Neve e poi sole – dal Passo di Collardente al Colle del Garezzo

La mia Valle è bella anche per questo. Come succede in diversi luoghi, in alcuni punti della Valle Argentina, il sole e la neve fanno a gara per vedere chi arriva prima.

Solitamente la Bianca Signora ha la meglio davanti a Cavalier Sole, che prima la lascia scendere in candidi fiocchi assieme a Messer Vento, e poi arriva lui per renderla ancora più brillante.

Per questo, oggi, vi racconto di un clima davvero particolare che ho vissuto durante una splendida giornata di metà aprile. In primavera quindi!

In montagna, certi avvenimenti climatici accadono spesso, ma la primavera porta sempre a pensare a un tempo mite. Inoltre, sono bastati duecento metri di passeggiata per cambiare tutto.

Mi trovavo al Passo della Guardia e andando verso Collardente la fredda neve mi pungeva il viso, andando verso il Garezzo un sole caldo, invece, ritemprava. Ho persino visto nevicare col sole. Uno spettacolo bellissimo. Come luccicavano quei fiocchi contro la luce solare!

Tre Passi, in fila, uno accanto all’altro, uno più bello dell’altro.

Passo della Guardia era l’ago della bilancia. Alla sua destra, a Passo Collardente, era inverno. Alla sua sinistra, a Passo del Garezzo, era estate.

Da una parte ero imbacuccata come un eschimese, dall’altra in maglietta.

E che natura splendida si mostra a me che cerco di osservare tutto quello che mi circonda.

Di qua, mentre gli occhi si posano sul Passo della Nocciola laggiù in fondo, sulle case della Columbera e sulla Caserma di Vesignana, bacche di Rosa Canina e Helleborus foetidus se ne stanno spenti, con poca vita ed esuberanza, accettando quelle stille ghiacciate.

Una piccola Cinciarella squote le sue piume e spruzza gocce sugli aghi di pino mentre una bruma abbastanza spessa le permette di confondersi tra i rami.

Sulla strada, la precedente neve non è ancora stata calpestata e si possono vedere impronte di ungulati (così vi faccio vedere che me ne intendo). Probabilmente un Capriolo.

Un pezzo l’ho percorso, ora è il caso ch’io mi vada a riscaldare verso il Garezzo e le case dei pastori.

Qui la temperatura cambia. Tutto è bianco, ma posso spogliarmi. Alcune slavine sono presenti e rendono più difficoltoso il passaggio.

Il paesaggio è reso ancora più suggestivo dalla presenza di alcuni Camosci che si rincorrono sulla neve o stanno fermi in gruppo. Anche alcuni rapaci arricchiscono il cielo, terso di tanto in tanto, o passaggio di nuvole che viaggiano veloci.

I sentieri limitrofi non si vedono, sono coperti dalla neve che lentamente si scioglie sotto il calore dei raggi e il rumore del gocciolio accompagna la mia passeggiata.

In certi punti non si può proprio passare, occorre attendere la bella stagione ma gli occhi e il cuore sono comunque appagati da una vista spettacolare e una natura incontaminata, mozzafiato.

Facendo ritorno al Passo della Guardia non posso non rimanere incantata da Sua Maestà Rocca Barbone, sempre lì, austera, placida, dalla falesia severa che ospita nidi di uccelli affascinanti.

Penso sia meraviglioso vedere i propri luoghi nelle varie stagioni. I loro cambiamenti offrono ogni volta un palcoscenico diverso e anche l’atmosfera cambia, così come il proprio sentire.

Ogni volta è come se fosse una nuova esperienza, un luogo incantato nel quale non si è mai stati, nonostante in realtà si conoscano a memoria quelle bellezze.

Che sensazioni incredibili. E con l’animo leggero faccio ritorno in tana.

Un bacio quattrostagioni a voi!

Una Valle e casette di pietra sparse qua e là

Tutte assieme a formare un piccolo borgo oppure in solitaria, sotto la neve o sotto il sole sono sempre lì. Da anni, da molti anni.

Sono tante, tantissime le casette in pietra sparse per la Valle Argentina, la mia splendida Valle.

“Casette” è un termine banale e generico con il quale, simpaticamente, si indica una qualsiasi costruzione, ma in realtà i tempi antichi che ci hanno preceduto raccontano di queste strutture definendole precisamente per ciò che erano. Eh sì, topi, ognuna di loro nasceva per uno scopo e la sua costruzione veniva collocata in una determinata posizione strategica in base allo scopo stesso.
Abbiamo quelle che servivano proprio da tana, ossia dimore degli umani.
Dimore per tutto l’anno o soltanto per il periodo estivo, come nel caso dei pastori che usufruivano di queste case in estate, quando si spostavano con il loro bestiame verso i pascoli e le malghe incontaminate ad alta quota.
Abbiamo le selle e le caselle, che venivano utilizzate per mantenere le provviste al riparo da animali e agenti atmosferici; molto utili a pastori, agricoltori e taglialegna e, oltre a ricovero di attrezzi e alimenti, offrivano riparo e riposo agli uomini stessi prima che potessero scendere in paese.
Abbiamo strutture religiose, a volte semplici santuari eretti nel bel mezzo di un bosco, dove il culto religioso abbondava e, ogni momento, ogni luogo, poteva essere considerato una valida stazione dove pregare, rendere grazie e chiedere miracoli e protezione.
Abbiamo stalle e rifugi, principalmente dedicati al bestiame che doveva essere protetto perché grande mezzo di sostentamento per l’uomo.
E ancora mulini, polveriere, cascine, guardiole, bastioni, edicole.
Abbiamo ogni cosa e ogni casa.
Di molte, rimane solo più il ricordo o cumuli di massi, di altre ne possiamo ancora oggi vedere la perfezione e la bellezza.
Certe sono adesso solo ruderi che ancora raccontano una storia passata, certe vengono ristrutturate e rese bellissime come le dimore di una fiaba, ma tutte loro ci parlano, se si sanno ascoltare.
In una Valle che ha molto legname da offrire e molta pietra (principalmente ardesia e arenaria) ecco come i suoi doni venivano usati dall’uomo.
Alcune si trovano in luoghi davvero impervi e risulta incomprensibile capire come si potesse stare lì o con quale fatica, visto il territorio circostante, si siano potute costruire.
In effetti, dietro a ognuna di esse vive una lunga storia di incredibile impegno e duro lavoro che come protagonisti vede l’uomo, ma anche gli animali come gli asini che servivano a trasportare pesanti sacchi pieni di sassi su per ripidi sentieri poco battuti.
Ogni volta che, passeggiando per la natura, ne incontro una mi scappa un sorriso.
Qui son rimaste solo le basi, qui invece si notano ancora le divisioni interne, qui… qui ci abitano, andiamo via per non disturbare.
I massi principali di quelle abbandonate sono divenuti un tutt’uno con la natura, dove, muschio e roveti hanno inglobato ciò che ritenevano di loro proprietà, coagulandolo con essi.
Penso che un gigante possa vederle come piccole pietre preziose incastonate nei monti, sparse qua e là, ad arricchire un ambiente perfetto e meraviglioso.
Attraverso di esse, completamente realizzate con materiali naturali, si percepisce la bellezza dell’essere umano e del suo vivere la natura in totale rispetto con essa.
Dopo questo, cari topi, non mi resta che regalarvi un bacio dal sapore antico e aspettarvi per il prossimo articolo.

