E “messe in mustra” de Baäucu

Sono tante, tantissime topi e vi avviso subito che non le ho nemmeno fotografate tutte. Sono numerosissime e poi comunque non posso farvele vedere tutte io, dovete andarvele a godere dal vivo perché meritano tantissimo!

Ce n’è di tutti i tipi possibili e immaginabili e… Oh! Ma che sbadata! Non vi ho detto di cosa sto parlando! Scusate, mi sono fatta prendere da tanto fascino, tanta bellezza e soprattutto tanta bravura.

Ebbene, sto parlando delle stupende opere d’arte che si trovano in bella mostra per le vie e i carruggi di Baäucu (Badalucco). E sono una più bella dell’altra.

Dopo avervi presentato Piazza Etra, un intimo luogo di questo paese dove l’arte pura trionfa (se ve lo siete perso, potete cliccare qui) non posso non farvi osservare altre carinerie artistiche. Venite insieme a me, che ne vediamo qualcuna.

Badalucco è uno degli abitati più grandi della Valle Argentina e ha un centro storico ampio e ricco. Oggi, o meglio, da qualche anno, ricco anche di queste bellezze che si possono trovare appese, in quanto creazioni di argilla, o vetro, o porcellana, oppure dipinte direttamente sui muri.

Vogliono essere soltanto ammirate, ma a volte svolgono anche un ruolo importante, come quello di indicare la Bottega Artigiana che le realizza. E da qui si capisce bene come, in questo borgo, si possano anche visitare laboratori o centri nei quali si lavorano i materiali come una volta.

Tutte insieme, rendono questo dedalo di vie intricate davvero suggestivo e incantevole. E variopinto, anche! Dove neanche il sole osa entrare e i carruggi appaiono bui e sinistri, ci pensano loro a mettere allegria con i loro colori e le loro forme.

Guardate, guardate: non sono splendide? In vari stili e per tutti i gusti. Dall’astrattismo al realismo. Certe sono firmate riportando il nome dell’autore.

Alcune costruzioni sono completamente dipinte, o lo è una gran parte di esse, e su diverse pareti si possono leggere anche scritte che sanno di bello, di pace e di speranza.

Gli occhi si spalancano dietro ogni angolo e, dopo un po’ che si cammina, viene spontaneo aspettarsi la sorpresa… che non manca. Non ci sono zone prive di queste bellezze – messe in mustra – (messe in mostra).

Insomma, girovagando di qua e di là per questo bel borgo, non ci si annoia di certo, che siate patiti di arte o meno. Pure i piccoli topini, noto, rimangono estasiati e sorpresi e giocano a chi trova la prossima per primo.

Il centro storico, così antico e scuro, appare più allegro e certamente curato in modo migliore. Dove la luce, come ho già detto, non scalda e non illumina, ci pensano i colori e la dedizione che traspare da queste realizzazioni ad abbracciare affettuosamente il passante.

Splendidi trampolini per lanciarsi e tuffarsi appieno nella fantasia. Sì, perché da una soltanto di queste opere si può iniziare a viaggiare con l’immaginazione verso mondi sconosciuti che sanno di arcobaleno.

Ecco come rendere una semplice passeggiata tra carruggi in una camminata indimenticabile per le vie di un borgo. E già li sento i fuestei (turisti) una volta tornati a casa – Come si chiamava quel paese che abbiamo visitato pieno di opere d’arte per le vie?

Si chiamava Badalucco. Si chiama Badalucco!

Un bacio artistico a voi, topi!

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In quel di Valloria…

SONY DSCVi avevo promesso che avrei presto dedicato un post a questo splendido paese. Ve lo avevo promesso quando vi parlai di una sua grande, particolare e affascinante caratteristica – le sue porte dipinte. Qui SONY DSChttps://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2013/05/29/le-porte-di-valloria-tutta-unaltra-storia-parte-1/ e qui  https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2013/05/30/ancora-porte-di-valloria-tutta-unaltra-storia-parte-2/  Una caratteristica che, ricordo, vi era piaciuta molto. E, in tanti, avrete già capito di che borgo io stia parlando. Esatto. Valloria. Il SONY DSCbellissimo borgo sopra Imperia dal quale si può ammirare tutta la vallata. Valloria deve il suo nome a Vallis Aurea dal latino, cioè “valle dell’oro”: perché l’olio, dal colore dell’oro, è stata la ricchezza di questo borgo dalle origini, sicuramente molto antiche, fino a pochi decenni fa. 360 abitanti nel 1750, 30 dopo la crisi degli anni del 1950 e ’60: Valloria non riuscì a riconvertirsi dall’olivicoltura alla SONY DSCfloricoltura come invece fecero altri villaggi più marittimi ed ecco iniziare un lento spopolamento. Oggi, anche grazie alle iniziative di riqualificazione del borgo, nate con l’Associazione “le tre fontane” (amici di Valloria), le nuove generazioni ritornano; e c’è una crescente presenza di SONY DSCstranieri e turisti nel corso dell’anno (un grazie va ovviamente all’idea delle porte dipinte che permettono un’affluenza di persone davvero importante). Ancora negli anni ’50, durante le lunghe veglie invernali, si raccontava che il borgo fu SONY DSCfondato dagli abitanti della vicina località Castello in fuga da una invasione di formiche così numerose e voraci da assalire addirittura i bimbi nelle culle! Ora, di Castello, restano solo alcuni ruderi, tra cui si notano le stradine che corrono tra le case e il Pozzo di Stonzo, villaggio di cui restano visibili ancora molte tracce. Valloria è vicina di casa della mia Valle ma appartiene al Comune di Prelà e, per andarci, bisogna prendere la strada diretta a Dolcedo, altro borgo SONY DSCforse più conosciuto. Un consiglio che vi do è quello di guardare questo bellissimo sito che potrà spiegarvi tutto ciò che v’interessa sapere http://www.valloria.it/index.html  E’ o non è una meraviglia?! E passeggiare in questo paese dona una pace e una quiete indescrivibili. Tutto si svolge, anzi si srotola, come una matassa, tra carrugi, strette stradine, SONY DSCgradini scoscesi e corti. Certo, non è riposante fare su e giù per il paese, ma è così carino e tutto assemblato che lo sforzo vale. La sua bellissima chiesa, la fontana, la piazza e il Museo Delle Cose Dimenticate, si trovano all’inizio del SONY DSCpaese, saranno le prime cose che vedrete e sono belle e storiche. La maggior parte delle case è molto curata: ha davanti tanti vasi di fiori, tante pitture, oltre alla porta d’ingresso, i numeri civici sono originali e artistici. Sembra di essere in un paesaggio fiabesco. Un paesaggio che fa di tutto per vivere, per cercare la fama che merita.

I suoi abitanti dedicano le giornate al suo sviluppo, cercando di farlo conoscere a più gente possibile e, devo dire, che stanno facendo un ottimo lavoro. Tante le manifestazioni e le sagre, da questo deriva il detto: “A Valloria si fa baldoria”, per indicarne il divertimento. Non fa che aspettarvi amici. Questo paese avvolto dalle colline imperiesi, non vede l’ora d’invitarvi e lasciarsi scoprire angolo dopo angolo. Io fossi in voi non mi farei attendere. Valloria è arte e natura. Fiaba e musica. Tutto ciò che cercate in un solo luogo.

Un baciotto topini e buona Valloria!

P.S.= In quanti di voi ricordano le figurine della Lavanderina e di Calimero della settima foto? Quelle della Miralanza. Io ero piccolissima, si trovavano nel detersivo. Qualcuno ne ha fatto magnificamente un quadro.

M.

Una giornata alla Villa Ephrussi de Rothschild

Cari topi,index oggi vi porto con me in un luogo fantastico e che ci rimanderà indietro nel tempo. Andiamo a trovare una baronessa. La baronessa Beatrice Ephrussi de Rothschild. Lei, una splendida ragazza, malinconica ed esigente, viveva in questa meravigliosa casa che aveva fatto costruire da quaranta architetti ed è una casa enorme, piena di stanze con anche una bellissima sala nella quale riceveva gli ospiti.

Oggi, questa casa, è una delle dimore più belle della Costa Azzurra, si trova nella baia più suggestiva del Sud della Francia, a Cap Ferrat e, in solo un’ora di strada, mi è possibile raggiungerla.

