La Preghiera del Marinaio

Ad Arma di Taggia esiste un luogo dove non si dimentica. Un luogo che permette di ammirare, oltre che tornare indietro con la mente. E’ il posto dell’infinito, dove uomini determinati partivano per compiere lunghi viaggi.

Il luogo che non ha fine ai nostri occhi è il mare, gli uomini determinati e coraggiosi i Marinai, i nostri Marinai, liguri e di tutta Italia. Oggi vi porto in un angolo che li ricorda simboleggiato da quella che sembra una Madonnina ma è in realtà Santa Barbara, all’interno di una teca di vetro, posizionata su una colonna nella nuova Piazza – Caporale Tiziano Chierotti -, esattamente di fronte alla piccola chiesetta di San Giuseppe e di fronte all’ampia distesa blu.WP_20150226_004“AI CADUTI IN MARE” si legge chiaramente su una lastra di marmo del 1988. A tutti quegli uomini che, per scoperte ma soprattutto per la guerra, hanno lasciato la loro vita in balia di quelle onde che non le hanno più permesso di tornare a riva. La loro esistenza è rimasta là ma anche nei nostri ricordi.WP_20150226_003Marinai, e ancor prima naviganti. A battersi sull’acqua per proteggere la terra e ciò che essa custodiva.

Il mare splendente, in tutta la sua bellezza, è ciò che in sé trattiene: i corpi dei nostri cari. Uomini giovani, valorosi, che partivano per non fare più ritorno. Grazie a loro abbiamo immagini di tempi non conosciuti. Grazie a loro abbiamo individuato nuovi regni. Grazie a loro possediamo oggi ciò che ci circonda.

Qui, dove sorge questo monumento, uno spicchio di spiaggia è utilizzato come parcheggio per piccole imbarcazioni a vela. Minuscole barchette e catamarani assopiti ad aspettare l’arrivo della bella stagione, ad aspettare anch’essi, di potersi tuffare in quell’acqua cristallina.

I gabbiani e il vociar della gente contornano quel punto di silenzio.

E che bella la statua della Santa, pare in bronzo, e la sua espressione è dolce. Le sue braccia aperte.WP_20150226_009 Una lucetta la illumina anche di notte. E’ su, in alto. E dall’alto guarda tutti i passanti benedicendoli come ha benedetto i nostri Marinai prima dei loro lunghi viaggi. Una preghiera in loro onore è stata posizionata ai suoi piedi, una preghiera toccante, dedicata alla protezione di Dio sui Marinai e su tutti gli Ufficiali della Marina Militare Italiana. WP_20150226_006Incastonata invece tra mattoncini color vermiglio, risalta nel suo blu cobalto, la scritta riportante la testimonianza della Medaglia d’Oro al Valore Militare. Un glorioso sacrificio, a quanto si legge, di queste vittime di sistemi più grandi di noi. WP_20150226_005Le quattro stellette agli angoli e la cornice intorno sono dorate.

Ma in basso, contro questa colonna, non ci sono solo scritte. Un simpatico timone e una pesantissima ancora, verniciati di nero, sono la rappresentazione tipica della navigazione. Se ne stanno appoggiati lì, dietro ad una catena che li protegge. A farsi guardare. Ad aspettare chissà cosa. WP_20150226_007Sotto al sole e sotto la pioggia di fronte alla piccola e antica chiesetta di San Giuseppe anch’essa affacciata sul mare. WP_20150226_008Persino le persone amano starsene sedute sulle panchine in questo luogo pacifico. Rilassandosi, mentre i bambini giocano e i piccioni sono costantemente alla ricerca di qualche bricioletta di pane.

Non sanno mica, spensierati, cosa è successo in quel mondo azzurro che hanno davanti. Ma chi può saperlo? Solo i naviganti potrebbero raccontare ma, quelli ai quali tutto ciò è dedicato, non ci sono più.

Non fa niente, non importa, rimaniamo ugualmente qui a non dimenticare. Rimaniamo a rivolgere uno sguardo e un sorriso a questo luogo dedicato a loro, costruito nel nostro paese.

Un saluto topi, alla prossima!

M.

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La favola di Pinocchio raccontata da Pigmy

E oggi è giorno di puro divertimento topi! Oggi ci raccontiamo una bella favola!

All’inizio di questa avventura virtuale, e stoSONY DSC parlando di questo mio blog, avevo citato, solamente accennandolo, un luogo nel quale io e topino siamo stati,  veramente bello. Rivedendo quel povero e breve post, accompagnato da un’unica immagine, mi sono detta che, forse, quel luogo incantato meritava di più e a voi poteva sicuramente interessare.

Quel vecchio articolo, di quasi due anni fa, l’ho cancellato ma SONY DSCho tenuto caro il commento della mia prima amica-follower carissima topina di città, nonchè investigatrice, Miss Jessica Fletcher. Aggiungete “Dear” a questo nome e vi ritroverete catapultati in un bellissimo blog che racconta di Genova e di altre meraviglie, la quale mi confidava, in quel commento, di aver risvegliato in lei un bellissimo ricordo di quand’era bambina. E’ stato questo che mi ha spronato a pensare che anche a qualcun altro potevo far rivivere magiche giornate di un tempo, oppure, far crescere la voglia di andarci. Perchè merita topini.

