Così bianco che più bianco non si può

OggiSONY DSC si sale topi! Si va in su, sulle vette delle mie montagne. Così in su da vedere anche il mare dall’alto! Si và verso Ciabaudo, i Vignai e poi si gira, a destra, si prende la strada Don Aldo Caprile, si attraversano la sbarra, le casette dei tedeschi e ci si ritrova SONY DSCdavanti al Monte Faudo, sopra Montalto e laggiù si sa, Pompeiana, Riva Ligure, Arma di Taggia. E lui, eccolo, in tutto il suo splendore. Bianco, come…, come la neve. Bianco, così bianco, che più bianco non si può. E’ il bellissimo Santuario della Madonna della Neve. Mi lascia senza parole. Così rigoroso, così austero ma il suo candore, loSONY DSC rende anche umile e ospitale. Tutt’intorno, i castagni meravigliosi che fanno ombra a chi percorre la stradina o a chi vuole riposare in una delle panchine intorno a lui. Panchine semplici, in legno. La strada che abbiamo percorso invece, ci offriva gustosi corbezzoli e il buon profumo balsamico di roverelle e rosmarino. Una strada pulita, che sembra un sottobosco ed è incantevole percorrerla, fosse anche solo per vedere la sistesa azzurra, laggiù oltre il viadotto dell’Autostrada dei Fiori. Una strada nella quale fa capolino un timido sole, tra le fronde. Siamo sul monte Carmo, oltre la chiesetta di San Bernardo, sopra Badalucco, un bel paese mediSONY DSCevale. Siamo davanti ad uno dei più bei santuari di tutta la mia valle. La tradizione vuole che questa magnificenza sia stata eretta per volontà di un cieco del borgo che, guarito da un’apparizione divina e tornato a vedere, voleva rendere grazie a Nostra Signora Maria per il miracolo ricevuto dedicandole un santuario. La costruzione iniziò quindi nel XVI secolo e da subito fu meta di pellegrinagSONY DSCgio per molti fedeli, che accorrevano da ogni paese della zona, tanto che nel 1625, fu necessario un ampliamento. Era ogni giorno più bello. NSONY DSCon si poteva non visitare. Proprio durante questi lavori fu posta sopra l’altare (che oggi non riesco purtroppo a farvi vedere bene) la statua della Madonna; successivamente, nel 1680 fu costruita una ancona raffigurante lo Spirito Santo con sant’Agata, sant’ASONY DSCpollonia, i santi Cosma e Damiano che, i fedeli del luogo, sono soliti invocare per chiedere la guarigione dalle malattie. Nel 1903, il numero sempre crescente di pellegrini che arrivavano al santuario, costrinse alla ricostruzione ex- novo dell’iSONY DSCntero edificio, con la costruzione delle due cappelle laterali, del pronao e della casa del cappellano. Oggi, possiamo ammirare la statua della Madonna della Neve in un’ancona di legno mentre, nella cappella di destra, è stato posto un piccolo monumento ai caduti della seconda guerra mondiale. E la festa della Madonna della Neve è il 5 agosto e l’effige di Maria viene celebrata con riti solenni e una processione per le vie del paese di Badalucco fin sul monte Carmo. Ed è una festa molto coinvolgente. Le persone si affollano a pregare accanto alle edicole sacre che ricordano la Via Crucis e, sparse qua e là, possiamo leggere tutte le targhe che riportano ringraziamenti e ricordi. Tra tutte, quella della classe ’33 è quella che si raddoppia, sia su una lastra di marmo che su una pietra di ardesia a terra. Le alSONY DSCtre invece, facendo omaggio alla Madonna della Neve, ringraziano tutto il popolo badalucchese e Monsignor Orengo. Anche quel marmo è bianco come lei. E come la statua che la rappresenta che, oltre ad esSONY DSCsere all’interno della chiesa, la troviamo incastonata nella facciata principale e per la strada che abbiamo percorso, recintata da una cancellata nera. Sempre lei. Sempre a tenere in braccio il Bambin Gesù. Bellissima. Candida. CSONY DSCon un’espressione serena sul volto. Voglio andare a fare un giro tutt’intorno. Alla festa partecipano sicuramente in tanti perchè ci sono lunghe tavolate e, in un angolo, materiali per l’evento. Ovunque, posti a sedere. Nel giSONY DSCardino anteriore, una specie di tavolo rotondo in cemento riporta la seguente scritta “Berio Nicola e Settimo fu Gio’ Batta Meccanici Oneglia“, presumo che anche questo sia un omaggio. E prima di lui, proprio sul davanti, una splendida e alta croce in pietra e ferro, stà a segnalare la sacralità del luogo. Continuo a girare alla ricerca del campanile. SONY DSC Quando lo trovo, mi accorgo che non è imponente come me lo credevo rispetto al santuario. E’ piccolo, umile, passa quasi inosservato ma è stupendo. Non è bianco come il resto della chiesa; è fatto di mattoni pieni, mattoni color vermiglio e delle piccole volte lo abbelliscono ulteriormente. La sua campana, minuta, lassù, batte sotto a dei merletti realizzati con mattoni e pietre. Gareggia con un pino verso l’alto ma mi sa che lui ha finito di crescere. Sotto, sembra ci siano le porte della canonica. Presumo sia soltanto una residenza estiva. Chi può vivere qui in inverno. Non c’è anima SONY DSCviva! Le porte sono pesanti, in metallo, e ad abbellirle ci pensano dei cerchi dorati con all’interno una croce. Dall’altro lato invece, m’innamoro del porticato. Retto da colonne rivestite di ciappe, lo trovo bello e romantico. Il lastricato in terra, riprende la fantasia e i materiali delle pareti divenendo così un edificio appariscente allo sguardo. E tutta quella pietra, si sa, arricchisce gli occhi. SONY DSCImmagino questo posto in inverno, ricoperto di neve e mi dico che se a questo luogo hanno conferito il nome di “Madonna della Neve”, un valido motivo ci sarà. E tutti i monti intorno a lui. E le fronde degli abeti più in alto. Magari ci verrò a fotografarlo pieno di fiocchi ghiacciati e ve lo mostrerò. Cosa ne dite? Bene topi, spero di avervi allietato anche questa volta e avervi fatto fare un bel giro. Io ora SONY DSCriposo le mie zampette perchè la prossima volta dovremmo camminare di nuovo. Ricordatevi, quest’annoSONY DSC ad agosto, se non sapete cosa fare, la mia valle vi attende qui, sul Monte Carmo, in una delle cerimonie più sentite. Io vi saluto, vado a spaccare due pinoli perchè ho visto che qui ce ne sono molti. E sono golosissimi! Un bacione grande amici!

