Dai 1600 ai 1300… metri. E poi di nuovo su.

Tante atmosfere, tanta natura in un solo luogo. Pini, Larici, Abeti, Faggi, Noccioli. WP_20150703_001E le radure dove cantano i grilli a squarciagola e i boschetti dove tutto tace. L’erba dorata riarsa al sole che giace morbida sui campi. WP_20150703_024Terreni estivi che ormai hanno già dato e ora riposano attendendo l’autunno per spogliarsi. Zone più umide, più ombrose, più verdi dove l’oro lascia il posto alla speranza. WP_20150703_016Dove le sfumature di verde nascondono i funghi, i lamponi e le fragoline selvatiche. Qui, al sole, è concesso di entrare poco per volta e la rugiada continua la sua esistenza mattutina. WP_20150703_026Prati fioriti di giallo intercalato al rosa regalano tuffi alla fantasia e agli occhi.WP_20150703_012 Tante le farfalle che si rincorrono, che vengono ad annusarti le mani, che srotolano la loro lingua sopra a un fiore. WP_20150703_009E noi srotoliamo felicità. Monte Ceppo. Il mio Monte Ceppo. A Ovest nella Valle Argentina. Meta ambita di chi vuole passare ore liete lontano da tutto. Dove la bellezza della natura regala tonfi al cuore. Monte Ceppo dai panorami vasti e meravigliosi. WP_20150703_002Un sentiero che porta all’incirca sopra il paese di Ciabaudo sarà il nostro itinerario. Vi ci avevo già portato ma come si fa a non tornare. E’ un territorio talmente vasto e sorprendente che affascina in modo diverso da mese a mese, da stagione a stagione. Il frinire, il ronzare, il cinguettare e poi… qualche verso strano, sconosciuto che pare allarmato o forse è solo incuriosito. E si vola. Quando i monti di fronte si aprono, lo sguardo sorvola un mondo nuovo. WP_20150703_003La foschia del mattino si dirada nelle ore più tarde e mette in mostra i paesi sulla costa. Sembrano lì, a un passo da noi. Sembra di poterli toccare con un dito come si toccano i fiori. WP_20150703_010Malvoni, Iperico, Sparviere dei Boschi, Bardana, i tanti colori profumati ci fanno strada, ci disegnano il sentiero ancora poco battuto in questo periodo. WP_20150703_015Gli amanti della mountain bike non sono ancora passati di qua, aspetteranno le ferie di agosto, per cui i ciuffi d’erba tendono trappole piacevoli, sono lunghi e  sottili. Bisogna avanzare con calma per non inciampare.WP_20150703_005 Trattengono le caviglie, sembrano non voler mollare – Guardaci! Guarda quanto siamo belle! – dicono le spighe in coro. Di qui sono passate pecore e volpi, lo si capisce da ciò che hanno lasciato nutrendosi dei frutti del bosco. Ora la natura è viva, è tutto un via vai di fremiti e attenzioni. WP_20150703_004Per qualche metro, le piccole pigne cadute, formano uno spesso tappeto. Gli scoiattoli han già fatto man bassa, ligi, preparandosi al periodo più freddo che oggi, pare possibile arrivare. WP_20150703_014Sulle piccole praterie, non protette dai folti alberi, il sole batte caldo e la calura rende più difficile passeggiare ma fa assaporar ancor di più la vittoria. La vittoria della conquista della meta. Qui, dove tutto ha un senso, persino gli scarabei che, per nulla impauriti, continuano nella loro attività molto indaffarati. WP_20150703_027Un paesaggio meraviglioso. Come diceva Toro Seduto – Per voi il Paradiso è il cielo, per noi il Paradiso è la Terra -. La Madre Terra. Si, questo è il mio Paradiso. Uno dei tanti della mia Valle.

