Il Capriolo: la sua vita è quella di tutta la natura

Osservato con attenzione da molti popoli e da altrettanto tempo, il Capriolo (Capreolus capreolus) è un animale che vive anche in Valle Argentina, quindi ho intenzione di presentarvelo, miei convallesi!

Per farlo, pur sapendo molte cose su di lui con il quale mi fermo spesso a chiacchierare presso Monte Frontè (è introverso, ma di me si fida), ho chiesto informazioni a un lupo che è anche un mio caro amico, Odoben Malcisento, il quale, sugli animali sa davvero tutto, compresi i loro più intimi segreti.

Già lo sentivo impartire ordini a tutto il branco nella radura di Nonna Desia, convinto che gli altri gli dessero ancora retta. Già, perché di andare in pensione non ha proprio voglia.

«At-tenti! Marsh! Forza, palle di lardo! La vostra coda appartiene all’Arma, non dimenticatelo!» urlò, convinto che i suoi ordini venissero eseguiti.

Valoroso e impavido, è stato Generale di Branco d’Armata quando era giovane, ma la fissa della vita militare non gliela leva nessuno, nonostante oggi sia un po’ malconcio.

«Buongiorno, Odoben Malcisento!» gli gridai, cercando di farmi sentire.

È un po’ sordo, sapete? Ha perso mezzo orecchio sinistro sotto il Monte Saccarello, quando un aereo nemico andò a schiantarsi dietro Rocca Barbone ed esplose a pochi metri di distanza da lui. Dall’orecchio destro, invece, è rimasto completamente sordo.

«At-tenti! Ri-poso! Altolà! Chi và là?!» domandò di rimando, guardandosi in giro perplesso.

«Sono io Odoben Malcisento! Mi vede?»

«Ah, sei tu, piccola ratta! Stai su con quella schiena! Coda dritta! Baffi in fuori! Cosa credi di essere? Una bagiàira? (Lumaca senza guscio). Comunque io sono il “Generale” Odoben Malcisento!» sottolineò. Ci tiene ai suoi titoli, guai a non rispettarli.

«Sì, certam… ehm… volevo dire Signorsissignore!» rimediai.

Mi misi ritta e sull’attenti per non farlo inalberare e guardai gli altri Lupi, felici del fatto che ero giunta a distrarlo.

«Quale missione ti porta qui, soldato semplice?»

Tra “piccola ratta” e “soldato semplice” non sapevo quale dei due nomi mi piacesse di più, ma feci finta di nulla: «Signore! Vorrei chiederle gentilmente se posso avere notizie su Capreolus capreolus, signore!». Facendo finta di sapere poco o nulla su quella splendida bestiola avrei sicuramente avuto la sua dedizione.

«Proprio di quel capride mangiafieno mi vieni a chiedere, con tutte le meravigliose creature che Madre Natura ha partorito?»

«Signore! Non voglio contraddirla, signore! Ma non si può certo dire che Capriolo sia una brutta bestia, signore!»

«No certo… in effetti… se  proprio devo essere sincero, stiamo parlando di un’eleganza rara e di un’agilità quasi inimitabile… È inutile, sono un militare e la mia razionalità funziona sempre…»

«Signorsissignore!» risposi. La mia accondiscendenza stava funzionando.

«Bene. Ri-poso! Mettiti comoda. Hai rifatto la branda stamattina? Cosa vuoi sapere di preciso?»

«L’ho fatta in quindici secondi, signore! Be’, vorrei sapere quello che pochi conoscono di lui. Tutti sanno che è erbivoro, veloce, dolce… ma cos’altro nasconde in sé il Capriolo, oltre a suggerire poesia al solo guardarlo?»

«Il Capriolo è sempre stato apprezzato in tutto il mondo: dai Nativi Americani ai Maya, si è sempre parlato di lui. I Panche, indiani della Colombia, ritenevano addirittura che l’anima dei defunti, prima di salire al cielo, passasse attraverso il corpo di un Capriolo»

Già… un corpo capace di purificare essendo intriso d’amore, pensai, ma mi lasciai scappare solo un: «Caspita!».