Sto parlando del paese di Collodi e del meraviglioso mondo di Pinocchio e la sua favola che si svolge in un parco, dove il divertimento è assicurato. E allora che ne dite? Volete venire con me? Partiamo.

A COLLODI, TRA UNA BUGIA E L’ALTRA

Là, dove il compagno di tutti i piccoli topini vive ancora beato nel parco a lui dedicato. Siamo a Collodi, un piccolissimo paesinoSONY DSC toscano aggrappato ad un altrettanto piccola collina. Oltre al suo parco stupendo, ricco di fiori, cigni e statue gigantesche, oltre alle sue stradine piene di botteghe e verde tutt’intorno,SONY DSC esiste l’ambientazione del paese del giovane burattino. Sembra di essere davvero in una favola dove son concessi i giochi, gli scherzi e perchè no, anche qualche bugia. I negozi e le trattorie hanno tutti nomi tipo: “La bottega di Mangiafuoco” o “Trattoria Fata Turchina” e tutti i personaggi del racconto di Carlo Lorenzini, detto “Collodi”, vengono nominati: Geppetto, il Gatto e la Volpe, Lucignolo…

Il parco giochi, adatto ai bambini ma stupendo anche per gli adulti, è un parco come quelli di una volta, ricco di idee davvero originali come ad esempio la scacchiera gigante, la balena che spruzza l’acqua, le miniature, i mosaici.SONY DSC La maggior parte dei giochi è realizzata in legno per mantenere quel non so che di artigianale e di un tempo. Inoltre Pinocchio era una marionetta e, in quel luogo, che odora di bosco e di fiori, ti senti anche tu un burattino di legno. Ad ogni angolo ci sono statue in bronzo realizzate dallo scultore Emilio Greco che ti accompagnano per tutta la giornata raccontandoti anche loro la famosa fiaba. Sono stati posizionati anche dei registratori, SONY DSCnascosti nelle siepi, dai quali esce il verso di alcuni uccelli e vari rumori della natura e pare proprio di essere immersi in un luogo incantato. Finalmente un posto nel quale mentre i piccoli giocano, i grandi topi possono rilassarsi un po’, sotto le fronde degli alberi, senza perderli di vista.

E’ molto tranquillo, forse poco conosciuto o, più probabilmente, l’atmosfera che si respira, regala a tutti una dose di educazione e rispettoSONY DSC da mantenere verso gli altri. Non aspettatevi infatti quei mega giardini, pieni di gente, con divertimenti mai visti, mega scivoli e giostre tecnologiche, niente di tutto questo. Sembra il parco giochi dei nostri nonni.

Le siepi curate, il labirinto, la casa della fata turchina, il tesoro nascosto, le macchinine di latta e la fiaba SONY DSCtridimensionale e meccanica che si muove a fatica, affascinano anche gli adulti. Diversi sono anche i giochi d’acqua che, arrivava a noi, tramite spruzzi improvvisi e inaspettati. La stessa grande balena è immersa in uno stagno e, dalla sua testa, esce un getto potente di acqua fresca. Ci si può entrare dentro e sentirsi inghiottitiSONY DSC come il povero Geppetto e il birichino Pinocchio.

Si può entrare nel carro di Mangiafuoco e sentirsi mossi da fili, oppure, si possono ascoltare i saggi consigli del Grillo Parlante. E ci sono i ciuchini, la capretta, i cattivi pensieri e le gioie finali. Ci sono gli insegnamenti e le ricompense. Ci sono stelle, farfalle, i finti nasi di legno da mSONY DSCettersi con l’elastico e le monete d’oro da seminare.

E, nella piccola boutique, si trovano tutti giochini fatti in materiali naturali. Provate a considerarla una possibile vacanza. Sono sicura che vi divertirete un mondo mangiando zucchero filato e lecca-lecca di glassa dolce… oh no! Davvero! Non è una bugia!

E ora topini, per finire in bellezza e sempre sognando, vorrei lasciarvi con una canzone a me molto, molto cara. S’intitola “Lettera a Pinocchio”, e quella che vi propongo è l’originale, cantata da Johnny Dorelli. Ebbene, a me invece la cantava tutte le sere il mio papà quando mi metteva a nanna e, secondo me, è una canzone meravigliosa. Un bacione a tutti e buona vacanza!

M.

La Grande Regata

Fa freddo. Freddo e vento. L’aria punge. E più c’è vento e più loro son contenti. Sono anime libere. Sono i protagonisti della – Grande Regata -.SONY DSC Sono i bambini.

Ebbeni si topi, impavidi, coraggiosi, pronti a sfidare tutte le intemperie, la domenica mattina, non c’è santo che tenga; si naviga! Mi sembra d’aver capito che, gli adulti, quando partecipano alla Regata, hanno le barchette a vela tutte colorate e sono splendide da vedere tutte insieme come una miriade di puntini colorati. Ma… chiamale barchette! Sono lunghissimeSONY DSC. I bimbi invece, hanno le barche bianche e più corte. Ed è meraviglioso vederle stagliate in un mare che sembra un vassoio d’argento. Un mare di stagnola. Che siano adulti a rincorrersi oppure no, è sempre un piacere guardarli e le immagini parlano da sole. Questo alluminio come sfondo non può passare indifferente. Quel sole che sberluccica e rimbalza, fa quasi male agli occhi.

