L’Oratorio di San Giovanni Battista a Triora, i flagellanti e la pinacoteca

Oggi vi faccio fare un viaggio nel tempo, topi! Un viaggio che vede come protagonista la Confraternita dei Flagellanti di Triora. Siamo nella metà del Seicento, ma questa volta non vi parlo di streghe…

I Flagellanti erano un’associazione religiosa e si chiamavano così proprio perché, lo capirete dal nome, si infliggevano punizioni corporali in pubblico, durante le processioni. Camminavano a piedi nudi sul selciato e vestivano con un abito bianco fermato in vita da un cordone e munito di un ampio cappuccio, che veniva tenuto calato sul capo.

scala confraternita flagellanti triora

Scala antica, appartenuta alla confraternita dei flagellanti di Triora.

A questa Confraternita appartenevano membri di famiglie nobili e pare che essi avessero ambizioni personali piuttosto alte che li portavano a essere in conflitto gli uni con gli altri.

L’antico oratorio che si ergeva dove oggi sorge quello nuovo, non soddisfaceva più le esigenze dei soci, ragion per cui fu deciso di erigerne uno più ampio e luminoso del primo. Quello antico, infatti, aveva delle pareti massicce e poche aperture verso l’esterno che non consentivano alla luce di entrare. Tutti voi saprete che la luce è un elemento fondamentale nei templi e nei luoghi religiosi di gran parte dei culti e le nuove conoscenze in ambito architettonico consentivano agli edifici di ricevere i raggi del sole, che avrebbero simboleggiato quelli divini e dell’illuminazione spirituale, così come accade in ogni chiesa, fin dall’alba dei tempi.

Accadde dunque che l’allora priore della confraternita, Giovanni Battista Ausenda, richiese l’autorizzazione al vescovo di Albenga per erigere il nuovo oratorio e tale autorizzazione gli fu concessa nel 1669.

oratorio san giovanni battista triora

L’opera di costruzione si presentava assai ardua, perché i soci della confraternita, pur provenendo da famiglie agiate, non disponevano di risorse economiche tali a sostenere un progetto così ambizioso. Inoltre non sarebbe stato semplice, a livello strutturale e architettonico, dare vita a un edificio che potesse raggiungere l’altezza della piazza della collegiata. I soci, tuttavia, con grande senso economico, riuscirono a racimolare le risorse necessarie alla costruzione, vendendo case e terreni che i soci possedevano, ma anche grazie a donazioni.

triora scultura

Negli anni ottanta del Seicento il vescovo di Albenga in persona giunse a Triora per prendere visione del nuovo oratorio, e pare sia rimasto soddisfatto dai suoi ornamenti, che ancora oggi possiamo ammirare.

Per il tetto si usarono alberi di larice tagliati nel bosco di Gerbonte, e nel 1676 già si celebravano i primi matrimoni nel nuovo edificio, nonostante non fosse ancora ultimato.

volta oratorio battista triora

La volta è stata dipinta da un artista Sanremese, restaurata e consolidata in seguito al terribile terremoto che colpì in particolar modo Bussana, sul finire dell’Ottocento.

E’ un edificio unico nel suo genere, pensate che poggia su ben 12 pilastri di oltre 15 metri di altezza che giungono in profondità, fin nelle abitazioni sottostanti.

altare buscaglia triora

Gli altari furono eseguiti dal Buscaglia (Giovanni Battista Borgogno), artista di Molini, e pare che anche i due banconi in legno di noce posti ai lati del presbiterio siano attribuibili alla stessa mano. Questi due sedili erano riservati ai cantori e agli ufficiali della confraternita.

oratorio battista triora

Riguardo il portale di marmo bianco c’è una leggenda che non è mai stata confermata né smentita. Pare, infatti, che esso sia stato donato al borgo dalla famiglia del marchese Borea d’Olmo di Sanremo in seguito ai lavori di rifacimento dell’ingresso del palazzo.

oratorio san giovanni battista triora pinacoteca

Quanti i dipinti raccolti tra le sue mura! Trasudano antichità, alcuni sono molto rovinati, tanto che l’immagine che dovevano raffigurare risulta molto compromessa.

Ci sono anche statue, come quella del Battista collocata in una nicchia coperta da un vetro. Risale al Settecento ed è stata eseguita dalle mani di un famoso artista, il Maragliano, genovese e definito “principe” dell’arte scultoria ligure. Pensate che vanto, quale privilegio per la mia Valle! I trioresi sono molto affezionati a quest’opera.

