Da Colle Belenda a…

È da Colle Belenda che si può giungere, attraverso un magnifico sentiero in mezzo alla natura, agli abitati di Triora, Cetta, Loreto e Case Goeta; a piedi o in mountain bike.

Colle Belenda si trova per la strada che va a Colle Melosa e, in questo periodo, lo trovo ancora imbiancato da una neve che cade a fiocchi persino nel mese di maggio.

La topo-mobile fa presto a diventare bianca e… santa ratta! Ma non eravamo in primavera?!

Il nome di questo luogo, che discende dal Dio Belenos, significa “brillante” come già vi avevo spiegato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/05/04/belenda-belenos-belin/ e sono, per la precisione, tra la Valle Argentina e la Val Nervia.

Non ho intenzione di raggiungere i luoghi che vi ho citato poc’anzi, mi fermerò prima, perché dopo il piccolo Passo dell’Acqua, che attraversa il mio sentiero, giungo ad un punto panoramico meraviglioso e me lo voglio godere per bene.

Posso sdraiarmi su queste grandi rocce che si affacciano sul vuoto e guardare la meraviglia, il mio mondo.

Il vento oggi è potente e gelido, mi taglia il muso col suo soffio incessante, ma ciò non mi impedisce di continuare, per molto tempo, ad ammirare la bellezza che si staglia davanti ai miei occhi. Sono così contenta che, il tempo, è libero di fare quello che vuole. Io sono incantata.

Una grande parte dei monti della mia Valle si presenta a me con tutto il suo splendore, permettendomi di vedere i Sentieri degli Alpini e le borgate di Realdo, Borniga, Creppo e il Pin.

Lo sguardo gira e perlustra, di qua e di là: la punta del Toraggio, Carmo Gerbontina, Monte Ceppo… quanti… ma su un monte in particolare si posa anche il mio animo.

Sul Monte Gerbonte.

Ci sono stata da poco e c’ero stata diverso tempo fa. L’affetto mi lega a lui per le sue caratteristiche e perché appare proprio come il regno del Lupo.

Vedo da qui la piccola Caserma Lokar che mi ha ospitata meno di una settimana fa ed è bellissimo guardarla in mezzo ai quei Larici secolari e le radure che la costeggiano.

Un grande rapace mi distrae, non mi permette di fotografarlo per voi. È veloce e il vento gli è amico com’è giusto che sia. Non so dirvi di che si tratta. È marrone, come il guscio di una nocciola, ma non sono un’esperta.

Due massi più in là si percepisce la presenza dei Camosci ma oggi, visto il clima, non è proprio giornata di presentazioni.

Non importa, la meraviglia mi circonda ugualmente.

Sotto di me, un vallone molto profondo e ampio, con pietraie che diventano dirupi al di sotto delle creste montane di fronte. La profondità mette i brividi, è come stare su una nuvola e vedere tutto dall’alto. Sono emozionata. Che spettacolo! Non faccio altro che guardare e questo è tutto. Il mio tutto.

Passa un bel po’ di tempo prima che decido di tornare indietro.

Ora non nevica più e il vento pare essersi calmato ma alcuni fiori sembrano non essere molto entusiasti.

Le Violette sono le più fortunate, basse e rase al suolo non subiscono il peso della neve. Persino le foglie secche, a terra, riescono a proteggerle da tanto che sono piccine. La Primula (la Veris) invece, deve piegarsi al cospetto della Bianca Signora, così come la Campanella. I fiori del Brugo hanno deciso di attendere ad aprirsi, fa ancora troppo freddo per loro, e sono solo turgide palline color avorio rosato.

Stille ghiacciate non riescono a cadere dai loro rami e da quelli degli abeti e sembra Natale.

Quelle piante, quel bosco… ricoperti di polvere candida permettono di immaginare fiabe del Nord Europa.

Cammino su un terreno morbido. L’unico pericolo è dato dalle radici delle conifere che fuoriescono dal suolo e sono molto scivolose.

Piccole pigne mi imbrogliano tra il fango e la neve, sembrano i “regalini” di qualche animale selvatico. Una volpe? Un lupo? Una faina? Niente di tutto questo, solo i frutti degli alberi balsamici. Frutti di ogni tipo e di ogni grandezza, caduti al suolo a causa delle forti correnti e del loro tempo trascorso.

