite a notare bene, la circonferenza non è designata dalla mancanza d’erba, bensì è come se la stessa erba fosse nata sfoggiando un altro lato di sè oppure ancora, proprio formando un perfetto circolo, sia nata un’ altra erba che ha creato questo disegno geometrico. Cerchio_delle_streghe1Un’alone piacevole di mistero e magia. Siamo nell’Alta Valle Argentina ma, il luogo preciso, tramite le ricerche che ho condotto sul web, mi suggeriscono di non rivelarlo per non creare una sorta di mito che causerebbe l’arrivo di folle probabilmente poi incriminabili di inquinamento e disturbo della quiete di questo luogo meraviglioso dove flora e fauna vivono in perfetta armonia ogni giorno. Gli abitanti del luogo inoltre, preferiscono fare gli indifferenti sul caso e non è certo mio volere usurpare la loro intimità. Questo perchè riguardo a questo cerchio sospetto, si sono venute ovviamente a creare delle leggende e delle storie che come spesso accade non si sa mai quanto possano essere vere. Ma affascinanti si, su questo non c’è dubbio. Innanzi tutto, a codesta figura, già è stato dato un nome arcano e suggestivo. “Il Cerchio delle Streghe” si chiama e, nome migliore, non potevano scegliere per la mia valle che ha come protagonista il paese di Triora conosciuto come la Salem d’Italia. Parrebbe che questo cerchio, abbia il diametro di una dozzina di metri. Mi sembrano tanti per come l’ho visto io ma non sono all’altezza di dare una valida misurazione e inoltre ero abbastanza lontana in un sentiero stupendo e panoramico. Ora, potrete ben capire come sia assolutamente interdetta la zona interna, anche se solo moralmente, in quanto, le Streghe, con le loro persecuzioni, potrebbero compiere nuovi atti malvagi nei confronti della popolazione. Le credenze continuano a vivere ma, su sanremonews, il ricercatore Vittorio Stoinich, racconta che la tradizione è sempre viva nel cuore della Valle. Perciò, quando si sente dire che un pastore, che ha voluto sfidare il potere delle nostre Bazue (streghe), dopo aver messo il piede all’interno del cerchio per raccogliere il fieno, si è ritrovato con le pecore che producevano il latte rosso come il sangue anzichè candido come sempre, tutti si sta zitti e ci si fa cullare da questa sorta di affascinante racconto che rapisce gli animi. E anche la mia Valle quindi, come se già non le bastassero tutte le varie storie di Wicca e stregonerie che vivono da anni nel suo cuore, vuole avere il suo primato. E attenzione; questo cerchio pare non essere l’unico nella Valle Argentina. Ne scoprirò altri? Lo saprete nelle prossime puntate amici! Sgattaiolo immediatamente sui monti come un piccolo segugio! Baci e…. non fatene parola con nessuno!

photo – la seconda immagine appartiene a sanremonews ed è stata scattata da Vittorio Stoinich