E “messe in mustra” de Baäucu

Sono tante, tantissime topi e vi avviso subito che non le ho nemmeno fotografate tutte. Sono numerosissime e poi comunque non posso farvele vedere tutte io, dovete andarvele a godere dal vivo perché meritano tantissimo!

Ce n’è di tutti i tipi possibili e immaginabili e… Oh! Ma che sbadata! Non vi ho detto di cosa sto parlando! Scusate, mi sono fatta prendere da tanto fascino, tanta bellezza e soprattutto tanta bravura.

Ebbene, sto parlando delle stupende opere d’arte che si trovano in bella mostra per le vie e i carruggi di Baäucu (Badalucco). E sono una più bella dell’altra.

Dopo avervi presentato Piazza Etra, un intimo luogo di questo paese dove l’arte pura trionfa (se ve lo siete perso, potete cliccare qui) non posso non farvi osservare altre carinerie artistiche. Venite insieme a me, che ne vediamo qualcuna.

Badalucco è uno degli abitati più grandi della Valle Argentina e ha un centro storico ampio e ricco. Oggi, o meglio, da qualche anno, ricco anche di queste bellezze che si possono trovare appese, in quanto creazioni di argilla, o vetro, o porcellana, oppure dipinte direttamente sui muri.

Vogliono essere soltanto ammirate, ma a volte svolgono anche un ruolo importante, come quello di indicare la Bottega Artigiana che le realizza. E da qui si capisce bene come, in questo borgo, si possano anche visitare laboratori o centri nei quali si lavorano i materiali come una volta.

Tutte insieme, rendono questo dedalo di vie intricate davvero suggestivo e incantevole. E variopinto, anche! Dove neanche il sole osa entrare e i carruggi appaiono bui e sinistri, ci pensano loro a mettere allegria con i loro colori e le loro forme.

Guardate, guardate: non sono splendide? In vari stili e per tutti i gusti. Dall’astrattismo al realismo. Certe sono firmate riportando il nome dell’autore.

Alcune costruzioni sono completamente dipinte, o lo è una gran parte di esse, e su diverse pareti si possono leggere anche scritte che sanno di bello, di pace e di speranza.

Gli occhi si spalancano dietro ogni angolo e, dopo un po’ che si cammina, viene spontaneo aspettarsi la sorpresa… che non manca. Non ci sono zone prive di queste bellezze – messe in mustra – (messe in mostra).

Insomma, girovagando di qua e di là per questo bel borgo, non ci si annoia di certo, che siate patiti di arte o meno. Pure i piccoli topini, noto, rimangono estasiati e sorpresi e giocano a chi trova la prossima per primo.

Il centro storico, così antico e scuro, appare più allegro e certamente curato in modo migliore. Dove la luce, come ho già detto, non scalda e non illumina, ci pensano i colori e la dedizione che traspare da queste realizzazioni ad abbracciare affettuosamente il passante.

Splendidi trampolini per lanciarsi e tuffarsi appieno nella fantasia. Sì, perché da una soltanto di queste opere si può iniziare a viaggiare con l’immaginazione verso mondi sconosciuti che sanno di arcobaleno.

Ecco come rendere una semplice passeggiata tra carruggi in una camminata indimenticabile per le vie di un borgo. E già li sento i fuestei (turisti) una volta tornati a casa – Come si chiamava quel paese che abbiamo visitato pieno di opere d’arte per le vie?

Si chiamava Badalucco. Si chiama Badalucco!

Un bacio artistico a voi, topi!

Una gita a Moneghetti

Quando vi parlai del paese di Perallo in questo post “Perallo, il borgo che ama raccontare” vi dissi che costituiva centro abitato insieme ad altre minuscole frazioni nei suoi dintorni. Una di queste si chiama Moneghetti e oggi vi ci porto, perché merita anch’essa d’essere visitata.

Questo piccolo gioiellino della mia Valle, meno conosciuto, si trova vicino a Molini di Triora. Giunti al campo sportivo di Molini, anziché entrare nel paese, si continua verso sinistra per la strada che porta a San Giovanni dei Prati e a Colle Melosa. Dopo aver percorso qualche metro, circondati dal verde più verde che c’è, per una strada asfaltata e ombrosa che propone anche un incontro con qualche asino, ecco sulla sinistra la deviazione, ben indicata, che porta a Moneghetti.

Si tratta di una strada breve, bella da percorrere a piedi, anche se in leggera salita, godendo del fresco che offre e ascoltando i rumori del torrente sotto strada e della vispa natura.

