San Giovanni dei Prati profuma d’Autunno

Topi, oggi vi porto con me in uno dei posti che più mi piacciono della mia Valle.

A dire il vero, ci troviamo a cavallo tra le Valli Nervia e Argentina, nel territorio di Molini di Triora. Siamo a San Giovanni dei Prati e il nostro tour inizia da un prato verde che in questa stagione andrà lasciando il posto a un beige tenue. Vedete la chiesetta del Duecento, piccola, in pietra? E’ davvero un gioiellino.

La terra ha un odore molto forte e si presenta già più riarsa rispetto ai mesi estivi mostrando zolle nude e pulite. L’aria è frizzante in questa stagione, ma è destinata a diventare ben più fredda, anzi, congelata! Brrr, già mi tremano i baffi e la coda al pensiero!

Le narici captano odore di umidità, c’è profumo di foglie e subito la fragranza autunnale raggiunge i polmoni, insinuandosi in ogni cellula, nel cuore e nell’anima. Credo che, inspirando profondamente l’aria di questi luoghi, sia facile dimenticare ogni cosa, è un’aria pura, che ritempra e rinvigorisce.

Lasciamoci la chiesetta alle spalle, vi va? Proseguiamo insieme di qualche passo, poi svoltiamo a sinistra, imboccando il sentiero largo e piano che si inoltre nel bosco.

L’atmosfera boschiva è accogliente, gli alberi ci avvolgono in un abbraccio verde  cangiante, mentre l’aria fresca imporpora le gote. L’Autunno qui si fa sentire e la Natura si sta preparando per affrontare i lunghi mesi di sonno invernale.

Si riescono a scorgere i piccoli, grandi cambiamenti che in città faticano ad arrivare, con le sue nubi di fumo e i suoi cumuli di cemento: il silenzio è sacro, qui, non esiste rumore al di fuori dei nostri passi e del fruscio del venticello fresco che accarezza le fronde.

Il terreno è umido sotto le zampe e un tappeto di foglie morbide e colorate ci fa strada nella boscaglia, coprendo il sentiero.

Una piccola chioccia, rinchiusa nella sua casetta, se ne sta comoda su una foglia arancione, nel bel mezzo del sentiero. Visto che da qui passano anche le topo-mobili, la sposto ai margini dello sterrato, così che non perda l’orientamento.

Procedendo sul percorso, il bosco si infittisce e gli alberi si impongono sempre di più. Mi fermo a guardarli, ad assaporarne i profumi. Mi piace restare qui ad ascoltare i passi della loro danza nel vento e le parole del loro canto. Le chiome verde-arancio coprono il cielo grigio, offrono protezione al sottobosco e sembrano sussurrare canzoni antiche e dimenticate. Infine una nebbiolina leggera scende dai monti, avvolgendo tutto nel suo abbraccio fresco.

Volete vedere come saranno i monti visti da qui tra qualche tempo? Eccoli, ve li mostro. Ricoperti di neve!

Avete mai fatto caso al fatto che la nebbia renda ancora più vivi i colori tutto intorno? E’ come se, per timore di essere spazzati via dal nulla che avanza, tutti gli elementi naturali si impegnino a brillare di più, si aggrappino ai loro colori per farli risaltare sullo sfondo bianco che avanza: Sono qui, mi vedi? Non sei solo, ci sono anche io!, paiono sussurrare i tronchi, le foglie, le rocce e il terreno. Passeggiando nella nebbia, ci si sente fuori dal mondo, in un luogo senza tempo dove non esiste altro se non la nostra presenza unita a quella degli alberi della foresta. L’aria è sempre più fresca, il bosco sempre più buio. Che ne dite, torniamo indietro? Resterei sempre qui, ma la tana mi aspetta.

Ritorniamo per la stessa strada fatta all’andata, passando cioè dal Campo Sportivo di Molini dove il Tarassaco ai bordi della via inizia a mostrare i suoi soffioni e non più il fiore giallo e intenso di poco fa.

Lasciamo la chiesetta, il suo piccolo campanile che s’innalza verso la luna ancora alta nel cielo del mattino.