Di fronte a questa nicchia è collocata un’altra statua del santo che dà il nome all’oratorio, ed è definito U Petitu (Il Piccolo).

san zane u petitu triora

Fu eseguita probabilmente dal Buscaglia e un tempo veniva portata in processione ogni anno il 24 giugno alla chiesetta di San Giovanni dei Prati. I trioresi che facevano parte di confraternite, si incontravano il giorno di San Giovanni vicino alla Madonna del Buon viaggio. Qui ricevevano dal priore del pane per il pellegrinaggio e partivano in processione con in spalla San Zane U Petitu, dirigendosi a monte Ceppo e percorrendo una mulattiera. A San Giovanni dei Prati si incontravano con altri fedeli provenienti dalle vicine Molini, Andagna e Corte.

san zane u petitu ricirdi triora

Su quel bel prato che vi ho descritto nei miei articoli in passato, eseguivano la novena e poi, una volta terminata la funzione religiosa, si beveva vino e si consumava il pasto, per poi fare ritorno a Triora, dove venivano offerte torta verde e cipolle ripiene.

A chi non aveva partecipato alla processione, invece, veniva donato un omino di zucchero.

Insomma, topi, la mia Valle è un ripostiglio traboccante di storie, aneddoti, tesori che mi diverto sempre a ricercare per voi.

Adesso zampetto via, vado a frugare tra gli scatoloni della Valle per tirare fuori altre cose interessanti da farvi conoscere. Un bacio dipinto a tutti.

Magie e misteri di Bajardo, il paese dei druidi

Topi, non vi ci ho mai portato, ma ne vale davvero la pena. Questo bellissimo paesino non si trova nella mia Valle, ma in una zona immediatamente limitrofa ed è un piccolo gioiello delle Alpi Liguri.

Bajardo

Bajardo (910 metri sul livello del mare), con i suoi carruggi tortuosi e a tratti ripidi conta poco più di 300 abitanti e una gran quantità di gatti, come capita in quasi tutti i borghi del mio entroterra. E’ un piccolo scrigno e, come tale, nasconde in sé antichi tesori, o almeno così si dice.

impronta gatto neve

La leggenda vuole che il borgo debba il suo nome al celebre Rinaldo, uno dei dodici Paladini di Francia del ciclo carolingio. Di questa figura hanno parlato Ludovico Ariosto nel suo Orlando furioso, Matteo Maria Boiardo nell’Orlando innamorato e Luigi Pulci nel Morgante, ma potrei elencarvene anche altri. Be’, fatto sta che questo Rinaldo, rivale in amore dell’eroe Orlando, avesse un cavallo molto particolare. E quel cavallo portava il nome di… Bajardo!

Parlando invece di notizie più storiche, il centro storico del paese esiste dal I millennio a.C. e pare che in quel periodo fosse un importante luogo di culto per i Druidi, pensate un po’ che roba!

Questi sacerdoti della natura hanno lasciato un segno profondo nella storia di Bajardo, tanto che ancora oggi alcuni eventi e festività si ricollegano ad attività druidiche.

Alcuni sostengono che a testimoniare l’esistenza dei Druidi siano gli obelischi di pietra che si possono osservare in giro per il borgo.

Chi sostiene la presenza dei Druidi, afferma che a Bajardo convivessero un tempo i Celti, i Liguri, i Greci, gli Iberici e i Romani. Questi popoli costruirono a Bajardo i loro luoghi di culto, tra i quali spiccava un antico tempio dedicato al dio Sole, di cui oggi ci rimangono alcuni resti.

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Sopra quello stesso tempio è sorta in epoca medievale la chiesa dedicata a San Nicolò, patrono del borgo e festeggiato il 6 dicembre, ma nel 1887 il violento terremoto che rase al suolo anche Bussana scosse l’intero paese, scoperchiando la chiesa e riportandola pressoché all’antico aspetto e mostrando quello che un tempo era il luogo di culto principale nella sua più totale e disarmante naturalezza.

chiesa san nicolò bajardo

Il monte su cui sorge Bajardo pare fosse consacrato ad Abellio, divinità solare degli antichi Liguri. Curioso, non trovate? Ma la cosa più curiosa sono i capitelli dei contrafforti della chiesa crollata, che raffigurano volti con tratti somatici orientali, qualcuno li definisce addirittura mongoli.

Sacro e profano a parte, la costruzione scoperchiata sembra quasi essere un nuovo inno al Sole e alla Natura, con la sua volta tutta celeste e cangiante a seconda del tempo meteorologico. Sotto quella volta si svolgono ancora matrimoni scenografici, conferenze, e gli eventi più disparati, perché è di una bellezza sconfinata, topi, credetemi. Quel che resta dell’edificio è visitabile senza alcuna difficoltà, io stessa ci sono stata più di una volta.  Si prova una grande serenità a camminare sul morbido prato circondato dai muri alti, spogli e dorati, con il sole sempre lì, alto nel cielo come un guardiano.

chiesa san nicolò bajardo2

E poi c’è la terrazza naturale a strapiombo sulla Valle, con un panorama mozzafiato e comode panchine dal quale osservarlo.

