Vivace come un Peperoncino!

Passeggiando nella campagna della mia amica Niky, si può incontrare anche lui che, come una famosa star, si lascia fotografare mettendosi in posa.

E’ il Capsicum topini, il Capsicum Annuum, più comunemente conosciuto con il nome semplice ma vivace di Peperoncino.

E noi, questa bacca, la usiamo tutti i giorni, sotto forma di olio, di polvere, di piccoli frutti, in tanti nostri piatti. Lo sbricioliamo quando è secco, lo affettiamo quando è fresco, l’importante è che riusciamo a dare ai nostri cibi, quel po’ di piccante che non guasta mai.

Ma conosciamo davvero tutte le doti di questa pianta? Ci siamo mai chiesti se, forse, l’uso che ne facciamo è un po’ sprecato? Io me lo sono chiesta e le risposte che mi sono data le volevo condividere con voi, se vi va ovviamente.

Come sempre, affascinata come sono da questo mondo, ho voluto andare oltre al suo usufrutto culinario, per capire più cose di lui. Ma vi dirò tutto, tranquilli, mettetevi solo comodi e leggete.

Vedete, questa pianta, appartenente alla famiglia delle Solanaceae è, presumo, una delle più antiche. Si lo so che ve l’ho già detto di tante tante altre piante ma, questa, è antica davvero.

Essendo molto generosa, visto che i suoi frutti si possono raccogliere sia durante l’estate che durante l’autunno e si possono far seccare per l’inverno, è riuscita a farsi utilizzare da tutti, fin dalla nascita dell’umanità, e per tutto l’anno.

E’ stato il nostro Cristoforo Colombo, navigante genovese, a portarla qui, ma si sa che fin dal 5500 a. C. veniva usato da messicani e indiani d’America.

Infatti, il Peperoncino, oggi è coltivato in tutto il mondo ma è originario proprio del Nuovo Continente. Ma per che cosa veniva usato? Beh, innanzi tutto è un grande disinfettante, un vasodilatatore e tiene lontani i batteri e i virus del raffreddore e di varie malattie che possono colpire l’apparato respiratorio e digerente, è inoltre un eccezionale condimento e con lui si possono creare anche liquori e tisane.

Avete mai provato a prepararvi questo fantastico thè caldo da bere nelle fredde sere invernali?: Camomilla, un poco di Peperoncino e un cucchiaino di Miele al posto dello Zucchero. Sentirete che bontà e come vi farà stare meglio!

Però, anche del Peperoncino, così come di molti altri cibi, bisogna non abusarne. In tal caso, può provocare serie ustioni o vesciche nella zona orofaringea e infiammazioni, per non parlare di chi ne è allergico, che potrebbe andare incontro ad allergie alimentari molto gravi.

Per il resto non ha controindicazioni e le infiammazioni di cui solitamente è accusato, il Peperoncino, non le fa venire anzi le fa passare.

Solo gli uccelli sono insensibili alla capsaicina, la sostanza piccante, non avendo i nostri termorecettori, noi mammiferi invece, possiamo non gradirla.

E noi italiani non siamo gli unici ad usarlo. La cucina indiana e quella thailandese, ad esempio, ne fanno largo uso, mentre da noi, ne è ricca la cucina delle regioni meridionali. Famosissimi infatti sono i Peperoncini della Calabria.

Sono tante le specie di Peperoncino, dal più piccante del mondo a quello più leggero e contengono tutti ferro, flavonoidi, calcio e vitamina C.

Inoltre, così facile da coltivare e così abbondante, poteva comodamente essere usato anche dai non benestanti. Per anni infatti venne chiamato “la droga dei poveri” che lo utilizzavano contro i reumatismi, gli attacchi di asma e di tisi, patologie delle quali erano spesso vittime.

In estetica si sa che, la sua azione rubefacente e stimolante, scalda le zone fredde del corpo riattivando così la circolazione e tonificando i leggeri rilassamenti della maturità.

Ma la potenza del Peperoncino, non la si nota solo in ambito culinario, officinale o estetico. Vi basta guardare i nostri napoletani che hanno Peperoncini appesi ovunque! E sì! Perchè esso è il simbolo della fortuna. Quel suo essere così forte, al solo annusarlo, lo ha fatto diventare, nel corso degli anni e dei secoli, un importante scaccia-malocchio e avversità. Ma, allo stesso tempo, nella magia nera, è usato per rendere l’eventuale formula magica più poderosa.

Le mie amiche streghe, ad esempio, lo utilizzavano per rendere l’intruglio urticante al nemico e, forse, per creare oggi lo spray al Peperoncino, come arma non letale, hanno preso spunto proprio da loro. Per le streghe però, il Peperoncino, era anche considerato uno dei più potenti afrodisiaci in natura e quello dovevano mangiare gli amati che si ribellavano. Poverini! E quante volte si è ritrovato ad essere il protagonista di interi romanzi essendo se stesso o assumendo le forme di una metafora che spesso siamo abituati ad usare.

Il Peperoncino: quel pizzico di sale, di brio, nella vita. Romanzi bellissimi come quello di Vito Teti “Storia del Peperoncino” che, attraverso lui, può raccontare la sua vita e ricordare le giornate della sua gioventù nella calda regione calabrese.

