Nel Regno di ghiaccio – tra Garlenda e il Saccarello

Oggi, cari Topi, non vi porterò a fare una semplice escursione ma vi condurrò, assieme a me, all’interno di una fiaba. Una fiaba che ci regala la nostra splendida Valle. Una fiaba che ha inizio presso il Passo di Garlenda dove un potente Mago, attraverso un incantesimo, ha ghiacciato un intero Regno.

Tornerà a brillare il sole diradando questa fitta coltre di nebbia?

Il gelo lascerà il posto alla primavera?

Scopriamolo insieme prendendo come spunto un fenomeno meteorologico che crea atmosfere incredibili per realizzare una fiaba che farebbe invidia persino ai fratelli Grimm attraverso la sua scenografia.

Dal Passo della Guardia, sopra l’abitato di Triora e oltre Gorda, intraprendiamo il sentiero in salita, un po’ faticoso da percorrere per chi non è abituato a camminare, e ci dirigiamo verso il Passo di Garlenda salendo verso creste che fan da confine tra la Valle Argentina e la Valle Arroscia.

Abbiamo attraversato anche il Bosco del Pellegrino che, avvolto da una spessa bruma, appare come un luogo incantato della Terra di Mezzo. Alcuni personaggi del Piccolo Popolo sono sicuramente nascosti qui da qualche parte, nel sottobosco di questa macchia.

Ma andiamo avanti, le vette ci aspettano e iniziamo ad arrampicarci per il sentiero che vi ho citato, il quale, permette di raggiungere molti altri luoghi oltre alla zona di Garlenda.

L’umidità la fa da padrona, tutto gocciola attraverso stille trasparenti che bagnano e rinfrescano l’aria. Sono le uniche forme di vita che si permettono di fare rumore.

Qualche piccola pigna giace su quell’erba tagliata dalla stradina. E’ un’erba che ancora non ha mutato il suo colore e appare riarsa dal freddo che padroneggia da diversi mesi.

Il silenzio si fa sempre più pesante, più si sale e più le gocce si zittiscono costrette a immobilizzarsi legate da temperature assai basse. Non possono più lasciarsi andare nel vuoto tuffandosi a terra, bensì restano ghiacciate attaccate ad ogni cosa.

Tutto si è trasformato all’improvviso. Tutto è immerso nel ghiaccio. Tutto è sospeso, come in attesa, in un luogo senza tempo.

La montagna sulla quale mi sto arrampicando mostra ora una barba bianca che prima non aveva.

Ogni stelo d’erba è ricoperto da minuscoli fiocchi gelidi e candidi. Trasparenti coperte, lucide e ghiacciate, abbracciano bacche e rametti.

Sui massi, una fredda corazza lascia muovere dell’acqua tra se stessa e lo scoglio. La si vede oltre quello scudo ed è l’unico movimento percepito in mezzo a quella natura che appare totalmente immobile.

Davvero pochi i segni di vegetazione se non dati da una pianta chiamata con un nome decisamente appropriato in situazioni come questa: Semprevivo.

Su Cima Garlenda, persino le rovine delle vecchie costruzioni militari sono ricoperte dalla neve. Proprio così. Qui c’è anche la neve. Tutto è bianco. Assolutamente bianco.

I resti delle vecchie casermette si vedono appena vista la foschia. Le pietre grigie sembrano più scure del solito in mezzo a tutto questo candore.

So esserci il Monte Frontè dinanzi a me ma non posso vederlo, la nebbia è troppa e io devo dirigermi verso la parte opposta. La mia meta è il Monte Saccarello.

E’ proprio grazie a questa grande quantità di nebbia che si può ammirare la galaverna, precipitazione atmosferica che vi spiegai in questo post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2020/03/13/lincantesimo-della-galaverna/

I rami spogli degli alberi sono pieni di stalattiti ghiacciate costrette dal freddo ad una posizione orizzontale. Sono le gocce che hanno dovuto seguire obbligatoriamente la forza importante del vento e ora hanno reso quell’ambiente totalmente surreale.

Non è possibile che sia vero. Pare tutto così assurdo.

Quell’aria mi taglia il viso ma sono ben attrezzata e posso andare avanti. C’è l’obbligo di ramponi, al di sotto dei fiocchi farinosi si toccano lastre scivolosissime.

Avanzo, camminando in cresta, fino a raggiungere il Rifugio Sanremo ovviamente blindato in questa stagione. So di essere a 2.054 mt s.l.m. e riesco a vedere la struttura solo avvicinandomi parecchio a lei. Una breve sosta e riparto.

Alla mia sinistra posso ora captare e a volte vedere il vuoto dell’abisso di fianco a me. Devo fare attenzione a dove metto le zampe mantenendomi a destra. Mi sto dirigendo verso il Saccarello e, laggiù in fondo, quindi, alla fine di questo lungo dirupo, ci sono i paesi di Realdo e Verdeggia.

Lunghi tratti di bianco e silenzio assoluto mi aspettano prima di giungere al secondo Rifugio.

Si tratta del Rifugio La Terza decisamente più grande di quello precedente. Ora sono a 2.060 mt s.l.m. non è cambiato molto rispetto a prima, come altitudine, ma cambierà da adesso. La mia meta è in salita.

Riparto. E’ faticoso. L’aria e il terreno non mi aiutano. Il freddo neanche. Ma devo farcela per sciogliere l’incantesimo e continuo decisa. Non vedo nulla attorno a me. Sono diverse ore che i miei occhi osservano solo bianco… bianco… bianco….

Mi fermo, riprendo fiato, riposo ma senza mai un ripensamento e dopo altri passi… c’è una figura laggiù in fondo. Un’ombra scura si staglia leggermente in quella foschia.

Sono arrivata. La statua del Redentore si innalza in tutta la sua bellezza. La galaverna ha colpito anche lei, in modo significativo, donandole un aspetto incredibilmente affascinante.

Ce l’ho fatta. Non posso raggiungere la vetta del Saccarello, non ho più tempo, devo fare ritorno perché la montagna e la natura hanno i loro tempi e devo rispettarli ma sono comunque giunta dove volevo arrivare.

Mi preparo a tornare indietro e percorro diversi metri quando una potente folata di vento mi obbliga a girarmi verso l’altra sponda della Valle Argentina.

I miei occhi si spalancano dall’entusiasmo. Le nuvole si diradano permettendomi di vedere una bellezza infinita che non ha eguali e non mi consente di proferir parola.

Vedo il Monte Gerbonte, il Grai e tutte le altre montagne alle quali sono molto affezionata. Il cielo si tinge di azzurro e alcuni raggi del sole penetrano prepotentemente tra quelle nubi scaldandomi le guance. Ora vedo. Ora posso vedere. E non ho parole per descrivere tanta meraviglia consentita al mio sguardo.

Mi giro indietro, vedo di nuovo il Redentore che da poco ho salutato. Eccolo. Ecco dov’ero poc’anzi. Mi giro a destra, sono euforica. Riesco ad ammirare persino la Valle Arroscia e il suo distendersi tra quei monti.

Davanti a me, adesso, il Monte Frontè è ben visibile e lo sono anche Realdo e Verdeggia ora.

Alcuni pezzetti di ghiaccio si staccano da quelle piante appesantite e io sono circondata dalla bellezza.

Che splendore, non riesco neanche a descriverlo. Ne è valsa davvero la pena.

Approfitto di quel calore concessomi dalla luce solare e mi dirigo nuovamente verso Garlenda per far ritorno. Penso proprio di aver annullato l’incantesimo che ha trasformato questi luoghi in un Regno di Ghiaccio.

Penso di aver sconfitto il potente Mago. Sorrido.

Sorrido come se davvero vivessi una favola e faccio ritorno verso la tana.

Scendendo per il sentiero che mi riporterà verso Passo della Guardia mi trovo di nuovo in mezzo ad una natura che non è più gelata.

