La sposa fantasma di Agaggio

Giorni fa mi trovavo vicino alla radura nella quale abita Nonna Desia. Non tutti la conoscete, ma è una nonnina speciale, una lastra di nera ardesia conficcata nel bel mezzo di uno spiazzo contornato da alberi chissà da quanto e chissà da chi. E, come ogni nonna, ha sempre molte storie da raccontare, alcune antichissime.

Nel vedermi arrivare, le rughe della sua superficie si distesero:

«Oh, ratin! La mia Pruni! Sei proprio tu? Da cantu tempu ca nu te veggu! Ti te sei faita ciù grande, eh! (Da quant’è che non ti vedo! Sei cresciuta, eh?»

Che volete farci? Nonna Desia è fatta così, come ogni dolce anziano dimentica che sono cresciuta già da un po’, ma non glielo do a vedere: «Sì, sono io, nonna! Ho gironzolato tanto in questi mesi e la tua radura era sempre piena zeppa di neve. Finalmente posso venirti a trovare senza congelarmi le zampe e i baffi. Hai sentito qualche storia interessante, di recente?» le domandai, sedendomi di fronte a lei sbucciando delle fave e gustandole con piacere.

«Oh, sì! Una storia davvero spaventosa. Ma non sono sicura che sia stato di recente… è un racconto un po’ datato… cumma sun mì (come me)»

«Allora avanti, nonna. Ti ascolto!» la esortai.

Si schiarì la voce antica e iniziò a raccontare.

Agaggio Valle Argentina

«A ghea ina vota (C’era una volta) una signora di nome Anna. Suo padre era agaggìn (di Agaggio), sua madre di Triora. Anna crebbe nell’antica casa appartenuta alla sua famiglia, ai Casoni, e, proprio come me, raccontava sempre delle storie ai suoi nipoti che andavano a stare da lei per le vacanze. Non c’era la televisione, ad Agaggio, e così i topini ascoltavano rapiti i suoi racconti spaventosi.»

«Ah, quindi non parliamo di tempi lontanissimi! Sono fatti recenti, quelli che mi stai raccontando» la interruppi.

«Cu ti vœi ca ne sacce, belu ratin, nu so cose ditte. E aù? Dund’a l’è ca l’eu restà? Ti mai faitu scurdà tütu… (Che vuoi che ne sappia, topina, non ti so dire. E ora? Dov’ero rimasta? Mi hai fatto scordare…)»

La aiutai a ritrovare il bandolo del discorso e Nonna Desia riprese: «A Cuumbea (la Colombera), la casa di Agaggio di Anna, si trova a mezza costa, sotto la Rocca della Croce. E’ un luogo isolato, dietro un castagneto, e la circondano fasce coltivate e ulivi. Sotto la Cuumbea c’è ancora oggi una fontana che somiglia molto a una grotta. Ratin, oggi non funziona più… Cuscì i man diitu, mi a sun chì, a nu possu bugiamme, ti u sai (così mi hanno detto, perché io son qui, non posso muovermi, lo sai). Quella fontana è stata riempita di pietre e Anna sapeva perché…»

orto Agaggio

Nonna Desia fece una pausa lunga, spingendomi a chiederle: «Be’? Perché era stata riempita di pietre?».

«In mumentu, ratin! Mi a nu me regordu! (Un attimo, topina! Non mi ricordo!)»

Santa Ratta! Volevo sapere come finiva la storia… Proprio quando iniziavo a disperare, Nonna Desia sussultò: «Sì, ecco! Anna aveva un antenato. U l’ea (era) di Marsiglia, ma la città era ancora italiana, e si trasferì ad Agaggio con la sua famiglia. Aù a nu me regordu cumme u se ciamasse, ma u g’ajeva ina fia zuena (non mi ricordo come si chiamava, ma aveva una figlia giovane), promessa a un ragazzo di Marsiglia. Era molto innamorata del suo futuro sposo, tanto da respirare solo in funzione del matrimonio che si sarebbe svolto a breve. Soffriva della lontananza, bela garsunetta, và… (bella figlioletta, va’) ma il suo promesso gli assicurò che non appena si fosse trasferito ad Agaggio, si sarebbero svolte le nozze. Passò tanto, tanto tempo, ma del giovane non vi era traccia. Dopo anni, giunse infine una lettera dal futuro sposo, ma ahimé le novità che portava non furono rosee. Infatti, scriveva di essersi innamorato di un’altra donna, con la quale nel frattempo era convolato a nozze. Il giuramento fatto alla zuena agaggìn, dunque, fu spezzato e con esso il cuore della fanciulla.»

bouquet

«Oh, che storia triste mi racconti, nonna!»

«Stà brava prima ca me scordu a parte ciù impurtante! A nu l’è miga finia chì! (Fai silenzio, prima che mi scordi la parte più importante, non è finita qui)» mi rimproverò bonaria, poi continuò. «La ragazza cadde in depressione, come c’era da aspettarsi, ma non si limitò a chiudersi nella sua disperazione. Una notte di plenilunio abbandonò la casa paterna e si lasciò cadere nel pozzo, dove annegò con il suo dolore. Pora garsunna! E poru pae! Me pà ancua de sentinne i cianti! (Povera figlia! E povero padre! Mi pare di sentirne i pianti) In famiglia impazzirono a cercare la poverina e, quando la trovarono annegata, videro che aveva indosso il caro abito da sposa che si era cucita lei stessa con amore e cura infiniti. Tutto il paese fu turbato da quella tragica vicenda e il padre fece prosciugare il pozzo e lo riempì di pietre: non ci sarebbe stata acqua, e quindi vita, in un luogo che era stato cornice di morte.»

«Terribile, davvero! Ma… e Anna?» domandai con un filo di voce.

storie fantasmi

«Anna ha detto di aver visto una volta il fantasma della sposa infelice. Appare nelle notti di luna piena e se ne sta lì, in piedi davanti al pozzo, col volto coperto dal velo candido. Anche suo padre e suo nonno hanno visto lo spettro.»