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L’ombrosa frazione di Isola lunga

Ombrosa si, su Isola lunga, il sole resta poco. Peccato, è così bella! Isola lunga, appena dopo Badalucco, SONY DSCè un insieme di case sparse qua e là, a far da scarpette ai piedi di Montalto. Fa proprio parte del Comune di Montalto. Che nome buffo porta! Sembra il nome di un paese fiabesco. Isola lunga in mezzo alla natura. Isola lunga che accompagna l’Argentina dalle acque più limpide che si possa imaginare. Ci si rispecchia dentro. Dal vecchio ponte in pietra, di epoca romana, non si può giungereSONY DSC in macchina e allora, occorre passare solo dalla strada nuova. Ma a piedi, o in bicicletta, si può scavalcare il mio, (come sempre bellissimo) torrente, e si giunge in Località Panarda. Qui, un monumento circondato da gradini di pietra ci accoglie rimanendo esattamente di fronte alla chiesa dalla porta in ardesia. Un quadretto, dai colori sgargianti, rappresenta la Madonna col Bambino e in cima, una grossa palla di cemento perfettamente tonda. Al suo fianco, la stradina che costeggia il fiume, si restringe SONY DSCsempre più. Una staccionata protegge il nostro cammino. Le alte rocce sono aspre e sovrastanti, friabili, troppo; una rete trattiene i frammenti di roccia che si staccano e che potrebbero essere pericolosi per chi decide di fare una passeggiata. Una delle più belle passeggiate della mia valle. Nella tranquillità più assoluta. Peccato, come dicevo a inizio post, la mancanza del sole. Già dal primo pomeriggio ce n’è pochissimo soprattuttoSONY DSC in inverno. E si, Isola lunga rimane proprio sotto il monte dominato dall’alto dalla Madonna delle Nevi, uno dei santuari più belli che abbiamo e che un giorno vi farò conoscere. Ah, lui si che è baciato dal sole fino a sera! Verso fine articolo posterò una bella immagine dai colori dorati. Dai comignoli, l’odore degli abeti, dei castagni e degli ulivi arsi nelle stufe. Profumano la zona e formano una nebbiolina azzurrognola sulle casette sparse qua SONY DSCe là. Par di essere in un presepe e ogni dimora, ha il suo orticello e il suo giardinetto davanti. Isola lunga, costruita intorno a un bosco che, in alcuni punti, ostenta la sua presenza; ma che piacevole la sua ombra in piena estate! E che comodo, per gli abitanti di Isola lunga, allungarsi un attimo a raccogliere nocciole e castagne. Un’unicaSONY DSC stradina attraversa questa frazione, in alcuni tratti, quasi buia. Chi ci vive è attento e guardingo, se arrivi a Isola lunga senza avvisare, ti guardano un pò tutti con sospetto ma è normale, la via è talmente stretta che se vuoi far manovra devi entrare nella proprietà altrui! Sfido io! Isola lunga è un posticino ricco di angolini caratteristici e fantastici. Cascatelle, muretti in pietra, panchine e siepi la fan da padrona in quella che sembra quasi una comunità. Un paesino a sè, al di là del fiume, lontano da tutto, ma comodo ai servizi grazie ai ben equipaggiati Badalucco e Montalto. Oh, e che belli gli uccellini che beccano in quei campi. Considerando il freddo che c’è, fanno molta tenerezza ma loro saltellano arzilli e felici mentre laSONY DSC fresca arietta gli spettina le piume. E qui il freddo, si sente un pò di più. Tanti i cellophane a proteggere rare piante o palme particolari che in questa stagione soffrono. Tanti i teli che ricoprono intere piantSONY DSCagioni. E di mimosa ancora, nemmeno l’ombra. In certi punti della mia valle invece, si iniziano a vedere dei microscopici boccioli. Meraviglia, la primavera è alle porte! Mi piace guardare, qui a Isola lunga, i colori delle case. La mia Liguria è particolare in questo. Le tinte del rosa, dell’azzurro e del giallino, sono sempre presenti nei paesi sula costa ma qui, non siamo vicino al mare. Esso non è distantissimo ma di strada ce n’è! Eppure, anche qui, regnano vari colori. Non c’è monotonia e questo fa si che il luogo risulta più allegro e più appagante per l’occhio. Persino la chiesa, laggiù in fondo, dall’altra parte della strada, è colorata da un bel ocra chiaro. E il verde; quanto verde c’è! Il terreno che da dietro circonda questo posto, è prevalentemente roccioso. Pensate, dove qui potete tranquillamente seminare, due metri più in là, non è più possibile. Peccato, il piccolo rio sotto il bosco sarebbe stato molto utile per l’irrigazione. E a Isola lunga la vita scorre tranquilla. Non c’è frenesia, non c’è traffico, non c’è rumore. A sentirsi solo il fiume. Il fiume e il vento. Uh, qui il vento corre veloce! Discende come un bob in pista seguendo SONY DSCla conca della valle e nessuno, riesce a fermarlo. Freddo, violento, ma lui presumo, crede d’esser assai simpatico. E questa è Isola lunga topini. Nel nostro dialetto, Isola longa. Isola felice. Sono contentSONY DSCa d’avervela fatta conoscere. Un altro cunicolo della mia grande tana. Un altro luogo, dove aleggia la tranquillità delle stagioni che passano senza affanno ma rincorrendosi. State pure voi, quanto volete, lasciatevi cullare da questo ambiente e questa atmosfera. Ascoltatene i rumori e inalatene i profumi. Qui inoltre, il torrente, forma una delle anse più belle di tutta la zona di Badalucco. Una perfetta curva di acqua che è come uno specchio. Io vi saluto, e vi aspetto SONY DSCdomani per condividere con voi altre sensazioni ed emozioni. Tenetevi pronti! Un bacione topi, fate i bravi. La vostra Pigmy.

I ponti della strada “di sotto”

