La dolcezza che inganna di Cima Donzella

Cima Donzella, o della Donzella (su alcune mappe è segnata anche di Donzella) è un monte molto importante della Valle Argentina.

Si tratta infatti del monte che con il suo pendio forma, assieme a quello di Monte Arborea, la conca del famoso Passo della Mezzaluna sullo spartiacque tra la Valle Argentina e la Valle Arroscia.

Un monte che, a vederlo, appare dolce, dalla vetta arrotondata e i crinali morbidi ma è in realtà abbastanza dura riuscire a salire fin sulla sua punta.

Per questo direi che le sue curve armoniose sono un po’ ingannatrici ma, ovviamente, non serbano ostilità anzi… La natura è totalmente impregnata di gioia, amore e bontà, lo sappiamo.

La sua forma è quella di un seno materno ed è bellissimo ammirarne la silhouette per la strada che conduce al Ciotto di San Lorenzo.

Cima Donzella, che è alta 1636 mt si trova affianco a Monte Bussana ed entrambi appartengono alla Catena Montuosa del Saccarello.

Abitata da Camosci e Caprioli, che dalla sua vetta si lanciano giù in picchiata verso la Valle, questa montagna, non altissima, fa proprio venir voglia di conoscerla meglio e i suoi ripidi pendii si decide di percorrerli per poi continuare sui crinali dei monti più belli della Valle Argentina.

Si tratta di un monte che, nella sua lunga esistenza, ha visto muoversi tanta natura e tanta storia su di lui e sotto di lui ma ha anche assistito a eventi di carattere militare e alla vita di molti pastori, ergendosi proprio su pascoli fondamentali.

Abbracciato dalla Strada Marenca e trovandosi nel mezzo di un crocevia, è diventato col tempo persino punto di riferimento tra i Comuni di Molini di Triora e di Rezzo.

Proprio in questo periodo, la sua terra sta permettendo ai Crocus di sbocciare per vestirsi di un abito più primaverile e colorato.

I toni del bronzo dati dall’erba essiccata e quelli del bordeaux di una strana ardesia ci sono ancora e sembra così di guardare un monte che emana calore nonostante il frescolino che si percepisce quassù.

La vista che offre è, come sempre accade sui miei monti, splendida anche da parte sua.

Da qui si vedono bene anche diverse e conosciute montagne francesi, ancora innevate, come il Monte Bego.

Di fronte a me ecco la magnificenza del Monte Toraggio, del Pietravecchia, della Valletta e del Grai. Più sotto, Rocca della Mela e più a destra Sua Maestà Rocca Barbone.

Il Praetto è ben visibile e pulito. Una radura che a breve sarà piena di fiori e farfalle ma che oggi non raggiungerò per godermi questo spazio e questo monte di cui vi sto parlando.

Diversi stormi di uccelli le svolazzano intorno divenendo emblema di libertà assoluta e lo spazio immenso che si percepisce osservando il luogo in cui questo monte sorge è davvero infinito e parla di vastità e bellezza.

Da qui si possono ammirare nuvole lontane che vengono accolte dalle correnti della Valle e iniziano a giocare scontrandosi con gli altri rilievi montuosi che abbiamo di fronte. Sembrano curiose e sorvolano sopra i borghi come a volerli abbracciare.

Poi passano, vanno, lasciando solo il ricordo della loro fresca presenza. Oppure restano, spesse come grandi e soffici coperte, ad avvolgere quel magnifico mondo che vedo sotto di me.

I primi insetti fanno capolino con il loro volo già vivace alla ricerca di un po’ di nettare o di qualche preda. Questa montagna, al momento, può offrire poco. Tutto è appena nato su di lei, ma quel poco basta a far assaporare una vita nuova che sta nascendo.

Tra breve la vedrò tutta verde. Sarà un verde chiaro ma intenso a ricoprirla e sarà ancora più spettacolare. Ovviamente la farò vedere anche a voi.

Adesso però vi devo salutare, molti altri articoli da scrivere mi aspettano e quindi scendo da qui e corro in tana.