Così bianco che più bianco non si può

OggiSONY DSC si sale topi! Si va in su, sulle vette delle mie montagne. Così in su da vedere anche il mare dall’alto! Si và verso Ciabaudo, i Vignai e poi si gira, a destra, si prende la strada Don Aldo Caprile, si attraversano la sbarra, le casette dei tedeschi e ci si ritrova SONY DSCdavanti al Monte Faudo, sopra Montalto e laggiù si sa, Pompeiana, Riva Ligure, Arma di Taggia. E lui, eccolo, in tutto il suo splendore. Bianco, come…, come la neve. Bianco, così bianco, che più bianco non si può. E’ il bellissimo Santuario della Madonna della Neve. Mi lascia senza parole. Così rigoroso, così austero ma il suo candore, loSONY DSC rende anche umile e ospitale. Tutt’intorno, i castagni meravigliosi che fanno ombra a chi percorre la stradina o a chi vuole riposare in una delle panchine intorno a lui. Panchine semplici, in legno. La strada che abbiamo percorso invece, ci offriva gustosi corbezzoli e il buon profumo balsamico di roverelle e rosmarino. Una strada pulita, che sembra un sottobosco ed è incantevole percorrerla, fosse anche solo per vedere la sistesa azzurra, laggiù oltre il viadotto dell’Autostrada dei Fiori. Una strada nella quale fa capolino un timido sole, tra le fronde. Siamo sul monte Carmo, oltre la chiesetta di San Bernardo, sopra Badalucco, un bel paese mediSONY DSCevale. Siamo davanti ad uno dei più bei santuari di tutta la mia valle. La tradizione vuole che questa magnificenza sia stata eretta per volontà di un cieco del borgo che, guarito da un’apparizione divina e tornato a vedere, voleva rendere grazie a Nostra Signora Maria per il miracolo ricevuto dedicandole un santuario. La costruzione iniziò quindi nel XVI secolo e da subito fu meta di pellegrinagSONY DSCgio per molti fedeli, che accorrevano da ogni paese della zona, tanto che nel 1625, fu necessario un ampliamento. Era ogni giorno più bello. NSONY DSCon si poteva non visitare. Proprio durante questi lavori fu posta sopra l’altare (che oggi non riesco purtroppo a farvi vedere bene) la statua della Madonna; successivamente, nel 1680 fu costruita una ancona raffigurante lo Spirito Santo con sant’Agata, sant’ASONY DSCpollonia, i santi Cosma e Damiano che, i fedeli del luogo, sono soliti invocare per chiedere la guarigione dalle malattie. Nel 1903, il numero sempre crescente di pellegrini che arrivavano al santuario, costrinse alla ricostruzione ex- novo dell’iSONY DSCntero edificio, con la costruzione delle due cappelle laterali, del pronao e della casa del cappellano. Oggi, possiamo ammirare la statua della Madonna della Neve in un’ancona di legno mentre, nella cappella di destra, è stato posto un piccolo monumento ai caduti della seconda guerra mondiale. E la festa della Madonna della Neve è il 5 agosto e l’effige di Maria viene celebrata con riti solenni e una processione per le vie del paese di Badalucco fin sul monte Carmo. Ed è una festa molto coinvolgente. Le persone si affollano a pregare accanto alle edicole sacre che ricordano la Via Crucis e, sparse qua e là, possiamo leggere tutte le targhe che riportano ringraziamenti e ricordi. Tra tutte, quella della classe ’33 è quella che si raddoppia, sia su una lastra di marmo che su una pietra di ardesia a terra. Le alSONY DSCtre invece, facendo omaggio alla Madonna della Neve, ringraziano tutto il popolo badalucchese e Monsignor Orengo. Anche quel marmo è bianco come lei. E come la statua che la rappresenta che, oltre ad esSONY DSCsere all’interno della chiesa, la troviamo incastonata nella facciata principale e per la strada che abbiamo percorso, recintata da una cancellata nera. Sempre lei. Sempre a tenere in braccio il Bambin Gesù. Bellissima. Candida. CSONY DSCon un’espressione serena sul volto. Voglio andare a fare un giro tutt’intorno. Alla festa partecipano sicuramente in tanti perchè ci sono lunghe tavolate e, in un angolo, materiali per l’evento. Ovunque, posti a sedere. Nel giSONY DSCardino anteriore, una specie di tavolo rotondo in cemento riporta la seguente scritta “Berio Nicola e Settimo fu Gio’ Batta Meccanici Oneglia“, presumo che anche questo sia un omaggio. E prima di lui, proprio sul davanti, una splendida e alta croce in pietra e ferro, stà a segnalare la sacralità del luogo. Continuo a girare alla ricerca del campanile. SONY DSC Quando lo trovo, mi accorgo che non è imponente come me lo credevo rispetto al santuario. E’ piccolo, umile, passa quasi inosservato ma è stupendo. Non è bianco come il resto della chiesa; è fatto di mattoni pieni, mattoni color vermiglio e delle piccole volte lo abbelliscono ulteriormente. La sua campana, minuta, lassù, batte sotto a dei merletti realizzati con mattoni e pietre. Gareggia con un pino verso l’alto ma mi sa che lui ha finito di crescere. Sotto, sembra ci siano le porte della canonica. Presumo sia soltanto una residenza estiva. Chi può vivere qui in inverno. Non c’è anima SONY DSCviva! Le porte sono pesanti, in metallo, e ad abbellirle ci pensano dei cerchi dorati con all’interno una croce. Dall’altro lato invece, m’innamoro del porticato. Retto da colonne rivestite di ciappe, lo trovo bello e romantico. Il lastricato in terra, riprende la fantasia e i materiali delle pareti divenendo così un edificio appariscente allo sguardo. E tutta quella pietra, si sa, arricchisce gli occhi. SONY DSCImmagino questo posto in inverno, ricoperto di neve e mi dico che se a questo luogo hanno conferito il nome di “Madonna della Neve”, un valido motivo ci sarà. E tutti i monti intorno a lui. E le fronde degli abeti più in alto. Magari ci verrò a fotografarlo pieno di fiocchi ghiacciati e ve lo mostrerò. Cosa ne dite? Bene topi, spero di avervi allietato anche questa volta e avervi fatto fare un bel giro. Io ora SONY DSCriposo le mie zampette perchè la prossima volta dovremmo camminare di nuovo. Ricordatevi, quest’annoSONY DSC ad agosto, se non sapete cosa fare, la mia valle vi attende qui, sul Monte Carmo, in una delle cerimonie più sentite. Io vi saluto, vado a spaccare due pinoli perchè ho visto che qui ce ne sono molti. E sono golosissimi! Un bacione grande amici!

