Alberi e panorami di Carmo del Corvo

Topi, quella che vi faccio fare oggi non è una vera e propria scarpinata. L’aria si è fatta fredda e io per una volta ho preferito salire sulla mia Passepartout per avvicinarmi di più ai luoghi che voglio mostrarvi.

Il naso gelato e i baffi ghiacciati, ci mettiamo sulla topomobile e saliamo su, sopra Triora, sulla strada che porta al Passo della Guardia. Ci fermiamo più o meno in località Gorda Soprana, perché voglio godere insieme a voi della vista dei monti e assaporare i colori del bosco.

Lasciamo l’auto in uno spiazzo che pare dividere a metà la Valle Argentina, perché da qui c’è davvero un panorama spettacolare e mozzafiato. Si vedono il Gerbonte, Cima Marta, il Toraggio e il Pietravecchia, e poi anche il Saccarello.

gorda soprana - carmo del corvo

Dalla parte opposta, invece, abbiamo gli abitati di Corte e Andagna, Passo della Guardia, il Passo della Mezzaluna e poi giù, fino al Faudo. Si vede tutto, si abbraccia l’immensità delle creste velate d’azzurro e sui monti più alti si scorge già una piccola spruzzata di neve.

valle argentina

Tira vento, lo sentite? Ma non lasciamoci intimorire.

Mi piace guardare i raggi del sole che filtrano dall’alto, disegnando scie luminose sulle pendici delle montagne.

valle argentina carmo del corvo

Abbandoniamo la topomobile a bordo strada e ci inoltriamo nel bosco, sulla sinistra, in direzione di Carmo del Corvo. In questi luoghi pascola il bestiame, si sente anche ora il tintinnio dei campanacci. Pecore e vacche sono ancora qui a cibarsi delle ultime erbe rimaste, prima che arrivi la neve a ricoprirle. Ed è proprio questo loro cibo a insaporire i formaggi della mia Valle, dal gusto unico e inconfondibile.

Il bosco di cui vi parlavo non è fitto, ma a tratti si apre in scorci ampi sul baratro che è la Valle Argentina, vista da quassù. Si respira l’atmosfera selvaggia di questi luoghi, è tangibile, e già entrando nel bosco di Pini viene spontaneo abbassare il tono di voce.

 

E quei Pini sono inframezzati da chiazze brulle di macchia mediterranea, dove a farla da padroni sono il Ginepro, il Timo e la Lavanda, i cui cespugli sono ancora ben visibili, nonostante la sua stagione sia trascorsa da un po’.

timo

Qui, nella bella stagione, si trova facilmente anche l’Iperico. L’Estate, da queste parti, fa ronzare le api e gli impollinatori all’impazzata, così affaccendati nel suggere il nettare dai fiori profumati. E non mancano neppure i tafani, quando nelle vicinanze c’è il bestiame.

Eppure ora tutto pare come addormentato, anzi no, sembra tutto in attesa. La Natura riposa e sospira, attende il momento del sonno profondo che le spetterà a breve, quando giungerà l’Inverno col suo abbraccio di candido gelo.

funghi

Sul terreno, adesso, è tutto uno spuntare di funghi, piccoli, grandi, dalle forme più disparate. Sono state le ultime piogge a farli spuntare così generosi.

E alzando il muso all’insù non si può non meravigliarsi di fronte allo spettacolo offerto dalle foglie baciate dal sole!

autunno valle argentina

Raggiungiamo un punto panoramico, Triora è là sotto quella sporgenza, ma da qui non si vede. Ci sono Querce giovani a farci compagnia, insieme ai Lecci e alle Felci ormai ramate.

valle argentina2

E allora me ne resto seduta qui per un po’, su una roccia scaldata dal sole e col naso gocciolante per il freddo. Si sentono i versi dei Caprioli, qui ce ne sono tanti, e alla fine uno mi passa addirittura alle spalle, balzando via come un fulmine.

quercia valle argentina

Infine, dopo essere rimasta per un po’ ad ammirare il dipinto autunnale che si è spiegato per me e per voi, me ne torno indietro, alla topomobile, che il sole sta calando e so che a breve tingerà di rosa certi scorci che voglio mostrarvi prima di lasciarvi andare.

Salgo su Passepartout, la metto in moto e inizio la discesa, finché non trovo la luce giusta al momento giusto, lo scatto perfetto.

Clic!

passo della mezzaluna

Il Passo della Mezzaluna incorniciato dall’ombra scura delle foglie… e un’altra mezzaluna che s’affaccia nel cielo.

Poi non dite che non vi voglio bene.

Vi saluto topi, torno in tana a zampettare sulla tastiera per voi. Un abbraccio panoramico dalla vostra Prunocciola.

L’Albero della… cacca!

Fermi tutti! Mi preme avvisare che non voglio offendere nessun tipo di pianta, cari Topi, però… potrà anche farvi ridere, ma nella mia Valle c’è un albero seriamente chiamato “Albero della Merda”. Non mi credete? Lo trovate persino su internet dal momento che questo è divenuto proprio il suo nome!

Scientificamente, invece, si chiama Ailanthus Glandulosa o Altissima, mentre, per i più educati, assume il semplice nome di Ailanto.

Ovviamente non vive solo nella Valle Argentina ed è molto presente dal mare ai monti, forse perché poco longevo, ma in grado di gettare una ricca quantità di polline e riprodursi sovente. Ma… perché (i genovesi soprattutto) lo hanno chiamato da tempo in questo modo? Gli inglesi, invece, si sono limitati al più fine “stink tree” ossia “Albero della Puzza”. Be’… provate a prendere una sua foglia tra le zampe e a stropicciarla o romperla. Ve ne accorgerete subito appena l’annuserete! Bleah! Che fetore!

Passandoci accanto non ci si accorge di nulla, anzi, è persino molto carino con quelle sue foglie lanceolate e sistemate ordinatamente in righe perfette sugli esili rami.

Così bello da essere giunto in Europa dalla Cina proprio per dare una visuale orientale ed elegante all’Antico Continente.

Anche quando è in fiore è molto piacevole. Le sue infiorescenze a grappolo lo addobbano a festa e appare più colorato del solito. Le foglie nuove, appena nate, hanno un colore diverso da quelle più mature. Sono viola scuro, mentre, le “vecchie” di un verde vivo e intenso.

Le varietà di Ailanthus sono diverse e certe diventano alberi alti e imponenti. Vi farà sorridere che la specie Altissima che vi nominavo prima viene chiamata anche “Albero del Paradiso” o “del Sole” perché svetta verso il cielo.