«Brrr! Questa storia mi ha messo i brividi, Nonna.»

«Quale storia?»

Strabuzzai gli occhi: «Quella che mi hai appena raccontato!»

«Io? Ma se hai parlato solo tu finora! Ah, ratin, ti te deverti a famme i schersi? (Ah, topina, ti diverti a farmi gli scherzi?)»

E così, topi miei, Nonna Desia ha presto scordato la storia di Anna e dei suoi antenati, ma io no e la racconto a voi come testimonianza spettrale della mia Valle. E’ stata Vale a raccontarla a Nonna Desia e, grazie a lei, ora la conoscete anche voi.

Un bacio da brivido a tutti.

 

1, 2, 3… Cetta!

Cetta è così, topi: un gruppetto di casette deliziose, così tanto da non averne mai abbastanza di tanta bellezza… E allora si va avanti e camminando si scopre che c’è una seconda Cetta, e poi una terza, e forse anche una quarta, una quinta…

Cetta

Un tempo ognuna di queste borgate rispondeva a un nome tutto suo, soprannomi che oggi si perdono un po’ nella memoria dei più anziani e di coloro che sono già scomparsi. Riecheggiano tra i muri di pietra, alcuni segnalati ancora da cartelli, come a voler ricordare questa dolce distinzione. Rielli, Cetta, Bacin, Poggio, Patatee, Fundu, Chiesa… così pare si chiamassero questi minuscoli centri abitati uniti dal bandolo di una stradina bianca di cemento.

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E tra uno scrigno di pietra e l’altro troviamo spazi aperti, mentre la stradina costeggia ora un vecchio lavatoio, ora una minuscola cappella, ora un’area giochi per i più piccini.

Cetta è così, non c’è niente da fare: bisogna gustarsela un sorso alla volta, pian piano, con la curiosità negli occhi di chi segue quella strada e non sa cosa troverà alla prossima curva, ma desidera vedere fin dove arriva, fin dove porta.

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Un luogo magico come molti della mia Valle, ma qui sono tanti i cartelli che ce lo annunciano senza pudore alcuno.

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Ci sono angolini curati, tenuti con un amore che si percepisce, nonostante non ci sia nessuno nei dintorni e le finestre siano tutte sprangate dalle persiane.

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Piccoli giardinetti dal gusto inconfondibilmente artistico costellano l’intero gomitolo di case, ci sono fiori dai colori sgargianti anche adesso che è inverno e la neve è scesa a ricoprire col suo candore i monti dei dintorni di Cetta.

Ci sono piante grasse a ogni angolo e ogni giardinetto ha il suo tratto distintivo, come accade anche con le case. Si nota la cura, si percepisce l’affetto.

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Trapela dai campanelli che assumono forma di ranocchi o di altre bestioline, dalle decorazioni con materiali di riciclo, trasuda dalle tende di pizzo alle finestre, che paiono merletti di brina.

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Siamo a 774 metri sul livello del mare, a due chilometri circa da Triora, di cui questa frazione fa parte. Sotto di noi scorre giocondo il Rio Grognardo, affluente dell’Argentina, tra gole strette e sinuose. Sopra di noi, invece, svettano i monti di Colle Langan, tutto è natura qui, tutto è pace e silenzio.

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Solo il vento osa parlare in certe giornate e gli rispondono i cardini cigolanti di vecchie finestre affacciate sul vuoto, i campanelli tintinnanti degli scacciapensieri appesi alle tettoie e il fruscio delle fronde ormai spoglie.

Ma qualcuno osa mostrarsi, persino in giornate gelide e taglienti come quella che vi mostro in queste foto. Son i gatti del paese, che ci accolgono come amici di vecchia data e ci accompagnano facendoci da veri Ciceroni, pretendendo in cambio di comparire in ogni scatto, e io li accontento.

E non ci sono solo loro, che come guardiani osservano dai punti più alti e strategici il nostro passaggio. Tanti sono i merli, affaccendati a procurarsi il cibo, e con loro le ghiandaie e altri piccoli pennuti che becchettano ovunque, alla ricerca di cibo per sopravvivere all’inverno rigido.

fringuello

Là, nei pressi della chiesetta, c’è una casa con le imposte e la porta d’ingresso tinte di azzurro. Rimango un po’ a guardarla, con il suo volto pallido.

porte azzurre partigiani - cetta

La colorazione turchese era un segno distintivo importante, nella mia Valle, in tempo di guerra. Indicava, infatti, tramite un codice sconosciuto al nemico, che in quella casa i Partigiani erano ben accolti. Quante cose hanno visto, queste pietre! Quante storie raccontano ancora…

E proprio lì, accanto alla chiesa e di fronte alla casa, c’è una parete di roccia sulla quale si aggrappano con tenacia alcune piante. E subito, all’istante, trovo l’analogia tra di essa e la mia terra, una terra aspra e all’apparenza ostile sulla quale riescono a mettere radici le piante più tenaci: gli uomini che per tanto l’hanno abitata, amata, coltivata.

Cetta è così, topi: un tuffo tra il verde del bosco e l’azzurro del cielo che ispira poesia. Ve ne parlerò ancora, la nostra gita non finisce qui, ma per oggi è tutto.

Un poetico squit a tutti!

Messaggi per noi da Madre Natura

Topi, voi siete fortunati, lo sapete?

E lo siete anche tanto, perché avete una topina che vi aiuta a interpretare il mondo come altrimenti, forse, non riuscireste a fare!

Per esempio, lo sapete che la Natura può parlarvi in diversi modi? Ecco, lo sapevo. Devo spiegarvi tutto come al solito. Santa Ratta, che pazienza devo avere! Ah, ma vi voglio bene. Sì, ve ne voglio proprio tanto, ecco perché sono qui a picchiettare le zampe sulla tastiera per voi!