La baronessa Beatrice era un’amante dell’arte e dei giardini e queste sue passioni, non si possono non notare. Amava molto anche viaggiare e spesso, si soffermava sulle terrazze del suo immenso parco, ad ammirare le navi che passavano su quel mare azzurro e che si confondeva con il cielo, godendo di uno dei panorami più affascinanti che il Mediterraneo può offrirci. Venticinque erano i suoi giardinieri e, ogni giorno, lei controllava che svolgessero il suo lavoro al meglio. La casa invece,SONY DSCvenne costruita in sette anni e, a predominare, come potete vedere, era il colore rosa, il preferito dalla ragazza, un po’ eccentrica e un po’ romantica. Un colore che tinteggia non solo le pareti ma anche diversi oggetti all’interno della casa come: orologi,SONY DSC lampade, drappi. Beatrice nacque a Parigi nel settembre del 1864 e morì in Svizzera nell’aprile 1934. Morì giovane e il cognome Ephrussi lo prese dal marito Maurice. Il suo nome da nubile era infatti Charlotte Beatrice de Rothschild. Era una grandeSONY DSC collezionista di opere d’arte ed essendo figlia di un famoso bancario poteva godere di grandi somme di denaro grazie anche alla sua nobiltà. Nella sua casa si respira ancora il suo animo sognatore, la passione di dipinti e statue, come i putti che adorava e la musicaSONY DSC che amava ascoltare. Oggi, al centro del grande parco, in suo onore, diverse fontane si muovono schizzando fiotti d’acqua a tempo di musica. Vivaldi, viene interpretato dall’acqua fresca che si tuffa nelle vasche e tutto sembra un trionfo di gioia. Intorno, quei giardini bellissimi, SONY DSCpermettono di vivere diversi stili e diverse sensazioni. I giardini sono infatti sette e ognuno è particolare. Si passa da quello spagnolo al giapponese, dal fiorentino al francese, realizzato per assomigliare al ponte di una nave (la baronessa obbligava i suoi SONY DSCventicinque giardinieri a indossare vestiti da marinai), fino al giardino dell’amore, in cui appunto le fontane musicali si attivano ogni 20 minuti. E poi quello delle pietre, più aspro e primitivo e quello provenzale. I roseti e, lassù, a dominare,SONY DSCla statua della Dea Venere, dea dell’amore e della bellezza. Ma dei giardini parleremo meglio un’altra volta, oggi, vi farò entrare in questa splendida villa. Il portone di accesso ci permette di metter piede in un grande salone e, da qui, si smistano i vari locali.SONY DSC Primo fra tutti, il salone per ricevere gli ospiti che, come altre stanze, si affaccia sui giardini di un verde smagliante. Le poltrone, imbottite e lavorate, mostrano l’usura degli anni ed è facile immaginare la giovane donna, seduta a chiacchierareSONY DSC con amiche o artisti. Poco più in là, si può accedere alla sua stanza. E’ una camera da letto che da sul rosa. Un rosa tenue, dolce e, meraviglia delle meraviglie, possiamo vedere su una sedia, il suo abito delicatamente sistemato, le sue piccole SONY DSCscarpette bianche ed eleganti e un vassoio d’argento contenente le tazze per il tè e la teiera. Il letto è grande e sembra comodo. Il copriletto, lavorato minuziosamente. E i suoi guanti, il suo specchio, la sua spazzola. Come una principessa. E che bellezzaSONY DSC gli affreschi sulle pareti, sul soffitto, a volte alternati da arazzi enormi, costruiti a mano, e mosaici originari di Pompei. Anche il pavimento del primo piano, è in realtà un vasto mosaico. Tutto è sontuoso ma senza strafare, c’è un tocco di delicatezzaSONY DSCe buon gusto che regna ovunque. Questa casa è ricca di suo. Ricca di storia, di arte, ma anche di finezza. Un patrimonio per tutta la Riviera della Francia del Sud. E quanti regali da tutto il resto del mondo ha ricevuto la nostra baronessa! Soprattutto dall’Oriente.SONY DSCA parte le statuette in giada e quarzo, guardate queste piccolissime scarpette. Venivano usate dalle donne e più avevano il piede piccolo, più venivano considerate affascinanti. Molto lavorate così come i vestiti. Tutti doni per Beatrice, SONY DSColtre a oggetti preziosi acquistati direttamente da lei. E cosa dire dei suoi set? Ricchi di ogni utile oggetto. Il set da bagno, con tanto di acqua di rose e acqua di colonia, e il set da safari; immagini che fanno sognare. Sognare quella BaronessaSONY DSC di Rothschild nella giungla africana trasportata da elefanti e uomini di colore e con l’ombrellino sulla testa, non pensate anche voi? Una vera nobildonna. Frustino, cannocchiale, zanzariera. E anche tutte le sue collezioni di porcellane sono da nobildonna,SONY DSCper non parlare della sala da pranzo, imbandita da tanto valore e dove, sopra a un caminetto, regna un grosso orologio anch’esso rosa. Tutto quello che vediamo appartiene oggi all’Accademia delle Belle Arti francese ed è di estremo valore. E’ stata la stessa Beatrice a donare tutta la sua dimora all’Istituto attraversoSONY DSC il testamento del 25 febbraio del 1933, un anno prima di morire. E tutto è stato mantenuto come allora, con la stessa cura e la stessa gelosia che aveva lei. Le tappezzerie di queste stanze, e i tendoni, arrivano dal Vaticano e sono preziosissimi e imponenti. Sfavillanti di ogni colore, SONY DSCattorno all’orologio rosa, fanno pensare a un tempo che si è fermato tanti anni fa e tutto, è rimasto come allora. Qui, in questo salone, il pavimento è composto da un elaborato parquet. Lo stile Impero dei mobili è stato prettamente deciso da un tocco femminile, su questo non c’è dubbio. GliSONY DSCarchitetti uomini, hanno probabilmente pensato a tutto il resto. Ora, possiamo andare al piano superiore dove c’è la sala dei Putti. Da quaggiù, la si può intravedere attraverso la balconata sorretta da colonnine di marmo e che splendore, tutto SONY DSCda guardare il soffitto! In legno, intagliato e rivestito da ritratti di personaggi illustri. Sembra quasi che la Baronessa non sapesse più dove mettere le sue opere d’arte alle quali teneva particolarmente. Una scalinata di marmo ci porta al pianoSONY DSC superiore, topina è felicissima di poter far finta di essere una principessa e, salendo, continua a lanciare occhiate a quegli abiti protetti da teche di vetro. Quanto vorrebbe indossarli e uscirci per farli vedere alle sue amiche senza dover per forzaSONY DSC aspettare il carnevale! Degli uccelli di bronzo si affacciano e guardano di sotto accompagnando il nostro cammino che si è nuovamente riempito di curiosità. Molti sono gli specchi, antichi, che allargano e ravvivano il corridoio. Molti i busti e iSONY DSC tappeti, anch’essi, inutile dirlo, cucini completamente a mano. Qui, c’è ancora una camera da letto e una stanza dedicata alla lettura dotata di comodo divanetto. La camera matrimoniale invece, chiamata “stanza blu” è composta da due letti ricopertiSONY DSC da un tessuto blu scuro, profondo, e con testiere importanti e rivestite di velluto. Dagli spiragli delle persiane leggermente aperte s’intravedono i giardini, curati nei minimi particolari, non vedo l’ora di scendere e andare a vederli più da vicino. SONY DSCE la baia di Cap Ferrat, meravigliosa. Laggiù, una villa a ridosso del mare, ha persino un porticciolo privato; possono usare la barca come noi usiamo l’auto, ci pensate? Giro l’angolo. Prima di poter scendere ho ancora molte cose da vedere. SONY DSCMi colpisce il tavolo da backgammon o tavola reale che dir si voglia. Un gioco anticchissimo, si dice sia nato addirittura 5.000 anni fa ma mi fa sorridere pensare a dei nobili intenti a queste attività ludiche. Anzi, ci sono delle SONY DSCricamate sedie tutt’intorno e questo significa che si facevano gare importanti e con tanto di pubblico! Sopra a questo tavolino, che si può aprire e chiudere, due grossi candelabri in argento. E poi, ancora statue, ancora sculture, ancora regali: SONY DSCorientali, fiamminghi, africani. Delle lavorazioni che lasciano di stucco. E poi, tappeti enormi, grandissimi. Non avete idea della loro immensità; riescono a riempire un salone intero. Bene, ora finalmente posso andare a scorrazzare nel parco. SONY DSCNon vedevo l’ora anche se, dettagliatamente, ve lo racconterò in un prossimo post perchè merita un articolo tutto suo e, inoltre, non voglio tediarvi troppo. Passo prima al piccolo chiosco chiccoso della villa, a bere un fresco cocktail e m’inoltro. SONY DSCI barman sono gentilissimi e tutti vestiti con elegante divisa. Ve l’ho detto che Villa Ephrussy è anche location per matrimoni? Sposarsi in questo contesto dev’essere incredibile per le spose che amano fare le cose in grande e sentirsi delle vereSONY DSC principesse quel giorno! E ora perdonatemi ma devo proprio andare, non resisto più, quei meravigliosi giardini mi chiamano e sta per iniziare la musica e quindi le fontane inizieranno a danzare. Che spettacolo divertente. Andrò aSONY DSC sedermi su quelle panchine in cemento per ascoltarla meglio e rilassarmi. Villa Ephrussy non è piccola, ho già camminato tantissimo! Non mi resta altro che augurare anche a voi una felice giornata e ovviamente consigliarvi di venire aSONY DSC visitare questa dimora se vi capita di passare da queste parti. Passerete un pomeriggio fantastico e vi conviene farlo durante la bella stagione per poter godere anche dell’esterno. Questa casa è sempre aperta e, in estate, lo rimane ogni giorno finoSONY DSC alle ore 19:00. Potrete anche sedervi sulle ringhiere bianche in muratura e lasciarvi ammaliare dal panorama vasto e azzurro che vi si presenta davanti e vi fa sognare. Un bacione topini, io vi aspetto per la prossima avventura. La vostra Prunocciola. M.SONY DSC