E oggiSONY DSC topi, dopo avervi fatto conoscere la strada “di sotto”, una delle due strade dopo Badalucco, vi chiedo di guardarla più attentamente perchè vorrei farvi vedere i suoi numerosi e caratteristici ponti o… purtruppo si, per alcuni, quel SONY DSCche ne rimane. La pietra è, come vedrete, sempre la grande protagonista, soprattutto in quelli più antichi, in quelli romani o in quella dei miei antichissimi antenati; pietra nuda, visibile, dalle studiate proporzioni ma, in quelli creati dai miei convallesi più recentemente, è rivestita a volte da cemento. Un cemento che spesso occorre a costruire anche il SONY DSCmuretto di protezione. Alcuni si mimetizzano in questa stagione con i colori della natura spoglia, annoiata, svestita, una natura che lascia trasparire tinte spente. Alcuni, ingoiati dall’edera e dalla vegetazione. Alcuni, non servono più a nulla, sono solo ricordi, altri invece, sono la strada che continua, a zig-zagSONY DSC  sopra al torrente. E quanto è bello qui il mio torrente! Come scende sicuro sotto a questi ponti che ci sorreggono. E solo a guardarlo, si sente che è freddo. Lo dicono le sfumature che ha. Sfumature di vario verde e vario azzurro, metallico. Lo dice il suo boato, il suo rombo che assorda. I ponti, i loro piloni che toccano il torrente, sono ricoperti di muschio cupo e in alcuni tratti, i pesci, cercano di pulirli come dei bravi lavavetri. Succhiano quella molle erbetta tutto il giorno. Dev’essere saporita. E ce n’è per tutti. Sono piloni veramente enormi, chi ha costruito questi ponti, voleva assicurarsi che resistessero a qualsiasi peso. Sono ponti ad arco. Non sono lunghissimi, quindi qui nella mia valle solitamente si trovano ad una sola arcata e lo sapete chi, prima dei Romani, capì il metodo giusto per costruireSONY DSC i ponti in questo modo? Gli Etruschi. Ah, ah. E grazie a questa tecnica potevano costruire di tutto, non solo passerelle e cavalcavia. Ma i Romani, furono ottimi allievi e, come loro, i Liguri, seppero fare della pietra una vera celebrità. Qualsiasi cosa, a partire dai mitici ormai muretti in pietra, che dividono le particolari coltivazioni a terrazzaSONY DSC della Liguria. I Liguri, erano davvero abili a seguire i maestri del Grandi Impero, mi spiace solo che alcune tecniche oggi, sono sempre più rare e vanno perdendosi. E pensare che stiamo parlando di un’arte considerata sacra, pensate. Il “sommo maestro” (così era chiamato colui che governava la costruzione di un ponte), doveva infatti oltre che realizzare, saper valutare di avere roccia in abbondanza e calcolare bene dove far appoggiare le spalle del ponte evitando che alluvioni o piogge intense, potessero distruggerlo. Sono tutti ponti infatti che resistono al tempo da secoli e secoli. Ci pensate? E senza l’aiuto di collanti, se non un pò di argilla, come già vi avevo spiegato neiSONY DSC miei post antecedenti sui ponti della mia valle. E’ ovvio però che una manuntenzione dovrebbero farla. Pare però che a pochi importa e purtroppo, questo è il risultato.SONY DSC Consideriamo inoltre che la seconda guerra mondiale non ha certo aiutato la situazione. Quelle che vedete in queste immagini, sono le due parti di un antichissimo ponte ad unica arcata, al quale è crollato la parte centrale. Ok, ho capito, è bene ch’io mi avvicini un pò di più per farvi vedere meglio. Ci riuscite così? Eccolo, spezzato nettamente a metà. E’ impressionante e mi ci gioco qualcosa che in mille passano di qua davanti senza notare questo rudere rimasto. Che è anche significativo a mio parere. Sembra cheSONY DSC un gigante lo abbia preso e tranciato come un panino. E adesso? Come si fa ad andare da una parte all’altra? La casetta che vedete alla destra delle foto è oggi raggiungibile da una viuzza laterale, ma vi ho lasciato di stucco eh? Dite la verità. Quanti ragazzi hanno provato a tuffarsi in estate da questi spuntoni di pietra per scendere giù nel fiume che in questo punto è parecchio profondo? Bhè, qui i “senza paura”, non hanno che l’imbarazzo della scelta e presto vi farò conoscere aSONY DSCnche gli altri ponticelli perchè mostrarveli tutti in una volta era impossibile. In questo punto sono davvero numerosi. Però che fascino, che meraviglia. Guardate che larga la spalla di appoggio. E tanto più doveva essere lungo l’arco, tanto più grande doveva essere il pilone sostenitore. E lui ora non c’è più, lasciando lo spazio ad un panorama magnifico. Guardate che bella l’acqua che scorre veloce e impetuosa, ma fa paura guardarla da qui, sembra che il rimasto, possa non reggermi. Evitiamo, è meglio. E poi, queste rovine sono così affascinantiSONY DSC che è un piacere ammirarle da qui e rimango incantata. E spero che ammirarle sia piaciuto anche a voi amici. Perciò topi cari io ora vi saluto, vado alla scoperta di altri angolini fantastici e segnati dalla storia della mia valle e oltre. Scorci che possano rendervi nota la mia terra. Vado a fotografare altri ponti. Poche cose sono affascinanti e caratteristiche come loro, non trovate anche voi? E allora aspettatemi, tornerò presto. Un bacione! E, a proposito… state tranquilli, se venite nSONY DSCella mia valle, non abbiate paura a salire sopra uno di loro. E’ meraviglioso attraversarli, starci sopra e guardare giù che cosa accade. Datemi retta, potete stare tranquilli! Squit!

La strada “di sotto”

Questa stradSONY DSCa non ha un nome per noi della valle. Forse, solo i pochi che ci abitano lo conoscono. Per noi, si chiama semplicemente la strada “di sotto”. Ora infatti c’è un bivio. Dopo Badalucco, puoi scegliere, se andare su, o andare giù. Puoi scegliere di prendere la strada che vuoi tanto arrivi sempre su, verso Molini, ad Agaggio. Dalla strada “di sopra” arrivi prima ai paesi di Montalto e Crapasio, da quella “di sotto” invece, arrivi prima ad Aigovo, Carpenosa e San Faustino. E’ la strada vecchia quest’ultima. E’ la strada che i nostri nonni topi hanno difeso con le unghie e con i denti quando qui, si ci voleva fare una grande diga e ricoprire tutto. Oh SONY DSCno, dopo il disastro del Vajont il 9 ottobre del 1963, chi si poteva fidare di avere un grosso lago artificiale, un enorme bacino d’acqua sopra la testa? Dopo tante manifestazioni la diga non si fece più, vinsero i miei convallesi ma, l’altra strada ormai era stata fatta e ora, ci ritroviamo appunto con due vie che portano alla stessa destinazione. Sono tutte e due molto belle; diverse, ma belle. Quella “di sopra”, quella nuova, a mio avviso, è un pò più nuda come vegetazione; rimane più alta, il torrente lo si vede laggiù in fondo. Dopo l’Osteria dei Cacciatori, il bivio che ci porta alla sentinella della valle, Montalto appunto, è il punto più bello. Di fronte, un pò più su, ci troviamo il grande prato di San Faustino e il suo colore, tutt’intorno, in questa stagione, è prevalentemente marrone. La strada “di sotto” invece, la più antica, è la più romantica. Tutte e due iniziano come vi dicevo prima,SONY DSC sorpassato il paese di Badalucco, ma qui, più in basso, la vegetazione, le piante, gli arbusti, sembrano avvolgerti. Di qua e di là, di tanto in tanto, qualche prato e il torrente, lo si può vivere. Lo si sente scrosciare arrabbiato senza pietà. Si sente pesante in questo momento, è ricco di neve che dagli alti monti si è sciolta e ora la deve portare giù, fino al mare. Le sue SONY DSCcascatelle fanno rumore, mischiando il bianco con il turchese e avvolgono casette che sembrano rimaste lì, dimenticate dopo il presepe. Come spesso accade, incontriamo una piccola cappella. Sotto al suo minuscolo tetto in ardesia, la scritta “acquasanta” e dentro, oltre al cancello di un vivace azzurro, un dipinto della Madonna e tanti fiori. Qui ci sono più colori e non solo dati dal fiume. C’è il vermiglio dei cachi e c’è più verde. Tutto è brullo, magro, povero, SONY DSCma qualche chiazza di verde la si incontra e vicino all’acqua, l’umidità si fa sentire; gli angolini idilliaci per i sognatori non mancano di certo, sopra a qualche roccia o in un’aiuolina accanto al torrente. Le canne via, via, lasciano il posto ai castagni, ai noccioli, alla roverella che, nonostante la loro momentanea secchezza, incorniciano dal basso i monti innevati. Qui, un prato fa anche da campo da calcio; due porte in metallo sono le reti nelle quali devi fare goal e chissà chi lo tiene pulito. L’erba è tagliata corta, le sue sfumature vanno dal verde chiaro al giallo paglierino, un vero spettacolo. Una splendida passeggiata. Una strada meno moderna, dove la natura, se pur meravigliosa anche al piano di sopra qui, sembra offrire tutta se stessa. Le curve sono dolci e ogni qualche metro, un sentiero, ci permette di andare a raccogliere SONY DSCi frutti del bosco: le ghiande, le castagne, le nocciole. L’aria in inverno, l’attraversa gelida. In questa parte della mia valle non si fa problemi; le svolte alla nostra sinistra, salendo, non vengono mai baciate dal sole. Se scendesse la neve, faticherebbe ad andare via. In alcuni tratti sembra buia. Ci sono i ponti, i ponti romani, in pietra, che attraversano il torrente Argentina eSONY DSC permettono di andare a coltivare nei campi. Gli orti nei dintorni sono da cartolina. La catasta di legna in un angolo, lo spaventa passeri che nessuno considera, il ciliegio in fiore, prematuro, le piante rampicanti sulle staccionate che, di rampicante, hanno lasciato solo più l’anima. A farci ombra, qualche abete e qualche larice. Strano vederli assieme ad alberi che vivono ad altitudini minori. E’ ai bordi di questa strada che si possono raccogliere i girasoli e il tarassaco. Il trifoglio, la malva e l’insalatina SONY DSCda prato, per non parlare di qualche grappolo d’uva che pende oltre il confine! Questa è la strada “di sotto” topi, e c’è ancora. Non doveva esserci più. Doveva essere coperta da ettolitri di acqua, lei e tutta la vegetazione intorno invece, è ancora lì, ed è uno splendido cammino in ogni stagione. Provate a venirlo a vivere. Un topobacio a tutti.