Ditemi un po’: vi è mai capitato di vedere cuori disegnati da foglie abbandonate sull’asfalto, da giochi di ombre tra le rocce? E vi siete mai accorti di trovare piume in modi e posti insoliti? Ecco. Zac! Beccati! Ma scommetto che non vi sarete mai chiesti il perché, o che non siate sicuri di interpretare questi segni nel modo giusto, ma non preoccupatevi: c’è qui la vostra Prunocciola, che possiede il vocabolario giusto per voi.

Ah, la Natura… che madre meravigliosa per noi creature che popoliamo la Terra e questo angolino di Universo! Non lascia mai nulla al caso, pensa sempre a tutto, proprio come una vera, premurosa mamma. La forma di una chiocciola, per esempio, è perfetta, così come la fisionomia di altri animali e delle piante. Ogni cosa ha il proprio perché, lo sapete. E questi simboli che lei lascia in giro per noi non possono essere da meno.

Sono segnali importanti da cogliere, veri e propri messaggi per noi, e solo per noi! Ma ci pensate? Oh, guardate che non vi racconto musse, eh! Che già li sento, i più scettici. Ve l’ho dimostrato altre volte che dico la verità, per cui non perdete il filo del discorso e state a sentire quel che ho da dirvi.

I cuori… che grande messaggio! C’è chi li trova ovunque. A me è capitato di trovarne sui pomodori maturi baciati dal sole, nella ruggine del lavandino, persino in una nocciola rosicchiata dal mio amico Scoiattolo… guardate coi vostri occhi, topo-Tommaso che non siete altro.

C’è un’energia che lega ogni cosa vivente e non, i nativi americani la conoscevano col nome di Grande Spirito, e un po’ mi piace chiamarla così anche io. Perché è davvero una grande energia che si trova in ogni cosa esistente, come un fiume invisibile nel quale ognuno di noi è immerso.

Ed è questo fiume, con la nostra diretta partecipazione, a far capitare tra le nostre zampe i messaggi giusti per noi in un momento specifico.

I cuori, per esempio, portano questo messaggio: “Sei pieno/a d’Amore.” Bellissimo, vero? chi vede spesso queste forme, significa che sa donarlo agli altri e a se stesso senza aspettarsi nulla in cambio, con generosità. E la Natura ce lo mostra così, mettendocelo “su un piatto d’argento” perché noi lo notiamo.

C’è una regola di comunicazione importante in questo fiume d’energia di cui facciamo parte: tutto torna indietro amplificato, sia il bene che il male. Non è superstizione, topi, ma una legge della fisica quantistica, se proprio volete saperlo. Oh, come siete antipatici oggi.

E poi, vi è capitato di trovare sorrisi? La mia topo-amica li ha trovati! Sfornando una torta, si è accorta che aveva una crepa a forma di sorriso. E sapete cosa significa questo messaggio? “Dentro di te c’è molta Gioia”. Oh, sì! Una gioia contagiosa capace di arrivare ovunque, come i raggi dorati del sole!

C’è anche chi trova piume in ogni dove, se le vede spuntare tra le zampe nei momenti più disparati. Per queste è più difficile trovare il significato, perché c’è chi dà importanza anche ai colori e all’uccello che se ne è liberato, ma in generale posso dirvi che la piuma ricopre il corpo dei volatili, svolgendo dunque una funzione protettiva.

piuma

Per questo motivo uno dei tanti messaggi che la piuma ha per voi è il seguente: “Non avere paura, sei protetto/a”. Bello, eh? Ma non finisce qui. Le piume sono fondamentali per il volo, e questo significa che anche voi, in un certo senso, state volando: verso la libertà, verso una crescita personale. Trovare una piuma è come un incoraggiamento a fare sempre meglio, con entusiasmo.

Dovete però anche fare attenzione agli animaletti che si avvicinano a voi sia grandi che piccini!

Vedete… queste creature si muovono solo attraverso l’energia. Non pensano come noi. Lavorano con altri sensi molto più importanti e sottili. Quindi, quando un animale vi viene accanto, o addirittura su una zampa, è come se foste stati scelti come prediletti per lui in quel momento. Anche il loro giungere a voi è un segno perchè un buon movimento di frequenze energetiche e, gli animali, hanno sempre e solo frequenze d’amore anche quando a noi pare vogliano farci del male. Per loro non esiste il “male” inteso dall’essere umano e quindi è tutta purezza.

Allora, topi, avete imparato qualcosa di nuovo oggi?

Io vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo.

Un bacio affettuoso a tutti!

 

 

Gli insegnamenti del Grande Castagno

Topi, vi avevo parlato della mia passeggiata da Loreto al Colle Belenda, ve la ricordate?

Circa a metà del sentiero si trova il Grande Castagno, ve lo avevo fatto vedere,  ma non vi ho raccontato tutto!

Sono arrivata in uno spazio più ampio del bosco, dove tutto sembrava fatto d’oro: le foglie, la terra, la luce che filtrava dagli alberi…

Poi l’ho visto.

Il Grande Castagno – ed è davvero GRANDE, per tutti i topi! – era lì, un gigante silenzioso al lato dello spiazzo.

Grande Castagno2

Di fianco a lui, adagiati al suolo, c’erano due tronchi enormi che con ogni probabilità una volta facevano parte del suo corpo legnoso, ma col tempo sono caduti. Formavano due panchine naturali che invitavano a sedersi ai piedi dell’albero, che è chiaramente il padre di tutti gli altri che ci sono lì intorno.

Prima di sedermi, però, ho posato la zampa su uno dei tronchi abbattuti e qualcosa mi ha suggerito di iniziare a suonare. Allora ho usato il tronco cavo come un tamburo, il battito prodotto dalla mia zampa era allegro, gioioso, e sembrava piacere anche al Castagno.

Infine, mi sono seduta vicino alle sue radici, rannicchiata. Mi sono sentita piccina come una figlia mentre guardavo dal basso le sue foglie, così alte e lontane.

