Caino e Abele nella Valle Argentina

Questa è la storia (vera) di due fratelli che vissero in Valle Argentina, precisamente nei pressi del borgo di Loreto, verso la fine dell’800 e i primi anni del ‘900.

I due fratelli, il cognome dei quali iniziava per L. ma non posso svelarlo del tutto, vivevano in due case di pietra in uno dei punti più rocciosi della Valle. Siamo in Alta Valle, oltre Triora e poco prima di Realdo, dove le lisce e alte pareti di roccia oggi permettono scalate a chi ama arrampicarsi.

Non c’era terra e le loro dimore erano state costruite su dei costoni che si affacciavano sul torrente.

Uno dei due, il più anziano, coltivava un piccolo pezzo di terra davanti a casa. Un appezzamento molto prezioso, in quanto di terra, in quel punto lì, non ce n’era per niente.

Un giorno, il fratello più giovane, passando vicino alla campagna del maggiore, permise alla propria capra di divorare un cavolo di quell’orto e questo fece arrabbiare così tanto il più grande che prese una grossa pietra e la scagliò contro il fratello più piccolo e irrispettoso, colpendolo proprio alla testa. Non lo uccise, ma si fece ugualmente circa otto anni di duro carcere. Una volta uscito di galera, tornò in quella casa e rivide il fratello. Per niente soddisfatto e ancora pieno di rancore, questa volta gli tirò una badilata sul viso, ma lo ferì solamente a un labbro e quindi non venne messo in gattabuia.

Viene subito da pensare che questo fratello maggiore fosse davvero una persona cattiva, violenta e rancorosa, ma io, senza giustificare né giudicare nessuno, vorrei porre l’attenzione su qualcosa che forse sfugge ai più, ma che riguarda tutta la mia Valle.

Partiamo dal presupposto che non si fa del male a nessuno, così evito eventuali incomprensioni. Come già sapete, sono contro la violenza di qualsiasi tipo e verso chiunque, però una cosa che al giorno d’oggi non riusciamo più a comprendere è l’immensa ed estenuante fatica che un tempo, soprattutto in certe zone della mia Valle e di tutta la Liguria, si compiva nel cercare di creare spazi pianeggianti atti alla coltivazione per evitare di morire di fame. La Liguria è una regione morfologicamente molto difficile da coltivare. La Valle Argentina è culla, inoltre, del monte più alto di tutta la regione (il Saccarello, 2.201 mt). Questo indica come la mia sia una Valle che, in pochi chilometri, dal mare giunge ad alte vette, quindi potete capire come sia aspra e scoscesa, seppure bellissima. Durante la costruzione di terrazzamenti e muri a secco, per creare le famose “terrazze liguri”, strisce di terreno nelle quali seminare ortaggi e grano, si faticava assai. Cumuli di terra e grosse pietre pesanti venivano trainati con sforzi disumani, in salita, per chilometri e chilometri o a braccia o con l’aiuto di muli che, spesso, sfiniti anch’essi, dovevano fermarsi a riposare. Una volta trasportato tutto il materiale in alto con sangue e sudore, si iniziava il lavoro: si disboscava o si spaccavano rocce e falesie (a mano!), si scavava, e non c’erano di certo le ruspe, si  ergevano muri e poi si procedeva al riempimento con la terra che veniva poi battuta e smistata (sempre a mano!).

Ora, nonostante con questa spiegazione sia impossibile concepire veramente la fatica di quegli uomini, potete credermi se vi dico che ogni dono della terra, nato in quelle sottili strisce, era un tesoro dal valore inestimabile che permetteva il sostentamento.

Questo, lo ribadisco, non vuole giustificare l’atto del fratello maggiore, ma, proprio da chi è sangue del mio sangue, io non mi aspetterei un gesto così poco rispettoso come quello di far mangiare il mio cavolo a una capra che aveva ettari interi di bosco e brughiera nei quali sfamarsi.

Il gesto del fratello più grande, ripetuto poi attraverso la vanga, è sicuramente imperdonabile, ma non badiamo a lui per un attimo. L’importante, secondo me, è osservare con gli occhi dell’ammirazione e dello stupore quello che, oggi, nella Valle, ci circonda.

Quando notiamo le nostre montagne e le nostre colline trasformate in enormi gradini, soffermiamoci a pensare alla portata del lavoro di gente che ha sfamato anche i nostri nonni e i nostri padri. Se ci pensate bene, guardando questo territorio, ha davvero dell’incredibile.

Un caro saluto, Pigmy.

