Una Valle e casette di pietra sparse qua e là

Tutte assieme a formare un piccolo borgo oppure in solitaria, sotto la neve o sotto il sole sono sempre lì. Da anni, da molti anni.

Sono tante, tantissime le casette in pietra sparse per la Valle Argentina, la mia splendida Valle.

“Casette” è un termine banale e generico con il quale, simpaticamente, si indica una qualsiasi costruzione, ma in realtà i tempi antichi che ci hanno preceduto raccontano di queste strutture definendole precisamente per ciò che erano. Eh sì, topi, ognuna di loro nasceva per uno scopo e la sua costruzione veniva collocata in una determinata posizione strategica in base allo scopo stesso.
Abbiamo quelle che servivano proprio da tana, ossia dimore degli umani.
Dimore per tutto l’anno o soltanto per il periodo estivo, come nel caso dei pastori che usufruivano di queste case in estate, quando si spostavano con il loro bestiame verso i pascoli e le malghe incontaminate ad alta quota.
Abbiamo le selle e le caselle, che venivano utilizzate per mantenere le provviste al riparo da animali e agenti atmosferici; molto utili a pastori, agricoltori e taglialegna e, oltre a ricovero di attrezzi e alimenti, offrivano riparo e riposo agli uomini stessi prima che potessero scendere in paese.
Abbiamo strutture religiose, a volte semplici santuari eretti nel bel mezzo di un bosco, dove il culto religioso abbondava e, ogni momento, ogni luogo, poteva essere considerato una valida stazione dove pregare, rendere grazie e chiedere miracoli e protezione.
Abbiamo stalle e rifugi, principalmente dedicati al bestiame che doveva essere protetto perché grande mezzo di sostentamento per l’uomo.
E ancora mulini, polveriere, cascine, guardiole, bastioni, edicole.
Abbiamo ogni cosa e ogni casa.
Di molte, rimane solo più il ricordo o cumuli di massi, di altre ne possiamo ancora oggi vedere la perfezione e la bellezza.
Certe sono adesso solo ruderi che ancora raccontano una storia passata, certe vengono ristrutturate e rese bellissime come le dimore di una fiaba, ma tutte loro ci parlano, se si sanno ascoltare.
In una Valle che ha molto legname da offrire e molta pietra (principalmente ardesia e arenaria) ecco come i suoi doni venivano usati dall’uomo.
Alcune si trovano in luoghi davvero impervi e risulta incomprensibile capire come si potesse stare lì o con quale fatica, visto il territorio circostante, si siano potute costruire.
In effetti, dietro a ognuna di esse vive una lunga storia di incredibile impegno e duro lavoro che come protagonisti vede l’uomo, ma anche gli animali come gli asini che servivano a trasportare pesanti sacchi pieni di sassi su per ripidi sentieri poco battuti.
Ogni volta che, passeggiando per la natura, ne incontro una mi scappa un sorriso.
Qui son rimaste solo le basi, qui invece si notano ancora le divisioni interne, qui… qui ci abitano, andiamo via per non disturbare.
I massi principali di quelle abbandonate sono divenuti un tutt’uno con la natura, dove, muschio e roveti hanno inglobato ciò che ritenevano di loro proprietà, coagulandolo con essi.
Penso che un gigante possa vederle come piccole pietre preziose incastonate nei monti, sparse qua e là, ad arricchire un ambiente perfetto e meraviglioso.
Attraverso di esse, completamente realizzate con materiali naturali, si percepisce la bellezza dell’essere umano e del suo vivere la natura in totale rispetto con essa.
Dopo questo, cari topi, non mi resta che regalarvi un bacio dal sapore antico e aspettarvi per il prossimo articolo.

C’è Aria d’Inchiostro in Valle Argentina!

Ormai lo sapete, quella in cui abito è una Valle ricca di gente volenterosa che ama quello che fa e ha voglia di mettersi in gioco, com’è successo anche ad Alice Balbo che lo scorso dicembre ha aperto proprio qui, in Valle Argentina, il paradiso di ogni topo-lettore, adulto o bambino che sia.

Sto parlando della nuova, giovane e indipendente libreria Aria d’Inchiostro, un respiro a pieni polmoni che ha aperto i battenti all’interno del centro commerciale La Riviera Shopville, ad Arma di Taggia.

Aria d'Inchiostro libreria2

Aria d’Inchiostro è un luogo accogliente, lo si intuisce già guardandola dall’esterno, con quelle luci soft e ben diffuse, di quelle che non fanno male agli occhi dei topi di biblioteca (eh sì, un po’ topina di biblioteca lo sono anche io).

C’è profumo di candele, una fragranza dolce e accogliente di frutti di bosco che si mescola a quella della carta stampata. Un piacere anche per il naso, insomma!

Aria d'Inchiostro libreria

Un posticino sul fondo del negozio lascia ampio spazio agli autori locali, di alcuni di loro vi ho anche già parlato diverse volte e sono strettamente legati alla Valle Argentina.

libri di autori locali valle argentina

Gli scaffali sono in legno laccato, con l’alternanza dei colori bianco e nero. Una scelta, questa, che ricorda tanto le pagine di un libro, fatte di carta bianca e di nero inchiostro, ma che è stata voluta per dare un effetto di movimento all’aspetto di questa libreria così particolare.

Due tavoli abbelliscono l’ambiente, fungendo da base per corsi e laboratori, ma che sono funzionali anche a mettere in bella mostra i volumi più preziosi e particolari.

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I libri – come mi ha spiegato Alice – non sono statici, a differenza di quanto si possa pensare a un primo sguardo. E anche la libreria vuole trasmettere questo messaggio, perché da Aria d’Inchiostro, topi miei, si può fare tutto tranne che annoiarsi!

Già, perché le libraie Alice e Zelda sono sempre intente a inventare qualcosa di nuovo per i visitatori della loro bottega, un luogo nel quale potersi dedicare a tante attività differenti e per conoscere gente accomunata dalle stesse passioni.

Aria d'Inchiostro libri2

 

I topi adulti possono dilettarsi con i gruppi di lettura a cadenza mensile, per i quali le libraie scelgono un tema che sarà oggetto di confronto durante l’incontro, una tavola rotonda che andrà fatta partendo da un libro che si è letto e che si vuole far conoscere anche ad altri e che porta in sé messaggi degni di essere discussi insieme.

