Il Bunker di Sospel

MettetevSONY DSCi la giacca a vento topini. Si lo so che fa caldo ma, dove vi porto oggi, tanto caldo non fa. Andiamo in un posto ricco di storia, di testimonianze e umidità. SONY DSCUn luogo che fa venire i brividi in tutti i sensi. Andiamo nel bellissimo paesino di Sospel, che si chiamava Sospello, situato nel dipartimento delle Alpi Marittime.

Un tempo italiano, Sospel, si trova proprio sul confine francese, sopra Olivetta San Michele che a sua volta è dietro la città di Ventimiglia. Anche lui merita un post tutto suo prima o poi.

Qui si parla il “montenasco”, il dialetto di Mentone, un misto tra ligure e occitano e, sempre SONY DSCqui, si trova una delle costruzioni più incredibili della nostra storia passata. Un bunker preservato in ottimo stato appartenente alla Linea Maginot che si estendeva dal Mar del Nord al Mar Mediterraneo.

Le prime fortezze furono costruite nelle Alpi Marittime e Fort Saint-Roch, così si chiama dove entriamo oggi, fu costruito tra il 1930 e il 1934 per proteggere Sospel. Pensate topi, solo quattro anni per creare ciò che vi mostrerò in questo post.

Sin da quel tempo, Sospel si trova al centro del dispositivo di difesa dello Stato Maggiore Francese. E tutto ciò che vedrete è originale. Tutte le stanze, le attrezzature, le armi, la ruggine, l’usoSONY DSC, sono le reali condizioni in cui, durante la Seconda Guerra Mondiale, hanno vissuto i soldati francesi prima e quelli tedeschi poi. Beh… forse la ruggine è aumentata…

Tutto è rimasto come un tempo. Noterete solo, al posto di vere persone, dei manichini che sono stati messi a dimostrazione di come un tempo si viveva e si lavorava all’interno di questa fortezza, vestiti con le divise originali dell’epoca e con tanto di gradi. C’era infatti il militare medico, il comandanteSONY DSC, il militare cuoco, il militare addetto alle caldaie e agli impianti elettrici, il centralinista, il cecchino, il generale. Il tutto a 12-15 gradi di temperatura e con un tasso di umidità costante del 75%. E allora preparateviSONY DSC, stiamo per entrare.

La grossa porta davanti a noi, un vero e proprio ponte levatoio, si apre, e a causa del calore esterno, ci sembra di entrare in un frigorifero. Per chi soffre di claustrofobia non è il luogo più adatto ma per chi invece è affascinato dal passato, da qui, non vorrà più venir via.

L’odore che ci punge il naso è quello di umido, di muffa. E’ stagnante, ma il fresco ci permette di farci presto l’abitudine. Tutto è di cemento e ferro; ogni cosa che si tocca produce un forte “dleng!“. Devo essere sincera. Rimango incredulaSONY DSC, allibita. E’ affascinante davvero.

Nelle cucine, le prime stanze in cui si entra, ci sono ancora addirittura le pentole e la lavagna sulla quale si scrivevano le pietanze della mensa. Un lavandino in pietra. Dai vecchi rubinetti. Cola del liquido arancione arrugginito. Di fronte alle cucine ecco la stanza dei macchinari, sarà una sensazione ma la ventola produce un rumore così forte che sembra di essereSONY DSC ancora in guerra. Ciò che attrae, e spaventa anche un po’, però è il lunghissimo e buio corridoio che si prospetta davanti a noi e del quale non se ne vede la fine. Buio, che poi buio non è, ma le fioche luci si notano solo dopo una leggera curva poi, tutto dritto, fino… boh, non lo so fin dove. Il flash della mia macchina fotografica non arriva a tanto. Lo vedete? Per terra dei freddi binari. Erano i binari dei carri. Carri che sembravano i carri delle miniere. Servivano per trasportare le attrezzature pesanti, i grandi proiettili delle grandi mitragliatrici fisse o dei cannoni. A condurre alcuni di questi carri un soldato. Sì, potevano trasportare anche le persone, soprattutto in su, dalla ripida scalinata. Ebbene sì topi, perchèSONY DSC poi scenderemo, scenderemo fin giù, sotto terra, non so nemmeno io di quanto.

Le tubature, in alcuni punti, sono rifasciate da un materiale che sembra carta stagnola e, intorno, altre entrate annunciano i vari locali. I bagni, deprimenti. Delle vecchie turche. Non so in quanti soldati vivessero qui ma di urinatoi/turche ne ho contate cinque. Solo cinque.

Le altre due porte iSONY DSCn lamiera portano invece a delle docce e un gocciolio perpetuo fa impressione.

Oltre i bagni ecco le camerate: i soldati semplici dormSONY DSCivano tutti

 

 

insieme nei dormitori che contenevano parecchi letti e, alcuni, erano – a castello -. Il comandante aveva invece una stanza tutta sua, con il comodino per giunta.