Alcuni Camosci si godono il sole sdraiati sui pascoli sopra Rocca Barbone e nei monti attorno. Qualche Cincia svolazza felice da un albero all’altro e c’è persino qualche insetto a dare segni di vita.

Una vita straordinaria che mi godo soffermandomi un secondo ad ammirarla e respirarla. Ho forse vissuto un sogno?

Ce l’ho fatta, non mi resta che lasciare questo posto trattenendolo nel mio cuore e attendere la prossima magia.

Che ne dite Topi? Vi è piaciuta questa fiaba? Un pizzico di fantasia in un tour che ho intrapreso realmente e che consiglio solo ad esperti perché, altrimenti, si può patire parecchio viste le condizioni avverse che ho incontrato. Non avventuratevi mai se non siete preparati o non avete qualcuno che sappia guidarvi davvero.

Non mi resta che salutarvi. Vado a preparare una nuova storia.

Un bacio gelido a voi!

Dalle antiche case di Drego al Passo della Mezzaluna

Quella che ho vissuto oggi è stata un’avventura emozionante e la voglio condividere con voi portandovi in luoghi dalla bellezza mozzafiato, facendovi conoscere alcuni miei amici animali e mostrandovi un panorama senza eguali. Vi piace l’idea? Bene, allora inizio.

Inizio da antiche case in pietra, case di pastori, case alcune diroccate oggi, altre rinnovate. Sono le case di Drego, piccola e amata frazione della mia Valle, a 1100 mt s.l.m. 

Da queste case, e da ciò che di loro resta, mi avventuro costeggiando i bellissimi monti che mi permettono di giungere al loro Re, il Carmo di Brocchi. Questa volta potrò vederlo da sotto, dal suo versante a Sud Ovest, la parte più aspra, rocciosa, severa.

Dopo A Rocca du Luvu (La Rocca del Lupo) un’edicola attrae la mia attenzione e mi dirigo verso i bareghi (ruderi).

Cammino su erba ghiacciata. È appena giunta l’alba e la brina può ancora ricoprire quel mondo dalle sfumature tenui prima di sciogliersi al calore del sole.

Il sentiero è morbido. Nonostante qualche roccia, la terra battuta e l’erba cotta dal gelo mi permettono di procedere in silenzio e posso così udire diverse volte il verso di alcuni rapaci.

Sentirne il richiamo è bellissimo ma vederli è ancora più emozionante. Non so ancora che verrò accontentata a breve ma attendo fiduciosa il loro presentarsi.

D’un tratto, infatti, un’Aquila Reale si mostra a me in tutta la sua bellezza sorvolando la Valle e tutto quel vuoto da Nord a Sud.

Plana, poi sbatte le ali, volteggia e si lascia fotografare quasi vanitosa. Come ad essere sicura di aver fatto breccia nel mio cuore, decide di tornare indietro e mi regala ancora diversi minuti di spettacolo.

Da dov’è lei mi rendo conto che stiamo ammirando lo stesso panorama e mi sento una privilegiata. Tutta quell’immensità che mi circonda si trova sotto al suo sguardo e sotto al mio cuore. Sono alta quanto lei.

Mi accorgo di vedere bene Rocca della Mela, vedo sui suoi pascoli un gruppo di Mucche che brucano e ne sento il din don dei campanacci che mi porta il vento.

Proseguo in quello scenario montano che sa di valli incontaminate e indisturbate disposte a regalare il meglio. Le discese alla mia sinistra mi ricordano quelle “ardite” di Battisti e della sua “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…”.

Il Timo e la Lavanda hanno le foglie sottili in questo periodo, sembrano vuote, ma sono piante robuste, non patiscono neanche il gelo e rilasciano ancora il loro piacevole profumo come negli ultimi caldi mesi precedenti.

I miei monti sono meravigliosi visti da qui e sembrano abbelliti da pietre preziose che sarebbero i paesini che ben conosco.

La strada, che da Andagna conduce a Drego, sembra ora un grosso serpente che si insinua tra i pascoli ma le sue curve sono dolci e familiari. Vedo bene tre dei santuari più noti della zona: Madonna del Ciastreo di Corte e San Bernardo e Santa Brigida di Andagna.

È la strada che conduce al Passo della Teglia e, in questa stagione, permette di vedere spettacolari tramonti mentre i raggi del sole vanno a nascondersi dietro al Toraggio.

Il marrone, l’ocra e il bronzo sono i colori più presenti ma sono molte le sfumature di verde che posso vedere vicino e lontano da me.

Alcune montagne, viste da qui, mostrano linee ondulate di roccia dai tratti sporgenti e color pesca. Diversi cespugli sembrano batuffoli di cotone tinto e ammorbidiscono persino ciò che l’occhio vede.

Avanzo in quella natura selvaggia fatta di quiete e sono due, adesso, le Aquile Reali che volteggiano sopra la mia testa formando grandi cerchi nel cielo. Che meraviglia!

Le emozioni però non sono finite, me lo sento, e avrei potuto scommetterci dal momento che subito il mio sguardo si incanta su un gruppetto di Camosci. Uno più bello dell’altro.

C’è il Camoscio sentinella che mi guarda tra lo stupore e la preoccupazione. C’è il Camoscio curioso del quale spunta solo il muso da dietro un grande masso. C’è mamma Camoscio con Capretto, Camoscio unicorno che ha perso uno dei due cornini, Camoscio pigrone che se sta accovacciato su una pietra sporgente e diversi Camosci sportivi che corrono tra un arbusto e l’altro.

Mi fanno sorridere, sono dolci e simpatici allo stesso tempo ma… non sono gli unici a correre.

Girandomi verso sinistra ho la fortuna di cogliere la suggestiva corsa verso cresta di tre Caprioli e un Cinghiale. Mi danno immediatamente la sensazione di “convivenza felice”. Due specie totalmente diverse. Chissà se si stanno totalmente disinteressando l’uno degli altri o se si riconoscono tra loro e stanno assieme per volere. Penso che sia uno dei tanti segreti della natura e non ho bisogno che mi venga svelato. Lo amo per quello che è.

Ho amato quel momento per quello che era e per quello che mi ha dato e, non lo nego, mi ha fatto molto ridere. Erano intenti a correre, come per allontanarsi da qualcosa, ma non erano terrorizzati e questo mi ha sollevata.

Finito quello spettacolo per il quale non ho dovuto pagare nessun biglietto continuo a costeggiare i miei monti.

Dietro ad una curva, che vedo ancora lontana, so esserci il Passo della Mezzaluna ma non riesco a immaginare la sua bellezza da questa prospettiva pur conoscendo molto bene quel luogo al quale sono molto affezionata.

Non riesco a immaginare che, ancora una volta, sarà in grado di lasciarmi senza fiato.

Prima di giungere alla mia meta incontro vecchi casoni dei quali sono rimaste solo rovine.

Il sole ora batte in modo più intenso. Una fontanella dalla quale sgorga acqua ghiacciata fa apparire quel posto come il ricordo di un antico villaggio. Ci sono ancora le piatte ciappe di Ardesia dei tetti e alcuni travi in legno ricoperti oggi da un muschio chiaro e soffice come quello che ho visto su molte rocce.

Qui mi fermo assaporando con l’animo quello che queste vecchie dimore suggeriscono. Un Corvo Imperiale si libra nell’azzurro e, mentre mi passa sopra la testa, posso vedere bene tutta la sua nera e scintillante bellezza.

Sono in cima ad una delle tante vette che mi circondano. Posso ammirare una vasta parte della mia Valle e tutta quell’immensità nitida e piena di vita mi arricchisce.

Qui non ci sono pensieri, non ci sono turbamenti, solo emozioni forti e meravigliose.