Lo Spaudo e il Ciaravuglio

SONY DSCPensate forse gagliardi cavalieri, di poter venir nella valle Argentina, prender la damigella che più vi aggrada e andarvene tranquillamente come se nulla fosse accaduto? E quelli che rimangono? Come fanno con una possibilità in meno di maritarsi? E voi signorine? Per voi la situazione non cambia. Il bel giovanotto, da voi scelto, va pagato, in un modo o nell’altro. Queste son le regole nella mia valle. Sedetevi comodi allora che vi racconto come dovete fare. Eviterete di essere rincorsi e presi a pallettoni come è successo a parecchi, molti anni, prima di ora:

Allora, innanzi tutto bisogna dividere bene l’uomo dalla donna. Il primo deve rispondere alla cosidetta legge come consuetudine e tradizione, molto nota fino al secolo scorso, che risponde al nome di Spaudo (U Spaudu); per la seconda invece, rimane tutto uguale tranne il nome di questo “pagamento”, che viene così a chiamarsi Ciaravuglio (U Ciaravuju). Lo Spaudo è il più conosciuto dei due. Era solitamente l’uomo, il cacciatore, che andava in cerca della donzella prediletta piuttosto che l’inverso. Questa usanza del riscatto, per chi decideva di maritare una ragazza della Valle Argentina, era da corrispondersi ai coetanei della fanciulla che, ora, vedevano svanire la loro opportunità di matrimonio, con una compaesana. E solo loro potevano decidere l’ammontare della pena. Il riscatto, era da corrispondersi solitamente in denaro, cibi e bevande oppure, per quanto riguardava le femmine, scambiandosi giornate di lavoro. E al debitore conveniva non venir meno! In tanti sono stati rincorsi con lo schioppo e, una volta, c’è scappato anche il morto. Non solo, ma fin tanto che costui non si decideva ad aggiustare i conti e pagare il debito, veniva disturbato tutte le notti da gruppi di ragazzi del paese che, a turno, e sotto la sua finestra, si scambiavano per cantare a squarciagola, “serenate” ben poco apprezzabili verso il povero malcapitato. Un malcapitato che qui da noi assumeva il nome di “fuesteu” (Il Forestiero). E dello Spaudo, ne parla anche il Secolo XIX ritenendolo un’usanza importante: “… Si tratta di un’usanza che interessa e individua la solidità dell’unione comunitaria. Unità che si rompe momentaneamente quando un matrimonio con un forestiero comporta da parte di una giovane, l’abbandono del paese cui viene tolta una possibilità di matrimonio… I giovani, coetanei della sposa, giungono armati alla cerimonia: gli spari sono segno di allegria, ma all’origine testimoniano la volontà di scaricare le armi non essendo ostili al nuovo venuto, lo sposo”. Tutto si conclude con bevute di acqua e di vino e con l’offerta di una sommetta da parte del neosposo ai ragazzi. …”. Uno Spaudo finito in bellezza questo raccontato dal quotidiano. L’ultimo nella mia zona, mi sembra di aver capito attraverso varie ricerche e racconti, è accaduto in Badalucco nel 1990. Il riscatto, al neosposo, è costato seicentomila lire. Normalmente, mentre viene pagata questa specie di penale, gli scapoli rimasti, vanno a gustare un pezzo della tipica Sardenaira in un ristorante in onore dello sposo e brindano alla sua salute. Questo retaggio medievale nasce da una consuetudine che proibiva ai contadini di contrarre matrimonio al di fuori del feudo perché ciò, causava un indebolimento demografico in alcune zone e in tempi in cui il problema era la mancanza di popolazione. Ma purtroppo, spesso, non ci si ferma lì. In alcune regioni e in alcuni periodi degli anni che furono, lo Spaudo (che saprete, non è esistito solo qui da me), anzichè un avvenimento simpatico da poter festeggiare, si trasformava in una vera e propria violazione dei diritti familiari e della persona che, col tempo, fortunatamente, andò attenuandosi. Da alcuni vecchi statuti, guardate addirittura cosa si legge: da SanRemo “De non percutiendo sponsos vel sponsas” – Non si picchi né lo sposo né la sposa -. Da Albenga (si faceva di peggio) “Nemo audet proicere lapides citronos aut alia res” – Nessuno osi lanciare pietre o cedri, quando sono davanti all’altare -. Da Lingueglietta, in ultimo, si scopre che, oltre alle pietre (lapides) usavano pugni e ceffoni (cum pugillo sive manu)… usciti fuori della chiesa gli sposi certamente venivano ammazzati! Io penso che per attutire tale usanza si pensò bene di offrire un lauto banchetto ai giovani pretendenti della sposa. La rappresaglia dei competitori, contro il vincitore nella lotta d’amore, si è trasformata presto nella classica bustarella, soffocando così la rivalsa. Preparatevi quindi, mettete da parte i vostri risparmi se decidete di venire a contrattare da queste parti, non si sa mai cosa potrebbe capitarvi altrimenti. Un bacione, alla prossima!

Ringrazio gli anziani che si sono prestati a raccontarmi queste storie, ringrazio Bruna e Giampiero che hanno vissuto queste vicende nel paese di Montalto Ligure e alcune nozioni sono state prese da spaudos.blogspot.

La via dei commercianti e dell’essenza di Lavanda

Ancora un altro giro topini. Un giro più serio di quello dell’ultimo post ma senza perdere la magia come di una fiaba. Un lungo percorso della mia valle. Un sentiero nel quale possiamo ammirare tantissime cose e avere parecchi incontri. Sempre dal libro “U Camin” di Giampiero Laiolo, scopriamo un’altra meraviglia. Un percorso a volte tortuoso, a volte più lineare, dove un tempo, i nostri vecchi parenti, commerciavano cereali, carni e fiori. Mettetevi un paio di scarpe comode e venite con me. Attraverso questo scritto potrete percorrerlo perfettamente e rivivere la vita quotidiana di un tempo.

DA BADALUCCO A PIETRABRUNA

La mulattiera svolgeva una funzione politico-amministrativa e commerciale quale prolungamento della via trasversale tra Baiardo e la media Valle Argentina con Pietrabruna, Civezza e Porto Maurizio nonchè un utilizzo agropastorale collegando Badalucco con il Devin, Lona ed i pascoli dei monti Sette Fontane, Follia e Faudo. Questa direttrice fece la fortuna economica di Badalucco quando attorno al dodicesimo secolo il borgo si sviluppò ai piedi della rocca. Tramite questa via si negoziavano animali da carne e da lavoro, formaggi, uova, pollame, vino, lenticchie, grano, olio e da due secoli anche i noti fagioli. Ancora alcuni decenni or sono gli interessati uomini di Civezza protestarono a causa della nuova carrozzabile tra Pietrabruna e San Lorenzo che comportava l’esclusione di questo paese dall’itinerario verso Porto Maurizio con notevole danno economico. Sulla displuviale orientale del crinale, nei primi decenni di questo secolo, gli uomini di Pietrabruna e Boscomare piantarono nei gerbidi e nei prati la lavanda. Da circa un secolo comunque si produceva già essenza ricavandola dalla lavanda spontanea; la richiesta ed il relativo guadagno spinse a coltivarla selezionando varietà  sempre più produttive sino ad ottenere una varietà di lavandino che triplica la resa della lavanda vera anche se non può porsi qualitativamente in paragone con l’essenza estratta dalla pianta spontanea. Da alcuni decenni la profumeria di sintesi, le fitopatie, l’abbandono, il fuoco ed una pessima politica economica causarono una riduzione delle aree coltivate a lavanda con il risultato che oggi assistiamo al dissolversi di quest’attività (1).