E questa è la Regata della domenica mattina. Una sfida per i concorrenti, un appuntamento per gli appassionati, un divertimento per chi passa e non può fare a meno di soffermarsi un attimo. Di lasciarsi cullare un secondo da tanta maestosità. Da lasciar spazio alla luce e alla pace mandando per un momento via lo stress e la velocità che ci avvinghiano. E chi ha la fortuna di poterli vedere dal proprio balcone, non rientrerebbe mai in casa.

Mi piace pensare a cosa si dicono loro lì sopra, su quelle imbarcazioni che, a volte, s’inclinano così tanto che possono rovesciarsi sull’acqua. Adagiarsi su un mare calmo, nonostante il vento. Pluf… E quanto le fa correre il SONY DSCvento!

Sembra di volare, non ci sono sopra ma lo so. So che è così. E quell’aria salata sul viso, che spettina i capelli e li riempie di salsedine. Si sente l’eco delle loro urla, i richiami,SONY DSC gli ordini, non saprei ma li senti, concitati, divertiti, impegnati.

Fin dal mattino presto guidano quelle esili imbarcazioni venendo verso riva a fare il giro per poi ripartire. E quando ripartono corrono più veloci di prima come a voler raggiungere l’orizzonte, laggiù in fondo, che li accoglie con gli stessi colori del mare.

Chi arriverà per primo? Questo spettacolo va avanti fin verso le due del pomeriggio, dopodichè, si capisce, tirate giù le vele, che con più calma, fanno ritorno a casa. Ora sembrano passeggiare a braccetto e raccontarsela.SONY DSC Non sembrava si superassero alternativamente e con vigore pochi minuti prima.

Tutt’intorno silenzio, solo qualche gabbiano li saluta e gli dà appuntamento per la prossima settimanaSONY DSC. Si divertono anche loro. Gli volano intorno gridando e starnazzando, facendo il tifo, e trasformando quella barca in una bellissima modella per un dipinto.

Anche le nuvole incorniciano quei momenti e ammirando questo paesaggio, respirando aria salmastra, mi chiedo se in quel momento, ci può essere qualcosa di più bello al mondo.

E chissà loro, laggiù in mezzo al mare a far tanta fatica, ma a provare anche un’estrema SONY DSCfelicità. Quello è il loro momento, dove la passione è la protagonista indiscussa. Quella è la loro strada e nulla SONY DSCpotrà fargli cambiare idea. Quella, in quell’attimo, è tutta la loro vita. E a noi tengono compagnia, fanno brillare gli occhi e il sorriso ci dipinge il viso. Questo ci offre, a volte, il nostro mare.

Un forte abbraccio topi, alla prossima puntata marinaresca.

M.

Vita vera: Triora-Realdo 1954

Cari topi, siamo nell’anno 1954 e siamo, come sempre, nella mia Valle. Grazie a Zemiafilm (una unità di produzione di video-documenti con particolare attenzione alle realtà locali e ai contesti trascurati dai media -vi posto qui il loro indirizzo del blog zemiafilm.wordpress.com-), che ha postato su YouTube questo particolare video, possiamo vedere come vivevano i nostri nonni in un periodo cruciale della loro vita. Il Dopoguerra. La rinascita.

E il filmato che vi metto qui sotto è proprio una ripresa di quella che era una strada, un sentiero in mezzo ai monti, percorso per andare dal paese di Triora, o di Molini di Triora, in quello di Realdo. Si passava da Loreto, si passava anche “dal Pin”, come diciamo noi, un punto panoramico bellissimo. E credetemi, a piedi, non è per niente breve come tragitto!

Come già vi avevo accennato in questo mio post – Sir-Realdo – erano in tanti a spostarsi, spesso anche a piedi, per andare a lavorare in altri paesi nei dintorni. Donne e uomini, non c’era differenza.

In questo video si capisce chiaramente la vita lavorativa di un tempo. Il pastore, il contadino, le donne che cucivano sedute in una piccola corte e quel camminare che pareva non esser mai una fatica.

E guardate gli abiti, i cappelli, i foulards delle signore tipici di un tempo che noi chiamiamo, i “mandiji pà teista”.

I muli che s’inerpicano, stracarichi di roba, alcune case che esistono ancora, le braccia che lavorano, i furgoni d’altri tempi. I bimbi che giocano (la più piccolina, tra l’altro, fa una tenerezza incredibile) e che avvisano, tutti i lavoratori. Piccole vedette. “Presto! Presto! Sta arrivando qualcuno!”.

A segnalarmi l’esistenza di questo video è stato il signor Silvano, anch’esso amante della Valle Argentina come me, e lo ha fatto per due motivi: uno per far conoscere anche a tutti voi una parte di questi luoghi meravigliosi e i suoi abitanti e l’altro perché, questo video, fa parte di un progetto nato tra Zemiafilm e il Parco delle Alpi Liguri. Un progetto importante nel quale si cercano altri video, o filmati d’epoca come questi, per poter segnalare, esaltare e soprattutto ricordare, quello che non deve andare perduto, come la bellezza di posti spesso sconosciuti o una vita passata che troppe volte tendiamo a scordare.