Senza studi speciali alle spalle, vi sconsiglio vivamente di utilizzare le sue virtù, ma è giusto dire che nella sua terra di origine è stata una delle prime piante a essere citate negli antichi testi di MTC (Medicina Tradizionale Cinese).

Ma torniamo in Valle Argentina, perché c’è una cosa molto importante che dovete sapere su questa pianta. Molti anni fa, in tutta Italia, l’Ailanthus veniva coltivato come habitat per il baco da seta e si trattava di una seta molto particolare e pregiata, oggi dimenticata, prodotta dalla Samya Cynthia il bruco di una falena ancora oggi presente in diverse zone della nostra nazione come anche nei luoghi in cui vivo.

La cosa straordinaria, però, è che questo Albero della Merda in realtà è anche la tana perfetta per tantissimi tipi di Lepidotteri, e quindi Farfalle, non per niente la mia Valle ne è piena ed è uno spettacolo ammirarle svolazzare tutte insieme con le loro ali variopinte e leggere.

Siamo abituati a pensare ai fiori e a dare solo a loro il merito della presenza di numerosi insetti, invece occorre chiedersi dove, allo stato larvale, questa grande famiglia viva e si costruisca la dimora. Ebbene, la risposta è: proprio sull’Ailanthus! O comunque anche su di esso, che è tra le loro piante preferite. Evidentemente sono prive del senso dell’olfatto, queste mie care amiche. Non per niente, il gusto del dolce nettare lo sentono attraverso le zampe, i recettori li hanno proprio lì. Ah, la natura! Rimanendo nell’entomologia, mi preme anche farvi sapere che con l’Ailanto le nostre preziose Api realizzano un miele dolcissimo! No, non puzza per niente, è  anzi molto zuccherino! Strano, vero?

Ma le grandi qualità di questo albero non finiscono qui e continuando a parlarvi della mia terra mi preme dirvi che noi dovremmo ringraziarlo molto. Oh, sì! Vedete, la sua crescita è veloce e le sue radici particolarmente intrecciate, pertanto risulta fondamentale nella tenuta di terreni franosi che, purtroppo, nella mia Valle, esistono. Lui trattiene ed evita il peggio nei terreni più scoscesi e pericolosi per l’uomo e per gli animali. Davvero un portento!

E le sue prodezze non son finite qui. I botanici, ad esempio, non riescono a starci dietro! Si riproduce così velocemente e ovunque che è stata dichiarata addirittura una pianta infestante. Che carattere! Esuberante e non patisce niente.

Cresce presuntuoso persino in città adattandosi ad ogni territorio tra una casa e l’altra.

Che dite? Sapevate tutte queste cose su uno degli alberi più presenti qui da noi? No, vero? Bene, felice di avervele fatte conoscere.

Un bacione puzzoso a tutti!

Pruni Jones e le api “chi se sun intestardie”

Topi, me n’è successa un’altra! Che volete farci, ormai conoscete tutte le mie (dis)avventure, e questa che sto per raccontarvi è l’ultima di una lunga serie.

Mi trovavo su un sentiero insieme a topoamico. Avevamo percorso 9 chilometri sotto un bel sole rovente, per la gran parte in salita anche ripida e stavamo scendendo a valle. Per il caldo, avevo messo un cappello a tesa larga che mi riparasse la testa e mi facesse un po’ d’ombra, cosa che mi è valsa l’appellativo di “Indie” per quel giorno. Mi sentivo molto Harrison Ford, a dire il vero, mi ero calata perfettamente nella parte.

Come si sa, la discesa non sempre è semplice, a volte le zampe sembrano quasi cedere per la fatica, ed è quello che è successo a me: “Ho bisogno di riposarmi cinque minuti, sono proprio stanca”, ho detto a topoamico.

“Se resisti ancora un po’, credo non manchi molto alla fine del sentiero. Vedi, Pruni? Lì c’è la strada. Ci vorranno ancora una decina di minuti al massimo.”

“Va bene, ce la faccio.”

Avete presente quella sensazione di stanchezza che vi impedisce quasi di ragionare? Ecco, io ero esattamente in quello stato, cosa che non mi accade mai, con le zampe traballanti che si muovevano per inerzia. Non vedevo l’ora che la discesa terminasse, ma era stupido fermarsi a quel punto.

Scendevamo a zig zag sul versante di una collina, su un sentiero a tratti un po’ ripido, quando abbiamo visto emergere dalla rigogliosa vegetazione una fila di arnie. Le api svolazzavano operose, affaccendate nel loro lavoro. Non eravamo vicinissimi, ma il sentiero passava proprio lì davanti.

Ero molto felice, adoro le mie amiche api!

arnie api valle argentina2

Abbiamo fatto qualche passo e topoamico ha iniziato a sventolare le mani davanti alla testa: il ronzio di un’ape si era fatto molto insistente. A un certo punto, però, la poverina si è ingarbugliata nella lunga chioma di topoamico, che ama portare i peli più lunghi intorno al capo. In quel garbuglio l’ape non si raccapezzava più, e il mio compagno di avventure continuava a sentirsi assediato da quel bzz bzz fastidioso e irritato. Ha sciolto la chioma e l’ha scrollata con forza, vedendo l’ape cadere al suolo, rimbalzare su un masso e tornare indietro alla carica, imbestialita dall’affronto subito.

Poveri, nessuno dei due poteva far nulla per quell’incomprensione di linguaggio. Topoamico non poteva tenersi l’ape in mezzo al pelo, e quella, dal canto suo, si è spaventata e arrabbiata per essere stata trattata – dal suo punto di vista – tutt’altro che coi guanti di velluto.

Insomma, topoamico ha iniziato a correre sotto i miei occhi increduli e impotenti, ma nessuno di noi due si aspettava che più avanti ci aspettassero altre due file di arnie pullulanti di api e che il sentiero ci sarebbe passato proprio nel bel mezzo! Provavo a chiamare amica ape ma, lei, niente… non ne voleva sapere! Lo aveva preso di mira!

arnie api valle argentina

Dieci metri più avanti, topoamico pensava di aver seminato la sua inseguitrice, ma quella, testùna, gli stava alle calcagna e già cominciava a richiamare a sé i rinforzi al punto che anche io ho iniziato a udire un ronzio molto irritato vicino alle orecchie. Sapete quanto io ami gli animali e le api e tutte le creature di questo pianeta meraviglioso, ma topi, con certe cose non si scherza davvero. Stavo quasi per spaventarmi, non lo nego. Mi sono calata il cappello così tanto sul muso, da non vedere più nulla. Per me era notte in quel momento, non vedevo a un palmo dal naso, e quando ho sentito una di loro più alterata delle altre, ho iniziato a correre a rotta di collo come un fulmine, scendendo più veloce possibile e senza vedere un belin di niente. Mi sarei rotta qualche osso, se non ci fosse stato un angelo a proteggermi, ne sono sicura, perché davvero con quel cappello alla Indiana Jones ben sceso sugli occhi non sapevo neppure dove mi stessi dirigendo.