Il Percorso

Ci accompagnano lungo la direttrice che da Badalucco conduce al Passo di San Salvatore i Badalucchesi Carassale Giacomo, Raibaudo Filippo, detto “Du Passo” e Boeri Filippo, dagli amici più semplicemente chiamato Nino U Biscau. La mulattiera lascia Badalucco al Ponte di Santa Lucia, la tradizione vuole che qui i viandanti invochino la santa affinchè  preservi loro la vista e l’udito. Dopo il ponte voltiamo a destra, attraversiamo il Vallone dei Rossi (detto anche Ruglietto) e salendo dolcemente lungo le campagne degli Ortai lasciamo il cimitero e l’Oratorio di San Bartolomeo. Dopo il Rio “Fascia Ciana” (Fascia Piana) incontriamo a sinistra una prima biforcazione della mulattiera; la via di sinistra ci porterebbe lungo la “Pineta dei Meelli” ( fragola- patronimico di un segmento della famiglia Panizzi) oltrepassa poi le Case del Passo, il “Crinale dell’Alberone”, il Casone di Dionisio, il Devin giungendo quindi al Passo della “Sotta da Folia”. Presso la citata biforcazione noi voltiamo a destra superando poco dopo la “Cappella de Spellaratti” (patronimico di un segmento della parentela Bianchi di Badalucco) entriamo nell’oliveto “da Pernixe”: queste edicole sacre conservano ancora pregevoli dipinti bisognosi d’immediato restauro. La valle tende a stringersi e farsi rocciosa e scoscesa. Dopo poche centinaia di metri i lecci sostituiscono gli olivi; la displuviale rocciosa che discende ripidamente dalla “Cresta dell’Alberone” ci sovrasta: il toponimo “Bosco de Caranche” (caranca- luogo scosceso) è di per sè esplicito. La linea di sprone che discende dall’Alberone, chiamata “i Termi”, è la terminazione storica sia del territorio comunale di Badalucco come della Podesteria di Taggia con quella di Triora: questo confine è tracciato da rocce naturali e da strutture litiche infisse (2). Giacomo mi ricorda che sulle pendici del Monte Faudo, sovrastanti il paese, le vipere sono stranamente molto rare mentre alcune testimonianze concorderebbero sulla presenza nella stessa zona di un rettile con “gambette e orecchie”. Oltrepassati i lecci ed un malandato pilone votivo giungiamo nelle Campagne dei Bregonzi e alle omonime case (Bregonzo è una deformazione di Bergonzo) dove Giacomo Carassale possiede un casone e relativa campagna. Superiamo in lenta salita le campagne dei “Campetti” e la “Cappelletta di Monte Isidoro” quindi attraversiamo il “Vallone del Passo” grazie ad un secolare piccolo ponte oggi in disuso essendo sostituito da un “passaggio carrabile”. Da questo punto una nuova rotabile ricalca per un tratto la vecchia mulattiera. La nuova via a fondo naturale prosegue in salita per alcune centinaia di metri sino alle due “Sorgenti dei Bastei” e all’omonima cappelletta (i Bastei sono un segmento della Famiglia Boeri). La mulattiera, qui detta “U Camin de l’Urmu” (Olmo- Case e Bosco dell’Olmo), si biforca conducendo rispettivamente verso Lona Alta e Lona Bassa. Noi proseguiamo superiormente sempre sulla nuova strada che ricalca la mulattiera lasciando i pochi casoni ancora esistenti. Ponendo attenzione all’aspro ed interessante paesaggio agrario risaliamo la “Muntà de l’Urmu” (Salita dell’Olmo) al cui vertice si distacca, a sinistra, un sentiero verso il Devin. Ancora un breve tratto e si giunge alle “Case Ciazze” dove troviamo un’altra “cappelletta”. Questa località che termina superiormente con il bosco ha un’unica generica denominazione: Lona. Questo soleggiato areale fu il territorio agricolo privilegiato di Badalucco, particolarmente vocato all’olivicoltura, alla viticoltura ed alla produzione d’ortaglie, compresi i famosi fagioli. Lasciamo quindi Lona per salire verso “l’Ubago del Castellaro” (ubago = luogo poco soleggiato), ampio bosco comunale di lecci e roveri, all’inizio del quale, a sinistra, troviamo una sorgente ed un “troglio” (vasca/abbeveratoio) detto “dei Soldati”. Proseguiamo attorniati da una fitta e bassa vegetazione; poco prima del limite superiore del bosco vi è un’altra sorgente detta la “Vena du Figu”. Quando giungiamo nella fascia prativa, presso il “Passo dei Porchi” dalla mulattiera si distacca, a destra, un sentiero che porta a Castellaro. Proseguendo nei prati ci viene incontro la “Ca’ du Dragu” ovvero la “Casa degli Agnesi”, bella struttura di casa colonica degradata dall’abbandono che ricorda ancora fortune migliori. Da qui poche centinaia di metri di salita ci separano dal passo e dall’omonimo Oratorio di San Salvatore. Dal Passo di San Salvatore ci accompagna Renato Castelli (della famiglia dei Cian” di Pietrabruna), floricoitore, cacciatore ed appassionato raccoglitore di funghi; conosce molto bene questi boschi perchè li vive ed ancor oggi non è raro che vi pernotti. L’oratorio campestre di San Salvatore recentemente restaurato dalla comunità di Pietrabruna coincide, non a caso, con il luogo d’intersezione tra la via di crinale e la trasversale di valle quale località di sosta, di preghiera e di riparo. Discendiamo lungo la via rotabile che ricalca per alcuni tratti la precedente mulattiera attraversando i gerbidi ed il rado bosco di querce di Gagliardo per giungere nel Vallone “du Bossa” (fitonimo, da bosso) dove v’e’ l’omonima casa e trogIio (vasca). Quest’area, quasi totalmente gerbida, era sino a pochi decenni or sono coltivata a grano, vite e lavanda. Continuiamo la nostra via lungo i campi di Carpe (fitonimo derivante da Carpino) sino all’omonima casa dove intersechiamo la vecchia mulattiera proveniente da Pietrabruna che proseguiva verso il Passo di San Salvatore parallela e di poco superiore all’attuale strada rotabile a fondo naturale. Presso la citata “Casa du Carpe” lasciamo la nuova via discendendo verso la Fontana dei “Campi Comen”; anche in questo tratto vi è una nuova strada interpoderale che in caso di difficoltà può sostituire la mulattiera sino alle campagne della “Ciana’” (luogo largo e pianeggiante). La vecchia direttrice discende dai Campi Comin oltrepassando un pilone votivo e l’Oratorio di San Rocco immerso negli olivi per giungere infine nel paese. Osservando la muratura di alcuni casolari periferici non ancora intonacati si evidenzia nella superficiale colorazione bruna dell’ossido di ferro la motivazione del toponimo “Pietrabruna” mentre la distribuzione urbana lungo la mulattiera ci indica l’importanza che questa aveva un tempo.