Si ricomincia a camminare

Un pò di assenza in questo blog è vero, perdonatemi ma con l’arrivo del caldo afoso le tane vanno ripristinate a dovere e poi… poi c’è una novità. Insomma ho ricominciato a passeggiare per monti e valli e ne sono davvero felice. Per chi ancora non l’avesse capito sono dovuta stare ferma a causa di un problema alla schiena che sono riuscita a risolvere solo di frequente per cui, di camminate, proprio non potevo farne ma adesso, che sono a posto, ho ripreso. Vi sto infatti preparando un bel reportage. Un reportage pensate di 4km. 2 all’andata e 2 al ritorno che piano, piano mi sono fatta zampettando e voglio condividerlo con voi quindi tenetevi pronti amici perchè si riparte. Preparate gli zaini e qualche ghianda di riserva. Nel mentre però non vi lascio senza nulla in mano anzi, vi propongo un mio articolo (che molti di voi già conoscono) appartenente all’altro mio blog prositvita.wordpress.com Questo post s’intitola “Esseri Sacri” ed è dedicato agli alberi. L’ho dedicato a loro perchè mi piace viverli durante le mie passeggiate. Mi piace conoscerli e averci a che fare perchè secondo me sono una delle linfe vitali della vita stessa. Spero piaccia a chi ancora non lo conosce, spero non sia una noia per chi invece già lo ha letto. Gli alberi e tutta la natura, io la vivo così e devo dire che mi fa un gran bene, spero che anche voi possiate imparare, chi già non lo fa quanto meno, ad avere questo tipo di rapporto con la Madre di tutti noi. Io vi saluto e vi do appuntamento per la prossima volta in cui vi porterò con me in una delle strade di campagna più belle della Liguria di Ponente anche se le nostre stradine, a dire il vero, sono tutte meravigliose. Un bacione, alla prossima!

ESSERI SACRI

Vi siete mai soffermati ad osservare intensamente un albero? A guardarlo con occhi diversi? Uno sguardo profondo? Immagino e spero proprio di si. Esso è vivo. Palpita. Respira. E se sai ascoltarlo ti parla. Così come parla con i suoi simili comunicando una lingua a noi incomprensibile ma vera. Fatta di energia e atmosfera. Sotterranea e silenziosa che non avviene solo attraverso le fronde che s’incrociano tra loro giocando col vento ma anche attraverso le radici in uno scambio simbiotico con il quale riescono anche ad aiutarsi a vicenda. Gli alberi che donano forza. Abbracciamo un giovane albero, già adulto però; ci riempirà di vigore e positività. Sarà in grado di assorbire il nostro eventuale malessere e sprigionare invece gioia in noi. Quelli ancora piccolini, lasciamoli crescere, non hanno ancora la possibilità di cullarci in un immaginario abbraccio. Gli alberi. Che formano il bosco, le foreste, così come tutte le parti del nostro organismo formano il corpo umano.

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Non sono messi a caso. Il Pino Silvestre ad esempio, si trova solo in determinate zone, altezze e soprattutto verso il centro della selva. Perché il Pino Silvestre ha le stesse funzioni del nostro polmone. E infatti, il nostro polmone è situato in una posizione relativamente centrale a noi, al nostro torace. Permette al bosco di respirare e più di altri, e più velocemente, trasforma l’anidride carbonica in ossigeno con la grande capacità di purificarlo e disinfettarlo. Compito esattamente opposto invece spetta al Brugo. Un alberello dalle dimensioni minori, talvolta chiamato addirittura arbusto che se ne sta, recintando, intorno alle altre piante. Sarà facile infatti notarlo a bordo strada. Perché il Brugo protegge. E come la nostra pelle, cerca di difenderci dai nemici che possono intaccare la parte più interna di noi. Lui che può. Lui che “non patisce niente”. Alberi austeri, imponenti. A volte invece bizzarri e simpatici dalle svariate forme. A volte addirittura sacri. E ne sono d’accordo. Sanno ascoltarvi. Può sembrare impossibile ma è così. Hanno un anima. Toccateli, accarezzateli, fatevi regalare un po’ della loro forza, vitalità e saggezza. Alberi che dominano. Che sovente, tutti insieme, scaturiscono quasi timore. Che attirano fulmini, proteggono dalle frane, ci fanno ombra. Diventano ottimi nascondigli per gli animali. Riescono persino ad attirare, e questo è riferito prevalentemente agli insetti, bestioline in grado di difenderli da agenti patogeni che potrebbero fargli del male. In cambio, elargiscono sostanze più che nutrienti e ripari per i loro aiutanti. Si rinnovano costantemente arrivando addirittura a far seccare quella parte che non serve più, ad eliminarla. Pur di rimanere vivi. Quasi eterni molti. Sono esseri viventi molto longevi. E amano vivere in serenità e armonia. Non sentono il nostro stesso tipo di dolore. Non hanno le nostre stesse cellule neuronali ma soffrono quando viene fatto loro del male. Soffrono in modo diverso ma è così. Rispettiamoli. Un mondo senza questi figli della terra, non sarebbe un mondo. Senza i loro fiori, senza i loro frutti. Organizzate una passeggiata sotto agli alberi e provate a condividere momenti con loro come non avete mai fatto. Pensate che, a lungo andare, possono anche insegnarvi ad avere la loro stessa sensibilità e mi riferisco ad una sensibilità di percezioni, di impressioni. A sentire non solo con le orecchie e a guardare non solo con gli occhi. Queste sono per me doti che fanno bene, di cui tutti abbiamo bisogno e gli alberi, ne sono i maestri migliori.

