Badalucco – Porta Santa Lucia in notturna

Oggi voglio farvi conoscere la porta di Badalucco in notturna, chiamata Porta di Santa Lucia. Vi ci porto di notte perché la trovo davvero molto suggestiva immersa nell’oscurità, e poi si affaccia su un panorama davvero stupendo, se visto in alla sola luce dei lampioni.

Troneggia sul meraviglioso Torrente Argentina, che brilla di più alla sera, luccicando grazie alle luci artificiali e soffuse del paese.

Porta Santa Lucia è infatti anche la porta di un ponte omonimo, il quale permette di arrivare in Regione Ortai attraversando il fiume, appunto.

Guardate che bellezza, che atmosfera intima e antica. Guardate che luminosità particolare offerta anche dalla luna.

Questa porta, anticamente entrata del borgo assieme ad altre quattro porte, è sorretta dal ponte romano ad archi diseguali che è stato costruito nel 1551 e ultimato nel 1606.

Si tratta della porta a Sud che permetteva l’entrata in paese da chi arrivava da Taggia o dal mare.

Una porta che è anche una piccola e assai minuta chiesetta e dedicata anch’essa alla Santa alla quale gli abitanti di Badalucco sono molto devoti, in quanto guaritrice degli occhi e dei problemi a essi legati. Sotto di essa infatti si trova una targa che riporta la seguente scritta “Divae Luciae Lux in Via Fa B. 1336 Rest. 1936″ che dovrebbe voler dire “Luce per Santa Lucia” o qualcosa di simile.

Attraversando questa porta e calpestando i ciottoli dei quali è formato il lastricato, si prosegue per un sentiero che conduce anche al cimitero, oltre che a un rinomato ristorante, “Il Ponte”, e un nuovo agriturismo, “L’Adagio”. L’attraversamento del ponte così amato, come simbolo dell’”ultimo viaggio”, rende questo luogo ancora più caro per i badalucchesi, nel mio dialetto chiamati anche baucogni.

Un tempo, questa porta si trovava tra mura difensive in grado di proteggere l’abitato dalle irruzioni dei nemici, ma oggi dei muraglioni del medioevo non è rimasto quasi più nulla.

Porta Santa Lucia accoglie chi entra in Badalucco e non si può non vederla. Innalzata sopra la strada, permette anche di far notare, al suo avvicinarsi, di una stradina recentemente rifatta che costeggia il fiume abbracciando il centro del paese e mostrando una natura meravigliosa.

Pare di essere ancora in tempi antichi. Le casette in pietra che si affacciano sul torrente sono davvero carine.

I Conti di Ventimiglia, tra i quali il famoso Oberto, scelse proprio Badalucco come luogo di residenza per molto tempo.

E’ un paese molto particolare e bello già solo per come accoglie i visitatori proprio grazie questa porta, che un tempo rappresentava il punto di accesso obbligato. La strada che si percorre oggi, infatti, non esisteva.

C’è silenzio attorno, ma questa zona è viva. C’è gente che porta il cane a spasso per l’ultimo giretto della giornata, c’è un vociare calmo che esce dai bar e qualche auto che passa lenta. Tutto è splendido ed è magnifico stare un po’ qui seduti, su queste panchine in pietra appoggiati a questo tavolino, proprio sotto Porta Santa Lucia.

Che ne dite, topi? M’invidiate un po’, vero, per questa serata prima di rientrare in tana? Lo so, ma sono stata brava e generosa, ho portato con me anche voi! Squit!

La tomba di Chagall – il pittore dei colori del mondo

Vi ricorderete che un po’ di tempo fa vi portai a visitare una tomba? Era di un personaggio molto famoso che tutti conoscete ossia Charles Baudelaire, scrittore, critico e aforista francese (l’articolo in questione è questo, per la precisione: “Charles Baudelaire protagonista di diversi incontri”). Un personaggio davvero curioso. In quel tempo, girovagavo per Parigi, parecchio lontano dalla mia Valle, divenendo Topina di città per qualche tempo e anche oggi lo sono diventata per portarvi a vedere un’altra famosissima lapide e sicuramente più vicina ai miei luoghi.

Oggi, infatti, vi porto vicino alle mie zone, a Saint-Paul de Vence, dove già mi recai ma mai vi feci vedere dove venne seppellito il grande pittore Marc Chagall.

Marc Chagall, che gode ancora oggi di fama internazionale, fu fino al 1985, anno della sua morte, uno dei pittori più bravi a catturare la luce e a riportarla nei suoi dipinti insieme all’amatissima moglie che ritraeva in molte opere.

Nei suoi quadri infatti si scorge molta bellezza, colore e tanta voglia di vivere nonostante le oppressioni che subì, essendo di discendenza ebrea e precisamente di Vitebsk, allora sotto il dominio dell’Impero Russo.

Nacque e visse tra bombardamenti e razzie, ma nonostante tutto trasportava gioia sulle sue tele, anche se ammirandole e conoscendone la vita è facile osservarle con un senso di malinconia.

Naturalizzato francese, cambiò il suo cognome da Segal (il suo vero nome era Moishe Segal) a Chagall, ma prima di questa trasformazione divenne, per la Russia, Mark Zacharovič Šagal.

