Fuori dal tempo ad Agaggio Superiore

Alcuni luoghi della mia Valle, soprattutto in certe stagioni, paiono come sospesi in un momento senza età. Ci sono posti che hanno la parvenza di essere simili ad Avalon, fuori dai canoni ordinari dello spazio e del tempo come noi li intendiamo.

Questa è l’impressione che fa Agaggio Superiore in questo periodo dell’anno, dove il vero, indiscusso protagonista resta il silenzio surreale che permea ogni cosa.

E’ una frazione di Molini di Triora e dista quattro chilometri da questo borgo. Ci si arriva da Agaggio Inferiore, si sale, si sale fino ad arrivare ai 702 metri sopra il livello del mare. E l’altitudine, qui, si fa subito sentire col suo freddo più intenso, gli sbuffi di vapore che escono dalle narici e dalla bocca quando si respira.

Tutto è sospeso, come vi dicevo. Neppure le foglie morenti sui rami osano più frusciare e quelle già abbandonate al suolo non scricchiolano, restano là, immobili, come se ogni cosa fosse vittima di un incantesimo.

Guardandosi intorno, parrebbe quasi abbandonato. Gli oggetti lasciati nei dintorni sembrano spettri di un tempo ormai perduto, ogni cosa permea una nostalgia palpabile, percepibile.

mollette bucato

E’ malinconico, Agaggio Superiore, con le sue finestre sbarrate, gli usci chiusi e quei tetti che gridano al cielo il loro bisogno di essere rimessi in sesto. Pietra e ciappe d’ardesia la fanno da padroni, e gli unici abitanti paiono essere gli animali, che ci salutano subito con affetto al nostro arrivo. Eppure nulla è come sembra, perché anche se qui tutto pare immobile e quieto, anche là dove il silenzio sembra sintomo di abbandono, c’è chi resiste come il timo aggrappato alla roccia e abita ancora nelle casette di Agaggio, con ritmi lenti, quasi come quelli di un tempo lontano. E c’è l’azienda Casciameia, che vende prodotti locali, ottimi vini e i tipici fagioli della vicina Badalucco.

Una volta c’era anche una bottega qui, come in ogni paese della mia Valle. E in quella stessa bottega abitava la famiglia che la gestiva. Un tempo era così: ci si accontentava di spazi modesti, qualche volta non si aveva neppure il lusso dei vetri alle finestre.

Oggi quella bottega è una casa che attende nuovi abitanti, nuove risate e rinnovati sorrisi.

La passeggiata nel piccolo borgo è piacevole, continuiamo a essere accompagnati da gatti e cagnoloni pronti a farci le feste, come se avessero rivisto un amico di vecchia data.

Ci abbandoniamo alle coccole di quel momento, ma poi continuiamo e raggiungiamo  Piazza San Carlo, dove svettano due chiese, l’una dirimpettaia dell’altra.

E qui diventiamo muti testimoni di un contrasto che quasi disorienta, un connubio tra vecchio e nuovo. C’è la chiesetta antica, con le mura di pietra, ormai fantasma di se stessa. E poi c’è la sua più nuova controparte, la facciata intonacata coi toni del cielo primaverile.

Ci sono anche qui, come ad Aigovo, i giochi per i bambini. E che bella l’altalena, in quel contesto di alberi, prati e panorami! Salirci è come darsi la possibilità di toccare il cielo con un dito, vestire per un istante i panni di una cinciallegra che guizza veloce da un ramo all’altro.

A proposito di boschi, quelli dei dintorni sono tutti di Castagno e i colori del re del bosco sono accesissimi in questo periodo. Una volta la popolazione di Agaggio viveva di castagne, si partiva presto al mattino per raccoglierle, lavorarle. Un po’ tutta la mia Valle viveva grazie a questa portentosa e generosa pianta, ve l’ho detto più volte. E faceva freddo in inverno, molto più di adesso. L’acqua ghiacciava nei catini durante la notte, e al mattino si doveva spaccare il ghiaccio per potersi lavare il viso.

Tempi duri, certo, e Agaggio li conserva tra le rughe delle sue case antiche, nella lapide dedicata ai caduti della guerra e in quella memoria bellica che permea ogni luogo della mia Valle con il suo grido di libertà che riecheggia ancora, rimbalzando da un borgo all’altro.

Adesso vi saluto, topi miei. Le gemme sugli alberi a novembre mi dicono che quello che sta per arrivare sarà un inverno lungo e freddo e devo ancora finire di preparare le mie provviste di articoli per voi.

Un bacio di brina dalla vostra Prunocciola.

Badalucco – Porta Santa Lucia in notturna

Oggi voglio farvi conoscere la porta di Badalucco in notturna, chiamata Porta di Santa Lucia. Vi ci porto di notte perché la trovo davvero molto suggestiva immersa nell’oscurità, e poi si affaccia su un panorama davvero stupendo, se visto in alla sola luce dei lampioni.

Troneggia sul meraviglioso Torrente Argentina, che brilla di più alla sera, luccicando grazie alle luci artificiali e soffuse del paese.

Porta Santa Lucia è infatti anche la porta di un ponte omonimo, il quale permette di arrivare in Regione Ortai attraversando il fiume, appunto.

Guardate che bellezza, che atmosfera intima e antica. Guardate che luminosità particolare offerta anche dalla luna.

Questa porta, anticamente entrata del borgo assieme ad altre quattro porte, è sorretta dal ponte romano ad archi diseguali che è stato costruito nel 1551 e ultimato nel 1606.

Si tratta della porta a Sud che permetteva l’entrata in paese da chi arrivava da Taggia o dal mare.

Una porta che è anche una piccola e assai minuta chiesetta e dedicata anch’essa alla Santa alla quale gli abitanti di Badalucco sono molto devoti, in quanto guaritrice degli occhi e dei problemi a essi legati. Sotto di essa infatti si trova una targa che riporta la seguente scritta “Divae Luciae Lux in Via Fa B. 1336 Rest. 1936″ che dovrebbe voler dire “Luce per Santa Lucia” o qualcosa di simile.

Attraversando questa porta e calpestando i ciottoli dei quali è formato il lastricato, si prosegue per un sentiero che conduce anche al cimitero, oltre che a un rinomato ristorante, “Il Ponte”, e un nuovo agriturismo, “L’Adagio”. L’attraversamento del ponte così amato, come simbolo dell’”ultimo viaggio”, rende questo luogo ancora più caro per i badalucchesi, nel mio dialetto chiamati anche baucogni.