Dunde ti hai lasciàu a burata

                Dunde ti hai lasciàu a burataSONY DSC

Arrucàu ai pei du munte inta ina ressega de càe

Bella mustra i fan e ciape de cava, prie picàe a duvè

Ch’i se puntèla una inte l’autra arregatàndu u tèmpu caìn

Che cian-cianin u-e cunsuma.

A gardu a ciassa da geixa, l’èrcu ch’u àrese l’unica revouta

Du paiise, stancu e scruscìu, surdu a chelu scivurelu de vèntu alegru

Ch’u s’infira de suta aa chintagna, purtàndu i sghizi d’i sbirri

Che festuuxi i svurassa da l’inturnu.

A luna runda a luuxe inte risse che agaribàe i l’astrega u camin

Luuxente u celu ch’u te fa as-sciarì u misteru de l’univèrsu,

e stù splendù u fa brilà tuti i barcùi ch’i agnima i casuneti.

U bèru d’ina pegura u s’acosta pè sercà l’amù d’ina caressa,

ch’u in faturiisu alegru ch’u t’aciacrina u co.

Inte rame de castagne, in po’ ciù aa vale, u canta a maciota….

Amagunèndu u sòn da campana che a seira a sona l’Ave Maria.

Turna mei fiju aa tò cà, turna a sentì parlà u tò giargun,

furestu insarvaighiu ti sei, ma inte chèle càe freide e in po’ derucà

tà maire e tò pàire…. i t’aspèita.

ITALO PIZZO

Ru Ciabàudu, 30 de marzu d’ina vota

Ebbene cari topi ho copiato questa splendida poesia della quale vi farò leggere tra poco la traduzione, da un foglio che mia madre trovò nel cassetto di mio nonno. Sono riuscita a tradurla tutta ma, ahimè, mi manca la traduzione della parola “burata”. Si, proprio quella. Il foglio è andato perduto, non si sa dove, e l’unica cosa che mi vien da pensare è che ho sbagliato a copiare e, anzichè “burata” avrei dovuto scrivere “burgata”. Tutto allora avrebbe un senso… oppure, aiutatemi convallesi!

