I due fratellini ebrei e la generosità di Creppo

Nonna Desia, ormai lo sapete, è un contenitore inesauribile di racconti. Quel giorno andai da lei per farmi narrare una storia che conoscevo molto bene, tante volte me l’aveva raccontata con la sua voce antica ed è ancora una delle mie preferite dei luoghi in cui vivo.

Così eccomi lì, accovacciata ai piedi della lastra di ardesia conficcata nel terreno che io e le altre creature del bosco chiamavamo Nonna.

«Ah, ratin! Me fa ben au cœ che ti sêi chi cun mi! (Ah, topina! Mi fa bene al cuore vederti qui con me!)» sospirò guardandomi mentre sgranocchiavo delle tenere mandorle ancora verdi.

«Lo so, per questo sono qui, Nonna Desia. Avanti, raccontami la storia di Creppo! Devo scrivere un bell’articolo a tal proposito e vorrei essere sicura di non essermi dimenticata nessun particolare.»

Lei rise di gusto, con quella voce roca e flebile che suscitava un moto d’affetto in me: «I g’avei sèmpre cuita vui zueni, eh? (Sempre frettolosi voi giovani, eh?) E va bene, va bene, a ta cuntentu sciübitu (ti accontento subito), anche se con la memoria che hai e con tutte le volte che te l’ho raccontata sono sicura che la conosci ormai meglio di me. Correva l’anno 1940, ratin, uno degli anni più bui della storia umana. A quel tempo i tedeschi invasero il Belgio e una famigliola che lì abitava fuggì, trovando rifugio nella Francia meridionale. In questa famiglia c’erano due bambini. I se ciamavan… (Si chiamavano…)»

«Rolf e Marianne!» esclamai, per far vedere che ero preparata.

Se Nonna Desia avesse avuto le zampe e un corpo in carne e ossa, se le sarebbe portate sui fianchi con bonario disappunto: «Alantù, se ti a cianti de interumpe autrementi a nu a finisciu ciù! (Insomma, se la smetti di a interrompermi altrimenti non finisco più!) Fammi andare avanti, che lo sai che poi perdo il filo del discorso. Sta’ brava, alantù e senti chi (Sta’ buona, adesso, e ascolta).»

Mi ammutolii e mi lasciai rapire dalla sua voce, proprio come facevo quando ero cucciola.

«Rolf e Marianne, a dixevu (dicevo), erano due bambini, ma in fondo in quei tempi era impossibile comportarsi da tali. U se divegnia grandi de cursa, malaugüratamente (Si cresceva troppo in fretta, purtroppo), e così accadde anche a loro. I genitori dei due bimbi furono catturati dai nemici e portati ad Auschwitz. Rolf e Marianne, invece, furono tratti in salvo da un’anima buona, il signor Angelo Donati: infatti, erano ebrei e… be’, ti u sai ben che fin i l’averevan faitu, se i tedeschi i l’averessen trouvà. Poa gente, ratin! (Sai bene che fine avrebbero fatto, se i tedeschi li avessero trovati. Povera gente, topina!) Nella fuga giunsero in Costa Azzurra, dove dovettero abbandonare Angelo, anch’egli ebreo, ed essere affidati a un altro uomo buono e generoso di nome Francesco Moraldo, che allora era maggiordomo del signor Donati. Tale Francesco, chiamato anche François, era originario proprio di Creppo e decise di portare lì i bambini per nasconderli e salvarli dall’olocausto. A Creppo i poverini furono accolti in casa di Caterina Bracco e di suo marito, il signor Gio Batta Moraldo, meglio conosciuto come Bacì, che altri non era che il papà di François. François, Caterina e Bacì parlottarono per qualche minuto, ragionando sul da farsi, quando Rolf e Marianne furono accompagnati in un’altra casa: quella di Caterina e Bacì, infatti, era troppo piccola per ospitare due anime in più, ci voleva un posto più spazioso e fu trovato dalla sorella di François, Catìn, che soffriva di una malformazione all’anca che la faceva zoppicare, ma questo non le impediva di avere uno sguardo dolce e affettuoso che non mancò di rivolgere ai due nuovi arrivati. La giovane donna abitava con il marito e il loro unico figlio, Franco. La famigliola trovò loro una sistemazione in quella tipica casa di pietra della Valle Argentina.»