Note:

(1) –   Rovesti G. – La lavanda e le piante aromatiche e medicinali nella Provincia di Porto Maurizio

(2)- Dalla “Visita dei luoghi di Badalucco e Montalto fatta dai delegati Giobatta Veneroso e Cristoforo Spinola nell’anno 1652”:  <… giunti lontano da Badalucco circa un miglio di là dal fiume si sono visti due pilastri ossia rocche alquanto eminenti vicine l’una all’altra, quasi pilastri, ossia rocche, sono li termini che termina il territorio di Badalucco e Montalto …> Arch. Stato Genova – Busta Paesi 17/357; Riferimento tratto dalla Tesi di Laurea di Franco Bianchi  “Ricerca di Geografia Storica nel Territorio di Badalucco” Genova 1970

Avete visto? Quanta strada! Chissà che animaletto è quello con le orecchie e le zampette. Mi piacerebbe incontrarlo. Ora vi lascio riposare, dovete riprendervi per la prossima passeggiata che faremo. A presto!

Santa Rita – tra le due Neviere

Il Cammino del Ghiaccio, dotato di segnaletica in legno, era un’antica mulattiera che permetteva agli abitanti di Taggia e dei dintorni, di raggiungere le Neviere, costruzioni in pietra che raccoglievano la neve e potersi così rifornire di ghiaccio durante le calde estati o per la conservazione degli alimenti. La Neviera dell’Albareo e la seconda grande Neviera; un giorno vi parlerò di loro. L’inizio di questa strada si trova nella parte alta di Taggia, in piazza Santa Lucia, proprio dopo i due ultimi bastioni. Il primo tratto, offre una vista spettacolare su tutta la mia valle che vista da qui, sembra davvero immensa: si può vedere senza difficoltà tutta Arma, laggiù sul mare, tutta Taggia, Castellaro e i monti di Colle D’Oggia, ancora baciati dal sole. Spettacolare. Le montagne che la raccolgono, da una parte e dall’altra. L’orizzonte, se lo si osserva a lungo, assume diverse sfumature. Ci circondano le margheritine e gli asparagi selvatici. Le distese di ulivi sono infinite e le fasce, ordinate come una stanza verde. E il torrente che arriva fin laggiù. Potevamo scegliere. Qui sulla cresta sopra Taggia, potevamo scegliere se salire verso destra, verso i Beuzi e scendere a Bussana o andare verso sinistra, verso l’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco. Saliamo a sinistra. Un luogo magico. Sembra di poter parlare con la foresta. Ancora le auto dei cacciatori, ancora i cani che ululano correndo, avanzando. Si sente grufolare, così pare, sono tanti i suoni. Mille. Prima di introdurci nel bosco di querce e castagni, ricco di ghiande ancora acerbe, ammiriamo la via che stiamo percorrendo. E’ una strada di confine. La vecchia Podesteria di Badalucco e quella di Taggia se la sono sempre contesa. Dall’archivio di quest’ultima, si apprende che probabilmente, una piccola traversa di essa, portava al castello di Campo Marzio, dove poco tempo fa, sono ricominciati degli scavi archeologici. Allontanandosi dal bivio: Beuzi-Albareo, dove c’è il vecchio agriturismo, si raggiunge la località di Santa Rita. E’ una zona fresca e ombrosa. In estate è adatta a fermarsi e sorseggiare un pò d’acqua dissetante. Anche gli animali del bosco vengono a dissetarsi qui. Accanto a lei una pozza d’acqua grande e profonda. Luogo prediletto dei Boy-Scouts che aiutano a tenerlo ancora più pulito. Un pergolato, dei tavolini alcuni di pietra, altri di legno. Delle panche, un barbecue davanti all’edicola votiva con la statuetta della Santa. Il suo vestito nero e tra le mani un crocefisso di legno. Questa zona le venne dedicata per volontà di due partigiani che, rifugiatisi proprio in quel punto, in tempo di guerra, per salvarsi la vita,  si erano affidati a lei in quel momento di difficoltà. Scampati al pericolo, hanno innalzato il piccolo monumento religioso dedicandolo anche a chi non era stato fortunato come loro. Sulla lapide in marmo bianco è scritto infatti: ” Nel ricordo di chi non è più a perenne custodia di questi monti “. In basso a sinistra è visibile la frazione Campi, raggiungibile da un sentiero non segnalato e qui i Lecci verdi come l’Alloro e i Corbezzoli, finalmente maturi, la fan da padrona. Sono dolcissimi. Zona ricca di funghi, di ogni tipo. In alcuni tratti, il Brugo, è l’unica pianta rimasta verde, un manto di foglie rossicce ci fa da tappeto e i rami o sono spogli, o sono color dell’oro. Ecco il sentiero della Grande Neviera, qui a sinistra, dopo la statua, da percorrere a piedi. Si scende. Qui la strada è sterrata e siamo all’inizio dell’Entrà, un termine dialettale che intende definire la fine delle campagne e quindi delle coltivazioni, e l’entrata nel bosco. Non potremmo più godere del panorama come prima, ma quello che incontreremo, proseguendo questa strada è una sorpresa topi, per la prossima puntata. Non perdetela. Un bacione a tutti.

Le donne e l’agricoltura nella Valle Argentina

Sabato 6 ottobre, nel ristorante Playa Manola di Arma di Taggia, si è tenuto un convegno molto particolare. Un convegno aperto a tutti che vedeva come protagonisti le erbe aromatiche, l’olio e la lavanda. Sono, tutti e tre, prodotti che nascono nella mia valle e tutti presentati da donne. Donne che operano in questi settori con passione e impegno.

Esse sono Rossella Boeri dell’Azienda – Olio Roi – di Badalucco la quale ha raccontato anche l’importanza e la vita dell’ulivo, Doriana Fraschiroli dell’Azienda Agricola – Castellarone – di Montalto, che dedica la sua esistenza alle erbe e alle piante officinali e Rita e Patrizia Cugge che, nella loro Azienda, – Antica Distilleria Cugge – di Agaggio Inferiore, producono efficaci oli essenziali.

La loro presenza, a questo meeting, mi ha fatto venire in mente l’importanza della donna in questa mia selvaggia Valle e quanto la donna sia stata fondamentale anche nell’agricoltura. Beh, innanzi tutto, ricordo uno scritto di Giampiero Laiolo e Anna Marchini ai quali rubo queste frasi per riportarle a voi: “…all’agricoltura si associò il culto della fertilità della terra e della donna, rappresentata nelle effigi della Dea Madre, statuine in cui gli attributi femminili hanno forme decisamente marcate. Forse il culto virile celeste, che convisse accanto a quello femminile per la Madre Terra, proprio dell’ambiente agricolo, scaturì invece dalla cultura pastorale: la terra ed il cielo, la donna e l’uomo. In seguito, il culto della divinità maschile finì per prevalere e trovò espressione anche nel megalitismo, in cui, la particolare posizione delle grandi pietre, simboleggia la sopravvivenza attraverso la riproduzione. Nella nostra zona si conoscono alcune dubbie presenze megalitiche, come le rocce infisse presso la Sotta di San Lorenzo, a Rezzo, e sul vertice della Rocca di Castè, a Carpasio…“.

La donna… vista come la terra… tutte e due in grado di generare.

Ma la donna è anche in grado, quella stessa terra, di coltivarla. Si sta parlando di un periodo che ha segnato molto la Valle Argentina e, ancora oggi, di quel tempo, ne possiamo osservare molte tracce.

Stiamo parlando del Neolitico, circa 7000 anni fa. E, da come avete potuto capire, la figura dell’uomo, iniziava a prevalere. Le braccia degli uomini hanno fatto molto, per ogni terra. Con la loro caccia hanno sfamato, con la loro forza hanno creato protezioni, con la loro furbizia hanno inventato e scoperto stratosferiche forme di sopravvivenza ma volevo dedicare questo post alle donne, senza fare distinzioni, perchè anche loro, ripeto, sono state significative.