C’è la possibilità di riunirsi e divertirsi con i cari, vecchi giochi da tavolo… e che risate in compagnia! A proposito di giochi di società, Aria d’Inchiostro ha organizzato anche il Gioco dell’Oca Letterario, con un lancio di dadi settimanale che al momento vede partecipare ben 16 ochette. Ogni dado corrisponde a una sfida letteraria tematica da portare a termine e si guadagnano punti in base alle missioni completate, che permettono di lanciare il dado e di avanzare di casella nel colorato tabellone appeso nella bacheca della libreria.

gioco dell'oca letterario

Tutto questo ben di Dio sta facendo nascere pian piano una comunità coesa di appassionati anche sul web, che seguono su Facebook e Instagram l’avanzare delle proprie pedine e si scambiano opinioni in tutto divertimento sui libri letti per il gioco, che alla sua conclusione – ad agosto – prevederà un premio per tutti.

Sempre per i più grandi, si sta svolgendo da un po’ di tempo anche un corso di scrittura creativa per imparare l’arte di scrivere romanzi.

Se tutto questo non bastasse, i più grandi troveranno soddisfazione anche nell’incontrare dal vivo gli autori di romanzi, saggi e raccolte di racconti: ogni fine settimana, infatti, sono presenti da Aria d’Inchiostro gli scrittori disposti a presentare al pubblico la propria opera.

Ci sono le poltrone comode e avvolgenti per leggere tranquillamente seduti e indisturbati, come nel salotto della propria tana.

Aria d'Inchiostro - poltrone relax

E poi ci sono le attività per i topini più piccoli, con un angolo dedicato al libero sfogo della fantasia, scaffali traboccanti di storie, storielle, peluches e giochini per aiutare chi muove i primi passi nel mondo della lettura. Ogni venerdì pomeriggio e sabato mattina mamme e topini possono godersi una bella lettura e partecipare a un bel laboratorio creativo. Aria d’Inchiostro svolge anche attività con le scuole del territorio, adattandosi alle esigenze delle insegnanti.

Non ci sono solo libri sugli scaffali… nossignori! Vi troverete anche simpatiche tazze come idea regalo o per sorseggiare le vostre bevande calde, fantasmagorici biglietti d’auguri pop-up per ogni ricorrenza, giochi per soddisfare la curiosità dei più piccoli, candele profumate, borse, penne, matite, quaderni, topini di lana, segnalibri, collezioni di Tarocchi per gli appassionati e splendide miniature in ceramica dei personaggi più disparati.

Insomma, un negozietto mica male, vi pare?

E guardate, guardate in che modo Alice ha omaggiato la bella Valle Argentina…

etichette libreria - Aria d'Inchiostro

Al posto delle classiche etichette, a indicare il genere letterario contenuto sugli scaffali della sua libreria ci sono dei segnalini in ardesia, la pietra tanto elogiata e amata da tutta la Valle.

Che poi, a ben pensarci, non poteva esserci nome migliore per la preparata, gentile ed entusiasta libraia titolare di Aria d’Inchiostro: Alice, come la protagonista del celebre romanzo di Lewis Carroll, che in questa libreria ci conduce in un vero e proprio Paese delle Meraviglie.

Aria d'Inchiostro

Qui le iniziative non mancano e tante devono ancora vedere la luce. Io vi consiglio proprio di passare a sbirciare, divertirvi e trascorrere qualche momento spensierato, che fa sempre bene al cuore e all’anima!

Uno squit di carta e inchiostro a tutti.

 

Fuori dal tempo ad Agaggio Superiore

Alcuni luoghi della mia Valle, soprattutto in certe stagioni, paiono come sospesi in un momento senza età. Ci sono posti che hanno la parvenza di essere simili ad Avalon, fuori dai canoni ordinari dello spazio e del tempo come noi li intendiamo.

Questa è l’impressione che fa Agaggio Superiore in questo periodo dell’anno, dove il vero, indiscusso protagonista resta il silenzio surreale che permea ogni cosa.

E’ una frazione di Molini di Triora e dista quattro chilometri da questo borgo. Ci si arriva da Agaggio Inferiore, si sale, si sale fino ad arrivare ai 702 metri sopra il livello del mare. E l’altitudine, qui, si fa subito sentire col suo freddo più intenso, gli sbuffi di vapore che escono dalle narici e dalla bocca quando si respira.

Tutto è sospeso, come vi dicevo. Neppure le foglie morenti sui rami osano più frusciare e quelle già abbandonate al suolo non scricchiolano, restano là, immobili, come se ogni cosa fosse vittima di un incantesimo.

Guardandosi intorno, parrebbe quasi abbandonato. Gli oggetti lasciati nei dintorni sembrano spettri di un tempo ormai perduto, ogni cosa permea una nostalgia palpabile, percepibile.

mollette bucato

E’ malinconico, Agaggio Superiore, con le sue finestre sbarrate, gli usci chiusi e quei tetti che gridano al cielo il loro bisogno di essere rimessi in sesto. Pietra e ciappe d’ardesia la fanno da padroni, e gli unici abitanti paiono essere gli animali, che ci salutano subito con affetto al nostro arrivo. Eppure nulla è come sembra, perché anche se qui tutto pare immobile e quieto, anche là dove il silenzio sembra sintomo di abbandono, c’è chi resiste come il timo aggrappato alla roccia e abita ancora nelle casette di Agaggio, con ritmi lenti, quasi come quelli di un tempo lontano. E c’è l’azienda Casciameia, che vende prodotti locali, ottimi vini e i tipici fagioli della vicina Badalucco.

Una volta c’era anche una bottega qui, come in ogni paese della mia Valle. E in quella stessa bottega abitava la famiglia che la gestiva. Un tempo era così: ci si accontentava di spazi modesti, qualche volta non si aveva neppure il lusso dei vetri alle finestre.

Oggi quella bottega è una casa che attende nuovi abitanti, nuove risate e rinnovati sorrisi.

La passeggiata nel piccolo borgo è piacevole, continuiamo a essere accompagnati da gatti e cagnoloni pronti a farci le feste, come se avessero rivisto un amico di vecchia data.

Ci abbandoniamo alle coccole di quel momento, ma poi continuiamo e raggiungiamo  Piazza San Carlo, dove svettano due chiese, l’una dirimpettaia dell’altra.