Visse fino all’età di 97 anni, morendo appunto a Saint-Paul de Vence dove si era trasferito e dove oggi, accanto alla sua tomba, regna un’atmosfera assai particolare, pregna di affetto da parte dei suoi ammiratori (soprattutto giovani) che lo ricordano come “il pittore dei colori del mondo”.

E’ un bellissimo cespuglio di rose rosa ad attrarre verso l’entrata del piccolo e ordinato cimitero. Chagall riposa eternamente proprio subito dopo aver varcato l’uscio, all’interno di una grossa tomba in cemento assieme alla seconda moglie Valentina detta “Vava” Brodsky Chagall e il fratello di lei Michel Brodsky.

Vava è stata meno amata rispetto alla prima consorte Bella, morta durante la Seconda Guerra Mondiale a causa di un’infezione virale, e fu proprio per sconfiggere la depressione che lo afflisse che per la vedovanza che Chagall si trasferì in Provenza, dove riuscì a ritrovare un po’ di serenità riportandola attraverso le tinte decise delle sue opere.

In Provenza ebbe anche un figlio prima di risposarsi con Virginia Edith Haggard, ma la storia tra i due durò per un tempo molto breve.

Chagall ora è qui. Ed è come se il suo manifestare un connubio tra il reale e il surreale esistesse ancora. Pare di percepirlo. I caratteri fiabeschi lo circondano anche adesso rendendo questo luogo quasi onirico. Tante le pietroline e i sassi disegnati e scritti, su questa lapide. Tante le frasi di chi lo ama e lo ha amato. Tanti i ricordi.

Una siepe, un grande angelo scolpito e lui: Marc Chagall, il pittore dei colori del mondo.

Un bacio, al prossimo tour topi! La vostra Pigmy.

Al Santuario della Madonna della Montà tra dragoni e pipistrelli

Vi ho già parlato dei numerosi santuari sparsi nella mia Valle, ma ancora non vi ho fatto vedere lei, la Madonna della Montà, di una bellezza antica e austera, con le sue pietre poste l’una sull’altra ancora a vista. Al suo interno nasconde veri e propri tesori, entriamoci insieme, vi va?

 

Ci troviamo a Molini di Triora e con noi c’è Gianluca Ozenda a svelarci tutte – o quasi – le bellezze di questa chiesa.

La Madonna della Montà ha due entrate, rispettivamente l’una a destra, l’altra a sinistra, e ha tre navate. Le due porte di accesso rappresentano le due comunità religiose di Molini e Triora. Questo edificio religioso, infatti, rappresentava un tempo un punto di incontro per i fedeli dei due paesi, le feste si celebravano insieme, e la Madonna della Montà era la chiesa più importante del territorio molinese. Le due porte, ci spiega Gianluca, sono diverse tra loro. In effetti non è difficile notarne le differenze, a uno sguardo più attento. La porta rappresentante la comunità di Molini di Triora è spoglia di decorazioni, più semplice e dimessa, mentre quella dedicata a Triora è ornata, ha curve più armoniche e sinuose… questo perché si doveva sottolineare l’importanza che la città rivestiva in tutto il territorio e fino a Genova.

 

Le due comunità, a ogni modo, si riunivano alla Madonna della Montà per diverse celebrazioni religiose, tra le quali Gianluca cita quella delle Vergini, fissata intorno al 2 di novembre. In questa occasione, le giovani giravano intorno al santuario recitando preghiere.

Dicevamo che questa rappresentò la prima parrocchia di Molini, era un centro spirituale molto importante, ed è risalente al XIII secolo. Anche riguardo le sue navate laterali esiste una curiosità. Infatti, tra le due, esiste uno scarto di qualche centimetro: la navata di sinistra appare così leggermente più piccola di quella di destra. E’ un fatto strano, se si pensa a quanto ci tenessero, un tempo, alle proporzioni armoniche delle costruzioni religiose.

Veniamo, ora, alla vera perla di questo Santuario: il ciclo di affreschi rappresentato nel presbiterio.

Furono dipinti nel 1435 da Antonio da Monregale (Mondovì), conosciuto come “Il Dragone”. Topi, se ne legge anche la firma! Fu proprio tale sigillo apposto sull’opera a svelare agli storici dell’arte il mistero del Dragone. Il pittore, infatti, fu molto attivo nel basso Piemonte, tuttavia non firmava mai con il proprio nome, bensì con la piccola effige di un drago nero, caratteristica che gli valse l’appellativo di Dragone. Qui a Molini, invece, compare per la prima volta il suo vero nome per esteso, seguito dal simbolo con il quale l’artista era stato conosciuto. Questo permise agli studiosi di identificare, finalmente, il pittore.

firma Antonio da Monregale il Dragone

L’affresco fu scoperto nel 1918, pensate un po’! Prima di allora, infatti, restò segretamente celato dall’altare ligneo in stile barocco di cui vi parlerò tra poco, realizzato nel 1707. Per tutti questi anni, dunque, il dipinto è rimasto occultato, riemergendo definitivamente solo tre anni fa.