Quando poi, sono arrivata sull’asfalto della strada, sana e salva e del tutto dimentica della stanchezza che poco prima mi impediva persino di ragionare, ho visto topoamico che rideva divertito dalla mia reazione. Nella fuga, a lui era caduto lo zaino e a me i bastoncini da trekking. Dovevamo recuperarli, ma per farlo saremmo dovuti passare di nuovo in mezzo alle api.

“Ci vado io, Pruni”, mi ha rassicurata con gran cavalleria.

Mentre aspettavo che topoamico recuperasse i nostri averi, ho visto dirigersi verso di me un topo di mezza età. Camminava con la flemma di un bradipo e mi ha domandato: “Avete avuto problemi con le api?”

“Ehm… veramente sì!”

“Avete bisogno che vada a prendervi lo zaino?”

Probabilmente aveva sentito la conversazione tra me e topoamico, ma lui nel frattempo era già di ritorno, con lo zaino in spalla e i bastoncini stretti alle zampe. Insomma, che lentezza!

“Vi hanno punto?”, ha domandato poi a topoamico, vedendolo tornare.

“Sì, ma una puntura da nulla”, ha risposto lui.

“Eh, le ho aperte oggi, sono un po’ nervose…”

Era il 25 aprile e il sentiero era molto frequentato da famiglie. Cosa gli era saltato in mente di aprire le arnie in quel giorno di festa?

Questo resta un mistero, topi miei.

Io e topoamico siamo tornati in tana ridendo di quella disavventura conclusa bene, a ripensarci la scena ci è sembrata comica ed esilarante.

E voi, cari topi, siate prudenti: le api sono dolci come il miele, ma testùne come loro… proprio non ce n’è!

E dire che mi vengono anche addosso ma non ho nessun problema con loro! Dev’essere stata colpa di quel peloso di topoamico! Gli ordinerò di rasarsi!

Un saluto ronzante,

la vostra Prunocciola.

 

Stregati dal sentiero

Questa Primavera è davvero pazzerella con il suo tempo instabile, ma niente può fermare la vostra Pigmy dal percorrere sentieri in lungo e in largo per la Valle.

E allora un sabato di questi decido di inoltrarmi su un percorso intitolato da molti alle streghe, proprio perché attraversa alcuni dei luoghi che si credevano frequentati dalle nostre ormai celebri bàzue.

Con lo zaino in spalla e topoamico a fianco a me, mi addentro nell’abitato di Molini di Triora, passando accanto alla bottega stregata di Angela Maria e salendo su per i carruggi. Il pavimento lastricato si fa sterrato nei pressi del camposanto, e si continua a salire la stradina tortuosa, una mulattiera che conduce fino a Triora.

sentiero molini di triora

Durante la salita non possiamo impedirci di fermarci a godere della vista. L’abitato di Molini è sempre più piccolo, sembra un presepe sotto le nostre zampe. Sopra di esso, svettano i monti che fanno da cornice al Passo della Mezzaluna, antico luogo di culto delle popolazioni liguri nonché importante per i pascoli alti in cui i pastori trascorrevano – e trascorrono ancora – i mesi più caldi con il bestiame. Si distinguono molto bene anche i borghi di Andagna e Corte, che formano un triangolo con il più basso Molini.

Molini - Corte - Andagna

Intorno a noi è un tripudio colorato e profumato di fiori, la natura è rinata, finalmente! Fiori candidi spandono per l’aria la loro dolce fragranza, mescolandosi a quella dei meli selvatici, dei ciliegi e dei rovi. L’erba è alta e di un verde brillante, le timide lucertole fuggono via veloci al nostro passaggio. E poi le farfalle! Ce ne sono tantissime e dalle ali variopinte, accarezzano i fiori con la loro tipica eleganza e poi volteggiano via, alla ricerca di nuovo oro da poter gustare. Le api sono così operose e impegnate da non badare alla nostra presenza, ronzano allegre, affaccendate, tuffandosi in tutto quel ben di Dio fiorito fatto di tarassaci, pratoline, trifogli e nontiscordardimé.

Continuiamo a salire col profumo nelle narici, godendo della vista dei borghi vicini di Corte e Andagna. Ogni tanto qualche gocciolina di pioggia ci cade sul muso, come rugiada, ma noi non ci lasciamo intimorire dalla sua bugiarda minaccia e, di buona lena, raggiungiamo la parte bassa di Triora. C’è una panchina qui, con vista sulla Valle. E’ uno spettacolo per gli occhi restare seduti a guardare la vita umana che scorre sotto di noi, si intravedono le automobili, piccole, piccole come quelle dei modellini. Proprio alle spalle di quel sedile panoramico c’è la chiesetta della Madonna delle Grazie, risalente al XVII secolo, come reca il cartello posto sull’ingresso. La sua facciata colorata si intona bene col prato rigoglioso, pare un fiore anch’essa.

Proseguendo, ci troviamo a poggiare le zampe sul nero asfalto della strada provinciale e continuiamo a camminare in salita fino a raggiungere il tratto di mulattiera che conduce alla chiesa campestre di San Bernardino, ben segnalato.

chiesa san bernardino triora

Questo piccolo edificio è un vero gioiello della mia Valle, così antico che, se fosse un essere vivente, avrebbe il volto scavato da rughe profonde. Raggiungiamo la chiesa e anche qui troviamo delle panchine; possiamo fermarci, se lo desideriamo, per mangiare un boccone prima di ripartire.

chiesa san bernardino triora2

Fiancheggiamo a questo punto l’edificio, passando sotto le arcate dei contrafforti, e proseguiamo in discesa. Ci sono piccole case ai margini di questo sentiero, alcune davvero suggestive, con sculture moderne poste a ogni angolo e curate nei minimi dettagli, seppure lasciate alla loro spartana semplicità. Poco dopo esserci lasciati alle spalle l’agglomerato di costruzioni in pietra, ci troviamo a un bivio. Dobbiamo salire, dirigendoci verso Loreto.