Diversi passeriformi cinguettano nell’aria, ognuno ha il suo verso e tengono molta compagnia.

Come vi ho detto, mi sono fermata presto a osservare quel creato attorno a me ma, da Colle Belenda, si può arrivare in diversi luoghi della mia Valle.

Ora vi saluto, vi mando un bacio ghiacciato e faccio ritorno alla tana. Voi scaldatevi per bene che dobbiamo ripartire per la prossima escursione e non c’è tempo per oziare. Stay tuned!

La montagna regala anche monete

Quanti regali fa la montagna vero? Ve li ho descritti in lungo e in largo in questi anni ma non vi ho mai detto che regala anche soldi.

Nessuna ricerca e nessun metal detector amici, bensì, qualcosa di ben più suggestivo.

Io e altri topi si parte un giorno di buon mattino con la speranza nel cuore di fare qualche bella foto alle creature di Madre Natura.

La Valle Argentina è ricca di una fauna che purtroppo molti non conoscono ed essendo totalmente libera e selvatica non è detto abbia voglia di mostrarsi.

Neanche il tempo ci dava sicurezze. Avrebbe piovuto? Ci sarebbe stato il sole? Boh? È ovvio che anche il clima ha la sua importanza in fatto di avvistamenti. Non sapevamo nulla ma ci piace l’avventura e abbiamo tentato.

Abbiamo parcheggiato a bordo strada e siamo scesi dall’auto. Zaino in spalla, binocoli e macchine fotografiche. Si era comunque felici. Si stava bene.

La mia Valle mostrava una natura incantata fin dalle prime ore del mattino. Naturalmente si era perplessi e speranzosi allo stesso tempo. Stava iniziando a nevicare e un vento gelido sferzava i nostri musi. Ci incamminiamo. Facciamo i primi metri e uno dei tre topi assieme a me si accuccia verso terra per raccogliere qualcosa. La sua espressione era stranita e dopo poco esclama《Toh! Ho trovato 100 lire!》. Subito non gli abbiamo creduto e invece era proprio vero.

100 vecchie lire brillavano nella sua mano nonostante la polvere che avevano raccolto.

Ma dai! Non possiamo crederci!》dicemmo in coro tutti quanti e, il topo archeologo, avvicinandosi a me, mi regalò quel piccolo tesoro 《Tieni Topina, sono tue》. Ma che bellezza! Il fango e lo sterrato ci avevano appena offerto una specie di simbolo che ora era tra le mie zampe trattenuto caramente.

Guarda di che anno sono?》mi chiese topo fotografo.

1971>> risposi e, rapidamente, nella mia testa, l’addizione diede la soluzione “9” pensai. Il mio numero! Ma che… coincidenza! E voi sapete bene che non credo alle coincidenze. Non dissi nulla e misi via quella moneta per non perderla.

Ci dividemmo dopo qualche passo. Io e topo condottiero da una parte e gli altri due dall’altra. Guarda di qui, guarda di là, nulla… solo una Cinciarella mi diede la soddisfazione di rimanere immortalata nel mio obiettivo e neanche poi molto nitidamente visti la bruma e il vento.

Quando rincontrammo topo archeologo e topo fotografo ci dissero che anche loro non avevano visto nulla di che ma, proprio in quel momento, una coppia di Gheppi meravigliosi iniziò a sorvolare sulle nostre teste. Si lasciarono fotografare con la loro aristocratica apertura alare che planava sulle correnti del cielo, e poi andarono a posarsi contro la falesia di una Rocca dove probabilmente avevano il nido; chiamata da noi Rocca Barbone.

Con gli occhi a fessura, per non perderli di vista, cercai di inquadrarli e suggerire a topo amico dove si erano posati. Mi fece i complimenti perché era difficile vederli mimetizzati contro la roccia nuda. Wow! Ero riuscita anch’io a far qualcosa visto che di solito non vedo nulla neanche col binocolo e, in quei casi, la pazienza degli altri topi è pari a quella di Giobbe quando cercano di farmi adocchiare meraviglie. La magia delle 100 lire stava forse iniziando a fare effetto? Proseguimmo poi, tutti assieme, verso un altro Passo dove la neve decise di lasciare il posto al sole e la mattinata divenne ancora più splendida.