santuario madonna della montà molini di triora affresco

Ma eccovi svelato come accadde il ritrovamento di questo maestoso affresco. Un giorno l’Abate Allaria si trovava da solo nel santuario, intento a pregare. A un certo punto, un pipistrello entrò in chiesa e andò a infilarsi tra le volute dell’altare di legno che faceva da parete alla zona presbiteriale. L’Abate, allora, incuriosito dal comportamento della bestiolina, prese una scala e si arrampicò per vedere dove fosse andata a cacciarsi, poteva avere bisogno di aiuto… Una volta arrampicatosi fino in cima alla scala, con somma meraviglia, vide che dietro l’altare si trovava un dipinto meraviglioso. Di fatto, dunque, l’affresco del Dragone fu scoperto da un pipistrello! Ve lo dico sempre di non sottovalutare mai i poteri di noi animaletti, e questa ne è una prova. Dentro il campanile e il presbiterio del santuario vive ancora oggi una colonia di pipistrelli che sono diventati caratteristici di questo luogo, discendenti – così si dice – dello scopritore del dipinto e, per questo motivo, nessuno li scaccia. Se ne restano lì, a svolazzare tranquilli sopra il piccolo cimitero e nei dintorni in quello che è diventato il loro artistico regno.

campanile Santuario Madonna della Montà Molini di Triora pipistrelli

Torniamo, ora, agli affreschi. Nella parte alta si riconoscono i momenti della Crocefissione. Gianluca ci fa notare che i personaggi che prendono parte alla scena non sono stati rappresentati con gli abiti tipici dell’epoca in cui visse Gesù, ma con i costumi del tempo in cui fu realizzato il dipinto. Questo fa pensare che i volti fossero ritratti di persone realmente esistenti in quel periodo storico, tra le quali soprattutto nobili e personaggi influenti. I nomi dei mecenati del ciclo di affreschi, inoltre,  sono riportati insieme alla firma del pittore.

La parte bassa dell’affresco riporta i santi più importanti per la Valle Argentina, tra i quali Sant’Antonio Abate e San Giovanni Battista.

affresco Antonio da Monregale il Dragone - Santuario Madonna della Montà

Durante i restauri del tetto, fu abbattuta la volta di mattoni non originaria del santuario e ne è emerso un altro affresco, quello dell’Annunciazione.

E’ una chiesa ricca di tesori, ve lo dicevo!

L’altare di un tempo, che oggi è stato posizionato di fronte al presbiterio e al quale il fedele dà le spalle durante le celebrazioni, è stato intagliato nel legno di castagno, un albero importante per tutti gli abitanti della Valle.

altare ligneo Buscaglia Santuario Madonna della Montà

Fu progettato da Giobatta Borgogno, detto il Buscaglia. Era conosciuto con questo soprannome perché in dialetto ligure fare buscaglia significa “fare trucioli”, nomignolo che lo identificava con il suo mestiere, quindi! Giobatta, tuttavia, non vide mai montata la sua opera, poiché morì poco prima che l’altare venisse assemblato. Al centro, troviamo oggi una tela d’altare che è una copia dell’originale, dipinta da Giobatta il Gastaldi di Triora.

Il nostro tour del Santuario è quasi concluso, topi, ma prima devo farvi vedere altre due curiosità: l’Abelan Catainin (letteralmente, Zia Caterina), che altro non è che l’antica bara che veniva usata per i defunti, e l’accesso alla cripta situato dietro l’altare del Buscaglia.

 

Che dite, ve ne ho raccontate abbastanza, per oggi?

Dipingo un saluto per voi e vi do appuntamento alla prossima pipistrello-avventura!

Charles Baudelaire, protagonista di diversi incontri

L’aurora tremante in veste rosea e verdeSONY DSC

avanzava lentamente sulla Senna deserta

e la fosca Parigi, stropicciandosi gli occhi,

impugnava i suoi attrezzi, vegliarda laboriosa.

Parigi 2012,SONY DSC

Cimitero di Montparnasse, 14° arrondissement.

Mi soffermo davanti alla sua tomba. Lo hanno stranamente messo insieme al detestato patrigno, il Generale Aupick e la madre, amata e odiata, Caroline Archimbaut-Dufays. Lo hanno messo qui, nel 1867, dopo una breve vita da incompreso, secondo il suo pensiero, genio e sregolatezza, masochismo e dannazione. E’ nello stesso Camposanto che accoglie i filosofi e scrittori Jean Paul Sartre e la compagna di vita Simone De Beauvoir dei quali potete vedere la lapideSONY DSC nell’immagine qui a fianco; una lapide piena di gingilli e bigliettini, ricordi e preghiere. Ed è insieme a tantissimi altri personaggi ricordati e conosciuti, come lo scrittore Guy de Maupassant, l’attore Philippe Noiret, il politico Porfirio Diaz e tanti altri.

Charles Baudelaire scrittore, critico e aforista francese è stato un personaggio che mi ha sempre incuriosito. Quel suo essere così bohèmien, SONY DSCquel suo credere a ciò che voleva credere, quel suo bene e quel suo male a lottare instancabilmente l’uno contro l’altro come lotte intestine. E il bene nel male e il male nel bene. E ora questa lapide, mezza vuota, mal tenuta, con una spolverata di muschio sopra e un mucchio di foglie secche intornoSONY DSC. Qualche biglietto della Metrò, fermato da un sassolino che i turisti hanno pagato per arrivare sin qui e qualche cartina di sigaretta come a significare “A te Charles, amico mio… tu sì che saresti stato in grado di capirmi”.