Odoben Malcisento era andato dritto al sodo e ora non si sarebbe più fermato: «Sì, ma nonostante questo, è sempre stato simbolo di vita. Per gli Aztechi rappresentava il sole e la vittoria in guerra, raffigurata appunto con un Capriolo a due teste che loro chiamavano Madre degli Eroi Gemelli. Si trattava della prima donna divinizzata.»

Ero basita. Stavo davvero parlando con il Generale Odoben Malcisento? Di solito era molto più freddo e tagliente nelle sue descrizioni. Era evidente che gli occhi scuri e languidi di Capriolo avessero intenerito anche lui.

«Il suo nome ricorda la Capra, ma è più somigliante a un Camoscio, appartiene alla famiglia dei cervidi… giusto?» chiesi, sapendo di ottenere una spiegazione.

Non rimasi delusa: «Il suo nome deriva dall’antica origine baltica. In prussiano “sirwis“, cioè appunto “capriolo”, ha la stessa radice della parola “testa”. Questo a causa dei palchi che possiede, più lunghi e ramificati rispetto a quelli di un Camoscio. Infatti, la stessa regola vale per il Cervo. Brava soldatessa»

Ero sempre più affascinata dal suo modo di raccontare, così gradevole questa volta. Lui se ne accorse e continuò: «È un ungulato e ora vive in gran parte dell’Europa e dell’Asia, dove la vegetazione è adatta alla sua dieta. Le sue zampe gli hanno permesso di recente di abitare anche negli altopiani rocciosi, mentre un tempo viveva più nelle praterie. Così, tra i pascoli e le piante montane, si assicura un’alimentazione abbondante e più varia».

«Ama il sottobosco fitto, ma anche le radure infatti. Odoben Malcisento, sei anche un nutrizionista!» scherzai.

«Cosa dici?! La vista? Ci vedo benissimo! E anche Capriolo: la sua vista è acuta! Deve difendersi da molti predatori e, infatti, è un animale timido e schivo.»

Non aveva capito nulla, ma mi diede comunque una nozione in più.

«A proposito di timidezza, signore! Il Capriolo vive solitario o in branco, signore?» gridai questa volta. Questa storia del Capriolo in famiglia non l’avevo mai capita bene.

«La sua è una gerarchia articolata che si modifica in base alle stagioni e ai periodi dell’amore o delle battaglie territoriali. I Caprioli non hanno una suddivisione specifica e continuativa come noi Lupi, ma appartengono al mondo della caccia, tant’è vero che puoi sempre vederne uno assieme alla Dea Diana.»

«Ma il Capriolo non è un predatore…»

«No, ma come sai, Diana era anche protettrice degli animali selvatici. Inoltre, il Capriolo è simbolo della vita e ha sempre rappresentato la bellezza dell’esistenza. Per gli antichi un Capriolo morto significava siccità e quindi morte di un territorio che, quell’anno, non avrebbe dato frutti, non avrebbe nutrito, come se, senza di lui e la sua vita, non ci fosse amore. Una fiaba mitologica racconta della fanciulla Costanza uccisa dal suo amato: di notte Costanza si trasformava in uno splendido Capriolo bianco, ma un cacciatore corteggiatore di Costanza, lo uccise privando della vita anche la ragazza. Uccidendo lui ammazzò anche l’amore e quel giovane si dice si disperi ancora oggi.»

Che meraviglioso significato! Questa leggenda mi mancava! Sembrava quasi che Odoben Malcisento avesse gli occhi lucidi, ma conoscendo il suo essere tutto d’un pezzo, mi stavo sicuramente sbagliando.

«Signore! È stato gentilissimo come al solito, signore!» gli dissi, rimettendomi sull’attenti, pronta ad andare facendo prima il saluto militare con la zampa in fronte che a lui tanto piaceva.