Alcune me le regala un’Albanella Reale. Che uccello stupendo! E’ una femmina e presenta delle chiare tinte ocra e avorio sferzate da righe nere. E’ a caccia. Ha un volo particolare e a raso terra. Afferra qualcosa e si sofferma per mangiare. Un altro evento emozionante che mi godo quasi commossa.

Si è lasciata ammirare in lungo e in largo, sotto e sopra, davanti e dietro per tanti tanti minuti. Insomma, mi ha fatto un regalo davvero grande.

L’ultimo tratto che mi porta al passo mi fa camminare su un tappeto di neve ghiacciata. Serve fare attenzione e sfrutto le impronte degli animali più grandi di me come appoggio. Grazie!

Ed ecco lo spettacolo che stavo aspettando! Cavoli! Non l’avevo mai visto da questa parte e non l’avevo mai visto in questa atmosfera.

Oh! Si! Dovete sapere che la Natura muta in continuazione ad ogni stagione, in ogni mese e persino ad ogni ora! E ogni volta è una sorpresa incredibile.

Ora che sono giunta sin qui mi godo questa bellezza e poi mi preparerò per raggiungere un’altra meta. Verrete di nuovo con me ma questa è un’altra storia.

Alla prossima quindi, tenete gli zaini pronti!

Un bacio fortissimo a voi!

I talenti sconosciuti del glorioso Scarabeo Stercorario

Eh. I talenti sconosciuti, e affascinanti aggiungerei, dello Scarabeo Stercorario non sono certo rivolti solo a quello al quale tutti state pensando. Chi conosce questo simpatico insetto ha già capito che sto parlando di uno Scarabeo che ha l’abitudine di creare palline di… cacca… con la quale si costruisce la tana.

Va in giro, in lungo e in largo per tutta la Valle, facendo rotolare questi escrementi tondi al fine di assicurarsi cibo e proteggere le proprie uova. Non per niente, da noi, viene chiamato Rebattabuse cioè rotola cacche.

Ma, come vi dicevo, non è di questa sua bizzarra abitudine che intendo parlare.

Andiamo con ordine, una cosa per volta. Innanzi tutto dobbiamo sapere che, il suo vero nome è Jacopus Sampietrus che sa un po’ di paradiso. In realtà con il paradiso c’entra poco ma ha a che fare con il cielo sicuramente.

Ebbene sì amici Topi, infatti, dovete sapere che questo simpatico e tondo animaletto, nero dai riflessi blu, si orienta attraverso la luce della Via Lattea per tornare alla sua tana. Ci pensate? E’ la nostra galassia! E’ così fissato e concentrato a seguire questa direzione che se per caso si trova un ostacolo davanti cerca qualsiasi sistema per scavalcarlo senza dover cambiare strada.

Tutto questo, e molto di più, ve lo avevo già spiegato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/08/27/la-via-lattea-nella-valle-argentina/ quando vi feci conoscere uno dei miei migliori amici del bosco. Il mio caro e pessimista Metuccu [diminutivo di Metuccuecuje (Mitoccoleballe) nel senso figurativo del “speriamo vada tutto bene”] visto il suo essere molto disfattista.

Di Scarabei come lui la Valle Argentina ne è piena, vivono ovunque sulle mie montagne, ma Metuccu è sicuramente quello al quale voglio più bene. E poi è simpaticissimo! E’ anche un po’ orbo, ma solo lui perché i suoi simili ci vedono benissimo, e spesso confonde tutto quello che vede di rotondo per una pallottola di escrementi come gli succede con le castagne!

Sembra un esserino qualunque ma invece vanta un noto significato simbolico fin dal suo passato più remoto. Già in antichità, infatti, lo Scarabeo Stercorario era conosciuto come protettore dal male ed emblema della luce divina nonché portatore di denaro, oro. Un oro che brilla come il sole.

Senza tener conto dello Scarabeo sacer, anche lui Stercorario, venerato persino da tutto il popolo egizio.

Il nostro Rebattabuse sembra una piccola creatura innocua e quasi insignificante, invece dovete sapere che quando ci si mette sfodera un carattere e una personalità invidiabili e gloriosi.

Esopo racconta una leggenda che vede come protagonista un’Aquila, Regina degli animali, e uno Stercorario. Ebbene, in questa leggenda, lo Scarabeo prega l’Aquila di non uccidere una Lepre ma il rapace, senza neanche ascoltarlo, cattura e divora il povero animale. Per vendetta, lo Scarabeo, sale sul nido dell’Aquila e le rompe sei uova. A quel punto, il grosso uccello disperato, vola piangendo da Zeus con le ultime due uova che le erano rimaste intatte e chiede al Dio di proteggerle. Ma lo Stercorario, senza farsi intimidire nemmeno dal Capo dell’Olimpo, scagliò negli occhi di Zeus una grossa palla di sterco che accecò momentaneamente il Sovrano degli Dei. Quest’ultimo, colto di sorpresa, aprì le mani per pulirsi e fece cadere le due uova dell’Aquila che si frantumarono in mille pezzi. Sentendosi in parte responsabile, il Dio provò qualsiasi strategia per creare di nuovo la pace tra l’insetto e l’uccello ma, non riuscendoci, dovette per forza trovare una nuova soluzione e cioè quella di far deporre le uova all’Aquila in un periodo dell’anno in cui di Scarabei, in giro, non ce ne sono.

Avete capito Topi che tipetto? Non si lascia certo mettere i piedi in testa.

E’ piccolo, non supera i 25 mm ma è un genitore adorabile.

Sotto terra, papà Scarabeo costruisce un tunnel che può essere lungo anche mezzo metro dal quale mamma Scarabeo fa partire diverse ramificazioni, di venti centimetri circa, che ultimano tutte in camere aperte totalmente dentro agli escrementi. In questo modo, al dischiudersi delle uova, i figli avranno cibo a sufficienza per nutrirsi e saranno protetti da tutto.

Dovranno stare lì dentro per parecchio tempo perché, un Rebattabuse, prima di uscire sulla superficie terrestre impiega ben due anni per formarsi del tutto ed essere pronto alla nuova avventura chiamata “vita”.

Non è scaltro, non ha il senso della risoluzione del problema e pare essere anche poco intelligente (secondo la scienza) ma la sua natura resta un mistero affascinante per qualsiasi studioso.

Cosa ne dite Topi? Vi piace ora che lo avete conosciuto meglio? E non è tutto! Ho da dire ancora molte cose su di lui ma lo farò in altri post, ogni volta che vi presenterò Metuccu.

Per il momento quindi vi saluto e vi lascio qui a fare amicizia con lui.

Un bacio galattico e glorioso a voi!

Quelle fessure chiamate “caruggi”

In Liguria, e quindi anche nella mia splendida Valle, le piccole vie che attraversano i borghi vengono chiamate “caruggi”. C’è anche chi li chiama “carrugi” o “carruggi” ma il significato è lo stesso.

Si tratta di stradine strette, a volte anguste, a volte splendide, dove i raggi del sole spesso faticano ad entrare e la gente, che vive in queste vie, è il cuore pulsante del borgo antico.

La parte più vecchia del paese. Quella costruita astutamente, come il guscio di una chiocciola, intorno a un dedalo di strade buie e socchiuse in modo che il nemico invasore potesse perdersi e rendersi così più vulnerabile.

La maggior parte di questi caruggi, che appaiono proprio come piccole fessure, sono dotati di contrafforti, strutture in grado di reggere e unire le abitazioni tra loro e attutire i vari spostamenti sismici di quegli edifici costruiti in altezza per rendere il borgo ancora più a chiuso come uno scudo umbone rovesciato.

Da alcuni di questi elementi architettonici veniva buttato olio bollente su chi si permetteva di invadere il paese. I caruggi infatti, sono pieni di nascondigli sia in basso che in alto e, ancora oggi, in alcuni di loro, si possono trovare gradini che scendono chissà dove o nicchie utili agli appostamenti.