Storia del Gatto Contadino

Potete chiamarlo come vi pare: Minù, Fifì, Lulù, Micio, Ciccio, tanto lui arriva sempre. Passa le sue giornate in campagna a controllare che tutto funzioni per il meglio. E’ giunto nella campagna di Topononno già qualche tempo fa. Non gli piace stare in casa, lui è un gatto selvaggio, un gatto che – ‘a da puzzà – come si dice, pieno di entusiasmo e voglia di fare. SONY DSCControlla la disposizione delle verdure, osserva se i frutti maturano e si da sempre un gran da fare nei dintorni dell’orto. E’ sempre molto fiero del suo operato e passa senza sosta le ore a lavorare come un matto. SONY DSCTaglia la legna, riempie la carriola, annaffia, appende le pannocchie di mais per farle essiccare e darle poi alle amiche galline, si preoccupa di…. SONY DSCvabbè, si, ogni tanto di distrae un pò, però….. SONY DSCEhi! Allora! Sto dicendo a tutti che lavori sodo dal mattino alla sera! Che ci volete fare…. abbiate pazienza! Zueni d’ancoi!! (Giovani d’oggi!). Ogni tanto bisogna tirare un pò le redini. E come vi dicevo, con le galline va molto d’accordo, soprattutto quando si tratta di giocare con loro a nascondino tra i ciuffi di erba alta. Ecco si, preciso, lui va d’accordo con loro, non ho detto che loro vanno d’accordo con lui… Voglio dire, mica si accontenta di lucertole e topolini. – La campagna è mia e qui comando io! -, sembra dire imperativo. In realtà è molto buono, diffidente con chi non conosce ma il suo carattere è amorevole.SONY DSCSempre mezzo scorticato e con un occhio più chiuso dell’altro pare un brigante. Cosa non fa lo sa solo lui. Ma vi assicuro che fa anche tenerezza quando va a pisolare sotto al Nocciolo o all’ombra della Barbabietola. E quando ti guarda con quegli occhioni pigri che fanno immaginare la stanchezza provata. Eh si! La terra è bassa! Il lavoro in campagna è duro, si sa, ma lui sembra non essersi ancora pentito di aver fatto questa scelta e oggi, è pieno di amici e frutti della terra. SONY DSCAnche il cane Yuky è diventato suo grande compagno e insieme fanno persino la guardia. E questo è un micio che a me piace molto. Al di là del suo manto dai colori chiari e solari a seconda di come la luce lo accarezza, è uno di quei mici che non patisce niente. L’essere schizzinoso non sa certo cosa voglia dire. E dalla campagna può scendere giù fino al torrente. E vicino al torrente si sa, zanzare, girini, gerridi, ogni stagione è buona per divertirsi! SONY DSCCredete forse che patisca il contatto dell’acqua? Ma lui è un Cat-Marine! Probabilmente ha anche delle doti anfibie. Non patisce proprio nulla! Se ve lo dico! Vedete? Ha pure il campo di allenamento militare: il percorso di zucche che abilmente deve schivare e magari può usare come liane…. ovviamente. E nelle immagini di prima, in cui si rotolava a terra contento, mi dice che in realtà si stava allenando per la trincea! Mai pensar male di gatto contadino! SONY DSCOgni sua azione è stata ben ponderata prima! La campagna è sempre piena di nemici, bisogna stare all’erta e non calare mai la guardia. Dormiamo tutti sogni tranquilli da quando c’è lui, vigile, nel nostro territorio. Poteva forse mancare la sua presenza anche in questa mia tana virtuale? SONY DSCCertamente no. Felice di avervelo fatto conoscere cari topi. Non abbiate paura. E’ un buon gatto. E fa parte anche lui di questa larga, bella e buffa famiglia!SONY DSC Un bacione, alla prossima!

Non rubate a Topozia!

Quel giorno topozia era giù nell’orto dietro casa.

Era un afoso pomeriggio di luglio e il sole era appena sceso dando la possibilità di raccogliere gli ortaggi senza crepare di caldo.

La casa di topozia è cosiffatta: antica, coloniale; una bella facciata sul davanti, chiusa da un cancello grigio, e un’entrata principale che da su un piccolo cortile. Si gira intorno, si passa sotto un portico laterale e si arriva dietro, nella corte, alla campagna. E… chi girò dietro casa quel giorno, furono i Carabinieri.

Topozia stava rastrellando di fianco all’insalata facendo molta attenzione a non sciupare i teneri germogli. Con il vento della sera prima, parecchie foglie e alcuni fiori si erano staccati dal Glicine color lilla ed erano andati a posarsi sulla coltivazione. Alzò il capo lasciando la schiena curva verso le zolle.

I due gendarmi, vestiti di nero, le fecero prendere un coccolone. Si asciugò il sudore con la mano sporca di terra. Con l’altra mano, si appoggiò al manico del rastrello piantato al suolo cercando di far riposare il fisico.

Un piccolo paesino e tutti si conoscono.

Il Brigadiere la chiamò per nome parlando la sua stessa lingua; quante volte da bambino aveva giocato in quella campagna con mio padre, mentre, sua madre prendeva il caffè proprio con mia zia.

– I te intran in cà e ti mancu ti te ne acorzi? – (Ti entrano in casa e tu nemmeno te ne accorgi?) disse l’ufficiale alla mia anziana parente.