«Sull’At-tenti! Avanti! March! Puoi andare, piccolo mus musculus» mi congedò.

Corsi via per giungere in tana il prima possibile e scrivere tutto quello che avevo imparato su Capriolo per non scordarlo. Mentre mi lanciavo giù per i pendii del sottobosco, udivo echeggiare la voce potente di Odoben Malcisento che aveva ricominciato a tuonare agli altri Lupi: «Plotone! Ai ranghi! In marcia! Un due, un due, un due…»

Non sarebbe mai cambiato, ma a me piace così.

Mi congedo, topo soldati, e vi aspetto al prossimo amico, ma prima di lasciarvi vorrei offrire un ringraziamento particolare ad Andrea Biondo, appassionato fotografo della natura, che mi ha dato queste sue bellissime immagini per poter scrivere l’articolo. Potete trovare altre sue foto sul suo blog: https://andreabiondo.wordpress.com/ , nel sito dell’Ente Parco Alpi Liguri o in quello di Liguriabirding con i quali Andrea collabora.

Alla prossima! At-tenti!

Alla Rocca di Andagna

Ci sono arrivata in un giorno di pioggia, dopo essermi avventurata su sentieri bagnati senza conoscere bene la direzione da prendere, andando a naso, come si suol dire.

Topi, è stata proprio un’esperienza mistica, quella della vostra Pigmy Jones.

Lei, la Rocca, meglio conosciuta semplicemente come La Turre d’Andagna dagli abitanti della zona, si erge maestosa su uno sperone di nuda roccia. La si vede dominare la scena dall’alto, quando si scorre sull’asfalto con la topo-mobile e si rimane affascinati dai suoi merli, che le ornano il capo come una corona. Tuttavia la sensazione che si prova osservandola da lontano non è minimamente paragonabile a quella che si sente farsi largo nel cuore quando si è al suo cospetto. Andiamoci insieme, venite con me.

sentiero Rocca Andagna

Si percorre una breve discesa nel bosco, immaginatevi il ticchettio della pioggia che accarezza le foglie, potete riuscirci? Subito nell’aria si spande il tipico odore di queste giornate, quello di terra bagnata. Continuiamo ad avanzare in quello che pare lo scenario perfetto per una fiaba o una storia di fantasia. A un certo punto riusciamo a scorgere i merli della torre e continuiamo ad avanzare, immersi nella boscaglia. Non la vediamo più per qualche istante, poi di nuovo la Rocca fa la sua comparsa, questa volta stagliandosi sulla vegetazione, vicinissima e austera.

Rocca Andagna

Il sentiero si fa nuovamente ombroso e la affianca, diventa subito chiaro che bisognerà arrampicarsi un po’ per raggiungerla ed entrarvi dentro. Oh sì, si può eccome, topi miei!

sentiero Rocca Andagna1

Le rocce sono altine, ma con un colpo di reni è possibile salire su questi gradoni naturali, per me che sono una topina non è difficile fare un balzo, ma fate attenzione.

Con poco più di due passi, eccoci giunti ai piedi di sua maestà la Rocca di Andagna, coi suoi gradini di pietra che invitano a entrare. A destra e a sinistra di quella breve scalinata c’è il vuoto e, sotto, un paesaggio a dir poco mozzafiato si spiega ai nostri occhi. Ci si sente un po’ i signori della Valle, da quassù!

Rocca di Andagna - Torre di Andagna

Entrando, ci si sente come stretti in un abbraccio di pietra. La Rocca ha pianta circolare, al suo interno delle finestrelle che sono più simili a feritoie permettono di godere della vista e lasciano entrare un po’ di luce.