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Nella metà del 1200 il borgo passò sotto il dominio dei Clavesana e infine sotto la Repubblica di Genova. Bajardo, dunque, dovette rispondere alla podesteria di Triora e, come in altri borghi della Valle Argentina e zone limitrofe, anche Bajardo subì le accuse di stregoneria da parte dell’Inquisizione.

panorama Bajardo

I dintorni di Bajardo sono tutti da esplorare. Numerose sono le escursioni che si possono fare, come quelle che conducono a Perinaldo, Apricale, Monte Bignone o ancora il Sentiero degli Innamorati. Poi c’è la fontana, poco sotto il borgo, un luogo molto suggestivo che vi consiglio di visitare, se non lo avete ancora fatto.

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Insomma, dalle mie parti non manca davvero nulla! Tra streghe, druidi e spiritelli si può dire che ci sia materiale a sufficienza per decine di romanzi. Le mie Alpi sono magiche, e questi luoghi ne sono la dimostrazione.

Un abbraccio, topi, alla prossima!

 

 

Bussana e le cialde del gelato

Bene, topi, oggi sono pronta a stupirvi con effetti speciali, per cui mettetevi comodi.

Come se già non bastassero tutti gli innumerevoli vanti della mia zona, ce n’è uno davvero poco conosciuto che so già farà leccare i baffi a molti di voi.

Eccomi dunque a raccontarvi una storia gustosa, una di quelle che vi piacciono tanto.

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Pare che nel 1887, in seguito al terremoto che rase al suolo la cittadina di Bussana, un certo Giovanni Torre, soprannominato Merlo, sia andato a cercare fortuna a Bruxelles. Qui commerciava il gelato, la cui ricetta era stata tramandata alla sua famiglia una decina di anni prima da un cameriere di origine belga che si trovava in quel periodo a Marsiglia. Questo è quanto tramanda lo studioso Nilo Calvini. In seguito, almeno così sembra, commerciò tale squisitezza anche a Genova, seguito a ruota dai due fratelli Pasquale e Santino. A furia di vendere e produrre gelati, a Giovanni venne in mente una ricetta per renderli più densi e cremosi, ma non si limitò a questo: riuscì a sperimentare e a creare il primo cono gelato. La cialda inventata dal Merlo incanta i nostri palati nelle giornate estive permettendoci di concludere con gusto le dolci merende che ci concediamo per rinfrescare il nostro corpo. E quella stessa cialda sembra essere stata inventata e prodotta alle porte della Valle Argentina, topi! Ci pensate?

cono gelato invenzione

Dopo aver attuato questa meravigliosa invenzione, Giovanni Merlo decise di aprire un forno nella sua cittadina di origine in cui produrre cialde e wafers, pare sia stato il primo in tutto il mondo. Roba da non credere, vero? Eh, ma ve lo dico sempre che qui, nella Liguria di Ponente, succedono cose speciali!

Nel 1910 i coni per il gelato raggiunsero una mostra espositiva di Torino, poi ricevettero premi e plausi nelle capitali inglese, francese e italiana, per sbarcare anche nel Nuovo Continente.

cono gelato invenzione2

Fino a poco tempo fa, a testimoniare le mie parole c’era un piccolo museo a Bussana, interamente dedicato alla storia del gelato e alla sua produzione. Era uno scrigno di ricordi situato all’interno della gelateria Gildo, ma oggi ha chiuso i battenti. Tutto resta impresso nella memoria e negli occhi degli anziani di Bussana.

Eppure c’è chi sostiene che l’invenzione del cono sia da attribuire in realtà a un certo Italo Marchioni, che lo brevettò nel 1903. Chi sostiene questa versione, attribuisce a Giovanni Merlo l’idea delle ostie di wafer che divennero famose nei caffé di Milano, dove venivano usate per le cosiddette parigine, nelle quali il gelato era racchiuso tra le due cialde ideate dal Merlo.

cono gelato

Insomma, topi, io la verità non la conosco, ma so che, in ogni caso, qualsiasi cosa sia fatta da un ligure… potete esser certi che sia fatta col cuore!

Un topo-saluto croccante a tutti voi.

Da Verezzo ai prati di San Giovanni

Lo so che la mia Valle sarà gelosa del post che sto scrivendo, ma oggi vi porto a conoscere un posto che non si trova nella Valle Argentina, bensì nelle zone immediatamente limitrofe.

Se c’è una cosa che di solito ci invidiano tutti della Liguria, è la sua caratteristica di essere a metà tra i monti e il mare, e spesso percorrendo sentieri dell’entroterra si può osservare la distesa d’acqua che lambisce la costa, mentre si danno le spalle alle Alpi.