Le case che compongono questo posto si possono contare sulle dita di una mano e la pace è totale e indiscussa. Alcune dimore sono ruderi in pietra che riportano indietro nel tempo, altre, ristrutturate e più abitabili.

Appena giunta in questa località, mi hanno colpito le cataste di legna e quelle dei grandi tronchi pronti per essere tagliati.

Siamo solo a mezzora dal mare, ma qui fa più freddo che sulla costa e la stufa si accende sempre volentieri… anche per cucinare.

Sì, perché qui si vive ancora come una volta e nell’aria si respirano sovente profumi di corteccia o di pane che escono dai comignoli.

A confidarlo sono le case stesse, dall’impronta assai graziosa, fiabesca e antica. Balconi, fiori, panni stesi, colori, pietra, legno… tutto ci regala un’atmosfera senz’altro particolare.

Moneghetti è un’apertura nel bosco dove acacie, castagni e noccioli fanno festa tutto intorno.

La fitta vegetazione permette agli animali che popolano la macchia di sentirsi protetti e al sicuro pertanto non sarà difficile vederli o sentirne i versi e i fruscii.

I monti che ci circondano aprono il cuore con la loro verde bellezza che si staglia contro il cielo azzurro e su alcuni si possono riconoscere paesi più conosciuti e grandi come Triora.

Lo stupore si accende ulteriormente quando sopra una porta, una vecchia insegna  indica che qui c’era addirittura un’osteria. “Osteria Faraldi”. È proprio vero. Osteria, Tabaccaio, Albergo, Scuola… un tempo in queste frazioni non mancava nulla. Sfido io! Erano ben 600 gli abitanti che le vivevano! Oggi non è più così ed è bellissimo arrivare qui e percepire la vita. Come un ritorno.

Gli occhi che incontri ti scrutano. Risulti uno straniero. Non posso fotografare molto le loro abitazioni. Sono restii. Tra di essi sono come un’unica famiglia, un meraviglioso concetto da difendere, ma basterà far capire loro che si è alla buona e si ammira quel luogo con sguardi interessati per essere accolti e apprezzati con gioia e interesse.

Senza approfittare mai della loro ospitalità.

Moneghetti appartiene al Comune di Molini di Triora e, come lui, si trova a circa 460 mt s.l.m. Un tempo qui si coltivava e la merce si portava a vendere fin giù a Taggia. Oggi è un piccolo paradiso per chi cerca relax e natura.

Mi auguro vi sia piaciuto topini. Squit!

Perallo, il borgo che ama raccontare

È una strada ombrosa, quella che ci porta nel minuscolo borgo di Perallo.

E’ breve, in salita e in mezzo alla macchia, anche se asfaltata.

Passa sotto a castagni e acacie, donando frescura e mostrando campanule e margherite.

Le rocce sono ricoperte da muschio proprio a causa dell’umidità offerta dal fiabesco sottobosco e da un’acqua fresca che scende veloce in un canale, passando anche per la piccola fontana di Riella.

Il borgo di Perallo è poco conosciuto, pur facendo paese assieme a Moneghetti e ad altre frazioni sparse qua e là. Oggi ci vivono solo due abitanti, il signor Augusto e sua moglie Anna, ma un tempo erano ben 600 le persone che popolavano questi luoghi.

C’era la scuola, l’Osteria, il Tabaccaio… tutto quello che poteva servire in un vero paese, insomma.

Ogni weekend, la gentilissima signora Mirella diventa il terzo abitante e, soprattutto nel periodo estivo, parenti e amici salgono in Valle a rilassarsi in queste meravigliose zone e partecipando alle diverse sagre nei dintorni.

Perallo si apre ai margini del bosco, regalando una vista mozzafiato su Andagna, Molini e Triora. Visti da qui hanno il loro fascino, così come ne ha il luogo in cui mi trovo. Perallo è un gioiellino, con le sue viuzze strette e i suoi carruggi nei quali il sole non riesce a penetrare.

In alcuni angoli, infatti, le mucillagini ricoprono come un morbido tappeto scalini, rocce e pareti, ma nelle zone più aperte ad accogliere i raggi della Stella Madre lo sguardo può ricevere i colori di piante e fiori.

Qualche micio assonnato dalla calura estiva apre un occhio e mi guarda come a dire “De chi ti sei a fia tü?” (di chi sei la figlia?), come a valutare se mi conosce o, altrimenti, che caspita ci faccia io lì.

Un piccolo piazzale, davanti alla chiesa dedicata alla Madonna di Laghet, permette di sedersi su ceppi di castagno e ammirare il panorama godendo del riparo degli Ippocastani.

A uno di essi è appesa un’altalena e qui, un tempo, aveva vita la scuola nella quale molti bambini prendevano lezioni dalla maestra e dal parroco che, anni addietro, si prestava a svolgere diverse mansioni.

Ora la scuola è un edificio che, attraverso le targhe e le lapidi inchiodate alle sue pareti, racconta di personaggi che hanno dato vita a Perallo.

Oggi questa borgata vive ancora attraverso le sue ambientazioni e i tanti racconti delle tre persone che ho avuto il piacere di conoscere.

Mi hanno confidato memorie e permesso di visitare l’interno della chiesa che vi mostrerò in un prossimo articolo.

C’è tanto da dire su di essa. La signora Mirella mi accompagna a vedere il camposanto e l’adiacente chiesetta di San Giuseppe, risalente al 1929.

È tutto in miniatura. Molte lapidi sono vecchissime, mentre la chiesetta mostra al suo interno l’altare dedicato al santo e sfoggia un pavimento in ardesia lavorato a mattonelle esagonali nere e grigio perla. E’ ben tenuta ed è stata restaurata recentemente. Pensate: è più piccola di una camera da letto, molto intima e raccolta. Davvero carina!

Il breve sentiero che ci riporta al paese è praticato da gazze che schiamazzano allegre e da qui posso vedere altri scorci di Perallo.