 

Le pietre che la compongono sono a vista, ma… alziamo lo sguardo, topi, guardiamo un po’ il soffitto.

affreschi soffitto Rocca Andagna

Li vedete anche voi? Ci sono degli affreschi! Purtroppo il tempo è tiranno, ha consumato e sgretolato l’intonaco del dipinto, se ne trovano persino dei frammenti sul pavimento, che le zampe calpestano con dispiacere. Si intravede ancora il motivo floreale rappresentato sulla volta, tutto in tinte diverse di azzurro e di blu. Pare quasi, alzando il naso, che il soffitto sia stato strappato per lasciare il posto a scampoli di cielo.

Dalle mura è stato persino ricavato un sedile di pietra che corre lungo tutta la struttura interna della Rocca, così ci si può godere la pace stando seduti. Che silenzio, topi! E’ davvero surreale!

Ovviamente sono nate le storie più disparate su questo posto favoloso. Sono state raccontate storie di streghe che qui si riunivano per le loro congreghe (anche Andagna ha le sue bàzue, non solo Triora, ma di questo parleremo un’altra volta), si è detto anche che la Rocca sia originaria di tempi assai remoti, della preistoria addirittura, e sono sorte storie che la ricollegano alle incursioni dei Saraceni.

Un topo che è mio caro amico, però, mi ha confidato diversamente. Pare, infatti, che la Torre sia in realtà recentissima, dei primi anni del Novecento. Fu costruita per desiderio dell’ingegnere Capponi e dello scrittore e navigatore Enrico De Albertis in un luogo in cui, un tempo, pare sorgesse un’altra torre andata distrutta. Ho ricevuto testimonianze di un topo il cui padre lavorò alla sua costruzione.

Rocca di Andagna5.jpg

La Torre doveva servire come casa di caccia nella quale venivano posizionate delle trappole – che noi chiamiamo trappini – per uccelli di piccola taglia, come tordi o fringuelli, per fortuna oggi vietate e costituite da bastoncini cosparsi di vischio, una colla molto forte. Le bestioline vi rimanevano invischiate, appunto, ed erano così pronte per essere catturate e utilizzate per preparazioni culinarie.

L’ingegnere Capponi era un grande appassionato di caccia, tanto da collaborare con la vecchia rivista venatoria intitolata “Diana”.

La Rocca di Andagna6

Insomma, topi, che storie!

Quel che è certo, è che il fascino di questa Torre è ancora grande. Sarà per il mistero che aleggia intorno a lei, sarà per il suo sguardo di pietra che ci osserva dall’alto, mentre passiamo ogni giorno sulla strada che scorre ai suoi piedi… ma è un gioiello della mia Valle, uno di quelli che andrebbe preservato e che è bello conoscere.

Un gotico abbraccio dalla vostra Pigmy e un grazie a Giampiero Laiolo.

 

Hotel Giovanna

Questo luogo merita un post. Nella mia Valle penso sia il locale più famoso. L’hotel Giovanna a Molini di Triora è uno dei ristoranti più rinomati e antichi nel quale è possibile degustare prodotti tipici liguri fino alla completa sazietà. Non esagero quando dico che solo gli antipasti saranno una quindicina…. No, no, sono di più!

Si inizia con la classica fettina di crudo e manzo, tutti e due tenerissimi e si continua con ovulo (fungo prelibato) condito con olio e limone, cannolo alla besciamella, quiche lorraine alle verdure e, per finire anche una bella porzione di lumache. E tanti, tanti altri ancora, da perdere il conto.

Sappiate che è consentito fare il bis se volete ma vi sfido davvero a mangiare tutto! I primi piatti sono sempre due e possono essere ravioli e tagliolini ai funghi, tutto ottimo, tutto casalingo.

I secondi? Tagliata e coniglio con purè o insalata o patate o quello che volete! E per concludere il mega pasto, un’enorme porzione di gelato alla crema con il cioccolato fuso che la ricopre. Mmmmmhmm, che scorpacciate topini!