Le parole di Nonna Desia erano tali e quali a quelle che usava sempre. La storia dei bimbi di Creppo era ormai come una poesia per lei, la raccontava sempre uguale, senza variazioni, e io sapevo già quale parola avrebbe pronunciato, ancora prima che lei la dicesse. Tuttavia non la fermai, mi lasciai rapire dal suo racconto, trasportata in un’altra epoca, vicino a Rolf e Marianne.

«I due fratellini, beli fioei (bei bimbi), fecero fatica a comprendere il dialetto delle nostre montagne: venivano dalla Francia, non si poteva certo pretendere che conoscessero altri idiomi oltre al loro. Eppure, nonostante le sofferenze che avevano patito con la separazione forzata dai genitori, la loro pericolosa origine ebrea e le difficoltà, si ambientarono bene a Creppo. Furono accolti dalla popolazione del luogo, gli altri bambini e la gente tutta non li esclusero, ma al contrario li aiutarono a integrarsi, proteggendoli cumme i fan e prie di müri cu u teren e-e raixi di-i erburi (come fanno i sassi dei muretti a secco con il terreno e le radici degli alberi.)»

Era una similitudine che mi apriva sempre il cuore, quella. Nonna Desia aveva ragione sul conto dei miei convallesi, gente dura e aspra come la terra che lavorava, ma leale, forte e coraggiosa.

«Tutti sapevano che, se i tedeschi avessero scoperto l’identità dei due fratelli, tutti ne avrebbero pagato le terribili conseguenze. Così cambiarono i loro nomi stranieri di battesimo, che avrebbero destato molti sospetti in un villaggio dell’entroterra ligure, e da quel momento furono italianizzati in Rodolfo e Marianna. I mesi trascorsero in tranquillità e Rolf e Marianne impararono i ritmi della vita quotidiana degli abitanti di Creppo e ne appresero il linguaggio. Durante la giornata aiutavano Bacì e Caterina nei lavori domestici e campestri. Marianne aiutava anche a raccogliere il legname che sarebbe servito alla sopravvivenza del paese durante i mesi più freddi. Quanto a Rolf, se c’era una cosa che proprio non gli piaceva era togliere il letame del gregge dalla stalla…» La risata di Nonna Desia invase la radura, riecheggiando sugli alberi che ne segnavano il confine. «Pouru stelin, u nu l’ea vezzu a ch’ellu-udù, ma u gh’ea carcosa de ciù fetente da fetensia du leame… (Povera stella, non era abituato a quella puzza! Ma c’era qualcosa di assai peggiore del fetore del letame…) Qualche volta Rolf e Marianne si soffermavano a pensare ai loro genitori. Gli mancavano, e allora il magone stringeva loro la gola, ma poi ricordavano la loro fortuna nell’aver trovato della gente meravigliosa, disposta ad aiutarli e proteggerli, e allora il sorriso tornava a illuminare le loro labbra. A Creppo, insieme a Catìn e alla sua famiglia, vivevano momenti spensierati, qualche volta la loro vita somigliava a quanto di più simile ci fosse alla parola “normale”, ma poi la guerra tornava a fare paura, mettendo a tacere le risate e facendo preoccupare per gli affetti, come quando giunse a casa della brava Catìn la polizia tedesca…»

La coda e i baffi mi tremavano sempre in quel punto della storia. Trattenni ancora una volta un gemito e un’esclamazione, permettendo a Nonna Desia di andare avanti senza interruzioni.