Una chiesetta che, sul suo retro, mostra una lastra in gesso raffigurante una candida Madonna con gli occhi chiusi.

Una chiesetta che sarà di nuovo pronta ad accoglierci la prossima volta che torneremo qui, a San Giovanni dei Prati.

Alla prossima gita, topini!

Un abbraccio silvano dalla vostra Prunocciola.

La bella storia di Baladeuse

Quella mattina, quando nonna Piera entrò nel pollaio, tutte le uova si erano schiuse e i pulcini cinguettavano allegri e un po’ spauriti sotto la chioccia.

Nonna Piera sorrise. Diede del nuovo mangime alle galline, dell’acqua fresca e si mise ad ammirare la simpatica, nuova famigliola.

Erano i giorni di Pasqua e nessun evento poteva essere più lieto e puntuale di quello. Girandosi per andarsene e lasciare così tranquilla mamma Coccodè, vide però che in un angolo del pollaio, per terra tra le sterpaglie, c’era un uovo. Contò i pulcini e…. le uova che in precedenza aveva contato erano cinque, ma i pulcini erano solo quattro! Sicuramente la mamma lo aveva scartato perchè era vuoto. Be’, togliamolo di lì, si disse nonna Piera, e lo prese in mano. Era freddo come un cubetto di ghiaccio. Chissà da quanto la gallina lo aveva  fatto rotolare via dal suo fondoschiena.

Nonna Piera lo avrebbe buttato. Uscì da quel piccolo recinto e…. plaf! L’uovo gli cadde per terra. Fece una frittata, direte voi. E invece no! L’uovo si frantumò e… tanananà! Uuscì un bellissimo pulcino che gridava il suo “cip cip!” a squarciagola, reggendosi a malapena sulle esili zampette rosa.

Nonna Piera si agitò. Prese il morbido esserino e lo infilò senza pensarci sotto il deretano piumato della mamma. Il pollo, offeso, a quel punto iniziò a infastidirsi e a beccare il pulcino. Non sarebbe certo sopravvissuto, con tutte quelle botte in testa, il Calimero della situazione! Allora la nonna lo prese e corse in casa.

Le sue ciabatte strisciavano sul terreno del cortile come mai avevano fatto. Quell’esserino era infreddolito e tramortito. Non se la passava per niente bene. A dirla tutta, sembrava più morto che vivo. Nonna Piera iniziò a urlare ai componenti della sua famiglia che erano in giro per casa e nell’orto: “Presto! Portatemi la baladeuse! Presto!”, e figli, marito e nipoti credevano che la nonna si fosse ammattita.

“La baladeuse, presto!” continuò lei, imperterrita.

Per chi non lo sapesse, la baladeuse è quella lampada con griglia e gancio che i meccanici usano appendere davanti a sè per vedere meglio dove mettere le mani. Quando arrivarono in cucina, di corsa, trovarono la donna che, saltellando con le braccia in alto, cercava di avvicinare il più possibile il pulcino al lampadario appeso al soffitto, non arrivandoci. Era tutta agitata: “Passami una sedia e vammi a prendere la baladeuse!”, gridava, mentre sembrava inscenare lo strano ballo di una tribù africana.

Il pulcino nei suoi palmi ondeggiava a destra e a sinistra, vittima di quella frenetica tarantella. Insomma, andarono in magazzino e le presero quella benedetta baladeuse e io non so se è stato merito della lampada  tanto desiderata o dell’energia positiva di questa donna, so soltanto che, dopo qualche giorno, il pulcino, battezzato naturalmente  Baladeuse, si è ripreso splendidamente.

Dopo una settimana circa, è stato messo di notte insieme ai fratellini e, meno bisognoso di cure, fu accudito anche dalla sua mamma chioccia.

E ora eccovelo. Questo è Baladeuse con i suoi fratellini e il papà! Con le sue piumette rossicce e la sua piccola crestina spuntata da poco!

Brava nonna Piera! Sei proprio una topononna anche tu!

Evviva nonna Piera! Evviva la vita! E…. a parer mio, la baladeuse, ha fatto ben poco. A salvare il piccolo polletto è stata la passione di una nonna.

M.