Case e casette tutte attaccate, vicine, a formare un nucleo unito e dall’espressione familiare.

Il forno, pur essendo della signora Mirella, viene utilizzato anche da altri ed è simpatico da vedere. Ha una forma particolare e sulla facciata principale si legge appunto la scritta “forno” in stampatello ricoperta dalla nera fuliggine.

Il silenzio e la quiete regnano sovrani interrotti di tanto in tanto da qualche uccello o insetto per nulla fastidioso. Ci sono le rondini a volare nel cielo, qualcuna ha fatto il nido, proprio sotto il porticato della vecchia scuola, ma oggi, vista la stagione, è rimasto ormai vuoto.

Per giungere a Perallo occorre arrivare a Molini da Taggia, ma anziché proseguire per Triora, all’inizio del paese bisogna svoltare a sinistra in direzione del campo sportivo, imboccando la carrozzabile che conduce a Colle Melosa e a San Giovanni dei Prati. Si segue la strada che sale e, dopo qualche curva, ecco un tornate con l’insegna che riporta il nome del villaggio protagonista di questo articolo. Dalla strada non si scorgono le case, ma il cartello non si può non notare.

La piacevole atmosfera che si respira qui mi obbliga a soffrire leggermente nel momento in cui devo andare via. Ho incontrato tanta disponibilità, cordialità e umanità. Per non parlare della natura, così vicina qui a Perallo da incidere nei cuori la sua linfa vitale. Uno splendore.

Siamo alle appendici del Monte Stornina in un paesino tanto minuto quanto invece grande è la sua storia e la sua gente, che lo vive ancora nei propri ritorni al passato.

Gente che, ancora bambina, mungeva mucche e portava secchi pieni di latte a Molini, a piedi, e che con il mulo scendeva fino a Taggia trasportando materiale adatto alla creazione di orti. Qui a Perallo c’erano stalle molto grandi, un tempo, ed erano piene di animali da lavoro, i quali affiancavano l’uomo nel suo quotidiano. Di queste bestiole oggi non è rimasta traccia, tuttavia posso dire di averle conosciute attraverso le parole di Augusto e il ricordo della mula di suo nonno. Era intelligentissima: sapeva bene, a ogni metro di strada che percorreva, dove doversi mettere per far passare la vecchia corriera senza che questa potesse scontrare il carico straripante che si portava appresso. Quest’asina, quindi, sapeva considerare quanto spazio occupava per strada il suo trasporto, che fuoriusciva lateralmente dai suoi fianchi! Vi rendete conto?

Ora devo fare ritorno in tana, ma i miei tre nuovi amici mi hanno invitato a tornare e io non vedo l’ora. Eccoli, i tre guardiani di Perallo: persone squisite della mia Valle che mi hanno regalato una giornata fantastica. Grazie di cuore!

Da sinistra Augusto Mirto, Mirella Nocerini e Anna Mapelli.

Da Verezzo ai prati di San Giovanni

Lo so che la mia Valle sarà gelosa del post che sto scrivendo, ma oggi vi porto a conoscere un posto che non si trova nella Valle Argentina, bensì nelle zone immediatamente limitrofe.

Se c’è una cosa che di solito ci invidiano tutti della Liguria, è la sua caratteristica di essere a metà tra i monti e il mare, e spesso percorrendo sentieri dell’entroterra si può osservare la distesa d’acqua che lambisce la costa, mentre si danno le spalle alle Alpi.

Ebbene, un giorno d’autunno prendiamo la topo-mobile e allontaniamoci dai miei luoghi, ma non tanto, eh!

Arriviamo fino a Verezzo, frazione di Sanremo, e lasciamo la macchina proprio davanti alla chiesetta di Sant’Antonio.

Mi perdonerete se non farò tante foto, questa volta, ma ho le zampe ghiacciate. Tira un’aria così fredda che si fatica a tirarle fuori dalle tasche, figurarsi a scattare fotografie!

Comunque, dicevo, dalla chiesa imbocchiamo la mulattiera visibile sulla strada e, inerpicandoci, arriviamo su una strada asfaltata che sale ancora tra bellissime villette. Presto l’asfalto si trasforma in cemento, e il cemento in pietra. Si raggiunge così un’altra mulattiera, contornata dalla vegetazione di tipo mediterraneo, dalle campagne curate da mani sapienti e da case di agricoltori.

Il percorso prosegue tutto al sole, non ci sono alberi ad adombrare il sentiero. Lungo il cammino ci imbattiamo nella Ginestra, nel Cisto, nel Timo, in cespugli rigogliosi di Ginepro. E poi, di tanto in tanto, ecco spuntare Querce, Mandorli, Pini e Ulivi.

Si sale sempre, senza fermarsi mai, e la presenza delle mucche è evidente, bisogna fare attenzione a dove si mettono le zampe, se non si vuole finire dritti dritti nella… busa!

Più si va in alto, più la vista diventa mozzafiato. Se volgiamo lo sguardo verso l’interno, possiamo vedere le antenne di Monte Bignone, ma guardando verso sud veniamo invasi dal colore del mare, che oggi è blu intenso, specchio perfetto del cielo terso. E poi si scorgono Sanremo, la Valle Armea, Bussana, Castellaro, da una postazione più elevata possiamo vedere anche Arma di Taggia.

Verezzo

Tornando con lo sguardo verso l’entroterra, riconosciamo il Monte Faudo.

Salendo, la vegetazione si fa più brulla e i Grilli saltano allegri in mezzo all’erba, ormai quasi del tutto secca.

Poi, a un tratto, il sentiero si fa più pianeggiante, la pendenza diminuisce drasticamente. Si procede in mezzo alle Ginestre, i cui rami spogli si impigliano allo zaino, alla giacca e ai capelli. Anche il Rovo si fa spazio in questo ambiente, bisogna fare attenzione a non lasciare che prenda confidenza con noi, perché potrebbe graffiarci le guance, le zampe e lacerare i nostri vestiti. Si sale ancora un po’, ma questa volta la salita è più dolce che in precedenza. Ed eccoci arrivati ai prati, bellissimi, quasi sconfinati, in mezzo ai quali si stagliano ruderi di costruzioni antiche come il tempo e alberi solitari di maestosa bellezza.