E qui diventiamo muti testimoni di un contrasto che quasi disorienta, un connubio tra vecchio e nuovo. C’è la chiesetta antica, con le mura di pietra, ormai fantasma di se stessa. E poi c’è la sua più nuova controparte, la facciata intonacata coi toni del cielo primaverile.

Ci sono anche qui, come ad Aigovo, i giochi per i bambini. E che bella l’altalena, in quel contesto di alberi, prati e panorami! Salirci è come darsi la possibilità di toccare il cielo con un dito, vestire per un istante i panni di una cinciallegra che guizza veloce da un ramo all’altro.

A proposito di boschi, quelli dei dintorni sono tutti di Castagno e i colori del re del bosco sono accesissimi in questo periodo. Una volta la popolazione di Agaggio viveva di castagne, si partiva presto al mattino per raccoglierle, lavorarle. Un po’ tutta la mia Valle viveva grazie a questa portentosa e generosa pianta, ve l’ho detto più volte. E faceva freddo in inverno, molto più di adesso. L’acqua ghiacciava nei catini durante la notte, e al mattino si doveva spaccare il ghiaccio per potersi lavare il viso.

Tempi duri, certo, e Agaggio li conserva tra le rughe delle sue case antiche, nella lapide dedicata ai caduti della guerra e in quella memoria bellica che permea ogni luogo della mia Valle con il suo grido di libertà che riecheggia ancora, rimbalzando da un borgo all’altro.

Adesso vi saluto, topi miei. Le gemme sugli alberi a novembre mi dicono che quello che sta per arrivare sarà un inverno lungo e freddo e devo ancora finire di preparare le mie provviste di articoli per voi.

Un bacio di brina dalla vostra Prunocciola.

“Au Ciottu” di Corte

Ci sono luoghi della mia Valle che non sono accessibili a tutti, ma… io che sono Pigmy  posso andare dove voglio e sono sempre autorizzata, grazie alla miriade di topoamici che ho, sparsi qua e là, e che mi consentono di visitare le loro terre o i sentieri sbarrati ai più.

E oggi è proprio in un posto come questo che vi porto, “vietato”, cosicché possiate ammirarlo tutti voi.

Sì, lo so che in natura non dovrebbero esserci divieti, ma così è e, nel mondo degli umani, ci si deve adattare. Io sono comunque lieta di aver visto una meraviglia che ancora non avevo ammirato e ringrazio di cuore chi mi ha permesso di godere di tanta bellezza e di tanto appagamento.

Andiamo sopra il paese di Corte, precisamente al Ciotto di Corte. Un tempo, in questa depressione erbosa ricca di Noci e Castagni, venivano raccolti i frutti di questi alberi e portati per la vendita fin giù a Taggia o a Corte stessa. I mestieri di una volta si possono ancora vivere attraverso l’immaginazione e l’atmosfera di queste zone.

La strada è sterrata, ma larga e comoda. Sale senza essere ripida e ci porta fino a trovarci di fronte al Carmo dei Brocchi che sovrasta un altro Ciotto, quello di San Lorenzo. La vista è magnifica, una meraviglia si apre agli occhi e permette al cuore di respirare.

Mi accompagnano le farfalle, molto numerose in questa stagione, che si posano sui fiori. Ognuna ha un colore diverso dall’altra e si posano anche su alcune pozzanghere per bere, presumo. Ci sono la Ginestra, il Pisello selvatico, e le rocce attorno sono coperte di Timo e Lavanda.

In certi punti si può ammirare il paese di Corte dall’alto, tutti quei tetti rossi sembrano appiccicati tra di loro e più in giù, sul Torrente, c’è Molini di Triora  “il Paese dell’Acqua”, chiamato così proprio perché costruito sulle sponde dell’Argentina e del Rio Capriolo.

In alto, invece, c’è la stessa Triora e, dall’altra parte, a sinistra di fronte a noi, ecco Andagna con il suo bosco nel quale si intravede il sentiero che porta alla chiesetta di Santa Brigida.

Sono partita dal Camposanto di Corte, piccolo, intimo e ben tenuto e, percorrendo questa strada, ho seguito anche un pezzo di sentiero che, fino a qualche anno fa, veniva utilizzato anche come pista per la Corsa Podistica che si teneva durante la festa in onore alla Madonna dell’8 di settembre.

Una festa importante, per gli abitanti di Corte, molto sentita. Da qui si può anche raggiungere la Palestra Naturale di Arrampicata “Rocca di Corte” per gli amanti scalatori. La Falesia di Corte, che prende il nome proprio dall’omonimo paese, si offre in tutta la sua verticale bellezza per essere scalata da climbers esperti, essendoci punti pericolosi e su strapiombi.

La sbarra che blocca la strada è il preludio della magnificenza. Non avevo mai visto la mia Valle da questo lato. Posso ammirare i pascoli laggiù in fondo, le vette, alcune dolci altre più aspre e, oggi, alcune nuvolette le contornano come un ricamo.

Le More non sono ancora mature. Se lo fossero, ci sarebbe da mangiare per tutto il tragitto. Ce ne sono tantissime e non mancano nemmeno le Ciliegie e le Prugne.

Questa strada porta anche a una piccola frazione di appena una manciata di case, chiamata Vignago e sono davvero pochi a conoscerla. Sarà però una prossima meta perché è davvero distante e oggi non riesco a raggiungerla. Mi chiedo, però, come si potesse vivere così lontani dal paese un tempo, eppure…

Arrivati al Ciotto, l’atmosfera è stupenda. Grossi tronchi aspettano di essere tagliati e bruciati per riscaldare durante l’inverno ed esorcizzare la temperatura rigida della stagione più fredda, rendendo l’ambiente domestico più confortevole.

Il prato è bellissimo, sotto l’ombra di Noci e Castagni secolari ed enormi che sono ancora lì e ancora donano i loro frutti. Tutto attorno c’è il bosco, più fitto in questo punto, ma comunque suggestivo.

Ci imbattiamo in un casone, dove un tempo si stipavano i frutti della terra e gli attrezzi, e una piccola chiesetta conosciuta come “la Chiesetta du Ciottu”, piccola, ma molto carina, con il tetto in ciappe di Ardesia e il portale dello stesso materiale. Come già vi ho detto più volte, santuari, chiese e edicole religiose non mancano mai nella mia Valle.