Alcune di queste stradine hanno un aspetto tondo e dolce. Si passa sotto le case attraverso volte a semicerchio e le loro curve donano sinuosità. Possono mostrare il vermiglio arcaico dei mattoni pieni o pietre levigate che rendono il tutto più aggraziato.

Altre invece appaiono come affilate e taglienti, squadrate, e disegnano verso il cielo figure che sembrano geometriche.

Alcune sono davvero buie e molto fresche. L’umidità le rende come se fossero celle frigorifere all’aperto e non è difficile vedere del muschio nascere al suolo.

Altre ancora, un poco più aperte e magari più lunghe, sono solitamente addobbate con cura da chi le vive; i nomi dei caruggi vengono scritti in modo particolare, su lastre d’ardesia o dipinti di cerchi di legno.

Molti fiori abbelliscono le case, i numeri civici sono disegnati sul muro o su piastrelle decorate, e anche i panni stesi, appesi come un tempo, tra una finestra e l’altra in condivisione, donano un tocco di folklore e di colore.

Certi vicoletti sono così particolari che incantano. Statue, quadri, mosaici e roba appesa li rendono veri angoli artistici.

A proposito di ardesia, essa è sicuramente l’elemento più presente in questa ragnatela di viuzze. Naturale e resistente. Con essa si costruivano scale, portali, androni, lapidi, lastre e persino le tegole dei tetti delle case, chiamate “ciappe”, assolutamente tipiche nei miei luoghi.

La pavimentazione può variare. Ha solitamente righe a lisca di pesce intagliate nel cemento per poter frenare l’acqua e permettere di non scivolare a persone, carretti e animali come gli asini. Dovete sapere che alcuni caruggi sono molto in discesa e, se visti all’incontrario, molto in salita. Se si pensa ai nostri vecchi, che passavano di qui con pesi enormi sulla schiena, pare impossibile davvero immaginarli inerpicarsi per queste vie.

Venivano però usati anche i piccoli ciottoli di fiume e i sampietrini, mattoncini quadrati dalle sfumature rosse-violacee con i quali si potevano anche realizzare linee tonde che davano un senso di bellezza alla strada.

Il suolo doveva comunque essere ben praticabile dai carri, unici mezzi di trasporto assieme agli animali che potevano passare per questi vicoli e si pensa addirittura che, proprio la parola caruggio, derivi da “carro”.

C’è però chi afferma siano stati i Saraceni, i grandi nemici antichi dei Liguri, a dare questo nome nella loro lingua.

La parola “kharuj” significherebbe “di fronte al mare” o “sul mare” e potrebbe avere a che fare con la mia splendida regione.

Molti turisti amano passare sotto a questi portici e percorrere queste vie perché hanno davvero un fascino incredibile. Sono estremamente attraenti e raccontano di storia e passato.

Ancora oggi qualche vecchina resta per ore affacciata ad una finestra osservando la vita che passa o donando briciole ai piccioni che regnano indisturbati tra queste case. In realtà si vedono quasi ovunque dissuasori messi apposta per questi volatili ma hanno ben poco successo.

Le sigle di un tempo, scolpite nel marmo o incise nel ferro, e diverse Madonnine non mancano mai ma è facile vedere anche parecchie fontane per queste vie.

Ovviamente tutte una diversa dall’altra. Ognuna mostra il gusto di chi le ha realizzate.

Spero che questo articolo all’interno dei cuori dei paesi della Valle Argentina vi sia piaciuto, io vi lascio un bacio storico e vado a prepararvi un nuovo post.

Squit!

Accanto al Zimun per il Sentiero dei Piumisti

Il sentiero che facciamo oggi, chiamato “Sentiero dei Piumisti” è un anello che tocca la zona oltre il Bosco del Pellegrino, chiamata “I Cubi”, attraversa il Passo della Guardia, arriva al Ciotto de e Giaie per il Colle del Garezzo e poi scende, permettendoci di toccare U Zimun, Cà Botexina, Cà Gianca e tornare ai Cubi.

Naturalmente lo si può percorrere anche all’inverso, essendo appunto un anello, ma ora cerchiamo di vedere bene, tappa per tappa, questi luoghi magnifici che regala la mia Valle e che forse non avete ancora visto.

Oltrepasseremo ruscelli, saremo circondati da monti importanti, passeremo sotto a conifere di varie specie e noteremo come, questo bel percorso, non è assolutamente difficile o impervio e quindi adatto a tutti nel suo dolce saliscendi.

Innanzi tutto serve sapere che, in Valle, si chiama “I Cubi” quel luogo che, poco prima Passo della Guardia, è dotato di tavoli, panchine e barbecue per una sosta rilassante in mezzo alle montagne. Naturalmente quando non sono ricoperti di neve.

Da qui si parte verso il bivio Guardia/Collardente e, dalla Guardia, si prosegue per il Colle del Garezzo non senza prima lasciarci incantare dalla bellezza di Rocca Barbone, vestita di bianca bambagia, e che offre uno spettacolo meraviglioso.

All’incirca al di sotto del Monte Frontè, in un’apertura tra i monti chiamata Ciotto de e Giaie (Conca dei fiumi), si intravede un sentiero che scende lato mare e conduce a una montagnola tonda dal cocuzzolo fatto a fungo.

Si tratta di U Zimun (il Cimone) un piccolo monte che sovrasta il Poggio di Goina sotto di noi.

Prima di intraprendere questo cammino, che si srotola tra pascoli incontaminati, ora ricoperti di neve, è assolutamente doveroso fermarsi e osservare il panorama.

Dal Tunnel del Garezzo, che lo si distingue come un buco nero tra i monti, si possono riconoscere Cima dell’Ortica, Monte Bussana, Cima Donzella, il Passo della Mezzaluna e dietro di lui Pizzo Penna, Monte Arborea e Carmo dei Brocchi fino ad arrivare con lo sguardo al Monte Faudo che resta esattamente davanti al mare.

Spostandoci con gli occhi ancora un poco verso destra possiamo vedere anche Monte Bignone e il Monte Pellegrino del quale abbiamo toccato le pendici salendo.

Del secondo, possiamo distinguere chiaramente i molti alberi che lo ricoprono.

Dopo aver ammirato per bene quel panorama e aver goduto della presenza di Aquile, Camosci, Gracchi Alpini e Corvi Imperiali attorno a noi possiamo inoltrarci per il sentiero protagonista di questo articolo.

Intanto quei volatili e gli ungulati non si spostano.

Continuano a rimanerci attorno. E’ bellissimo.

Iniziamo a scendere quindi e giungiamo subito ad una piccola minuscola baita in pietra e legno, un rifugio privato con tanto di recinto in legno davvero caratteristico.

Lo sorpassiamo e continuiamo a scendere fino ad arrivare al Zimun che sembra un muffin ricoperto di zucchero a velo.

Svoltiamo a destra e proseguiamo per quella stradina ben delineata che, a tratti, taglia prati e radure per poi inserirsi tra rocce e radi boschetti di conifere.

Si toccano due Poggi ben conosciuti, prima Cà Botexina e poi Cà Gianca.

Durante il tragitto si passa nell’acqua fredda dei ruscelli e sotto ai grandi Abeti scuri che, di tanto in tanto, scrollano la neve dai loro rami aiutati dal vento.

Le loro fronde sono come affaticate.

Qui è tutto surreale. Verso i monti siamo protetti dalle pareti di terra e di roccia.

Par di essere dentro a un contenitore trasparente dall’atmosfera inimmaginabile.

La foschia tenta di abbassarsi con forza creando banchi spessi e, appoggiandosi alle creste che stiamo scavalcando, riesce bene nel suo intento.

Attorno, quindi, l’ambiente si fa bigio e affascinante, quasi mistico. Il silenzio è così assoluto da sembrare pesante.