A condurre tutto pensa Francesco, un uomo arzillo e gioviale di settantaquattro anni che tiene molto anche all’estetica del suo ristorante. Pur essendo un posto alla buona, è decorato in modo classico a riprendere la vita della valle. Un grande murales rappresenta una battuta di caccia al cinghiale ad esempio e poi, il caminetto, i liquori tipici esposti e anche tanti premi ricevuti.

Come si fa ad arrivarci? E’ molto semplice. Quando si arriva nel centro di Molini di Triora, al bivio, anzichè continuare a destra la strada principale, si svolta a sinistra e lo si vede subito. Non c’è persona nella mia Valle che non abbia mangiato qui. Da che eravamo topini, i nostri genitori ci portavano in questo luogo e oggi ci portiamo noi i nostri topini. E ci credo bene… mangiano come dei lupi!

Iinsomma, vi ho mostrato un’altra tappa fondamentale che dovevate conoscere.

Veniteci presto! Un bacione!

M.

Un Coniglio… fiabesco

Cari topi, guardate oggi in quale spettacolare animaletto mi sono imbattuta. Altro che Bianconiglio di Alice! E’ lui una vera meraviglia! Un coniglio incredibile. Ne avete mai visto uno simile? Sembra disegnato per una favola.

Prima di tutto vorrei cercare di descrivervi la sua grandezza perchè è impressionante e, purtroppo, dalla foto, non si riesce a capire. La lunghezza è quella di un Beagle, avete presente quei simpatici cani da caccia? E sarà largo circa 40 cm. No, non sto esagerando.

Mi ha così colpita che ho voluto facesse parte anche lui del mio blog.

Si, è un lui e si chiama Bunny (e come poteva chiamarsi secondo voi? Mumble, mumble…).

Dev’essere un incrocio di diverse razze: c’è del Fuzzy-Lop (a parte le orecchie) e del Testa di Leone ma, ovviamente, il tutto è mischiato con un Angora d’eccezione.

Solitamente non approvo i vari incroci fatti dall’uomo, in quanto ne trovo alcuni esagerati che portano poi solo debolezza all’animaletto che viene al mondo, e quindi, gli si prospetta una vita solitamente più ricca di sofferenze rispetto ad una razza meno elaborata ed esistente già da molto tempo ma, questo leporide, è davvero robusto, e oserei dire anche vecchiotto (ha già 6 anni).

Girovaga a zig-zag nella sua fattoria beato come un pascià.

Molto docile tra l’altro. Se mi chino davanti a lui saltellava subito verso di me. Il freddo non lo ferma. Libero di scegliere se stare fuori, all’aperto, o nella sua casetta di legno coperta, con tanto di paglia per scaldarsi.

Un feeling tra topo e coniglio. Più lo guardo e lo considero e più diventa affettuoso. Un piacevole incontro e poi, ormai lo sapete, io con questa “gente qua” ci vado d’accordissimo! Squit!

M.

Mitico Topononno – il “rapimento” della nipote

Quale miglior post, per iniziare l’anno nuovo, se non con un’altra delle mie tante avventure? Questa topi, non ve l’ho ancora raccontata. Un’altra che riguarda me ma anche il mio topononno. Nonno paterno, lo sottolineo, perchè è importante per la storia che sto per raccontarvi.

Siamo nel 1980, io ero davvero uno scricciolo. Una coppia di amici di mia nonna, ma in questo caso parlo di nonna materna, scendono da Milano per passare qualche giorno in nostra compagnia.

Sono amici di questa mia nonna e di mia mamma. Conoscono anche mio padre, ma il padre di mio padre non l’hanno mai visto e, allo stesso tempo, nemmeno quest’ultimo sa della loro esistenza. Ho dovuto farvi questa premessa perchè questi due, marito e moglie, due persone tra l’altro molto educate e per bene, decidono di portarmi a fare un giro  a Bussana per stare un po’ con me essendo, all’epoca, l’unica cucciola di casa.

Non hanno potuto avere figli e io ero sono come una nipote, per loro.