Da qui si può osservare molto bene la Valle nel suo termine stesso. Nel senso che si vede chiaramente il vallone compreso tra le due catene montuose che la circondano. Si possono notare anche alcuni piccoli affluenti del Torrente Argentina, che adesso sono in secca, nonostante le numerose piogge di quest’anno. Sembrano grandi arterie dei monti con il loro beige che si staglia in tutto quel verde. Un verde onnipresente.

Questa strada, infatti, è percorribile anche in piena estate, a differenza di altre della Valle, perché offre zone d’ombra nelle quali ristorarsi. Ci sono molti alberi, cespugli e arbusti ai suoi lati. Non è aspra e glabra come l’Alta Valle dei pascoli e degli alpeggi.

Sono tanti, infatti, anche gli uccellini che accompagnano la nostra passeggiata con il loro canto. Qui possono costruire i loro nidi. Si sentono cinguettii di vari tipi e, tutti assieme, formano un coro armonioso.

Come vi ho detto, la strada continua, sale molto più su, ma adesso io mi fermo qui. Mi riposo e mi godo questa natura eccezionale che dona le sensazioni migliori. Sedetevi anche voi accanto a me e ascoltate… osservate… in silenzio… il Tutto.

Vi aspetto per il prossimo tour Topi, a presto!

L’Ardesia perfetta e il Tavolo da Biliardo

Come ho detto altre volte , l’Ardesia è sicuramente uno dei simboli principali della mia Valle. E’ una pietra ricorrente, con la quale si possono realizzare molte cose: le ciappe, che sono delle lastre da mettere sui tetti al posto delle tegole, per rendere le tane più caratteristiche, i portali, i pavimenti, i gradini e anche le sculture, ovviamente. Su di essa vengono intagliati scritte e disegni che possono essere utilizzati o come segnali indicativi nelle vie dei paesi, o come bellissimi quadri da appendere in casa. Ve li avevo anche mostrati tempo fa.

Per creare determinate rappresentazioni, nelle quali lo scalpello deve incidere maggiormente il suo taglio, occorre tuttavia la pietra perfetta. L’Ardesia, pur essendo bellissima e prestandosi molto bene a diverse lavorazioni, non è del tutto perfetta. E’, infatti, molto morbida e fragile e, al suo interno, può nascondere incrinature pericolose non adatte ad accogliere gli strumenti dello scultore. A lavorarla si rischia di spezzare letteralmente in due – o, peggio ancora, in mille pezzi – la lastra, mandando in frantumi anche l’impegno e il tempo dell’artista. Per evitare incidenti spiacevoli, bisognerebbe sottoporre le lastre scelte ai raggi X, i quali sono in grado di intercettare gli eventuali inestetismi della pietra, in modo da scartare le pietre imperfette o utilizzarle per scopi diversi dall’artigianato. Questo studio comporta un costo anche piuttosto elevato e non tutti gli appassionati della lavorazione su Ardesia possono permetterselo. Tuttavia, a volte capitano dei colpi inaspettati di fortuna… e ci si ritrova tra le mani tre lastre perfette che diventeranno presto tre lavori meravigliosi.

Tre?! Perché tre? Ve lo spiego subito parlando del tavolo da biliardo. Oh! Sembra che questo non c’entri nulla nel mio discorso, invece c’entra eccome!

Dovete sapere che in ogni tavolo da biliardo sono presenti tre lastre belle spesse di Ardesia. Questo rende il piano più resistente e consente alle palle del biliardo di scorrere  più fluidamente. La cosa interessante, tuttavia, è che questi tre lastroni sono stati sottoposti all’invincibile occhio dei raggi X! Per essere messe all’interno del tavolo da gioco devono assolutamente essere perfette, dentro e fuori, e quindi la garanzia è assicurata.

Capita ogni tanto che, uno di questi tavoli, venga distrutto perché vecchio e malridotto, ma le lastre al suo interno naturalmente no: sono ancora fantastiche e speciali.

Quindi, lo scultore che riesce ad accedere a questo materiale può ritenersi ultra fortunato, soprattutto se è un caro amico di chi ha distrutto il tavolo.

A quel punto sa che, con lo scalpello, potrà permettersi di andare a fondo quanto vorrà, perché quell’Ardesia resisterà a tutto. Potrà creare dei bassorilievi stupendi e osare, mentre con altre lastre dovrebbe trattenersi, reprimere una parte della sua vena creativa. Si tratta di un grandissimo regalo, per lui, poiché può davvero dare sfogo a tutta la sua fantasia e valorizzare ancora di più la pietra simbolo della Valle Argentina!

Ma quante ne so?! Basta, scappo a scoprire altre curiosità. Un bacione topi!

Da Loreto al Colle Belenda tra castagni e betulle

Cari topini, anche oggi partiamo per una nuova avventura, andiamo nelle vicinanze di Triora. Questo dovrebbe già farvi capire che non potrà trattarsi che di un percorso magico, ma questa volta le streghe non c’entrano niente.

Siamo ancora una volta in autunno. Imbocchiamo il ponte di Loreto, dopo l’abitato triorese, e proseguiamo sulla strada. Dopo un paio di tornanti, sulla destra troviamo dei cartelli che indicano l’inizio del nostro percorso.

Parcheggiata la topo-mobile a bordo strada – messa in modo che non dia fastidio, perché sulla strada e sul sentiero transitano mezzi agricoli per via delle case di agricoltori e pastori nelle vicinanze – siamo pronti a imboccare il sentiero che porta a Case Goeta, Colle Belenda e Colle Melosa.

Cominciamo già in salita, ma questo è solo l’inizio: dovremo salire, salire e ancora salire per raggiungere la nostra destinazione. Avete messo abbastanza acqua nel vostro zaino? Guardate che ne servirà tanta, eh! Bene, allora cominciamo.

castganoVeniamo subito accolti da un suggestivo bosco di castagni, in autunno hanno colori stupendi: l’oro si mescola al verde, sembra quasi di camminare nel mondo del Mago di Oz. Qualche metro dopo l’imbocco del sentiero, scorgiamo una casa (vi avevo detto che questa zona era abitata!): sebbene il percorso sembri procedere dritto, dobbiamo stare attenti e fare una svolta a sinistra. Non ci sono cartelli a segnalarcelo, ma guardando bene tra la vegetazione possiamo scorgere i segni bianchi e rossi orizzontali dipinti sui tronchi degli alberi, pronti a guidarci verso le meraviglie che vedremo.