Gli arbusti spogli sembrano scheletri che si stagliano tra le nubi basse, intenti in un’ascesa contemplativa verso il cielo.

In questo periodo dell’anno non ci sono fiori e nemmeno farfalle. Non ci sono colori e neanche rumori ma… quel mondo continua ad essere il mio mondo preferito. È assolutamente perfetto. È come deve essere. Sono in totale connessione con lui e mi sento io stessa natura.

Diverso gocce di neve sciolta si tuffano in picchiata verso il suolo.

Qualche secca spiga, colta di sorpresa da quei fiocchi di ghiaccio, è rimasta immobile come se per lei il tempo si fosse fermato e alcuni ciuffi d’erba sono gli unici a tingere, di un arancione bruciato, tutto quel perlato monotono.

Da qui si può vedere il sentiero del Garezzo sopra di noi.

Continuiamo accompagnati dal battito di quel cuore attutito da nebbia e ovatta. Tante le curve ma poche salite. Un sentiero semplice ma stupendo.

L’unico pezzo più a “rampa” è la fine, quando si giunge nuovamente ai Cubi e l’animo e pieno di gioia colta strada facendo.

Una passeggiata da fare e ricordare e che mi auguro vi sia piaciuta.

Vi mando un bacio tra la bruma ma vi giungerà.

Alla prossima Topi!

Il Biancone – la forza del Guerriero

Decisi di tornare dal mio amico Lupo, Odoben Malcisento, perché durante l’estate vidi diversi Bianconi volare nei cieli della Valle Argentina.

Ci sono sempre stati ma non ne avevo mai visti così tanti e così spesso.

Che rapace incredibile il Biancone! Fiero, nobile, dalla bellezza superba.

Come al solito, Odoben, vecchio Generale, stava cercando di far rigar dritto gli altri componenti del branco con i suoi ordini imperativi e militareschi. Potevo vederlo e sentirlo da uno dei pascoli del Garezzo nel quale mi trovavo ma, sapendo che è sordo, decisi di avvicinarmi.

<< Odoben!>> esclamai in sua prossimità. Si voltò di scatto con quel suo orecchio mozzo, teso verso il fluire del vento. Mi vide subito e, subito, mi rimproverò <<Generale Odoben! Generale! Piccolo sorcio, quante volte devo ripeterti che sono un Generale?>>

<<Chiedo scusa Odob… Generale! Mi auguro non la infastidisca la mia presenza… volevo chiederle qualcosa sul Biancone!>>

<<Di quale penosa ragione parli?>>

<<Penosa ragione??? No no no… Q-u-a-l-c-o-s-a s-u-l B-i-a-n-c-o-n-e!!!>> urlai.

<<Ah! Oh! Perbacco! Certo! Il Biancone! Uno spirito Guerriero! Un forte e valoroso soldato! Come si può non conoscere il Biancone?! Lui si che conosce il coraggio, non come questi citrulli mangia mollica che mi ritrovo ai ranghi>> mi si avvicinò, ma prima diede ancora un ordine alla Fanteria <<At-tenti! Ri-poso! Sciogliete le righe smidollati! Torno tra poco e cercate di essere pronti ai comandi!>>

<<Signorsissignore!>> risposero in coro gli altri giovani e pazienti Lupi per farlo contento.

<<Dimmi pure, soldo di cacio munito di coda, cosa vuoi sapore sul Biancone eroe?>>

<<Ecco, appunto, Generale Malcisento… perché il Biancone è un eroe?>>

La sua grassa risata gli schiarì la gola <<Tutti sanno che il Biancone è simbolo indiscusso della forza nobile dell’azione, cara la mia piccola ratta. Vedi, in tutte le battaglie, come anche quelle della vita, che ci possono capitare ogni giorno, si combatte sempre con la rabbia, con la voglia di vendetta, con la tristezza o la paura nel cuore, ma non è così per il Biancone. La sua è una giustizia pura, senza odio, una fierezza indomita che si staglia nei cieli>>

Ero totalmente rapita da quelle parole anche se, al momento, mi aveva detto pochissimo. Wow! Avevo già capito che si stava parlando di un animale davvero particolare e incredibile. Lo lasciai andare avanti. Anche lui sembrava estasiato dal suo stesso racconto <<E’ così regale! E con la sua giustizia, così pulita e onesta, non ci mise molto a diventare simbolo di purificazione e persino di luce, avvicinandosi all’Aquila come emblema e animale di potere. Sei stata fortunata a vederne molti, significa che probabilmente anche tu meriti di riconoscerti in queste qualità>>.

Quel Generale di Corpo d’Armata ora sembrava addirittura quasi malinconico e quindi decisi di continuare a farlo parlare <<Non per niente il suo vero nome, Circaetus gallicus, fa riferimento ad un Falco-Aquila protetto già in Gallia, nell’antica Francia, giusto?>> gli chiesi.

<<Proprio così sorcina, proprio così>>

<<Mangia prevalentemente i serpenti vero?>>

<<Ma non ha i denti! Cosa dici mai?! Il suo becco è già troppo possente!>>

<<Non denti! Serpenti Odoben! Ho chiesto se mangia i serpenti!>>

<<Ah! Si si certo! I serpenti sono il suo cibo preferito, è un uccello migratore e cerca le zone calde che gli offrono anche il cibo! Ma al contrario dell’Aquila che, molto grossa, afferra i rettili al volo, il Biancone prima li circonda sbattendo le ali così da disorientarli e stordirli. Non per niente è anche soprannominato – Il Cacciatore di Serpenti ->>

Che bello sapere tutte quelle cose su un rapace raro ma presente nella mia Valle. Immaginavo quel suo piumaggio chiaro e biancastro sul ventre ma più scuro sul dorso. Un marrone simile agli arbusti spogli che tingono i miei boschi in questa fredda stagione.

Quell’espressione austera che mostrava il temperamento impavido. Quella rara bellezza.

Pensate Topi che, il Biancone, depone un solo uovo all’anno e, in Valle Argentina, lo cova intorno ai mesi di aprile e maggio. Si tratta infatti di una specie protetta.

Odoben mi aveva detto abbastanza. Potevo rintanare soddisfatta e aspettare l’arrivo della prossima primavera che avrebbe portato con sé anche nuovo Bianconi da ammirare. Salutai quindi il mio strambo amico Lupo che tornò a governare il suo Corpo Militare e mi inoltrai nel bosco. Chissà dov’era ora il Biancone? Sicuramente in qualche paese dell’Africa.

Tutta quella neve attorno a me mi stava dicendo che mai, in questo periodo e in questi luoghi, il Biancone poteva sopravvivere e con il cuore leggero decisi di attenderlo immaginandolo sorvolare il Sahara con la sua maestosa apertura alare che può raggiungere i due metri.

Un bacio fiero quanto lui a tutti voi! Alla prossima!

Un altro “Grazie” ad Andrea Biondo per le immagini andreabiondo.wordpress.com

La Stella Alpina, principessa dei monti

Oggi ho proprio voglia di vantarmi, topi. Oh, sì! Ho voglia di vantarmi perché nella mia stupenda Valle Argentina vive una pianta molto, molto speciale, un fiore assente in tutto il resto della Liguria, ma qui da me cresce eccome! E si trova solo qui per giunta, non ho forse motivo di vantarmi, quindi?

Sto parlando di lei, di chi altri se no? La Stella Alpina, topi!

Conosciuta anche come Edelweiss, che significa “bianco nobile”,  il suo nome scientifico è Leontopodium alpinum e fa parte della famiglia delle Asteraceae. Il nome latino significa letteralmente “piede di leone”, perché i suoi capolini somigliano molto alla zampa del felino re della savana. Fino alla seconda metà del XIX secolo era chiamata “fiore di lana” per il suo aspetto candido e morbido, ma altri sono i nomignoli che le sono stati attribuiti, uno più bello dell’altro: stella del ghiacciaio, stella d’argento, fiore immortale delle Alpi e regina dei fiori di montagna sono i più belli.