Verezzo1

Continuando a camminare in mezzo alle distese erbose, dove pascolano le Mucche, grufolano i Cinghiali e dove passano anche i Cavalli, ci dirigiamo verso la pineta che si vede sulla cresta, poco più in alto rispetto a dove ci troviamo.

E, una volta arrivati, le meraviglie da assaporare non sono poche.

prati Verezzo

Tappeti di pigne ricoprono il terreno e un Pino Silvestre trasuda resina dalla corteccia, si vede anche a distanza. Guardate la meraviglia di questa colata d’ambra!

Sebbene la perdita della resina dalla corteccia non sia un buon segno per la pianta, non possiamo che rimanerne affascinati.

Più avanti ci fermiamo a mangiare un boccone con lo sguardo rivolto al mare, ma facciamo in fretta, perché il vento è forte quassù, non si riesce a rimanere fermi a lungo. Dopo mangiato, proseguiamo il sentiero per pochi istanti e ci ritroviamo alla chiesetta rurale di San Zane, San Giovanni. Subito sotto c’è il paese di Ceriana, un cartello indica che è possibile arrivarci, ma oggi non vogliamo proseguire. Da qui si potrebbe arrivare anche a Monte Bignone, ma neppure questo sarà la nostra meta. In lontananza scorgiamo il Toraggio e, sullo sfondo, le cime innevate delle alture cuneesi.

prati di san giovanni ceriana

C’è pace, il profumo della neve arriva quasi alle nostre narici. Il freddo sferza il viso, ci copriamo di più per sentire di meno il suo schiaffo, ma il vento è potente. E allora decidiamo di tornare indietro, contenti per la bella e rigenerante passeggiata, mentre godiamo dell’oro del sole che ci pervade e illumina ogni cosa intorno a noi.

Pigmy

Dunde ti hai lasciàu a burata

                Dunde ti hai lasciàu a burataSONY DSC

 

Arrucàu ai pei du munte inta ina ressega de càe

Bella mustra i fan e ciape de cava, prie picàe a duvè

Ch’i se puntèla una inte l’autra arregatàndu u tèmpu caìn

Che cian-cianin u-e cunsuma.

A gardu a ciassa da geixa, l’èrcu ch’u àrese l’unica revouta

Du paiise, stancu e scruscìu, surdu a chelu scivurelu de vèntu alegru

Ch’u s’infira de suta aa chintagna, purtàndu i sghizi d’i sbirri

Che festuuxi i svurassa da l’inturnu.

A luna runda a luuxe inte risse che agaribàe i l’astrega u camin

Luuxente u celu ch’u te fa as-sciarì u misteru de l’univèrsu,

e stù splendù u fa brilà tuti i barcùi ch’i agnima i casuneti.

U bèru d’ina pegura u s’acosta pè sercà l’amù d’ina caressa,

ch’u in faturiisu alegru ch’u t’aciacrina u co.

Inte rame de castagne, in po’ ciù aa vale, u canta a maciota….

Amagunèndu u sòn da campana che a seira a sona l’Ave Maria.

Turna mei fiju aa tò cà, turna a sentì parlà u tò giargun,

furestu insarvaighiu ti sei, ma inte chèle càe freide e in po’ derucà

tà maire e tò pàire…. i t’aspèita.

ITALO PIZZO

Ru Ciabàudu, 30 de marzu d’ina vota.

Ebbene, cari topi, ho copiato questa splendida poesia della quale vi farò leggere tra poco la traduzione da un foglio che mia madre trovò nel cassetto di mio nonno. Sono riuscita a tradurla tutta, ma, ahimè, mi manca la traduzione della parola “burata”. Sì, proprio quella. Il foglio è andato perduto non si sa dove e l’unica cosa che mi venga da pensare è che ho sbagliato a copiare e, anzichè “burata” avrei dovuto scrivere “burgata”. Tutto, allora, avrebbe un senso… oppure aiutatemi, convallesi!

Arrocato ai piedi di un monte in una manciata di case,

bella mostra fanno le pietre (tipiche ciappe liguri sui tetti), battute a dovere

che si puntano l’una contro l’altra, ricordando il tempo caino

che pian, pianino le consuma.

Guardo la piazza della chiesa, l’arco che regge l’unica volta

del paese stanco e decadente, sordo a quel soffietto di vento allegro

che s’infila di sotto al porticato (dovrebbe essere!) portando i canti degli uccellini

che festosi svolazzano intorno.

La luna rotonda illumina gli arbusti che garbati lastricano il cammino,

lucente il cielo che ti fa chiaro sul mistero dell’universo

e questo splendore fa brillare tutti i balconi che animano i casolari.

L’agnello di una pecora si avvicina per cercare l’amore di una carezza

con un fare allegro che intenerisce il cuore,

tra i rami dei castagni, più giù a valle, canta la maciota (non ho idea di cosa caspita sia… un animale!)

Avendo il magone al suono della campana che alla sera suona l’Ave Maria.

Torna figlio mio alla tua casa, torna a sentir parlar il tuo dialetto.

Straniero, inselvatichito sei ma, in quelle case fredde e un pò diroccate,

tua madre e tuo padre… ti aspettano.

Non voletemene per questa traduzione prego!

Uuuuhuuu… mi commuove! E’ bellissima. Insomma, potete vedere che anch’io spesso ho difficoltà a tradurre questa lingua che amo comunque, soprattutto quando usa termini abbastanza antichi. Il titolo, quindi, è “Dove hai lasciato la… borgata” vi pare? Spero che vi sia piaciuta. Un bacione a tutti.

M.

Tutti a Corte!