Non ci volle molto a vedere un mucchio di Camosci tutti assieme. Erano tantissimi e topo condottiero mi disse che erano anni che non vedeva una cosa così. Si rincorrevano sulla neve o stavano fermi in branco e, come ripeto, ce n’erano così tanti che ci hanno lasciato stupiti. Era bellissimo vederli su quella neve bianca. Vedemmo anche un Capriolo. Un’Aquila in lontananza, un Codirosso e persino un altro Gheppio, elegante rapace che ci affascinò con il volo definito a “spirito santo”, ossia quando sta fermo in aria, immobile, con le ali aperte. Non ci crederete ma fui io a vederlo per prima, inciampandomi nella neve col naso all’insù, e quindi venni promossa con il titolo di… – Avvistatrice di pennuti – (così suona bene direi).

Che soddisfazione! Non potete immaginare. È stata la mia prima volta. Per me era tanta manna ma ho visto soddisfatti anche gli altri birdwatchers molto più abituati ed esperti di me. Così soddisfatti che, alla fine, persino topo archeologo ha detto《Penso che quelle 100 lire siano state proprio di buon auspicio!》e mi sa che aveva ragione.

La natura non si stanca mai di regalare. Offre senza chiedere nulla in cambio ma forse percepisce l’entusiasmo come riconoscenza di chi la ama.

Mi sono divertita tantissimo, ho vissuto esperienze mai vissute prima e, per una che ama la natura come me, potete immaginare! Ma… chissà chi ha perso quelle 100 lire? Un passante? Un trekker? Un pastore? E quando? Da quanto tempo erano lì ad aspettare noi? Vi lascio libera la fantasia, io vado a prepararvi un altro articolo pensando che qualcosa di magico sempre mi accompagna!

Un bacio ricco.

Le prime foto della Topina ai Camosci Alpini

Cari topi, prendete la lente d’ingrandimento, non ridete e venite con me. Devo condividere con voi le mie prime fotografie… ai Camosci Alpini della Valle Argentina!

Vi credevate che ero in grado di fotografare solo lombrichi e lumache eh? E invece no, e oggi vi stupirò con effetti speciali che, in tanti anni di blog, non vi ho mai mostrato.

Non state a fare i pignoli però. Il mio obiettivo è quello che è, quindi accontentatevi. Il telescopio lo prenderò più avanti.

Ho fatto tanta di quella fatica con queste foto per ritagliarle, ingrandirle e farvele vedere che, alla fine, il pc si era quasi sciolto. Ma guardate! Qualcosa si vede!

Qui ve li ho persino cerchiati in giallo, comprendendo i vostri sforzi, che non mi si dica poi che ho immortalato solo terriccio come mio solito.

Erano splendidi. E tantissimi. Alcuni brucavano nelle zone d’erba lasciate libere dalla neve, alcuni invece mi guardavano e certi si rincorrevano.

 È difficile vederli a occhio nudo soprattutto quando non si è abituati. Si confondono con le rocce ma, il manto bianco della neve, ha reso la mia ricerca decisamente più facile.

Che dite? Sono stata brava?

Non solo non li avevo mai visti così liberi e selvaggi ma, tanto meno, ero mai riuscita a immortalarli con la mia macchina fotografica! E ora sono qui, in una cartella che custodisco gelosamente.

Sono adorabili. Sanno di libertà, di dolcezza e sono molto attenti. Ci vedono benissimo, mica come me.

Giudicandomi “pericolosa” (e pensate che sono grande quanto la punta di un loro orecchio) controllano la distanza. Se mi reputano troppo vicina (e sto parlando di parecchi metri) scappano via così agilmente che fanno impressione. Se invece pensano ch’io sia sufficientemente lontana, allora se ne stanno quieti a farsi i cavoli loro.

Quando scappano, però, non hanno mai una corsa caratterizzata dal terrore. Ogni tanto si fermano e si guardano indietro come a controllare ch’io non li stia inseguendo.

Ma non ci penso neanche! Arrampicarmi a quella maniera su per quelle pietraie così aspre?! Oh per la carità! Come fanno, lo sanno solo loro.