Un tempo, questa porta si trovava tra mura difensive in grado di proteggere l’abitato dalle irruzioni dei nemici, ma oggi dei muraglioni del medioevo non è rimasto quasi più nulla.

Porta Santa Lucia accoglie chi entra in Badalucco e non si può non vederla. Innalzata sopra la strada, permette anche di far notare, al suo avvicinarsi, di una stradina recentemente rifatta che costeggia il fiume abbracciando il centro del paese e mostrando una natura meravigliosa.

Pare di essere ancora in tempi antichi. Le casette in pietra che si affacciano sul torrente sono davvero carine.

I Conti di Ventimiglia, tra i quali il famoso Oberto, scelse proprio Badalucco come luogo di residenza per molto tempo.

E’ un paese molto particolare e bello già solo per come accoglie i visitatori proprio grazie questa porta, che un tempo rappresentava il punto di accesso obbligato. La strada che si percorre oggi, infatti, non esisteva.

C’è silenzio attorno, ma questa zona è viva. C’è gente che porta il cane a spasso per l’ultimo giretto della giornata, c’è un vociare calmo che esce dai bar e qualche auto che passa lenta. Tutto è splendido ed è magnifico stare un po’ qui seduti, su queste panchine in pietra appoggiati a questo tavolino, proprio sotto Porta Santa Lucia.

Che ne dite, topi? M’invidiate un po’, vero, per questa serata prima di rientrare in tana? Lo so, ma sono stata brava e generosa, ho portato con me anche voi! Squit!

San Giovanni dei Prati profuma d’Autunno

Topi, oggi vi porto con me in uno dei posti che più mi piacciono della mia Valle.

A dire il vero, ci troviamo a cavallo tra le Valli Nervia e Argentina, nel territorio di Molini di Triora. Siamo a San Giovanni dei Prati e il nostro tour inizia da un prato verde che in questa stagione andrà lasciando il posto a un beige tenue. Vedete la chiesetta del Duecento, piccola, in pietra? E’ davvero un gioiellino.

La terra ha un odore molto forte e si presenta già più riarsa rispetto ai mesi estivi mostrando zolle nude e pulite. L’aria è frizzante in questa stagione, ma è destinata a diventare ben più fredda, anzi, congelata! Brrr, già mi tremano i baffi e la coda al pensiero!

Le narici captano odore di umidità, c’è profumo di foglie e subito la fragranza autunnale raggiunge i polmoni, insinuandosi in ogni cellula, nel cuore e nell’anima. Credo che, inspirando profondamente l’aria di questi luoghi, sia facile dimenticare ogni cosa, è un’aria pura, che ritempra e rinvigorisce.

Lasciamoci la chiesetta alle spalle, vi va? Proseguiamo insieme di qualche passo, poi svoltiamo a sinistra, imboccando il sentiero largo e piano che si inoltre nel bosco.

L’atmosfera boschiva è accogliente, gli alberi ci avvolgono in un abbraccio verde  cangiante, mentre l’aria fresca imporpora le gote. L’Autunno qui si fa sentire e la Natura si sta preparando per affrontare i lunghi mesi di sonno invernale.

Si riescono a scorgere i piccoli, grandi cambiamenti che in città faticano ad arrivare, con le sue nubi di fumo e i suoi cumuli di cemento: il silenzio è sacro, qui, non esiste rumore al di fuori dei nostri passi e del fruscio del venticello fresco che accarezza le fronde.

Il terreno è umido sotto le zampe e un tappeto di foglie morbide e colorate ci fa strada nella boscaglia, coprendo il sentiero.

Una piccola chioccia, rinchiusa nella sua casetta, se ne sta comoda su una foglia arancione, nel bel mezzo del sentiero. Visto che da qui passano anche le topo-mobili, la sposto ai margini dello sterrato, così che non perda l’orientamento.

Procedendo sul percorso, il bosco si infittisce e gli alberi si impongono sempre di più. Mi fermo a guardarli, ad assaporarne i profumi. Mi piace restare qui ad ascoltare i passi della loro danza nel vento e le parole del loro canto. Le chiome verde-arancio coprono il cielo grigio, offrono protezione al sottobosco e sembrano sussurrare canzoni antiche e dimenticate. Infine una nebbiolina leggera scende dai monti, avvolgendo tutto nel suo abbraccio fresco.

Volete vedere come saranno i monti visti da qui tra qualche tempo? Eccoli, ve li mostro. Ricoperti di neve!

Avete mai fatto caso al fatto che la nebbia renda ancora più vivi i colori tutto intorno? E’ come se, per timore di essere spazzati via dal nulla che avanza, tutti gli elementi naturali si impegnino a brillare di più, si aggrappino ai loro colori per farli risaltare sullo sfondo bianco che avanza: Sono qui, mi vedi? Non sei solo, ci sono anche io!, paiono sussurrare i tronchi, le foglie, le rocce e il terreno. Passeggiando nella nebbia, ci si sente fuori dal mondo, in un luogo senza tempo dove non esiste altro se non la nostra presenza unita a quella degli alberi della foresta. L’aria è sempre più fresca, il bosco sempre più buio. Che ne dite, torniamo indietro? Resterei sempre qui, ma la tana mi aspetta.

Ritorniamo per la stessa strada fatta all’andata, passando cioè dal Campo Sportivo di Molini dove il Tarassaco ai bordi della via inizia a mostrare i suoi soffioni e non più il fiore giallo e intenso di poco fa.

Lasciamo la chiesetta, il suo piccolo campanile che s’innalza verso la luna ancora alta nel cielo del mattino.

Una chiesetta che, sul suo retro, mostra una lastra in gesso raffigurante una candida Madonna con gli occhi chiusi.

Una chiesetta che sarà di nuovo pronta ad accoglierci la prossima volta che torneremo qui, a San Giovanni dei Prati.

Alla prossima gita, topini!

Un abbraccio silvano dalla vostra Prunocciola.

San Giuseppe sul mare di Arma

È come un simbolo, per il paese di Arma. Il suo campanile permetteva di vedere l’orario quando, ancora topini, facevamo il bagno al mare: a una certa ora dovevamo pur tornare in tana!