Ebbene, un giorno d’autunno prendiamo la topo-mobile e allontaniamoci dai miei luoghi, ma non tanto, eh!

Arriviamo fino a Verezzo, frazione di Sanremo, e lasciamo la macchina proprio davanti alla chiesetta di Sant’Antonio.

Mi perdonerete se non farò tante foto, questa volta, ma ho le zampe ghiacciate. Tira un’aria così fredda che si fatica a tirarle fuori dalle tasche, figurarsi a scattare fotografie!

Comunque, dicevo, dalla chiesa imbocchiamo la mulattiera visibile sulla strada e, inerpicandoci, arriviamo su una strada asfaltata che sale ancora tra bellissime villette. Presto l’asfalto si trasforma in cemento, e il cemento in pietra. Si raggiunge così un’altra mulattiera, contornata dalla vegetazione di tipo mediterraneo, dalle campagne curate da mani sapienti e da case di agricoltori.

Il percorso prosegue tutto al sole, non ci sono alberi ad adombrare il sentiero. Lungo il cammino ci imbattiamo nella Ginestra, nel Cisto, nel Timo, in cespugli rigogliosi di Ginepro. E poi, di tanto in tanto, ecco spuntare Querce, Mandorli, Pini e Ulivi.

Si sale sempre, senza fermarsi mai, e la presenza delle mucche è evidente, bisogna fare attenzione a dove si mettono le zampe, se non si vuole finire dritti dritti nella… busa!

Più si va in alto, più la vista diventa mozzafiato. Se volgiamo lo sguardo verso l’interno, possiamo vedere le antenne di Monte Bignone, ma guardando verso sud veniamo invasi dal colore del mare, che oggi è blu intenso, specchio perfetto del cielo terso. E poi si scorgono Sanremo, la Valle Armea, Bussana, Castellaro, da una postazione più elevata possiamo vedere anche Arma di Taggia.

Verezzo

Tornando con lo sguardo verso l’entroterra, riconosciamo il Monte Faudo.

Salendo, la vegetazione si fa più brulla e i Grilli saltano allegri in mezzo all’erba, ormai quasi del tutto secca.

Poi, a un tratto, il sentiero si fa più pianeggiante, la pendenza diminuisce drasticamente. Si procede in mezzo alle Ginestre, i cui rami spogli si impigliano allo zaino, alla giacca e ai capelli. Anche il Rovo si fa spazio in questo ambiente, bisogna fare attenzione a non lasciare che prenda confidenza con noi, perché potrebbe graffiarci le guance, le zampe e lacerare i nostri vestiti. Si sale ancora un po’, ma questa volta la salita è più dolce che in precedenza. Ed eccoci arrivati ai prati, bellissimi, quasi sconfinati, in mezzo ai quali si stagliano ruderi di costruzioni antiche come il tempo e alberi solitari di maestosa bellezza.

Verezzo1

Continuando a camminare in mezzo alle distese erbose, dove pascolano le Mucche, grufolano i Cinghiali e dove passano anche i Cavalli, ci dirigiamo verso la pineta che si vede sulla cresta, poco più in alto rispetto a dove ci troviamo.

E, una volta arrivati, le meraviglie da assaporare non sono poche.

prati Verezzo

Tappeti di pigne ricoprono il terreno e un Pino Silvestre trasuda resina dalla corteccia, si vede anche a distanza. Guardate la meraviglia di questa colata d’ambra!

Sebbene la perdita della resina dalla corteccia non sia un buon segno per la pianta, non possiamo che rimanerne affascinati.

Più avanti ci fermiamo a mangiare un boccone con lo sguardo rivolto al mare, ma facciamo in fretta, perché il vento è forte quassù, non si riesce a rimanere fermi a lungo. Dopo mangiato, proseguiamo il sentiero per pochi istanti e ci ritroviamo alla chiesetta rurale di San Zane, San Giovanni. Subito sotto c’è il paese di Ceriana, un cartello indica che è possibile arrivarci, ma oggi non vogliamo proseguire. Da qui si potrebbe arrivare anche a Monte Bignone, ma neppure questo sarà la nostra meta. In lontananza scorgiamo il Toraggio e, sullo sfondo, le cime innevate delle alture cuneesi.

prati di san giovanni ceriana

C’è pace, il profumo della neve arriva quasi alle nostre narici. Il freddo sferza il viso, ci copriamo di più per sentire di meno il suo schiaffo, ma il vento è potente. E allora decidiamo di tornare indietro, contenti per la bella e rigenerante passeggiata, mentre godiamo dell’oro del sole che ci pervade e illumina ogni cosa intorno a noi.