E’ un fiore prezioso che raggiunge al massimo i 30 cm di altezza, anche se in Valle Argentina si presenta più piccola rispetto a quelle del vicino Piemonte.

Le sue gemme vengono protette dalla neve nei mesi invernali, e lei se ne sta lì, sotto la morbida e fredda coperta, ad attendere che giunga il momento di far brillare i suoi fiori e le sue foglie, coperte da una sottile peluria, che le rende quasi traslucide come la superficie della luna. La lanugine che la ricopre si ispessisce a seconda dell’intensità del sole, quasi a volersi proteggere dai raggi dell’astro che fa da padre al nostro pianeta. In verità questa indispensabile peluria le serve per opporsi alle perdite d’acqua: infatti è essenziale per la sua sopravvivenza mantenere l’umidità al suo interno, cosa che sarebbe assai difficile altrimenti, visto che cresce in luoghi aridi ed esposti alla furia del vento.

E’ originaria dell’Asia, nella fattispecie dei monti aridi delle sue regioni, infatti anche qui da noi cresce bene a certe altitudini, dove neppure gli alberi arrivano più a dare ombra al suolo.

E’ così bella e preziosa che l’Austria l’ha effigiata sulle sue monete da due centesimi di euro e qui da noi è una specie protetta, vietato raccoglierla.

A essa sono legate diverse leggende, una delle quali mi è stata raccontata da Nonna Desia:

«Ratin, avvicinati. Voglio raccontarti la storia della stella alpina che mi è stata raccontata in tempo di guerra da qualche soldato venuto da lontano» ha detto, e io sono stata ad ascoltarla più che volentieri.

«Un tempo c’era una montagna che soffriva di solitudine. Se n’era fatta una malattia e piangeva tutti i giorni in silenzio. Abeti, Faggi e Rododendri la guardavano afflitti e desolati, perché nessuno di loro sapeva come fare per risollevare il morale alla montagna triste. Chiesero alle Pervinche e alle Querce, ma anche loro si addoloravano per lei, impotenti. Tutte queste piante, infatti, avevano radici piantate al suolo e non era possibile per loro muoversi e accorrere in suo aiuto. Se la montagna avesse continuato così, nessun fiore sarebbe potuto sbocciare sui suoi bei pendii, nessun colore avrebbe allietato le giornate primaverili ed estive e le mucche e gli animali che vi pascolavano avrebbero avuto ben poco di cui nutrirsi.

Accadde però che nel cielo le stelle si accorsero del dolore della montagna. Una sera, le nuvole si dissiparono e una stella s’impietosì e decise di scendere sulla Terra per dare un’occhiata. Scese, scese e si avventurò per i sentieri della montagna triste, ne attraversò i crepacci, ne accarezzò le rocce nude con la sua luce e giunse sull’orlo di un burrone. Lì tirava un vento gelido che fece tremolare la stella, che s’impaurì: forse sarebbe morta di freddo, lontana dalla sua accogliente casa celeste, e si pentì di averla abbandonata per un luogo così inospitale. Proprio quando pensava di essere spacciata, la montagna le venne in aiuto. Era grata alla sua luce per esserle amica, e così la avvolse con le sue mani rocciose, creando intorno a lei una candida peluria lanosa. Infine, la strinse a sé per impedirle di cadere nel baratro, dandole radici tenaci con le quali aggrapparsi al terreno. Quando il sole fece capolino dalle creste dei monti vicini, il nuovo giorno salutò la prima Stella Alpina.»

«Che storia meravigliosa, Nonna Desia!»

«Hai visto, ratin? A volte ricordo ancora qualcosa di interessante!»

Un’altra storia racconta invece che un uomo, per dare prova alla sua amata della nobiltà dei suoi sentimenti, si avventurò nei luoghi più impervi delle montagne rischiando la sua stessa vita per cogliere una Stella Alpina da donare all’innamorata. Ecco allora che il fiore divenne simbolo anche dell’eroismo.

A essa si attribuivano poteri magici, tra cui quello di scacciare gli spiriti che attaccavano il bestiame provocando infezioni alle mammelle, se bruciata come un incenso.

Oggi la Stella Alpina è addirittura coltivata per abbellire giardini rocciosi, ne esiste persino una qualità che profuma di limone, ma a mio parere la sua resa migliore la offre lassù dove pochi osano arrivare, col volto baciato dal cielo e le radici aggrappate a una terra spesso inospitale.

In natura conta una trentina di specie e non è costituita da un unico fiore, ma da un’infiorescenza formata da diversi fiori di numero variabile raggruppati in più teste, dette capolini. Questi ultimi sono raccolti a loro volta in gruppi di foglie bianche, che poi sono quelle che erroneamente vengono considerate i petali del fiore; si chiamano brattee e sono disposte intorno ai capolini fioriti a formare proprio una stella.

Pare che questo fiore sia giunto fino alle nostre zone dall’Asia durante una delle ere glaciali che fecero rabbrividire il mondo in passato. Fiorisce da luglio a settembre, poi la sua luce si spegne e di lei restano le radici, pronte ad affrontare gli inverni rigidi della montagna. E, a proposito di questo, sembra delicata, ma in realtà il suo aspetto inganna, topi! Bisogna pensare, infatti, che questa piantina deve essere in grado di sopravvivere e resistere a condizioni assai avverse, come neve, ghiaccio, vento. E allora Madre Natura le ha fatto dei doni meravigliosi: alle sue radici ha regalato la capacità di resistere alle raffiche d’aria più forti, alle foglie ha offerto la virtù di regolare l’umidità interna della pianta in base alle condizioni esterne, e alle brattee ha concesso una struttura tale da proteggere la pianta dai raggi ultravioletti. Mica roba da ridere eh! La Natura, quando fa le cose, le fa in grande stile!

E allora mi viene da pensare che Madre Natura abbia donato proprio alla mia Valle l’onore di essere incoronata dalla Stella Alpina come a omaggiare le genti dei miei luoghi che, come lei, tanto hanno sofferto e patito le avversità del clima montano e che tenaci hanno resistito alle intemperie della vita e di un terreno difficile da coltivare.

Con questo io vi saluto topi! Vado a scovare un altro articolo per voi da far brillare in questo blog. Un bacio stellare a tutti.

Ancora in alto – sul Monte Frontè

Placido e imponente, il Monte Frontè (2.152 mt), se ne sta tra la Valle Argentina e la Valle Arroscia simboleggiato da una Madonna bianca a grandezza naturale.

È un monte che offre ospitalità a diverse specie di flora e di fauna, ben visibili, percorrendo il sentiero tra i pascoli che lo taglia e conduce alla sua vetta.

Una vetta tra le nuvole…

Io appartengo alla Valle Argentina e quindi partirò da qui. Da Triora. Arriverò al Passo della Guardia, oltrepasserò il Colle del Garezzo e il suo tunnel e, subito dopo questo, voltandomi a sinistra, noto il percorso che mi permetterà di raggiungere la cima di questo monte chiamato un tempo Monte Frontero.

Vi parlo di una cima ben visibile già da altri luoghi della mia Valle e che tutti conoscono.

Appartenendo alla Catena Montuosa del Saccarello lo si può notare spesso, stagliato contro il cielo, in mezzo ad altri profili montuosi.

Immediatamente, tra quei pascoli infiniti e incontaminati si notano mucche e vitelli ma anche diverse marmotte, affaccendate e attente si muovono su quei prati.

Che grasse sono! Se immobili, si possono facilmente scambiare con i massi chiari di quel territorio ma quando si muovono sono buffissime con tutta quella ciccia che ballonzola su e giù ad ogni loro passo.