La sua copertura tondeggiante svetta tra i bar e le gelaterie, e i colori rosa e avorio delle sue pareti la rendono unica, sebbene siano le tipiche tinte dei borghi costieri della Liguria.

La piccola chiesetta di San Giuseppe è molto amata dagli abitanti di Arma e, quando la si trova aperta, non si perde occasione per entrarci e far visita alla piccola nicchia. Sì, è davvero minuta. Nonostante il poco spazio, tuttavia, sono diverse le statue di santi che l’arredano.

Ci sono San Giuseppe, ovviamente, riconoscibile dal Giglio che tiene in mano, e Sant’Erasmo, che i fedeli festeggiano in estate con tanto di processione e fuochi d’artificio.

Sant’Agnese ha in mano un agnello, emblema di castità, e poi dietro al candido altare c’è Gesù, il quale indica il suo sacro cuore con la mano sinistra.

Molte statue, proprio come quella di San Giuseppe, un tempo venivano scolpite nel legno di fico, che veniva poi colorato. Il Giglio è da sempre il fiore religioso per eccellenza, mostrando purezza e maestosità. Una leggenda, infatti, racconta che la Vergine Maria scelse proprio Giuseppe come suo sposo perché lo vide camminare con un bastone ricoperto di Gigli.

Quadri bellissimi rappresentano Sant’Antonio con in mano il Bambin Gesù e ancora Sant’Erasmo, protettore della gente di mare, che sembra benedire le acque con un gesto della mano. Sant’Erasmo viene persino portato in mare durante la sua celebrazione, posto sopra un gussu (gozzo), tipica imbarcazione di questi luoghi.

L’edificio è riuscito a superare molti periodi difficili, rimanendo miracolosamente quasi del tutto integro. Le due Guerre Mondiali e il terremoto del 1887 sono stati i suoi momenti più terribili, ma lei ha resistito e tuttora è lì, a osservare ogni giorno le onde e a essere punto di riferimento per i pescatori che la osservano dal mare. Un tempo la chiesa di San Giuseppe doveva vedersela quotidianamente con onde e tempeste, affacciandosi direttamente sulla distesa blu del Mar Ligure. Oggi tra l’edificio religioso e l’acqua ci sono la spiaggia, i locali, la passeggiata mare e la strada, ma un tempo non era così.

È più antica del grande Duomo, eretto in seguito. Fu eretta nel 1817, o meglio, in quell’anno iniziarono i lavori per costruirla in seguito alla risposta positiva del  Consiglio degli Anziani alla richiesta di edificare una chiesa ad Arma.  Solo a Taggia, borgo più antico di Arma, c’erano edifici religiosi nei quali pregare, ma nessuna chiesa poteva accogliere chi decise di trasferirsi sulla costa. Per questo coloro che divennero gli “armaschi”, vollero il loro santuario.

Al suo interno il pavimento nero e lucido come l’ossidiana fa risaltare le candide pareti e il soffitto affresco da un grande dipinto circolare realizzato da Don Angelo Nanni, Curato di Arma, nel 1940. Si riconoscono in questa raffigurazione: Giuseppe che svolge la sua professione di falegname, un giovane Gesù che parla con il padre e Maria che, seduta, ricama. C’è tutta la quotidianità della Sacra Famiglia.

I toni sgargianti lo rendono vivido e attirano lo sguardo. Tutta la volta viene valorizzata, spingendo a osservare anche la postazione sopraelevata che probabilmente serviva per l’organo.

Le poche e piccole panche in legno sono ordinatamente sistemate davanti all’altare e dietro di esse, a sinistra dell’entrata, c’è la piccola acquasantiera in marmo bianco.

L’atmosfera è intima e raccolta, silenziosa, nonostante a pochi passi bimbi e ragazzini schiamazzino divertiti sulle spiagge, e i gabbiani, in coro, offrano le loro migliori prodezze canore.

Fuori ci sono il viavai della gente, i dehors pieni di persone e musica, ma dentro si  respirare la quiete.

Ehi, dobbiamo uscire adesso. Lo so che si sta bene grazie al silenzio e alla frescura concessa dalle spesse pareti, ma ci aspettano tanti altri luoghi da visitare.

Forza, andiamo!

Un bacio e alla prossima.

“Au Ciottu” di Corte

Ci sono luoghi della mia Valle che non sono accessibili a tutti, ma… io che sono Pigmy  posso andare dove voglio e sono sempre autorizzata, grazie alla miriade di topoamici che ho, sparsi qua e là, e che mi consentono di visitare le loro terre o i sentieri sbarrati ai più.

E oggi è proprio in un posto come questo che vi porto, “vietato”, cosicché possiate ammirarlo tutti voi.

Sì, lo so che in natura non dovrebbero esserci divieti, ma così è e, nel mondo degli umani, ci si deve adattare. Io sono comunque lieta di aver visto una meraviglia che ancora non avevo ammirato e ringrazio di cuore chi mi ha permesso di godere di tanta bellezza e di tanto appagamento.

Andiamo sopra il paese di Corte, precisamente al Ciotto di Corte. Un tempo, in questa depressione erbosa ricca di Noci e Castagni, venivano raccolti i frutti di questi alberi e portati per la vendita fin giù a Taggia o a Corte stessa. I mestieri di una volta si possono ancora vivere attraverso l’immaginazione e l’atmosfera di queste zone.

La strada è sterrata, ma larga e comoda. Sale senza essere ripida e ci porta fino a trovarci di fronte al Carmo dei Brocchi che sovrasta un altro Ciotto, quello di San Lorenzo. La vista è magnifica, una meraviglia si apre agli occhi e permette al cuore di respirare.

Mi accompagnano le farfalle, molto numerose in questa stagione, che si posano sui fiori. Ognuna ha un colore diverso dall’altra e si posano anche su alcune pozzanghere per bere, presumo. Ci sono la Ginestra, il Pisello selvatico, e le rocce attorno sono coperte di Timo e Lavanda.

In certi punti si può ammirare il paese di Corte dall’alto, tutti quei tetti rossi sembrano appiccicati tra di loro e più in giù, sul Torrente, c’è Molini di Triora  “il Paese dell’Acqua”, chiamato così proprio perché costruito sulle sponde dell’Argentina e del Rio Capriolo.