L’arte di Santi, le pietre colorate e la storia di Andrea

Andiamo ancora una volta a Castellaro topini. Quando, tempo fa, vi scrissi questo post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2011/12/28/la-chiesa-di-lampedusa/  sulla bellissima Chiesa castellarese di Nostra Signora di Lampedusa, arrivarci è una bellissimaSONY DSC passeggiata panoramica tra le altre cose, vi accennai alla storia che la fece diventare così importante, ma oggi, quella storia, voglio raccontarvela meglio. Raccontarvela e farvela vedere attraverso dei dipinti. Attraverso gli occhi di un artista.

Si narra, in questa vicenda, di un ragazzo, il suo nome era Andrea Anfossi. Un cittadino di Castellaro che fu catturato dai turchi durante un’invasione nel 1561SONY DSC e venne fatto schiavo. Passarono tanti anni e, durante una delle tante traversate, lottando in mezzo al mare contro le intemperie, giunsero all’isola di Lampedusa.

Lì, fu mandato dai pirati che lo tenevano prigioniero, a rifornirsi di legname e, proprio in quell’occasione, in mezzo ad una luce abbagliante che quasi lo accecò, scorse una tela raffigurante Maria e il Bambino. Quest’apparizione gli diede la forza di mettere in pratica il piano di fuga al quale stava pensando da parecchio tempo: da un tronco ricavò una sorta di imbarcazione e usò quella tela trovata come vela. Fuggì in mare diretto alla terra natia. Come fece non si sa. Potete vedere quello che vi sto raccontando inSONY DSC questa seconda immagine che vi posto.

Quanto navigò! L’affascinante storia continua e racconta che, giunse sulle coste liguri e, nel 1602, nella sua Castellaro, decise di costruire il famoso Santuario in onore della Madonna di Lampedusa che lo aveva protetto nel viaggio e salvato dai malvagi rapitori.

E oggi, cari topi, questa fantastica storia è raccontata anche sotto forma di opere d’arte da un artista di nome Santi, che vive dove ha vissuto il famoso Andrea. Ebbene si, nella stessa casa. Una casa semplice, dalla porta di legno e dalle piccole finestrelle e, sulla facciata principale, un’incisione nell’ardesiaSONY DSC del 2002, dice: “In questa casa visse Andrea Anfosso detto – Il Gagliardo – fuggito ai turchi dall’isola di Lampedusa con il quadro miracoloso della Madonna che poi offrì al culto del paese natio“.

E questa casa si trova in un carrugio del bel paesino, ricco di disegni, scritte e fiori che ricordano momenti importanti e ciò che contraddistingue questo fantastico borgo medioevale. Venite, vi porto a vederne qualcuna di queste belle opere.

Ovviamente, anche il carrugio porta il nome dell’eroe che, vedremo, cambia la vocale finale da O a I “modernizzandosi” col passare del tempo. Eccoci in vicolo A. Anfossi ed ecco le bellissime SONY DSCe colorate opere del Santi.

La prima che incuriosisce e rapisce i nostri occhi è quella dedicata a Tessa, presumo un lupo, o un cane, al quale l’artista era o è, molto affezionato non so… so solo che quei colori accesi, nel grigiore dell’umido cunicolo, ci fanno abbozzare il primo sorriso. Quel pelo è folto e lo sguardo di quella bestiola disegnata ci segue. Alcune minuscole chiazze bianche fan presupporre che sia anziana ma, magari, non è così. E’ comunque una meravigliaSONY DSC.

Poco sopra, altre due pietre sono ricoperte da tinte ancora più sgargianti e più vivaci della prima opera. Questa volta, le protagoniste sono delle meravigliose coccinelle su una foglia, simbolo di fortuna, e un caro pettirosso, simboloSONY DSC invece di bontà. Messaggi buoni, positivi, sempre ben graditi.

Questi dipinti rallegrano sempre di più man mano che avanziamo. Ma non ci sono solo pitture sulle pietre della grotta. Ci sono anche vere e proprie scenografie, paesaggi composti da nuvole, funghi, alberi e sole che, in un angoloSONY DSC, donano la vita. Piccoli paesaggi fuori dal comune. Che originalità.

Il privilegiato che si mette in mostra è un lungo ramo di bacche rosse. Dopo di lui e il suo personale palcoscenico, ricominciano i dipinti carichi e decisi e, quello che mi ha colpito di più, è quello raffigurante il paese di Castellaro e la chiesa di Lampedusa che prende SONY DSCun’intera parete del carrugio. Quanto verde e quanto azzurro in un solo colpo, così, appena girato l’angolo. Bum!

E quella lì disegnata è la mia Valle, la riconoscete? Con tutti i fiorellini… Oh, ma si! I fiori! Che sbadata, ancora non ve li ho mostrati, sapete, non ne sono sicura ma presumo che anche loro, siano una stupenda invenzione dell’artista. E anche loro, guardate che colori abbaglianti! Eccoli.

Rose rosse e bianche calle. Plastica, tulle, colla, elastici e fil di ferro, qualche brillantino e qualche pennellata di colore. Sono grandi, aperti, sembrano morbidi e profumati. Ce ne sonoSONY DSC molti e tutti, arricchiti da farfalle dello stesso colore. A Santi le farfalle piacciono molto sembrerebbe. Ne vediamo ovunque: farfalle, farfalle e ancora farfalle.SONY DSC Di ogni colore, nel cielo azzurro. Le ali spiegate a librarsi in un alto volo. Chissà, magari hanno accompagnato l’Andrea nel suo lungo viaggio! Bellissime.

Ma uno dei quadri che mi è piaciuto di più, e più mi ha colpito, è stato questo, posizionato in alto, sotto il tunnel del vicolo, dedicato alla grande scrittrice Virginia Woolf che recita: ” Cornovaglia Isola Godrevy” – La gitSONY DSCa al faro di Virginia Woolf. A me è piaciuto tanto. Quel mare azzurro, quel faro bianco, laggiù in fondo, su quell’isola. Quegli scogli e le piccole onde. L’acqua sembra brillare. Dona un senso di pace ed è contornato da una stella filante natalizia di SONY DSCun bordeaux acceso.

Siamo a Castellaro amici. Ancora una volta qui. Sembra di essere in un angolo delle meraviglie e invece è tutta la bravura di una persona che qui, ha trovato il suo sfogo e grazie al suo estro ha colorato (prediligento il colore blu) un’ala del paese.

Guardate qui, in questa foto, una parte della serie. Spero di avervi divertito anche questa voltaSONY DSC topini e fatto vedere qualcosa di interessante. Spero che anche questa volta, con la vostra solita sensibilità, abbiate colto l’amore che si cela ma che con attenzione si nota anche, di queste opere. La voglia di un uomo di abbellire SONY DSCcon la sua bravura e la sua fantasia. E allora posso salutarvi.

Lo farò con un forte abbraccio e vi aspetto per la prossima passeggiata perchè ho di nuovo altre sorprese per voi. A presto!

M.

Castellaro, il paese medioevale

Castellaro SONY DSCtopini. Oggi vi porto qui a fare una splendida gita. A Castelà, come diciamo noi.

