Storie di carbone e carbonai

Poco tempo fa vi ho postato un articolo sui forni e i fornai della mia Valle ( https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/01/09/storie-di-forni-e-carbonai-della-valle-argentina/ ) accennando al carbone e soprattutto all’attività dei carbonai. Anche questo era un mestiere diffuso, fino a non molto tempo fa. Si parla di circa sessanta anni fa, per l’esattezza.

Questi topi, in pratica, erano in grado di trasformare la legna in carbone vegetale e… udite udite… persino il mio topononno è stato uno di loro!

Dovete sapere che dalle mie parti non esisteva carbone fossile, il combustibile si produceva direttamente dalla legna dei boschi. A Ciabaudo e in tutta la Valle Oxentina c’erano diversi carbonai, ma in generale in ogni paese della mia zona che possedesse una grande quantità di alberi si produceva il carbone, come accadeva su, ai Beuzi, e intorno al pozzo della Neviera dell’Albareo si possono vedere ancora oggi sei carbonaie.

Montalto era uno dei paesi che commercializzava maggiormente il carbone nostrano.

L’arte del mestiere consisteva nel tagliare legna, di cui la Valle Argentina non è certo sprovvista, e trasportarla in uno o più spiazzi pianeggianti e aperti. Qui veniva accatastata in carbonaie e si innescava il processo di combustione lenta, il quale portava alla carbonizzazione, dunque alla trasformazione di un composto organico come la legna in carbone. Bisognava sorvegliare giorno e notte la carbonaia per 5 o 6 giorni per ottenere, a partire dai 30-40 quintali di legna iniziali, fino a 8 quintali di carbone. Un processo lento, dunque.

Era un lavoro che si svolgeva in gran parte dalla primavera all’autunno.

carbone legna2

Pensate un po’ che bravi, questi miei convallesi!

Ma cos’è una carbonaia? Ve lo spiego subito. La parola “carbonaia” intende significare due termini. La “carbonaia” intesa come tecnica di creazione del carbone (come vi ho spiegato poc’anzi) e la “carbonaia” come struttura che trasforma la legna in carbone. Si tratta, cioè, di una cupola o un cono, solitamente parecchio grande e alta, nella quale  la legna bruciava molto lentamente, semi soffocata e muta.

Questa operazione tradizionale consisteva un tempo in quello che era uno dei fabbisogni e delle risorse appartenenti al settore primario della Valle, pertanto tutto il meccanismo era coadiuvato da scrupolose regolamentazioni, gabelle e multe in caso di disguidi.

Il carbone ottenuto veniva messo in sacchi e trasportato poi dai carrettieri nei vari paesi per essere venduto.

Si dice che un buon carbone dovesse cantare, cioè fare tanto rumore, in pratica  scoppiettare. Ovviamente era il tipo di legna a produrre un carbone migliore, ma anche il carbonaio doveva essere bravo nel suo lavoro, controllando il cumulo di terra e legna al fine di far passare la minor quantità di ossigeno, durante i giorni della bruciatura e del consumo, dove un fumo grigio segnalava troppa umidità, e un fumo meno denso e più chiaro indicava invece un ottimo lavoro.

I nostri carbonai convallesi erano comunque avvantaggiati (lo dico sorridendo) da un legno fantastico del quale la Valle Argentina ne era, e ne è, generosa: Ulivo, Frassino e Quercia sembrano essere i migliori. Vi risulta?

Penso di avervi detto tutto quello che conosco su questo antico mestiere, ma ditemi: voi avevate dei topononni carbonai?

Un bacione fumoso, dalla vostra Topina carbonaia.

 

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Cos’è la Strada Marenca?

O Marenga che dir si voglia.

Vorrei riportarvi quello che, a Carpasio, è scritto su una tavola nella piazza del centro del paese. La spiegazione di ciò che era ed è, la Strada Marenca ossia la strada della mia Valle che si inerpica per i monti e non solo, alla quale, è giusto, dedicare un post assaporando ciò che ogni week end può offrirci ospitandoci.

La Strada Marenca, strada che porta al mare, è stata un’importante Via di Comunicazione fra Imperia Oneglia e Imperia Porto Maurizio con le Valli Monregalesi.

Snodandosi tra i crinali e le mezze coste dei monti, per un lungo tratto elevata oltre i 2.000 metri s.l.m., con le sue numerose diramazioni, ha segnato la vita delle nostre comunità, dall’alto Medioevo, sino all’avvento delle strade carrozzabili.

Lungo la Strada Marenca si inserivano tanti sentieri: risalendo le valli del Vermeragna, del Pesio e dell’Ellero quindi, attraverso le Alpi Liguri, discendevano lungo i crinali delle valli Arroscia, Argentina, Prelà, Impero, Maro, sino al mare.

Il percorso, necessariamente, variava al mutare delle stagioni, degli eventi atmosferici, delle contingenze economiche e politiche.

Sui percorsi di questa via venivano trasportate, a spalla o a dorso di mulo, le merci necessarie alla vita quotidiana: soprattutto il sale indispensabile non solo per insaporire i cibi e per conservarli dai batteri, ma anche per l’alimentazione degli animali, per disinfettare e cicatrizzare le ferite e per la concia delle pelli. Pensate che era addirittura un mezzo di pagamento che si utilizzava al posto dei soldi.

La Strada Marenca fu un importante “mezzo” per la comunicazione e non quindi di divisione tra gli opposti versanti alpini.

I siti archeologici presenti nella zona provano la frequentazione di questo percorso già in età preistorica, vi sono tracce di epoca romana ma, i primi documenti di cui si dispone, risultano datati 1207.

Nel Medioevo, la montagna vide accrescere la presenza umana, si svilupparono i commerci e i paesi alpini si popolarono, anche per sfuggire alle pestilenze, agli eccidi e alle persecuzioni religiose.

Oggi, soltanto alcuni tratti di questa strada sono ancora rintracciabili e percorribili, soprattutto nella zona che va dal Colle di Tenda al Monte Acquarone, dipanandosi come una matassa per campagne, monti e Alpi.

Un percorso fondamentale, come avrete potuto notare, cambiato negli anni ma pur sempre ricco di fascino.

Quelle che vi ho scritto sono solo le caratteristiche principali; niente a confronto di quello che è stata, in realtà, questa via definita millenaria.

Un abbraccio vostra Pigmy.

M.