A me basta avere questo ricordo e, di tanto in tanto, guardarmeli, immaginando di essere sempre là, tra quelle cime innevate, quell’aria pulita e quel mondo di fiaba.

Spero siano piaciuti anche a voi e, non temete, cercherò di farne altre ancora migliori.

Un bacio a scatto! Click!

Il panorama dal Passo della Nocciola

Oggi non vi parlo del Passo della Nocciola in sé, al di là che è un piccolo luogo bellissimo e ha un nome stupendo (Slurp! Adoro le Nocciole!) ma vorrei condividere con voi la meravigliosa vista che questo luogo offre.

Ci dirigiamo verso Colle Melosa passando da Molini di Triora e, dopo il Passo dei Fascisti, un altro Passo attira l’attenzione.

Guardate, potete vederlo anche da qui, dal sentiero che dal Passo della Guardia si dirige verso Collardente.

Ovviamente ci sono Noccioli ovunque e, in questo periodo, le loro foglie sono ancora tenere gemme di un verde brillante.

Lasciamo la topo-mobile a bordo strada e io e due miei cari topo-amici ci dirigiamo verso il bordo di un dirupo altissimo, non adatto a chi soffre di vertigini.

Qui la vista è davvero mozzafiato. Ancora una volta la mia Valle mi stupisce in tutto il suo splendore. Un’altra prospettiva che non avevo mai visto e per questo ringrazio i miei gentili ed esperti Cavalieri.

Davanti a me si staglia, contro un cielo terso, Carmo Gerbontina e osservandola attentamente con il binocolo posso vedere passeggiare e brucare su di lei splendidi Camosci Alpini.

Carmo Gerbontina se ne sta lì, quieta, e osserva. Guarda alcuni borghi splendidi della mia Valle dando la schiena al mare.

Ecco infatti laggiù Realdo! E sopra di lui Verdeggia! Ma ci sono anche Borniga e Abenin. Appena l’occhio compone pochi metri con lo sguardo, una nuova meraviglia è pronta ad affacciarsi per lui.

Come sono piccoli visti da qui. Le loro tinte pastello un po’ li confondono al resto del Creato e a una natura che sprigiona una bellezza indescrivibile.

Se mi giro posso vedere anche il Toraggio con il suo riverbero azzurro e, presso di lui, alcuni impavidi esseri umani viaggiano con il parapendio sopra ad un pezzo di mondo che non ha eguali.

Sono su una roccia e sono estasiata. Alcuni punti mostrano un aspetto selvaggio e aspro dato da arbusti legnosi, pietra pulita e rami quasi taglienti. Altri invece sono più floridi, verdeggianti e morbidi. Quest’ultimi celano, oggi, sentieri un tempo molto praticati e assai frequentati. Percorrendoli si andava infatti a raccogliere legna o, se si era passeurs, ci si nascondeva.

Il burrone che vedo è una distesa di Valle che non può essere paragonata a nient’altro. Nonostante sia chiusa tra le montagne che conosco bene, mi da’ l’idea dell’infinito e mi si apre il cuore.

Gli occhi brillano ma non posso certo fare la figura di quella che diventa patetica. Mi comporto quasi come se fossi abituata a tanto splendore, in realtà, dentro di me, l’animo scalpita per l’entusiasmo.

I miei due amici fotografano bellezze a tutto andare e, con il loro sguardo acuto, riconoscono creature che si mimetizzano tra alberi e custi (nel mio dialetto piante arbustive). A occhio nudo individuano varie specie di uccelli o ungulati mentre io, neanche con un telescopio riesco a vederli.

《 Guarda Topina! Sono là! Ce ne sono due! 》mi dicono sperando di farmi vedere quelle creature.

Io, tra l’emozione, la mancanza di esperienza e di abitudine, non vedo un fico secco ma loro sono così pazienti che, alla fine, anche io ho potuto godere della vista di quei fantastici quadrupedi che mi camminavano di fronte. Che regalo immenso mi hanno fatto loro e Madre Natura.