Pigmy

Taggia padrona

Fu quando, durante una bella mattina di sole, decisi di scendere verso il mare su una delle spiagge di Arma di Taggia che udii nuovamente la sua voce. Ero accovacciata sulla spiaggia e osservavo l’orizzonte lontano e i Gabbiani. Come sono diversi dagli uccelli che di solito vedo nel bosco… e come sono grandi! Ne salutai uno che, curioso, mi si avvicinò e sentii chiaramente qualcuno salutarmi.

«Ciao piccola Pigmy!»

Avrei riconosciuto quella voce tra mille e sapevo perfettamente non appartenere al Gabbiano.

«Ciao Spirito della Valle! Sei anche qui?! Allora è proprio vero che sei dappertutto!»

«Te lo dicevo! Sono ovunque mi cerchi e mi vuoi.»

«In effetti ti stavo pensando. Non vengo spesso da queste parti, ma è tutto magnifico: il mare, tanto cielo… e che colori! E i Gabbiani! E poi guarda lassù. Come sono verdi, le colline, e quante case!». Da Arma infatti potevo vedere diversi paesi sul mare alla mia destra e alla mia sinistra e, guardando in su, tante colline verso il paese di Taggia. Che vista!

«Sì, sono luoghi diversi da quelli in cui hai la tana, ma stupendi anche loro, se ne sai cogliere la bellezza.»

«Per me non è difficile! Apprezzo anche le costruzioni dell’uomo, o almeno le sue dimore, guarda lì che belle case. Quel paese dev’essere Bussana.»

«Esattamente» annuì lo Spirito.

«È un paese bellissimo, peccato che, per un soffio, non appartiene alla mia Valle!» esclamai con un po’ di rammarico.

«Oh, forse non lo sai, cara Pigmy, ma una volta è appartenuto alla Valle Argentina!»

«Cosaaa?!» mi si drizzarono i baffi dallo stupore.

«Sì, o meglio, diciamo che apparteneva al paese di Taggia» rispose decisa quella calda voce.

Ero ancora più curiosa:  «Dici davvero?». Non sapevo nulla di tutta quella storia.

«Certo, ma parliamo di molto tempo fa»

Scansai la coda dalle mie piccole chiappette e mi misi comoda su una conchiglia: «Racconta!», lo esortai con entusiasmo.

«Oh… Ehm, vediamo… se non ricordo male correva l’anno 1261. Sì, 1261. Il Comune di Genova unì Bussana a Taggia dopo averla acquistata dai figli di Oberto, Conte di Ventimiglia, la Signora Veirana e il Signor Michele, ma… – mi parve che a quel punto lo Spirito stesse ridendo – nel 1428, i Bussanesi chiesero alla Repubblica di Genova di staccarsi da Taggia e che la cittadina divenisse Comune a sé, perché i tabiesi pare governassero in malo modo e che fossero troppo presuntuosi.»

«Ah sì?»

«Già. Volevano sempre far capire che erano loro a comandare.»

«Non l’avrei mai detto! Sono così simpatici, gli abitanti di Taggia!»

«Infatti lo sono davvero, Pigmy, ma devi pensare che stiamo parlando di molti secoli fa e si viveva per difendersi e combattere. Nulla è paragonabile a ora.»

Come sempre, lo Spirito della Valle aveva ragione.

«E quindi ora non appartiene più a Taggia?» chiesi per sicurezza.

«No, da tanto tempo. Ora Bussana è sotto il Comune di San Remo.»

«Tu pensa!»

«Eh, cara Pigmy! Sapessi quante volte i paesi sono stati venduti e ripresi per mano della Grande Repubblica. Quasi tutti, sai?»

Vendere un paese, una zona intera… mi sembrava impossibile! Mi pareva assurdo che, al di là della Repubblica Marinara, un solo uomo, ad esempio un Conte, potesse un tempo essere proprietario di un intero paese e di molto di più.

Lo Spirito della Valle continuò senza lasciarmi il tempo di rispondere: «A volte le terre venivano cedute attraverso semplici contratti, altre, invece, dure battaglie si combattevano per appropriarsi di una zona.»

Non riuscivo proprio a concepire questo modo di fare degli umani. Anche tra noi animali può capitare che uno rubi la tana all’altro, ma sono casi particolari e sappiamo bene che il bosco è di tutti, anzi… non è che ci sia da saperlo… così è.

«E quanti pentimenti, ancora oggi! – continuò lui senza giudizio, ma con un tono quasi di incomprensione – Ancora oggi, che siamo nel ventunesimo secolo, ci sono rammarichi nei confronti di terre cedute o perse. Si pensa, infatti, che adesso sarebbero potute servire per determinate cose anche se, in realtà, come dicevi tu, tutto dovrebbe essere di tutti.»

Era un po’ come se i paesi fossero merci, caramelle da vendere e da comprare. Davvero una stranezza!

«Fatto sta che oggi Bussana appartiene a Valle Armea e non più a quella Argentina…» dissi.