Mentre ero ferma in quella posizione, estasiata da tanta bellezza, ecco che arriva a disturbarmi lei, chi altre, sennò?

«Craaaaaaa!» esordisce Serpilla, la Ghiandaia.

«Uh, ma dovevi proprio venire qui? Vai a volare da un’altra parte!» che scocciatura!

«E perché mai? Sto bene qui.» dice impettita.

«Non disturbarmi, allora, con la tua voce stridula.»

«CRAAAAAAA!» fa lei di rimando, beffarda.

«Smettila!»

«Cosa stai facendo, lì seduta?» mi chiede.

«Guardo il Castagno.»

«E cosa lo guardi a fare?»

«Uh! Ma come sei fastidiosa! Sono meglio le mosche e le zanzare, sai?»

Taci, figlia mia. Ascolta.

Dice una voce. La riconoscerei tra mille!

Io sono Gioia. Io sono Amore. Io sono Luce, continua la voce.

«Spirito della Valle, sei tu?» domando.

Sono lo Spirito del Castagno, ma sì, sono sempre io. Ho molti nomi e tante sono le sfaccettature della mia Essenza.

«Con chi parli?» domanda la Ghiandaia dall’alto di un ramo, ma questa volta non le rispondo, perché la mia attenzione è completamente rivolta a Lui.

Il mio cuore e quello del Castagno iniziano a battere all’unisono, lo stesso battito che avevo prodotto poco fa, sul tronco cavo. Alle orecchie mi arriva una nota, prodotta dalla corda di uno strumento musicale, sembra quella di una chitarra. Da dove arriva?

È il ronzio di una mosca.

«Ma come? A me sembrava una chitarra!»

Hai percepito il verso della mosca con un suono diverso, figlia mia. Ascolta ancora…

Il suono di un basso si aggiunge alla chitarra.

Questo è il verso del bombo. Meraviglioso, non è vero? Non tutto quello che senti nella tua realtà è LA realtà. Basta cambiare la percezione per accorgersi del mondo che c’è tutto intorno, velato da una patina superficiale.

Non riesco a parlare, talmente tanta è l’emozione!

«Cosa vuoi insegnarmi oggi, Papà Castagno?»

Esita un po’, poi dice: La pazienza, figlia mia. La pazienza.

In quel momento mi sembra di essere una foglia trasportata dal vento. Mi sento fatta di venature, linfa prosciugata… Una foglia cade vicino a me e mi pare di essere lei, abbandonata al ritmo del vento.

Lui continua: Se sono cresciuto così tanto, è grazie alla pazienza. Non avrei potuto, altrimenti! 

Sento la connessione che c’è tra noi farsi più debole, odo gli spari dei cacciatori in lontananza e mi vibrano i baffi per la paura. Mi sono distratta, ma cerco di restare concentrata: «Non ho più molto tempo, devo andare. Hai altro da insegnarmi?»

 La Bellezza: portala sempre dentro di te.

«Grazie. C’è altro?»

 Sì, figlia mia: TU SEI LUCE!

Allora apro gli occhi e ringrazio il Grande Castagno per i suoi doni, gli sorrido.

Serpilla è andata via, per fortuna: deve essersi stancata del mio silenzio colmo di parole incomprensibili, per lei. Sono felice di essere rimasta ad ascoltare, perché mi sarei persa molto, altrimenti.

Torno a zampettare nel bosco, adesso, devo sgranchirmi le zampe.

A presto,

Vostra Pruni-Luce

 

Ius Primae Noctis tra Badalucco e Montalto

Topi, quella di cui vi rendo testimoni oggi è una storia pazzesca, per cui preparatevi.

Dovete sapere che noi bestioline della Valle Argentina abbiamo il privilegio di avere una Nonna molto particolare, comune a tutte le creaturine zampettanti, striscianti e volteggianti. Non vi ho mai parlato di lei, ma ora è giunto il momento di farlo. E’ Nonna Desia, antica quasi quanto lo Spirito della Valle, una cantastorie provetta e infallibile. Lei  sa sempre cosa dire agli animaletti che, come me, vogliono trascorrere qualche momento spensierato e magico in sua compagnia.

Se ne sta al centro di un bosco, in una radura dall’atmosfera surreale, conficcata nel terreno chissà quando e chissà da chi. Gli umani non possono vederla e non conoscono la sua esistenza. L’ardesia che la compone è scura, grezza a tal punto da disegnare rughe antiche sulla sua superficie. Le nonne degli esseri umani raccontato storie ai propri nipoti e così fa lei con tutti noi animaletti.

Ebbene, un giorno mi trovavo nei pressi del bosco in cui abita e decisi di farle visita.

«Topina cara! Che bello vedere il tuo musino, dopo tanto tempo. Siediti qui con me, prendi quelle bacche. Mi sembri deperita… Mangia, bela me fia, ti me stai ma’! (Mangia, bella la mia bambina, mi stai male)».

Eh sì, proprio come le nonne umane, anche Nonna Desia sembrava non vedere che in realtà mi nutro benissimo, proprio io che mai mi priverei di un boccone. Però l’accontentai e mi sedetti alla sua base, mangiucchiando qualche mora.

«Avanti, Nonna: raccontami una storia delle tue. Ne ho proprio bisogno, oggi!» le dissi.

montalto

«Ne conosco proprio una che può fare al caso tuo. C’era una volta un conte cattivo e spietato, alcuni dicono che vivesse a Baaücu (Badalucco), altri vogliono che sia nato a Ventimiglia. Il suo nome era Oberto. Egli era odiato e temuto da tutti, un uomo avido di potere e di ricchezze; non c’era essere umano che non conoscesse la sua prepotenza. La sua cupidigia si rifletteva nel suo aspetto fisico, per nulla armonioso e privo di qualsiasi forma di bellezza. U l’ea in rantegusu… (era un rantego cioè brutto, storto, rugoso, zozzo…). Inoltre, era risaputo che amasse la compagnia delle dame, non importava se fossero di nobili origini o appartenenti al volgo: le desiderava tutte per sé. Accadde, dunque, che proprio a Badalucco una giovane era stata chiesta in sposa da in zuenu (un giovanotto) sinceramente innamorato di lei. Tuttavia, né la donzella né il promesso sposo volevano sottostare alla legge dell’epoca, quella dello Ius Primae Noctis, che prevedeva che a spusinna (la novella sposa) dovesse obbligatoriamente trascorrere la prima notte di nozze non con il suo consorte, bensì con il capo della comunità, del feudo o della cittadina.»