«La perquisirono e chiesero a Catìn di chi fossero i bambini che si trovavano sotto il suo tetto, insieme ad altre domande. Catìn fu ferma nelle sue risposte e riuscì a convincere i nazisti che quelli erano tutti figli suoi. I tedeschi alla fine se ne andarono e tutti tirarono un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Rolf e Marianne erano grati a Catìn per tutto quello che faceva per loro, rischiando la sua stessa vita e sacrificandosi per il bene di quelli che, ormai, erano diventati come due veri figli per lei e suo marito. Dopo tanti patimenti e sofferenze, un giorno la campana della chiesa di Creppo suonò a festa: la guerra era finita, finalmente, e tutto il borgo era allegro e gioioso. I crepaoli (abitanti di Creppo) avevano dimostrato l’importanza dell’amore e che è possibile volersi bene, anche quando non si è fratelli o non si nasce nello stesso paese o sotto la stessa bandiera. Rolf e Marianne restarono a Creppo dal settembre 1943 all’aprile 1945, poi François li ricondusse da Angelo Donati, che decise di adottarli. Riacquistarono i loro nomi di battesimo con un’aggiunta importante, Rolf e Marianne Spier-Donati, e non dimenticarono mai la generosità di Creppo e l’amore che lì avevano trovato.»

Quello che Nonna Desia non mi raccontò, ma che scoprii da me, è che nel 1999, molto tempo dopo le vicende di cui lei si faceva sempre portavoce quando glielo chiedevo, Francesco Donati – François – ricevette l’alta onorificenza di Giusto fra le Nazioni dall’istituto Yad Vashem di Gerusalemme in una cerimonia a cui presenziò anche  l’allora sindaco di Triora, insieme al Rappresentante dell’Ambasciata d’Israele.

Nel libro “Ritorno a Erfurt” della scrittrice Olga Tarcali si legge inoltre questo estratto, riportato su una lapide di Creppo a ricordo dei fatti accaduti:

Sapevano che eravamo dei bambini nascosti. Conoscevano il nome di chi ci proteggeva nonché, beninteso, che ciò era rigorosamente segreto. E mai nessuno di quei contadini ci aveva tradito, mai, a rischio delle loro vite e di quelle dei loro familiari. Nessuno aveva trasgredito la ferrea legge di ospitalità degli umili, la grandezza d’animo dei montanari, la silenziosa fierezza della gente semplice. Sebbene fossero poveri, senza mezzi, privi di ogni comodità; sebbene conducessero una vita rozza e austera, un’esistenza aspra e difficile, dettero prova di grande nobiltà d’animo. Essi possedevano l’antico istinto di ciò che si deve e di ciò che non si deve fare.

Questa bella storia, inoltre, è riportata anche in un bellissimo cortometraggio che consiglio a tutti voi topi di vedere, un video realizzato nel 2015 dalla scuola primaria statale P. Ferraironi di Triora e con la partecipazione della locale scuola dell’infanzia, una produzione che ha vinto diversi riconoscimenti.

Con questi bei ricordi e questa storia vera di amore, amicizia, generosità e fratellanza io vi saluto, topi.

Un bacio commosso a tutti!

Dal Pin a Creppo seguendo Rio Infernetto

Rio Infernetto è un ruscello che rotola giù per il Monte Gerbonte andandosi poi ad unire con il Torrente Argentina nei pressi di Drondo, antico e minuscolo abitato di un tempo, nei dintorni di Creppo.