Le donne di un tempo, agghindate nel loro tipico abito ligure, prevalentemente simile a quello brigasco: cu u velu, u mandiu, u fudà e a camija (con il velo, il fazzoletto, il grembiule e la camicia). Esse non stavano solo in casa a cucire e a impastare. Quelle di oggi, in jeans, con tanta voglia di elevare la Valle nella quale vivono, perchè questi luoghi e le tradizioni di ieri, non vadano a finire nel dimenticatoio.

E come si coltivava ieri, si coltiva oggi. Sono proprio loro, le donne, grandi conoscitrici e coltivatrici di piante potevano preparare ottimi pranzetti diventati piatti tradizionali.

Loro curavano con intrugli in mancanza del medico. Loro aiutavano gli uomini nei campi.

La domenica, la donna, era la regina della giornata. Preparava il pane per tutto il paese e interi pranzi con il suo raccolto, addobbava le Chiese per le Sante Messe, ripuliva, incontrava gente. Quel giorno s’impastava, i campi dorati potevano aspettare. L’indomani si ricominciava. Primi fra tutti i campi di patate, un tubero che sfamava un intero villaggio predisponendosi a parecchi usi.

E i canti di quelle donne echeggiavano per tutta la Valle. Si rideva, si scherzava con poco, prima di partire, a piedi, percorrendo tutta la Via del Sale per andare a vendere i carciofi in Piemonte. A volte s’incontravano i gendarmi tedeschi, alle volte no. Gli uomini erano in guerra, ma loro dovevano ugualmente pensare al sostentamento della famiglia e non c’era differenza tra il bimbo e la bimba. Tutti, sino ad una certa età, si andava sul carretto trainato dalla mamma, povera, che non poteva permettersi l’asino e si era trattati tutti alla stessa maniera.

Donne che lavoravano quanto un uomo per tutto il nucleo familiare ma con salari molto più bassi e, spesso, con i pargoli appesi dietro alla schiena.

Oggi, come vi dicevo all’inizio del post, sono tante le donne che, nella mia Valle, portano avanti aziende di prodotti tipici. Aziende probabilmente costruite dai loro stessi padri ed è bello questo, molto bello. E’ anche grazie a loro se la Valle Argentina può godere ancora del suo essere così meravigliosa.

ph ebay

M.

Strada Don Aldo Caprile e la chiesetta di San Bernardo

Pronti topini? Si parte. Oggi andiamo verso il paese di Badalucco ma svoltiamo un attimo prima, a sinistra, e saliamo per la strada che va’ ai Vignai.

Dopo circa un quarto d’ora di cammino, anche se siamo comodamente seduti in auto, ci avviciniamo al paese di Ciabaudo e, sulla nostra destra inizia una strada nuova. Una strada che si arrampica in salita, in mezzo ai brughi, al timo, al ruscus.

Questa è la strada dedicata a Don Aldo Caprile. E noi la percorriamo.

Nativo del paese di Corte, Don Aldo Caprile, è stato Parroco nel paese di Badalucco per 42  anni, dal 1947 al 1989. La sua accoglienza e il suo buon carattere hanno lasciato il ricordo di un uomo umile e pieno di voglia di fare. La gente, gli ha voluto un gran bene e non vuole dimenticarlo al punto di dedicargli una delle strade più belle della mia valle.

E’ la strada che porta al Santuario della Madonna della Neve, sul Monte Carmo, e oltre, la stessa strada, porta ad una bellissima statua.

Questa via ci permette di godere di un panorama mozzafiato. I monti, gli alberi, il terreno più arido, scosceso, più roccioso. Da una delle sue curve, giù in fondo, si può notare il paese di Montalto, il villaggio romantico, la “sentinella” della Valle Argentina.

Sopra di lui i pascoli e, da qui, si possono ammirare tutti.

La strada di Colle d’Oggia e Prati Piani. Ma non finisce qua. A stupirci ci pensa anche il Monte Faudo, 1.149 metri d’altezza. Un ambiente prettamente prealpino che svetta con le sue antenne, unico, riconoscibile tra mille. Il monte dei cavalli selvatici rimane dietro la cresta dei pini. E oltre, ancora più in là, non ci crederete ma si vede anche il mare.

Il mio mare, come sempre, circondato dal verde. Un verde scuro, intenso. Un mare che non mi abbandona mai. E vedere quello spicchio d’azzurro che si confonde con il cielo fa sorridere gli occhi. Una visione incantevole.

I dolci tornanti di questa stradina, si snodato uno dopo l’altro, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Non siamo più in auto, siamo a piedi, vogliamo guardare bene ciò che ci circonda. Non solo il panorama distante ma anche quello che ci sta vicino.

Sentiamo gli odori e i rumori del bosco. Gli aghi di pino scricchiolano sotto i nostri piedi e ci ritroviamo a camminare anche sopra schegge di ardesia che provocano come delle piccolissime valanghe. Bisogna fare attenzione e scavalcarle, si sdrucciola e sono taglienti. Ma rendono il terreno particolare alla vista. Pezzettini di lavagna. Si possono prendere e usare come gessi. Come matite per scrivere sull’asfalto il nostro nome o “Noi siamo stati qui”.

Contornati da piante di corbezzolo e piselli selvatici siamo immersi da colori vivi, accesi. E’ finita la stagione dei corbezzoli in frutto ma i loro piccoli alberi son più vivaci che mai e, alcuni, così alti da riuscire a farci ombra.

I piselli selvatici, invece, con quel loro romantico fucsia, tinteggiano di brio la vallata. Non profumano ma sono dolci come lo zucchero. Sono sparsi per la via ma, tanti, li troviamo ai suoi lati. A bordo strada.

Una splendida Chiesetta, tutta in pietra, una Chiesetta antica. Si parla di lei già in trattati del 1443 e, nel 1600, ha anche goduto di qualche ristrutturazione.

E’ il Santuario di San Bernardo e domina da qui, su questo monte, una grande parte della Valle Argentina e della sottovalle Oxentina. E’ lei la piccola Chiesa montana che collega il sentiero che porta fino al paese di Ciabaudo con le prime case del villaggio.

Questa Chiesa è solitaria e, come dicevo prima, completamente in pietra. Pietre cubiche, alcune più spesse, altre meno, posizionate una sull’altra con incredibile maestria. A vederla dal davanti, sembra piccolina ma, in realtà, è parecchio lunga e la terra battuta la circonda.

Entrando sotto il suo arco sembra di entrare in un antro e da qui possiamo vedere cosa si nasconde al suo interno. A colpirci, un dipinto, lo Spirito Santo e i Santi.

Delle panche di legno, dei candelabri, una croce, anch’essa in legno, ma soprattutto un bellissimo pavimento a scacchiera, in lavagna. Sono state anche portate delle statue, in legno pure loro, di Sant’Antonio Abate e della Madonna della Neve, provenienti, come si può leggere nel sito del Consorzio della Valle Argentina, dallo stabilimento di Sturfless, nel Tirolo.

Anche il soffitto è in legno con travi e perlinato dal color mogano. Il legno e la pietra sono naturalmente i materiali più utilizzati da sempre. Siamo qui, sotto a questo portico, davanti alla porta d’entrata e, sulle nostre teste, è affrescata una crocifissione risalente al ‘600 che le intemperie hanno ormai cancellato parecchio. Andrebbe restaurata. Non sarebbe male farla rivivere.

E’ un disegno molto particolare, che i pellegrini apprezzerebbero, perchè sembra di vedere come dei riflessi di altri dipinti sotto di esso.

La volta in pietra dell’edificio non riesce a proteggere del tutto quello che rimane del dipinto e, una gran parte dell’opera, si sfoglia.