Il contatto con la Natura: da Passo della Guardia alla Galleria del Garezzo

Valle Argentina? No. Alta Valle Argentina! Uno dei luoghi più belli della mia valle e, questa volta, si va a piedi per poter apprezzare ancora di più la fantastica e sorprendente natura che ci circonda. IMG-20150626-WA0004Eh… invidia, invidia… dov’è che vi ho portato l’ultima volta? Ah, si! Al mare! Ricordate?! L’acqua limpida, la sabbia calda… si, si… e invece dove siamo adesso? Arriveremo quasi a 1.800 metri s.l.m.! 😀 non arrabbiatevi, seguitemi piuttosto. E ripeto: a piedi! Se per quasi un anno sono dovuta stare ferma, ora mi rifaccio completamente. Il panorama è suggestivo e il luogo surreale. IMG-20150626-WA0003La felicità pura, dovete credermi. Una meraviglia davvero per gli occhi, per la mente, per il cuore. Si lascia la macchina dopo il paese di Triora, appena finisce l’asfalto, e si passa sotto ad una pineta ombrosa che possiede un’atmosfera incredibile. Sembra magica. A tratti, i Pini e gli Abeti si mescolano ai Noccioli che formano boschi interi. A bordo strada, le fragoline di bosco sono numerosissime e si possono fare grandi scorpacciate. Che bello vedere questi puntini rossi tra il verde acceso delle foglie!WP_20150626_001 Ce n’erano tantissime ma ne abbiamo mangiate poche per non portarne via troppe. Ogni volta che vi capita di raccogliere qualcosa in un bosco usate sempre cestini e non sacchetti di plastica e ogni tanto scrollateli in modo che le spore, cadendo, possano dar vita a nuovi frutti. A proposito, portatevi dietro tanta acqua mi raccomando, perchè da qui in poi, se volete fare il mio stesso percorso, l’unica fontanella che trovate non possiede acqua potabile. Si cammina fino al famoso bivio. WP_20150626_007E’ il bivio che porta, a sinistra, a Colle Melosa e a destra invece, dove dobbiamo andare noi, a Monesi e poi al Monte Saccarello. Lo vedrete, non potrete sbagliarvi. Infatti giriamo a destra. Siamo in un punto importante della mia valle. Qui, Piemontesi e Francesi hanno combattuto a lungo per conquistare questi luoghi. WP_20150626_010Per questi sentieri, nell’anno 1794, si è sparso il sangue di molti uomini.  Siamo vicini al sentiero dei Flysch termine svizzero che indica formazioni di roccia complesse costituite prevalentemente da arenarie fini con intercalazioni di siltoso. WP_20150626_008Si possono toccare, sono calde. Alla vista invece austere e possenti. Inutile descrivervi la pace. Ma quanto via vai per gli animaletti durante le ore mattutine! Farfalle, api, calabroni, tafani, uccellini, tutti a ronzare, tutti a cinguettare, tutti a lavorare. Gli insetti si cullano di fiore in fiore. Quanti colori! Solo di margherite ne ho visto di tre tinte diverse: bianche, gialle e viola. Mi è persino capitato di vedere un Sempervivum fiorito, nato spontaneo tra le rocce, con meravigliose sfumature rosa acceso. WP_20150626_002Per ora siamo a circa 1650 metri s.l.m. ma dobbiamo salire ancora. Così tanto che, se una nuvola ricopre il sole, l’aria si fa così frizzantina da obbligarti a indossare la felpa. Il bosco ormai lo abbiamo abbandonato e tutto intorno a noi è ancora più roccioso intorno ma, la strada è sempre sterrata. Ci massaggia i piedi.WP_20150626_003Piano, piano gli alberi si fermano per lasciare posto ai prati e le varie tonalità di verde disegnano ambienti mozzafiato. Nel naso entrano i profumi della Lavanda, una Lavanda più blu di quella che nasce più a valle, del Timo e dell’Origano. E c’è la Melissa, il Sedum Muntano, la Ginestra e il Dragoncello. E ci sono cascate di fiori bianchi incantevoli su tutti i massi nudi pronti ad accogliere le aquile.WP_20150626_012 Speravamo di vederne almeno una ma sarà per la prossima volta. Siamo in uno dei tanti e antichi percorsi denominati “la Via del Sale” dove passavano infatti i mercanti a commerciare il sale a piedi o con i muli. WP_20150626_017Siamo sul confine tra Liguria e Piemonte, tra la provincia di Cuneo e quella di Imperia e, vicinissima a noi, c’è la Francia con le Alpi che si smistano nei vari territori. Sentieri duri per gente tosta. Per esseri che riescono a farcela sempre. Anche la flora è così tenace. Guardate questa piccola piantina di Lavanda dov’è nata. WP_20150626_018Nel bel mezzo di una pietra posizionata per proteggere dal dirupo. Una passeggiata splendida che insegna anche molto se si sa osservare e ascoltare. Mi auguro sia piaciuta anche a voi così come a me.WP_20150626_009Per oggi ci fermiamo, un’altra volta, oltrepasseremo il tunnel e vi porterò nei pascoli verdi. Alla prossima quindi. Un bacione a tutti.

Il cuore della Valle

Se ieri vi ho mostrato la dolcezza di Bregalla e l’armonia del contesto che la circonda, oggi voglio farvi vedere su cosa si affaccia il paesino del quale vi ho parlato.

Dalla sua culla di monti si vede la parte più aspra e più austera, il cuore imperioso e risoluto della mia Valle. Le nude falesie hanno dimensioni mastodontiche, cadono a strapiombo sul torrente. Laggiù c’è un ponte, quello di Loreto, e sopra di esso troneggia il Colle Ventusu . Siamo a 700 metri circa sul livello del mare.