Tra di loro la facevano facile 《 Eccone uno! A destra di quella pianta in basso 》 diceva il primo. E l’altro rispondeva 《 Ah si! Lo vedo! 》. Io pensavo “Ma quale pianta? Ce ne sono duemila di piante!!!” e, per consolarmi, fotografavo Lucertole immobili a godere del primo sole.

Non ridete… anche loro meritano qualche scatto. Mi è sembrato giusto renderle importanti.

Il Passo della Nocciola è un luogo di pace e di un panorama fantastico. Ora non mi rimane che attendere la fine dell’estate per andare a far rifornimento di quei frutti prelibati prima del letargo. Quegli alberi sono molto generosi.

Allora topi, cosa ne dite? Vi è piaciuto questo punto panoramico speciale? I baffi tremano ancora? Tranquilli, ora scendiamo, ma vi aspetto impavidi per il prossimo tour.

Squit!

Neve e poi sole – dal Passo di Collardente al Colle del Garezzo

La mia Valle è bella anche per questo. Come succede in diversi luoghi, in alcuni punti della Valle Argentina, il sole e la neve fanno a gara per vedere chi arriva prima.

Solitamente la Bianca Signora ha la meglio davanti a Cavalier Sole, che prima la lascia scendere in candidi fiocchi assieme a Messer Vento, e poi arriva lui per renderla ancora più brillante.

Per questo, oggi, vi racconto di un clima davvero particolare che ho vissuto durante una splendida giornata di metà aprile. In primavera quindi!

In montagna, certi avvenimenti climatici accadono spesso, ma la primavera porta sempre a pensare a un tempo mite. Inoltre, sono bastati duecento metri di passeggiata per cambiare tutto.

Mi trovavo al Passo della Guardia e andando verso Collardente la fredda neve mi pungeva il viso, andando verso il Garezzo un sole caldo, invece, ritemprava. Ho persino visto nevicare col sole. Uno spettacolo bellissimo. Come luccicavano quei fiocchi contro la luce solare!

Tre Passi, in fila, uno accanto all’altro, uno più bello dell’altro.

Passo della Guardia era l’ago della bilancia. Alla sua destra, a Passo Collardente, era inverno. Alla sua sinistra, a Passo del Garezzo, era estate.

Da una parte ero imbacuccata come un eschimese, dall’altra in maglietta.

E che natura splendida si mostra a me che cerco di osservare tutto quello che mi circonda.

Di qua, mentre gli occhi si posano sul Passo della Nocciola laggiù in fondo, sulle case della Columbera e sulla Caserma di Vesignana, bacche di Rosa Canina e Helleborus foetidus se ne stanno spenti, con poca vita ed esuberanza, accettando quelle stille ghiacciate.

Una piccola Cinciarella, che per la precisione dovrebbe essere una Cincia Mora, scuote le sue piume e spruzza gocce sugli aghi di pino mentre una bruma abbastanza spessa le permette di confondersi tra i rami.

Sulla strada, la precedente neve non è ancora stata calpestata e si possono vedere impronte di ungulati (così vi faccio vedere che me ne intendo). Probabilmente un Capriolo.

Un pezzo l’ho percorso, ora è il caso ch’io mi vada a riscaldare verso il Garezzo e le case dei pastori.

Qui la temperatura cambia. Tutto è bianco, ma posso spogliarmi. Alcune slavine sono presenti e rendono più difficoltoso il passaggio.

Il paesaggio è reso ancora più suggestivo dalla presenza di alcuni Camosci che si rincorrono sulla neve o stanno fermi in gruppo. Anche alcuni rapaci arricchiscono il cielo, terso di tanto in tanto, o passaggio di nuvole che viaggiano veloci.

I sentieri limitrofi non si vedono, sono coperti dalla neve che lentamente si scioglie sotto il calore dei raggi e il rumore del gocciolio accompagna la mia passeggiata.

In certi punti non si può proprio passare, occorre attendere la bella stagione ma gli occhi e il cuore sono comunque appagati da una vista spettacolare e una natura incontaminata, mozzafiato.

Facendo ritorno al Passo della Guardia non posso non rimanere incantata da Sua Maestà Rocca Barbone, sempre lì, austera, placida, dalla falesia severa che ospita nidi di uccelli affascinanti.