In alto, invece, c’è la stessa Triora e, dall’altra parte, a sinistra di fronte a noi, ecco Andagna con il suo bosco nel quale si intravede il sentiero che porta alla chiesetta di Santa Brigida.

Sono partita dal Camposanto di Corte, piccolo, intimo e ben tenuto e, percorrendo questa strada, ho seguito anche un pezzo di sentiero che, fino a qualche anno fa, veniva utilizzato anche come pista per la Corsa Podistica che si teneva durante la festa in onore alla Madonna dell’8 di settembre.

Una festa importante, per gli abitanti di Corte, molto sentita. Da qui si può anche raggiungere la Palestra Naturale di Arrampicata “Rocca di Corte” per gli amanti scalatori. La Falesia di Corte, che prende il nome proprio dall’omonimo paese, si offre in tutta la sua verticale bellezza per essere scalata da climbers esperti, essendoci punti pericolosi e su strapiombi.

La sbarra che blocca la strada è il preludio della magnificenza. Non avevo mai visto la mia Valle da questo lato. Posso ammirare i pascoli laggiù in fondo, le vette, alcune dolci altre più aspre e, oggi, alcune nuvolette le contornano come un ricamo.

Le More non sono ancora mature. Se lo fossero, ci sarebbe da mangiare per tutto il tragitto. Ce ne sono tantissime e non mancano nemmeno le Ciliegie e le Prugne.

Questa strada porta anche a una piccola frazione di appena una manciata di case, chiamata Vignago e sono davvero pochi a conoscerla. Sarà però una prossima meta perché è davvero distante e oggi non riesco a raggiungerla. Mi chiedo, però, come si potesse vivere così lontani dal paese un tempo, eppure…

Arrivati al Ciotto, l’atmosfera è stupenda. Grossi tronchi aspettano di essere tagliati e bruciati per riscaldare durante l’inverno ed esorcizzare la temperatura rigida della stagione più fredda, rendendo l’ambiente domestico più confortevole.

Il prato è bellissimo, sotto l’ombra di Noci e Castagni secolari ed enormi che sono ancora lì e ancora donano i loro frutti. Tutto attorno c’è il bosco, più fitto in questo punto, ma comunque suggestivo.

Ci imbattiamo in un casone, dove un tempo si stipavano i frutti della terra e gli attrezzi, e una piccola chiesetta conosciuta come “la Chiesetta du Ciottu”, piccola, ma molto carina, con il tetto in ciappe di Ardesia e il portale dello stesso materiale. Come già vi ho detto più volte, santuari, chiese e edicole religiose non mancano mai nella mia Valle.

Da qui si può osservare molto bene la Valle nel suo termine stesso. Nel senso che si vede chiaramente il vallone compreso tra le due catene montuose che la circondano. Si possono notare anche alcuni piccoli affluenti del Torrente Argentina, che adesso sono in secca, nonostante le numerose piogge di quest’anno. Sembrano grandi arterie dei monti con il loro beige che si staglia in tutto quel verde. Un verde onnipresente.

Questa strada, infatti, è percorribile anche in piena estate, a differenza di altre della Valle, perché offre zone d’ombra nelle quali ristorarsi. Ci sono molti alberi, cespugli e arbusti ai suoi lati. Non è aspra e glabra come l’Alta Valle dei pascoli e degli alpeggi.

Sono tanti, infatti, anche gli uccellini che accompagnano la nostra passeggiata con il loro canto. Qui possono costruire i loro nidi. Si sentono cinguettii di vari tipi e, tutti assieme, formano un coro armonioso.

Come vi ho detto, la strada continua, sale molto più su, ma adesso io mi fermo qui. Mi riposo e mi godo questa natura eccezionale che dona le sensazioni migliori. Sedetevi anche voi accanto a me e ascoltate… osservate… in silenzio… il Tutto.

Vi aspetto per il prossimo tour Topi, a presto!

San Zane, il fuoco e la rugiada

Vi ho già portati sul sentiero che da Verezzo conduce ai prati di San Giovanni, vi avevo anche fatto vedere l’abside della chiesetta, vi ricordate?

Però questo edificio religioso di montagna merita un articolo tutto suo, perché ha una bella storia da raccontare.

Come vi dicevo, la chiesa di San Zane appartiene al comune di Ceriana e da questo paese è possibile raggiungerla.

san giovanni ceriana

È dedicata a San Giovanni, San Zane, ed è il centro focale di una celebrazione molto sentita da tutti i cerianesi.

Prima di parlarne, però, giriamo intorno alla chiesa e osserviamola un po’.

Situata in mezzo ai prati, a fargli da cornice sono le montagne. Davanti al sagrato pascolano indisturbate le Mucche e in lontananza si vedono il Toraggio e le alture del confine. Sembrerebbe un quadro perfetto per una cartolina o per una di quelle pubblicità del latte o della cioccolata, non è vero? Eppure non siamo in Svizzera, ma in Liguria, e neppure tanto distanti dal mare!

La chiesa, edificata nel 1667, è un grazioso esempio di architettura religiosa, con le pietre color sabbia tenute insieme da qualche colata di cemento. La facciata colpisce subito l’attenzione. Il portico, con i suoi tre archi a tutto sesto, è un vero gioiello.

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Ci avviciniamo all’ingresso e, anche se la chiesa non è aperta, intrufoliamo la fotocamera tra le sbarre delle finestre per immortalarne gli interni.

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Come c’è da aspettarsi, è una chiesetta a navata unica e per i fedeli ci sono panchette di legno chiaro, usurato dal tempo. Sembra di tornare in epoche antiche, guardando gli interni di questo piccolo edificio religioso.

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Non ci sono decorazioni sensazionali, sembra spoglia, eppure il bianco delle pareti è brillante, le pietre che formano il catino absidale fanno contrasto e tutto risulta perfetto, armonioso nella sua spartana semplicità. Davanti a noi, sopra l’altare, si staglia la statua marmorea di San Zane, candida e perfetta.

Vi dicevo che questo edificio è protagonista di festeggiamenti importanti e particolarmente sentiti da tutti gli abitanti di Ceriana.