Saliamo, allora, sempre in mezzo ai castagni. Man mano la salita si fa più importante, il bosco più fitto. E che colori, topini! Sono indescrivibili e impossibili da fotografare nel modo giusto, ma tutto intorno a noi è un’esplosione di giallo intenso, rosso corallo (“Ma come, in montagna?”, direte voi. Ebbene sì!), verde smeraldo, castano… E i profumi che stuzzicano il naso rendono tutto più suggestivo.

Il suolo è un mare di foglie, le zampe ci affondano dentro e ci si sguazza volentieri. E quante castagne! Sono una più bella e succulenta dell’altra, ma oggi le lasciamo a qualcun altro, non abbiamo tempo di fermarci a raccoglierle, perché dobbiamo continuare a salire.

Mentre passeggiamo, non possiamo fare a meno di accorgerci dell’antica presenza dell’uomo in questi territori: ovunque, nel bel mezzo del bosco, ci sono maixei (muretti a secco) e ruderi di antiche abitazioni. Che ci si creda o no, questi luoghi erano abitati e conosciuti, non è difficile pensare alla ricchezza che potevano offrire il terreno e gli alberi circostanti. I generosi castagni, infatti, erano chiamati “alberi del pane”, talmente erano (e sono) apprezzati dai liguri, e con i loro frutti si poteva fare davvero di tutto!

Incastonato in un nodo del tronco di uno dei tanti castagni, troviamo un piccolo omaggio alla Natura: un volto disegnato nella pietra. Sembra uno spiritello silvano, l’albero lo avrà gradito.

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Più avanti, dopo una svolta, spicca davanti a noi un grande castagno; sembra una mano gigantesca che rivolge il palmo verso di noi per salutarci, la vedete anche voi?

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Tutto, intorno a noi, è fonte di meraviglia. Sono molti gli alberi caduti al suolo, alcuni sono davvero dei vecchi giganti abbattuti dalla forza della natura, ma la vita non muore, continua. Dai tronchi riversi al suolo nascono funghi e nuove piante, che attecchiscono sulla vecchia corteccia. E le foglie non sono mai rivolte verso il basso, ma su, in alto: anelano al sole, al cielo, alla Vita. E così dovremo fare anche noi, prendendo esempio da loro, ma questa è un’altra storia.

Nel bosco, di tanto in tanto, spiccano i tronchi alabastrini delle Betulle. Sono altissime, eppure si muovono leggere al passaggio del vento. Le loro chiome ondeggiano, le foglie tremano e sembrano quasi salutarci con gioia. Ha una chioma spettinata, la betulla, o almeno così la vedo io. É un albero a dir poco straordinario, possiamo dire che sia un po’ come una mamma; si prende cura del terreno su cui mette radici e lo prepara per una pianta possente, forte e stabile: la Quercia. Se quest’ultima riesce a prosperare, è proprio grazie alla materna e leggiadra Betulla.

Betulle

Stiamo salendo da un po’, quando iniziamo a vedere le case nel bosco. Com’è strano pensare alla vita di un tempo e confrontarla alla nostra frenetica e tecnologica modernità! Pietra su pietra, queste abitazioni sono ancora qui, suggestive e perfette. Solo gli interni sono crollati, qualche volta anche il tetto di ciappe di ardesia ha dei cedimenti, ma la struttura resta intatta, resiste alle intemperie e all’incuria. Non un solo grammo di cemento è stato gettato sulle pareti, ma si reggono bene, come se fossero alberi anche loro.

Ancora più avanti, un cartello ci invita a fare una deviazione e noi non possiamo fare a meno di avventurarci nella direzione indicata, perché… be’, c’è bisogno di dirlo? La foto parla da sola!

Grande Castagno

Si sale un pochino e infine ci si arriva, e il Vecchio Castagno è davvero maestoso, così tanto da incutere un timore reverenziale.

Grande Castagno2

È proprio altissimo, non se ne vede la fine, perché la sua chioma è ampia e rigogliosa. Giriamo intorno a lui, meravigliati, e ci vuole un po’ per fare tutto il giro. Chissà quanti anni avrà! Sarà sicuramente secolare. Una panchina naturale è stata ricavata da una delle sue propaggini, crollata al suolo, e noi ci fermiamo a riflettere e a godere della sua pace e protezione per un po’, poi riprendiamo il sentiero maestro. Siamo a 1015 metri sopra il livello del mare quando raggiungiamo la prima tappa della nostra gita, Case Goeta.

Proseguendo ancora un po’, sempre in salita, il bosco si apre e ci ritroviamo nei pressi di un ampio prato che offre una vista mozzafiato sui monti circostanti. C’è un albero di mele che spande la sua fragranza nell’aria, è un profumo dolce, intenso e viene voglia di cogliere un frutto dai suoi rami per sentirne lo zucchero sulla lingua, ma sono troppo maturi, ormai, non ne vale la pena. Qui prevale la macchia mediterranea, c’è la lavanda, ancora fiorita nonostante non sia più il suo tempo, e poi il timo, la ginestra, il ginepro. Davanti a noi svetta il Gerbonte, l’aria è tersa e calda, nonostante la stagione.

Monte Gerbonte vista panoramica

E allora decidiamo di fermarci lì a pranzare con qualche fetta di pane di Triora, accompagnato da un po’ di formaggio. Era il pranzo ideale di pastori e contadini, e lo è ancora oggi per alcuni, tra queste montagne.

Rifocillatici, riprendiamo il cammino. La vegetazione cambia rapidamente e nel bosco, adesso, padroneggiano il Nocciolo, l’Acero e il Rovere.

La salita si fa più ripida e si arriva a gradini naturali di roccia. Sono massi più grandi di noi e hanno forme che affascinano e rapiscono. Arriviamo, dunque, a un nuovo spazio aperto e da qui riconosciamo Triora, il Passo della Mezzaluna e il Monte Faudo.

Valle Argentina

Concediamo ai nostri occhi di riempirsi di tanta bellezza e poi continuiamo a salire. Colle Belenda è vicino, a dircelo è un cartello.

Colle Belenda

Ancora una volta, la vegetazione si trasforma: il bosco non è più fitto e luminoso, ma rado e scuro. Il terreno è nudo, solo pochi aghi e qualche pigna lo ricoprono. Non ci sono quasi più latifoglie, intorno a noi svetta solo il Pino Silvestre. E che profumo balsamico! L’aria è fredda, siamo saliti bruscamente di quota e si sente.