Arrocato ai piedi di un monte in una manciata di case,

bella mostra fanno le pietre (tipiche ciappe liguri sui tetti), battute a dovere

che si puntano l’una contro l’altra, ricordando il tempo caino

che pian, pianino le consuma.

Guardo la piazza della chiesa, l’arco che regge l’unica volta

del paese stanco e decadente, sordo a quel soffietto di vento allegro

che s’infila di sotto al porticato (dovrebbe essere!) portando i canti degli uccellini

che festosi svolazzano intorno.

La luna rotonda illumina gli arbusti che garbati lastricano il cammino,

lucente il cielo che ti fa chiaro sul mistero dell’universo

e questo splendore fa brillare tutti i balconi che animano i casolari.

L’agnello di una pecora si avvicina per cercare l’amore di una carezza

con un fare allegro che intenerisce il cuore,

tra i rami dei castagni, più giù a valle, canta la maciota (non ho idea di cosa caspita sia… un animale!)

Avendo il magone al suono della campana che alla sera suona l’Ave Maria.

Torna figlio mio alla tua casa, torna a sentir parlar il tuo dialetto.

Straniero, inselvatichito sei ma, in quelle case fredde e un pò diroccate,

tua madre e tuo padre… ti aspettano.

Non voletemene per questa traduzione prego!

Uuuuhuuu… mi commuove! E’ bellissima. Insomma, potete vedere che anch’io spesso ho difficoltà a tradurre questa lingua che amo comunque, soprattutto qualdo usa termini abbastanza antichi. Il titolo quindi è “Dove hai lasciato la… borgata” vi pare? Spero che vi sia piaciuta. Un bacione a tutti.