Come si fa bello il sentiero, topi miei! L’erba è alta, succulenta, e gli alberi sono più fitti. Ciliegi, meli selvatici, noccioli, querce e carpini ci fanno da tetto con le loro fronde rigogliose e in aria volano fiocchi di polline come fossero neve. Si continua a scendere, e ogni tanto il sentiero è attraversato da giocosi ruscelli, che scendono giù da chissà dove, non ne vediamo l’inizio né la fine. Creano polle d’acqua limpida, lo scroscio è piacevole, lento. Li attraversiamo con estrema facilità, accompagnati dal cinguettio degli uccelli, eterni presenti soprattutto in questo periodo dell’anno, mentre gridano al mondo le loro canzoni d’amore. Nonostante le numerose deviazioni, continuiamo a seguire il sentiero maestro, senza mai abbandonarlo, e seguiamo il segno rosso e bianco, sicuri di non rischiare di sbagliare strada. Ci imbattiamo persino in un tavolo da pic-nic.

sentiero triora

A un certo punto arriviamo in un posto bello, meraviglioso, incredibile! Giungiamo sul ponte di Mauta, sotto quello più moderno e vertiginoso di Loreto. E’ una costruzione antica, in pietra e, salendoci sopra, si può godere di uno spettacolo che ci toglie il fiato: sotto di noi scorre il torrente Argentina, scavando gole profonde e scure.

Qui l’acqua sembra quasi d’inchiostro, perché la luce solare fatica ad accarezzarla e rischiararla con i suoi raggi dorati. Poco più in giù delle gole di Mauta si trova la località di Lago Degno, luogo un tempo rinomato come raduno delle bàzue, che vi si incontravano in compagnia del demonio (così dice la leggenda). Oggi, invece, Lago Degno è frequentato da esploratori, turisti ed esperti di canyoning, nonostante il divieto di accesso che dal 2010 interessa tutta la zona per via di un enorme masso che rischia di franare. Restiamo ad ammirare le curve del torrente, affascinati da questo ennesimo spettacolo naturale della mia bella Valle, poi proseguiamo. Oltre il ponte si tiene la sinistra e riprende la salita in mezzo al bosco.

E che bosco! Ogni tanto, dal fitto della vegetazione, spiccano rocce di dimensioni enormi, pareti grige sulle quali sono addossati i ruderi di antiche costruzioni.

Qui la salita si fa importante, ma è breve, non preoccupatevi. Si giunge a un bivio non segnalato, ma a giudicare dalla traccia GPS che vediamo dal topo-smartphone (sono una topina tecnologica, ormai!), da qui si prosegue verso Cetta, mentre noi dobbiamo rientrare a Molini. Imbocchiamo allora il sentiero più stretto che svolta alla nostra sinistra e, procedendo tra gli alberi, giungiamo su un percorso a me conosciuto e molto caro, quello che costeggia il Rio Grognardo.

Attraversiamo l’affluente dell’Argentina grazie al ponte di legno. Sì, lo so che sembra traballante e pericolante, ma non lo è! Certo, non bisogna ballarci sopra, ma è bello mettere le zampe su quella passerella, dà un brivido lungo la spina dorsale che non è niente male.

ponte rio grognardo2

Avanti, dov’è finito il vostro spirito d’avventura? Non fate quella facce e continuate a seguirmi. Questo è un luogo magico, per me, dove lo Spirito della Valle fa sentire più forte la sua eco. Se ancora non avete conosciuto lo Spirito della Valle, leggete il mio articolo “In nessun luogo, eppure dappertutto”.

Questo tratto del sentiero è di grande facilità, prosegue per gran parte in piano. A un certo punto lo troviamo sbarrato da un tronco poggiato sul terreno: è il segno che, anziché proseguire dritti e in piano, dobbiamo imboccare la deviazione a destra, in salita in mezzo ai castagni, che ci permette di aggirare la frana di cui vi avevo parlato nell’articolo “Frana per andare a Lago Degno”. Terminata la salita, il percorso si snoda nuovamente in piano e in discesa e poi, finalmente, raggiungiamo la provinciale.

lago degno molini di triora strada colle langan

Proseguendo in su arriveremmo a Monte Ceppo, San Giovanni dei Prati o Colle Melosa, mentre oggi imbocchiamo la discesa per Molini di Triora.

Lungo la strada possiamo rifarci gli occhi con le case che gli esseri umani si sono costruiti in questa zona tranquilla. Ce n’è per tutti i gusti, davvero! Ci sono abitazioni spartane, con pietre a vista, altre dai colori sgargianti e con giardini popolati da nanetti e e altre fiabesche creature. E’ bello fantasticare sulla vita in un luogo del genere, immerso nel bosco e con tanto giardino intorno. E pensare che, una sera, su questa stessa strada, saltavano una moltitudine mai vista di grossi rospi! Passavo da qui con la mia topo-mobile e dovevo fare una grande attenzione nel guidare, perché saltavano da ogni dove e c’era anche una nebbia così fitta che quasi si tagliava col coltello. Era proprio una notte da streghe, quella! Vedete, nella mia Valle non ci si annoia mai, davvero!

A un certo punto, giungiamo nei pressi di una casetta intonacata di un rosa molto pallido, al di sotto della quale possiamo scorgere un ponte di pietra. Scendiamo, dunque, e lo attraversiamo. E’ un ponte a schiena d’asino, la sua è una gobba notevole! Ci fermiamo ancora una volta a rimirare il torrente Argentina, il bosco sembra volerlo celare, proteggere da sguardi indiscreti.

Che vegetazione fitta, e che verde intenso! Scendiamo dal ponte e ci dirigiamo verso il borgo di Molini di Triora, ammirando anche il punto in cui il Rio Capriolo si getta tra le braccia dell’Argentina e si mescola con lui.

torrente capriolo torrente argentina molini triora

Siamo stanchi, estasiati e stregati dalla passeggiata di oggi, ne abbiamo viste proprio delle belle, non trovate anche voi?

Un abbraccio incantato dalla vostra Pigmy.

Il Trionfo del Glicine – amati se vuoi essere amato

Profumoso, grappoloso, lilloso! Un trionfo di bellezza e felicità. Ah! Quanto adoro il Glicine topi!

E’ un fiore stupendo e talvolta maestoso. Tinge di un tenue e splendido violetto tutta la mia valle ma esiste anche nella tonalità del bianco, del rosa e persino del blu.

Gioia pura per Api e Bombi ha un sapore dolce che anche noi topini amiamo e persino voi umani potete assaggiare.

Vi basterà schiacciare tra i denti il suo picciuolino, al quale sono attaccati i petali, e sentirete che bontà zuccherina! Pare che il suo nome più usato derivi proprio da “glikis” che, in greco, vuole appunto dire – dolce -.