Oggi percorriamo più o meno la sua strada, incontrandolo di tanto in tanto sul nostro cammino, ma costantemente accompagnati dalla sua voce vivace.
Decidiamo infatti di vivere il Gerbonte e i suoi magnifici boschi andando in discesa, verso valle, partendo dal Pin, località dell’Alta Valle Argentina situata sopra Borniga, per arrivare fino al paese di Creppo vicino al ponte di Loreto.
Ci serviranno circa due ore di cammino o anche di più se si è appassionati, come me, di fotografia e di osservazione.
Si inizia questo meraviglioso percorso da un sentiero scavato tra le rocce nude dove la vegetazione, accanto alle nostre zampe, scarseggia.
Un sentiero che vi avevo fatto conoscere qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/05/15/alla-conquista-del-monte-gerbonte/ e che, come ripeto, è adatto a chi è esperto vista la mancata protezione a valle, il profondo dirupo sul quale sorge e il suo essere molto stretto in alcuni punti.
Un sentiero un po’ ostico ma preludio di un bosco fatato che diventa, a metà percorso, una via comoda, pianeggiante, larga e morbida. È la via che ci condurrà a destinazione.
Si esce, pertanto, dai bastioni rocciosi – porte imponenti di questo castello incantato – che prima abbiamo visto dall’alto e adesso invece attraversiamo, e ci si inoltra in un bosco vissuto soprattutto da faggi incredibilmente grandi e contorti, bizzarri, fiabeschi.
I loro tronchi assumono varie forme e ci si chiede come abbiano potuto addirittura dividersi per poi riunirsi in quello che è più di un abbraccio eterno. Attraverso loro si possono facilmente immaginare figure, cose, mondi… mondi impenetrabili ma che ci concedono il passaggio come se fossimo dei prescelti. Non sto esagerando, ci si sente davvero fortunati e tutta quella maestosità, nella quiete di quel creato, permette di sentirsi particolarmente appagati e felici.
Guardandosi indietro si vede il territorio più brullo che abbiamo oltrepassato e, da qui, sembra più florido potendo vedere di lui anche la parte retrostante sopra Borniga, l’incantevole villaggio.
Rimanendo su questa comoda strada si scorgono anche prati all’ombra di faggi più giovani e di noccioli.
Risulta ovvio immaginare Caprioli brucare quel verde vivo nascosti tra i rami e l’erba alta. All’imbrunire, in quelle radure così magiche, sono certa che qualche strega arriva a danzare attorno a quegli alberi connettendosi a Madre Natura.
Caprioli però non ne ho visti, in compenso, non mi sono mancati i simpatici Camosci che, con il loro sguardo languido e il muso un po’ inclinato, osservano incuriositi mantenendo la distanza.
Anche più varietà di fiori iniziano a fare capolino e, tra questi, la pigra Lavanda che ancora non ne vuol sapere di sbocciare la si nota con il suo verde spento e argenteo. Il Timo, invece, tronfio e pomposo, si presenta vittorioso e lilla sulle pietre aride.
Solo il muschio si presenta ovunque, nemmeno fosse prezzemolo. Le sue mille sfumature ricoprono come arazzi di velluto la strada, le rocce e il legno degli alberi.
Continuando a scendere, ogni curva riserva una sorpresa. Ogni tornate si apre su un palcoscenico diverso da quello precedente: la pietraia, la brughiera, la gola di ginestre, la distesa d’erba, la macchia più fitta.
Tra queste pietre, d’estate, non manca certo la presenza di alcuni rettili. Da una di queste aperture si vedono bene Creppo e il ponte di Loreto. Così piccini da quassù! Abbiamo ancora tanto da camminare.
Più in giù, quando si giunge al ponte di Drondo e alla fine di Rio Infernetto, che qui forma un piccolo lago stupendo, un tempo vidi persino una biscia d’acqua spaparanzata sopra ad uno scoglio.
Oggi invece sono i gerridi a mostrarsi allegri, piccoli ragni d’acqua molto presenti lungo tutto il Torrente Argentina.
Prima di arrivare all’acqua, però, si passa attraverso i ruderi di Case Costa, una borgata che assieme a Case Drondo e Case Bruzzi formava piccolissime frazioni attorno al paese nostra meta.
Come ho detto, ora sono solo ruderi e muri a secco ma trasformano il paesaggio ulteriormente.
Il ponte che ci permette di attraversare quello che è diventato il Torrente Argentina, nel quale Rio Infernetto si unisce, è piccolo e in pietra. Bellissimo. Intimo.
Circondato da un verde che più verde non si può. Accanto a lui una piccola edicola contenente la statua di una Madonnina e, da qui, inizia un altro ombroso sentiero, classificato “sentiero n°9”, più breve di quello che abbiamo appena percorso, questa volta in salita, ed è spettacolare.
Spettacolare perché si passa sotto a Castagni secolari enormi. Magnifici. Si sente il desiderio di inchinarsi al loro cospetto. Sembrano dei Re immobili che, silenziosi, osservano il procedere di quella vita naturale.
La loro grandezza ti fa sentire piccino ma sanno di buono e di saggezza.
Dopo aver preso un po’ di sole, scendendo, ora ci stiamo rinfrescando sotto la loro larga chioma. L’ambiente appare più cupo e umido.
Solo qualche sprazzo di giallo lo colora e ancora si sente il cantare dell’acqua che fin qui ci ha accompagnato.
Adesso va via, verso fine Valle, mentre noi saliamo ancora raggiungendo l’asfalto, Creppo e la topomobile. Soddisfatti e pieni di energia.
Ho appena vissuto un’altra avventura splendida.
Un bacio secolare a voi!