«Gli esseri umani hanno leggi davvero bizzarre!» commentai, la bocca macchiata del blu delle more.

Badalucco e Montalto

«Sì, piccola topina, è così. Be’, i due innamorati decisero di fuggire per scampare a quella regola insopportabile, e trovarono rifugio tra i monti, nelle zone limitrofe. Non furono soli, poiché si portarono al seguito i loro familiari, pronti anch’essi a ribellarsi al volere del Conte Oberto. Si stabilirono nel luogo che oggi è diventato Montalto Ligure, furono loro a fondarla. Ecco perché oggi è considerato il paese degli innamorati, tanto che ospita la bellissima Loggia degli Sposi. La conosci?»

 «Sì, certo! Ne ho parlato anche in un articolo. Cosa accadde, poi?»

Nonna Desia si schiarì la voce: «E in mumento, ratin! Dund’à l’è ca lu messu a raixe de Brügu? A ghe l’ajevu chi-eciapilà in pocu ca me fa umbra… (E un attimo, topino! Dov’è che ho messo la radice di Brugo? Ce l’avevo qui… prendila un po’, che mi fa ombra…) Successe che gli abitanti di Badalucco, preso coraggio dall’azione dei due sposini, si ribellarono al perfido Conte, costringendolo ad abbandonare le loro terre. E allora, finalmente, vissero tutti felici e contenti.»

«Ma pensa… che bella storia! E, dimmi un po’: è vera?»

«Che vuoi che ti dica, gioia? Eeeeh… a nu me regordu (non mi ricordo)! Non lo so più! Sono tanto vecchia, ormai… mia’ ‘a go ina teista (ho una testa) che tendo a confondere quello che è vero da ciò che non lo è. Forse è esistito davvero il Conte Oberto, o forse la sua è una figura plasmata dalla nebbia del tempo. Però resta una bella storia da condividere in un pomeriggio come questo, per farsi compagnia. Non credi anche tu?»

Sono d’accordo con Nonna Desia, tuttavia io so che il conte è esistito davvero, anche se non posso sapere se la storia che mi ha raccontato sia vera. Credo che certe leggende siano belle proprio per l’alone di mistero che le avvolge.  E allora è bene godersele e prenderle per quello che sono: delle storie piacevoli da raccontare intorno al fuoco o la sera, prima di spegnere la lucciola da comodino e andare a dormire.

Un fiabesco saluto.

Gli occhi, il cuore e le mani della Valle

C’è chi vi osserva, mentre passeggiate tra i carruggi, e se non vi conosce il suo sguardo vi segue per un po’. Sono occhi attenti, quelli dei topi della mia Valle.

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Occhi che parlano da soli, traboccanti di ricordi e storie da raccontare. E che belle quelle rughe disegnate intorno allo sguardo, sulle mani segnate dal tempo, sulle guance arrotondate oppure smunte! Sono belle, sì. Paiono pagine antiche, sulle quali sono scritte storie in un linguaggio indecifrabile e arcano.

Sono occhi sempre semichiusi come a scrutare. Come ad avere costantemente i raggi del sole sul viso. Abitudine nata dal lungo lavoro nella terra. Sono occhi attenti, talvolta stanchi, talvolta curiosi e vogliosi di racconti che si serrano ancora di più quando sotto di loro appare un sorriso a strizzare le ruvide guance.

sguardo

La pelle dei miei convallesi, di quelli vecchio stampo per lo meno, è una carta spessa, forte, che non si strappa facilmente. E così è anche la tempra della mia gente.

Se vi dicono che il ligure è tirchio, non credeteci, topi! Bisogna sempre capire le origini di questi detti, lo so che non è semplice, ma non fermatevi alla prima impressione. Nella mia Valle siamo tutti molto generosi, ma lo siamo con chi è meritevole, con chi ricambia i nostri sguardi e non si ferma all’apparenza.

E se possiamo apparire avari è perché, credetemi, discendiamo da persone che hanno davvero dovuto faticare tanto per racimolare due spiccioli. Vi ricordate quando vi parlai della costruzione dei muri in pietra per poter coltivare a più di 1.000 mt s.l.m. a causa del territorio tanto aspro in cui viviamo? E senza nessun mezzo meccanico.

Il cuore della Valle sono loro, i topi che hanno fatto e vissuto la storia dei luoghi che vi descrivo sempre con tutto il mio amore. Sono uomini e donne che, come il timo selvatico, hanno messo radici sull’arida roccia, là dove nessun altro popolo avrebbe osato crescere. E il ligure, da bravo testun qual è, è in grado di vivere ovunque. Non importa se la terra è poca, se ci sono più sassi che altro o se i prati pianeggianti sono una rarità e un lusso per pochi: lui sa come fare, sa come ricavarsi uno spazio per sé, per la propria famiglia e il suo sostentamento.