Il Glicine, nome più comune di Wisteria, appartiene alla famiglia delle Fabaceae o Leguminose, ossia la stessa di Piselli e Fagioli per capirci ma lui è sicuramente il più splendente tra tutti.

Anche il suo significato è meraviglioso. Pensate che simboleggia, a causa della sua crescita continua e tortuosa, lo sviluppo della coscienza e della consapevolezza umana.

Oh! Wow! Un’elevazione spirituale importante! Un cambiamento della vita che porta ad evolversi.

Alcuni studiosi associano questa pianta anche alla Dea Venere proprio per sottolinearne la bellezza e il significato verso un particolare amore cioè quello nei confronti della vita.

Originario della Cina, il Glicine, ha da sempre ispirato alla spiritualità e ad una conoscenza diversa e più olistica dell’Universo ma è anche considerato emblema di un sentimento tenero e piacevole come quello di una cara amicizia. Decorando con la sua pomposità ville, giardini e balconi risulta uno dei fiori più amati anche perché è una pianta resistente e tenace che non richiede troppe cure.

Il suo fiore a grappolo è pieno, appariscente, affascinante. Il suo sbocciare rende tutti felici. La sua forma, a cascata, rappresenta benevolenza e disponibilità e, infatti, il suo dolce ma intenso profumo rincuora e fa stare bene proprio come un caro amico che abbraccia.

Desidero farvi conoscere anche il mio piccolo Glicine bonsai uguale identico a quello che, un tempo, nell’antica Cina, gli Imperatori portavano in terre straniere in segno di pace e amicizia. La storia dice questo. E spero che il mio vi piaccia.

Gli Imperatori lo chiamavano – la Vite blu -. Il suo tronco assomiglia a quello della vite dell’Uva ma si sfalda di meno rispetto a quest’ultimo ed è più liscio.

Dovete sapere però che anche se questa che vi ho raccontato è storia vera esiste una leggenda inerente al Glicine, che è la regina delle leggende in suo onore, ed è tutta italina! Precisamente piemontese ed è il racconto che narra di una ragazzina, una pastorella, di nome Glicine, che passava le giornate sui monti e tra i pascoli a piangere tristemente a causa del suo aspetto fisico. Si sentiva brutta e poco apprezzata. Dalle lacrime che sgorgavano dai suoi occhi per tuffarsi poi tra l’erba dei prati iniziarono però a nascere degli splendidi fiori di un viola incredibilmente attraente e dalla forma strabiliante. Vedendo cosa fu capace di realizzare grazie al suo pianto, la ragazza iniziò ad essere molto contenta e molto fiera di se stessa. Iniziò anche ad amarsi e, come per magia, anche il mondo iniziò ad amarla e soprattutto i giovanotti.

Questo è sempre da tenere da conto, vale anche per voi! Amatevi se volete che il resto del Creato vi ami! Posso assicurarvi che funziona… funziona come uno specchio!

Ecco quindi come nacque, secondo i piemontesi, questa splendida pianta.

Spero vi sia piaciuto scoprirlo.

Io vi mando un bacio profumoso e corro a preparare un altro post per voi! Squit!

Una Tana davvero particolare

Nei due articoli “La storia delle Api e del Miele I° e 2° parte” scritti tempo fa, vi avevo ben spiegato la vita di questi insetti meravigliosi. Così importanti per la natura e per noi da far esclamare al saggio Einstein la frase – Se le Api si estinguessero, all’uomo resterebbero solo 4 anni di vita -.

In effetti, il loro lavoro è molto utile a tutti essendo che, oltre a creare il dolce Miele, grande toccasana naturale, si preoccupano dell’impollinazione dei fiori e permettono quindi un rinnovo costante della flora. E’ un po’ come se il mondo vegetale esistesse grazie a loro e, di conseguenza, ne possiamo godere anche noi.

Instancabili insetti. Laboriosi fino allo stremo e, oggi, posso dimostrarvelo avendo visto di persona una parte del loro lavoro e della loro quotidianità. Mi trovavo nella periferia di Arma, nella tana di campagna di alcuni cari topoamici. Dopo pranzo ci accorgemmo che, dentro a delle fessure di plexiglass, che rivestivano una porta per renderla più resistente alle correnti d’aria fredda, alcune Api stavano creando qualcosa di veramente fantastico: il loro alveare. Che design moderno!

Sì. Tanti mucchietti, color ocra, divisi ordinatamente da delle righe nere, riempivano queste fessure che sembravano essere state fatte apposta per loro. Ma cos’erano questi mucchietti gialli? Nettare. Potevamo vedere bene le Api affaccendate, entrare giuste giuste nella loro grandezza dentro a questi tubicini vuoti e, completamente sporche del goloso polline, iniziare a pulirsi meticolosamente rilasciando cadere la polverina magica che poi pressavano in un mucchietto compatto.

Dapprima si vedeva arrivare una piccola nuvoletta color del sole che poi, scuotendosi e accarezzandosi, perdeva il colore e mostrava l’insetto che c’era al suo interno. All’inizio si puliva bene il muso e le zampe anteriori, poi, piano piano si voltava e si girava, si puliva la parte dietro e iniziava a pressare la polverina persa in basso contro il blocco già esistente.

Una volta raggiunta la misura ideale della “celletta” creava un ulteriore strato con saliva, feci e terriccio, dal colore scuro, che serviva come divisore tra una culla e l’altra prima di iniziare la costruzione della cella seguente. Una striscia di grumi neri. E prima di formare questa divisione, studiava bene la situazione! Indietreggiava, controllava, osservava probabilmente se la grandezza andava bene e poi – Si, ok, posso chiuderla e passare alla prossima! -. Incredibile.

E pensare che per formare un pezzettino di giallo, grande circa un centimetro quadrato, faceva avanti e indietro come minimo 20 volte per andare a sporcarsi nuovamente di polverina. Che dedizione e…. che voglia! Non oso immaginare quanto tempo abbiano impiegato a fare tutti questi che potete vedere nelle immagini! Ma tali scomparti, sono formati solo da polline? No.

Se guardate attentamente noterete in uno di essi un po’ di vuoto e un piccolo ovetto biancastro, semi trasparente. Lo avete visto? Nella riga più bassa dell’alveare. Ebbene, ogni cella ne conteneva uno e, vederli, era veramente emozionante. Uova che poi diventeranno larve e infine piccole, nuove Apette. Per me, aver potuto vivere questo avvenimento è stato davvero bello.

Sono stata fortunata grazie alla trasparenza della location scelta e ho potuto osservare per bene ogni cosa senza perdermi nulla. Ciò che maggiormente mi ha colpito è stato il loro duro lavoro. Come vi ho spiegato, facevano avanti e indietro in continuazione. In continuazione.