Da Colle Belenda a…

È da Colle Belenda che si può giungere, attraverso un magnifico sentiero in mezzo alla natura, agli abitati di Triora, Cetta, Loreto e Case Goeta; a piedi o in mountain bike.

Colle Belenda si trova per la strada che va a Colle Melosa e, in questo periodo, lo trovo ancora imbiancato da una neve che cade a fiocchi persino nel mese di maggio.

La topo-mobile fa presto a diventare bianca e… santa ratta! Ma non eravamo in primavera?!

Il nome di questo luogo, che discende dal Dio Belenos, significa “brillante” come già vi avevo spiegato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/05/04/belenda-belenos-belin/ e sono, per la precisione, tra la Valle Argentina e la Val Nervia.

Non ho intenzione di raggiungere i luoghi che vi ho citato poc’anzi, mi fermerò prima, perché dopo il piccolo Passo dell’Acqua, che attraversa il mio sentiero, giungo ad un punto panoramico meraviglioso e me lo voglio godere per bene.

Posso sdraiarmi su queste grandi rocce che si affacciano sul vuoto e guardare la meraviglia, il mio mondo.

Il vento oggi è potente e gelido, mi taglia il muso col suo soffio incessante, ma ciò non mi impedisce di continuare, per molto tempo, ad ammirare la bellezza che si staglia davanti ai miei occhi. Sono così contenta che, il tempo, è libero di fare quello che vuole. Io sono incantata.

Una grande parte dei monti della mia Valle si presenta a me con tutto il suo splendore, permettendomi di vedere i Sentieri degli Alpini e le borgate di Realdo, Borniga, Creppo e il Pin.

Lo sguardo gira e perlustra, di qua e di là: la punta del Toraggio, Carmo Gerbontina, Monte Ceppo… quanti… ma su un monte in particolare si posa anche il mio animo.

Sul Monte Gerbonte.

Ci sono stata da poco e c’ero stata diverso tempo fa. L’affetto mi lega a lui per le sue caratteristiche e perché appare proprio come il regno del Lupo.

Vedo da qui la piccola Caserma Lokar che mi ha ospitata meno di una settimana fa ed è bellissimo guardarla in mezzo ai quei Larici secolari e le radure che la costeggiano.

Un grande rapace mi distrae, non mi permette di fotografarlo per voi. È veloce e il vento gli è amico com’è giusto che sia. Non so dirvi di che si tratta. È marrone, come il guscio di una nocciola, ma non sono un’esperta.

Due massi più in là si percepisce la presenza dei Camosci ma oggi, visto il clima, non è proprio giornata di presentazioni.

Non importa, la meraviglia mi circonda ugualmente.

Sotto di me, un vallone molto profondo e ampio, con pietraie che diventano dirupi al di sotto delle creste montane di fronte. La profondità mette i brividi, è come stare su una nuvola e vedere tutto dall’alto. Sono emozionata. Che spettacolo! Non faccio altro che guardare e questo è tutto. Il mio tutto.

Passa un bel po’ di tempo prima che decido di tornare indietro.

Ora non nevica più e il vento pare essersi calmato ma alcuni fiori sembrano non essere molto entusiasti.

Le Violette sono le più fortunate, basse e rase al suolo non subiscono il peso della neve. Persino le foglie secche, a terra, riescono a proteggerle da tanto che sono piccine. La Primula (la Veris) invece, deve piegarsi al cospetto della Bianca Signora, così come la Campanella. I fiori del Brugo hanno deciso di attendere ad aprirsi, fa ancora troppo freddo per loro, e sono solo turgide palline color avorio rosato.