«Sì, e quindi nemmeno la Grotta dell’Arma.»

«Ma come? Davvero? Ma è attaccata ad Arma di Taggia!»

«Infatti la si considera di questa cittadina in un certo senso… Furono i tabiesi a sconfiggere i Saraceni che si erano rifugiati al suo interno, ma, durante la spartizione del territorio, quando Bussana si staccò da Taggia, si prese anche la grotta, nonostante la Chiesetta, edificata dagli abitanti di Taggia, in onore della Vergine Annunziata che li difese durante gli scontri.»

«Non l’avrei mai detto… E allora anche la Fortezza di Arma appartiene a Bussana?»

«Credo proprio di no ma son stati mai tanti i tafferugli! Tra l’altro, per volere della Repubblica di Genova, furono proprio i taggesi a ergerla.»

«Quante cose sai, Spirito della Valle!»

«Le ho vissute, cara Pigmy. Vedi? Non solo non sono in nessun luogo e dappertutto, ma mi trovo anche nel mai e nel sempre.»

Accarezzai la calda sabbia di Arma con una zampa, come a voler donare una carezza allo Spirito e feci ritorno alla mia tana. Con lo sguardo continuavo a osservare Bussana. Che ricco passato hanno questi luoghi! E io ne avevo scoperta un’altra!

Ora non mi resta che andare a investigare sulla prossima che vi racconterò.

Vi mando un bacione!

Passeggiata da Bussana a Taggia

Apprendo una bellissima notizia dall’ormai famoso, per me, sanremo.news. Leggo le parole di Francesco Mulè e, utilizzando un po’ le frasi del suo articolo e un po’ le mie, vi descriverò questa  scoperta, una sorpresa che, la Cooperativa – Strade Liguria da Scoprire -, ha organizzato per tutti voi. Domenica 4 Novembre 2012 si svolgerà la passeggiata da Bussana a Taggia, in collaborazione con la Cooperativa Sociale – Terre Solidali – ed il Centro di Spiritualità di San Domenico.

La passeggiata, da Arma di Taggia, si avvia verso la Grotta dell’Arma (che vi avevo fatto conoscere l’anno scorso in un post a lei dedicato /la-piccola-chiesetta-di-arma/ ), sito di grande interesse archeologico, dove è stata inserita la Chiesa di S.S. Annunziata, sovrastata da una torre di avvistamento cinquecentesca, che noi chiamiamo comunemente “La Fortezza”.

Si raggiunge quindi il paese di Bussana dal lungomare di Bussana Nuova, dal quale poi si prosegue per una mulattiera verso Bussana Vecchia, villaggio più alto e più antico.

Dal borgo di Bussana Vecchia si prosegue per stradine e sentieri immersi nella macchia mediterranea verso Taggia e, per alcuni tratti, si cammina anche su strade che s’intersecano tra le serre coltivate.

Verso le 13 si arriva quindi al paese di Taggia e, presso il Convento di San Domenico, i fratelli della Sacra Famiglia che animano il Centro di Spiritualità, vi accoglieranno con gioia.

Nel magnifico refettorio decorato da affreschi cinquecenteschi si consumerà il pranzo preparato dai soci della Cooperativa Sociale – Terre Solidali -, con ingredienti biologici e del commercio equo e solidale. – Terre Solidali – è infatti una Cooperativa Sociale di tipo B che lavora e favorisce inserimenti lavorativi di persone diversamente abili nell’ambito della commercializzazione di tali prodotti.

Le offerte per il pranzo saranno completamente devolute alla Comunità di Santa Catarina de Sololà.

Dopo pranzo, Sergio Spina, di – Terre Solidali -, presenterà il progetto del commercio equo e solidale ed una serie di immagini della Comunità in Guatemala.

A seguire, la visita del prezioso Convento e della Chiesa di Santa Maria delle Misericordie, ricca di opere d’arte, che toccano il periodo dal Quattrocento al Settecento.

Notizie logistiche:

Ritrovo per l’escursione: ore 9:00 ad Arma di Taggia davanti a Villa Boselli.

Ritrovo per il pranzo: ore 13:00 a Taggia presso il Convento di San Domenico.

Difficoltà: Dislivello 300 m tra salita e discesa – Distanza km 6 – Tempo di Percorrenza 2 ore 30’.

Menù: Riso basmati con verdure saltate e germogli, hummus di cecicon crostini di farro, insalata russa vegan, cubetti di parmigiano con noci dell’Amazzonia, finocchi in crema di anacardi e curry, pane biologico cotto nel forno a legna, vino biologico, torta di mele e noci con crema alla vaniglia, caffè o orzo.

Quota del pranzo: 20 euro (interamente devoluta alla Comunità di Santa Catarina de Sololà -Guatemala-, possibili eventuali offerte superiori).