Il toponimo deriva da “castellari“, fortificazioni costruite dagli antichi Liguri in posizione sovrastanteSONY DSC.

Vi porto in questo paese dall’ancora calcata impronta medioevale e feudale.

Un paese in collina; in cima alle colline affacciate alla costa ligure a poco meno di 300 metri sul livello del mare.

Castellaro che troneggia tra gli Ulivi argentati degli altipianiSONY DSC intorno a noi e le infinite coltivazioni di palme. Due verdi completamente diversi, uno più spento e uno più acceso. Castellaro che è cresciuta e, da un pugno di case, è diventata una cittadella elegante e ben tenuta, variopinta dal grigio della storia e dai colori tenui e tipici della Liguria.

Negli ultimi cinquant’anni, sono aumentati anche i suoi abitanti, da 500 circa, a 1200 più o meno. Se fino a qualche anno fa, su Castellaro, nessuno avrebbe scommesso una lira, SONY DSCoggi si parla della Beverly Hills della Valle Argentina. No, non sto scherzando, mica tutti i paesi, qui da noi, ti aprono la porta d’ingresso, invitandoti ad entrare, con un campo golf da far acquolina a Tiger Woods sapete? E pensate, un prato immenso completamente a ridosso del mare!

Ma andiamo a conoscere meglio questoSONY DSC stupendo borgo. Il suo centro storico, ricco di viuzze, carrugi e pietre poste a formare le strade, mostra ancora tanta storia, risultando meraviglioso e simile a un labirinto. Innanzi tutto, quello che colpisce di Castellaro, già da lontano, quando se ne vede il panorama, è il bellissimo Palazzo Arnaldi del XIX secolo, un’architettura civile edificata in stile neogotico e con una grande piazza davanti. SONY DSCIn questa piazza oggi c’è un parcheggio, una bella fontana e un dipinto dedicato a Maria dove regnano le scritte in onore della Madonna di Lampedusa da parte dei pellegrini che sempre la ricordano e la ringraziano. Osserviamo ancora però il bellissimo palazzo. Un castellaro trasformato dalla famiglia Quaranta in un vero e proprio castello e, attorno ad esso, pian piano, cominciò a svilupparsi tutto il paese. La famiglia QuarantaSONY DSC, prese questo feudo dai marchesi di Clavesana prima che la Repubblica di Genova, nel 1228, lo assegnò ufficialmente a Bonifacio di Lengueglia aSONY DSCssieme ad altri territori circostanti.

Nella seconda metà del Cinquecento, lasciato senza difesa dagli Spinola, nuovi signori del borgo, ma residenti a Genova, fu attaccato dai pirati Saraceni che lo saccheggiarono e ne uccisero o rapirono gli abitanti (non se ne conosce la fine precisa ma rimase senza proprieSONY DSCtari) tant’è che, nei secoli, fu oggetto di aspre contese tra gli eredi degli Spinola fino alla fine del Seicento, periodo in cui passò nei domini di Marcantonio Gentile e di sua moglie Maria Brigida Spinola e vi rimase fino SONY DSCalla conquista da parte di Napoleone nel 1797.

Esso oggi è il luogo in cui si effettuano le conferenze, le riunioni ed è anche un centro polivalente comunale.

E che belli tutti gli araldi e i simboli che lo abbelliscono, non solo di Castellaro e della RepubblicaSONY DSC di Genova ma anche di tutte le altre terre attorno.

Di fronte a lui, su una casa rosa, c’è dipinta una meridiana e, una lastra di marmo bianco, porta i ringraziamenti a Vivaldi Domenico, primo Presidente della Società di Mutuo Soccorso della zona di Castellaro.

Non è il caso di mettersi i tacchi per venire a visitare questo borgo, i tacchi non sonoSONY DSC adatti a nessun paesino ligure che mantiene le viuzze inerpicate un tempo utili persino per difendersi meglio dai nemici.

I muri delle case sono freddi, in certi punti qui non ci batte mai il sole. Le case sono unite da piccoli archi di pietra ad unica volta e, i panni stesi, ricordano i tempi antichi.

La stradina che sale verso la Chiesa Parrocchiale di San Pietro in Vincoli è molto bella, permette di vedere laggiù, fino al mare, gran parte della Valle, e ancora fino a Pompeiana, un altro paesino della mia provincia. SONY DSC

Siamo sul puntale ad Est della Valle Argentina, un angolo meraviglioso e quello che vediamo ci toglie il fiato.

Aperto. Infinito. Appagamento totale per i nostri occhi.

Bellissima è anche questa chiesa eretta nel 1619 che, un giorno, vi farò conoscere meglio. Sono tante le Chiese qui in Castellaro senza contare quella di Nostra Signora di Lampedusa, la più importante e significativa di tutta la zona non solo del paese, che vi avevo fatto vedere SONY DSCqui, in questo post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2011/12/28/la-chiesa-di-lampedusa/ .

Spuntano campanili ovunque in questo villaggioSONY DSC. Rimango un pò qui, il sole batte sulla facciata principale di questa Chiesa donandole un colore ocra vivo. Un bagliore che esalta la tinta con la quale è stata pitturata. La sua porta è chiusa. Non possiamo entrare. I pini marittimi, la incorniciano in un verde cupo. Tutta la parete è piena di arte.

Quanta arte qui a Castellaro, quanto gusto c’è. Un giorno vi farò conoscere anche le opere di un artista che ha reso il paese SONY DSC molto colorato con le sue belle idee ma, oggi, vogliamo continuare a scovare luoghi che parlano di storia.SONY DSC

Ecco le prigioni ad esempio, (purtroppo chiuse, mi sarebbe piaciuto vederle) e la torre. Che fascino topini! Stiamo parlando di prigioni davvero in uso nel medioevo e di una vera torre di camminamento del castello della famiglia “Linguilia già dei Quadraginta” (i nomi che vi ho detto prima in lingua ancora più antica) del secolo XI. Questa torre è stata restaurata non molto tempo fa, nel 1999, ed era a pianta semicircolare. Che fascino! Sembra davvero di essere in quel tempo!

Si fanno ammirare anche le altre grate che trovi qui e là in vari edifici di tutto il paese, viene da chiedersi chissà chi c’è stato SONY DSCdietro a quelle sbarre. Da lì esce aria fredda e, guardandole, ci si ritrova avvolti da un’atmosfera misteriosa. Al loro interno è tutto buio. Buio pesto. Non si vede nulla, si può solo immaginare. Davanti alle barre di questa struttura, per non annoiarsi assolutamente, si trovano la Biblioteca Civica dedicata a Ivan Arnaldi e il Palazzo dei MarchesiSONY DSC Gentile e Spinola, risalente al secolo XVII. Un altro bellissimo edificio. C’è davvero tanto passato intorno.

E’ piacevole camminare per Castellaro, questi scorci lasciano a bocca aperta e, per qualsiasi bisogno, all’inizio del paese, “L’Osteria della Braia”, sarà un valido punto d’appoggio. Pizze, bevande e buon cibo. Potete camminare tranquilli topini.

Le mura di cinta, tutte rigorosamente in pietra, fanno un certo effetto. Non ne sono rimaste molte ma le poche restanti portano ancora la loro altezza e le fessure dalle quali le guardie e i soldati sparavano verso il nemico. Nessuno poteva avvicinarsi a quel mondo a sé. Le antiche mura, un orgoglioSONY DSC per i castellaresi. Li difesero dalle continue invasioni da parte dei Saraceni fino al 1797SONY DSC, anno in cui Napoleone Bonaparte, conquistò e abolì tutti i feudi liguri che iniziarono a far parte del Nuovo Governo Franco – Genovese della Repubblica Ligure.

Su Castellaro si potrebbe scrivere per ore e ore e passeggiando in lui si passeggia sempre con il naso all’insù.

Quest’oggi, le sue stradine a ciottoli sono deserte, ma due importanti feste raggruppanoSONY DSC le genti in questo paese in altri periodi dell’anno. La prima è quella dedicata alla Chiesa di cui vi parlavo prima, San Pietro in Vincoli, e la si festeggia il primo di agosto. L’altra invece, per Nostra Signora di Lampedusa, con tanto di SONY DSCprocessione, si effettua la domenica successiva all’8 di settembre. Queste sono due feste conosciute anche in gran parte del resto della Valle e, i partecipanti, sono sempre tantissimi.