Pare di scorgere questo dagli sguardi degli adolescenti che osservano la tomba senza forse sapere nemmeno veramente chi sia sepolto lì sotto, chi era il loro amico Charles. Questo cenotafio, che sembra un parallelepipedo, è lì, in mezzo agli altri, senza spiccareSONY DSC, senza farsi vedere. Parlo di Baudelaire in quanto è stato protagonista più di una volta dei discorsi tra me e Topoamico. Manco lo amassimo così particolarmente, poi. Ricordo anche nel primo incontro. Quella sera ordinai un Gin Tonic e me lo servirono con una apprezzata fetta di limone. Era estate e faceva caldo. – Chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere -, mi disse pronto lui pavoneggiando simpaticamente la sua cultura citando una celebre frase del poeta. Fu anche un modo carino per darmi della persona aperta e sincera. – Il peggior inganno del diavolo è quello di persuaderci che egli non esiste – gli dissSONY DSCi io, qualche tempo dopo, cercando di fargli aprire gli occhi su alcune persone e facendolo ridere. E quando venni qui, in questo boulevard, volli vedere dove stava colui che a noi ha fatto anche sorridere. Può sembrare strano, lo so, ma è così. E oggi vi ci ho portato, anche se immagino cheSONY DSC sicuramente avrete già visto dal vero la lapide di Charles Baudelaire, voi che siete più gironzoloni di me. E che impressione vi ha fatto? Un bacetto, topini.

M.

Erli, il cimitero di alcuni miei avi

E’ piccolo, graziosoSONY DSC. Circondato da lecci secolari e altissimi cipressi, riposa all’ombra, nel centro di una piccola piazzetta.

E’ qui che ci sono alcuni dei topi che mi hanno preceduto, come i miei bisnonni. E’ qui che la pace ti fa osservare i fiori, i visi e le croci messe a distinguere ognuno di loro. Croci semplici, in un prato.SONY DSC

Alcune senza foto, altre senza data, solo a ricordare. Così vecchie che nessuno sa chi ci sia lì. Croci che per essere rese più importanti sono state ornate da sassolini e piccoli stemmi. Particolari, per far bella figura.

E lui, così minuto, così taciturno. Ricco di ordinate casette bianche come il latte, disposte in filari che permettono la visione di ognuna.

Il tic toc dei pinoli lanciati a terra dai passerotti, è spesso l’unico rumore che si sente ed è pulito, ben tenuto.

Qui, c’è anche un mio zio, andato via forse troppo presto, forse troppo giovane e, da qui, la sua immagine ci sorride.

Coloro che han potuto permettersi il granito si distinguono da coloro che invece vengono identificati da un’impronta di solo cemento, ma tanto che importa… Accanto alle siepi ben limate e tutte uguali, non ci sono più distinzioni. Gli angeli guardan tutti, tengon d’occhio attentamente con il loro impercettibile sorriso. SONY DSCEd è bello rivolgere uno sguardo a chiunque, senza differenze.

Per giungere nel centro di questo luogo, cioè alla cappelletta biancaSONY DSC arricchita da quadretti, occorre salire diversi gradini ricoperti da aghi di pino, pignette e minuscole ghiande. E poi la vista può tranquillamente perdersi in prati, monti, alberi.

Le comari oggi ridono e, con grande maestria, tagliano di netto i gambi dei fiori per formare splendidi mazzi colorati. E quelle pareti diventano rigogliose. E loro soddisfatte. I loro mariti, i loro padri, i loro figli. Agli uomini che le hanno accompagnate dedicano ancora il loro saper fare.

Le fontane si ravvivano, gli annaffiatoi vengono dimenticati tra i loculi e i lumini si accendono; cambiaSONY DSC tutta l’atmosfera. E le sterlizie, i ranuncoli, le camelie, i lilium, abbelliscono quest’angolo di quiete.

Angolo di quiete, di avi, di riposo che si affaccia sulle coltivazioni della vallata. Di letti perenni che se stanno lì, a farsi baciare dal sole come culle antiche. E anche gli angeli ci osservano e sono perfetti guardiani.

E’ in questo camposanto che sono stata portata quando hanno voluto farmi vedere anche un’altra SONY DSCparte della famiglia. Alcune radici che ho ammirato, conosciuto volentieri. Le diapositive in casa non bastavano più, era meglio ch’io venissi qui. Forse, c’era la voglia di dimostrare la cura, una cura meticolosa, nonostante la distanza dal paese che oggi gli eredi abitano. Ed è come tornare a luoghi che occupano una storia. Un pezzo di storia. La mia. Un pezzo di albero genealogico.

E anche gli angeli sembran liberi. Liberi e leggeri. Con grandi ali e capelli lunghi. Grigi, ma sicuramente biondi, così dicono. Tengon stretto a sè un tesoro.

Questo, è il piccolo cimitero di Erli, un paesino anch’esso piccolo vicino ad Albenga. Qui finisce il mio giro dopo essere andata a vedere dov’è nato il nonno. Novantaquattro anni fa. Una casa con la corte. Da un lato, un bellissimo glicine non ancora in fiore. Un’unica, grande stanza e tutti si stava assieme.SONY DSC

Di fronte, la pietra sulla quale sicuramente si voltava per contare mentre gli altri sparivano a nascondersi.

Qui, ci sono i suoi genitori, i suoi fratelli. Qui, le sue memorie ora anche un po’ mie. E anche gli angeli sembran ricordare, sembrano capire.

La vostra nostalgica Pigmy.

M.