Gli alberi ricominciano a vestire le rocce come ogni anno, rendendo questa gola ancora più cupa. È come se ordinasse ai passanti il rispetto che merita. La strada, le piante, le casupole, i santuari, tutto è così piccolo da far sembrare queste montagne ancora più gigantesche. Gli uccelli sono pochi, ma di notevoli dimensioni; sono per lo più rapaci, li si può osservare mentre girano in tondo puntando la preda.

Lo scroscio dell’acqua che scende dai massi è perpetuo, il fiume è gelido in ogni stagione.

Il cielo qui è di un azzurro intenso, non inquinato dalle città, e l’aria è così pura da far quasi pungere il naso. Il vento fa suonare il suo soffio impetuoso sbattendo contro le pareti di roccia.

Se non li conosci, questi monti sembrano guardiani spietati. Lo scorrere del fiume risuona contro le rocce e solo gli appassionati di mountain bike, arrampicata, alpinismo, trovano il coraggio di sfidarle. A seconda delle stagioni e dei momenti della giornata, il sole scalda di più o non riesce nemmeno a penetrare nella gola profonda. Anche la primavera fa fatica ad arrivare. Il silenzio e il letargo invernale non vogliono abbandonare questi luoghi. Prima, nei villaggi più in basso, c’erano i fiorellini, i germogli e l’insetto che se ne cibava, ora, in questa zona che è considerata già Alta Valle Argentina, la presenza preponderante è quella delle poiane, dei lupi, degli allocchi.

Il profilo delle montagne si staglia contro il cielo. A bloccare la strada è il Monte Saccarello, là dove finisce la Valle Agentina e cominciano la Francia e il Piemonte. Le ombre dei rilievi montuosi si proiettano nella gola, là dove il ghiacci persiste fino a stagione inoltrata.

Guardando da qui questo mondo, mi sento minuta al cospetto della Natura, ma sono sazia: non ho bisogno di nulla. Sembra di riuscire a toccare questa atmosfera, non solo vederla. Mi avvolge come una calda coperta e mi sento serena, mi dona un senso di protezione.

Quanti mondi diversi mi offre, questa ruga del pianeta! E ogni giorno è sempre più bella.

Un abbraccio innamorato dalla vostra Pigmy.

M.

Il Ponte e la Natura

Uno spettacolare ponte e una meravigliosa natura; oggi andiamo a Loreto, nella Valla Argentina, dopo il Comune più conosciuto, Triora.

Siamo già nella parte più alta della valle. Ad accoglierci, una natura padrona.

Ciò che più ci colpisce, dopo aver percorso pochi chilometri dal paese delle streghe, è un ponte altissimo che ci lascia senza fiato.

Con tutte le architetture, militari e religiose della zona, questa viene definita: civile.

Stiamo parlando di un ponte tra i più alti d’Italia. Un ponte da vertigini, vi basti pensare che è una delle sedi preferite per il bungee jumping e, per tuffarsi da lui, arrivano da tutta Europa.

E’ stato costruito nel 1959 ed è alto 112 metri.

Quello che affascina, guardando il torrente Argentina sotto di lui, è l’aspra gola che lo circonda. Il ponte di Loreto infatti congiunge due monti, uno percorso dalla strada che abbiamo appena fatto e che porta a località come: Verdeggia, Realdo, Creppo e Brigalla, mentre, attraversando il ponte, si possono raggiungere la frazione di Cetta, i Colli Belenda e Melosa e Case Goeta.

Siamo a 642 metri d’altitudine, il fresco ci punge il viso e l’aria sa di pulito, non si percepiscono odori particolari. Sono gli occhi qui ad avere la meglio.

Il ponte stesso, offre un panorama spettacolare; le grigie rupi vengono ricoperte solo nella loro parte inferiore da una vegetazione ricca, alpina e colorata.

Siamo in una zona dove la natura mostra ogni lato del suo splendore. I numerosi uccellini che popolano questo luogo, cinguettano agitati.

L’autunno, regala scenari bellissimi. Le verdi distese sono, di tanto in tanto, sporcate da tocchi di rosso o arancio o giallo. Sembra la tavolozza di un pittore che, con il suo pennello, ha tinteggiato solo qua e là.