Strada Don Aldo Caprile e la chiesetta di San Bernardo

Pronti topini? Si parte. Oggi andiamo verso il paese di Badalucco, ma svoltiamo un attimo prima, a sinistra, e saliamo per la strada che va’ ai Vignai. Dopo circa un quarto d’ora di cammino, anche se siamo comodamente seduti in auto, ci avviciniamo al paese di Ciabaudo e sulla nostra destra questa volta, inizia una strada. Una strada che si arrampica in salita, in mezzo ai brughi, al timo, al ruscus. Quella è la strada dedicata a Don Aldo Caprile. E noi la percorriamo. Nativo del paese di Corte, Don Aldo Caprile è stato parroco nel paese di Badalucco per 42  anni, dal 1947 al 1989. La sua accoglienza e il suo buon carattere hanno lasciato il ricordo di un uomo umile e pieno di voglia di fare. La gente, gli ha voluto un gran bene e non lo dimentica al punto di dedicargli una delle strade più belle della mia valle. E’ la strada che porta al Santuario della Madonna della Neve, sul Monte Carmo e oltre, la stessa strada, porta a una bellissima statua. Questa via ci permette di godere di un panorama mozzafiato. I monti, gli alberi, il terreno più arido, scosceso, più roccioso. Da una curva, giù in fondo, si può notare il paese di Montalto, il villaggio romantico, la sentinella della Valle Argentina. Sopra di lui i pascoli e da qui, si possono ammirare tutti. La strada di Colle d’Oggia e Prati Piani. Ma non finisce qua. A stupirci ci pensa anche il Monte Faudo, 1.149 metri d’altezza. Un ambiente prettamente prealpino, che svetta con le sue antenne, unico, riconoscibile tra mille. Il monte dei cavalli selvatici rimane dietro la cresta dei pini. E oltre, ancora più in là, non ci crederete ma si vede anche il mare. Il mio mare, come sempre, circondato dal verde. Un verde scuro, intenso. Un mare che non mi abbandona mai. E vedere quel suo spicchio d’azzurro che si confonde con il cielo, fa sorridere gli occhi. Una visione incantevole. E i dolci tornanti di questa stradina, si snodato uno dopo l’altro, senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Non siamo più in auto, siamo a piedi, vogliamo guardare bene ciò che ci circonda. Non solo il panorama distante ma anche quello che ci stà vicino. Sentiamo gli odori e i rumori del bosco. Gli aghi di pino scricchiolano sotto i nostri piedi e ci ritroviamo a camminare anche sopra schegge di ardesia che provocano come delle piccolissime valanghe. Bisogna fare attenzione e scavalcarle, si sdrucciola e sono taglienti. Ma rendono il terreno particolare alla vista. Pezzettini di lavagna. Si possono prendere e usare come gessi. Come matite per scrivere sull’asfalto il nostro nome e “Noi siamo stati qui”. Contornati da piante di corbezzolo e piselli selvatici siamo immersi da colori vivi, accesi. E’ finita la stagione dei corbezzoli ma i loro piccoli alberi son più vivaci che mai e alcuni, così alti da riuscire a farci ombra. I piselli selvatici invece, con quel loro romantico fucsia, tinteggiano di brio la vallata. Non profumano ma sono dolci come lo zucchero. Sono sparsi per la via ma tanti, li troviamo intorno a lei. Una splendida chiesetta tutta in pietra, una chiesetta antica. Si parla di lei già in trattati del 1443 e, nel 1600, ha anche goduto di qualche ristrutturazione. E’ il Santuario di San Bernardo e domina da qui, su questo monte, una grande parte della Valle Argentina e della sottovalle Oxentina. E’ lei la piccola chiesa montana che collega il sentiero che porta fino al paese di Ciabaudo con le prime case del villaggio. Questa chiesa è solitaria e, come dicevo prima, completamente in pietra. Pietre cubiche, alcune più spesse, altre meno, posizionate una sull’altra con incredibile maestria. A vederla dal davanti, sembra piccolina, in realtà, è parecchio lunga e la terra battuta la circonda. Entrando sotto il suo arco sembra di entrare in un antro ma da qui, possiamo vedere cosa si nasconde al suo interno. A colpirci, un dipinto, lo Spirito Santo e i Santi. Delle panche di legno, dei candelabri, una croce in legno ma soprattutto un bellissimo pavimento a scacchiera, in lavagna. Sono state anche portate delle statue in legno, di Sant’Antonio Abate e quella della Madonna della Neve, provenienti, come si può leggere nel sito del Consorzio della Valle Argentina, dallo stabilimento di Sturfless, nel Tirolo.  