Eleonora Curlo Ruffini, i suoi figli e Taggia

Vi avevo accennato qualcosa di Eleonora Curlo negli articoli “Villa Curlo, la villa del giudice” e “La Compagnia della Picca e del Moschetto“. Vi avevo descritto la nobile villa del giudice G.B. Curlo, zio paterno di Eleonora, e vi avevo detto che il nome di quest’ultima, a Taggia, è presente e inciso in vie, piazze e fontane.

Figlia del marchese Ottavio Curlo, Eleonora nasce a Genova nel 1781, ma rimane presto orfana della madre Agnese, appartenente all’importante casato degli Spinola. Ella crebbe, come facilmente immaginereteSONY DSC, senza troppi grilli per la testa. La mamma non c’era più, ma Eleonora  seppe prenderne il ruolo sia come punto di riferimento per i suoi familiari, sia come studiosa di letteratura italiana e straniera.SONY DSC Era affascinata da questi studi, compresi la storia, la geografia e l’arte, tanto da farne un lavoro. In tanti, infatti, le chiedevano insegnamenti o traduzioni.

E’ di lei che voglio riparlarvi. Oggi, passando da Taggia, in Piazza Cavour, mi sono ritrovata davanti al busto di questo personaggio femminile, realizzato nel 1882 dallo scultore Luigi Belli. Lasciandomi alle mie spalle via Soleri e l’oratorio dei Santi Sebastiano e Fabiano, mi soffermo a guardarla. Guardo quel viso, quei capelli raccolti, quel naso sporgente un po’ rovinato e all’insù, a svelarne quasi la personalità, l’aria da nobildonna impassibile e fiera. Eleonora era nobile per davvero, ed era capace di travestirsi da uomo all’occorrenza, non facendosi scoprire, sgattaiolando di notte tra i carruggi più bui, curando gli ammalati come solo un medico sapeva fare. Eleonora era una marchesa che riusciva a tenere dentro di sè ogni segreto, conosceva bene il valore della rinascita, amava la sua patria ed elargiva consigli nelle serate di gala, era inoltre maestra nel far finta di nulla.

Si sposò giovanissima con l’avvocato Bernardo Ruffini di Finale Ligure (ai tempi Finalmarina)ed ebbe ben tredici figli. Per alcuni di loro fu madre, spia e maestra. Cinque morirono durante l’infanzia per cause sconosciute, ma si presume che glieli abbia portati via la tubercolosi. Due di quelli che riuscirono a crescere, Jacopo e Giovanni, divennero affermati politici, appoggiati dalla madre alla quale chiedevano consigli e dalla quale si lasciavano guidare. Ella li convinse a entrare nella Carboneria di Mazzini ma, ahimè, Jacopo si suicidò (forse) poco dopo, nel 1833. Giovanni, invece, divenne molto amico di Mazzini, tanto da seguirlo anche a Marsiglia, a Londra e ovunque, lontano dalla sua terra e da sua madre. Eleonora, tuttavia, era preparata a questa lontananza. Era una patriota convinta, l’unica donna in grado di influenzare lo stesso Mazzini, per il quale era come una zia. Sapeva bene come andassero certe cose, come lo sapeva la madre di Mazzini, Maria Drago. Entrambe donne sagge e di conoscenza.

Dopo la morte del marito Bernardo, nel 1840, e rimasta tristemente vedova, era una madre sola e ferita. Si rifugiò nella dimora estiva del padre, a Taggia. Lontano dalla sua Genova, luogo delle programmazioni, ora cercava la quiete e il riposo. Era distante dai ricordi e dai paesaggi amati e odiati allo stesso tempo. Qui, nella villa paterna già dimora dei Benedettini, Eleonora, senza mai togliersi il velo dalla testa, così cinica fuori e passionale dentro, morì sola nel 1856 tra lutti strazianti e attese vane. Infatti, aveva assistito alla morte di un altro suo figlio, Agostino, che fu per anni deputato piemontese. Fu proprio a Taggia che Eleonora conobbe la solitudine, ma la cittadina che l’accolse e la vide morire l’ha sempre ricordata con stima e affetto. A lei venne dedicata la colonia di Arma di Taggia, intitolata precedentemente alla Regina Margherita di Savoia. E’ la Colonia Marina Antitubercolare della provincia d’Imperia, gestita dalle suore e che, negli anni del regime fascista, accoglieva “Balilla” e “Figlie della Lupa”. Oggi questo edificio è tra le più prestigiose scuole alberghiere di tutta la Liguria. E’ situato sul mare, sorvolato dai gabbiani e con una grande scritta davanti: “Eleonora Ruffini”. Intitolato a lei, che osserva ogni giornoSONY DSC via Soleri, la via dei portici e del profumo di canestrelli. Accanto al suo busto c’è quello del medico Soleri, Giovan Battista. La sua scultura, realizzata da Giovanni Orengo, ne celebra il personaggio venuto a mancare il 9 settembre del 1879. Anch’egli fu un uomo di Taggia. Pensate, il suo testamento compare addirittura sul testo della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 1906 per volere SONY DSCdel Re Vittorio Emanuele: “…il Dottor Giovanni Battista Soleri, lasciava tutte le suo sostanzo ad un collegio da fondarsi in Genova a vantaggio dei giovani di Taggia, di Bussana e di Savona. Vedati i RR. decreti 29 aprile 1923, 8 febbraio 1852, n°1325… con cui fu provveduto alla esecuzione della volorità del testatore secondo le mutate esigenze dei tempi;… e approvato il nuovo stattito organico per la fondazione Soleri in Genova annesso al presente decreto e firmato, d’ordine Nostro dal Ministro proponente. Ordiniamo che: il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque…”.