lavoro campi

In tempi antichi si è combattuto così tanto per ricavare un lembo di orto, che ogni centimetro dello stesso valeva come oro, nel cuore di chi lo coltivava. E quell’oro veniva trattato e considerato come tale. Ecco perché si dice che noi liguri abbiamo il braccio corto! Ma credetemi: abbiamo vissuto con grande fatica, resistendo tenacemente a un territorio aspro e all’apparenza inospitale come quello che si trova nella mia Valle. Eppure, per quanto sia stato difficile terrazzare le montagne, costruire i muretti, estrarre pietre dal terreno per renderlo adatto alle coltivazioni… noi non riusciamo a detestare la nostra terra, topi, proprio no! Al contrario, la amiamo di un affetto immenso, smisurato, perché sappiamo che è lei a darci la vita, che è il suo ventre che rende possibile tutto. Ogni goccia delle sue acque è sacra per noi, così come ogni zolla di terra: è il corpo di una madre severa e amorevole al tempo stesso, che sa donare molto, ma non senza sacrificio.

amore per la natura

E’ vero, siamo diffidenti. Ma riuscite a immaginarne il perché? Ve lo spiego subito. Tutto quello che c’è in Valle è prezioso, ha un valore inestimabile per noi. Ci preoccupiamo di mantenere vivi i nostri ricordi, temiamo un po’ che altri possano cancellarli, per cui preferiamo rimanere sulle nostre e non sbilanciarci troppo. Abbiamo sempre dovuto difenderci. La nostra terra fu ambita da molti potenti fin dai tempi più remoti! Non mostriamo facilmente i tesori che abbiamo dentro, né quelli racchiusi nei borghi, sulle montagne, in riva ai torrenti… ma quando decidiamo di farlo, allora apriamo tutto il nostro cuore e in grande stile!

mani

A quel punto potreste vederci aprire le porte di casa e invitarvi a bere un bicchiere di vino con noi. Potreste sentirci chiacchierare per ore di una chiesetta abbandonata, dei negozi che c’erano un tempo e che ora non ci sono più e di tutti gli acquisti che vi abbiamo fatto. Potreste sentirci raccontare le storie della nostra famiglia con gli occhi che brillano per l’emozione, partendo dagli avi leggendari per finire con i nostri figli e nipoti. Potreste anche ricevere un dono: che sia una piuma o una nuova amicizia non ha importanza, state pur certi che quel dono sarà stato fatto col cuore.

Siamo un po’ tradizionalisti e anche malinconici, pur non dandolo a vedere. Ci dispiace che molti giovani di oggi non apprezzino e non sappiano dei tesori che li hanno circondati e che tutt’ora vivono attorno a noi.

Proviamo a farglieli conoscere attraverso i solchi delle nostre mani, che hanno innalzato muri, case, edifici, chiese, fortezze con la sola forza delle braccia. Sono mani oggi ricurve e zigrinate, dalla pelle coriacea sempre pronta a mettersi all’opera. Mani mai ferme, raramente delicate che condiscono ancora discorsi che escono dal petto.

Siamo così, che volete farci? Nostalgici, un po’ misteriosi e buone forchette, sempre pronti a fare baldoria e mostrare la nostra autentica originalità. Il mugugno (il lamento) ci contraddistingue spesso, non possiamo farne a meno, è nel nostro DNA, ma sappiamo ancora restare in silenzio davanti a un fiore, bagnare la terra col nostro sudore, fermarci ad accarezzare un gatto e… amare, amare davvero.

Io vi saluto, topi! A presto

La vostra Pigmy.

 

 

 

Il Trionfo del Glicine – amati se vuoi essere amato

Profumoso, grappoloso, lilloso! Un trionfo di bellezza e felicità. Ah! Quanto adoro il Glicine topi!

E’ un fiore stupendo e talvolta maestoso. Tinge di un tenue e splendido violetto tutta la mia valle ma esiste anche nella tonalità del bianco, del rosa e persino del blu.

Gioia pura per Api e Bombi ha un sapore dolce che anche noi topini amiamo e persino voi umani potete assaggiare.

Vi basterà schiacciare tra i denti il suo picciuolino, al quale sono attaccati i petali, e sentirete che bontà zuccherina! Pare che il suo nome più usato derivi proprio da “glikis” che, in greco, vuole appunto dire – dolce -.

Il Glicine, nome più comune di Wisteria, appartiene alla famiglia delle Fabaceae o Leguminose, ossia la stessa di Piselli e Fagioli per capirci ma lui è sicuramente il più splendente tra tutti.

Anche il suo significato è meraviglioso. Pensate che simboleggia, a causa della sua crescita continua e tortuosa, lo sviluppo della coscienza e della consapevolezza umana.

Oh! Wow! Un’elevazione spirituale importante! Un cambiamento della vita che porta ad evolversi.

Alcuni studiosi associano questa pianta anche alla Dea Venere proprio per sottolinearne la bellezza e il significato verso un particolare amore cioè quello nei confronti della vita.

Originario della Cina, il Glicine, ha da sempre ispirato alla spiritualità e ad una conoscenza diversa e più olistica dell’Universo ma è anche considerato emblema di un sentimento tenero e piacevole come quello di una cara amicizia. Decorando con la sua pomposità ville, giardini e balconi risulta uno dei fiori più amati anche perché è una pianta resistente e tenace che non richiede troppe cure.

Il suo fiore a grappolo è pieno, appariscente, affascinante. Il suo sbocciare rende tutti felici. La sua forma, a cascata, rappresenta benevolenza e disponibilità e, infatti, il suo dolce ma intenso profumo rincuora e fa stare bene proprio come un caro amico che abbraccia.

Desidero farvi conoscere anche il mio piccolo Glicine bonsai uguale identico a quello che, un tempo, nell’antica Cina, gli Imperatori portavano in terre straniere in segno di pace e amicizia. La storia dice questo. E spero che il mio vi piaccia.

Gli Imperatori lo chiamavano – la Vite blu -. Il suo tronco assomiglia a quello della vite dell’Uva ma si sfalda di meno rispetto a quest’ultimo ed è più liscio.