Andiamo a Bussana, facciamo una passeggiata, prendiamo un gelato, mi concedo un giro sugli scivoli dei giochi per i bambini e poi, i due, decidono di andare in un bar-trattoria a prendere un caffè e a riscaldarsi un po’. Era inverno.

La proprietaria prepara loro il caffè e il punch richiesti e, proprio mentre stanno consumando la loro ordinazione, un gruppo di cacciatori, finita la battuta, entrano a bersi in compagnia un bicchiere di vino e ritemprarsi al calduccio.

Tra questi, c’era mio nonno. Ha il fucile in spalla e il cappello imbottito. Mi vede in braccio a uno dei due, mi guarda attentamente e con perplessità e poi pensa: “Oh belin! Sta lì a l’è me nessa...” (“Oh c…o” – diciamo “perbacco” va’ – “Oh perbacco! Quella lì è mia nipote…”).

Sì, sono sua nipote, ma… cosa ci faccio insieme a due sconosciuti in quel paese?

Ma puscibile? Me sbaju? Ma a ghe sumeja…” (“Ma possibile? Mi sbaglio? Ma le assomiglia…”) continua a pensare lui incerto e osservandomi ancora più scrupolosamente.

Il resto è avvenuto tutto in un lampo. Io lo vedo e, seppur piccina, lo riconosco, gli sorrido e grido – Nonno! – allungando le braccia verso di lui.

Quel mio grido “Nonno!” che vuole essere di gioia, è per lui come una parola d’ordine, gli ho dato praticamente il “via!”. Non aspettava altro.

In men che non si dica, sfodera la carabina puntandola contro i due poveri “rapitori di bambini” urlando in un italiano ben comprensibile e scandito: – Mollate immediatamente mia nipote o vi lascio secchi qui dove siete! -.

I due, ignari e tapini, se la fanno letteralmente nei pantaloni.

Nel bar scendee un silenzio tombale. La barista smette di asciugare i bicchieri e si mette le mani nei capelli. L’intera squadra di cacciatori si schiera, a ferro di cavallo, dietro  mio nonno. La coppia mi posa delicatamente a terra e, con tutto il bene che posso voler loro, mio nonno è sempre mio nonno, e sgattaiolo tra le sue gambe lasciandogli strada libera verso gli sfortunati.

I poverini iniziano a balbettare e poi a urlare e a pregare mio nonno, cercando di spiegargli l’equivoco, ma al solo udire i nomi dei miei genitori e di mia nonna si acquieta.

La donna dietro al bancone, che conosce molto bene mio nonno, prende un gettone telefonico e si fa dare il numero di telefono di casa mia per accertarsi che siano davvero due amici.

A quel punto, nemmeno lei sa cosa pensare.

Dall’altra parte della cornetta, mia madre, alzando gli occhi al cielo, spiega tutto all’uomo che mi sta difendendo con le unghie e con i denti (e con un fucile) e che, a quel punto, si scusa con i signori e gli offre caffè e punch.

Scusatemi – dice, ordinando alla barista altre due consumazioni per quel marito e quella moglie che si stanno asciugando il sudore freddo dalla fronte.

La storia finisce con una bella risata da parte di tutti e, alla sera, cenano addirittura insieme.

Questa vicenda è passata alla storia, la si racconta ancora oggi che son passati quasi 40 anni, ma tutto è bene quel che finisce bene.

Certo che tu, nonno, mezze misure niente, eh? – gli dico oggi sorridendo.

Ah – mi risponde lui – Ti u sai ca sa ghe fagevu passà a fruntiera da Ventimija a nu te vigevamu ciù?! Eh? – (- Lo sai che se gli facevo passare la frontiera di Ventimiglia non ti vedevamo più?! Eh? -).

Ah! Ah! Ah! Fantastico!

Grazie nonno, ti voglio tanto bene. Hai i tuoi modi, ma sei speciale!

Un bacio grande,

Tua Pigmy.

M.