Topozia era perplessa “Ma cosa stà dicendo questo qua?”, “Ma chi è entrato in casa?”. In quel mentre, un altro Carabiniere raggiunse i due colleghi strattonando un ragazzino trasandato.

– Sono suoi questi? – chiese il giovane in divisa mostrando a mia zia un mucchio di piccoli oggettini gialli luccicanti. Topozia trasalì. L’anello di sua mamma, l’orologio del suo povero marito, collane, bracciali, medaglie, tutti i suoi ori preziosi. I suoi ricordi più grandi.

Per le persone anziane, questo è un gran valore. Quegli ori… ma come potevano essere in quel palmo? Quegli ori erano sempre stati nel portagioie. Cosa ci fanno qui? E poi i soldi, quei pochi contanti che chiunque tiene in casa, alla portata di tutti, per comprare la prima cosa che viene in mente, che occorre. Pochi si… ma suoi! Di topozia!

E quello sbarbatello non aveva l’espressione pentita. Il ladruncolo di monili e banconote pensava forse di avere anche ragione. Penso fu questo che fece scattare la molla selvaggia della sorella di mio nonno. Quell’aria strafottente, che tante volte gli ha fatto da scudo, che probabilmente ha dovuto imparare ad usare fin da piccolo, a zia però, non piacque. Imbracciato il rastrello, e aggrottato la fronte, la rotondetta signora, iniziò a suonargliele di santa ragione davanti alle forze dell’ordine e, il poverello, non poteva nemmeno ribellarsi sapendo di essere in pieno torto e davanti ai tre uomini. Subiva, borbottando, lo sfogo. E zia giù, con tutta la forza che aveva. 87 anni di vigore inviperito.

Uno sconosciuto si era permesso di entrare in casa sua e andare a rovistare per le sue stanze mentre lei lavorava la terra. Quelle mani avevano toccato le sue maniglie in ottone e, quelle scarpe, calpestato, piano, senza fare rumore, i suoi pavimenti. Il tutto, dopo aver scavalcato un cancello chiuso e aperto un portone, chiuso anch’esso, con due giri di chiave. Inaccettabile.

– Brutu disgrasiau che ti nu sei autru! Maladetu, sa te piu ca te ciapu ben a te ne daggu tante che pi’n pò ti te ghe pensi ben de vegnì a rumpe e cuje chie a ca mea!… Vergugnusu fiu de na bagaina!…. – (Brutto disgraziato che non sei altro! Maledetto, se ti prendo bene te ne do tante che per un po’ ci pensi a venire qui a rompere le balle a casa mia! Vergognoso figlio di una…. ehm… beh… questa non la traduco).

E giù botte da orbi. Inutile dire che un minimo sorriso, alle guardie, scappò, finchè il Brigadiere, alzando gli occhi al cielo, tentò di fermarla – Alè, basta adesso, un pò gliene hai dato! –

– Maresciallu, levaimelu vui da sottu a-e mae, perchè mi a nu me fermu! Pelandrun! – (Maresciallo (topozia da’ i gradi ai Carabinieri a casaccio) levatemelo voi da sotto le mani perchè io non mi fermo! Pelandrone!).

Insomma topi, datemi retta, non rubate a topozia!

Noi liguri… abbiamo carattere!

Squit!

M.

E l’ultima è Lucy

Non l’ultima arrivata ma, l’ultima che vi presento, per ora, amica fortunella di topononno. Sempre che topononno decida di fermarsi qui in quanto allevamento!

Lei è quella che stà meglio di tutti. Mangia in continuazione, si rotola nella campagna, rincorre i grilli e non ha paura di niente. E’ anche un pò incosciente a mio avviso. Prima fa e poi pensa.

Topononno l’ha presa da suo cugino perchè, di tutta la “nidiata”, era quella mal voluta da mamma gatta. La Signora Gatta la mandava via, la scalciava con le zampe e non le dava da mangiare. Prima hanno provato a farla crescere un po’. Dopo qualche giorno, l’hanno rimessa dalla genitrice che, nel mentre però, non era cambiata anzi, la trattava sempre peggio. E così, tra un “E dai topononno!” e un altro, ecco zampettare giù nell’orto un nuovo felino tutto per noi.

E lei se ne stà lì a ronfare e a giocare, mentre noi in campagna ci diamo un gran da fare a piantare e a raccogliere. Da come potete vedere, lei fa molta più fatica di noi! Mannaggia a lei!

Ma quei suoi occhi, color dell’ambra, quando ti guardano sono in grado di chiederti ogni cosa e di ottenerla anche ovviamente! E quel suo manto dalle mille sfumature. Quel pelo tigrato che assume mille colori e quelle zampette bianche. Come quattro calzette linde di bucato.

E che bello è guardarla addormentata sotto la fila delle pannocchie o a testa in giù a sbirciare qualche strano animaletto.

Il suo passatempo preferito però è nascondersi e porre gli agguati agli uccellini ma, fortunatamente, il suo tentativo fallisce sempre. E prima mangia lei sapete? Prima lei e poi Minuminu. Il famoso micio di qualche post fa, ve lo ricordate?

E Lucy lei… è proprio una femmina. Mentre lui spesso s’inciampa, o cade rotolando dai gradini, sbadato com’è, lei invece ha già una grazia intrinseca inimitabile.