Anche il soffitto è in legno con travi e perlinato dal color mogano. Siamo qui, sotto a questo portico, davanti alla sua porta e, sulle nostre teste, è affrescata una crocifissione risalente al ‘600 che le intemperie, hanno ormai cancellato parecchio. Andrebbe restaurata. E’ un disegno molto particolare perchè sembra di vedere come dei riflessi di altri dipinti sotto di esso. La sua volta in pietra non riesce a proteggerlo del tutto e una gran parte si sfoglia. Sotto di lui, a lato dell’entrata, una lastra di ardesia ricorda, con tanto di foto, il Partigiano Marco Bianchi “Beretta” morto il 12 gennaio del 1945 “Nell’apice della lotta per la liberazione d’Italia 1940-1945 qui cadde sotto il piombo fascista…”. Due girasoli e un rametto d’edera, colorano quell’immagine in bianco e nero e il grigio della lavagna scolpita. Ma le bellezze di questo Santuario non sono solo al suo interno. Se ci giriamo intorno infatti, non ci vuole nulla a capire che è un luogo di raccolta e di gioia. La prima cosa che testimonia ciò è un grande e lungo tavolo di legno pronto ad ospitare tanta gente che immagino mangiare e bere tutta insieme in allegria. Tra le feste patronali più caratteristiche infatti, quella di San Giorgio è quella che raduna più gente. Ma quel tavolo torna utile anche a chi semplicemente si è voluto fare una passeggiata e si sofferma in questo luogo pacifico a mangiarsi un panino. Con la fontanella vicino, possiamo dire che abbiamo tutto, anche l’acqua e attorno alle fronde degli alberi, tante lucette ora spente, se venissero accese, di notte, regalerebbero una gran festa. Da qui si può vedere bene il suo campanile. E’ un campanile piccolino e basso con una bella campana di bronzo e una piccola crocetta in ferro sulla sua punta. Tutt’intorno a lui le ciappe, la famose ormai ciappe del tetto. Penso sia uno dei campanili più minuscoli ch’io abbia mai visto seppur molto carino. E’ una chiesetta davvero particolare ed è posizionata in un luogo stupendo, utile da poterci venire con gli amici. Ricordo le volte che ci son salita con Niky e i nostri amici a quattro zampe. E’ ricca di paricolari. Guardate ad esempio cosa c’è su un suo davanzale appoggiato a delle sbarre. Un piccolo crocifisso azzurro con un Gesù fatto di cera, la cera delle candele. Immagino sia un dono che nessuno ha voluto togliere. Ma non solo dalle finestre ci sono le sbarre. Ne troviamo anche davanti ad una porta dietro la chiesa. Una stanza buia e vuota, con dentro solo un tavolino, è protetta da una griglia. Da qui, al suo interno, s’intravede un’altra apertura, sulla destra, che probabilmente permette l’entrata nella chiesa. Vi è piaciuto vero topi questo posto? Lo so, è una chiesetta originale in un angolo altrettanto particolare. Ma non è finita qui. Il bello deve ancora arrivare. Riprendiamo la macchina e andiamo oltre al Santuario. Torniamo a vedere il mare, Montalto e il Monte Faudo, sentiamo l’odore del bosco, facciamo qualche curva e poi, al primo bivio, giriamo a destra. Continuiamo a salire. La sorpresa stà per arrivare e infatti, dopo ancora qualche centinaia di metri, eccola, in tutto il suo splendore, la statua bianca come le nuvole della Madonna della Neve. Da qui, preannunciando l’omonimo Santuario che un domani vi porterò a conoscere, domina tutto il lato ovest della valle. E’ molto bella. Candida. Come fa ad essere così candida non lo so. Da qui vive tutte le stagioni e subisce pioggia, sole e neve. Con il suo nome inciso su un pezzo di gesso e protetta da una ringhiera nera, spicca davanti al monte. Qualche ciclamino intorno, più in basso, le dona un pò di colore. Giovane, come una fanciulla, tiene in braccio il suo bambino dall’alto di una mozza piramide di pietra. Il mantello e la corona in testa. La Madonna della Neve, qui nella strada di Don Aldo Caprile sopra alla chiesa di San Bernardo.