 

Vi mando un bacio gentile da vera Donzella.

Fin sulla punta del Carmo di Brocchi

Ormai sanno tutti che il Carmo di Brocchi è uno dei miei monti preferiti e ho molte ragioni per pensarla così.

A mio avviso è bellissimo ma voglio farvelo conoscere per bene portandovi con me alla conquista della sua vetta.

Partiremo da Passo della Teglia, sopra Drego, verso Rezzo. Attraverseremo quindi la splendida faggeta che ci circonda, chiamata anche “Bosco delle Fate” o “Foresta di Rezzo”, per poi giungere al Ciotto di San Lorenzo, tappa principale alle pendici del Carmo.

Il nome – Carmo – venne dato a questa montagna in un secondo momento sostituendo il nome “monte” pur avendo lo stesso significato ma, un tempo, era semplicemente Monte dei Brocchi.

E’ ancora notte quando intraprendo il sentiero ricoperto di foglie all’interno della macchia. La luna è ancora alta nel cielo e, a Est, il sole inizia a colorare il cielo di un rosa e di un arancio molto intensi.

I rami degli austeri faggi, in questo periodo spogli, sembrano intrecci misteriosi e i loro alti fusti, fitti e uniti, lasciano intravedere un sottobosco dalle sfumature grigie e marroni ma non permettono di andare troppo oltre con lo sguardo.

Il sentiero, adatto a tutti e per nulla faticoso, mi dirige al Ciotto, luogo per me mistico e caro al quale si legano molte leggende e molte storie del passato che spesso vi ho raccontato.

Da qui, da questa radura fatta a conca, si può già ammirare la meta che voglio raggiungere.

In tutto il suo splendore, si staglia contro il cielo, il magnifico Carmo alto 1.610 mt. Una luna enorme e brillante lo sovrasta, nonostante il cielo si sia ora schiarito con i colori del giorno. Il suo azzurro è intenso e il colore bruciato del monte quasi abbaglia sfavillando.

Un monte che mi affascina da sempre, da che sono cucciola, con quel suo essere da una parte pelato lasciando posto a pascoli incontaminati e da una parte alberato, come ad avere dritti capelli color argento. O rigogliosi riccioli verdi in estate.

L’ascesa, che parte dal menhir sopra al Ciotto, è ripida e abbastanza faticosa.

Da qui, due strane figure pitturate, e presumo molto significative, sono il punto di partenza dal quale si può ammirare la dolina dall’alto con il suo grande prato e le sue rocce bianche.

Parto alla conquista di una delle vette più belle della Valle Argentina. Sale parecchio, le mie quattro zampe motrici le appoggio sui ciuffi d’erba che mi trattengono. Pare quasi di essere su una scalinata. Non c’è un vero e proprio sentiero pulito. C’è un taglio che si percepisce ma occorre fare attenzione perché, in questa stagione, tra quelle pietre, il ghiaccio potrebbe far scivolare.

Il vento è fortissimo e non aiuta a salire ma non posso certo rinunciare. Vedo a pochi metri da me la croce, simbolo indiscusso del Carmo e di altri monti della mia Valle e dintorni. Sono emblemi realizzati dallo stesso artista, un certo “MR” e sono tutti uguali.

Quella croce… quante volte l’ho vista dal basso e la osservavo pensando “un giorno verrò lì da te”. Ed ecco giunto il momento tanto atteso. Ancora pochi metri e avrei potuto vedere l’immensità.

Carmo di Brocchi infatti, pur non essendo una delle cime più alte della Valle, permette una visuale a 360° di meraviglia. Il panorama che offre è indescrivibile da tanto che è bello e sembra quasi di non riuscire a poterlo guardare tutto da tanta che è l’emozione.

Non so neanche da dove cominciare a guardarlo tutto, gli occhi sono affannati come il cuore. So solo che, molto spesso, dal Passo del Garezzo ho ammirato questa vetta dove ora sono e adesso vedo quel Passo in tutto il suo splendore e in tutta la sua vastità. Il Ciotto de e Giaie e, sopra di lui, il Monte Frontè.