L’usanza è antica e probabilmente si è persa la memoria del suo significato, ma è sopravvissuta fino ai giorni nostri. Il 24 giugno di ogni anno, i cerianesi vengono fino qui per trascorrere una giornata in allegria e spensieratezza, all’insegna del buon cibo, della musica e della buona compagnia per festeggiare San Zane. Tra i giovani, addirittura, si festeggia fin dal giorno precedente, venendo a trascorrere la notte in tenda per dare il benvenuto al sole di San Giovanni. La vigilia si accende un falò e si sta in compagnia, con un tetto di stelle sopra la testa e un materasso di terra a cullare durante la notte.

prati san giovanni ceriana

Eppure questi festeggiamenti hanno origini antiche, ed erano molto importanti per le comunità agro-pastorali. Alla rugiada di San Giovanni, infatti, venivano attribuite proprietà magiche, terapeutiche e taumaturgiche. Si credeva che farsi “il bagno” nella guazza di San Giovanni potesse tenere lontani dalla sterilità. Era un mondo difficile, dove la fertilità della terra, degli animali e delle donne non dovevano mancare, se si voleva sopravvivere. Il 24 giugno la tradizione popolare vuole che le piante officinali aumentino le loro proprietà benefiche grazie alla forza rinnovata del Sole, ecco perché si usava raccoglierle, seccarle e conservarle in questa data per rimpolpare le scorte che sarebbero servite per tutto l’anno successivo. E, a proposito di Sole, è in questo periodo che avviene il Solstizio d’Estate, il giorno più lungo dell’anno. Dopo l’inverno di stenti, sacrifici e scarsità alimentare, arrivava – e arriva – l’estate, con la sua abbondanza, la sua luce e i suoi profumi. L’uomo di un tempo percepiva con più forza i cambiamenti stagionali e li festeggiava accendendo falò; nel caso della festa di San Giovanni, il fuoco doveva servire simbolicamente ad aiutare il Sole a rafforzarsi, per permettere alle piante di dare frutti in abbondanza e agli animali di acquisire forza grazie al suo calore.

Oggi, in questa chiesetta non lontana dalla mia bella Valle, si festeggia ancora l’eco delle celebrazioni di un tempo, mescolando passato e presente in un luogo che si trova a metà tra i monti e il mare.

È bellissimo, non lo credete anche voi?

Pigmy

Le trunette del Carpasina

Cari topi, forse non avete idea di quante meraviglie possa nascondere la mia Valle. Dopo tanto tempo trascorso a camminare insieme sui sentieri in lungo e in largo, scommetto che avrete pensato: “La Valle Argentina è proprio bella, Pigmy ce l’ha fatta conoscere tutta, ormai”. Eh no! E’ qui che vi sbagliate! Ci sono angoli di paradiso di cui ancora non vi ho raccontato, e quello di cui voglio parlarvi oggi è un luogo mozzafiato, degno dei più grandi film d’avventura o di genere fantastico.

trunette

E allora indosso il mio bel cappello da Pigmy Jones e mi avventuro insieme a voi su un sentiero davvero molto scenografico.

Oggi ci troviamo a Carpasio. Di questo paese vi ho già parlato in passato, tra le sue mura si cela il museo della Lavanda e, tra i vanti del suo territorio, conta anche il museo della Resistenza. Vicino all’abitato scorre il torrente Carpasina, affluente dell’Argentina, che forma caratteristiche gole a tratti anche molto profonde, conosciute come trunette. Ed è proprio qui che voglio portarvi.

La stagione migliore per percorrere questo bel sentiero è, a mio parere, l’inverno. Ogni periodo dell’anno regala colori diversi, è chiaro, ma in questa stagione l’acqua del torrente è più impetuosa per via delle precipitazioni nevose e piovose; inoltre, la vegetazione è molto rada, permettendo di godere meglio della vista delle gole.

Lasciamo la topo-mobile nella piazza del paese, sovrastata da un campo sportivo e dalla Pro Loco. Imbocchiamo una stradina lastricata tutta in discesa, se siamo fortunati all’imbocco di questa strada possiamo fare un saluto a questa bellissima cavalla. Ha gli occhi dolcissimi, si fa accarezzare senza timidezza, è davvero socievole!

cavallo carpasio

Scendiamo sempre più giù, e già possiamo sentire lo scroscio del torrente, l’umidità che sale, il profumo della vegetazione e della terra bagnata ci avvolgono. Il borgo rimane alla nostra destra, mentre a sinistra si intravedono bellissime abitazioni in pietra incorniciate da orti ben tenuti, giardini curati da mani abili e sapienti.

Giungiamo a una chiesetta e a un ponte, lo imbocchiamo, poi dobbiamo salire a sinistra. Fate attenzione, perché il sentiero non è ben segnalato. Io stessa ho dovuto esplorare un po’ prima di trovare la strada giusta. Abbiamo come l’impressione di disturbare gli abitanti di queste splendide casette, ma non abbiate timore e continuate a camminare vicino a me. Subito dopo la piccola “borgata”, ci ritroviamo a scendere di nuovo, questa volta il sentiero si vede bene e si inoltra nella vegetazione. Cominciamo a vedere castagni dal tronco imponente, la terra è umida, scura, segno che il torrente è molto vicino.

Ci imbattiamo in un tavolo da pic-nic, in effetti sarebbe un luogo perfetto in cui trascorrere il pranzo domenicale nelle più tiepide giornate primaverili.

Arriviamo, infine, a un ponticello di pietra sul quale se ne stanno abbarbicati rampicanti di ogni genere e sotto di esso l’acqua del Carpasina genera cascate, il fragore è talmente forte che quasi non ci si sente mentre si chiacchiera. E questo è solo l’inizio!

Dopo il ponte, imbocchiamo il sentiero sulla sinistra e proseguiamo costeggiando il torrente. Il sentiero non è di difficile percorrenza, il percorso che vi farò fare dura un paio d’ore, con tutte le dovute soste. Se siete camminatori lesti, impiegherete molto meno.

Dicevo, il sentiero si fa a tratti più ampio, a tratti più stretto, ma in ogni caso resta scenografico. A ogni sua svolta possiamo stare certi che dall’altra parte ci sarà una sorpresa ad attenderci, e non verremo mai delusi! Passiamo tra castagni dalle forme davvero degne delle migliori fiabe. Ce ne sono molti col tronco bruciato, squarciato dai fulmini; altri sono ormai cavi e formano cunicoli, tane e rifugi ben visibili; altri ancora hanno fori grandi e piccoli che li fanno somigliare a una groviera (… gnam!) o a volti; ce ne sono molti, infine, abbracciati così tanto dall’edera che non si capisce più dove inizi l’una e finiscano gli altri. Riempitevi gli occhi di queste meraviglie, non si vedono certo tutti i giorni!