Insomma, Piazza Cavour accoglie due grandi personaggi che con sguardi severi tengono d’occhio la città, che fu anche un po’ loro dimora. E qui scomparve, trent’anni dopo la madre, anche Giovanni ormai tornato a Taggia. Qui, anni prima, aveva duellato per amore contro un certo Paolo Anfossi, patriota e cospiratore. Taggia fu il paese che gli diede la poltrona al Parlamento Subalpino e lo battezzò ministro plenipotenziario. La cittadina gli diede amici veri, come l’amato Giuseppe, e la possibilità di scrivere romanzi come “Il Dottor Antonio”, tradotto in molte lingue. Giovanni conosceva anche le lingue inglese e francese. Forse per Eleonora era il figlio prediletto, lo difese e nascose a Ginevra dopo che era stato condannato per contumacia con la pena capitale. Giovanni rimase solo con la sorella Nina e morì il 3 novembre del 1881, là dove era spirata anche sua madre, si dice sia deceduto addirittura nella stessa stanza. Quante morti in quella casa dai colori accesi! E’ situata oltre il ponte.

A lui, a sua madre e a suo fratello Agostino sono state innalzate lastre di granito nel cimitero di Taggia. Con la sua morte si estinse la nobile famiglia della marchesa Eleonora Curlo Ruffini, madre Santa e donna eroica del Risorgimento Nazionale.

M.

La grande formica

Uh, le formichine! Che animaletti simpatici e laboriosi!

Sono veloci, vivaci e piccolini, quasi minuscoli. Nella mia Valle, però, evidentemente si mangia bene, perché guardate questa formica quanto è cresciuta!

Dalla foto, forse, non si capisce bene, ma vi assicuro che era più di un centimetro. Diciamo che, se decide di pizzicarti, la senti eccome! Le formiche sono animaletti che mi hanno sempre affascinato. Sì ,lo so, quando decidono di fare colonia a casa tua sono davvero fastidiosi, ma sono incredibili, ingegnosi, instancabili, laboriosi, geniali! Hanno un’organizzazione proprio impressionante. Ci sarebbe tanto da scrivere sull’esistenza di una formica, post e post interi. Ricordo di essermene innamorata già da bambina.

E’ molto semplice capire che sono insetti che si differenziano dagli altri, basta saperli osservare con attenzione. Forse le api somigliano un po’ alle formiche per alcuni aspetti. Sono riuscite a colpirmi quando ho potuto vedere tutta la loro vita racchiusa in una teca di vetro a “La città del bambino” di Genova. Roba da rimanere senza fiato, topi! La loro nascita, il loro lavoro, le provviste, il metodo di cacciare, di cercare addetti per le opere, di guerreggiare e infine la morte… Ebbene, lo sapevate che le formiche costruiscono un vero e proprio cimitero dove seppelliscono i cadaveri dei loro compagni, al di fuori di dove vivono giornalmente? Sì, lo so, è incredibile, ma funziona proprio così e, visto che è difficile poter osservare questa meraviglia, a Genova l’hanno ricreata in un grande spazio senza far loro mancare nulla. Un enorme formicaio tutto trasparente che può essere osservato alla perfezione, e vissuto anche! Andateci e portateci i vostri topini, rimarranno senza parole e sono sicura che impareranno a rispettare ancora di più la natura che ci circonda.

Nella mia Valle, dicevo, ci sono le formiche molto grosse, ma anche quelle rosse che possono essere velenose (non uccidono, state tranquilli!), quelle nere piccoline e a volte si possono incontrare, in campagna, anche quelle alate, soprattutto alla sera. Ho provato a cercare la famiglia alla quale appartiene quella che vi ho fotografato, che tra l’altro ho seguito per tutto il giorno e mi ci ero affezionata, ma in un sito le chiamano in un modo e in un altro diversamente, quindi è inutile dirvi una cosa per un’altra; forse il mio amico Pani, con i suoi mille libri enciclopedici, potrebbe aiutarmi!

Tra l’altro, pensate, formica da noi si dice “furmigua“, una volta tanto una parola che non finisce per U, vero, mio caro Pani?

Va be’, topi, torniamo a noi. Vorrei dirvi una cosa riguardo questo esserino della foto che mi ha fatto sorridere. Da come potete vedere, lei stava passeggiando tranquillamente su questa staccionata di legno e, a un certo punto, spunta una sua amica che inizia a seguirla. Lei si gira e la scaccia, ma l’altra, imperterrita, continua a starle dietro. Ancora una volta si volta di scatto e penso che gliene stia dicendo due… forse pensa che voglia portarle via il moscerino che ha in bocca. Questo battibecco va avanti per qualche minuto fino a che, veramente scocciata, la grande formica la prende quasi a colpi. Che caratteraccio! Oh, le formiche non sono mica poi così tenere e affettuose, sapete? Fatto sta che do una briciola del panino che stavo mangiando alla formica che era stata scacciata. Questa qui, buona come il pane, afferra la briciola e corre testarda verso colei che l’ha appena maltrattata. Dentro di me mi son detta: “Allora sei cocciuta! Non ti vuole!”. Ebbene, la raggiunge e le offre la briciola! L’altra accetta, dà il moscerino morto alla compagna e a quel punto, insieme, se ne vanno per la loro strada. Topi, io ero emozionata! Così tanto che non mi sono ricordata di immortalare l’evento.