A questo punto lo sguardo viene attratto dal Monte Cimonasso e poi dal Saccarello e poi ancora dal Passo di Collardente. Continuo a girare il muso verso sinistra ed ecco laggiù il Grai, il Pietravecchia e lui… il mio amato Toraggio, inconfondibile con quelle sue punte aguzze.

In basso si distinguono bene diversi borghi della mia Valle adagiati su diversi colli. In primo piano Triora, Corte, Molini, , Andagna.

Ma poi noto anche Perallo, Moneghetti e altre piccole frazioni.

Mi dirigo con gli occhi estasiati verso Sud, verso il mare, vedo il Faudo e continuando a voltarmi verso Est posso osservare come Pizzo Penna stia per essere completamente sormontato da un mare di nubi spesse che, al galoppo, giungono veloci sulla sua vetta.

Faccio in tempo a vedere San Bernardo di Conio, a fondo valle, e poi quelle onde di vapore ricoprono tutto.

Continuo quindi a rigirare su me stessa. Molto lontane da me vedo le pale eoliche di Caprauna.

Adesso punto Cima Donzella e Monte Bussana e, dietro di loro, in prospettiva, il Monega. Là sotto, ancor prima del Donzella, so esserci il famoso Passo della Mezzaluna e, poco più in là, Monte Arborea ma questa sarà un’altra tappa. Ora sono, con lo sguardo, al tunnel del Garezzo che non posso vedere da questa prospettiva ma so essere oltre quella cresta.

Mio Dio che meraviglia. L’entusiasmo mi pervade. Il vento è ancora forte ma non lo sento neanche. Tutto quel cielo, dove ancora gongola la luna, e tutta quella Valle… la mia! Che emozione! Da togliere il fiato. E’ come sentirsi grandi, immensi, pur rimanendo umili davanti alla bellezza del Creato.

Mi chiedo come possa quel mio mondo essere così bello. Nessun artista avrebbe potuto immaginare e realizzare un tale prodigio. Resta solo che ammirare, in silenzio, un’eccellenza così immensa.

Mi sento appagata fino alla punta della coda.

Metto la mia firma sul quaderno custodito tra le pietre della croce, libro di vetta, e dopo aver ringraziato tanto splendore che mi arricchisce l’animo, mi dirigo verso un altro monte molto conosciuto. Un monte particolare, completamente diverso da quello su cui mi trovo ora: Monte Arborea.

Ma questa, come vi ho detto, è un’altra avventura. Quindi mi auguro continuate a seguirmi perché presto vi porterò anche lì.

Vi mando un bacio enorme, quanto enorme è la bellezza che mi sta circondando in questo momento.

Da Sella d’Agnaira fin in cima al Pietravecchia

Oggi Topi vi porto in un altro posto speciale, preparatevi di tutto punto e seguitemi.

Dopo aver intrapreso lo sterrato di Colle Melosa, possiamo ammirare lo splendore che questo panorama mostra ed essendo le prime ore dell’alba si vede persino la Corsica con i suoi colori tenui, il mare che la circonda e un contorno da favola.

Le sfumature rosa e azzurre colorano le nuvole ed è come essere trasportati in un’altra dimensione. Da qui si vede bene anche la Diga di Tenarda e parecchi monti della mia Valle.

Prima del Monte Grai ci fermiamo proprio dove un sentiero porta ad un altopiano. Si tratta di un valico a forma di sella chiamato Sella d’Agnaira (1.869 mt) confinante con Sella della Valletta.

Qui, una distesa d’erba verde rende tutto assai particolare. Tra i Larici, situati attorno alla radura, si immaginano animali di ogni tipo e non mancano vari cinguettii.

Non mancano neanche i funghi e i fiori nonostante l’autunno sia iniziato già da un po’.