Vive nella campagna più “impervia” ma è di un’eleganza incredibile comunque. E pensare che ha solo quasi cinque mesi. Ma non le manca l’esser buffa nemmeno a lei. Sì, quando chiama dalla finestra e sembra che faccia una serenata. Quando dal nocciolo le piomba qualche frutto in testa e lei si arrabbia e si spaventa, quando la preda riesce a scapparle.

Lucy, con la sua punta della coda rotta. Aveva due giorni quando nella cuccia, assieme ai fratellini e alla mamma, l’abbiamo trovata così. Con la coda ricurva, come stoccata.

Piccola, i baffetti le si sono sistemati solo adesso.

Adora topononno, non so cosa farebbe per una sua carezza e quando lui gliela dà non vuole più staccarsi. Qualche tempo fa ha anche imparato a fare il vino pur di star vicino a lui e, secondo me, un p0′ in cimbali lo era davvero con tutta quell’uva che si è respirata, perchè ha viaggiato a zig-zag per parecchio tempo.

Lucy, color del sole, spesso s’incanta a guardare l’ignoto. Un punto fisso che solo lei conosce e chissà a cosa pensa in quel momento e con quel suo naso all’insù.

Lucy, così piccina che ora ha imparato ad essere affettuosa e a fidarsi.

Lucy, ti faccio un grattino sotto il mento come ti piace tanto, cresci sana e mangia tutto.

Un baciotto!

M.

La bella Miss

Lei non la conoscete ancora. Oggi ve la presento e vi parlerò un pò della sua particolare esistenza.

Innanzi tutto, il suo nome è Miss (omonima della mia cara amica Miss Fletcher!) ed è un’altra appartenente alla famiglia della mia amica Niky. L’avevate già capito immagino.

Miss è una tigratina normalissima, con un bel manto bianco e marrone striato di grigio.

I suoi occhi sono gialli, con sfumature verde chiaro, e come tutte le micie, sa di essere molto bella e affascinante.

La sua storia è una storia particolare, quasi una favola:
Tutto inizia quando Niky, non aveva più gatti in casa. Le mancava tantissimo il suo Biso, un micio stupendo che purtroppo oggi non c’è più. Il topomarito di Niky non voleva più felini nella tana, aveva visto la mia amica soffrire troppo per il gatto scomparso e non voleva più vederla in quello stato. Ma, ogni sera, prima di addormentarsi si accorgeva che lei era triste, molto triste… Una sera poi, tornando a casa, una splendida sorpresa però stava per rendere felice Niky come mai avrebbe creduto. Il suo topomarito, proprio lui, aveva trovato due piccolissime gattine abbandonate vicino alla campagna di suo papà e le aveva portate da lei! Sapeva di portarle nel posto giusto. Una gioia infinita! Le lacrime di commozione impedivano alla mia amica di vedere quelle due meraviglie. Non poteva crederci! Immediatamente le riempì di coccole, baci e carezze e decise di chiamarle Miss e Lady. Erano due sorelline stupende pronte a ricevere la gioia di Niky. Durante la notte però Miss iniziò a dare segni di difficoltà motorie. Lady sembrava star bene ma la piccola Miss aveva qualche problema. Il veterinario venne contattato immediatamente e con entrambe in braccio, Niky, lo raggiunse di corsa. Il dottore le spiegò che erano state tolte troppo presto alle cure materne e ormai da tanto, troppo tempo! Chissà da quant’erano in quella campagna a soffrire. Flebo e cure urgentemente. Miss si riprese velocemente ma, al contrario della sorella, nel frattempo Lady, inizia a star male e purtroppo li abbandona. Nemmeno il dottore riuscì a salvarla. Il suo star bene era solo un’apparenza in realtà. Miss passa alcuni giorni attaccata alla flebo ed al caldo di una lampada speciale senza potersi muovere ma, dopo una settimana, è potuta tornare a casa con i suoi nuovi padroncini, perfettamente guarita! Il veterinario dice che è fuori pericolo. Ce l’hanno fatta. Pochi giorni dopo il marito di Niky subisce un piccolo intervento chirurgico e trascorre le sue giornate a casa. Che periodo sfortunato tra lui e la micia! Con Miss si instaura però un rapporto speciale, entrambi convalescenti si facevano compagnia a vicenda e guardavano la tv dal letto aspettando il ritorno della mia amica dal lavoro e, ancora oggi, quel rapporto è solido e amorevole“. Fine della storia. Vi è piaciuta?

Era il novembre del 2005 quando è entrata a far parte di questa speciale famiglia e oggi è ancora lì, con loro, felice più che mai. E che rapporto stupendo è nato poi con Trudy! Il Re della famiglia, ve lo ricordate? Sono sempre insieme come fratello e sorella.

Miss è una gatta molto buona e molto affettuosa, sa tenere compagnia e con la sua dolcezza regala un mondo d’amore a chi, quando ne ha avuto bisogno, le ha donato tutto il suo tempo e le sue cure.

Sempre attenta a ciò che accade intorno a lei, si sente come in dovere di proteggere il suo luogo e le persone che vivono con lei. E seppur non è coraggiosissima, questo lato del suo carattere è ammirevole.