Il sentiero serpeggia in falso piano, finalmente possiamo riposare un po’ i muscoli stanchi, e a tratti tornano a farci compagnia le latifoglie colorate dalla tavolozza autunnale.

Colle Belenda2

Infine, non ci pare vero, raggiungiamo la nostra destinazione e arriviamo a Colle Belenda, a 1383 metri sul livello del mare! Siamo in un punto mediano tra le Valli Nervia e Argentina.

Fa freddo, si gelano le guance, la punta del naso e le dita, ma siamo contentissimi. Potremmo proseguire sulla strada carrozzabile per Colle Melosa, ma ci fermiamo, perché la discesa sarà faticosa al pari della salita, e per oggi possiamo dirci soddisfatti!

Un saluto nebbioso,

la vostra Pigmy.

Note tecniche del percorso:

  • Livello: escursionistico
  • Dislivello: 727 mt

Dislivello sentiero

  • Chilometri percorsi: 8,4 km circa.
  • Durata: 5 ore circa con le soste, 4 ore a passo sostenuto senza soste.

La Loggia degli Sposi

Torniamo un po’ nel cuore della mia Valle. E’ da tanto che non vi ci porto ma oggi ho in serbo per voi una vera sorpresa.

Vi ho fatto conoscere, tempo fa, il meraviglioso borgo di Montalto Ligure, potete vederlo qualche post più in là, e oggi ci riandiamo perchè ho voglia di mostrarvi una cosina davvero particolare. Ebbene non potevo certo non parlarvi di questo posticino fantastico, grazioso ma soprattutto romantico, come lo è l’intero paese. Siamo infatti nel borgo definito “romantico” per eccellenza e quindi non poteva mancare una vera e propria loggia dove potersi sposare. SONY DSCE quante coppie ha visto unirsi in matrimonio questo luogo di pietra!

Nella mia Valle lo conoscono tutti e, ogni volta che ci si mette zampa, si cammina sopra il riso bianco degli sposini che sono appena stati qui.

Cari topi, ecco a voi, la – Loggia degli Sposi -. Sono diverse le vie che ci portano a lei.SONY DSC Partendo da sotto, bisogna inerpicarsi per una scalinata abbastanza ripida dai gradini consumati e il colore delle luci giallognole implica un’atmosfera suggestiva e quasi misteriosa. Alcune porte che incontriamo sono in legno massiccio e molto vecchie appartenute un tempo, forse, a delle stalle. E’ un luogo affascinante nel bel mezzo di questo villaggio arroccato sui monti del mio mondo.SONY DSC Un piccolo spazio dalla pavimentazione di ciappe, due panchine, un lampione e un’apertura che offre un panorama degno di qualsiasi matrimonio. SONY DSCMantiene in tanti punti la sua antichità.

E’ stato, per certi punti di vista, reso solamente un po’ più comodo, come l’aggiunta dello scorrimano per agevolare probabilmente la salita alle spose munite di vertiginosi tacchi a spillo ma, per il resto, tutto è com’era un tempo. SONY DSCVi sarete accorti, immagino, già da queste prime foto che a regnare infatti è la pietra. Ci circonda, ci siamo sopra, ci siamo sotto, è ovunque, e questo fa si che il posticino rimanga bello fresco anche in piena estate.

Il sole passa solo da due finestre aperte e semitonde, sembrano le aperture di un castello e la luce è spettacolare.SONY DSC Il tetto offre una bellissima lavorazione di travi in legno e, sotto di lui, nel centro della parete più ampia, c’è una piccola fontanella in ferro dalla quale sgorga acqua fresca. Il suo rubinetto porta la stessa lavorazione di tante altre fontane della mia Valle e il suo rubinetto è in ottone.SONY DSC Per il resto, a parte due panchine per gli invitati più anziani, non c’è nulla; si presta però ad essere addobbata come meglio si crede con felci, piante e composizioni di qualsiasi tipo adatte al fatidico giorno. Che emozione. E’ l’ideale per meravigliose foto in posa. Lo sfondo è magnifico. SONY DSCLa Loggia degli Sposi è un luogo così antico da presentare ancora gli archi e le lastre di ardesia di un tempo. Al centro del pavimento inoltre è stato composto su di esse, lo stemma del comune di Montalto Ligure. Se non erro, questo è stato fatto da un artista del luogo. SONY DSCA celebrare il loro matrimonio civile, in questa fantastica cornice, vengono anche turisti e stranieri. E’ un posticino famoso. E, se si vuole, si possono anche continuare i festeggiamenti nella piazza della chiesa poco sotto. Guardate ad esempio questa foto che ho preso dal sito rivieradivina.it, non è meraviglioso?loggia3In fatto di matrimoni campestri, questo è l’ideale. E allora topi, non dimenticatevi di venire a vedere la Loggia degli Sposi se vi capita di passare da queste parti. Non potete perdervela. Merita. SONY DSCVi sembrerà di fare un salto nel passato. Vi sentirete castellani o menestrelli in un giorno di festa. Una perla della Valle Argentina. Vi è piaciuta?SONY DSC Bene topini, adesso allora posso lasciarvi ma tenetevi pronti, vi porterò presto in un altro posticino sensazionale. Un bacione grande, alla prossima. M.SONY DSC

Montalto Ligure, sentinella della valle

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Montalto Ligure, qui nella valle Argentina, proprio sopra Passo Vena è considerato sentinella della Valle a causa della sua magnifica posizione.

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Arroccato su una collina, in posizione centrale, può scorgere gran parte della vallata, una cosa molto utile in passato, quando c’era bisogno di poter notare l’eventuale caso di pericolo e allarmare la popolazione. Parlo di un tempo in cui la mia Valle veniva saccheggiata spesso da Barbari, Saraceni e nemici.

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Questo bellissimo paese, che conta circa 360 abitanti e si trova a 315 metri sul livello del mare, è anche nominato “paese romantico”. Andiamo a scoprirne il perché.

Be’, non ci vuole molto a capirlo. Dalle sue case, dai suoi vicoli, dalla sua atmosfera, scaturisce una sensazione di mistero, fascino e romanticismo che rapisce letteralmente.