A me non rimane altro che augurarvi la buona visione di quello che è, a parer mio, un documento eccezionale e reale e anche una meravigliosa passeggiata.

L’unica cosa, se posso dirlo, la colonna sonora, è un’opinione prettamente personale ma esalta poco il contenuto visivo. Ecco, l’ho detto.

Un bacio a tutti quanti. A quelli di adesso e a quelli di ieri.

M.

Ina bela truvà!

Il titolo di questo mio post significa “Una bella trovata!” leggete qui sotto perchè:

Regione: ‘Lingua’ ligure verso il riconoscimento ufficiale. In arrivo un festival canoro e una app gratuita sul telefonino

Berlangieri: “Presto un incontro con il ministro Profumo”

Angelo Berlangieri

Parlate liguri a rischio scomparsa e la Regione Liguria vuole farle diventare ufficialmente una lingua, con il riconoscimento giuridico di una legge nazionale che potrà permettere anche un inserimento scolastico come materia di studio. Non per nostalgia folcloristica, ma come espressione della quotidianità, come elemento identitario della comunità regionale. “La perdita delle parlate liguri, con il loro corollario di saperi, lessici, specificità territoriali sarebbe un grave depauperamento del patrimonio culturale e storico della regione e della comunità”. Lo ha detto l’assessore alla Cultura Angelo Berlangieri, nel corso della presentazione, in mattinata, con presidente della Consulta Ligure della associazioni per la cultura Elmo Bazzano, della dodicesima edizione del Festival San Giorgio della Canzone in Lingua Ligure, in programma venerdì 1 e sabato 2 dicembre 2012 al Teatro Don Pelle di Albenga, con la finalissima, sabato 16 febbraio al Teatro Govi di Genova- Bolzaneto. Berlangieri, ha anche anticipato iniziative regionali per promuovere la parlata ligure, fra cui una applicazione gratuita per telefonini e tablet.
La ‘lingua’ ligure, sia pure formata da elementi locali differenti, affonda le radici in secoli di letteratura, a cominciare dalle rime dell’Anonimo Genovese del 1291, fino alla straordinaria poesia di ‘Creuze de ma’, il disco-capolavoro di Fabrizio De Andrè del 1984. La situazione del ‘ligure’ – si sottolinea nel documento- è comune a varie altre parlate regionali, tra cui alcune di grande rilievo sotto il profilo storico – linguistico- letterario , come, per esempio, il napoletano, il veneto, il siciliano, per questo, la Liguria cercherà di trovare una linea comune con altre regioni nei confronti del governo. Il richiamo a un intervento dello Stato non è casuale. Lo Stato italiano, pur avendola sottoscritta nel 2000, non ha infatti ancora ratificato la Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie approvata dal Consiglio d’Europa nel 1992. Non solo: con una legge del 1999, lo Stato italiano tutela la lingua e la cultura di diverse popolazioni residenti in Italia (albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate) e delle popolazioni che parlano il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo. In sostanza, limitando lo ‘status’ di lingua a quelle elencate.
La ‘lingua ligure’, riconosciuta fra quelle minoritarie dell’Unesco, è parlata, con differenziazioni, da circa 450 mila persone residenti nelle province di Genova, La Spezia, Savona, Imperia, in Alta Valle Tanaro, nell’Appennino Alessandrino, Pavese, Piacentino e Parmense, i cosiddetti territori delle ‘Quattro Province’, nonché nelle enclaves genovesi di Sardegna e Corsica, con un bacino complessivo di popolazione di circa due milioni di persone. “Stiamo lavorando per arrivare a una proposta di legge in contatto con il Ministero dell’Istruzione”, ha spiegato Berlangieri che nelle prossime settimane incontrerà il ministro Francesco Profumo, savonese.

C.S.

sanremonews.it

Topiiiiiii!!!! Avete letto? Ma che bello! Il mio dialetto! Visto che importanza?… anche se ogni tanto finisce con la u? (ih!ih!ih!)

A parte gli scherzi, mi sembra un’iniziativa importante questa! Il troppo, stroppia sempre. Esistono luoghi in cui i bambini parlano solo il dialetto senza minimamente capire l’italiano e questo mi sembra un po’ assurdo ed esagerato, ma mantenere il dialetto come tradizione, la nostra preziosa lingua dialettale, mi sembra invece doveroso.

Ci porta indietro nel tempo, a quell’intimità di famiglia, come di una grande comunità. Ci unisce. E cavoli… la lingua ligure! Non sapevo fosse così conosciuta! Che importanza! I miei complimenti signor Berlangieri! Sci, sci, stà cosa chie a me piaxe propriu! (Sì, sì questa cosa qui mi piace proprio).

Non trovate anche voi che sia una bella trovata? Un abbraccio a tutti e a tutte le regioni d’Italia!

M.

Il Parco del Ciapà

Cari topi, vi avviso che questo post sarà pieno di foto. Purtroppo non sapevo quali scegliere. Le ho volute condividere con voi quasi tutte, le altre potete trovarle come sempre sul mio album.