Quando il sentiero lo consente, possiamo fermarci a rimirare le cascate del Carpasina. Il torrente forma polle d’acqua limpidissima, in questa stagione è ghiaccio sciolto, più blu del cielo. In alcuni tratti sembra di trovarsi davanti a una piscina, talmente vivido è il colore dell’acqua. Si vede chiaramente il fondale pietroso, possiamo anche avvertirne la profondità. Nonostante il freddo, vi confesso che la voglia di tuffarmi è forte, quest’acqua è così bella! Scende sinuosa, somiglia a un serpente che con le sue spire si lascia scivolare sul terreno, fra le rocce.

E, a proposito di rocce, sono lisce, ben levigate dal passaggio costante dell’acqua.

Lungo il percorso ci imbattiamo anche in diversi ruderi, antichi rifugi che in questo contesto sembrano case di donne sagge, possiamo immaginarle lì dentro, intente a preparare qualche rimedio contro i malesseri più comuni. Pare di essere in una fiaba, ci si sente un po’ parte di quelle antiche leggende che si raccontavano intorno al fuoco, nelle quali ci si perdeva nel bosco e si incontravano le creature più disparate.

rudere valle argentina

Tornando con le zampe… ehm… per terra, proseguiamo il nostro cammino e finalmente arriviamo a uno spiazzo che ci offre un piccolo sguardo sull’orrido scavato dal torrente. Fate molta attenzione, non sporgetevi troppo, soprattutto se soffrite di vertigini, perché la gola, qui, è particolarmente profonda: non si riesce neppure a vedere il fiume, giù in basso!

Le foto non rendono giustizia alla bellezza del luogo, per cui proverò a spiegarvela a parole. La roccia trasuda acqua, anche là dove il torrente scorre, sì, ma più in basso. Piccole e costanti goccioline scendono dall’alto, si tuffano nel vuoto e si uniscono al Carpasina. La luce che filtra dagli alberi le illumina una a una, cosicché si ha l’impressione che quelle goccioline siano tende fatte di piccoli diamanti scintillanti. Le cascate sono di cristallo, e quando l’acqua si ferma sulle rocce e si incontra con la luce del sole, diventa d’oro. Non vi prendo in giro, topi miei, è la mia Valle! Ci avreste mai creduto?

Continuiamo a camminare, dunque, anche se la tentazione di fermarci a ogni passo è davvero forte. Possiamo godere di bellissimi scorci, l’acqua e le trunette formate dalla sua costante erosione formano coreografie perfette.

A un certo punto, ci accorgiamo che il sentiero sembra finire. Non si sa più bene dove sia il proseguimento, e qui bisogna usare l’intuito: ve lo dicevo che non era ben segnalato. Potete scegliere di ripercorrere a ritroso il corso del fiume, tornando sui vostri passi e rientrando in paese, oppure potete proseguire insieme a me, concludendo il percorso ad anello. Quando, per l’appunto, il sentiero sembra concludersi, non ci resta che guadare il torrente.

carpasina

Niente di pericoloso, tranquilli. Cercate un punto in cui le pietre vi consentano di passare facilmente da una sponda all’altra, là dove l’acqua scorre più lenta e meno profonda. Male che vada, se doveste proprio mettere una zampa in fallo, vi bagnereste fino alla caviglia. Dall’altra parte la sponda è quasi pianeggiante, ampia, e si intravede il sentiero che continua, se si fa un po’ di attenzione.

Uno, due, tre… e hop! Siamo dall’altra parte. A questo punto rivolgiamo un ultimo saluto al torrente, perché da qui in poi non lo vedremo più, anche se ne sentiremo lo scroscio impetuoso. Ci inoltriamo nella vegetazione, non è difficile capire quale sia il percorso giusto, in questo caso: basta seguire il tubo nero dell’acqua, sembra un grosso pitone scuro. Ecco, lo so che non è molto romantico, non è certo come dire “seguite la strada d’oro che porta a Oz”, ma di oro, di argento e di cristallo ne abbiamo visto già tanto per oggi, non credete?

Quindi, dicevo, proseguiamo così, inizialmente in dolce salita, poi in discesa, seguendo il sentiero che ci porterà di nuovo a Carpasio. In mezzo alla vegetazione vediamo muretti a secco, ruderi di antiche abitazioni, polle d’acqua più o meno stagnante… Oltre ai castagni, qui è presente anche il rovere. Sul versante della collina più esposto al sole possiamo riconoscere le erbe aromatiche tipiche della zona, tra cui il timo, il ginepro e la lavanda. L’edera non ci abbandona mai, è onnipresente.

Arriviamo a una borgata abbandonata ed è inevitabile fermarsi a immaginare i ritmi di un tempo, la vita dell’uomo tra quelle pietre antiche. Se ne sente l’eco.

rudere carpasio

Poco dopo la borgata, sulla sinistra del sentiero cominciano a fare la loro comparsa casette graziose, più moderne o recentemente ristrutturate. Sono ben tenute, con siepi a delimitare i confini della proprietà e a regalare un po’ di privacy a chi vi abita. Sono davvero dei gioielli, ci si incanta a guardare con quale cura siano state abbellite. Ci sono capanni verniciati di colori sgargianti, folletti dipinti, lucertole giganti in pietra, campanelle appese alle porte d’ingresso, lanterne a illuminare l’esterno delle case… Si intravedono tende colorate alle finestre, e poi scacciapensieri, simboli antichi dipinti sugli stipiti delle porte e frasi benauguranti scritte su travi di legno. E poi fiori, piante, giardini, orti! Tutto trasmette un senso di pace e armonia con l’ambiente circostante.

Il borgo di Carpasio è lì, davanti a noi, ormai vicinissimo. Il sentiero non è più di terra battuta, ma torna lastricato, come quando lo abbiamo imboccato, e poi cementato, a chiudere il cerchio di questo bellissimo percorso. In lontananza possiamo vedere il parcheggio nel quale abbiamo lasciato la topo-mobile e anche la cavalla dagli occhi dolci.