In questa stagione il Monte Frontè è ricoperto da un verde sgargiante e su questo morbido tappeto smeraldino possono nascere fiori di rara bellezza e tanti colori che, dolcemente, accolgono svariati insetti e piccoli uccellini.

Pare impossibile pensare che un tempo, tanti tanti anni fa, era un ghiacciaio.

Ho persin avuto la fortuna di immortalare un bellissimo Culbianco e signora.

Guardate che vanitoso: si girava di qua, e poi di là, e poi mostrava il retro. Voleva essere fotografato da ogni parte senza sapere quale fosse il suo lato migliore.

Continuando a camminare su questo sentiero adatto a tutti, anche se l’ultimo pezzo si presenta un po’ in salita, si può ammirare un panorama splendido. Si può vedere tutta la Valle Argentina e tutti i suoi monti dal primo all’ultimo.

Molte volte, in questo luogo, capita di trovarsi davanti ad uno spettacolo singolare e cioè quello di essere al di sopra delle nuvole e sentirsi sopra al mondo.

Siamo a 2.200 mt d’altezza e pare proprio di vivere l’atmosfera di Avalon dove un mare di nubi sovrasta la vallata ma se si guarda in su si può vedere un cielo terso totalmente azzurro.

E’ bellissima, vista da qui, Rocca Barbone. Se ne vede bene la cima e si vede anche la strada che abbiamo percorso a piedi.

Com’è suggestiva da quassù in alto! Con quegli alberelli sopra che sembrano soldatini.

Ancora pochi passi e si raggiunge l’ambita Madonna, costruita nel 1953 e con lo sguardo rivolto verso il mare.

La sua espressione è dolce ed è innalzata su muri di pietra che l’avvicinano ancora di più al cielo.

Attaccate a quei muri sono diverse le memorie di chi ha realizzato tale capolavoro a quell’altezza.

Il riposo è meritato prima di scendere e si può godere di una pace incredibile e un panorama meraviglioso che raddoppia in quanto, giunti qui, si può ammirare la Valle Arroscia, i paesi lontani di Monesi e Piaggia e il Monte Saccarello preceduto dalla nota statua del Redentore.

Alcuni cavalli selvatici dai colori singolari e splendidi rendono il tutto ancora più meraviglioso.

Firmo sul quaderno dei ricordi protetto all’interno del muretto da una copertura in latta. Voglio poter dire che anch’io sono stata qui e simboleggiare questo evento. Dopodiché mi preparo a scendere.

Passerò dal Passo di Garlenda e raggiungerò nuovamente il Colle del Garezzo facendo così un percorso ad anello e osservando altre meraviglie ma tutto questo vi aspetta in un altro articolo.

Continuate a seguirmi quindi, sono persino stata punta da un tafano… non vorrete certo perdervi una cosa così?

Un bacio altissimo, purissimo e levissimo a tutti voi.

Il Capriolo: la sua vita è quella di tutta la natura

Osservato con attenzione da molti popoli e da altrettanto tempo, il Capriolo (Capreolus capreolus) è un animale che vive anche in Valle Argentina, quindi ho intenzione di presentarvelo, miei convallesi!

Per farlo, pur sapendo molte cose su di lui con il quale mi fermo spesso a chiacchierare presso Monte Frontè (è introverso, ma di me si fida), ho chiesto informazioni a un lupo che è anche un mio caro amico, Odoben Malcisento, il quale, sugli animali sa davvero tutto, compresi i loro più intimi segreti.

Già lo sentivo impartire ordini a tutto il branco nella radura di Nonna Desia, convinto che gli altri gli dessero ancora retta. Già, perché di andare in pensione non ha proprio voglia.

«At-tenti! Marsh! Forza, palle di lardo! La vostra coda appartiene all’Arma, non dimenticatelo!» urlò, convinto che i suoi ordini venissero eseguiti.

Valoroso e impavido, è stato Generale di Branco d’Armata quando era giovane, ma la fissa della vita militare non gliela leva nessuno, nonostante oggi sia un po’ malconcio.

«Buongiorno, Odoben Malcisento!» gli gridai, cercando di farmi sentire.

È un po’ sordo, sapete? Ha perso mezzo orecchio sinistro sotto il Monte Saccarello, quando un aereo nemico andò a schiantarsi dietro Rocca Barbone ed esplose a pochi metri di distanza da lui. Dall’orecchio destro, invece, è rimasto completamente sordo.

«At-tenti! Ri-poso! Altolà! Chi và là?!» domandò di rimando, guardandosi in giro perplesso.

«Sono io Odoben Malcisento! Mi vede?»

«Ah, sei tu, piccola ratta! Stai su con quella schiena! Coda dritta! Baffi in fuori! Cosa credi di essere? Una bagiàira? (Lumaca senza guscio). Comunque io sono il “Generale” Odoben Malcisento!» sottolineò. Ci tiene ai suoi titoli, guai a non rispettarli.

«Sì, certam… ehm… volevo dire Signorsissignore!» rimediai.

Mi misi ritta e sull’attenti per non farlo inalberare e guardai gli altri Lupi, felici del fatto che ero giunta a distrarlo.

«Quale missione ti porta qui, soldato semplice?»

Tra “piccola ratta” e “soldato semplice” non sapevo quale dei due nomi mi piacesse di più, ma feci finta di nulla: «Signore! Vorrei chiederle gentilmente se posso avere notizie su Capreolus capreolus, signore!». Facendo finta di sapere poco o nulla su quella splendida bestiola avrei sicuramente avuto la sua dedizione.

«Proprio di quel capride mangiafieno mi vieni a chiedere, con tutte le meravigliose creature che Madre Natura ha partorito?»

«Signore! Non voglio contraddirla, signore! Ma non si può certo dire che Capriolo sia una brutta bestia, signore!»

«No certo… in effetti… se  proprio devo essere sincero, stiamo parlando di un’eleganza rara e di un’agilità quasi inimitabile… È inutile, sono un militare e la mia razionalità funziona sempre…»

«Signorsissignore!» risposi. La mia accondiscendenza stava funzionando.

«Bene. Ri-poso! Mettiti comoda. Hai rifatto la branda stamattina? Cosa vuoi sapere di preciso?»

«L’ho fatta in quindici secondi, signore! Be’, vorrei sapere quello che pochi conoscono di lui. Tutti sanno che è erbivoro, veloce, dolce… ma cos’altro nasconde in sé il Capriolo, oltre a suggerire poesia al solo guardarlo?»

«Il Capriolo è sempre stato apprezzato in tutto il mondo: dai Nativi Americani ai Maya, si è sempre parlato di lui. I Panche, indiani della Colombia, ritenevano addirittura che l’anima dei defunti, prima di salire al cielo, passasse attraverso il corpo di un Capriolo»

Già… un corpo capace di purificare essendo intriso d’amore, pensai, ma mi lasciai scappare solo un: «Caspita!».

Odoben Malcisento era andato dritto al sodo e ora non si sarebbe più fermato: «Sì, ma nonostante questo, è sempre stato simbolo di vita. Per gli Aztechi rappresentava il sole e la vittoria in guerra, raffigurata appunto con un Capriolo a due teste che loro chiamavano Madre degli Eroi Gemelli. Si trattava della prima donna divinizzata.»

Ero basita. Stavo davvero parlando con il Generale Odoben Malcisento? Di solito era molto più freddo e tagliente nelle sue descrizioni. Era evidente che gli occhi scuri e languidi di Capriolo avessero intenerito anche lui.

«Il suo nome ricorda la Capra, ma è più somigliante a un Camoscio, appartiene alla famiglia dei cervidi… giusto?» chiesi, sapendo di ottenere una spiegazione.