L’aria è frizzantina, il sole sta ancora sbadigliando e, a terra, non è difficile incontrare la brina che inizia a spruzzare di bianco quel suolo ancora vivo e brulicante di insetti.

Ci sono tanti Grilli, ancora tante farfalle e piccoli ragni che si sono appena messi al lavoro per costruire nuove tane-trappola.

Prendiamo un sentiero che porta verso la Francia e infatti di Francia ne vedremo un bel pezzetto.

Si inizia a salire ma senza alcuna difficoltà. Più si sale e più si apre davanti a noi un magnifico scenario. Tutto sembra avere le sfumature dell’oro. Non solo il sole è dorato ma anche le spighe lo sono, alcune foglie, qualche arbusto e persino qualche pietra. Che meraviglia passeggiare in questo luogo dove l’ocra e il verde si alternano in continuazione.

Ad un tratto ci si potrebbe tuffare anche tra i lamponi se non fossero pianticelle spinose, ma che buoni questi frutti! Sembra strano poter mangiare i lamponi a ottobre ma questa è la Valle Argentina e ben presto la lingua profuma di un sapore dolce e asprigno allo stesso tempo.

Dopo aver fatto una bella scorpacciata di questi doni si prosegue. Lo avrete capito ormai, il Monte Pietravecchia ci sta aspettando.

Si tratta di una montagna molto alta appartenente alle Alpi del Marguareis. E’ alta 2.038 metri e il suo nome è azzeccatissimo. Sembra proprio un monte vecchio e saggio. La sua vetta è confortevole. Ha meno guglie affilate rispetto al Monte Toraggio proprio di fronte a lui.

Da qui, quest’ultimo monte, posso ammirarlo bene. Lo adoro, è bellissimo, uno dei miei preferiti e non lo avevo mai visto da questo lato.

La cosa sicuramente più divertente che gli appartiene è una grossa pietra a forma di cubo, praticamente in bilico sull’abisso e chiamata il “Dado degli Dei”.

Siamo nel pulito e possiamo tranquillamente ammirare tutto attorno a noi, passeggiando comodamente.

Ecco il versante francese, si vede il suo paesaggio e si vede persino il grande complesso “Le Vele” della Marina Baie des Anges tra Nizza e Antibes. Davanti a noi si vedono Baiardo, Perinaldo e la costa più a ponente della Liguria ma, se si guarda in giù, ecco comparire la Gola dell’Incisa e il bivio per raggiungere il Toraggio percorrendo il Sentiero degli Alpini.

Guardando verso il Piemonte invece si notano distintamente l’altissimo Monte Mongioie (2.630 mt) e il Monte Saccarello (2.202 mt). Piccolina, alla sua sinistra, la Statua del Redentore.

Restando girati verso la Provincia Granda si nota che quella parete del Pietravecchia anziché essere arsa e pulita è boscosa e, in mezzo a quegli alberi, scendendo un poco in un sottobosco abbastanza fitto, si trovano antiche costruzioni (sicuramente militari). Sono costruzioni davvero particolari. Hanno feritoie contrapposte ed è come se fossero doppie o gemelle.

Si torna però presto con il naso all’insù, è inevitabile. Ovunque, attorno a noi, profili montuosi meravigliosi si lasciano ammirare.

Tornando indietro camminiamo su un tappeto erboso davvero stupendo. Sembra finto e invece è tutto vero.

Par di essere nella fiaba di “Pollicino”, non ci resta che lasciar cadere a terra qualche briciola di pane. Che meraviglia. Sopra ai nostri musi Larici e Abeti incrociano i loro rami formando tendine e arabeschi. Un incredibile passaggio.

Eccoci però di ritorno su Sella d’Agnaira e da qui si fa ritorno in tana.

Di nuovo tante emozioni. Ancora una volta ho riempito il mio piccolo corpicino e il mio spirito di tanta bellezza e tanta pace. Ora non resta che prepararmi per la prossima avventura ma prima fatemi pulire gli scarponi.

Un “vecchio” bacio a voi da parte mia e da parte di un vecchio monte.