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Montalto è bello, non c’è niente da fare: quel suo groviglio di strade ed emozioni ti prende e ti fa suo. Non può non piacerti e non puoi non fermarti.

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Ogni angolo, ogni scalino, ogni scorcio dev’essere accarezzato dal tuo sguardo curioso. E’ questo a suscitarti, mentre passeggi fra i carruggi: curiosità. Non puoi farne a meno. Camminare per Montalto, però, è anche una bella fatica.

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Le stradine inerpicate in salita non hanno pietà delle nostre zampe e, visto che al suo interno non si può parcheggiare, mi chiedo come facciano gli anziani che abitano in cima al paese. Tutte le case sono in pietra. L’ombra è la protagonista assoluta.

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Quei suoi portici romanici e quei contrafforti tra una casa e l’altra, spessi e voluminosi, non lasciano filtrare la luce. I panni stesi sotto ai carruggi creano come un’unione tra gli abitanti di una casa e l’altra. Anche i vasi dei fiori e le siepi danno la stessa sensazione.

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I suoi terra-cielo sono infiniti, attaccati, uno dopo l’altro, alcuni completamente ricoperti di edera o vite selvatica e, intorno, i verdi monti della vallata, i castagni, la ginestra, i carpini, i lecci, il cielo terso e giù, in fondo, il Torrente Carpasina che s’incontra con il più grande Argentina. E laggiù, il mulino. A popolare questi luoghi tante ghiandaie, gli scoiattoli, i cinghiali e i tassi.

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Ma nel paese non è possibile vederli, bisogna inoltrarsi nei territori che contornano il borgo. All’interno delle mura, però, c’è un bar come quelli di una volta, e poi troviamo un ristorante, “La Finestrella di Montalto”, che propone piatti tipici. Tra le sue mura si trova anche un monumento ai caduti, come molti sono sparsi in tutta la Valle.

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Questo è quello che Montalto offre appena vi si giunge. Ma andando a perlustrare meglio, tra una dimora e l’altra, eccoci arrivare in un punto da non sottovalutare: L’Oratorio di San Vincenzo e la Chiesa di San Giovanni Battista, uno in pietra, l’altro rivestito da intonaco color salmone.

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Questo angolo è davvero suggestivo, da sotto una roccia si passa in una grande piazza tutta in ciottoli e dove sono appesi alle pareti gli stemmi di alcune famiglie.

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Il campanile, altissimo, svetta sopra ogni cosa, ci guarda da lassù.

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Nel 1794, Montalto venne invaso dalle truppe francesi di Messena e tutti e due gli edifici religiosi del ‘400 vissero le barbarie che il paese subì.

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Tuttavia non era facile espugnare Montalto, topi.

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Questo borgo, costruito con astuzia come un labirinto, permetteva ai suoi abitanti, i montaltesi, di nascondersi nel punto giusto e battere il nemico. Questo bellissimo villaggio si trova dopo Badalucco e prima di Carpasio, sulla strada che porta a Prati Piani e a Colle d’Oggia.

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Tra l’altro, offre a chi si vuole sposare una bellissima loggia che presto vi farò conoscere. E le botteghe degli artisti sono davvero simpatiche.

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E’ il paese del Santuario della Madonna dell’Acquasanta che vi avevo fatto conoscere tanto tempo fa. Se vi va, potete digitarlo nel mio “cerca”. E’ il paese delle olive e delle castagne e, poco sopra, dei campi di lavanda. Splendido per trascorrervi un fine settimana o anche una breve vacanza.

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Certo, bisogna amare questi luoghi ricchi di meraviglie storiche e culturali nel territorio circostante. In estate è bellissimo da vivere anche grazie alle sagre, alle commedie all’aperto e alle attività che vi vengono svolte.

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Per molti è il paese più affascinante della mia Valle. E poi c’è pace, qui, tanta pace. Tutti si trastullano beati, soprattutto in estate.

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I gradini di ardesia rimangono freschi e donano sollievo a chi  ci si siede sopra. Era tanto che volevo farvi conoscere questo borgo e finalmente ci son riuscita in una calda giornata di agosto.

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Non c’è nessun rumore. Due donne chiacchierano a voce bassa nella corte lasciando la porta di casa aperta. Sventolano quelle tendine-zanzariera per impedire alle mosche di entrare. Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo. Anche i lampioni per la strada sono come quelli antichi, anzi, antichi lo saranno davvero.

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C’è anche chi ricama, chi parlotta sotto i pioppi in piazza e chi ansima per la fatica trasportando grossi pesi sulla testa. Gli abitanti ci osservano come se fossimo dei marziani.

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Subito sono titubanti, ma basta rivolgere loro una parola e magari anche in dialetto per farseli amici… e non smettono più di parlare e spiegarti! Li capisco. Chissà quante ne hanno vissute, un tempo! Poi, spariscono e non li vedi più.SONY DSC

In quale dei mille angolini si saranno cacciati? Qui ci si perde. E a voi, topi, piacerebbe perdervi in Montalto? Non abbiate paura, la strada per casa alla fine si trova e i gatti che lo popolano, e sono molti, sono tutti buoni.

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A questo punto io vi saluto con un abbraccio e vi aspetto per la prossima passeggiata, andremo a vedere un luogo davvero carino. Un bacione a tutti e un Ciao da Montalto.

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M.

Il Ruio dell’Acqua

Io sinceramente non lo so come si chiama questo luogo, non so nemmeno se un nome preciso ce l’ha. So soltanto che da qui si può godere di un panorama fantastico. Si vede tutta Triora, si vede tutta Andagna e la chiesetta di San Bernardo. Tutta la vallata e la strada degli alti monti. So soltanto che c’è una fontana dalla quale sgorga perennemente dell’acqua limpida, fredda, cristallina. So soltanto che c’è la cappelletta di una Madonnina e un cavallo color mogano che ti saluta quando passi. Che sembra sorridere. So soltanto che è un posto magnifico e noi, alla fine, abbiamo preso a chiamarlo così: “Il ruio dell’acqua”.

– Andiamo lassù… là… da quel ruio d’acqua! -. Ruio, sta proprio a significare “acqua che scorre” nel nostro dialetto. Siamo appena sopra Triora, sotto a Goina, più precisamente sopra il Camposanto di Triora, per la strada che va a Sansone.