Sotto di lui, a lato dell’entrata, una lastra di ardesia ricorda, con tanto di foto, il Partigiano Marco Bianchi “Beretta” morto il 12 gennaio del 1945 e lo ricorda così: “Nell’apice della lotta per la liberazione d’Italia 1940-1945 qui cadde sotto il piombo fascista…”. Due girasoli e un rametto d’edera, colorano quell’immagine in bianco e nero e, in primo piano, il grigio della lavagna scolpita.

Ma le bellezze di questo Santuario non sono solo al suo interno. Se ci giriamo intorno infatti non ci vuole nulla a capire che è un luogo di raccolta e di gioia.

La prima cosa che testimonia ciò è un grande e lungo tavolo di legno pronto ad ospitare tanta gente che immagino mangiare e bere tutta insieme in allegria. Tra le feste patronali più caratteristiche, infatti, quella di San Giorgio è quella che raduna più gente. Ma quel tavolo torna utile anche a chi semplicemente si è voluto fare una passeggiata e si sofferma in questo luogo pacifico a mangiarsi un panino. Con la fontanella vicino, possiamo dire che abbiamo tutto, anche l’acqua, e attorno alle fronde degli alberi, tante lucette, ora spente. Se venissero accese, durante la notte, regalerebbero un’aria di gran festa.

Da qui si può vedere bene il campanile del caseggiato. E’ un campanile piccolino e basso con una bella campana di bronzo e una piccola crocetta in ferro sulla sua punta.

Tutt’intorno a lui le ciappe, la ormai famose ciappe del tetto.

Penso sia uno dei campanili più minuscoli ch’io abbia mai visto seppur molto carino.

E’ una Chiesetta davvero particolare ed è posizionata in un luogo stupendo, utile per venirci con gli amici. Ricordo le volte che ci son salita con Niky e i nostri amici a quattro zampe.

E’ ricca di particolari. Guardate ad esempio cosa c’è su un suo davanzale appoggiato a delle sbarre. Un piccolo crocifisso azzurro con un Gesù fatto di cera; è la cera delle candele. Immagino sia un dono che nessuno ha voluto togliere.

Le sbarre non sono soltanto alle finestre. Ne troviamo anche davanti ad una porta, dietro la Chiesa. Una stanza buia e vuota, con dentro solo un tavolino, è protetta da una griglia. Da qui, al suo interno, s’intravede un’altra apertura, sulla destra, che probabilmente permette un’altra entrata nella Chiesa.

Vi è piaciuto vero topi questo posto? Lo so, è una Chiesetta originale in un angolo della mia Valle altrettanto particolare. Ma non è finita qui. Il bello deve ancora arrivare.

Riprendiamo la macchina e andiamo oltre al Santuario. Torniamo a vedere il mare, Montalto e il Monte Faudo, sentiamo l’odore del bosco, facciamo qualche curva e poi, al primo bivio, giriamo a destra. Continuiamo a salire.

La sorpresa stà per giungere e, infatti, dopo ancora qualche centinaia di metri, eccola, in tutto il suo splendore, la statua bianca, come le nuvole, della Madonna della Neve.

Da qui, preannunciando l’omonimo Santuario che un domani vi porterò a conoscere, domina tutto il lato Ovest della Valle.

E’ molto bella. Candida. Come fa ad essere così candida non lo so. Da qui vive tutte le stagioni e subisce pioggia, sole e neve. Con il suo nome inciso su un pezzo di gesso e protetta da una ringhiera nera, spicca davanti al monte. Qualche ciclamino intorno, più in basso, le dona un pò di colore. Giovane, come una fanciulla, tiene in braccio il suo bambino dall’alto di una mozza piramide di pietra. Il mantello e la corona in testa.

E’ la Madonna della Neve, qui nella strada di Don Aldo Caprile, sopra alla Chiesa di San Bernardo.

M.

Andiamo ai Laghetti

Oggi topi vi porto alla scoperta di un luogo davvero incantato della mia Valle.

Siamo nelle vicinanze di Badalucco e, qui, il torrente Argentina, ci mostra il meglio di se. Il palcoscenico che possiamo vedere e vivere è meraviglioso.

Un’acqua limpida e cristallina, dalle tonalità verdi, scende dagli alti monti, e precisamente dai pressi del Monte Saccarello per andare poi a sfociare nel mare tra Riva Ligure e Arma di Taggia. Questa è la casa delle trote, dei gamberi di fiume, delle ranocchie e dei gerridi. Delle ninfee e tante altre piante acquatiche.

E’ l’acqua che brilla sotto il sole che s’infrange contro le pietre bianche e spruzza goccioline rinfrescanti.

Chiamato anche Fiumara della città di Taggia, questo fiumiciattolo è lungo circa 40 km e, nella sua discesa, forma tanti laghetti che d’estate diventano una delle mete preferite da bambini e bisognosi di quiete e divertimento.

Eh già… è bellissimo fare il bagno nel fiume!

Questi laghetti sono, ad esempio, “il laghetto delle Noci” di Molini, o il “lago Verde”, “i laghetti” di Montalto e tanti altri. Tra questi, i laghetti di cui vi parlo oggi.

Delle splendide pozze d’acqua dove, udite udite… ci si possono ovviamente portare i nostri amici animali a fare il bagnetto! E vi assicuro che si divertono un mondo!

Questi laghi, alimentati dai sali minerali delle rocce e, in modo scarso nel nostro caso, anche da nevai e ghiacciai, offrono comunque un’acqua ricca di sodio e magnesio e, ovviamente, hanno anch’essi una salinità se pur bassissima.

Il loro colore è dovuto proprio a ciò che contengono ma anche dal muschietto che si forma sulle pietre del fondo essendo acqua meno corrente.

Fate molta attenzione infatti a fare il bagno in questi posti, il rischio di cadere e fare scivoloni è all’ordine del giorno.

Anche in estate, quest’acqua, è molto fredda, in inverno, impraticabile del tutto. Negli ultimi anni addirittura si forma in superficie uno strato di ghiaccio semitrasparente e i pesci ci nuotano sotto. Mi chiedo come fanno! Mi vengono i brividi solo a pensarci!

E mi vengono i brividi, ma dall’emozione, anche a guardare queste zone. Non le trovate bellissime anche voi? Capite perchè mi considero fortunata?

Questi piccoli laghi e quest’acqua che scorre, tutti gli alberi intorno, i fiori, i cespugli… sono una meraviglia della natura!

Non mi stancherei mai di ammirare ciò che mi circonda. E, a proposito di ciò, vorrei segnalarvi una bellissima poesia intitolata “Penso a…” del progetto scuola elementare – Poesie sull’Acqua

Penso…
ad un animale che salta nel silenzio,
all’ acqua che scroscia
tra le pietre del fiume.
Penso…
ad una tempesta che inonda le navi,
ad un delfino che salta tra una nuvola e l’altra

Penso a…
Un mare con la luna
che splende nel cielo blu
con tante stelle cadenti attorno
che sembrano fuochi d’ artificio.

Penso a…
una notte d’autunno;
le foglie cadono dolcemente
dentro l’acqua
mentre c’è la luna piena.
Un’onda porta via le foglie,
arriva la pace.
E’ un lieve sogno.

Bella vero? Ora però topini vi saluto.

I laghetti mi aspettano e io non resisto. M’infilo il mio costumino fatto di foglie di fragoline rosse e vado a tuffarmi nell’acqua! Chi me lo fa fare di andare al mare dove non c’è nemmeno un buchino per posizionare il mio guscio di noce? E poi qui, possiamo divertirci davvero tutti. Di qualsiasi razza siamo!

Un bacione, alla prossima!

M.

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