Obbligatoria la prenotazione per il pranzo.

Prenotazioni alla Cooperativa Strade Liguria da Scoprire.

Tel. 0183 / 290213 – 338/4536788 Sig.ra Angela.

La  partecipazione all’escursione e visita è GRATUITA.

Preparatevi quindi! Si parte! A me non rimane altro che augurarvi un buon divertimento e attendervi per il prossimo post! Bacioni, la vostra Pigmy.

M.

Mitico Topononno – il “rapimento” della nipote

Quale miglior post, per iniziare l’anno nuovo, se non con un’altra delle mie tante avventure? Questa topi, non ve l’ho ancora raccontata. Un’altra che riguarda me ma anche il mio topononno. Nonno paterno, lo sottolineo, perchè è importante per la storia che sto per raccontarvi.

Siamo nel 1980, io ero davvero uno scricciolo. Una coppia di amici di mia nonna, ma in questo caso parlo di nonna materna, scendono da Milano per passare qualche giorno in nostra compagnia.

Sono amici di questa mia nonna e di mia mamma. Conoscono anche mio padre, ma il padre di mio padre non l’hanno mai visto e, allo stesso tempo, nemmeno quest’ultimo sa della loro esistenza. Ho dovuto farvi questa premessa perchè questi due, marito e moglie, due persone tra l’altro molto educate e per bene, decidono di portarmi a fare un giro  a Bussana per stare un po’ con me essendo, all’epoca, l’unica cucciola di casa.

Non hanno potuto avere figli e io ero sono come una nipote, per loro.

Andiamo a Bussana, facciamo una passeggiata, prendiamo un gelato, mi concedo un giro sugli scivoli dei giochi per i bambini e poi, i due, decidono di andare in un bar-trattoria a prendere un caffè e a riscaldarsi un po’. Era inverno.

La proprietaria prepara loro il caffè e il punch richiesti e, proprio mentre stanno consumando la loro ordinazione, un gruppo di cacciatori, finita la battuta, entrano a bersi in compagnia un bicchiere di vino e ritemprarsi al calduccio.

Tra questi, c’era mio nonno. Ha il fucile in spalla e il cappello imbottito. Mi vede in braccio a uno dei due, mi guarda attentamente e con perplessità e poi pensa: “Oh belin! Sta lì a l’è me nessa...” (“Oh c…o” – diciamo “perbacco” va’ – “Oh perbacco! Quella lì è mia nipote…”).

Sì, sono sua nipote, ma… cosa ci faccio insieme a due sconosciuti in quel paese?

Ma puscibile? Me sbaju? Ma a ghe sumeja…” (“Ma possibile? Mi sbaglio? Ma le assomiglia…”) continua a pensare lui incerto e osservandomi ancora più scrupolosamente.

Il resto è avvenuto tutto in un lampo. Io lo vedo e, seppur piccina, lo riconosco, gli sorrido e grido – Nonno! – allungando le braccia verso di lui.

Quel mio grido “Nonno!” che vuole essere di gioia, è per lui come una parola d’ordine, gli ho dato praticamente il “via!”. Non aspettava altro.

In men che non si dica, sfodera la carabina puntandola contro i due poveri “rapitori di bambini” urlando in un italiano ben comprensibile e scandito: – Mollate immediatamente mia nipote o vi lascio secchi qui dove siete! -.

I due, ignari e tapini, se la fanno letteralmente nei pantaloni.

Nel bar scendee un silenzio tombale. La barista smette di asciugare i bicchieri e si mette le mani nei capelli. L’intera squadra di cacciatori si schiera, a ferro di cavallo, dietro  mio nonno. La coppia mi posa delicatamente a terra e, con tutto il bene che posso voler loro, mio nonno è sempre mio nonno, e sgattaiolo tra le sue gambe lasciandogli strada libera verso gli sfortunati.

I poverini iniziano a balbettare e poi a urlare e a pregare mio nonno, cercando di spiegargli l’equivoco, ma al solo udire i nomi dei miei genitori e di mia nonna si acquieta.

La donna dietro al bancone, che conosce molto bene mio nonno, prende un gettone telefonico e si fa dare il numero di telefono di casa mia per accertarsi che siano davvero due amici.

A quel punto, nemmeno lei sa cosa pensare.

Dall’altra parte della cornetta, mia madre, alzando gli occhi al cielo, spiega tutto all’uomo che mi sta difendendo con le unghie e con i denti (e con un fucile) e che, a quel punto, si scusa con i signori e gli offre caffè e punch.

Scusatemi – dice, ordinando alla barista altre due consumazioni per quel marito e quella moglie che si stanno asciugando il sudore freddo dalla fronte.

La storia finisce con una bella risata da parte di tutti e, alla sera, cenano addirittura insieme.