Penso sia meraviglioso vedere i propri luoghi nelle varie stagioni. I loro cambiamenti offrono ogni volta un palcoscenico diverso e anche l’atmosfera cambia, così come il proprio sentire.

Ogni volta è come se fosse una nuova esperienza, un luogo incantato nel quale non si è mai stati, nonostante in realtà si conoscano a memoria quelle bellezze.

Che sensazioni incredibili. E con l’animo leggero faccio ritorno in tana.

Un bacio quattrostagioni a voi!

Sua maestà Rocca Barbone

Lei è una delle regine che governano la mia Valle, topi. Merita un articolo tutto per sé, con il suo volto bianco che di profilo, a seconda del luogo dalla quale la si osserva, pare quasi quello pallido di un barbagianni.

E’ Rocca Barbone con i suoi 1628 metri di altezza, in alta Valle Argentina, e insieme ai monti che le fanno da cornice regala scorci e panorami mozzafiato a tutti i viandanti che la frequentano.

Rocca Barbone - Valle Argentina2

 

Appare maestosa quando si staglia sul cielo blu cobalto delle giornate più terse, meravigliosa in tutte le stagioni, di una bellezza selvaggia e granitica.

Rocca Barbone - Valle Argentina

A farle da guardiane ci sono sempre le ghiandaie, compresa la mia nemica-amica Serpilla. Se ne stanno nei suoi pressi a starnazzare come ossesse, sul chi va là ogni volta che piede umano si poggia nelle sue vicinanze. Sono gli araldi di sua maestà Rocca Barbone, coloro che la avvisano di chi transita nel suo regno. Ma non ci sono solo ghiandaie tra la sudditanza di questa regina di pietra, nossignore. E’ il territorio prediletto dai Camosci, che qui trovano prati ampi e scoscesi, ma anche rocce ripide sulle quali avventurarsi.

camoscio

Sprazzi di bosco accolgono gli animali selvatici, qui è vietata la caccia, è una zona di ripopolamento. Rocca Barbone accoglie anche i Lupi con le sue braccia silvane che si protendono intorno al suo viso ceruleo. Nel cielo che le fa da tetto volano i rapaci di cui la mia Valle si fa tanto vanto: aquile reali, falchi, bianconi, gufi reali, grifoni… nidificano su di lei, insieme a numerose specie di pipistrelli, anche questi protetti, amati e studiati dai professionisti.

Rapace - Valle Argentina

E’ una madre paziente, Rocca Barbone, ma anche severa. Sulla sua cima si può abbracciare un panorama vastissimo, che arriva a sfiorare anche il Monte Bego, nella vicina Francia, nel cuore della Valle delle Meraviglie, là dove sono presenti incisioni rupestri dell’uomo primitivo. E si vede il mare nelle giornate più terse, si assapora un frammento di infinito che va dalla Rocca, situata alle pendici del Saccarello, fino alla costa. Si scorgono i profili montuosi della vicina Val Nervia, col Pietravecchia e il Toraggio a farla da padroni insieme al Grai, a Cima Marta e al Gerbonte. Davanti, neppure a farlo apposta, sta il Monte Trono, degno compagna di una regina come lei e sulle cui pendici sorge la magica Triora.

Bosco Triora - Valle Argentina

Nulla sfugge al suo sguardo di pietra e ci si sente sudditi e re a nostra volta, passando da qui.

Rocca BArbone - Valle Argentina4

Questi luoghi furono teatro di vicende storiche importanti, per la mia Valle. Qui si dice combatté il giovane Napoleone Bonaparte in persona, pensate! Nel Settecento si combatterono davanti agli occhi di Rocca Barbone le battaglie tra Francesi e Piemontesi, a testimoniarlo sono i numerosi avamposti che resistono ancora oggi al trascorrere del tempo, ve ne avevo parlato nell’articolo Caserme, guerre e cannoni a Cima Marta, ricordate?