Io, al loro posto, alla seconda celletta ero già stanca morta. E che precisione! Che ordine! Non c’era uovo più scomodo di un altro. Lo spazio doveva essere uguale per tutti e tutti dovevano poter avere la giusta considerazione. Nessun privilegio. Ma dov’era l’Ape Regina? Ogni alveare ne ha una. Notammo che alcune fessure entravano all’interno dello stipite della porta e quindi probabilmente Sua Maestà, se ne stava comoda in qualche nascondiglio lì dentro.

Ebbene amici, la mia Valle è anche questo. Il mostrare scenari meravigliosi che non sempre è possibile vedere in prima persona o in primo topo come me. Poter conoscere i mondi che convivono paralleli al nostro ai quali spesso non badiamo e non facciamo attenzione. Eppure esistono e sono davvero pieni di vita.

Vi è piaciuta questa tana? Bene, allora vi farò conoscere anche le prossime che troverò in futuro. Sperando di poterne scoprire ancora.

Un bacione, buon week end!

M.

La storia delle Api e del Miele – I° Parte

Forse sapete già tutto delle Api, o forse no. Facciamo così: provo a raccontarvi ciò che ho imparato su di loro dalla mia terra, dai miei amici, dalle mie esperienze e… chissà, magari scoprite qualcosa di nuovo.

Allora entriamo in questo mondo. Quello delle Api è un microcosmo a parte. Convivono con noi, lavorano per noi, ma l’organizzazione che hanno, noi potremmo scordarcela.

Apis Mellifera, lo sapete tutti, è un insetto che appartiene a una delle specie più studiate in tutto il globo. E’ un’insetto che vive con altri simili ed è dotato di un pungiglione che ci spaventa sovente, ma che in realtà è usato solo per pura autodifesa. L’Ape sa benissimo che dopo averci punto morirà, ecco perchè non lo farebbe mai, se non come atto estremo. Il suo pungiglione, o dardo, che si stacca da lei rimanendo incastrato nella nostra pelle, la priverebbe del suo apparato digerente, conducendola a morte certa.

Nel suo habitat naturale, così come in allevamento, questo insetto si divide in tre categorie. C’è l’Ape Regina, la più importante, poi segue l’Ape Operaia e, infine, il Fuco (l’Ape maschio). Quest’ultimo è l’ultima ruota del carro; infatti, serve solo a fecondare la Regina.

In realtà il Fuco, o Pecchione, pur avendo una vita di soli 50 giorni circa, risulta essere molto importante: non solo si occupa di allevare le piccole Api nel favo, come le colleghe Operaie, ma le sue larve, diverse dalle altre, e dai feromoni più dolci, attirano i parassiti, che evitano destabilizzare l’equilibrio igienico e sterilizzato di tutto l’alveare. Le sue celle si riconoscono, ognuno ha la sua. Lui ha una cella esagonale e grande, l’Operaia ha una cella esagonale e piccola, mentre la Regina nasce da una cella esagonale, grande e prolungata, molto più delle altre, tanto da essere quasi cilindrica. Le celle sono sempre esagonali perchè la forma stessa della testa dell’Ape è tale, se vista geometricamente. Fuco è un’Ape grossa, priva del pungiglione e della ligula, la lingua che permette di succhiare il polline. Sfigato fin dalla nascita, infatti, è stato allevato solo a polline dalle altre Api, mentre la Regina è alimentata da Pappa Reale per divenire più grande e più bella delle altre. Fuco può solo aspirare, quindi, come fa un aspirapolvere, per potersi alimentare. Per assicurarsi l’avvicinamento della Regina, deve aspettare per ore fuori dall’alveare che Sua Altezza gli dedichi le sue attenzioni. Il Fuco intraprende una particolare danza e, quando la Regina deciderà di unirsi a lui, avverrà l’accoppiamento. Questo ballo rituale è chiamato “danza dell’accoppiamento”. Ogni danza ha il proprio nome, ce ne sono di diverse e ben distinte, perchè L’Ape le effettua per innumerevoli scopi.

Forse vi starete chiedendo con quale criterio la Regina scelga il suo Fuco. Per decidere, la Regina, che al momento della scelta è ancora snella e longilinea, spicca un volo altonel cielo, più in alto che può. Solo il maschio che riesce a starle dietro e a raggiungerla potrà averla e renderla morfologicamente diversa. Ella diverrà, infatti, con un corpo più tozzo e un addome più gonfio, il quale spesso le impedisce addirittura di volare.

Fuco è grande, con ali grandi come il suo dorso, ed è ricoperto di peli. Nasce da un uovo non fecondato e vive, con i maschi e le operaie, in serenità. Mentre nelle altre Api si nota il giallo vivo con il quale sono colorate, in lui prevale il marrone, risultando quindi il più scuro dei tre.

L’Ape Regina, che è stata corteggiata e fecondata una sola volta nella vita, continua a depositare uova ogni giorno per tutto l’arco della sua esistenza, di circa tre anni, fermandosi solo nei periodi più freddi dell’anno. Può arrivare a depositare fino a 3.000 uova al giorno. Incredibile!

Saranno le Api Operaie a sostituirla, quando si accorgono che la loro Regina non è più in grado di essere tale perchè vecchia, ammalata, ferita, non più  fertile o per altri motivi. Iniziano allora a formare delle celle pronte a ospitare altre Regine. Gallerie grandi, comode… vere e proprie reggie. Le larve che vengono depositate in queste celle, a insaputa della Regina ancora sul trono, vengono alimentate a Pappa Reale per far crescere soggetti grandi, forti e belli. La prima Ape che nasce da una di queste celle, come se sapesse già di essere la nuova Regina, andrà a uccidere tutte le altre non ancora nate e prenderà in mano lo scettro. Dopo aver mangiato così bene, sarà più grande, avrà un mantello più scuro e lunghe ali che non le ricopriranno completamente il corpo. E’ lei la nuova matrona. Emetterà il famoso canto della Regina, un la naturale come nota, un fischio udibile all’aurora o al tramonto delle sere d’estate che viene emesso tramite vibrazioni e che intende comunicare diverse cose. Lei comanderà su tutti. Guiderà il suo sciame verso una nuova vita e farà sì che tutto si mantenga nel modo migliore e più equilibrato possibile. Un compito arduo, il suo, preciso e delicato. La Regina non può essere una sprovveduta.