Non rimasi delusa: «Il suo nome deriva dall’antica origine baltica. In prussiano “sirwis“, cioè appunto “capriolo”, ha la stessa radice della parola “testa”. Questo a causa dei palchi che possiede, più lunghi e ramificati rispetto a quelli di un Camoscio. Infatti, la stessa regola vale per il Cervo. Brava soldatessa»

Ero sempre più affascinata dal suo modo di raccontare, così gradevole questa volta. Lui se ne accorse e continuò: «È un ungulato e ora vive in gran parte dell’Europa e dell’Asia, dove la vegetazione è adatta alla sua dieta. Le sue zampe gli hanno permesso di recente di abitare anche negli altopiani rocciosi, mentre un tempo viveva più nelle praterie. Così, tra i pascoli e le piante montane, si assicura un’alimentazione abbondante e più varia».

«Ama il sottobosco fitto, ma anche le radure infatti. Odoben Malcisento, sei anche un nutrizionista!» scherzai.

«Cosa dici?! La vista? Ci vedo benissimo! E anche Capriolo: la sua vista è acuta! Deve difendersi da molti predatori e, infatti, è un animale timido e schivo.»

Non aveva capito nulla, ma mi diede comunque una nozione in più.

«A proposito di timidezza, signore! Il Capriolo vive solitario o in branco, signore?» gridai questa volta. Questa storia del Capriolo in famiglia non l’avevo mai capita bene.

«La sua è una gerarchia articolata che si modifica in base alle stagioni e ai periodi dell’amore o delle battaglie territoriali. I Caprioli non hanno una suddivisione specifica e continuativa come noi Lupi, ma appartengono al mondo della caccia, tant’è vero che puoi sempre vederne uno assieme alla Dea Diana.»

«Ma il Capriolo non è un predatore…»

«No, ma come sai, Diana era anche protettrice degli animali selvatici. Inoltre, il Capriolo è simbolo della vita e ha sempre rappresentato la bellezza dell’esistenza. Per gli antichi un Capriolo morto significava siccità e quindi morte di un territorio che, quell’anno, non avrebbe dato frutti, non avrebbe nutrito, come se, senza di lui e la sua vita, non ci fosse amore. Una fiaba mitologica racconta della fanciulla Costanza uccisa dal suo amato: di notte Costanza si trasformava in uno splendido Capriolo bianco, ma un cacciatore corteggiatore di Costanza, lo uccise privando della vita anche la ragazza. Uccidendo lui ammazzò anche l’amore e quel giovane si dice si disperi ancora oggi.»

Che meraviglioso significato! Questa leggenda mi mancava! Sembrava quasi che Odoben Malcisento avesse gli occhi lucidi, ma conoscendo il suo essere tutto d’un pezzo, mi stavo sicuramente sbagliando.

«Signore! È stato gentilissimo come al solito, signore!» gli dissi, rimettendomi sull’attenti, pronta ad andare facendo prima il saluto militare con la zampa in fronte che a lui tanto piaceva.

«Sull’At-tenti! Avanti! March! Puoi andare, piccolo mus musculus» mi congedò.

Corsi via per giungere in tana il prima possibile e scrivere tutto quello che avevo imparato su Capriolo per non scordarlo. Mentre mi lanciavo giù per i pendii del sottobosco, udivo echeggiare la voce potente di Odoben Malcisento che aveva ricominciato a tuonare agli altri Lupi: «Plotone! Ai ranghi! In marcia! Un due, un due, un due…»

Non sarebbe mai cambiato, ma a me piace così.

Mi congedo, topo soldati, e vi aspetto al prossimo amico, ma prima di lasciarvi vorrei offrire un ringraziamento particolare ad Andrea Biondo, appassionato fotografo della natura, che mi ha dato queste sue bellissime immagini per poter scrivere l’articolo. Potete trovare altre sue foto sul suo blog: https://andreabiondo.wordpress.com/ , nel sito dell’Ente Parco Alpi Liguri o in quello di Liguriabirding con i quali Andrea collabora.

Alla prossima! At-tenti!

Il Sentiero della Castagna e il Passo dei Fascisti

Prendendo la strada che, dopo Molini di Triora, sale a Colle Melosa si arriva ad un certo punto dove un piccolo prato ti obbliga a fermarti.

Da qui si gode infatti di una bellissima vista che regala i profili dei nostri monti da una parte e fasce pianeggianti dall’altra.

O meglio, unisce la Valle Nervia alla Valle Argentina in un solo sguardo.

Le montagne a Est si riconoscono bene: i Balconi di Cima Marta, il Monte Saccarello, Rocca Barbone più in basso, il Colle del Garezzo con il suo tunnel… i sentieri, conosciuti come “i Sentieri degli Alpini”, si srotolano davanti ai nostri occhi mostrando una bellezza mozzafiato e il cielo esalta, nel contrasto, le vette di queste montagne sulle quali si è sviluppata la storia del nostro passato.

Al di là del prato, invece, il territorio appare come più morbido offrendo, prima dei lontani monti francesi, terrazze erbose e curve dolci.

Da qui, inoltre, passa il sentiero che arriva a Cetta, il protagonista di questo post, un tempo molto usato da chi, a piedi, raccoglieva legna o frutti selvatici da portare a vendere e il nome, “Sentiero della Castagna”, che lo contraddistingue, indica proprio la raccolta di questi doni, dei quali la Valle Argentina è ricca, che hanno sfamato per molti anni le generazioni che furono.

Si tratta di un sentiero che, proprio attraverso la frazione di Cetta, unisce le due Valli da Castelvittorio (Val Nervia) a Molini di Triora (Valle Argentina). Un cammino usato già dal 1200. Come vi ho detto, siamo un punto toccato da questo percorso ma, proprio da qui, volendo, si possono iniziare passeggiate più brevi e meravigliose in mezzo alla natura arrivando appunto a Cetta o a Palazzo del Maggiore.

Il fatto è che, durante la guerra, e mi riferisco alla Seconda Guerra Mondiale, non si poteva passare da questo punto strategico liberi e inosservati.

Il prato, nel quale oggi sorge un’edicola dedicata alla Madonna, era zona di controllo presidiata dai fascisti, per questo, ancora oggi, lo si conosce come il “Passo dei Fascisti”.

La testimonianza che ne è rimasta è una costruzione, semi distrutta, all’interno della quale i nazisti controllavano cosa si trasportava e facevano pagare un dazio. Una specie di cabina di Dogana, costruita in cemento e a forma di cubo con tanto di feritoia per sparare o osservare senza essere visti.

Siamo su un punto della Valle che ha visto il passaggio di molti partigiani e molti tedeschi. L’apertura permetteva gran visibilità ma il bosco adiacente, di castagni in basso e conifere in alto, dava la possibilità a tutti di nascondersi. Alla sua destra e alla sua sinistra, le due conche furono teatri di molti atti sanguinari, di fughe, di nascondigli ed era una cosa normale, seppur spaventosa, sentir riecheggiare nei due valloni parecchi spari ogni giorno.

Il cielo, oggi terso e sfondo di una natura splendida e di catene alpine assai suggestive, era a quel tempo disturbato e trafficato da aerei che sganciavano bombe senza pietà.

Chi passava di qui, quindi, come vi stavo raccontando, doveva pagare e se non aveva soldi poteva lasciare la merce recuperata nel sottobosco.

Il vero nome di questo Passo non lo conosco ma, come vi ho detto, è sempre stato chiamato così per ciò che è servito.

La piccola cappelletta è alla base di un breve sentiero in salita, che porta sulla cima di una montagnetta dalla quale la vista si apre ulteriormente e lo sguardo si spalanca sull’infinito.

Avete visto topi come, ogni giorno, se ne scopre una su questa splendida Valle sia dal punto di vista della natura che da quello storico? Oggi vi ho portato qui, in questo luogo che metteva timore, pericoloso anche per i fuggiaschi. Un luogo che, per un lungo periodo, non fu nostro.

Un bacio a voi e ai vostri ricordi.