No, non serve fare un inchino! Questo, topi, è un altro bellissimo paese della mia Valle. Si chiama Corte ed è una frazione di Molini di Triora. Sorge a circa 670 metri sopra il livello del mare e i suoi abitanti sono all’incirca una quarantina. Si trova a 2 km dopo Molini di Triora, comune al quale appartiene. Per arrivarci, si prende una strada che, salendo, rimane alla nostra destra dalla Provinciale 52 e si percorrono alcuni tornanti, molto vissuti durante la notte da cinghiali e altri abitanti del bosco. Di fronte a lei, sorgono Andagna da una parte e Triora dall’altra, quasi a formare un triangolo con al centro, giù in basso, Molini.

Dentro Corte non si può viaggiare in macchina, ma bisogna inerpicarsi a piedi per questo paesello, in salita, e la prima cosa che colpisce i nostri occhi è la pulizia. Le stradine, spesso formate da bassi gradini che le attraversano, sono come il pavimento di casa nostra. Vie per le quali solo gli esperti possono condurre piccoli trattori, magari per trasportare i carichi di legna o altra merce pesante.

Gli orti degli abitanti sono tutti intorno al paese, ognuno ha il suo. Si coltiva alla maniera di un tempo. Pensate che proprio gli interessi di Triora, (un tempo il paese più importante e influente della vallata, essendo la Podesteria della Repubblica di Genova) sul commercio del grano causarono una sorta di malcontento tra le diverse ville di Molini, Andagna e Corte, arrivando il 2 maggio del 1654 alla dichiarazione di indipendenza locale da Triora. Ogni villa ottenne di beneficiare di propria autonomia amministrativa e fiscale.

Ancora oggi ci sono un po’ di scaramucce tra questi paesini, ma chi non ne ha, in fondo? Gli abitanti di Corte sono molto ospitali e fanno di tutto per rendere il loro paese rigoglioso e riparare ciò che in passato è stato distrutto, come ad esempio il tetto della vecchia chiesa nella piazza. Tutte le estati, infatti, si organizza una festa chiamata “cena sotto le stelle” e il ricavato va alle opere di ristrutturazione di questi importanti edifici. Uno tra questi, è la vecchia scuola elementare. Pensate, è una vecchia scuola che ora è diventata la biblioteca di Corte. Ebbene sì, Corte può vantare una biblioteca che pochi paesi hanno.

E’ un borgo bellissimo, tutto inizia dalla piazzola denominata Casai, in fondo al paese, per poi salire attraverso grotte e carruggi in quello che è un villaggio formato prevalentemente da case di pietra. Sembra di girare in un presepe e, di tanto in tanto, una piazzetta di ciottoli, qualche panchina e degli alberi, come dei magnifici salici piangenti, offrono la possibilità alle persone di ritrovarsi alla sera e raccontarsi com’è andata la giornata. Ovviamente con lo scialle sulle spalle. Quest’anno, non c’era differenza tra la temperatura al mare e quella a Corte (erano 35 i gradi, in alcune giornate di agosto… che bellezza! Rosolavo come uno spiedino!),  ma solitamente il golfino, in questi paesini di montagna, è quasi d’obbligo alla sera.

A Corte si possono visitare anche tanti monumenti religiosi, come la chiesa parrocchiale di San Giacomo Maggiore, che conserva al suo interno un quadro raffigurante la Sacra Famiglia del XVII secolo dipinto da un pittore ignoto. E’ una bellissima e grande chiesa al centro del paese, con appesa alla facciata principale una lastra di ardesia in onore dei figli caduti per la patria, e il suo campanile è altissimo. Questa chiesa sorge su una piazza di sassolini incastonati nel cemento. E’ Piazza del Popolo, che racchiude in sé anche una fontana, e, su un marmo, sono impressi i ringraziamenti a chi ha costruito l’acquedotto di Corte.

Poi c’è l’ex oratorio di San Tommaso, che conserva una statua della Vergine Maria con il Bambino Gesù sovrastanti San Bernardo, San Bartolomeo apostolo e il diavolo incatenato. Proprio questo oratorio sta particolarmente a cuore dei cortigiani, gli abitanti di Corte, che vorrebbero farlo rivivere come luogo di ritrovo ideale per i bambini.

C’è ancora la chiesa di San Vincenzo. Il portale di questo edificio è del 1497. Attualmente si trova in stato di rovina, sommersa dalla vegetazione, ma è un’opera antica e va citata.

Infine, percorrendo a piedi una stradina per circa venti minuti, si può raggiungere il Santuario della Madonna del Ciastreo o della Madonna della Consolazione, un bellissimo santuario, principale luogo di culto degli abitanti. Un giorno vi ci porterò a vederlo e, tornando indietro, vi farò passare dal bosco. Vedrete come vi divertirete, è un luogo bellissimo e offre una vista mozzafiato sulla Valle e le montagne ricche di alberi.

Corte, che dista dal mare circa 28 km, ci offre anche la possibilità di vedere da lontano la statua del Redentore. Per notarla, bisogna andare in cima al paese, dove le ultime campagne ci segnalano che lì il borgo finisce. Più in su ancora, una splendida vigna lo incornicia verso est.

A Corte c’è un solo negozio, portato avanti con tanto amore dalla signora Gemma. In questa bottega si vendono sigarette, pane, alimentari ed è fornito anche di cabina telefonica, quei telefoni che stanno diventando ogni anno più rari. Il negozio non ha orari. Spesso, alle nove di sera si può ancora andare a vedere se Gemma sia ancora lì. Vicino alla sua bottega ci sono i lavatoi che un tempo venivano usati per il bucato e dai bambini che d’estate ci si tuffavano dentro. Sono ancora funzionanti, vengono tenuti vuoti per non lasciare acqua sporca stagnante all’interno dei vasconi.

E, a proposito di acqua, quante fontane a Corte! Un giorno ve le farò vedere, sono una diversa dall’altra, posizionate nei giusti luoghi per dissetare gli escursionisti come noi. Acqua fresca, buona, dissetante!