In questi giorni sono andata al parco comunale Ciapà, dietro il borgo antico di Cervo Ligure. Ci troviamo in un parco di 30.000 mq di terreno, splendido esempio della macchia mediterranea. La vegetazione è quella tipicamente spontanea delle colline liguri, mutevole a seconda delle zone. In quelle più aride primeggiano le piante e gli arbusti come il corbezzolo, l’alloro, la ginestra, l’oleandro, il ginepro, il mirto, l’erica, i fichi d’india, mentre tra le piante aromatiche troviamo la ruta, la salvia, l’origano, il timo, il finocchio selvatico e addirittura gli asparagi selvatici. Spiccano, inoltre, alberi d’alto fusto che s’innalzano sopra gli altri, quali leccio, roverella, carrubo, pino d’Aleppo e oleastro.

Lungo il parco si incontrano cartelli sotto le piante che ne spiegano in poche righe il nome, lo scopo e l’eventuale utilizzo. Il tutto è incorniciato da un manto di ulivi aggrappati alle fasce affacciate sul mare, visitabili attraverso le creuze, (che si legge quasi crose con la o chiusa), piccoli sentieri che dai monti scendono a picco sul mare, tipici della Liguria. È proprio uno di questi sentieri che prende il nome di Strada delle Orchidee, così chiamata perchè proprio lì, in questo punto panoramico, nascono spontaneamente delle orchidee selvatiche di diverse specie. È severamente vietato raccogliere fiori o parti di piantine: questo luogo è protetto e, come dice il cartello che vi ho fotografato, il fiore che vedete in questo posto rischia più di tanti altri, quindi è meglio lasciarlo in pace.

A prendersi l’impegno di posizionare questi cartelli esplicativi, con tanto di foto e descrizioni, è sempre quel signore di cui vi avevo parlato nel post de “Il Castello dei Clavesana”. Sì, Franco Ferrero è un uomo che per Cervo, il suo paese, ha fatto tanto. Il signor Ferrero è stato sostenuto dai bambini delle scuole elementari che, venendo qui a studiare le piante, si prestano a fare bellissimi disegni per descrivere la flora e gli animaletti che vivono in questo stupendo habitat. Gli alunni, soprattutto quelli della terza elementare, nel marzo del 2000 hanno inoltre realizzato un grosso poster metallico che ci informa che: “Il parco è il grande giardino di tutti. Qui c’è lo spazio, l’aria pura, il silenzio. La luce del sole penetra tra i rami degli alberi. Ascoltiamo la musica del vento, respiriamo il profumo del verde. Camminando in un bosco possiamo sentire nascere la vita! Raccogliamo ricordi, non fiori! Se sradichiamo un alberello, spunteranno le pietre. Non distruggiamo i nidi, renderemmo vuoto il cielo! Proteggiamo il piccolo popolo di pelo e di piuma che abita il bosco. Gli animali e le piante hanno bisogno della nostra amicizia per sopravvivere. Proteggiamo i nostri fratelli verdi e la loro casa, non lasciamo tracce del nostro passaggio, rifiuti, distruzioni. E soprattutto, proteggiamo gli alberi dal loro nemico più terribile: il fuoco, che distrugge ogni cosa. Ci vogliono anni perchè un piccolo seme si trasformi in un grande albero, come ci vogliono anni perchè un bambino diventi un uomo. Noi vogliamo che gli alberi possano crescere insieme a noi e che i bambini che domani nasceranno, possano anche loro conoscere la gioia di camminare in un bosco”.

Questo post, topi, è come se lo avessero scritto loro, non io! Come avete letto, in questo cartello si parla anche di animali. Sono tanti, infatti, quelli che popolano il Ciapà, soprattutto gli insetti : api, coccinelle, formiche, calabroni… e tutti si danno un gran da fare. Bisogna porre attenzione quando si cammina all’interno di questo bosco, perchè non si deve calpestare nulla e, inoltre, è importante non mettere i piedi dentro le pericolose doline, vere e proprie crepe di roccia nel terreno che rimangono spesso nascoste.

Eppure ne vale la pena. Cammina, cammina, su un tappeto di aghi di pino caduti a terra, dopo piante, cespugli e alberi, eccolo, il mare. Sbuca fuori dalla vegetazione all’improvviso, ci fa fermare il cuore per un momento dall’emozione. È di un azzurro intenso e non si distingue il confine con il cielo. Davanti a noi si apre un orizzonte infinito. Anche lo sguardo e il respiro si fanno più ampi. Quello in cui ci troviamo è proprio un bosco a picco sul mare!

Girandoci a destra, al di là delle piante d’ulivo e tra le foglie argentate, possiamo scorgere la città di Cervo e la Chiesa dei Corallini. È un panorama mozzafiato, ve lo assicuro. Da qui, il paese appare ancora più suggestivo. Pensate che, come vi ho già detto, è considerato uno dei borghi più belli di tutta Italia.

Vengo spesso qui, anche questa vallata mi piace molto e ogni bosco è per me una tana. Un po’ roccioso, un po’ morbido, un po’ in discesa, il terreno è arricchito di tanto in tanto da splendide fontanelle di mattoni rossi e, nella parte più bassa, su una grande pietra rotonda che fa da tavolino, è disegnata la Rosa dei Venti con i quattro punti cardinali. Questo itinerario, di interesse anche storico e archeologico, è ricco di ruderi, antiche fortificazioni, ci sono persino un vecchio abitato rurale e i ripari dei pastori. chiamati “caselle“.