Dalla radura ai Cianazzi

I Cianazzi topi, sono un insieme di grandi prati pianeggianti (“cian” nel nostro dialetto vuole appunto dire piano) che si trovano sopra il paese di Ciabaudo. Da lì, praticando una stretta strada non asfaltata che passa in mezzo a un bosco possiamo raggiungerli in auto ma io invece, vi ci voglio portare a piedi e quindi partiremo dalla radura del Monte Ceppo e non solo potremmo avere un maggior feeling con la natura ma godremmo anche di un panorama meraviglioso. Partiamo allora. Siamo nello spazio contornato da un viale di Pini da una parte e da una catena di Alpi dall’altra dalla quale si scorge, come già vi avevo detto persino il Monviso. Qui si può cucinare. Sette sono i cumuli di pietre messe in cerchio che permettono di cuocere la carne contenendo le braci e il fuoco. Ci sono le panchine, l’erba, i tavoli e l’aria pura. Da qui parte un sentiero sempre pulito e aperto. Solo nell’ultimo tratto si passa in mezzo al bosco di noccioli e si possono trovare anche buonissimi funghi. Solitamente, in estate questo sentiero è ricco di fiori di ogni tipo ma, adesso, dato che qui fa ancora freddino, troviamo soltanto Crocus bianchi e rosa, che sono stupendi, sembrano dei Bucaneve ma stanno a testa in giù, e altri fiori dai colori sgargianti ma poche qualità. Siamo a 1.600 metri e, vi sembrerà impossibile ma da qui si vede il mare. Ve l’avevo detto che a seconda della stagione si può vedere anche la Corsica! E i paesi marittimi della Valle Argentina: Riva Ligure, Pompeiana, Cipressa. Oggi il mare è a pecorelle. Si distingue perfettamente la schiumetta bianca delle onde che s’infrangono ancor prima di aver toccato gli scogli. La pace è assoluta, a rompere il silenzio ci pensano soltanto gli uccelli, spesso rapaci e qualche cicala che timidamente prova a uscire per vedere se il sole ha deciso di iniziare a scaldare oppure no. Prima del mare, si mostrano davanti ai nostri occhi un’infinità di monti. Belli, verdi, sembrano panettoni spumeggianti e morbidi ma questi aggettivi non intendono eliminare la loro austerità. Le lucertoline si godono i primi raggi e poche farfalle svolazzano in cerca di qualche nettare dolce da succhiare. Non è ancora periodo, l’inverno stà andandosene ma, all’imbrunire, si fa ancora sentire. Siamo a maggio eppure in qualche curva è rimasta della neve dura che non vuole sciogliersi e i gradi sono solo 7. Non si può fare  a meno di ammirare il cielo azzurro, gli alberi grandi che ombreggiano la nostra stradina e i piccoli Pini appena nati, che avranno si e no un anno di vita. Tra poco, la tenera erba che ricopre questo luogo verrà rosicchiata da tante caprette e mucche. Il Monte Ceppo in estate è pieno di questi animali che i pastori portano a far pascolare. E’ un luogo incontaminato, meraviglioso. Un leggero venticello fa muovere i boccioli del Maggiociondolo e la nostra voce la si sente allontanarsi seguendo il vento e piano piano si arriva a destinazione. Il prato. Ci vuole circa una mezz’oretta. E’ una passeggiata abbastanza breve. Lo vedete quel piano laggiù? Quello è il primo grande prato dei Cianazzi dove in estate viene fatta anche una bellissima festa e si mangia e si beve tutti in compagnia giocando assieme ai bambini al tiro alla fune e alla corsa nei sacchi. Corro a rotolarmici in mezzo topi, vi saluto e vi lascio promettendovi di portarvi presto a fare qualche altra passeggiata insieme a me. Questa è tra le più belle che offre la mia valle ma ovviamente non è l’unica. Alla prossima!