Nonostante la giornata umida, e direi freddina, questi colori donano un senso di calore accesi come il fuoco.

Allo stesso tempo però, in determinati punti,  la natura sembra avere poca pietà. E’ lei a comandare, è lei la padrona. Così come il torrente che, laggiù in fondo, scende impetuoso, allo stesso modo i boschi, sono ripidi o scoscesi, le falesie invece, aspre e ruvide.

Le macchie di selva si possono percorrere soltanto arrampicandosi o scivolando verso il centro della terra tra filari di alberi a non finire.

Sono loro che, insieme all’azzurro del cielo, circondano e incorniciano le pareti rocciose, alte, maestose, superbe. E’ qui infatti che possiamo addirittura trovare una palestra di arrampicata, la più usata e più famosa nella zona. Queste rupi, per gli appassionati, sono l’ideale.

Dai boschi e dai sentieri, mulattiere ricoperte di foglie morte, cadute a terra stropicciate, permettono di scendere nel torrente. Quasi ghiacciato in questo periodo e, ahimè, triste culla di molti che hanno usato il ponte per porre fine alla loro vita.

Quanta disperazione per gettarsi in quel vuoto infinito, per toccare così violentemente quello scrosciar d’acqua limpida. Le targhe degli amici, in ricordo di chi ha eseguito quel balzo come ultimo gesto, sono tante. Ognuna ha il suo posto sul ponte e nessuno le toglierà mai. Targhe in pietra, in marmo, in metallo ma tutte tristi e melanconiche.

Ultimamente hanno rialzato le ringhiere del ponte che aveva ormai preso i comprensibili nomignoli di “ponte dei suicidi” o “ponte della morte”. Queste modifiche l’hanno reso meno affascinate ma ovviamente più sicuro. Barriere in ferro, alte 2,50 metri, per ora, non hanno più permesso al ponte di essere palcoscenico di atti tragici.

Accanto al letto del fiume, la natura cambia ancora, spariscono le alte piante per lasciare spazio ad arbusti più bassi o magri alberelli. Bacche blu, corbezzoli rossi, maturi.

Qui siamo nel centro della valle, ci sentiamo come dentro al suo cuore ed è come sentirlo battere. Sopra di noi il ponte. Visto da qui sembra sottile, fragile.

Intorno a noi tante grotte. Le falesie, scavate dall’acqua, hanno permesso agli uomini preistorici, durante gli ultimi quaranta milioni di anni, di popolare questa zona della Valle Argentina. Molti ripari e cavità testimoniano la presenza dell’uomo soprattutto nel III millennio a. C. Non si tratta di villaggi grandi o stabili ma rifugi momentanei, di breve permanenza.

Nella cava di pietra, sotto la chiesetta di Loreto, sono stati trovati utensili e armi appartenenti all’Età del Rame. Sono infatti bicchieri vaseiformi, o vasi con la tipica forma a campana, o ancora metalli e oggetti usati per la battaglia, la caccia, la difesa, a farci capire che si trattava probabilmente di un popolo guerriero. Un popolo che ha permesso i contatti tra la valle e il mondo esterno. Queste grotte sono fredde, umide, l’unico rumore che ci accompagna è un gocciolio quasi metallico.

Le rocce cambiano colore, dall’argento scuro diventano via via, a scendere, color dell’avorio, in certi punti addirittura ocra. Qualche timido fiore, prova a metter le sue radici e a guardarlo fa tenerezza, sembra appeso e aggrappato con tutta la sua forza.

Troviamo del muschio, sodo, cupo. Andrà sicuramente a trovare posto in qualche presepe che, tra pochi giorni, in molti, inizieranno a preparare.

Costeggiando il fiume verso Nord e risalendo sulla strada ci troviamo immersi in una zona che pare tropicale. Continuando, raggiungiamo Creppo, la piccola frazione subito dopo e, in seguito, attraversando un piccolo ponticello dai parapetti tremolanti e sottili, continueremo in un tour verso l’Alta Valle, tratto magnifico di questa zona montana.

Da qui, perdiamo di vista l’imponente cima, Madame della zona che, nella sua austerità, non ci saluta nemmeno, se ne sta lì, impassibile, dai secoli dei secoli. Nuda, si lascia accarezzare dalla foschia.

Uno squit vertiginoso. Vostra Pigmy.

M.

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