Questa vicenda è passata alla storia, la si racconta ancora oggi che son passati quasi 40 anni, ma tutto è bene quel che finisce bene.

Certo che tu, nonno, mezze misure niente, eh? – gli dico oggi sorridendo.

Ah – mi risponde lui – Ti u sai ca sa ghe fagevu passà a fruntiera da Ventimija a nu te vigevamu ciù?! Eh? – (- Lo sai che se gli facevo passare la frontiera di Ventimiglia non ti vedevamo più?! Eh? -).

Ah! Ah! Ah! Fantastico!

Grazie nonno, ti voglio tanto bene. Hai i tuoi modi, ma sei speciale!

Un bacio grande,

Tua Pigmy.

M.

La piccola chiesetta di Arma

Eccola, lei sorge qui, nella pietra, dentro una roccia.

Il campanile dell’Agave, distaccato da lei, le regala il rintocco delle campane, solo una volta, solo una sera d’estate. È un luogo di preghiera sottostante la fortezza di Arma di Taggia, il primo paese della Valle Argentina, anche se i più precisi direbbero che, in realtà, la vallata inizia dopo Taggia, in su, verso i monti.

Nel punto in cui sorge la chiesetta, finisce questa piccola cittadina di Arma e inizia il paese di Bussana.

Lei da qui domina sul mare. Quello che le pietre che la compongono vedono è un panorama che lascia estasiati, soprattutto se si pensa che al mattino presto, quando il cielo è terso, lo sguardo può catturare addirittura i monti della Corsica.

È la piccola chiesetta dell’Arma o, tempo fa, dell’Alma, il cui vero nome è “Santuario – Grotta della S.S. Annunziata”.

La Madonnina, vestita di bianco, prega alzando gli occhi al cielo e protegge il suo paese. È sempre lì: di notte, di giorno, d’estate, d’inverno. Governa su questo Santuario, ricreato in una grotta.

Una grotta che porta tracce di un’ epoca preistorica, lontana. Al suo interno, dove potete notare il particolare soffitto di pietra, sono stati rinvenuti tre frammenti di cranio di uomo di Neanderthal, senza contare vari utensili e resti di animali anche più recenti, come iene, ippopotami, elefanti. Tali cimeli sono esposti nella sala principale del Museo Borea di San Remo.

Attraverso i secoli, questa roccia venne più volte conquistata nonché incendiata da barbari e saraceni, nemici degli antichi Liguri. Al suo interno, sono conservate statue e sculture di alto pregio, appartenenti alcune alla scuola genovese del ‘700, altre a scultori locali, come i bassorilievi nell’altare. La grotta interna è molto umida e fredda, anche in piena estate si ci entra con la giacca a vento. Pensate che entra dentro la pietra di ben 55 metri, senza contare tutta una serie di cunicoli, che scendono anche in profondità per un totale di circa 100 metri. 350 sono invece i metri cubi, dei quali 140 sono occupati dalla chiesa, dall’inizio del XII secolo circa. Inoltre, è orientata su un asse Nord-Sud, per poi piegare, dopo 40 metri dall’entrata, con una netta curva di 90° verso Est. A vederla, dalle sue finestrelle sbarrate da grossi tubi di ferro arrugginito, sembra in realtà piccolissima, ma è un’illusione, perché la sua profondità, come abbiamo visto, è ben più spettacolare. Nessuno, entrando dalla sua porticina di legno, si aspetterebbe tanto. Quest’ultima è dedicata alla Beata Vergine Maria, testimonianza di un’epoca anche romana, oltre che preistorica, che ha fatto sì che questo luogo sia divenuto nel tempo di grande interesse per archeologi e scienziati.

Tuttavia questo piccolo tempio non ha conosciuto solo queste civiltà. La nostra Madonnina vestita di bianco potrebbe senza difficoltà narrare di pirati che terrorizzarono tutto il sud dell’Europa e s’impossessarono proprio di Arma di Taggia, sconfiggendola a suon di cannonate e scimitarre.

La Madonnina ha conosciuto i saraceni, i musulmani del nord dell’Africa, abili conquistatori. Eppure continua a stare lì, impassibile, grande punto di riferimento di questo paese che si affaccia sul mare. E resta ferma a guardare tutti i colori che le regala il cielo a volte azzurro, spesso rosa, e quel manto di acqua salata che s’infrange contro gli scogli.

Sempre lì, uguale a quando ero bambina, a quando era consuetudine andare a passeggiare sulla spiaggia fino alla fortezza, fino alla chiesetta, per poi tornare indietro come se oltre, non esistesse nulla. Ci bastava arrivare fin sul suo piazzale, guardare Arma, tutta, con un solo sguardo, lanciare una monetina tra le sue grate ed esprimere un desiderio.

Pigmy.

M.