Siamo nel comune di Triora, più precisamente vicino Verdeggia, l’ultimo paese della Valle Argentina. Una leggenda racconta che i soldati francesi attendessero che il fumo si levasse dai comignoli del borgo per razziare il paese dei cibi che le donne cucinavano con amore e dedizione. Si dice che, in seguito a queste spiacevoli scorribande in cui i verdeggiaschi venivano derubati della loro fonte più preziosa di sostentamento, le donne avessero imparato a nascondere a dovere gli alimenti che cucinavano, ma un giorno, purtroppo, i nemici se ne accorsero e amputarono la gamba di una poveretta come punizione e monito. Allora, non potendo più sopportare le angherie di quei prepotenti e per rispondere all’affronto subito, tutti gli uomini del paese si riunirono, imbracciando i fucili. Bastonarono i soldati e li condussero al cospetto di Rocca Barbone, dove li uccisero e li seppellirono in una fossa comune. Ancora oggi, là dove pare si sia svolto questo fatto, esiste un’altura chiamata Bricco dei Francesi.

Rocca Barbone - Valle Argetnina3

Rocca Barbone, con la sua bellezza così singolare, è anche protagonista di un sentiero assai particolare, quello dei Flysch. I Flysch sono un complesso sedimentario composto da rocce clastiche che si sono depositate in ambiente marino per via di frane sottomarine e correnti. Si distinguono molto bene gli strati dei sedimenti argillosi, arenari e calcarei e tra di essi sono presenti fossili dell’età Mesozoica, cari topi!

Montagne - Valle Argentina

Ah, che meraviglia la mia Valle! Allora, vi è piaciuto questo tour? Vado a prepararne un altro per voi.

Un inchino regale dalla vostra Prunocciola.

Passeggiata sul Mongioie

Cari topi, oggi andiamo leggermente fuori dala Valle Argentina, ma rimaniamo sempre in terra brigasca. Vi porto in una terra che confina con la mia, bellissima anch’essa. Siamo nella divisione tra la provincia d’Imperia e quella di Cuneo, nel parco naturale dell’alta Valle Pesio e Tanaro. Ho fatto una passeggiata, anzi, una scarpinata in salita, e volevo rendervi partecipi perchè i luoghi che ho visitato sono stupendi.

Siamo partiti io, topoamico e cane da Viozene e siamo saliti sul Monte Mongioie fino al rifugio, a 1550 mt. Sì, lo so, non ci credete, ma topoamico ha camminato senza lamentarsi! In realtà, questo monte è alto 2.630 metri e fa parte delle Alpi Liguri. All’inizio il sentiero è un terreno battuto, poi diventa una vera pietraia di  facile percorrenza.

Il tempo previsto per questa passeggiata è di 50 minuti ed è considerata un’escursione abbastanza facile, di tipo E, noi, ci abbiamo impiegato un’ora e mezza, ma devo anche dire che nessuno ci rincorreva e ci siamo goduti sia l’ombra, che ogni tanto ci regalavano gli alberi di nocciolo e gli abeti, sia la natura incontaminata.

Ho raccolto un po’ di origano e il dragoncello, buonissimi e puri, per fare piattini deliziosi e qualche mela selvatica ancora un po’ acerba. Tante le farfalle ed è stato incredibile vedere una piccola famigliola di Bambi (che dev’essere quello che cercava la mia amica Miss, che era venuto in vacanza). Le farfalle, le api e i calabroni succhiavano nettare ovunque, perchè i lati del sentiero sono circondati da fiori di ogni tipo. A prevalere su tutti era quello che noi chiamiamo carciofo selvatico. Quando ero piccola, la mia topozia li raccoglieva, li faceva seccare e li appendeva come magnifici quadri tridimensionali. E’ un fiore viola con una corona di spine tutto attorno. Il cane andava avanti e poi ci aspettava con quell’espressione come a dire “Ma come siete lenti!”.

Io, infatti, mi perdevo a guardare le meraviglie intorno a me. Dentro ad alcune rocce erano state scavate delle grotte e posizionate delle Madonnine e i fiori messi nei loro vasetti erano veri e appena colti. A volte invece, in qualche angolo si vedevano delle cataste di legna ordinate e pronte per l’inverno. A metà strada, la nostra via era attraversata da un piccolissimo ruscello d’acqua che sgorgava direttamente dalle pietre. Era acqua freddissima e aveva il gusto della neve. Bisognava bere, il sole picchiava davvero. L’ho toccata. Sono stata con la mano a sfiorarla per qualche minuto e a prendermi tutta la sua buona energia. La strada, poi, passa in mezzo a un boschetto prima di arrivare ai prati lassù dove sembrava veder correre camosci e stambecchi. Arrivati quasi alla meta, siamo rimasti minuti interi a guardare le aquile che volavano sopra di noi. Uno spettacolo e una, addirittura, insegnava ai suoi cuccioli a cacciare. Dopo un po’ si vedevano scendere in picchiata e mimetizzarsi nelle creste frastagliate dei monti.