Stille ghiacciate non riescono a cadere dai loro rami e da quelli degli abeti e sembra Natale.

Quelle piante, quel bosco… ricoperti di polvere candida permettono di immaginare fiabe del Nord Europa.

Cammino su un terreno morbido. L’unico pericolo è dato dalle radici delle conifere che fuoriescono dal suolo e sono molto scivolose.

Piccole pigne mi imbrogliano tra il fango e la neve, sembrano i “regalini” di qualche animale selvatico. Una volpe? Un lupo? Una faina? Niente di tutto questo, solo i frutti degli alberi balsamici. Frutti di ogni tipo e di ogni grandezza, caduti al suolo a causa delle forti correnti e del loro tempo trascorso.

Diversi passeriformi cinguettano nell’aria, ognuno ha il suo verso e tengono molta compagnia.

Come vi ho detto, mi sono fermata presto a osservare quel creato attorno a me ma, da Colle Belenda, si può arrivare in diversi luoghi della mia Valle.

Ora vi saluto, vi mando un bacio ghiacciato e faccio ritorno alla tana. Voi scaldatevi per bene che dobbiamo ripartire per la prossima escursione e non c’è tempo per oziare. Stay tuned!

Le vite antiche di Borniga

Pronti? Oggi si zampetterà parecchio. Andremo in Alta Valle Argentina, in terra brigasca e precisamente a Borniga… una metropoli! Scherzo. Un pugno di case, non di più, è pronto ad accoglierci, e dovete credermi: dire che è magnifico è riduttivo. Una borgata montana assai suggestiva che ricorda un presepe, che dona una pace incredibile dove la vita si svolge come un tempo, placida e lenta, e la natura attorno riesce ancora a mostrarsi vera e spettacolare come fosse piena di gioia.

borniga.jpg

Vi avevo già fatto conoscere questo minuscolo villaggio in questo post: “Angoli di Tibet a Borniga, in Valle Argentina“, ma ho altre cose da dirvi, più antiche e più storiche, perciò serve ripartire.

Borniga (Bornighe o Burnighe nel dialetto del luogo) è rimasta a noi, alla Valle Argentina e alla Liguria, laddove terre smembrate dalla Seconda Guerra Mondiale vennero date alla Francia o al Piemonte.

alta via realdo borniga

Siamo sull’Alta Via dei Monti Liguri e Borniga è un bellissimo punto panoramico. Siamo in un luogo dalla bellezza indescrivibile, come per la vicina Realdo e le zona del Pin e Abenin che circondano Borniga, le quali fecero innamorare persino autori come Italo Calvino (che quassù fece anche il partigiano) e Francesco Biamonti, che scrissero di questi luoghi introducendone i paesaggi nei loro romanzi. Zone che furono, per questi scrittori, vere muse ispiratrici. Un altro scrittore assai più recente e nostro contemporaneo ha fatto di queste zone selvagge e a tratti impervie lo sfondo perfetto per il suo romanzo, Giacomo Revelli, di cui vi parlerò prossimamente.

borniga realdo

Borniga, che in Valle ora si può raggiungere anche a piedi da un vecchio sentiero che parte da Creppo, il quale è stato ripulito tempo fa da dei volontari, oltre a una natura selvaggia mostra panorami infiniti. E’ infatti definito La Finestra della Valle, essendo anche uno dei punti più alti.

paesaggio borniga

Da qui partivano molti muli a scendere, per vendere legna o carbone, ma anche frutti e vari doni della terra, o a salire trasportando pietre e materiale valido per la costruzione delle dimore che, da come potete vedere, sono state realizzate con materiali del tutto naturali.

case borniga

E’ una zona ricca di ardesia, questa, e si è trasportata per lungo tempo sulle strade sterrate che attraversano i territori intorno a Borniga. Di ardesia, come vi ho già detto altre volte, è costituita la copertura della maggior parte delle case della Valle Argentina, ma essa serviva anche per i tavoli da biliardo.