Dovete sapere però che anche se questa che vi ho raccontato è storia vera esiste una leggenda inerente al Glicine, che è la regina delle leggende in suo onore, ed è tutta italina! Precisamente piemontese ed è il racconto che narra di una ragazzina, una pastorella, di nome Glicine, che passava le giornate sui monti e tra i pascoli a piangere tristemente a causa del suo aspetto fisico. Si sentiva brutta e poco apprezzata. Dalle lacrime che sgorgavano dai suoi occhi per tuffarsi poi tra l’erba dei prati iniziarono però a nascere degli splendidi fiori di un viola incredibilmente attraente e dalla forma strabiliante. Vedendo cosa fu capace di realizzare grazie al suo pianto, la ragazza iniziò ad essere molto contenta e molto fiera di se stessa. Iniziò anche ad amarsi e, come per magia, anche il mondo iniziò ad amarla e soprattutto i giovanotti.

Questo è sempre da tenere da conto, vale anche per voi! Amatevi se volete che il resto del Creato vi ami! Posso assicurarvi che funziona… funziona come uno specchio!

Ecco quindi come nacque, secondo i piemontesi, questa splendida pianta.

Spero vi sia piaciuto scoprirlo.

Io vi mando un bacio profumoso e corro a preparare un altro post per voi! Squit!

L’amore per le piccole grandi cose

Questo post nasce per una promessa che ho fatto. Ritornando ancora al mio momento di pausa e alle infinite mail che mi sono giunte e continuano ad arrivare con mio grande piacere, devo dirvi che tra tutte, una mi ha particolarmente colpito. Veramente sono state molte quelle che mi hanno stupito e addirittura commosso ma questa era intitolata esattamente così: “Mi pubblichi nel tuo web (o blog o altro che sia) questo raccontino?”. Esattamente così. Sono in tanti a chiedermi di scrivere su questo mio blog delle storie da loro inventate o mi chiedono di fare appelli e quant’altro. Mi incitano a parlare di quello piuttosto che di quell’altro e fanno altre richieste ma, solitamente, la mia risposta è un educato “no”. Un conto sono gli spunti gentili o le nozioni che interessa io sappia, quelle le apprezzo, diversi sono messaggi che nulla hanno a che vedere con questo mio Mulino. – La Topina della Valle Argentina – non è una piattaforma pubblicitaria ne’ tanto meno il diario di chiunque. E’ nato per parlare di certe cose e ha determinate categorie. Pensavo che questa mail fosse una delle tante e devo essere sincera che l’ho aperta con ben poca fiducia. Si trattava invece di un nonno, un nonno come tanti che nella sua disarmante semplicità delle parole mi raccontava di un fatto accadutogli realmente in famiglia e mi chiedeva di postarlo perché potesse regalare gioia a molti. Perché potesse insegnare l’importanza delle piccole cose. Perché potesse, nella sua umiltà, far capire quanto invece siamo ricchi. La mail è una “normalissima” mail scritta da un uomo che prima mi racconta di se e della sua vita (e anche per questo la ringrazio Signor V.) e poi mi scrive l’accaduto chiedendo appunto di renderlo pubblico nel mio diario virtuale. Aggiunge che il titolo del racconto è:

PICCOLI MIRACOLI

e inizia descrivendo ancora un po’ la sua esistenza tra due grandi città che gli offrono una la famiglia e l’altra le cure mediche che gli necessitano. E il racconto inizia quindi così:

 

Nella casa a Copenaghen, la’ dove spesso torno, con voli low cost, in genere (vuol dire che costano di meno), anziano e invalido (altro che: falsi invalidi, falsi invalidi un corno!) per la gioia di trovarmi in famiglia. Implica fatica fisica ed emozionale, mentale. Essere anziani e malati non e’ facile. Sono un romano di Roma popolana, poetica, dall’ esistenza resa drammatica dai cattivi politici italiani ed altra cattiva gente… Sono un poeta (sono un poeta?) e fui un vagabondo. Ho pure lavorato, ho fatto molti mestieri per vivere ed ora per amore della famiglia, torno spesso, dopo le cure a Roma, a Copenaghen dove ho famiglia, sono tutti e tutte molto bravi e tolleranti con me.

…in un appartamento al terzo piano, c’e’ in questo ricordo bello, tutto il mio amore per la mia famiglia adesso riunita. Essa non e’ composta solo da noi persone ma pure dal nostro caro cagnolino S. e dai colorati simpatici uccellini liberi di volare nella casa. Non ho mai amato le gabbie e chi le costruisce o ci tiene recluse creature. Amo la pace, la vera amicizia, il vero amore, pure se qualche volta si litiga, succede, puo’ accadere, abbiamo talvolta ragione e talvolta invece no, abbiamo torto. Non bisogna portare il broncio in famiglia ma fare al piu’ presto la pace. Avevo portato un vestito da fatina alla mia cara, dolce nipotina G., un vestitino di carta, semplice, lei lo ha molto gradito, lo ha indossato, era stupenda. Mi ha chiesto

– Nonno, sono una principessina?-

– Certo, una bellissima principessina –

– Ma nonno, le principesse hanno vicino un principe –

– Beh, non sempre. Ci sono le principesse che vogliono vivere senza un principe. Oppure ancora non lo hanno un principe…-

– Nonno, vuoi essere il mio principe? –

– Grazie ,G., certamente, sei meravigliosa a chiedermi ciò, mi rendi molto felice –

Tutto e’ grazia, mio Dio, ci mandi tanti doni ma ci vuole l’animo dolce, semplice per esserne degni, per riconoscerli ed apprezzarli. Tutti e tutte possiamo compiere piccoli miracoli. Grazie, mio Signore, e grazie pure a te, vita. E grazie soprattutto a te mia dolcissima, stupenda nipotina. Nonni e nipoti sono la coppia più bella del mondo. E cosi’ pure lo sono i genitori e figli. O chiunque altro al loro posto.