Ma Castellaro è bella anche dal punto di vista geografico. Sì, da qui si può vedere dall’alto tutto il panorama di Taggia e lo scorrere fino al mare del Torrente Argentina, da qui si vedono anche, in lontananza: Colle d’Oggia e i Prati Piani dietro a Carpasio, il monte dei Vignai attraversato dalla strada dedicata a Don Aldo Caprile e, dietro la colla, c’è il Monte delle Sette Fontane. Esso è un monte che fa parte delle Alpi Liguri alto 781 metri. Il suo nome è dato dalla presenza di varie sorgenti che, insieme ad una morfologia quasi pianeggiante della sommità, ne fanno un habitat ideale per la pastorizia. Su questo monte inoltre ci sono moltissime “caselle”, delle costruzioni circolari in pietra a secco SONY DSCche, in passato, servivano da ricovero durante il lavoro nei campi e la stagionatura dei formaggi. Sono costruzioni tipiche della nostra zonaSONY DSC anche se ormai rare e vengono chiamate in dialetto “casui“.

Bella inoltre tutta la cresta ad Ovest delle montagne; le montagne della Maddalena, di Monte Ceppo e, più in su, di San Faustino. Per non parlar, come ho già detto prima, della splendida vista.

Le grida dei bambini che giocano ci rimbalzano nelle orecchie. Giù in fondo, all’inizio del paese, c’è un campetto da calcio e, per la strada che va’ a Pompeiana, si trovano anche i giochi per i più piccini.

Qui a Castellaro c’era anche un orfanotrofioSONY DSC tempo fa, trasferitosi mi pare più in giù, nel paese di San Remo.

A me non rimane più molto da dirvi se non quello di farvi ammirare alcune chicche che abbelliscono questo borgo come le statuine appese fuori dalle porte, i battacchi particolari e le cosine in creta, fatte a mano, create per abbellire gli ingressi. SONY DSCTanti i Soli e le Lune. La gente ci tiene a far bella figura.

Castellaro è ricco di dettagli che lo distinguono. Una vera meraviglia. Non c’è porta che non abbia un vaso di fiori colorato davanti. Avrei voluto fotografarveli tutti. Guardate i piloni, le targhe, le aiuole, i campanelli, tutti ricercati. Particolari. E come se non bastasseSONY DSC, per abbellire ancora di più la loro dimora, ecco la costruzione di divertenti miniature che fanno soffermare per essere osservate, messe lì, “puf!“, come un tocco artistico.

Mi ha colpito molto anche il lampione del palazzo che vi ho mostrato prima, Palazzo Arnaldi. Così antico, così arrugginito. Non ci vedo bene da qui ma sicuramente ci sarà anche qualche ragnatela. Sembra lì dai tempi dei tempi. E chissà, forse è davvero lì da quel passato. Quel passato che ancora oggi si può toccare con mano. Quel passato a volte scomodo, a volte no. Quegli stemmi, che ci ricordano a chi siamo appartenuti e a chi dovevamo obbedire. Che ci ricordano il nostro onore, le nostre battaglie e la ricchezza che oggi abbiamo dentro. SONY DSCPezzi di storia affiancati all’estroSONY DSC più moderno di chi vuol far apparire Castellaro come un bellissimo paese, originale, da scoprire angolo dopo angolo. E c’è riuscito.

Ora sono un po’ stanca. Se volete continuare a girare voi fate pure, io mi metto comoda, sopra a questa panchina di cemento e mattoni e mi godo il fresco, ciò che si mostra ai miei occhi e l’atmosfera che mi circonda. Socchiudendo le palpebre mi sembra di sentire anche i suoni e i rumori del tempo che fu. Il medioevo… e immagino mantelli sventolare al vento e sento il tintinnare di spade e ferraglie.

Sono contenta di eSONY DSCssere qui. Sono contentaSONY DSC di avervi fatto conoscere questo paese. Ora me lo godo in pace.

Vi saluto, aspettandovi per la prossima avventura, non mancate, mi raccomando.

Un bacio, la vostra Pigmy e un po’ di profumo da questa viola del pensiero che è qui vicino a me.

M.

 

A tutte le topo-artiste!

Va bene, per par condicio dedico questo post anche ai topini maschi.

Il Natale è quasi giunto, ma ancora non sapete cosa regalare? Bene, allora direi di tenere sempre conto dell’unicità dell’oggetto e del famoso “fatto a mano” al quale, ahimè,SONY DSC soprattutto in Italia, si dà poca importanza e mi tufferei in qualcosa di originale, creato con amore e a un prezzo molto accessibile. Sto parlando dell’artigianato.

“Eh certo! Chi me lo dà il tempo di spulciare cento siti diversi di artigiani, uno per uno, SONY DSCe scegliere il giusto dono da fare?” Se questa è la frase che vorreste dirmi, vi rispondo subito di non preoccuparvi, perchè potrete vedere, attraverso un’unica vetrina, tutti i regali possibili e immaginabili. Aspettate un attimo e vi dirò anche dove. Prima, però, voglio parlare con le creatrici o, perchè no, con i creatori.

Ebbene, topetti, lo sapevate che oggi potete aprire il vostro negozio online senza pagare nessuna tassa e senza iscrivervi a nessuna Camera del Commercio? Ma certo! E tutto questo è possibile su http://it.etsy.com/ ! Meraviglia! E’ praticamente un Ebay dell’artigianato. E’ possibile anche vendere il vintage (l’oggetto deve avere però almeno 20 anni), oppure rimodernare con le vostre mani qualcosa di non inventato da voi. Oh, ma non preoccupatevi, perchè potrete leggere tutto il regolamento anche in italiano! Negli USA è un mezzo molto usato e divertente, sta  prendendo sempre più piede. Pensate: potete crearvi davvero la vostra boutique,  darle un nome, e potrete scegliere uno sfondo. La gente potrà contattarvi e dovrete fare delle bellissime foto alle vostre creazioni per far sì che le persone vengano invogliate aSONY DSC comprare. Proprio come in un negozio vero! Il prezzo lo decidete voi e chi acquista avrà anche un piccolo pagamento in più per le spese di spedizione. So che probabilmente tanti di voi conoscono già questo mondo, ma per chi ne era ancora all’oscuro sono felice di aver dato una bella idea. Se avete un’amica che, ad esempio, realizza bamboline di terracotta, non sarebbe bello se, per Natale, di nascosto, le realizzaste il suo negozio online? Pensate che sorpresa! Voi non spendereste nulla, mentre lei, invece, ci guadagnerà! La vostra spesa è riferita unicamente ai 0,15 centesimi per ogni foto postata. Sono immagini che potranno rimanere in rete per ben 4 mesi. Allora, avete capito? Correte a visitare questa piattaforma e poi fatemi sapere, non vedo l’ora di venire a comperare da voi, amici! E ricordate che potrete vendere qualsiasi cosa sia stata fatta con le vostre mani: saponette, foto, collane, sciarpe, ricami, borse, gnomi, quadri… tutto, qualsiasi cosa! La trovo anche come una bellissima galleria d’arte da sfogliare all’infinito.

Un bacione e grandi regali, topi, dalla vostra Pigmy!

M.

L’arte dei muretti a secco

La Liguria, come ogni altra regione, ha diverse particolarità che sono sue personali. Che non ha nessuno, solo lei. Una tra queste, è il metodo della coltivazione. Diverso, particolare.

La Liguria è una regione lunga e stretta, questo si sa. Non si ha lo spazio di evadere in immensi campi coltivati a perdita d’occhio, come sono invece le meravigliose piantagioni del Piemonte, della Lombardia, dell’Emilia o della Toscana, che sono qui, tutte intorno a noi. E quindi, ci voleva un metodo nuovo. Cosa contraddistingue questo metodo particolare e meticoloso, sono le famose terrazze. Fasce di terra lunghe, delimitate da muretti di pietra che non sono solo semplici muretti ma vere opere d’arte. Mi piace usare questo nome. Il perchè è presto detto: riuscireste voi a far star insieme tante pietre, una sull’altra, per anni e anni, e senza l’utilizzo di collanti? Ebbene sì, questi particolari muretti, appartenenti ad un’architettura prettamente rurale, stanno su senza l’aiuto di nessun sostegno. La bravura è solo in quelle mani che riescono a far mantenere alle pietre una giusta solidità e un equilibrio al solo posizionarle.

E stiamo parlando di pareti, alte solitamente un metro o due, che reggono benissimo quintali di terra. Reggono quintali di terra sotto la pioggia, contro il vento, inaridendosi al sole cocente. Non solo, recintano anche il raccolto e, spesso, esso risulta molto ordinato e ben suddiviso.