Direte che sono matta, ma…. ho fatto fare la pace a due formiche! Ho buttato loro altre briciole di pane, ma penso che le abbiano prese più tardi, perchè non se ne sono curate in quel momento. E’ stato un piccolo attimo che mi ha fatto stare bene. Ho partecipato alla loro vita. Cosa volete, mi accontento di poco!

Mi ha fatto piacere raccontarvelo.

Un bacione, la vostra Pigmy con le antenne.

M.

Una simpatica e terrificante canzoncina

Quando ero piccola, andavo in colonia a Molini di Triora. Suor Cherubina ci portava sempre al Laghetto dei Noci, un magnifico posticino formato da un grande prato, il torrente che scorre vicino a formare delle polle d’acqua e il ponticello in legno.

C’erano, e ci sono ancora, degli scivoli e delle altalene, ma noi topini non dovevamo solo giocare, bisognava anche lavorare. I maschietti, intagliavano i rami e i bastoni e li rassomigliavano alle vipere, e noi topine dovevamo ricamare. Punto erba, punto croce, mezzopunto… e via con quell’ago che andava freneticamente su e giù come un delfino che entra ed esce dall’acqua del mare.

Per farci passare il tempo e per non farci chiacchierare troppo, la suora ci faceva cantare. Cantavamo tante canzoni, ma una, più delle altre, mi rimase impressa così tanto che me la ricordo ancora adesso. Mi piaceva. E’ una canzoncina davvero simpatica, ma, viste le parole, non potevamo fare a meno di farci le facce brutte l’una con l’altra, fingendo di essere dei mostruosi fantasmi. Già, già… leggete!

“Era una notte d’acqua a catinelle, andavo in giro senza le bretelle

quando poi giunsi in un cimitero, com’era nero! Com’era nero!

E passeggiando di tomba in tomba, vidi una bionda, mamma mia che bionda!

Era il fantasma della zia Gioconda, che ripuliva la sua tomba nera e fonda.

I vermicelli freschi di giornata, la rosicchiavan come l’insalata

e gatto Piero, re del cimitero, com’era nero! Com’era nero!

E passeggiando di tomba in tomba, vidi una bionda, mamma mia che bionda!

Era il fantasma della zia Gioconda…..”

Bella vero? E dopo averla cantata in questo modo normale la cantavamo di nuovo usando solo una vocale alla volta: prima tutta con la A, poi con la E, la I e così via. Ad esempio:

“Ara ana natta d’acca a catanalla, andava an giara sanza la bratalla

canda pa giansa an a ciamatara, cam’ara nara! Cam’ara nara!”

E poi ovviamente, per il piacere del mio amico Pani, in ultimo, la facevamo tutta con la… U! Bellissima.

Provate anche voi, vi divertirete!

Un buciunu u tuttu!

M.

Pigmy – Topolina francese II° parte

Ed eccoci, quindi, alla seconda parte del mio tour parigino.

Dopo una colazione tranquilla, ci siamo dirette verso…. Versailles! Abbiamo deciso di andare in taxi, volevamo goderci le distese coltivate e le caratteristiche case, prima di raggiungere il Palazzo Reale di Luigi XIV.

Ebbene, non ci crederete, ma il tassista si è perso. Ve lo assicuro! Si è perso! A un certo punto ha fermato il tassametro perchè stava facendo una figura barbina. Poverino, che tenero! Insomma, gira che ti rigira abbiamo fatto un’ora e mezza di taxi. Posso dire di conoscere i dintorni di Parigi alla perfezione, ora, per lo meno!

Finalmente siamo riuscite a raggiungere la meta desiderata e, credetemi, c’era da lasciarci gli occhi. Ho capito perché i francesi hanno fatto una Rivoluzione! E’ veramente uno smacco alla povertà. Bellissimo, ma dà quasi fastidio vedere tanto sfarzo. Il palazzo era magnifico, esagerato, pieno di affreschi, arazzi e tappeti, ma il mobilio era quasi del tutto assente. Le porte erano alte 5 o 6 metri e sappiamo tutti quanto era alto il Re, invece!

I giardini mi sono piaciuto tantissimo. Sono esagerati, megagalattici, lo so, ma davvero impressionanti. Erano grandi come tutta la mia Valle! Un intreccio incredibile di boschetti, siepi, statue e labirinti… La fontana di Apollo, quella di Saturno, il giardino del Re e quello di Maria Antonietta, i laghi… che magnificenza, topi! E il grande canale è un lago immenso dove si può andare in barchetta accompagnati da splendidi cigni con gli anatroccoli appresso. Insomma, sono rimasta sbalordita.

Siamo uscite dalla reggia dopo avervi trascorso  tutto il pomeriggio e, tornate nella nostra Parigi, abbiamo deciso di fare una bella passeggiata in Avenue du Maine a Montparnasse, dove abbiamo visto la grande torre e la chiesa dell’Alèsia. Infine abbiamo cenato in un ristorantino thailandese. Il cibo era ottimo, per me è stata una bella scoperta. Abbiamo proseguito la passeggiata lungo il viale, che era spettacolare proprio come tutti i viali e i boulevards di Parigi, una città molto più verde di qunato si possa pensare.