La nostra avventura, per oggi, finisce qui, topi! Vi è piaciuta? A me sì, talmente tanto che quasi quasi ricomincio il giro da capo.

A presto, allora!

Vostra Pigmy.

Taggia padrona

Fu quando, durante una bella mattina di sole, decisi di scendere verso il mare su una delle spiagge di Arma di Taggia che udii nuovamente la sua voce. Ero accovacciata sulla spiaggia e osservavo l’orizzonte lontano e i Gabbiani. Come sono diversi dagli uccelli che di solito vedo nel bosco… e come sono grandi! Ne salutai uno che, curioso, mi si avvicinò e sentii chiaramente qualcuno salutarmi.

«Ciao piccola Pigmy!»

Avrei riconosciuto quella voce tra mille e sapevo perfettamente non appartenere al Gabbiano.

«Ciao Spirito della Valle! Sei anche qui?! Allora è proprio vero che sei dappertutto!»

«Te lo dicevo! Sono ovunque mi cerchi e mi vuoi.»

«In effetti ti stavo pensando. Non vengo spesso da queste parti, ma è tutto magnifico: il mare, tanto cielo… e che colori! E i Gabbiani! E poi guarda lassù. Come sono verdi, le colline, e quante case!». Da Arma infatti potevo vedere diversi paesi sul mare alla mia destra e alla mia sinistra e, guardando in su, tante colline verso il paese di Taggia. Che vista!

«Sì, sono luoghi diversi da quelli in cui hai la tana, ma stupendi anche loro, se ne sai cogliere la bellezza.»

«Per me non è difficile! Apprezzo anche le costruzioni dell’uomo, o almeno le sue dimore, guarda lì che belle case. Quel paese dev’essere Bussana.»

«Esattamente» annuì lo Spirito.

«È un paese bellissimo, peccato che, per un soffio, non appartiene alla mia Valle!» esclamai con un po’ di rammarico.

«Oh, forse non lo sai, cara Pigmy, ma una volta è appartenuto alla Valle Argentina!»

«Cosaaa?!» mi si drizzarono i baffi dallo stupore.

«Sì, o meglio, diciamo che apparteneva al paese di Taggia» rispose decisa quella calda voce.

Ero ancora più curiosa:  «Dici davvero?». Non sapevo nulla di tutta quella storia.

«Certo, ma parliamo di molto tempo fa»

Scansai la coda dalle mie piccole chiappette e mi misi comoda su una conchiglia: «Racconta!», lo esortai con entusiasmo.

«Oh… Ehm, vediamo… se non ricordo male correva l’anno 1261. Sì, 1261. Il Comune di Genova unì Bussana a Taggia dopo averla acquistata dai figli di Oberto, Conte di Ventimiglia, la Signora Veirana e il Signor Michele, ma… – mi parve che a quel punto lo Spirito stesse ridendo – nel 1428, i Bussanesi chiesero alla Repubblica di Genova di staccarsi da Taggia e che la cittadina divenisse Comune a sé, perché i tabiesi pare governassero in malo modo e che fossero troppo presuntuosi.»

«Ah sì?»

«Già. Volevano sempre far capire che erano loro a comandare.»

«Non l’avrei mai detto! Sono così simpatici, gli abitanti di Taggia!»

«Infatti lo sono davvero, Pigmy, ma devi pensare che stiamo parlando di molti secoli fa e si viveva per difendersi e combattere. Nulla è paragonabile a ora.»

Come sempre, lo Spirito della Valle aveva ragione.

«E quindi ora non appartiene più a Taggia?» chiesi per sicurezza.

«No, da tanto tempo. Ora Bussana è sotto il Comune di San Remo.»

«Tu pensa!»

«Eh, cara Pigmy! Sapessi quante volte i paesi sono stati venduti e ripresi per mano della Grande Repubblica. Quasi tutti, sai?»

Vendere un paese, una zona intera… mi sembrava impossibile! Mi pareva assurdo che, al di là della Repubblica Marinara, un solo uomo, ad esempio un Conte, potesse un tempo essere proprietario di un intero paese e di molto di più.

Lo Spirito della Valle continuò senza lasciarmi il tempo di rispondere: «A volte le terre venivano cedute attraverso semplici contratti, altre, invece, dure battaglie si combattevano per appropriarsi di una zona.»

Non riuscivo proprio a concepire questo modo di fare degli umani. Anche tra noi animali può capitare che uno rubi la tana all’altro, ma sono casi particolari e sappiamo bene che il bosco è di tutti, anzi… non è che ci sia da saperlo… così è.

«E quanti pentimenti, ancora oggi! – continuò lui senza giudizio, ma con un tono quasi di incomprensione – Ancora oggi, che siamo nel ventunesimo secolo, ci sono rammarichi nei confronti di terre cedute o perse. Si pensa, infatti, che adesso sarebbero potute servire per determinate cose anche se, in realtà, come dicevi tu, tutto dovrebbe essere di tutti.»

Era un po’ come se i paesi fossero merci, caramelle da vendere e da comprare. Davvero una stranezza!

«Fatto sta che oggi Bussana appartiene a Valle Armea e non più a quella Argentina…» dissi.

«Sì, e quindi nemmeno la Grotta dell’Arma.»

«Ma come? Davvero? Ma è attaccata ad Arma di Taggia!»

«Infatti la si considera di questa cittadina in un certo senso… Furono i tabiesi a sconfiggere i Saraceni che si erano rifugiati al suo interno, ma, durante la spartizione del territorio, quando Bussana si staccò da Taggia, si prese anche la grotta, nonostante la Chiesetta, edificata dagli abitanti di Taggia, in onore della Vergine Annunziata che li difese durante gli scontri.»

«Non l’avrei mai detto… E allora anche la Fortezza di Arma appartiene a Bussana?»

«Credo proprio di no ma son stati mai tanti i tafferugli! Tra l’altro, per volere della Repubblica di Genova, furono proprio i taggesi a ergerla.»

«Quante cose sai, Spirito della Valle!»

«Le ho vissute, cara Pigmy. Vedi? Non solo non sono in nessun luogo e dappertutto, ma mi trovo anche nel mai e nel sempre.»