Un grande bacione Miss, te lo meriti proprio, sei bellissima.

M.

Le Albicocche di topononno

Premetto che le splendide Albicocche che vedete in queste immagini non sono di Topononno ma sono della mia cara Niky.

Niky ha delle Albicocche squisite e bellissime, il loro profumo si sente anche solo passeggiando in campagna. Ma… allora – Topononno con le Albicocche cosa c’entra? – direte voi.

C’entra perchè voglio raccontarvi una storia, una storia vera. E, per farlo, ho “rubato” queste splendide immagini della mia socia contadina.

Topononno ha 93 anni. 93, non 50, o 60, 0 70. 93. Ebbene, Topononno ha un orto, un bell’orto grande, nel quale coltiva tante verdure e tanti alberi da frutto, tranne però, le Albicocche.

Topononno fino a qualche anno fa, aveva e coltivava tantissime campagne, è sempre stato un grande contadino ma, ultimamente, ha dovuto venderle perchè non riusciva davvero più a starci dietro. Il lavoro nei campi è duro sapete? E alla sua età, tutto gli pesa.

Ebbene, Topononno, da che son bambina, mi ha sempre piantato tutto quello che sapeva che adoravo: i Fichi, le Pesche, le Fragole, il Basilico, le Pannocchie di Mais, gli Asparagi, tutto insomma. Addirittura mi faceva il vino adatto a me. Il vino di Uva-Fragola, quell’uvetta dolce e zuccherina della quale ne coltivava un filare di dieci piante solo per me.

– U ghe fa’ ben! – (gli fa bene) diceva. Insomma, questi vizi me li ha sempre dati. Il pensare di potermi sfamare senza conservanti ne’ coloranti, lo faceva andare fiero. Diceva che era meglio un bicchiere di vino che qualche schifezza. E il suo, credetemi, non era vino, era succo d’uva.

Ora, c’è più poco. I Fichi sono quelli selvatici, le Fragole non ci sono più e quel filare di Uva è seccato. Topononno è stanco. E’ un dolore al cuore ma è così.

Bhè, un mese fa circa, sono andata a trovarlo. Purtroppo abitiamo distanti e non posso vederlo tutti i giorni. Vado giù nell’orto. Quel “mio” orto che racchiude i sogni e i ricordi di quando ero bambina. C’è ancora l’albero di Mandarini al quale Topononno attaccava il foglio di carta e mi faceva sparare con il fucile a pallini. Ah! Noi topi sportivi. Diventiamo grandi in modo alquanto spartano.

C’è ancora il filare. Ormai vuoto. Solo qualche raspo mummificato è ancora lì.

io: – Uh nonno! Da quando hai le albicocche? Che buone! –

nonno: – Ah! Ah! Ah! I nu sun miscimì cirilla! I sun perseghi, ti nu cunusci ciù i perseghi?! – (Ah! Ah! Ah! Non sono albicocche cirilla! Sono pesche, non conosci più le pesche?!)

io: – Ma sono piccolissime! Che razza di pesche sono? –

nonno: – Eh! I sun cuscì, i l’averan patiu a sè – (Eh! Sono così, avranno patito la sete)

io: – Sarà, ma son pesche davvero strane –

E gli tiro un baffo. Topononno ha i baffi che, in punta, svirgolano all’insù.

io: – E quindi Albicocche non ne hai? Che peccato! –

nonno: – Ti gai e fighe! Ti gai i perseghi! Ti gai e susene! Ti gai e ciresce! I nu te bastan? – (Hai i fichi, le pesche, le susine, le ciliegie! Non ti bastano?)

Io faccio una smorfia e gli dico che, a luglio, potrebbe anche evitare di mettersi la canottiera di lana. Lui dice che gli blocca il sudore contro la pelle e così sta più al fresco. (Ognuno ha le sue teorie topi ma è arrivato a 93 anni e quindi sto zitta).

Un pò risentito del fatto che gli avevo detto che mi piacevano le Albicocche, risale in casa e pretende che lo ascolto (più che volentieri) nei racconti di quando era giovane.

Con nonno parlo sempre della sua gioventù.

Dopo qualche giorno mi squilla il cellulare. E’ Topopapà, il figlio di Topononno – Pigmy, cosa fai sabato? -, – Mmmmmh…. non lo so papà, sono abbastanza impegnata in questo periodo ma…. perchè? -, – Niente, dice nonno se andiamo a trovarlo -, – Cavoli mi piacerebbe ma non so…. ma perchè, è forse successo qualcosa? -, – Ti ha piantato un albero di Albicocche, voleva fartelo vedere -, – Vengo papà. Dì a nonno che vengo -.

Questo è il mio Topononno.

M.