Ancora in alto – sul Monte Frontè

Placido e imponente, il Monte Frontè (2.152 mt), se ne sta tra la Valle Argentina e la Valle Arroscia simboleggiato da una Madonna bianca a grandezza naturale.

È un monte che offre ospitalità a diverse specie di flora e di fauna, ben visibili, percorrendo il sentiero tra i pascoli che lo taglia e conduce alla sua vetta.

Una vetta tra le nuvole…

Io appartengo alla Valle Argentina e quindi partirò da qui. Da Triora. Arriverò al Passo della Guardia, oltrepasserò il Colle del Garezzo e il suo tunnel e, subito dopo questo, voltandomi a sinistra, noto il percorso che mi permetterà di raggiungere la cima di questo monte chiamato un tempo Monte Frontero.

Vi parlo di una cima ben visibile già da altri luoghi della mia Valle e che tutti conoscono.

Appartenendo alla Catena Montuosa del Saccarello lo si può notare spesso, stagliato contro il cielo, in mezzo ad altri profili montuosi.

Immediatamente, tra quei pascoli infiniti e incontaminati si notano mucche e vitelli ma anche diverse marmotte, affaccendate e attente si muovono su quei prati.

Che grasse sono! Se immobili, si possono facilmente scambiare con i massi chiari di quel territorio ma quando si muovono sono buffissime con tutta quella ciccia che ballonzola su e giù ad ogni loro passo.

In questa stagione il Monte Frontè è ricoperto da un verde sgargiante e su questo morbido tappeto smeraldino possono nascere fiori di rara bellezza e tanti colori che, dolcemente, accolgono svariati insetti e piccoli uccellini.

Pare impossibile pensare che un tempo, tanti tanti anni fa, era un ghiacciaio.

Ho persin avuto la fortuna di immortalare un bellissimo Culbianco e signora.

Guardate che vanitoso: si girava di qua, e poi di là, e poi mostrava il retro. Voleva essere fotografato da ogni parte senza sapere quale fosse il suo lato migliore.

Continuando a camminare su questo sentiero adatto a tutti, anche se l’ultimo pezzo si presenta un po’ in salita, si può ammirare un panorama splendido. Si può vedere tutta la Valle Argentina e tutti i suoi monti dal primo all’ultimo.

Molte volte, in questo luogo, capita di trovarsi davanti ad uno spettacolo singolare e cioè quello di essere al di sopra delle nuvole e sentirsi sopra al mondo.

Siamo a 2.200 mt d’altezza e pare proprio di vivere l’atmosfera di Avalon dove un mare di nubi sovrasta la vallata ma se si guarda in su si può vedere un cielo terso totalmente azzurro.

E’ bellissima, vista da qui, Rocca Barbone. Se ne vede bene la cima e si vede anche la strada che abbiamo percorso a piedi.

Com’è suggestiva da quassù in alto! Con quegli alberelli sopra che sembrano soldatini.

Ancora pochi passi e si raggiunge l’ambita Madonna, costruita nel 1953 e con lo sguardo rivolto verso il mare.

La sua espressione è dolce ed è innalzata su muri di pietra che l’avvicinano ancora di più al cielo.

Attaccate a quei muri sono diverse le memorie di chi ha realizzato tale capolavoro a quell’altezza.

Il riposo è meritato prima di scendere e si può godere di una pace incredibile e un panorama meraviglioso che raddoppia in quanto, giunti qui, si può ammirare la Valle Arroscia, i paesi lontani di Monesi e Piaggia e il Monte Saccarello preceduto dalla nota statua del Redentore.

Alcuni cavalli selvatici dai colori singolari e splendidi rendono il tutto ancora più meraviglioso.

Firmo sul quaderno dei ricordi protetto all’interno del muretto da una copertura in latta. Voglio poter dire che anch’io sono stata qui e simboleggiare questo evento. Dopodiché mi preparo a scendere.

Passerò dal Passo di Garlenda e raggiungerò nuovamente il Colle del Garezzo facendo così un percorso ad anello e osservando altre meraviglie ma tutto questo vi aspetta in un altro articolo.