Sono numerosi i percorsi. Oltre quello ginnico, ci sono sentieri per gli appassionati di mountain bike e, non ci crederete, ma da qui sono passati anche i pellegrini di Santiago di Compostela, lasciando delle mattonelle attaccate agli alberi a testimonianza del loro passaggio.

Camminando si arriva fino al confine con la città di Andora e, in questo esatto punto, il panorama è ancora più bello.

Siamo ancora più in alto, il mare è laggiù in fondo e tutto intorno a noi è un tripudio di splendidi fiorellini viola e spighe color dell’oro.

Ma come si fa a raggiungere questo luogo meraviglioso? É semplicissimo: basta arrivare fino in cima al paese, sorpassare anche il Castello dei Clavesana e, poco più su, a destra, una stradina poco asfaltata conduce in questo parco. Ovviamente potete raggiungerlo in auto, c’è anche uno spazio sotto ai pini dove parcheggiare e, poco lontano, potete trovare panche, tavoli in legno e una zona per fare la brace. Rimane a est del centro storico e ci sono addirittura pullmann pieni di gente che arrivano qui.

Dal 1999 questo luogo magico è sede dell’incontro che si tiene annualmente, a fine maggio, in occasione della Festa di Primavera del Golfo per la manifestazione “Piccoli Fiori Crescono”. Questo appuntamento fa incontrare circa 700 persone tra cui moltissimi alunni delle Scuole Elemetari Primarie del Golfo Dianese, di Andora e di Imperia accompagnati dai docenti. Ci sono rappresentanti del Corpo Forestale dello Stato, dei Vigili del Fuoco e delle Pubbliche Assistenze locali.

Le avventure, topi, non sono ancora finite! Per la quarta volta, quest’estate, si organizzeranno delle passeggiate notturne nelle notti di plenilunio per poter vivere la natura proprio in tutte le sue sfumature. Queste serate, dallo sfondo più tenebroso, vi permetteranno, se siete fortunati, di vedere gli animali che popolano questo parco e che escono solo nelle ore buie. Queste passeggiate, definite “tra mare e luna”, saranno sicuramente un’esperienza formativa molto coinvolgente. Il Ciapà, sfiora con il suo Colle Mea i 300 metri sopra il livello del mare e a rendere più suggestivi questi percorsi è la brezza che sempre lo sfiora facendo smuovere le fronde degli alberi.

Insomma, portatevi una torcia e state tranquilli, perché ad accompagnarvi ci sarà una guida.

Questa riserva naturale è magnifica di giorno, ma capisco che di notte possa incutere un po’ di timore. Pensate che bello poter vedere Cervo illuminato dalla luna che brilla sul mare e dalle luci che s’intravedono dalle case!

Stando qui a osservare l’orizzonte mi sembra di poter toccare l’infinito. Spero che anche voi, da queste immagini, possiate percepire la mia sensazione. Sembra di essere in cima al mondo. Quando topomamma mi ci ha portata, mi ha detto: «Oggi, ti porto in un bel posto!», e aveva proprio ragione, così come ne aveva immaginando che mi avrebbe dato la possibilità di scrivere un articolo bellissimo e lunghissimo…. ma quante cose ho visto! E quante emozioni ho provato! La prossima volta che mi ci porterà, voglio aspettare abbastanza da vedere il tramonto. Già me lo immagino, con isuoi colori rosa e arancio, sopra il mare che diventa sempre più turchese per poi volgere al grigio. E, quando ci tornerò, non  porterò solo la macchina fotografica, ma anche il mio bel manuale di ricette terapeutiche della nonna! Voglio studiare tutte le piante che ci sono, capire a cosa sono utili i loro principi attivi, per quali cose venivano usate e come convivono tra loro. La Natura è la mia passione, mi piace conoscerla il più possibile. E che strano non aver incontrato topolini! Tra i brughi avranno sicuramente tante piccole e sicure tane nelle quali nascondersi.

Un laghetto è situato nel centro del parco e lì si abbeverano gli animali, ma i roditori, si sa, possono stare giorni e giorni senza bere. In compenso ho visto per terra tante briciole di pane. La gente che passava di lì, le lasciava cadere per farne dono a uccellini o miei simili e sulle rocce che fioriscono da terra si possono rompere i pinoli e lasciarli a disposizione dei piccoli amici.

Le rocce che compongono questo terreno sono quasi tutte sedimenti calcareo-marmorei, abbastanza levigate da formare pareti o sentieri percorribili in tutta tranquillità. La Liguria di Ponente ne è ricca. In alcuni punti, trovarsi così in alto su queste rocce e vedere il mare a strapiombo sotto di noi mette i brividi!

Avete visto in un solo pezzo di terra quanti tipi diversi di territorio?

Tra poco è ora di rintanare. Direi che per oggi vi ho fornito abbastanza materiale da leggere e guardare. Siete stanchi? Avete camminato tanto? Avete mangiato poco formaggio? Allora guardate ancora due foto e poi riposatevi. Io, invece, non mi stanco mai e corro zampettando a preparare per voi una nuova avventura. Ritornerò nella mia valle (che s’ingelosisce se sto troppo nelle altre) e vi farò conoscere altre cose per me stupende. Ormai la sera è calata e un uomo anziano, con un cavagno di vimini, sta raccogliendo degli asparagi sul mio sentiero del ritorno. In realtà non si potrebbe, è proibito prendere qualsiasi cosa in questo parco, ma lo capisco: come si può rinunciare a una sana e squisita frittata di asparagi selvatici? E poi questa verdura è ricca di sodio, potassio, fosforo, magnesio, ferro, zinco, rame, iodio, vitamina A e vitamina B! Insomma, è meglio di un pezzo di parmigiano! E questi che crescono spontanei sono di un colore molto scuro, che va dal viola al verdone, sono sottili e alti al massimo una quindicina di centimetri.