Argallo, il piccolo paese delle meraviglie

Topetti, oggi vi porto a….. fiato alle trombe: Argallo! Ebbene si, merita. Siamo nel comune di Badalucco e siamo a 640 metri sopra il livello del mare. Argallo è una manciata di case lanciate sulla cresta della montagna Pallarea e rimaste in piedi. Il suo nome deriva probabilmente dalla voce “Arx-Galli” ossia, fortezza dei Provenzali. Per arrivarci abbiamo preso la strada che porta ai Vignai e percorrendola si può raggiungere il Monte Ceppo e discendere a San Giovanni dei Prati. I paesini vicini, Ciabaudo e Zerni, sono, come lui, quasi disabitati. Ad Argallo risiedono stabili solo due famiglie, tutti gli altri, sono di nazionalità tedesca e vengono qui solo in estate. Siamo in una piccola sottovalle della valle Argentina: valle Oxentina e il ruscello, omonimo, la percorre tutta fin sotto a questo monte dove è stato costruito questo splendido paesino che arriva a toccare, con la sua punta, i 1.100 metri. Il panorama che ci offre è stupendo, tutta la zona dell’Oxentina si mostra a noi e, allungando lo sguardo, possiamo notare laggiù in fondo l’alto Monte Faudo con le sue antenne e la neve che ancora lo ricopre. Andiamo però a visitare il centro del paese, arrampichiamoci su. Si, uso il termine arrampicarci perchè solo poche auto riescono a salire; quelle molto piccole oppure, si può arrivare con delle moto o dei motocarri. Noi, avendo una macchina più grande, siamo obbligati a parcheggiarla per la strada e raggiungere le case attraversando gli orti coltivati e ordinati in modo meticoloso. Topomarito parte all’arrembaggio e io dietro a scattare foto a destra e a manca incantata dalla natura che mi circonda. Piano, piano passiamo sopra ad un piccolo ponticello di legno, scavalchiamo qualche gradino in pietra, ci abbassiamo per evitare rami di alberi in testa e camminiamo tra piantagioni splendide di ulivi. Tranquilli, il percorso sembra roccambolesco ma vi assicuro che è molto divertente e soprattutto salutare. L’aria che si respira qui è più che pulita, del tutto incontaminata e non tira il forte vento che tirava poco più giù, nonostante l’altitudine. Qualche uccellino viene a salutarci, sembra davvero di essere dentro una fiaba. Eccoci giungere nel paese e già la prima casa, una bellissima casetta con una verandina e un gazebo in legno e con tavolino e sedie in ardesia, ci da il benvenuto. Accogliente direi! Ci accorgiamo subito che l’atmosfera è particolare. Non c’è nessuno ma nell’aria, si sente come un senso di cordialità. Vi sembrerà assurdo ma ci sentiamo meno soli qui che non in una grande città dove nessuno ti guarda e nessuno sa chi sei e anche chi ti conosce fa finta di nulla. Sembra di essere in una comunità. Immediatamente notiamo la cura e la particolarità che contraddistingue le abitazioni. Saltano all’occhio i colori tipici della Provenza, il giallo, l’azzurro, il bianco e il blu e le porte delle case sono circondate da simpatiche statuette o piatti decorati o mattonelle colorate con divertenti scritte. Ci tengono molto a scrivere il loro nome sulla loro dimora e per le vie del paese ci sono veri e propri cartelli di legno che indicano la strada per “Casa Tizio” o “Casa Pincopallino”. Ognuna ha la sua particolarità. C’è la famiglia che ama l’olio d’oliva e sotto al portico è piena di bottigliette e damigianette pitturate, quella amante dei gatti che ha mici in ogni materiale, quella dei nanetti con gli amici di Baincaneve stabili nel giardinetto e così via… Ad arricchire questo borgo non sono però solo le casette ben curate; anche i ruderi hanno il loro fascino. Ancora imponenti e ricchi di storia mi lasciano a bocca aperta. Osservandoli attentamente si scorge tutta la lavorazione dell’epoca. Meravigliosi. Meravigliosi i loro tetti, i loro massi accatastati uno sull’altro, i loro finestroni, le loro travi, le loro altezze e quelle stalle ormai abbandonate che un tempo erano colme di animali da pascolo. Un tempo i pastori portavano le loro bestie fin sui monti dietro la chiesa della Pallera, la chiesa della Regina di tutti i Santi. Spesso incontriamo per terra lastroni di ghiaccio ma solo tra le case dove il sole fa fatica ad entrare. Mi dicono i contadini della zona che, rispetto al paese più sopra, Zerni, qui ad Argallo ci sono ben 15 giorni di differenza. Di differenza? Si. Ad Argallo fa leggermente più caldo e si semina ogni cosa sempre 15 giorni prima rispetto al paese dopo. Pignoli calcolatori fantastici! Sopra al paese, in regione Batolo, sorgono delle opere in pietra, riconducibili a terrazzamenti fortificati e individuati come gli antichi accampamenti dei Provenzali e bellissimi sono i dipinti o le sculture in pietra appese ai muri del paese. Ovviamente non poteva mancare un altarino dedicato alla Madonna protettrice di tutte le borgate della mia valle e una cosa che mi ha colpito è stata una piccola fontanella nella piccola piazzetta, a disposizione di tutti, con una saponetta “in dotazione” per lavarsi i panni in tutta libertà. Qui ad Argallo c’è anche un caratteristico agriturismo, funzionante solo nella stagione estiva e bellissime da vedere sono le fonti Marsaglia. Un acquedotto che, l’ingegnere Giovanni Marsaglia, nel 1883, riuscì a costruire in un solo anno con tanto di parco intorno, ma questo, amici topi, sarà un altro post. Ora vi lascio riposare, per oggi, avete scarpinato abbastanza. Ripulitevi le zampette e preparatevi, tra non molto si riparte per una nuova avventura. La vostra istancabile Pigmy.

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