Continuate a seguirmi quindi, sono persino stata punta da un tafano… non vorrete certo perdervi una cosa così?

Un bacio altissimo, purissimo e levissimo a tutti voi.

Alla conquista del Monte Gerbonte

Oggi Topi andiamo a conquistare la cima di Monte Gerbonte!

Suvvia… si scherza! Mica si può conquistare una creazione tanto austera. Ma “conquistare”, come sapete, si può dire per indicare l’avercela fatta e… quando si tratta di certe fatiche… ci sta! E con orgoglio!

Beh, proprio “fatiche”, se devo essere sincera, forse no, ma è sicuramente un trekking impegnativo soprattutto per chi non è abituato a camminare molto. Si sale infatti fino a 1727 mt s.l.m. e, in vetta al monte, ci si può arrivare da diverse parti cambiando così la difficoltà del dislivello.

Noi partiamo dal Pin, sopra a Borniga. Da 1500 mt circa quindi. Siamo altissimi. Il burrone sul quale si zampetta fa venire i brividi se si soffre di vertigini, altrimenti è puro entusiasmo.

Secondo le altitudini, da qui, il dislivello pare poco, all’incirca 250 mt, ma occorre contare che, prima della grande salita, si scende, fino a Rio Infernetto e quindi i metri raddoppiano se non di più.

Il percorso, fin dal suo inizio, appare stupendo. Il primo tratto, però, è sconsigliato. Troppo pericoloso.

Lo stretto sentiero, scavato nelle rocce, è a ridosso di un alto burrone e anche se gli occhi godono di vedute spettacolari è bene che solo topi o camminatori esperti ci vadano.

La natura appare aspra e selvaggia. Cruda.

Enormi e austeri i bastioni rocciosi, davanti alle “Porte” della foresta, sembrano il portale di altri mondi. Il verde che riempie lo sguardo non è vicino a noi. Noi siamo su rocce asciutte, grigie come perle, dove solo il pallido color militare del Timo e della Lavanda, non ancora fioriti, si permette di sbucare tra una pietra e l’altra.

Il Semprevivo gode in quella aridità, non ama molto l’acqua e i rapaci, come Gheppi e Poiane, che sorvolano quelle guglie nude, trasportano in un tempo antico di cow boys e nativi americani.

L’orogenesi, qui, ha creato qualcosa di una bellezza indescrivibile avvenuta tra gli 80 e i 40 milioni di anni fa attraverso la collisione dei paleocontinenti (oggi Europa e Asia) e il loro avvicinamento. Deformazioni stratificate presentano particolarità ambientali uniche e, sicuramente, facendo attenzione, non è difficile rinvenire fossili oceanici.

Non dobbiamo percorrere molta strada per vedere, all’improvviso, un cambio totale del territorio.

Penetriamo ora nella Foresta, tra quei larici e quegli abeti ammassati tra loro, che non permettono al sole di entrare. Scrivo Foresta con la F maiuscola perché, per noi della Valle Argentina, quella è la Foresta.

La nota Foresta del Gerbonte. Vi ricordate quando vi ci portai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/07/25/la-foresta-di-gerbonte/ ? Ma oggi vedremo altre cose e arriveremo fin sul cucuzzolo di questa cara montagna.

Camminiamo sul tappeto di aghi ed è il Picchio Nero, ora, a tenerci compagnia col suo – Tuc! Tuc! Tuc! – contro i tronchi degli alberi.

Guardate come riduce i fusti alla ricerca di larve e insetti per nutrirsi. Pieni di buchi come colabrodo. Non ha tregua. Picchietta in continuazione. Ho scoperto, vedendolo in volo, che non è piccolo per niente. Lo immaginavo di dimensioni più ridotte, invece è più grande di un Corvo.

Giunti al Rio Infernetto si comincia a salire tra rocce ricoperte di Primule Marginate che cadono a cascata e sono una meraviglia. Il bosco diventa bluette e si vive una favola.