E che belle le porte! Le case di Corte hanno delle porte stupende. E poi gli animali… Oltre ad aver visto gatti e conigli, siamo stati accompagnati a lungo anche da una pernice.

C’è proprio da divertirsi qui! I nomi delle vie sono tutti scritti su pezzi di legno. Su anelli di tronco d’albero, tagliati come vassoi e a mano, sono state pitturate le denominazioni di piazze e strade.

Che bel paesino! Tutti si conoscono e i ruderi di un tempo sono stati ristrutturati e resi magnifici e, nelle case, oltre ai termosifoni, si hanno anche stufe e camini. D’inverno, qui, non si scherza.

Di Corte colpiscono i particolari: le finestre, le porte, i muri, i dipinti… tutto. Gabbie appese fuori casa contenengono ogni cosa fuorché uccellini. Ognuno arreda la sua dimora con gusto e originalità e, nonostante sia un piccolo borgo, per osservarlo bene ci vuole tutta la giornata!

Insomma, vi consiglio vivamente di venire a farci una visita. Non ve ne pentirete e non vi annoierete di certo, se siete amanti di paesaggi caratteristici.

Vi aspettano a Corte, ma non serve fare un inchino! Bacioni!

M.

Il sentiero e le case delle streghe

Procuratevi ulteriore coraggio, impavidi topi! Oggi vi porto nel posto più misterioso della mia Valle. Vi ho anche scattato le foto in bianco e nero per aumentare la suspense!

Eccoci, dunque. Lo vedete questo sentiero di pietra? Eh, a Triora ci tengono molto a questo luogo e lo hanno voluto restaurare, mantenendo però il suo stato di conservazione. Hanno rifatto il ciottolato per rendere più praticabile il nostro cammino, tutto il resto è esattamente come un tempo.

Incamminiamoci, andiamo indietro nel tempo.

Siamo agli inizi del 1589. Sentite le urla? Vedete il fuoco dei roghi? Sì, siamo entrati in quello che è il paese delle streghe, dove alcune donne, perché solitarie o capaci di guarire senza bisogno del medico, erano ritenute pericolose e amiche di Satana. Accadeva in particolar modo a quelle con i capelli rossi. A esse, alcuni abitanti, potenti signorotti e l’intero Clero, riservavano torture così violente e dolorose che spesso le poverine erano costrette a confessare peccati in realtà non commessi, per cercare di far cessare certe oscenità. Spesso, dopo essere state torturate, venivano poi uccise. Bruciate (ma non abbiamo fonti certe di questo, a Triora), impiccate. Si cercava di capire come poter raggiungere il diavolo tramite loro e riuscire a sconfiggerlo. Questo era lo scopo principale di coloro che trucidavano queste ragazze chiamate da noi “bazue“. Streghe, megere.

Ma facciamo un passo per volta e, per raccontare bene queste vicende, mi servirò dei documenti esistenti esattamente sul luogo considerato maledetto e di alcune belle parole di Quirino Principe.

Intanto camminiamo, venite con me e guardatevi intorno. Nei ruderi che vedete, la leggenda dice che una volta vivessero queste donne.

Donne solitarie, di grande saggezza, distaccate dal resto del paese e che, incomprese, preferivano vivere tra di loro formando un gruppo a parte. Siamo infatti alla fine dell’abitato di Triora, nella parte più esposta, e da qui possiamo godere di un panorama fantastico. Vado avanti io e vi farò da Cicerone, voi seguitemi:

Leggendo una lettera, datata 28 agosto 1589, scritta dal cardinale di Santa Severina, della Congregazione della Santa Inquisizione di Roma, si può arguire che il tribunale del sant’Uffizio abbia proceduto con minor severità delle autorità ecclesiastiche di Genova e che almeno alcune donne, se non tutte le sopravvissute, siano state liberate. Fra le varie ipotesi sulla sorte delle streghe di Triora, ve n’è una quanto meno suggestiva. Eh già, perchè… Che fine han fatto le streghe? San Martino di Struppa, un paese dell’alta Val Bisagno, nell’entroterra genovese, è storicamente indicato come luogo di deportazione di carcerati. I libri parrocchiali dal 1600 in poi, riportano il nome “bazoro”, oppure “bazora”, che richiamava inequivocabilmente il termine dialettale ligure “bazùra”, “baggiura” oppure “bagiua”, con il quale viene indicata normalmente la strega nell’alta Valle Argentina. Pagine strappate dai documenti censuari, formule magiche contro le malattie tramandate dagli anziani, avvolgono, in un alone di mistero, l’origine di quel borgo. Che se ne siano andate tutte lì le nostre streghette? E’ comunque bello pensare che le donne tioresi, di cui si perde ogni traccia, dalla loro partenza dal paese natio, possano in qualche modo essere sopravvissute, magari rifacendosi una vita e una nuova famiglia, il cui cognome sussiste oggigiorno, seppur trasformato in “Bazzurro”. Triora è la Loudun italiana, la Salem europea. Ma sarebbe più giusto dire che Loudun è la Triora francese e Salem è la Triora del New England, poichè il celebre processo alle streghe, si svolse a triora nel 1588 e indubbia è la sua priorità cronologica, mentre in nulla è inferiore agli altri due in quanto a spaventosa tensione. D’altra parte, questo borgo arroccato sulle montagne liguri, è uno dei punti sul pianeta in cui si rompe la maglia rassicurante intessuta dalla cultura illuministica e in cui le tenebre elementari emergono allo scoperto. Su tutta la superficie terrestre, esiste una rete di luoghi “segnati” e se ne potrebbe tracciare una mappa: gli incroci di sulfuree coordinate, gli aleph di cui non si dovrebbe parlare. Triora, illustre tra gli aleph del pianeta, non è un luogo esclusivo, è soltanto un centro privilegiato di rivelazioni, e la circostante terra incognita, con le sue caverne di cui si sconsiglia l’accesso ai profani e agli sprovveduti, non è poi un mondo a sè -.