L’indomani siamo saliate sulla metropolitana alle 9: dovevamo vedere parecchie cose, non c’era tempo da perdere. Ci siamo dirette verso il Louvre, poteva forse mancare nel nostro programma? Sarò sincera, ne abbiamo visto solo una parte, un po’ per mancanza di tempo e un po’ per lo scarso interesse che nutrivamo nelle ultime opere esposte. Nel Louvre abbiamo visto tanti dipinti famosi che conoscete anche voi e gli appartamenti di Napoleone. Abbiamo scattato qualche foto alla piramide e fatto una piccola merenda nel deor.

Mi è piaciuto il testamento di Luigi XVI: le parole erano tutte ricamate, lettera per lettera, in filo dorato su seta: un lavorone! Conclusa la visita al museo, abbiamo sostato ai bellissimi giardini della Tuileries, che portano fino a Place de la Concorde, dove l’alto obelisco apre la via agli Champs Elysées. Laggiù in fondo, c’è l’Arc de Triomphe. Desideravo tornare in albergo e togliermi un po’ di sudore, perché  prendere il sole nel parco mi ha sì ristorata, ma anche accaldata.

Bene, l’aereo l’avevamo provato, il taxi pure, la metro anche, i piedi li avevamo consumati…. non ci rimaneva che sperimentare il risciò! Pronti… via! E così un ragazzo con musica da discoteca a palla ci ha riportate nei pressi dell’hotel. Che figura! Tutti ci guardavano e ridevano.

La serata si è conclusa con la mitica Tour Eiffel. Di quattro ascensori ne funzionava solo uno e, in quello, la coda arrivava sino al Trocadero. Era impossibile. Così con le mie zampette bioniche ho preso la decisione: Topoamica ha fatto per me una delle più grandi prove d’amicizia di tutti i tempi. Siamo salite a piedi fino al secondo piano della torre. E secondo voi, quante foto ho fatto? Mille!Fantastico. Si vedeva davvero tutta Parigi: le sue luci, i suoi prati, le sue case, le barchette che cavalcavano la Senna e gli ultimi uccellini che andavano a dormire.

Il ritorno all’albergo, è stato ancora più divertente di quello del pomeriggio. Non ci siamo fatte mancare nulla e con un’ape-car cabrio panna e bordeaux ci siamo dirette al  nostro nido. Ancora una volta abbiamo dato spettacolo ai parigini divertiti che ci guardavano e ci indicavano. La mia vacanza è quasi finita topi. Abbiamo fatto un salto al cimitero di Montparnasse. Ho visto la tomba malconcia di Baudelaire e di Sartre assieme alla moglie Simone de Bouvoir, poi abbiamo fatto una passeggiata in Rue Froidevaux scorrazzando tra i banchi di un mercatino dell’usat, poi abbiamo affrontato il volo di ritorno.

Allora, vi è piaciuta la mia gita? A me tantissimo. Mi sono divertita e rilassata e ovviamente, è così bella questa città che sarei voluta stare molto di più. Ma c’è un tempo per ogni cosa, non disperiamo. Sono stata già molto contenta così, anzi, non credevo di riuscire a fare e vedere tutto quello che vi ho raccontato.

Vi abbraccio e vado a prepararvi un nuovo post della mia Valle, la topina francese è un bel ricordo, ora però c’è da lavorare!

Baci!

M.

Filastrocca di San Carlo

Topoli, perbacco! Questa volta per voi ho una vera chicca!

Una filastrocca. Si ma…. struggente eh! Di quelle che raccontano del vero amore! Oh già!

“Di San Carlo vi canto la scena, dei due amanti vi voglio parlar / che mai nessun li potrà separar, perchè eterno era in loro l’amor.

Giulio Binda era giovane e bello, era figlio di ricche persone / ed appunto dirò la ragione, di sua vita finita così.

Egli amava una cara fanciulla, che a vederla sembrava un tesoro / lei campava del suo proprio lavoro, perchè orfana al mondo restò.

Sulla tomba dei suoi genitori, “tu sei ricco ed io povera sono, non ho padre, ne madre lo sai / ed un giorno così sposerai, una ricca si al pari di te”.

Giulio allora abbracciando Maria,  disse lei “non dir tali parole / io ti giuro che se mamma non vuole, io son pronto a morire con te”.

Era un vago mattino di festa, la sua mamma era andata alla messa / i due sposi entraron in salotto, l’orologio suonava le otto, “oh mia cara uniti sarem”.

Giulio allora impugnava quell’arma, che doveva troncar l’esistenza / e con lieta e tranquilla apparenza, all’amante un colpo sparò.

Quando a terra la vide cadere, l’abbracciò e la baciò sul bel viso / esclamò “sol lassù in paradiso, oh mia cara uniti sarem”.

Rientrava la mamma a casa, i due colpi sentì rintonare / quando ella allor fa per entrare, la tragedia ai suoi occhi le appar.

Si strappava i capelli la donna, nel vedere il cadaver del figlio / bagnò di lacrime e pianto quel ciglio, e si mise a gridare “son io la cagion!”.

Essi scrissero due lettere sole, invocando perdono sincero / e che almeno lassù al cimitero, gli recassero corone di fior”.

Che vi dicevo? Vi siete commossi?

Io si…. sniff! Ora vado a soffiarmi il muso e poi vi scrivo un altro articolo…

M.