Il Pepe “speperizzato”

Quando ho chiesto a Niky, tanto tempo fa, dove aveva trovato il suo tesoro, Pepe, il bellissimo gattone tutto nero che vedete nelle immagini, queste furono esattamente le sue parole:

 Allora, l’ho trovato casualmente, una sera d’estate. Dopo il lavoro ho raggiunto i miei e topomarito in campagna come ogni sera, in quel periodo. Ero impegnata nella ‘raccolta delle uova’ ed ho sentito, lontana ma fortissima, una vocina stridula. Sono corsa verso l’uliveto incolto dei vicini, da cui provenivano le grida, e ho visto un ‘ratin’ (che nella nostra lingua è un topolino, anche se stava parlando di un micetto), nero e magro che però non si è lasciato avvicinare. Gli ho subito portato del cibo, mi sono allontanata e l’ho guardato da lontano mangiare con ingordigia. Per quattro sere consecutive si è ripetuta la stessa cosa. La quinta sera, il colpo di scena, mentre stava mangiando, l’ho visto accasciarsi sulla ciotola, senza forze. Sono corsa da lui ed ho trovato di fronte a me una cosa terribile. La sua coda era completamente distrutta. Pelo e carne viva mescolati su quello che rimaneva di un codino spezzato, e dalla carne, fuoriuscivano larve e vermi… era in cancrena! L’ho portato d’urgenza dal veterinario… radiografia, ed infine, l’unica cosa da fare… l’amputazione“.

E infatti, topi cari, anche Pepe, come Blue, ma per diversi motivi, è senza coda.

Noi, di animali normali, non ne vogliamo.

Ma vi sembra che per il bel Pepe questo sia un problema? Oh no! A parte il fatto che è bellissimo ugualmente con quel manto nero e quegli occhi che cambiano colore fino a diventare come l’oro, è anche un gran giocherellone. Ha un pò paura delle persone che non conosce ma con i suoi tanti “fratelli” va molto d’accordo. In ultimo Miele, è quello che lo tiene più vivo di tutti! Insieme fanno la lotta, senza unghie, senza farsi male.

E’ in questi momenti che usiamo dire “viene speperizzato”, perchè ovviamente, ad avere sempre la meglio, è il cucciolotto, ultimo arrivato. Pepe è troppo buono. E’ un gattone molto, molto affettuoso e anche paziente. Accetta di buon grado ogni nuovo arrivo nella grande famiglia e passa le sue giornate, quando può, a sonnecchiare all’ombra nella splendida campagna. Una campagna che lui adora e vive più che può.

Accetta il calduccio casalingo infatti, solo nelle più fredde sere invernali, per tutto il resto dell’anno, non ci pensa minimamente a stare rintanato in casina. Lui deve scorrazzare, rincorrere le lucertole, i topolini (vacci piano Pepe per favore!), le farfalline. Deve prendere il sole, mangiare l’erba, rotolarsi per le fascie. E si, ha sempre un gran da fare. Guardate che aria furba che ha! Sembra quasi che se la tira, invece, potete credermi, è buono e semplice come il pane! E’ solo che non ama molto essere intervistato! Ma a me a fatto piacere presentarvelo.

Un altro amico che deve ringraziare il buon cuore di Niky, e Niky ringrazierà sicuramente lui per le bellissime giornate che le fa sempre trascorrere.

Miao Pepe, anzi Squit!

M.

I fiorellini Succhia-Succhia

Conoscete il nome di questi fiori? Io no. Nel senso che non riesco a trovare il loro nome scientifico. Posso solo dirvi che mi pare appartengano alla famiglia del Trifoglio.

Noi però, nella Valle Argentina, un nome ce l’abbiamo dato eccome! Li chiamiamo i “succhia-succhia” o “i fiori di Limone”. Se questi nomi vi sembrano strani, ve ne spiego subito il motivo.

Dovete sapere che, fin da bambini, ma anche ora che siamo adulti non ci dispiacciono, li raccogliamo e ne succhiamo letteralmente tutto il gambo. Il loro sapore è dapprima dolciastro per divenire poi aspro come quello del Limone. Ma che buono! Quante scorpacciate di questi fiori topi!

Ovviamente bisogna saperli cogliere nel senso che non è bene mettere in bocca questi fiori se sono nati dove i cagnolini giornalmente possono farci la pipì sopra ma, verso la campagna, nelle zone meno trafficate potete star tranquilli che nessuno li ha contaminati.

Scartate solo la parte del fiore, quella non è particolarmente buona, non sa di niente ma… si può usare per cucinare o decorare i piatti.

Ogni primavera, quando sbocciano, quanti ricordi della mia infanzia topini. E voi? Anche voi li conoscete? Anche voi avete un fiore particolarmente buono da assaggiare? E si, noi topini mangiamo davvero di tutto.

Tra l’altro, nei miei luoghi, di questo particolare fiore, così giallo vivo, ce ne sono distese intere e infinite. Nasce ovunque, addirittura nei vasi delle piante sui terrazzi, ma non si trova ad elevate altitudini.

E’ un periodo, questo della Primavera, nel quale di certo non moriremo di fame!

Questo vivace fiore inoltre è anche molto bello. Propone delicatezza e, il colore caldo dei suoi petali, spicca sulla tinta verde acido dello stelo.

Che altro dirvi topi, buona scorpacciata! E se per caso trovate il loro vero nome fatemelo sapere, grazie mille, la vostra Pigmy.

P.S.= Con il tempo ho imparato che questo fiore si chiama Acetosella Gialla e il merito è anche vostro miei affezionati lettori! Grazie!