Il sito della Riviera dei Fiori, la parte della Valle Argentina che si affaccia sul mare, ci può fornire una dettagliata spiegazione di quello che sono queste opere d’arte realizzate dai nostri antenati, in quanto si occupa di tutto il nostro territorio e grazie al loro studio e a qualche vecchietto che ha voglia di parlare, posso raccontarvi qualcosina inerente a questo simbolo prettamente ligure.

I muretti a pietra fanno parte del patrimonio ambientale e umano della Liguria oltre che, naturalmente, della stessa Valle Argentina. Le colline, che degradano ripidamente verso il mare, con la presenza improvvisa di monti austeri dietro di loro, non avrebbero certamente lo stesso fascino se l’uomo non le avesse rese coltivabili grazie alle cosiddette fasce. E non si tratta solo di bellezza territoriale ma anche di utilità vera e propria.

Purtroppo,  questa pratica è in disuso e, spesso, gli antichi terrazzamenti vengono abbandonati, oppure i muretti sostituiti con i molto più invasivi muri in cemento che sono davvero “pugno in un occhio” anche se costruiti con precisione e dedizione.

A parer mio, non hanno lo stesso valore. Per fortuna c’è ancora chi, animato da una forte passione, ma non sono più molti (ahimè), tenta di far sopravvivere questa pratica alle nuove tecnologie e all’incombere del tempo.

Ed è proprio l’artista che ci svela alcuni segreti di quest’arte, non solo per la bellezza del creare dal nulla ma anche perchè l’arte viene mostrata anche quando uno di questi muretti è semplicemente da riparare in un punto. E, credetemi, non è per niente semplice.

Osservando il lavoratore si può cogliere, innanzi tutto, tanta maestria e tanta precisione. Il primo passo consiste nel ripulire il vuoto che si crea dopo la frana (sbalanca), separando le pietre dalla terra. Successivamente, si preparano le fondamenta con uno scavo di circa mezzo metro, disponendo le pietre in modo che non scivolino in avanti e che possano sostenere il peso della parte in elevazione. Si procede, quindi, selezionando le pietre migliori, ossia quelle ben squadrate e di dimensioni maggiori, che costituiranno e andranno a sostenere il primo piano del muro. Una delle parti più importanti. Gli altri massi, di qualità e dimensione inferiore, saranno sistemati sul retro, come riempimento degli interstizi, pressati bene col martello. Ricordatevi, sempre senza cemento, ne’ colla, ne’ stucco.

Livellato il primo piano, si passa ai piani superiori, facendo attenzione a posare le pietre due o tre centimetri più indietro, rispetto alla fila sottostante, in modo da dare la corretta inclinazione al muro che deve pendere verso i monti (per capirci) e appoggiarsi contro terra, diminuendone lo spessore man mano che il muro cresce in altezza, tenendo sempre presente che è importante poggiare una pietra grande su almeno due sottostanti perché il muro risulti più resistente. Si continua così a salire fino ad ottenere l’altezza che vi dicevo prima.

Non sono altissimi quindi ma lunghi, molto lunghi. Quanto lavoro se si pensa che tutta questa regione è coltivata in questo modo. La mia Valle ne è piena. Anni di duro e duro lavoro e tanta passione. Oggi godiamo di queste strutture del passato ma c’è stato chi le ha costruite e, spesso, ci camminiamo sopra senza rendercene nemmeno conto.

Con questo post mi sembrava come di complimentarmi con chi ha sudato tanto, e con chi ancora lo fa, perchè è proprio grazie a queste costruzioni che possiamo avere oggi, nella nostra terra, un’agricoltura che ci permette anche di sopravvivere.

E costruire non significa solo posizionare. Vuole anche dire trasportare, spesso a mano, pesi indescrivibili. Teniamone da conto. Non dimentichiamoci mai di questo gran lavoro che è stato capace di contraddistinguere un’intera terra e un intero popolo.

Io vi mando un abbraccio e vi aspetto per il prossimo post.

Vostra Pigmy.

M.

Prepariamo la legna per l’inverno

In questo periodo, nella mia Valle, si iniziano a preparare le scorte per l’inverno, legna compresa.

Ha piovuto qualche giorno, ma prima, con il caldo che ha fatto, era bella secca e pronta per essere tagliata e sistemata ordinatamente in cataste. I ceppi accatastati  assumono solitamente la forma di parallelepipedo triangolare. Si incastrano bene l’uno con l’altro, in questo modo, e si mettono ad ardere nella stufa durante le fredde giornate invernali. In alcuni paesi della Valle Argentina i termosifoni non bastano a scaldare e la stufa a legna è utile anche per cucinare, a fuoco lento, ottimi pranzetti.

Con la motosega vengono tagliati pezzi molto grossi direttamente dall’albero e con l’accetta, in seguito, battendoli su un ceppo bello grosso, vengono creati questi elementi che devono ovviamente essere idonei alla dimensione della stufa. Di solito hanno una forma adatta a qualsiasi contenitore, ma, se ne avete una molto capiente, potrete permettervi ciocchi più grossi. Sono i pezzi da usare quando il fuoco è bello vivo, quando “ha preso”, come si dice in gergo locale.

Prima si utilizzano i ramoscelli secchi e piccolini, le foglie secche e le pigne… quel che si trova nel bosco, insomma. Man mano che il fuoco prende piede, i tocchi di legna possono essere messi più grandi. E’ proprio grazie alla loro forma che la catasta può assumere diversi disegni. Non solo, la forma stessa dell’intera catasta può essere differente: piramidale, a ciocchi paralleli o incrociati, lineare (la più tradizionale, come quella di queste immagini).

Per fare una buona catasta, bisogna osservare diverse norme. Si devono avere dei sostegni laterali, un tettuccio di copertura e un cellophane che la ricoprano durante la pioggia, ma è essenziale lasciare passare l’aria. Inoltre, non bisogna sistemare la legna direttamente sul terreno, altrimenti si inumidisce e, se è possibile, dovreste rivolgerla al sole e in un luogo ben ventilato.

Prima di iniziare, quindi, sistemate sul luogo che avete scelto delle assi di legno o dei mattoni o dei bancali.

Fare una catasta è un arte, sapete? Sembra facile, ma non lo è. E’ come creare una scultura. Ci vuole un attimo per farla crollare o per renderla poco stabile, mentre invece se è ben incastrata, sarà solida come un muro e manterrà questa sua solidità anche man mano che toglierete i pezzi di legna per riscaldarvi. Potete, tra l’altro, renderle più carine o personalizzarle, lasciando ad esempio degli spazi semivuoti, adeguatamente sostenuti, da riempire con fiori o, come usano dalle mie parti, con statue della Madonnina.

Fare una catasta vuol dire anche fare tanti incontri! Alcuni sono piacevoli, finchè si tratta di semplici insetti, altri un po’ meno… So che tanti provano fastidio nell’incontrare miei simili o animaletti striscianti. Lo so, avete ragione, ma credetemi: non c’è niente di più bello di un cumulo di legna. Piace a tutti!

Quando ancora non è accatastata, ma solo tagliata in pezzi e lasciata lì a formare un mucchio disordinato, provate ad andare a dormire: la mattina dopo vedrete quanti amici troverete, mentre vorrete riordinare la vostra legna! Movimenti da ogni dove, sarete circondati. E alcuni di loro hanno anche delle preferenze. Sì, sì. Eh, loro lo sanno che la legna non è tutta uguale. Ha un odore e un sapore diverso da genere a genere, in questo noi topi siamo molto sensibili, ma anche la sua consistenza cambia. Il castagno, per esempio, così come il ciliegio, l’abete, il pioppo, il larice, l’ontano e il pino, hanno un tipo di legno definito dolce e per seccare bene impiega all’incirca un anno, mentre la legna dura è quella di quercia, rovere, olmo, faggio… ed è più difficile da spaccare. Per essicarsi al meglio e diventare anche più leggera impiega a volte addirittura due anni! Poi c’è l’ulivo, un legno molto particolare. Se ne mettiamo un bel blocco nella nostra stufa, possiamo tranquillamente dimenticarcene. Dura tantissimo! E che bello vedere i boscaioli all’opera! Be’… non è che nella mia Valle si incontrino i taglialegna con tanto di camicia a quadri e jeans strappati, alti e muscolosi come quelli film, ma è comunque divertente vederli al lavoro. Con la scure in mano e un solo colpo secco, spaccano, esattamente nel punto in cui volevano, un’intero pezzo di legno. Che maestria con quell’arnese! In un’ora hanno già procurato la legna utile per una settimana di freddo.