Tuttavia le Operaie non sono stupide, bensì molto previdenti, e, a sua insaputa, hanno nascosto e protetto delle altre potenziali Regine. Questo fa sì che, se lei non fosse in grado di portare avanti il suo ruolo alla perfezione, possano facilmente sostituirla. In caso contrario, le Api principesse rimaste protette possono andare via dal favo e formare nuove colonie di Api, portando con sé qualche Operaia. Accade così quello che viene definito fenomeno della Sciamatura.

Quando sale al trono, la nuova Regina vola fuori dalla sua casa difesa da altre Operaie che le ronzano intorno come bodyguard, e tutte fanno una gran festa e compiono un’altra danza. In quel momento non pungono, sono felici. Ma quel trastullarsi dura poco: bisogna darsi subito un gran da fare. Le Api non rimangono mai con le mani in mano non per niente si dice siano laboriose, sempre attive e instancabili. Ed è per questo che Regina manda subito in avanscoperta un gruppo di Operaie che per quel compito assumeranno il titolo di Esploratrici. Queste ultime, che di solito sono 5 o 6 per gruppo, una volta trovato un luogo adatto a tutto lo sciame per clima, per territorio, ma soprattutto per nutrimento, effettuano un’altra danza, questa volta circolare compiendo in aria dei giri come a formare un 8. Questo linguaggio significa che hanno trovato una fantastica fonte di cibo.

“All’opera, quindi!”, ordina la Regina, e il nuovo alveare in suo possesso inizia a prendere vita.

Se Sua Maestà avesse deciso che il vecchio non andasse più bene, avrebbero dovuto cambiarlo e costruirne uno nuovo.

Per cominciare, danno una bella ripulita e disinfettata. C’è stato un po’ di trambusto tra la vecchia e la nuova capobranco, ed è bene dare una risistemata. Se si individua un parassita o un acaro, lo si immobilizza immediatamente e si neutralizza la sua patogenicità con una sostanza particolare chiamata Propoli, un antibiotico naturale e molto potente. Il Propoli è una resina che le Api raccolgono dalle piante e rielaborano con degli enzimi dei loro succhi gastrici. Ha diversi scopi, oltre a quello giù citato. Questa sostanza, infatti, è utilizzata anche per sigillare le celle delle uova e proteggerle dai microbi o per sanare eventuali fessure e crepe nell’alveare.

L’alveare è la loro cosa più importante e va difesa ad ogni costo e con ogni mezzo. Davanti a ogni sua finestrella ci sono almeno due Api forti e robuste che, in questo loro periodo di vita, vengono chiamate Api Sentinella. Ogni Ape ha un ciclo vitale e, per ognuno di essi, assume un diverso nome.

Acerrime nemiche delle Api sono le Vespe. Più di una può provare a entrare nel favo. Quando succede, viene immobilizzata e uccisa dal sacrificio di Api che si suicidano pungendola o soffocandola, ma prima che si riesca a compiere questo gesto, la Vespa può essere riuscita ad ammazzare parecchie Api.

Tutti i cadaveri che passano dalla porta d’entrata devono essere gettati fuori dall’alveare: nessun batterio e microbo condotto dalla morte deve intaccare quel microcosmo asettico che è l’alveare.

Il Calabrone o la Vespa che per entrare nel favo ne hanno rotto l’uscio, vengono ricoperti da un sarcofago di duro Propoli.

Nemmeno a un’Ape di un altro alveare è permesso entrare. Viene riconosciuta dall’odore e viene subito soppressa.

L’Ape Sentinella, prima di divenire tale, è stata a sua volta Ape Pulitrice e poi Puericultrice o Nutrice. Questo vi evidenzia come un’Ape inizi a lavorare fin dalla nascita. Lavora ancor prima di imparare a volare, e lo fa tanto per circa 200 giorni di vita. Per prima cosa pulisce ben bene la cella dalla quale è uscita e la disinfetta. Subito dopo si occupa di dar da mangiare alle altre pupe senza scambiare l’alimentazione per una o per l’altra. Prende il cibo dalle Api Bottinatrici, quelle che vanno in giro a cercare cibo e acqua, e lo dona ai cuccioli. In questo frangente, viene chiamata anche Immagazzinatrice, perchè divide il cubo in appositi angoli separati. Dopodichè, essendo cresciuta e avendo sviluppato delle particolari ghiandole, inizia a produrre cera e aiutare le altre a costruire nuove culle. Non sapendo ancora volare, si mette a farr da Guardiana alla sua stessa casa, ma dovrà anche lei diventare Esploratrice e quindi, compiendo piccoli balzi davanti all’ingresso del favo, impara le tecniche del volo, un volo particolare di cui vi racconterò nella prossima puntata…. a presto!

M.

Signor Timo, ben arrivato!

Serpillo, Volgare, Erba peverella, Piperella, Timuriddu, Sarapodda… insomma, qualunque sia il nome attribuitogli, il Timo è conosciuto ovunque e, dal Nord al Sud, è conosciuto in mille modi diversi.

I crociati ne portavano un rametto con loro come simbolo di forza e coraggio. Il Petrarca lo immaginava ai piedi della donna amata, ricca di virtù. Per Plinio e Cesare era favoloso contro le puntture d’insetto e il mal di testa, mentre i Romani ne bruciavano le foglie odorose per profumare gli ambienti e tenere lontane bestiole come ragni e scorpioni.

Timo, con Miss Lavanda, Miss Salvia e Mister Rosmarino, formava l’aceto della panacea contro tutti i mali e, in antichità, contro le pestilenze soprattutto. Di lui si possono usare foglie e fiori e a lui non basta insaporire i nostri piatti, arrosti e soffritti.

Topi, il Timo è il disinfettante per eccellenza. Infezioni? Infiammazioni?  Timo! E’ dermopurificante, deodorante, stimolante, rinfrescante, rubefacente e revulsivo. Pensate quante doti! Ma non sono finite! Il suo oleolito, il timolo, è anche cicatrizzante ed espettorante, fluidificante e tonico. Da non credere! Ricco di vitamina B e C, acido rosmarinico e tannini, stimola il nostro sistema immunitario e rinvigorisce nei casi di stress e stanchezza fisica o psichica. Non ha controindicazioni, se non sotto forma di olio essenziale, (quello vero – che a causa di una molecola molto piccola, penetra troppo in profondità, irritando anche le mucose, e può creare problemi a chi soffre di malattie cardiovascolari o è in stato di gravidanza).

E’ una pianta prevalentemente mediterranea e sempreverde appartenente alla famiglia delle Labiatae, che nasce anche nei luoghi più impervi formando un piccolo arbusto. E’ simpaticissimo con quella sua forma a spruzzo che riveste massi interi di verde sbiadito. Ricordo con amore il terrazzo di topozia o il porticato di topononno, pieni di mazzi di timo appesi a essicare assieme a pannocchie di mais. (Che delizia le pannocchie!). I ciuffi raccolti, venivano utilizzati tutto l’anno per un’infinità di cose.