“Peperoncino, Cannella e un pizzico di magia” di Simona Rivelli in cui Giovanna, la protagonista, una donna di mezza età con una vita normalissima, si trova davanti a un importante bivio e deve prendere la giusta decisione.

Per non parlare poi dello scrittore James Joyce che, ghiotto di Peperoncino, scrisse a proposito di questa infuocata pianta: “Dio ha creato l’alimento, il diavolo il condimento”. E tanti tanti altri ancora.

E’ una pianta bella anche quando è ancora in fiore. Quei suoi fiorellini bianchi, quasi a pallina, lo rendono una pianta elegante e fine. Il Peperoncino, la spezia del diavolo, la si paragona anche al Dio Marte, Dio di ferocia e sangue. Il suo essere piccante e il suo colore rosso, evidenziano il carattere e la personalità di Ares come nessun’altra pianta potrebbe fare meglio.

Bello, corposo, grande, lungo, più piccino, si adatta anche a bouquet e composizioni di prima classe sia da maturo che da acerbo, quando da un verde erba passa al giallo canarino per divenire, infine, di un bel carminio.

Belle sono le collane realizzate con esso. Tutte da ammirare quando viene messo ad essiccare appeso con lo spago. Collane che colorano i pergolati e le campagne di tinte accese e infuocate. Un bel trio: le pannocchie di Mais, le trecce di Aglio e le collane di Peperoncino. E, a questo punto topi, spero proprio di avervi dato qualche notizia su di lui che ancora non sapevate.

L’ultimo consiglio che posso darvi è quello di consumarne di più in inverno che non d’estate, ma non c’è problema se durante le giornate afose avete voglia di quel po’ di piccante. Noi, in estate, amiamo mangiare quelli tondi, ripieni di tonno o acciughe, messi sott’olio.

Una vera delizia per il palato! Un abbraccio.

M.

L’Ippocastano, ombroso e imponente

Il suo nome scientifico, Aesculus Hippocastanum, deriva da hippos – ovvero cavallo – e da castanon, castagna.

Si chiama così perchè i suoi frutti tondi e bitorzoluti erano un tipico alimento per cavalli, li rendeva forti e attivi. Non sono commestibili per noi, però.

Le sue castagne sono più tondeggianti di quelle alimentari, nascono in un riccio dalle spine più rade e più tozze. Quando ero bimba, con l’aiuto di un ago e uno spago, fabbricavo con esse delle lunghe collane che tutta la mia famiglia era obbligata a portare addosso.

Con i suoi semi si può fare un’ottima farina, ma, se non sono precedentemente trattati, risultano tossici e hanno un effetto narcotico.

Il loro impiego, tuttavia, risulta interessante in ambito fitoterapico, poiché questi frutti sono ricchi di sostanze  come i tannini, l’escina e i flavonoidi, dotate di azione antinfiammatoria, vasocostrittrice e antiedemigena.

Quante volte, da piccoli, ci siamo sentiti dire dagli adulti di non mangiarli assolutamente?

La mia Valle ne è letteralmente piena. E’ infatti un albero molto resistente, patisce poco anche il freddo più intenso o il caldo soffocante. Anzi, che bell’ombra offre quando ci si siete sotto le sue fronde, d’estate! E’ alto, grande, imponente.

Chiamato anche Castagno D’India, fa parte della famiglia delle Sapindaceae e lo si trova in ogni zona d’Italia, ma è originario dell’Asia ed è stato portato da noi solo nel 1500. Simbolo di tanti paesi e della famosa casa di Anna Frank; su di lui, la ragazza ha scritto molto nel suo celebre diario.

Simboleggia l’amore eterno, duraturo e reso forte dall’onestà e dalla sincerità; le sue fronde, così maestose, donano un senso di protezione. La sua gemma, utilizzata come un fiore di Bach,  il fiore dell’anima, è indicato per le persone che non sanno vivere il presente e rifuggono nel futuro, persone disattente e frettolose, che non imparano mai dalle loro esperienze e commettono sempre gli stessi errori. Sono individui incapaci di fermarsi e riflettere. L’ippocastano dona loro stabilità, serenità, risulta essere un punto di riferimento anche a livello psicologico.

Ed è un punto di riferimento anche nelle piazze dei paesi. Non vi è mai capitato di darvi ogni giorno appuntamento sotto il perenne Ippocastano? A me sì, tante volte. Ci si vedeva tutti lì, in piazza, sotto di lui, per poi decidere che gioco intraprendere. E, ai miei tempi, non sapevamo certo di essere sotto un albero tanto importante!

L’Ippocastano, nella mitologia norrena, rappresenta il Dio Thor, famoso per la sua forza leggendaria. Mica male, no? E’ forte anche lui: pensate che può raggiungere i trenta metri d’altezza! Potete immaginare che radici solide abbia?

L’Ippocastano ci dice di stare tranquilli, che tanto c’è lui, e che per aiutarci, non ha bisogno di niente in cambio. Pensa a tenerci sotto le sue lunghe fronde, a far da nido a tanti animali, a rinfrescarci e a darci energia. Evviva l’Ippocastano allora!

Quello di queste immagini è il bellissimo e secolare Ippocastano della chiesetta di San Bernardo di Andagna.

Un abbraccio a tutti.

M.