M.

Una passeggiata a Bosco

Sì, non nel bosco, ma a Bosco.

Bosco è un piccolo paese che conta una ventina di anime. È una frazione di Casanova Lerrone. Oggi andiamo un po’ più verso Levante, in provincia di Savona. Siamo vicini a Ortovero, a due passi da Albenga. Bosco, dalla cima della sua collina, domina su tutta la valle. Circondato da tantissimi ulivi, rimane proprio davanti ad un bosco e la tranquillità che si respira tutto intorno è unica.

Siamo a 320 metri sul livello del mare e siamo sul versante sinistro del torrente Lerrone, che dà il nome anche all’omonima valle.

Il paese, come tutte le altre piccole frazioni dei dintorni,  basa la sua economia su olio e vino, insieme alla coltivazione di ortaggi e frutta come pesche e susine.

Ad accoglierci è una Madonna,”custode e regina del luogo” come indica la targa in marmo sull’edicola votiva.

A Bosco la vita scorre tranquilla.

Gli abitanti, per lo più contadini, svolgono le loro attività e c’è anche chi ha deciso di aprire un agriturismo e una fattoria didattica nella quale gli animali – capre, asini, pavoni, tacchini e galline – sono mantenuti divinamente. Si vogliono mettere anche in posa per fare le foto e guardate come sono belli! I capretti di 40 giorni, appena svezzati, hanno il pelo candido, le loro corna, poi, sono davvero simpatiche. Bambi e Fiocco, così sono stati battezzati i due fratellini, saltellano come trottole e ancora cercano la mamma. Le capre sono più di una ventina e ognuna ha un nome. Mentre saliamo in paese per arrivare fino all’agriturismo che si chiama “Pè pasciun” (letteralmente, per passione), incontriamo Bim Bum Bam, un simpatico micio di tre mesi che non si stacca da noi. Non vuole sapere di essere fotografato,  per cui accontentatevi del suo lato posteriore e credetemi sulla parola se vi dico che era affettuosissimo e aveva un pelo che pareva cotone, grigio con sfumature quasi rosa.

Nella mia valle, quando al mattino ci sono circa 5°/6°, a Bosco ce ne sono sempre 3 o 4 di meno, fa un po’ più freddo e, respirando, si sente l’aria gelida e pura che entra nei polmoni. L’acqua, però, in questa zona è buonissima e lo si capisce anche dal pane che viene fatto e dalle verdure, che hanno un sapore squisito.

Ci sono ancora tante cose, qui a Bosco, rimaste come un tempo. L’insegna del telefono è vecchia, come anni fa, e mi riporta alla memoria di quand’ero ragazzina, quando ancora si usavano i telefoni con i gettoni nei bar o nelle cabine. In alcuni scorci, bellissime piante rampicanti avvolgono i muri, alcuni appartenenti a vecchie dimore, altri ruderi che rendono questo posticino antico, quasi medioevale. Anch’esso, come la maggior parte dei paesi della mia valle, dal 1250 è appartenuto alla Repubblica di Genova per divenire, poi, della Repubblica Ligure prima dell’800, dopo che Napoleone Bonaparte occupò questi luoghi durante la dominazione francese.

Per essere un borgo molto piccolo, ha ben due chiese, una delle quali, la principale, ha un campanile particolare molto appuntito. Altissimo, svetta sopra ogni cosa e il suo orologio è indietro di mezz’ora, che cosa bizzarra. Davanti al portone principale, inoltre, c’è un bassorilievo rappresentante un santo e un angelo che assume differenti espressioni a seconda di come lo guardiamo. Nell’aria riecheggia ovunque il ronzio delle motoseghe, ma udiamo anche colpi d’accetta: la gente fa la legna da sé, i termosifoni sono un lusso che pochi  possiedono e, in cielo, vola fumo dai camini, profuma di buono.

Il sabato e la domenica si passano così: a fare cataste, a raccogliere rametti per accendere il fuoco o a costruirsi quella parte di muro crollata o inesistente. E per loro sono giorni di festa.

La gita è stata bellissima, abbiamo passeggiato con i nostri cani giù per un sentiero fino al torrente e abbiamo potuto notare la presenza di volpi e tanti altri animali.

Per vivere qui ci vuole passione. Non direi coraggio, passione, è questo il termine giusto. Scordiamoci il servizio del bus o altre comodità e, per chi lavora nelle città come Alassio o Albenga, si tratta di doversi mettere in auto tutte le mattine per raggiungerle (spalando neve in inverno), per loro è come andare in una metropoli.

Quando poi, però, alla sera rientrano nelle loro tane, niente è più pacifico. Queste sono per la maggior parte in pietra e ognuna ha il proprio orticello. Nessuno, qui a Bosco, compra al mercato i doni della terra! Non ci sono ville né castelli, tutte case modeste, ma belle e fatte a mano da chi ci vive, dai padri che si sono fatti aiutare dai figli o dagli amici del paese.

Ci ritornerò, mi sono davvero divertita un mondo. É bello camminare in posti come questo, quindi, seguitemi sempre perché vi ci porterò.

Uno squit a tutti.

Pigmy

M.