A me mette allegria. Mi allieta le giornate. Probabilmente tutte le cose che vi ho detto le conoscete già e allora, cercherò di stupirvi un po’. Ad esempio, lo sapevate che il giorno in cui il Timo profuma di più ed è più adatto alla raccolta è il mercoledì? Misteri della natura! E che purifica? Respirare il suo profumo fa bene, pensate che addirittura aiuta contro il mobbing, quando ci sentiamo accerchiati, in trappola, come soffocati da qualcosa, o meglio, da qualcuno. Ha la stessa funzione del Pino Silvestre all’interno del bosco, solo che il Pino Silvestre è al centro della vegetazione e molto alto, sovrasta su tutto, lui invece, sta tutt’intorno ed è bassissimo. Sta lì, in guardia, come a dire “Qui entra solo aria pulita!”.

Se volete imparare a raccogliere bene i fiori, senza rovinarli e senza rovinare il rimanente al suolo, allenatevi con il Timo. Vi spiego: tagliate qualche rametto di Timo e mettetelo dentro un cesto in mezzo a un prato. Se le api andranno anche nel vostro Timo raccolto, allora vuol dire che avrete permesso alla pianta di mantenere il suo DNA, il suo odore, la sua energia, la sua vita. Se le api lo ignoreranno allora avrete sbagliato qualcosa, avrete come “ucciso” ciò che avete preso. Questo vale per tutte le piante, ma il Timo è molto profumato, gli insetti lo adorano e saranno di grande aiuto per voi. A proposito di questo, leggete cosa scriveva già ai suoi tempi Virgilio, proprio a proposito delle api e del Timo (il loro rapporto è famoso):

Così all’inizio dell’estate il lavoro
per i campi fioriti affatica le api al sole,
quando guidano fuori i figli adulti della specie
o stipano il liquido miele e ricolmano di dolce nettare
le celle o ricevono il peso dalle venienti, o fatta una schiera
scacciano dalle arnie i fuchi, neghittoso sciame,
ferve l’opera, olezza il fragrante miele di timo
.

Il Timo, istancabile, simbolo della forza e dell’amore duraturo.

Allora, che dite, vi è piaciuto quello che vi ho raccontato?

Un abbraccio e usate tanto questa spezia, vi farà un gran bene!

M.

Da Glori al Santuario “di Lourdes”

Facciamo ancora una passeggiata, topini.

Una passeggiata splendida, breve, di solo un quarto d’ora, ma molto suggestiva. Cammineremo in mezzo agli ulivi e ai castagni, la natura ci circonderà con il suo verde abbraccio. Venite con me, voglio farvela vedere per bene.

Siamo di nuovo a Glori. All’inizio del paese, la fontana abbellita da questo splendido rubinetto ci riempie le borracce e possiamo metterci in marcia. Subito dopo le ultime case, giungiamo su un sentiero che passa attraverso le campagne e gli orti curati del paese. Gli insetti che svolazzano sono molti, qui vicino c’è anche un signore che tiene le api e loro volano allegre sui mille fiori che costeggiano la stradina, l’unica che c’è e che ci porterà fino al santuario della Madonna di Lourdes, molto famoso nella mia Valle. Si tratta di una rappresentazione quasi uguale alla statua del più famoso santuario francese. Guardate, da qui possiamo già vederlo, scorgerlo tra il verde delle piante. Solitario e bellissimo. Tra poco lo raggiungeremo.

Continuando a camminare, possiamo notare sorgenti d’acqua fresca e un torrente che riusciamo ad attraversar grazie a un ponticello. Questa è la strada che porta anche a Carpasio, su per i monti, per quattro chilometri. I profumi di timo, rosmarino e maggiorana si mischiano e un buonissimo odore ci avvolge. Tantissima è la menta a bordo strada e strofinandola con una mano, il naso si riempie di freschezza. Ma eccoci giunti al piccolo ponte di legno. Possiamo attraversare Rio Fontanili passando sulle pietre incastonate che danno forma alla pavimentazione. Qui c’è una piccola cappelletta e una lastra di ardesia riporta una dedica a un giovane morto a causa dell’alluvione del 2000 che aveva disastrato parecchio la mia Valle. La lapide dice così : “Dedicato alla memoria di Ozenda Lorenzo, deceduto all’età di 34 anni il 6 novembre 2000 in località Ugello, a causa dell’alluvione che distrusse altresì il ponte preesistente. La popolazione pose. Glori 5 luglio 2003“. Mi sembra doveroso ricordarlo.

Qui c’è anche un piccolo praticello e un tavolo di legno per soffermarsi e ascoltare il rumore dell’acqua che scorre. E guardate quanti fiorellini di campo ci circondano! In questo punto la vista è bellissima perchè come dal paese vedevamo la chiesa, ora possiamo invece ammirare Glori da lontano in tutta la sua bellezza. Un paesino fantastico, per non parlare del panorama. Abbiamo da percorrere ancora un piccolo tratto. Questo sentiero a forma di ferro di cavallo finisce in una radura dove è stato eretto il santuario, ma passa per qualche metro anche in mezzo al bosco di castagni. Per terra c’è ancora qualche vecchio riccio che la pioggia non ha portato via. E’ dopo questo passaggio sotto agli alti alberi e le fronde che ci fanno ombra che, a preannunciarci il luogo religioso, c’è una bella croce di ferro con il volto di Cristo scolpito che domina su tutta la valle. Intorno a lei, in latino, sono incise scritte di speranza.

Siamo arrivati. Il cielo è terso e alcuni uccellini ci tengono compagnia. Ecco il santuario chiamato proprio di Nostra Signora di Lourdes, meta ambita non solo da tanti fedeli della Valle Argentina, ma anche da pellegrini che arrivano fin qui da ogni dove. Persino il Vescovo viene spesso a benedire questo luogo ricordando le apparizioni mariane. Devo dire che è veramente bello. Siamo a 600 metri sopra il livello del mare e il posto è stupendo anche solo per il verde che ci circonda. Ora possiamo rilassarci, sederci sulle panchine e goderci il panorama. Possiamo mangiare un panino, saltare sull’erbetta tenera, giocare sul prato…. (cadere dai muri!). Questa passeggiata è stata bellissima. Zampettate tranquilli ora, io sgattaiolo a preparare un altro post e se un giorno riuscirò a entrare dentro, ve lo presenterò ancora più minuziosamente.

Buon proseguimento,

la vostra Pigmy!

M.