Bene, basta, ora vado davvero, mi è anche venuta fame.

Un abbraccio a tutti voi e alla prossima dalla vostra Pigmy e ricordatevi di questa tappa, se passate da queste parti, perché merita!

M.

Il corteo storico

Pronti a sfilare, topi? Vi siete vestiti? E allora dai, cominciamo.

Sotto lo sguardo critico dell’ Oratorio dei Ss. Sebastiano e Fabiano dei Bianchi, una realizzazione iniziata pensate già nel 1644 in Piazza Cavour, le coppe della premiazione stanno aspettando di andare in mano ai vincitori. Il premio andrà al rione che, per i costumi, per la trama della scenetta che ha scelto, per il modo di recitare e per la minuziosità dell’ambientazione avrà colpito particolarmente l’attenzione dei giudici.

Partiamo da via Soleri, conosciuta meglio come “U Pantan“, e sfiliamo davanti a tantissima gente. Le persone sono arrivate da ogni dove per vederci. Ma… forse è meglio che io mi faccia da parte per lasciar passare loro.

Ecco, me ne vado lassù, su quel muretto, così non avrò nessuno davanti a impedirmi la visuale.

Uh, eccoli! Wow, che vestiti! I primi due sono sicuramente dei nobili, guardate lui con che fierezza accompagna la sua dama. Sono solo i primi a sfilare, ma sono già uno più bello dell’altro. Appartengono al primo rione, ed essendo gli aristocratici, passano davanti a tutti gli altri. Ma non c’è solo sfarzo. Ecco spuntare un popolano, tiene stretta a sé la botte di vino e, mentre cammina, fa finta di essere ubriaco e barcolla. Viene  sorretto da due baldi giovani che gli indicano la retta via. Queste persone recitano anche durante il corteo, non solo nelle scenette in giro per le vie del paese. Mantengono la loro parte fino al momento della premiazione. Il pubblico sta già applaudendo e non ha ancora visto nulla. Ad ampliare la bellezza di questa manifestazione, ecco arrivare anche i cavalli, bardati, puliti e pettinati e questo lo è in particolar modo, con una splendida dama bianca sopra. Sarà sicuramente una principessa. È bellissima nel suo vestito candido e dorato, ha anche un vistoso gioiello appeso al collo. Con grazia, il suo accompagnatore la fa scendere da cavallo per accompagnarla vicino al palco. Anche lui, come cavaliere, è davvero niente male! Per rimanere nel tema del bianco, ecco spuntare addirittura un fantasma. Oh, ma è un meraviglioso fantasma. Una donna bionda, vestita con una tunica e i capelli lasciati sciolti. Il suo trucco è composto soltanto da pallida cipria e un velo nero sotto gli occhi. Tra le sue braccia stringe un neonato ed è anch’essa accompagnata da due uomini vestiti simili a lei. Nei suoi occhi c’è ancora finzione, recita. È brava, mantiene il personaggio nel quale oggi si è calata senza battere ciglio. Dopo di lei, ecco la sfilza delle nobildonne. E ce n’è davvero per tutti i gusti! Con i loro ampi abiti di velluto o ciniglia blu, rossi, verdi, viola e con il loro portamento, si distinguono, sono impeccabili. I loro gioielli ricoprono anche il capo e le coppie unite dal sacro vincolo del matrimonio indossano abiti simili. Ebbene sì, un tempo era usanza realizzare, con lo stesso pezzo di stoffa, il vestito sia a lei che a lui, per poter individuare con facilità lo stesso casato o lo stesso titolo nobiliare.

Sono tanti i Duchi e le Duchesse, i Conti e le Contesse, i Marchesi e le Marchese a sfilare nel corteo. LE coppie sono curate in tutto, anche nei più piccoli dettagli. E le stoffe sono molto pregiate, altro che Rossella O’Hara che si fa il vestito con la tenda! (Mitica). E, ovviamente, a proteggere chi comanda la città, non possono mancare le guardie, tutte con lo stesso vestito nero e la lancia affilata. A cambiare è solo la pettinatura. Sono rigidi, imperturbabili, fedeli al loro padrone, e sfilano davanti a un popolo che li osserva con timore. Ma le guardie, oltre a difendere i nobili, proteggono anche i cardinali, i prelati che hanno i loro soldati personali, con una divisa che si distingue tra le altre, armati anche di spada. Sono soldati di fiducia che li accompagnano ovunque, senza abbandonarli mai, mentre loro camminano a testa bassa, quasi a voler nascondere il volto.

Tutto è spettacolare e perfetto, dalla punta del cappello a quella degli stivali. Persino i vestiti dei bambini sono bellissimi. Anche loro hanno un copricapo adatto per l’occasione e anche loro hanno sfilato per tutto il paese.