Anche l’Hepatica Nobilis favorisce svariati toni di blu, ma dipingendo il suolo, quindi, potete immaginare la bellezza. Con sguardo attento però si notato moltissime varietà di flora. Una flora timida che manifesta umiltà pur non avendo nulla da invidiare ad altri fiori.

Il rumore dell’acqua lo si percepisce scendere anche attraverso i grandi massi.

Tra loro, in una grotta, è stata collocata una Madonnina e, in questo punto di riposo, siamo a 1290 mt. s.l.m.

Stille d’acqua ghiacciata colpiscono ragnatele un tempo dimore di qualche aracnide e che ora penzolano, prive di vita, abbandonate al vento.

Ora arriva il bello, eccoci giunti alle “Porte del Gerbonte”. Monte simbolo della mia Valle. Le sensazioni che dona sono davvero strane: mentre ti senti piccolo piccolo al suo cospetto, riesci anche a sentirti immenso e in cima al mondo grazie al panorama che dona.

Proteggendoti da dietro con i suoi alberi secolari e monumentali, la Foresta Demaniale Regionale del Gerbonte, formata da: abeti, larici e faggi, ti offre sul davanti un’apertura che illumina lo sguardo.

Un punto panoramico sulla vetta permette infatti di vedere ancora più a Ovest del Saccarello, dove le Alpi Francesi mostrano la catena del Tanarello e punta Missun e, invece, a Est, sotto alle Alpi Liguri che fan da cornice, giacciono pacifiche le borgate distese nella vallata.

Il punto che vogliamo raggiungere è la piccola Caserma, chiamata – Casermetta Lokar –, in quanto dedicata al Vice Brigadiere Vincenzo Lokar che perse la vita, in questo luogo, nel 1953. Qui la neve non molla. Perdura resistente.

Per arrivare a questo rifugio si cammina su un comodo e largo sentiero in mezzo al bosco. Nel tratto di alberi, ritti come soldatini, mi accompagna un Fringuello che di farsi fotografare proprio non ne vuol sapere. Dopo avermi dato il suo fondoschiena piumato, diverse volte, mi grazia voltandosi di poco e mi concede il suo profilo. È velocissimo. Io sono lenta con la macchina fotografica ma lui è velocissimo davvero.

Poco prima della Caserma un ampio prato di orchidee selvatiche, anemoni, crocus ed erba ingiallita dall’inverno, offre cibo a Camosci e Caprioli.

Ed eccola, infine, la meta tanto attesa. La piccola casetta che guarda tutta la valle protetta da una Madonna con in braccio il Bambin Gesù. Una copertura di pietra e cemento e una solida croce rendono anche lei emblema del luogo.

Si gode di aria pura e di un panorama bellissimo. Triora e Andagna si vedono bene da qui e, ora sì, che c’è verde ovunque.

Abbiamo conquistato il Gerbonte per davvero. Lo abbiamo vissuto, letto, osservato, amato e conosciuto. Quante cose ci ha raccontato, ma non posso svelarvi tutto in un solo articolo.

Vi aspetto per la prossima passeggiata tra questi alberi secolari e queste atmosfere persino mistiche, non scappate.

Un bacio selvatico a voi.

A Cimma – un piatto che non può mancare

Per noi mangiarla è come un rito. Non può mancare nelle giornate importanti e invernali. Non può mancare in qualche particolare domenica. Non può mancare nel festeggiare gli anni di un familiare. Quei suoi colori, quella sua posa simpatica. Legata con cura con uno spago. E’ la Cima topini, chiamata, in dialetto: A Cimma.

Così buona, così meravigliosa, così tradizionale da essere cantata, quasi come una preghiera, da uno dei più grandi cantautori italiani. E, dal momento che, nel nostro dialetto, probabilmente potevate non comprenderla, ve la traduco. A me, emoziona tantissimo, ma prima guardatevi il video di Fabrizio de Andrè.

“A CIMMA”

versione in concerto del brano, tratto dall’album “1991 – Concerti”.