Siamo dopo il campo sportivo, dopo la vecchia Caserma della Seconda Guerra Mondiale (che stà decadendo) e che si affaccia sulla strada che un tempo era governata dalla Repubblica di Genova, la quale la considerava uno dei suoi migliori punti strategici.

Da qui, guardando verso Nord, si vede un grande faraglione, meta preferita dai centauri, e le rovine di una chiesa. Una chiesa molto grande.

Un’altra grande chiesa era quella della Maddalena ma, da come potete leggere sulla lastra d’ardesia, di essa, non si hanno più tracce dal 1942.

In questo punto dominante della mia Valle, gli abeti hanno un verde acceso, soprattutto nella stagione estiva e il praticello davanti alla sorgente permette ai topini di giocare in uno spazio che non è enorme ma pulito.

A rendere questo luogo particolare sono anche gli enormi cubi di ardesia sui quali si può mangiare un panino all’aperto, usandoli come fossero tavoli. E’ meraviglioso.

Poca gente sale fin qui, si è sempre molto tranquilli.

I due tornanti che portano in questo luogo passano nel mezzo di prati e orti e una lunga distesa d’erba, permette al cavallo color mogano, alto e muscoloso, di correre in libertà.

Dalla sorgente, un sentiero che s’inerpica tra le rocce della montagna, ci permette di giungere in cima al monte e non è difficile, nel giusto periodo, trovare qualche fungo. Ma ciò di cui non si può rimanere senza, venendo qui, sono le piante aromatiche come il Timo e l’Origano, dei quali il profumo, è così intenso che lo si sente già percorrendo i primi passi in salita.

E bellissimo è notare i falchetti. I piccoli falchi che girano in tondo, in alto, sulle nostre teste, per poi tuffarsi in picchiata, fino a sparire nel verde della Valle, una volta adocchiata la preda.

Anche le lucertoline ci tengono compagnia crogiolandosi al sole sulle taglienti pietre.

Il Ruio dell’Acqua, è un angolino davvero grazioso, completamente aperto su tutti i lati.

Siamo in cima ad un promontorio e ci si sente parte della natura. Non se ne può fare a meno.

Via dal rumore, dalla città. Venendo qui si gode di tutta la pace che si desidera. Una piacevole sosta.

Se poi si vuole, si può proseguire, alla scoperta dei magnifici itinerari che offre la mia Valle. Questa, è una delle tante porte d’accesso, ricordatevelo, subito sopra a Triora. Un bacione a tutti!

M.

L’antica chiesetta di San Bernardo

E ora, topi, dopo piante e animaletti, torniamo a girovagare un po’ per la Valle.

Oggi andiamo di nuovo poco sopra il piccolo abitato di Andagna, saliamo dopo “la croce” ed eccoci davanti all’antica chiesetta di San Bernardo.

Davanti a lei, un secolare Ippocastano si erge altissimo, facendo ombra alle due panchine sottostanti.

Questa chiesa è molto antica e vorrei portarvi a visitarne l’interno, perchè merita davvero.

L’essenza di questo edificio religioso racchiude quella di molti abitanti della mia Valle, quelli di un tempo. Il suo aspetto è rude, aspro, solido… ma dentro, tutte le pareti sono ricoperte di affreschi meravigliosi. Anche noi Liguri dell’entroterra siamo un po’ come lei: sembriamo fatti tutti d’un pezzo, diffidenti e schivi, ma a conoscerci… ah! Quante bellezze si celano dentro di noi!

Gli affreschi, dicevo, risalgono al 1436. Si tratta di opere di pittori di cui oggi i non esperti come me non ne conoscono i nomi, ma sono davvero bellissime. I dipinti rappresentano Gesù, pontefici e regnanti, ma anche i vizi e le virtù.

Alcuni volti sono stati cancellati e subito c’è stato chi ha parlato di mistero. Le pareti, in realtà, sono davvero antiche e l’umidità purtroppo regna sovrana qui.

Il pavimento è in lastre di Ardesia, una pietra ampiamente usata in tutta la mia Valle.

Questo santuario del XV secolo, d’estate è la meta di vecchine che amano fare una passeggiata tra le campagne e poi sedersi per riposare. Nel frattempo si fermano a raccogliere la Menta, il Timo e l’Origano a volontà. Un tempo invece, sotto al suo portico, potevano riposare viandanti e pastori e trovavano ristoro persino all’ombra del grandissimo Fico d’India che, di anni, ne ha molti!

Quando si arriva qui, oltre a godere della pace che c’è, si può ammirare anche un bellissimo panorama. Infatti si vede da lontano tutto il paese di Andagna e parte della vallata.

I topini possono divertirsi sugli scivoli e sulle altalene che sono state  posizonate su un praticello proprio di fronte a San Bernardo.

La celebrazione di questo Santo, patrono appunto dei viandanti, si svolge d’estate e parecchia gente deve rimanere all’esterno, perchè la chiesetta ha dimensioni davvero esigue, è intima e raccolta. L’altare è dimesso, spartano: una croce, un muretto di pietra e, dietro, un dipinto di Cristo, nient’altro. Solo per la messa vengono posti dei mazzi di fiori su di esso.

Circondata da prati e da monti, San Bernardo risulta essere un bellissimo luogo religioso campestre. Non si può non fermarsi a rimirarla se si ci passa davanti per andare in cima alle montagne di Drego e di Rezzo.

Quante estati ho passato davanti a lei, con gli amici, seduti su quelle panchine! Di giorno davamo fuoco alle foglie secche dell’Ippocastano, sperimentando i raggi del sole che passavano attraverso una lente d’ingrandimento, e alla sera invece, ci inventavamo storie terrificanti, così traumatiche da aver paura a fare ritorno da soli al paese. All’epoca, non c’erano cellulari e i lampioni scarseggiavano per quelle stradine. Che bellissimi ricordi! E oggi San Bernardo è ancora là, piccola, ma sempre imponente.

Domina dall’alto della sua collina e il giorno della sua festa la processione parte proprio da lì e scende fino in paese. E’ un punto di riferimento, un’antichissima bellezza.

 

Spero tanto sia piaciuta anche a voi e, se vi capiterà di passare da queste parti, visitatela con attenzione. Fermatevi a rimirare il paesaggio e, in poco tempo, sarete circondati dalle  farfalline bianche che vivono sui fiori intorno al santuario, mettono molta allegria.

Un abbraccio, la vostra Pigmy.

M.