Io non ci riesco affatto! Quando mi va bene, e riesco a intaccare il ramo da spezzare, i miei “toc” sul ceppo diventano infiniti, perché il taglio non sprofonda di un solo centimetro. Se non arrivassero in mio aiuto topopapà o topononno, potrei anche morire congelata. Per quest’anno, però, me la cavo ancora.

Pronti per l’inverno, quindi, topi di campagna? Noi qui lo siamo già. So che anche i topi di città trovano questi cumuli di legna molto affascinanti, vero? Così come accade con il fumo che esce dai camini. Che bello è vederlo sollevarsi lieve nell’aria, magari tra tetti ricoperti di neve, e sentire quel buon profumo di bosco nelle nostre narici! Personalmente, non amo molto l’inverno, ma questi scenari colpiscono sempre il cuore.

Buone calde serate allora, state al calduccio, a presto!

M.

Villa Faraldi accoglie Fritz Roed

Adombrata un poco dalla magnificenza di Cervo Ligure, sicuramente più conosciuto e, si dice anche, più bello di lei, Villa Faraldi è in realtà un borgo spettacolare.

Sulla collina dietro la città di San Bartolomeo e di Cervo appunto, se ne sta lì, come in attesa. In attesa di essere visitata. E merita, merita davvero. Andiamo a scoprirla insieme.

Sorpassiamo le coltivazioni di Ulivi e ci inoltriamo nelle sue strette stradine. Possiamo notare subito alcune sue particolarità.

Tante lavorazioni in ferro battuto, lastre di Ardesia appese alle case, statue in bronzo.

Eh si topi, vi sto portando dove ha vissuto e lavorato il grande scultore Fritz Roed. Tante sono le sue opere d’arte qui a Villa Faraldi. Di lui, Adele Menzio dice: “E’ dotato di un senso dell’ironia sottile, intrigante, autenticamente intellettuale. La sua visione della realtà è aliena da complicanze trascendentali o da visioni situate a livelli che non siano immediatamente e concretamente percepibili. La vita è bella, tutta da godere, assaporare, vivere intensamente minuto per minuto. Fritz, ama il mondo così com’è…“.

Le due foto che vi mostro ora, sono solo due delle creazioni di quest’uomo. Due delle sculture che, Villa Faraldi, protegge gelosa da tempo.

La prima è l’insegna dell’unica trattoria di questo paese, l’osteria “Bella Vista”, dal quale portico si può davvero godere di tutta la bellezza di questo antico borgo, mentre la seconda è una statua rappresentante la piccola Karoline, dietro la piazza della chiesa.

Villa Faraldi, e i due paesini vicini, Tovo e Tovetto, rendono autenticamente gli onori a questo loro amico norvegese. Ma cosa dice lui del paese che lo ha accolto? Eccolo: “Vivo e lavoro in un paesino della Liguria, nel bel mezzo di un paesaggio creato dal Padreterno in un momento di buon umore. (A mio avviso questa frase è bellissima). Nei particolari invece, si vede l’opera del contadino. Il villaggio di Villa Faraldi è fatto a mano. Si sente il ritmo del paesaggio sotto i piedi, nell’intrecciarsi delle viuzze che penetrano, attraversano, aggirano il corpo stesso delle case. I miei amici sono coltivatori di olivi. All’avvicinarsi dell’inverno, vestono la madre terra come se fosse una donzella invitata al suo primo ballo. Grandi reti bianche e rosa, danzano intorno alle sue gambe, raccogliendo laghetti di olive. L’antitesi di tutto questo è Milano, la febbre nel sangue, tecnologia, efficienza ed industria all’insegna del cosmopolitismo. La mia aspirazione? Cercare modestamente di fare da tramite tra le due sfere, di fare il testimone degli aspetti gioiosi della vita“.

Sì. Di opere di Fritz, ne è piena anche la città di Milano e in particolar modo Piazza Duomo offre la dimostrazione de La Sveglia, un’ opera davvero caratteristica.

La sua creazione migliore invece, è per me, la porta della chiesa di San Sebastiano in Tovetto, ma questo è un altro post. Merita di essere protagonista assoluta.

Villa Faròudi, come si dice in ligure, ospita all’incirca 430 persone delle quali 80 sono stranieri, gli altri contadini per la maggior parte e abili costruttori. Non è raro infatti incontrare persone che, durante il sabato e la domenica, finiscono di realizzare o migliorare la loro casa.

Anche questo borgo, appartenuto alla Repubblica di Genova, come tutta la Liguria di Ponente, fu un antico Feudo del Marchesato di Clavesana.

Il suo principale evento è il Festival delle pitture e sculture in collaborazione con la Galleria di Stato della Norvegia. Esso è iniziato nel 1984 e, con l’andare del tempo, si è arricchito sempre di più, comprendendo anche musica, danza e teatro, divenendo così un’importantissima manifestazione estiva nazionale ed internazionale dove si possono assaggiare anche i due vini tipici della zona, produzione maggiore, assieme a quella dell’olio, che sono il Pigato e il Vermentino. Si può sentire il loro profumo passeggiando sulle stradine di mattoni rossi.

Si possono vedere i tipici colori delle case sella Liguria, il giallo, il rosa, l’azzurro, quei pastelli che ci fan sentire nel nostro mondo.

Si possono vedere statuette della Madonna incastonate nelle pareti delle case dentro a delle piccole grotte. C’è minor culto mariano rispetto alla mia valle ma non mancano mai qualche cappella o qualche simbolo religioso neppure qui.

Non ci vuole molto per ammirare questo villaggio. Ma è bene soffermarsi con calma e osservare cosa ci mostra.

Io, mi ci soffermerei delle ore e, per farvi apprezzare meglio quel che vi spiego, vi lascio altre immagini che potete andare a vedere sul mio album di flickr, come sempre, qui alla vostra destra.

Per oggi mi fermo. Le mie zampette han già girato tanto. Mi riposo qualche po’ e poi vi porterò in una nuova avventura. Un abbraccio a tutti.

M.

Saint Paul de Vence

Eccolo, immobile, in alto sulla sua collina, sembra dire – Qui nessuno può arrivare! -.

Protetto dalle sue mura fortificate è uno dei paesi medievali più belli ch’io conosca.

Situato nel verde, tra Nizza e Antibes offre un panorama fantastico e, tutt’intorno, c’è del bello, ben tenuto quanto lui.

Questa volta vi porto via dalla mia valle e vi faccio conoscere un ambiente più sulla costa, molto affascinante. Il mare che si può ammirare affacciandoci da ciò che lo circonda, verso sera, brilla d’oro, in quanto il tramonto, su Saint Paul de Vence, ha spesso i toni del giallo ocra.

Se però ci soffermiamo qualche minuto oltre il calar del sole, possiamo vedere il paese avvolto dalla luce calda e arancione dei suoi lampioni.

Siamo in Costa Azzurra, nel territorio di Cagnes sur Mer.

Dal punto di vista romantico vi accorgerete, leggendo questo post, quanto può offrirvi in un week-end o in una breve vacanza, questo piccolo borgo ma, oltre a tanti altri suoi pregi, Saint Paul ha l’arte come caratteristica incontrastata, che si fa notare in ogni suo angolo.

Guardate, ad esempio, questo cavallo realizzato unicamente con ferri per gli zoccoli.

Basta pensare alla fondazione Maeght per presentare l’arte moderna e contemporanea e sapere che qui è morto, a 97 anni, ed è sepolto, il grande Marc Chagall, pittore russo dalla cultura e religione ebraica.

Si può notare, il passaggio di Calder o Lèger o Mirò o ancora Picasso, tutti indimenticabili. Ma l’arte la vedremo meglio strada facendo.

Dopo aver parcheggiato la topomobile, ovviamente fuori dalle mura, la prima cosa che incontriamo e ci fa capire di essere giunti a destinazione, è il campo da petanque di questo paese che vanta il campo più antico al mondo. Qui, chiunque pratica questo sport, o hobby: donne, uomini, anziani, bambini.

Ne vanno così orgogliosi che gli hanno addirittura dedicato un monumento. Un mucchio di bocce saldate tutte quante insieme. E si gioca ovunque, per le strade, nei giardini, nei parcheggi, ovunque ci sia un pò di terra battuta. Tutti hanno delle boules in casa o addirittura in macchina pronte per l’uso.

Solo una porta ci consente di entrare nel cuore di Saint Paul e visitarne i vicoli intrecciati, la porta Reale, una porta difesa dall’originale e vecchio cannone di Lacan che ha sempre protetto questo magnifico borgo da ogni tipo di attacco.