In questo corteo sono stati rappresentati anche il Senato della Repubblica di Genova e il Vescovo di Albenga con la sua Corte. Il dominio genovese, ai tempi, era molto sentito ed è anche grazie a Genova se oggi abbiamo delle costruzioni così suggestive.

Il corteo ha iniziato a sfilare alle 15:30, partendo dalla salita di San Cristoforo, e alle 17:30 ci sarà la premiazione con gran finale e letture delle delibere. Questi personaggi hanno attraversato tutto il paese. Ma… chi ha vinto alla fine? Qual è stato il rione e, quindi, la scenetta che ha colpito di più i direttori di gara? Ve lo svelo subito.

Il rione San Dalmazzo, con la storia che vi ho raccontato precedentemente “U valun de me so Luisa“! Questo episodio deve aver toccato in particolar modo chi giudicava.

Il mio sottocoda è quadrato e segnato dalle pietre del muretto, non ce la faccio più, ma mi sono divertita un mondo e spero anche voi. Questa rievocazione storica mi ha fatto sentire un po’ topo di corte. E allora, amici topini, vi saluto, lasciandovi agli applausi del popolo che si è unito nel complimentarsi con il rione vincitore. E tutti hanno festeggiato fino a sera chiudendo, per quest’anno, una serie di manifestazioni che dura da giorni.

Un abbraccio,

la vostra Pigmy.

M.

Nenia d’altri tempi

Si topi. E’ stranissimo se ci pensiamo. Oggi, i nostri topini, quando giocano tra di loro o quando ci chiedono di cantar loro una canzoncina, vengono intonate sempre filastrocche che possano far loro vedere il mondo rosa o ricco di avventure.

Le nenie dei nostri nonni, invece, erano basate su quello che si viveva in quel momento ed è incredibile come la guerra poteva entrare così tanto nelle loro vite da diventare trama anche di giochi o ninne nanne.

Leggete questa che vi propongo, siamo a metà degli anni ’40 e i piccoli si divertivano così:

San Martin sauta a cavallu, giia a corda u gh’è u gallu

e lu gallu fa giancu l’oevu, giia a corda u gh’è u mundu noevu

mundu noevu chi batte e chi serra, giia a corda ca gh’è a tamberra

a tamberra d’in pessu de baccu, giia a corda u gh’è lu gattu

e lu gattu u grafigna tutti, giia a corda ghe sun i mutti

e li mutti nu san parlà, giia a corda u gh’è lu mà

e lu mà u fa giancu u pesciu, giia a corda u gh’è u tedescu

u tedescu ga l’arma in man, giia a corda u gh’è lu can

e lu can rusgia e osse, giia a corda a gh’è a picosse

e e picosse i sciappa e legne, giia a corda ghe sun e penne

e le penne i serve pe’ scrivve, giia a corda ghe sun e furmigue

e furmigue i fan a tana, giia a corda a gh’è a campana

a campana a sonna forte, giia a corda a gh’è la morte

e la morte se pia e gente, giia a corda nu gh’è ciu niente.

Questa filastrocca, della quale ora vi scriverò la traduzione, la raccontava la Nonna Chiarina dopo aver vinto uno dei premi, ai tempi, più ambiti.

Nel 1934, Mussolini istituisce un concorso: chi aveva il terreno d’ulivi più bello, avrebbe vinto una pergamena, un certificato che dichiarava, come un diploma, che quello era l’uliveto migliore di tutta la zona. E, con il suo terreno, di 4.500 mq Nonna Chiarina, vinse.

Proprio in quel terreno, per tenere buoni i bambini, canticchiava loro questa nenia mentre loro, in cerchio, si alzavano e si abbassavano sulle loro gambe tenendosi per mano. Quel campo, era il loro parco giochi. Tenuto come un giardino e privo quindi di roveti, era il luogo ideale.

San Martino salta a cavallo, gira la corda c’è il gallo

e il gallo fa bianco l’uovo, gira la corda c’è il mondo nuovo

mondo nuovo chi batte chi chiude, gira la corda che c’è la lippa

la lippa di un pezzo di bastone, gira la corda c’è il gatto

e il gatto li graffia tutti, gira la corda ci sono i muti

e i muti non sanno parlare, gira la corda c’è il mare

e il mare fa bianco il pesce, gira la corda c’è il tedesco

e il tedesco ha l’arma in mano, gira la corda c’è il cane

e il cane rosicchia le ossa, gira la corda ci son le picozze

e le picozze spaccano la legna, gira la corda ci sono le penne

e le penne servono per scrivere, gira la corda ci sono le formiche

le formiche fanno la tana, gira la corda c’è la campana

la campana suona forte, gira la corda c’è la morte

e la morte si prende la gente, gira la corda non c’è più niente.

Una storiella basata, come potete leggere, sui tedeschi, la morte, la campana e il nulla che rimane.

Il niente come il niente che lasciavano le bombe.

E queste persone, oggi anziane, dopo che ti ripetono per filo e per segno le parole di queste canzoni, ti guardano e ti dicono – Eh, ma i l’ea beli tempi, na cumme aù – ossia – Eh, ma erano bei tempi, non come adesso -.

Pensate un pò! Vi regalerò una rima anch’io: una strittolatina dalla vostra Pigmyna!

M.