Sono abbastanza macabra? Bene andiamo avanti allora:

Quando si pensa alle streghe, si immaginano donne brutte, il naso aquilino, lo sguardo truce, colme di difetti. Lo stereotipo consegnatoci dalla tradizione e dai racconti popolari, tenuto vivo anche dai mass-media e dalla letteratura infantile, è quanto mai errato. Le streghe erano e sono, donne normali, spesso belle, in alcuni casi affascinanti. (Ve l’ho mai detto che dicono che sono un pò strega io? Vabbè, andiamo avanti…). A loro sono state attribuite le più disparate colpe e le più efferate nefandezze. In realtà molto spesso, il loro potere era benefico. Una nobile famiglia triorese, ad esempio, deve le sue ricchezze ad una di queste donne, aiutata in un momento difficile. Il loro sapere nel campo della medicina, la profonda conoscenza delle erbe, la dimestichezza con i fasci nervosi, faceva si che si sostituissero egregiamente ai vari dottori dell’epoca. Basti pensare che la Strigonella (Stachys Recta), pianta che nasce spontanea in vallata, autentica panacea, ma soprattutto indicata contro l’insonnia e l’instabilità nervosa, è volgarmente nota come “pianta della Madonna”. Curiosa contrapposizione fra il male e quanto di più cristianamente immacolato esista. E’ grazie a streghe e stregoni che sono stati curati e si curano tutt’oggi l’erisipola, l’herpes o il mal di denti, semplicemente segnandoli con un anello d’oro (non quello dell’orafo turco), una moneta o altri oggetti metallici, recitando formule e preghiere secolari. E’ grazie infine alle streghe se scompaiono o quanto meno vengono alleviate pene d’amore, turbamenti dell’animo e depressioni ansiose. E scusate se è poco. Ma ora andiamo a vedere dove avvenivano tutti questi prodigi. Eccoci giunti nel punto più importante di questo cammino: la Cabotina. Qui si ritrovavano le donne emarginate. Qui danzavano, studiavano e preparavano i loro intrugli portentosi. E cosa accadeva in questo punto? Sedevi, qui intorno a me, sotto questa lapide. Ora aspettiamo l’imbrunire e continuerò la mia storia…. Riposatevi nel frattempo…. -.

A domani topini!

M.

L’Autostrada dei Fiori

La mia Valle, così come la metà a ponente della Liguria, è attraversata da un tappeto nero lungo e duro, a tratti sospeso, chiamato Autostrada dei Fiori. Niky e io l’abbiamo fotografata per voi da diverse angolazioni.

Nella mia Valle attraversa il paese di Castellaro, tagliandolo a metà e avendo come panorama il grande campo di golf, passando poi sopra il paese di Taggia. La via che da Taggia s’inoltra in vallata, verso Badalucco, è costeggiata per un tratto dagli enormi piloni di questo stradone. Proprio in questo punto tra l’altro, anni fa, è caduto un camionista che, addormentatosi e precipitando, è andando a picchiare sopra una casetta. Oltre a lui, a rimetterci la vita, sono stati i coniugi che stavano cenando e il loro cane. Purtroppo di incidenti e fatti brutti, sulle strade, ne accadono moltissimi. Io trovo questa autostrada molto cara, tra l’altro è sempre sottoposta a “lavori in corso”, ma questo dovrebbe essere un bene. Conosciuta anche come A10, percorre il tratto Ventimiglia-Genova, offre una cosa molto bella, che poche altre strade possono offrire – scusate la modestia -… il panorama, quello vero ligure!

Dalla mia Valle, andando verso il capoluogo, alla nostra destra troviamo la distesa azzurra del mare. Spesso possiamo essere accompagnati da colori stupendi che inondano di luce il cielo. Alla nostra sinistra, invece, potete scorgere la meraviglia dei nostri monti. L’autostrada permette di godere di scorci particolari.

Il tratto che da Genova arriva a Savona è stato aperto il 5 settembre del 1967, mentre è più recente quella da Savona a Ventimiglia, che è stata aperta il 6 novembre del 1971 e, a differenza dell’altra è solo a due corsie. Un problema della Liguria è proprio questo, essendo stretta e lunga come regione: non si dispone di molto spazio per ampliamenti.

Una caratteristica di questo stradone sono poi le gallerie. Ce ne sono tantissime, soprattutto nella mia zona e andando verso il confine francese. Sono lunghe e, purtroppo, spesso poco illuminate.

Quando ero piccola, giocavo a indovinare quant’era lungo il prossimo tunnel. Ognuno ha un nome. Alcuni prendono l’appellativo dalla zona, dal paese, altri invece accennano a un fatto accaduto vicino a essi.

Questa strada rialzata ci permette di vedere i paesi dall’alto, quelli marittimi, tutti raggruppati sulla costa e quelli più montani con un’ottica completamente diversa. Sono vere e proprie cartoline, viste da lassù.

Dal punto di vista estetico non è bello vedere queste verdi vallate divise trasversalmente da un ammasso di cemento, ma come si potrebbe, oggi come oggi, vivere senza un’autostrada? Certo, le stradine dei miei boschi sono spesso tronchetti di alberi messi uno dopo l’altro ma gli esseri umani hanno bisogno di compiere più chilometri di noi topi durante il giorno. In tanti, infatti, la usano per andare e tornare dal lavoro, è sempre molto trafficata e a causa di ciò può influenzare negativamente l’acquisto di una casa alla quale regala disturbo e fastidio.

Sapete, non siamo abituati alle grandi città e ogni rumore risulta insopportabile. Comunque topi, tra poco tanti di voi percorreranno questo tipo di strade per andarsene un po’ in vacanza. Forse rimarrete imbottigliati e patirete un tantino il caldo, so che di solito accade così, ma vi auguro comunque di passare giorni lieti nel riposo e nel divertimento più assoluto.

Mi raccomando: andate sempre piano!

Vostra Pigmy.

M.