Mi sono stupita nel vedere alcune casette, tutte rigorosamente in pietra e abitate, in un luogo davvero impervio, con tanto di orticello ben coltivato. Complimenti a chi abita lì e ogni mattina deve farsi mezz’ora di scarpinata per scendere in paese. Erano case bellissime. Sembravano quelle di una fiaba circondate da un contorno che mozzava il fiato compreso di ruscello e cascatelle d’acqua. Lo scroscio ci ha accompagnati per gran parte della gita. Stavamo per raggiungere il rifugio che si trova a Pian Rosso, un insieme di prati da perdere la vista sotto la vetta di questo imponente massiccio calcareo. Una vasca di cemento era piena d’acqua, era l’abbeveratoio delle mucche, candide come il latte, di così pulite e muscolose ne ho viste poche nella mia vita. Erano bravissime e docili. Hanno solo avuto un attimo di panico quando il cane si è messo a rincorrerne una. Povera bestia, che spavento si è presa! E’ stata una scena quasi drammatica, una vacca imbizzarita non è il massimo della felicità, ma, a ripensarci, questa scena mi fa sorridere. Il cane aveva trovato semplicemente un’amichetta con cui giocare, ma lei stava tranquillamente brucando l’erba per i cavoli suoi senza disturbare nessuno.

Finalmente eccoci arrivati! Abbiamo cambiato le magliette zuppe e le abbiamo stese sulla staccionata del rifugio. Ci siamo rinfrescati a una simpatica fontanella e ci siamo rilassati. Che pace! Non me ne volevo più andare!

Il rifugio è bellissimo, grande, di pietra e di legno. Offre anche un servizio navetta passando da un’altra strada per le persone che hanno difficoltà a camminare. Si possono anche acquistare una maglietta tutta colorata e una simpatica bottiglietta di Genepy, il liquore fatto con le erbe di montagna. Alcool a 35 gradi. Solo ad annusarlo ti fa digerire! Volendo avremmo potuto  mangiare lì, ma mi sentivo misantropa e ho deciso di allontanarmi dalla massa di gente che era venuta a crearsi dopo un’ora. Con tutto quel paradiso a disposizione mi sembrava assurdo dover star stretti per pranzare! Così, dopo aver chiaccherato di aquile con un simpatico vecchietto, a piedi nudi, ce ne siamo andati sull’erba fresca e abbiamo divorato pane ai cereali, prosciutto crudo e toma di montagna.

Nel pomeriggio, il tempo ha iniziato a cambiare. Le nubi si sono abbassate. Il “dente”, un pezzo di roccia appartenente al monte, era circondato da foschia. In alta montagna i cambiamenti climatici sono all’ordine del giorno e, spesso, la nebbia la fa da padrona. Abbiamo deciso, allora, di riscendere a valle con tutta calma e, quella salita, che era diventata per noi una discesa, era quasi più stancante dell’andata. L’indomani avevo male a un polpaccio, ma è anche normale, non faccio mai inerpicate di questo tipo. Tutti erano attrezzatissimi: bastoni, racchette, scarponi, zaini. Io e topoamico avevamo maglietta, scarpe da ginnastica e basta, però… abbiamo battuto in velocità un gruppo di boy-scouts! Sssst… non ditelo a nessuno.

Abbiamo lasciato quel luogo incantato che, a parte gli scherzi, è l’ideale per chi vuole cimentarsi in questo tipo di hobby, e ce ne siamo tornati in paese.

Cari topi, sono un po’ stanca, ma di un felice che non avete idea! Mi sento piena di emozioni e più forte, più energica. Anche oggi, la natura mi ha regalato tante cose.

Vi abbraccio e auguro buone passeggiate anche a voi. Fatele, perchè fanno bene alla mente e al fisico.

Vostra Pigmy salutista.

M.