Dopodiché c’erano tutti i saluti alla sottoscritta, tutti gli indirizzi mail per rintracciarlo e numeri di telefono. E questo è quanto. Ho provato a contattare il Signor V. nel senso che ho risposto a questa sua lettera ma non ho più ricevuto nessuna parola. Nella mia risposta però c’era la promessa. La promessa che gliel’avrei pubblicato e così ho fatto. Non so cosa potete pensarne voi ma a me è piaciuto. Purtroppo i nomi sono solo delle maiuscole puntate e mi rendo conto che spezzano un po’ l’armonia ma questo nonno si è dimenticato di dirmi se potevo mantenerli per cui ho preferito non rischiare di invadere troppo la sua privacy. Qui non c’entra la mia valle, ne’ la Liguria di Ponente, è vero. Qui c’entra l’amore. E dev’essere in ogni luogo. Quindi un grazie al Signor V. (spero di aver esaudito il suo desiderio e spero anche di aver capito e trascritto bene solo quello che lei aveva piacere si leggesse) e un grazie a voi che avete letto. Un abbraccio alla prossima.

Piccola, dolce, Tea

Tea,SONY DSC la dolcezza fatta a cagnetta. Un muso che parla da solo, e due occhi che chiedono solo baci. Occhi grandi, scuri, profondi, sinceri.

E Tea, i baci, è anche ben felice di darli! Sottrarsi al suo affetto è praticamente impossibile! Tea, che meritava anche lei la sua pagina qui, in prima linea, e di essere conosciuta da tutti voi.SONY DSC

Tea, alla quale basta davvero poco per risultare un piccolo concentrato di simpatia e dolcezza. E beh… insomma, tanto piccolo non direi se si conta che è lo splendido frutto tra un beagle, un labrador, un segugio e qualcos’altro di simile. Uno strepitoso cocktail instancabile e carico di ardore.

Sempre con il tartufo piantato a terra, sempre ad annusare, Tea, sa dire perfettamente da quanto tempo è passata una probabile preda, ma non è quello il suo lavoro. I suoi padroncini non la utilizzano per la caccia ma solo per la compagnia. Già, dico compagnia perchè… perchè era TeaSONY DSC che avrebbe dovuto accompagnare loro nelle passeggiatine tra i campi, e non viceversa. Oh insomma, beh sì, erano loro che sarebbero dovuti stare seduti sul divano, e non viceversa. Ma cavoli, erano o non erano loro che comandavano in quella casa?! 😀 SONY DSCEbbene, questo è quello che Tea è riuscita a fare: stravolgere la tranquillissima vita dei miei due mega topo-zii. Completamente.

In fondo, li capisco. Come si può resistere a certe espressioni? Ora, dovete sapere, che in queste immagini era proprio ancora solo una cucciola, (si accontentava del super materassone, non riuscendo a salire sulle nostre ben più comode sedute!) ma il brutto/bello è, che ancora oggi, nonostante sia cresciuta, è rimasta uguale! E’ solo un poco più chiara come tonalità di mantello. Può forse bastare questo a rinnegarle qualcosa? DireiSONY DSC proprio di no. E oggi, monta tranquillamente al nostro posto, sui comodi cuscini che dovrebbero accogliere ben altri fondoschiena.

Ma Tea è Tea e ogni cosa è per lei una scoperta e una conquista. Rincorrere le farfalle, saltellare libera nei boschi, annusare qualche fiore. Tea, e il suo nome è poesia, amabilità, cortesia. Anche lei splendida come una rosa. Che va d’accordo con tutti, gatti compresi, chi può non volerle bene? Con quelle sue zampone paffute e le orecchie che spesso usa come sipario per nascondersiSONY DSC se ne combina qualcuna…

Tea, che è stata tanto fortunata e altrettanto fortunati sono stati loro, ad averla accolta e poter oggi godere di tutto l’amore che sa regalare. Tea, nome di rosa, pura bellezza. Dirompente negli animi e che sa trascinare con enfasi e gioia. Tea, che fa bene all’umore, una grande cucciolona. Mille dosi di caffè. La sgargiante primavera. Tutte doti innate in lei.

Tea, che sembra non patire niente invece è molto fragile e non si vergogna di dimostrarloSONY DSC. Questo non la fa certo apparire più debole ai nostri occhi, solo più tenera, come se tutto il resto non bastasse.

Tea, che star con lei vuol dire fare un carico di felicità e allegria, che perdura per giorni, che ti rimane dentro.

Cara Tea, cagnetta felice, quanto sei bella. E allora io ti auguro tanta SONY DSCtanta gioia simpatica cagnetta, anche un pò mia.

E… pssss, mi raccomando, falli disperare un po’ gli zii ogni tanto, ma non diciamo niente, facciamo come se fosse ogni volta una bellissima sorpresa!

Un bacione!

M.

Filastrocca per tutto l’anno

Buon inizio settimana, topini e BUON ANNO! TANTA GIOIA E CHE TUTTE LE SETTIMANE DI QUESTO NUOVO ANNOGiorni della settimana con il formato colorato lettera magneti Archivio Fotografico - 4151990 SIANO COME QUELLA DELL’AUGURIO CHE STO PER PRESENTARVI! Ho tirato fuori dai miei mille ricordi questa filastrocca che mi piaceva tantissimo quando ero una cucciola. E’ la filastrocca si della settimana, ma anche la canzoncina dedicata al sorriso, alla felicità. E’ con tanto affetto che ve la dedico, nella speranza che possiate trascorrere giornate ricche di serenità e amore:

Tanto sole il lunedì,

bianca neve il martedì,

mercoledì si scende in piazza

per sentir la storia pazza.

Qui si ride il giovedì,

non si piange il venerdì

e di sabato, vi avviso,

c’è la festa del sorriso.

La domenica è baldoria,

perchè inizia un’altra storia.

Qui nella mia Valle è usanza da tantissimo tempo canticchiare nenie e filastrocche ai bambini e chissà se quelle che cantiamo qui sono le stesse che vengono pronunciate nelle altre zone d’Italia. Questa, ad esempio, la conoscevate?

Un grande baciotto e tanti, tantissimi auguri dalla vostra topina.

M.