Le pareti hanno un fascino particolare, si cammina sotto muri e archi di pietre incastrate tra loro e il pavimento non è da meno. Ecco con che precisione sono stati messi i sassolini a terra, quasi a voler creare un pavimento antiscivolo formando come dei piccoli soli. Davvero originale.

Iniziamo ora a respirare la vera aria di Saint Paul, davanti a noi o di lato, una distesa di botteghe si mostra in tutto il suo splendore. Caratteristiche, colorate, profumate, ognuna vende, o presenta, qualcosa d’introvabile nel resto del mondo. Ma queste opere non sono solo dietro ad una vetrina, ti circondano anche, puoi toccarle o ammirarle. C’è da rimanere estasiati e si ha l’imbarazzo della scelta nel voler acquistare qualche pezzo di artigianato.

Le statue invece, che troviamo nelle piccole piazze, sono solitamente create con il bronzo. Sono statue che rappresentano la storia locale e che spesso ti danno il benvenuto all’inizio di qualche vicolo nuovo (anche se vere e proprie gallerie d’arte di certo non mancano).

Si, perchè sono appunto queste vecchie stradine la vera forza di questo borgo, stradine che ti permettono di conoscere scorci stupendi, ovviamente da fotografare senza tralasciare il fatto che sono tutte pulitissime.

Dovunque ti giri, c’è un tetto, una casa, un’insegna che ti portano in un mondo antico e mai conosciuto prima. E’ lì che si spendono gli scatti migliori e allora… click di qui, click di là, cercando di immagazzinare più immagini possibili.

Intravedere il mare tra due villette dalle mura storte o seguire con gli occhi un ciottolato pieno di scalini, che chissà dove va a finire. A volte, quella che sembra una casa pittoresca e tutta infiorata, è in realtà un ristorantino intimo dalla squisita cucina. E’ proprio qui infatti che si possono gustare ottimi piatti della campagna provenzale in un clima stupendo, sulle terrazze all’aperto e petali di rose sulla tovaglia.

L’aria è tersa e il sole splende costantemente. Siamo infatti ai piedi delle Alpi Marittime e non si può desiderare di più.

Saint Paul de Vence è da osservare tutta, senza tralasciare nulla, solo così si possono notare anche il piccolo laghetto artificiale di pesciolini rossi e quello delle anatre e tartarughe con superbi cigni che ci sguazzano all’interno e si spettinano felici per un misero tozzo di pane.

E cosa dire della grande fontana, creata nel 1850, un vero monumento storico e punto d’incontro per gli abitanti del paese. Un tempo, si radunavano intorno a lei, attori, artisti e musicisti, oggi, orgogliosa in mezzo alla piazza, alla fine di Rue Grande, è il riferimento di chiunque.

Simpatica è anche la fontanella più piccola davanti alla galleria d’art moderne, circondata da piante e fiori, dove un simpatico pesce, dipinto a mano, indica che l’acqua è potabile.

I fiori di questo borgo… ce ne sono tantissimi, veri e propri giardini profumatissimi e curati, quasi sempre cornici di qualche bella dimora. Non solo, gli abitanti di questo piccolo paese cercano di abbellire le loro abitazioni in ogni modo, c’è chi appende fuori casa quadri trattati che possono resistere alle intemperie, chi appende un nome originale vicino ad un campanello altrettanto originale fatto a forma di lanterna, chi invece preferisce far rivestire tutta una parete completamente di edera o vite. Questa è proprio un’usanza e la si nota davvero spesso. Rallegra e non c’è nemmeno una foglia secca, tutte di un verde luminoso o un rosso scarlatto. Lo farei anch’io al mio mulino se non avessi paura delle lucertoline e dei gechi che, nascondendosi tranquillamente sotto il fogliame, vivrebbero perennemente in casa mia. Orsù, non è proprio paura la mia, diciamo che ognuno dovrebbe stare a casa sua, visto che già condividiamo un intero boschetto.

Ma torniamo a noi. Giriamo intorno alla grande fontana, praticamente al centro del paese. Tutti la fotografano, è proprio una star. Sopra di lei, la terrazza-veranda di un elegante hotel che offre camere con vista mozzafiato. Ma lo sapete che Madame Fontaine è una delle più celebri di tutta l’intera Francia? Eccola in tutto il suo splendore. Come vi dicevo, ci giriamo attorno per proseguire verso la fine del paese.

Intorno a noi altre opere d’arte scolpite direttamente nei muri, alcune religiose, altre no, e insegne in ferro battuto con pomi di ottone (senza manici di scopa!). Non possiamo fare a meno di vedere altri scorci interessanti, che invidia queste casette, son così belle e tutte rigorosamente in pietra. Attaccate a loro, i nomi delle vie, sono scolpiti su semplici lastre di ardesia in caratteri antichi.

Era in una di queste case che, con l’arrivo dei Romani, si ebbe “la cura della vite”, veri e propri bagni nell’ uva in fermentazione; erano ritenuti validi contro le malattie della pelle o problemi di calcificazione delle ossa.

A Saint Paul, si celebra ancora oggi la festa di San Vincenzo, patrono dei viticoltori ed è per questo che la vite è usata anche per abbellire le abitazioni e abbellisce tutta Saint Paul, insieme a qualche tocco di fucsia della Bouganvillea.

Molte voci giurano inoltre che l’uva qui è dolcissima, così buona da essere considerata una delle migliori di tutto il Sud della Francia.

Giungiamo in fondo al paese e possiamo appoggiarci alle mura originali facendo attenzione visto che non c’è protezione. Tutto è come un tempo, solo i tratti davvero più pericolosi sono stati sbarrati. Quello che i nostri occhi possono vedere è splendido, davanti a noi si stende tutta la collina e tutto il mare fino a perdita d’occhio.

Sotto di noi, l’ordinatissimo e grazioso camposanto che ospita anche i coniugi Maegh che ho citato prima. Com’è ben tenuto! E guardate come siamo alti!

Dobbiamo salire dei gradini consumati per poter arrivare dove siamo, ci sono ancora le postazioni delle sentinelle e gli enormi bastioni ai quattro vertici di questa fortificazione. Tutte costruite intorno al 1450.

Potete notare ancora le porte in legno e ferro ma soprattutto le feritoie dalle quali gli arcieri schioccavano le loro frecce o lanciavano tizzoni ardenti, ovviamente più larghe verso la parte interna e più strette dalla parte esterna. Eh si, bisognava stare ben accucciati e non farsi vedere. Possiamo toccare con mano le pietre usate per costruire tutto ciò e possiamo renderci conto che solo la terra le teneva insieme. Alcuni ritocchi con della calce o del cemento sono stati fatti ultimamente in alcuni punti più esterni ma, ciò che realmente compone il tutto, è argilla impastata con acqua e null’altro.

Andiamo via da qui e passeggiamo ora passando più lateralmente per ammirare anche le altre vie di Saint Paul. Vogliamo dirigerci verso Place de l’Hospice ed è cercando di raggiungerla che possiamo appagare i nostri occhi guardando altri pezzi di paese, la cura con la quale è mantenuto.

Passiamo sotto ad archi ricoperti di fiori o foglie e, quello che ci accompagna, può essere o un buonissimo profumo di spezie o una musichetta leggera e medievale. Emozioni che risvegliano i nostri sensi uscendo dalle botteghe del paese.

Botteghe che si raggiungono scendendo dei gradini e sembrano scavate nella roccia oppure, i più egocentrici, hanno voluto creare il loro negozietto e incorniciarlo tra immensi quadri e voluminose sculture.

Camminando incontriamo anche una delle statue simbolo del paese, molto alta, è la statua dell’uomo senza volto, rappresentante un signore senza la bocca e con naso e occhi appena stilizzati e, in punta di piedi, con in testa un bel cappello. Mi spiace non essere riuscita a conoscere il nome dell’autore. Potrebbe vagamente ricordare “l’uomo con la bombetta” di René Magritte.

Eccoci arrivati nella piazza, abbiamo praticamente finito il nostro tour e visitato questo storico e magico luogo ma se volete potete ammirare altre sue foto sul mio album, come spesso, mi piace mostrarvi.

A questo punto non ci rimane altro che dare un’ultima occhiata al panorama che ci regala e andarcene salutandolo con un dolce – Au revoir! – e la promessa di ritornare presto, anche perché, è un paese molto piccino ma per visitarlo completamente e cogliere tutto ciò che offre, bisognerebbe starci almeno due giorni.

Spero che anche questa avventura vi sia piaciuta come le altre, un arrivederci anche a voi, vostra Pigmy.

 

M.