Ti sveglierai sull’indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra e l’altro in mare
ti guarderai allo specchio di un tegamino
il cielo si guarderà allo specchio della rugiada
metterai la scopa diritta in un angolo
che se dalla cappa scivola in cucina la strega
a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena è già cucita.

Cielo sereno, terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura.

Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche
con due grossi aghi dritto in punta di piedi
da sopra e sotto svelto la pungerai
aria di luna vecchia di chiarore di nebbia
che il chierico perde la testa e l’asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos’altro fare? Cos’altro dare al cielo?

Cielo sereno, terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via.

Poi vengono a prendertela i camerieri
ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere
tocca allo scapolo la prima coltellata
mangiate mangiate: non sapete chi vi mangerà.

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via.

Bella vero? Stupenda.

Ma come si prepara questa Cima? La ricetta è stata col tempo modificata tante volte e, in tante regioni, che hanno adottato questo piatto per noi tipico, viene spesso preparata in modi diversi. La tradizione però vuole che venga fatta come vi scrivo e, credetemi, farete un figurone.

Il ripieno, che potrà venirvi più sui toni del verde o più sul giallo, a seconda degli ingredienti, sarà delicato e sublime.

Allora, fate preparare dal vostro macellaio di fiducia, una sacca (rigorosamente di vitello), con un solo lato aperto. Vi verrà tutto più facile ma dovete sapere che, le donne di un tempo, e ancora topozia lo fa, la Cima se la legavano loro.

Sappiate che non è semplice da preparare ma è poco calorica e quindi può essere mangiata da tutti.

Per prima cosa tritate finemente la polpa e le cervella di vitello servendovi del frullatore o della mezzaluna e unendovi del prosciutto cotto. Non posso darvi delle indicazioni in quantità perchè non posso sapere come grande acquisterete la vostra tasca di pancia di vitello. Regolatevi con gli ingredienti.

Tritate finemente una cipolla (sevulla) e la carota (carota) e mettete il trito a rosolare in una padella con un po’ d’olio. Un normale soffritto.

Aggiungete quindi la carne tritata, i piselli (pesei), i pinoli (pignoi), l’aglio (aiu) tritato, la maggiorana (persa), le uova (oeve) che avrete precedentemente sbattuto; bianco e rosso insieme con della mollica di pane bagnata nel latte.

Mescolate il tutto per qualche minuto, a fuoco lento, e poi aggiungete il parmigiano e salate a piacere ma, un buon ripieno, non deve mai essere insipido.

Bagnate il tutto con il vino bianco, mescolate e lasciate cuocere, a fuoco moderato, fino a che il vino non sarà evaporato.

Una volta pronto, riempite la sacca di carne con il ripieno e cucite il lato rimasto aperto quindi, mettete sul fuoco una pentola abbastanza grande, piena d’acqua salata, con un’altra cipolla, del sedano e una bella carota.

Quando l’acqua sarà calda, immergerete la vostra Cima ripiena e la lascerete bollire per almeno due ore, a fuoco medio, coprendo la pentola per 3/4 con un coperchio. Se l’avete cucita bene, non fuoriesce nulla.

Terminata la cottura, togliete la Cima dalla pentola e lasciatela raffreddare in un vassoio, coperta con un piatto, sul quale metterete un peso per permettere al brodo in eccesso, assorbito durante la cottura, di fuoriuscire. Anche un grosso libro andrà bene.

Infine, appena raffreddata, mettete la vostra Cima su un tagliere e tagliatela a fette di circa 1 centimetro di spessore.

Potete servirla sia fredda che calda, a seconda dei gusti, con contorno di verdurine grigliate, un po’ di salsa verde o della semplice insalata con pomodori, dipende da voi. Ma credetemi, i commensali, non se ne andranno più!

E’ un ottimo secondo, dovrete preparare solo un primo piatto o diversi antipasti, vedete voi.

Ora vi mando un bacione, io, vado a fare un po’ di pappa.

M.