Accarezzai la calda sabbia di Arma con una zampa, come a voler donare una carezza allo Spirito e feci ritorno alla mia tana. Con lo sguardo continuavo a osservare Bussana. Che ricco passato hanno questi luoghi! E io ne avevo scoperta un’altra!

Ora non mi resta che andare a investigare sulla prossima che vi racconterò.

Vi mando un bacione!

La Natura, la Chiesetta e il Torrente.

Qui tutto è ancora acerbo. No, non tutto, ma i principali frutti dei miei boschi si, lo sono ancora, anzi, si stanno iniziando a formare solo adesso. Guardate i piccoli ricci delle buone Castagne. WP_20150612_005Minuscoli, verdi, morbidi. I Castagni sono in fiore, fiorellini piumosi e piccini e dipingono di tocchi di giallo tutta la vallata in questo periodo sbucando tra il Brugo e le Acacie. E poi le Noci, ancora verdi, ancora molli dentro ma già formate. WP_20150615_003Il gheriglio e’ appena accennato e il guscio ancora non esiste. Con le loro foglie lucide si riconoscono e non si confondono. WP_20150612_006Sono meravigliosi frutti che stanno prendendo vita e dimostrano bene le stagioni che scorrono. Ci troviamo nel bel mezzo della mia valle, sotto a Montalto Ligure, davanti alla piccola frazione di Isolalunga. Ci troviamo accanto “Alla Capanna dei Celti” una bella locanda e punto di ristoro e ci troviamo per una stradina asfaltata ma circondata dalla natura più verde che c’è. WP_20150612_001Sotto a noi scorre il torrente Argentina che si disegna tra massi e rii da far invidia a certi panorami americani. Laghetti, cascatelle, l’acqua assume forme e colori strabilianti. WP_20150612_002Qui cupa, qui brillante. Qui calma, qui bizzarra. E’ meravigliosa da guardare e da ascoltare, il suo rumore infatti ci tiene compagnia nella tranquillità di questo spicchio di mondo. WP_20150612_003Le More sono ancora in fiore, così come il Pisello Selvatico e il Tarassaco e colorano il luogo di rosa e di verde in un tripudio di sfumature come la tavolozza di un allegro pittore. WP_20150612_008Tante quelle che vengono definite Erbacce, che crescono spontanee ma in realtà sono edibili e molto salutari. Crescono da una parte e dall’altra del torrente rendendo il panorama rigoglioso e lussureggiante. E insieme a loro, anche tanti piccoli e simpatici animaletti ci tengono compagnia.WP_20150612_007 Proprio sul piccolo ponte, che fa da strada per giungere sull’altro lato, c’è una piccola chiesetta color bianco avorio che controlla il fluire della vita beata. WP_20150612_004E’ purtroppo chiusa per cui ci dovremmo accontentare di vederla da fuori e ammirare il suo minuscolo tetto formato dalle famose ciappe. WP_20150614_003Una crocetta di ferro posizionata su di lei, si staglia contro il cielo turchese. E c’è la pace e la tranquillità. Gli alberi che la circondano, e ora stò per dirvi una cosa buffa, si chiamano Ailanti e sono denominati anche Alberi del Sole o del Paradiso ma, a causa dell’odore sgradevole che emanano le loro foglie, a Genova, vengono soprannominati “Alberi della Cacca”. Ma vi assicuro che se si lasciano stare non si sente alcun olezzo! Un posticino affascinante che rapisce gli animi, che permette di rilassarsi e ritemprarsi. Un posticino per passare bei momenti, per leggere un buon libro, per guardarsi intorno e imparare a conoscere i frutti che la natura ci regala. Io mi sono molto divertita. Spero anche voi. Un bacione a tutti.

Chiesetta alpina

Nel parco giochi di Molini, all’ombra di pini secolari, c’è una piccola chiesetta dedicata agli alpini.

Il piccolo santuario, costruito interamente in pietra, si erge proprio di fianco a una delle strade principali del paese, quella che conduce a San Giovanni dei Prati. Il tetto e il pavimento sono formati da lastre di ardesia e nient’altro.

Il contesto nel quale è stata edificata è bellissimo. Un prato ricco di panche e tavoli di legno offre la possibilità di comodi pic-nic, dotati anche di fontana, dalla quale si può bere un’acqua buonissima, e una griglia per fare la carne alla brace. I giochi dei bimbi e il campo sportivo adiacenti permettono ai topini di divertirsi, rimanendo sempre a portata di sguardo.

Il melo, poco distante dall’edificio, in questo periodo è fiorito e fa da cornice colorata alla chiesetta.

È proprio piccolissima, così come il suo campanile. La campana, poi, è minuscola, in bronzo, rimane sopra la scritta di ferro che ne indica il nome: “Chiesetta Alpina”. Fuori, su una parete, è stata sistemata nel 1975 una lapide con una scritta scolpita in memoria dei valorosi eroi caduti per la patria.

Attraverso la grata che fa da porta, si può vedere all’interno il modesto altarino, sul quale, in bella mostra, è stato posto un cappello degli alpini in ottone su ardesia e un pezzo di roccia per indicare le montagne della valle attraversate più volte da queste truppe dell’Esercito Italiano.

Questo corpo, il più antico della fanteria, ha combattuto contro francesi, tedeschi e austriaci su per i monti che spesso vi fotografo e vi mostro. In tanti paesi della mia Valle vengono ancora oggi ricordati non solo da monumenti in loro onore, ma anche da riunioni, associazioni e feste che ancora vengono tradizionalmente mantenute da uomini orgogliosi di aver fatto parte della salvezza dell’Italia.

Non ci sono croci al suo interno, un’unica grande croce fa da finestra. Sottile e alta, è stata creata sulla parete retrostante e permette alla luce di entrare. Un’altra, molto più piccola, è posizionata sopra la campana.

A Molini di Triora il raduno degli alpini avviene il 29 maggio ed è l’unico giorno in cui questa chiesetta viene usata per celebrare la Santa Messa, dopodichè si festeggia mangiando, bevendo e ascoltando i cori della vallata come il coro alpino “Monte Saccarello”. Nella mia valle ci sono un’infinità dichiese e ognuna è stata costruita in onore di qualcuno o riporta antiche testimonianze. Questa, è quella dedicata agli alpini.

Un abbraccio,

la vostra Pigmy.

M.