Particolari donne di Triora, le nostre amatissime bazue (streghe), durante la notte aiutate solo dalla luce fioca della luna, si mettevano in marcia di buona lena per giungere fin qui, dove una terra incredibilmente ricca di elementi naturali donava loro erbe e altri ingredienti, più rari altrove, utili ai loro incantesimi.

rosa canina

Donne che passeggiavano tra boschi e sentieri, in quegli anni, assai popolati da lupi. Il loro ululato riecheggiava nelle notti buie per tutta l’Alta Valle. Lupi che tendevano agguati a una pecora assai particolare… Mi riferisco alla pecora brigasca, una specie ovina autoctona, proprio di qui.

Pecora Brigasca

Siamo sul versante sinistro del torrente Argentina e lo scenario è incantevole. Sappiamo che laggiù in basso gli abitati di Loreto e Cetta ammirano i monti nei quali stiamo sostando.

Da questi luoghi partono diversi sentieri, tutti panoramici, che attraversano zone selvagge, impervie a dagli scenari mozzafiato. Il Gerbonte è a due passi, così come la vicinissima Francia.

Boriga dintorni

E proprio qui, sotto le nostre zampe, proprio dove oggi sorge questo stupendo paesino, sappiamo esistere una cavità importantissima per la Valle Argentina perché risalente al periodo Neolitico. Si tratta di un corridoio sotterraneo chiamato “Arma della Gastea” dove un tempo venivano seppelliti i defunti e nel quale nei nostri tempi moderni sono stati rinvenuti frammenti di oggetti dell’epoca, come pezzi di bronzo o conchiglie. Ci pensate? Appartenenti al mare, ovviamente!

dintorni borniga realdo

“Arma della Gastea” o anche “Arma Mamela” (vi ricordo che il termine Arma deriva da Barma, ossia Grotta, come vi raccontai per il primo paese sul mare della Valle e cioè Arma di Taggia) si trova a Borniga, nel Vallone Durcan, e nessuno ha mai potuto scoprire quanto sia profonda.

Ma non è finita qui. Sempre in questa zona, un’altra cavità chiamata “Buco del Diavolo” mostra decorazioni e utensili e ha permesso anch’essa di rinvenire ossa di uomini primitivi. I resti ritrovati qui si trovano oggi al Museo Civico di Sanremo, altri reperti si possono ammirare invece nel Museo Etnografico e della Stregoneria di Triora.

naturna dintorni borniga

Insomma, siamo davvero in un fulcro archeologico, topi! E quelle che vi sto raccontando non sono le sole grotte conosciute, ce ne sono molte altre utilizzate soprattutto come sepolcri.

Vi immaginavate tanta storia in un posto come questo, che sembra solo natura? No. Migliaia e migliaia di anni fa era abitato, e lo è stato per tantissimo tempo, divenendo palcoscenico di diverse culture e civiltà.

Un bacio antico, topi miei.

La Foresta di Gerbonte

Oggi vi porto a visitare un posto che non vi ho mai mostrato come protagonista, topi miei. Siamo in alta Valle Argentina, nel territorio del Comune di Triora. Qui, solo a una ventina di chilometri di distanza dal mare, si trova una foresta imponente e importante, quella del Gerbonte, che per la sua vicinanza alla costa presenta caratteristiche difficili da trovare altrove in Italia. Pensate che privilegio!

foresta di gerbonte

La Foresta di Gerbonte è frutto della collaborazione tra uomo e natura e, una volta tanto, questo merito va riconosciuto all’essere umano. E’, infatti,  di origine antropica e fu piantata per avere sempre a disposizione legna per le provviste senza dover necessariamente sottrarre spazio ai pascoli, che pure servivano alla sopravvivenza e al sostentamento.

Questa particolare Foresta ha un’estensione superiore ai 600 ettari, un gigante verde, insomma! E’ possibile raggiungerla in diversi modi: seguendo l’Alta Via dei Monti Liguri, per esempio, oppure partendo da Creppo o ancora da Colle Melosa, il Monte Grai e Cima  Marta. Insomma, scegliete l’itinerario che più vi aggrada, preparate lo zaino e percorrete il sentiero perché non rimarrete delusi. Io ho seguito quello proposto qui, dal sito Munta e Chinna, che spiega in modo chiaro come arrivare.

Monte Gerbonte2

Trae il proprio nome dall’omonimo monte (1727 metri sul livello del mare) ed è un Sito di Interesse Comunitario (SIC), nonché Zona a Protezione Speciale (ZPS).

Fu teatro di una moltitudine di vicende di interesse storico, come il contrabbando di sale, le dispute tra francesi, liguri e piemontesi per definire i confini alla fine del Settecento, nonché per gli scontri della Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi la parte occidentale della foresta definisce il confine italo-francese. Il Monte Gerbonte, inoltre, era un crocevia fondamentale che serviva a collegare le comunità di pastori con i centri abitati del fondovalle.

Foresta di Gerbonte

C’è un sentiero che si snoda tra le sue pendici che passa tra le radici di Abeti plurisecolari e monumentali, io ci sono stata, e posso dirvi che è stata un’esperienza emozionante. Nella Foresta del Gerbonte gli Abeti Bianchi e Rossi resistono da secoli, nonostante quello delle Alpi Marittime non sia l’habitat a loro più congeniale. Eppure qui sembrano trovarsi bene. Sono alti, così tanto che si fatica a concepirne la fine del tronco alzando il muso all’insù. Creano un bosco ombroso, a tratti cupo, ma molto suggestivo. Tra le radici di quegli alberi anziani brulica la vita in tutta la sua piccola, grande immensità. Quante formiche, su quel terreno! Corrono come impazzite, affaccendate nel loro lavoro di rifornire il formicaio.

Una delle caratteristiche che rendono suggestivo questo luogo sono i Larici, che dipingono la Foresta di colori indescrivibili nella stagione autunnale. Nella tarda primavera, invece, le loro foglie sono di un verde brillante, tenere e leggere, e sui rami  sbocciano i fiori di un fucsia intenso.

gemma di larice

Tra le altre specie presenti nel sottobosco, troviamo cespugli rigogliosi di Rododendro, Mirtillo, Ginepro, Lampone, ma anche Primule, Viole e Genziane. Sul Gerbonte non si trovano solo conifere, ma anche latifoglie, tra le quali il Maggiociondolo, il Sorbo degli uccellatori e il Faggio, quest’ultimo dalle dimensioni monumentali così come accade anche nel Bosco di Rezzo.

ecomuseo biodiversità bosco di larice Foresta Gerbonte

In questa Foresta meravigliosa sono numerose le tracce del Lupo, è impossibile non notarle, ben visibili sul sentiero. Sembra quasi di vedere i suoi occhi d’ambra sbucare dagli alberi. Qui abitano anche Camosci e Caprioli, non è difficile fare il loro incontro e sorprenderli mentre sono intenti a cibarsi delle tenere leccornie del sottobosco. Tra questi alberi abitano anche la Martora e la Lepre Alpina, la quale però fa spesso la preziosa, è molto difficile scorgerla.

Il verso del Cuculo è quasi onnipresente, ma non è l’unico abitante alato di queste zone. Il Fagiano di monte è osservabile in primavera, quando si esibisce nelle sue danze nuziali. Poi ci sono il Gallo Forcello, la Cincia dal Ciuffo, il Picchio Nero, diverse specie di Falco, l’Aquila Reale e persino il Gufo Reale. Quanta biodiversità, topi!

E’ un luogo selvaggio e, il fatto che in Inverno non sia transitabile per via della neve che scende copiosa, ha favorito la conservazione e il ritorno di alcune specie che, altrimenti, non potremmo vantarci di avere in queste zone della Valle.

La Foresta del Gerbonte è un vero patrimonio, raramente si trovano luoghi in grado di eguagliarla sul territorio nazionale, considerando proprio la sua vicinanza al Mar Ligure.

E’ un altro gioiello della mia Valle, topi! Voi ci siete stati?

Un boscoso abbraccio a tutti voi.