Attaccata ad ogni lettino, dalla testiera anch’essa in ferro come la maggior parte delle cose lì dentro, una borraccia in pelle, un cappello di riconoscimento e una sacca come porta-oggetti e anche porta-armi presumo. Si era costantemente pronti alla battaglia.

E’ vicino ai dormitorSONY DSCi che c’è una camera nella quale si può notare come si decidevano le operazioni di attacco o di difesa e, attraverso le radio e i telefoni, alcuni a circuito esterno altri interno, si facevano conoscere a tutta la truppa. Si era una grande squadra, un’unica grande squadra, questo è quello che trapela ancora da questo luogo ormai da anni disabitato.

Non posso fare a meno di immaginarmi al posto di quegli uomini SONY DSCdavanti a questo lavatoio, a lavarmi i denti, seduta a questa scrivania a scrivere una lettera alle persone care, e mi vengono i brividi… poi, un locale particolare, mi incuriosisce molto. E’ l’infermeria e non è solo uSONY DSCn’infermeria: è una vera e propria sala operatoria che funzionava anche da semplice ambulatorio. Mette i brividi. Sugli scaffali, ordinati, tutti gli attrezzi del mestiere, così, senza pietà, in bella vista. In fondo, la realtà era quella. Bisturi, ganci, aghi, coltelli, pinze, garze, lacci, tutto mi dipinge un’espressione seria sul viso. Guardo quella branda lurida ormai. Eppure qualcuno c’è stato lì sopra. Immagino il vero medico al posto del pupazzo in lattice, è incredibile, mi sembra di

sentSONY DSCire l’affanno del militare ferito che non può e non vuole urlare, mentre l’etere, o il cloroformio, s’impossessa di lui. Ci sarà stato almeno un modo per anestetizzare? Mah, non ci voglio pensare.

La cabina di comando è invece piena di roba. Ognuno aveva una scrivania personale, un telefono, un notes e una marea di bottoni da cliccare. Non ci siSONY DSC capisce nulla. Solo su alcuni altoparlanti ci sono dei pulsanti che riportano la scritta “ecoutè” e “start“.

Delle agende permettono di vedere dei conteggi. SfidoSONY DSC chiunque a comprenderne il significato ma sembrano le quantità delle munizioni e del cibo. Può essere.

Dentro a delle bacheche in vetro, dei cimeli preziosissimi: passaporti, documenti, tesserini che riportano i dati anagrafici di chi ha vissuto lì e posso vedere anche qualche viso in vecchie foto color seppia.

Il verSONY DSCde militare è ovunque e poi bandiere, cappelli, svastiche, medaglie, proiettili da qualsiasi parte io mi giri.

A prendere tutta una parete, oltre alle solite armi da portata come pistole e fucilSONY DSCi, l’ala intera di un particolare aeroplano, completamente devastata dai proiettili e staccata dalla matrice.

E qui si scende, si va giù grazie ad una scala che porta a un cinema dove dei filmini dimostrano, in bianco e nero, come si viveva in quel tempo.SONY DSC

Dai lati di questo posto si può andare sia a destra sia a sinistra, nel centro ci sono accatastate delle grosse munizioni ben stipate dentro a delle gabbie.

Delle piccole e strette scalette, da ambedue le parti, mandano alle torretteSONY DSC di appostamento dove, comodamente seduti, si poteva sparare al nemico vedendolo arrivare attraverso delle feritoie.

Fa ancora più freddo. Sopra le nostre teste, non potevamo vederlo, ma c’è un prato, il prato della Provenza, quella magnifica distesa di lavanda e origanoSONY DSC che incontriamo spesso nella mia entroterra. Lo si vedrebbe se si potesse sorvolare con un aereo. Si sarebbe visto solo una gran meraviglia ma, sotto, tutto era ben diverso. Questa montagna dentro è un Gruviera. Dal cinema intanto continuano a provenire i rumori soffocati e lontani dei bombardamenti aerei e degli spari di fucile.

Siamo nelle campane di questa casamatta e mi accorgo che davvero nessuno può vederci. Siamo in una delle prime fortificazioni della Linea Maginot, un complessSONY DSCo integrato di opere militari che il Ministro francese, Andrè Maginot, obbligò a costruire su tutto il confine Est della Francia e, la cosa straordinaria, è che queste mega strutture, distanziano da loro di 5 km circa ma, all’interno, sono tutte collegate. Incredibile.

Non possiamo passare alla prossima. Dei pesanti portoni blindati ce lo vietano anche perchè non tutte sono mantenute bene come questa che, per 5.00 euro, si può visitare perSONY DSC tutto il tempo che si desidera.

Costruzioni da record e vennero fatte in soli 12 anni. In Alsazia, l’opera di Schoenenbourg, pare essere la più grande di tutte. Alcune,SONY DSC sono sotto il Demanio francese, e quindi visitabili come questa, altre invece, appartengono ancora al territorio militare percui è impossibile accedervi.

Scendo dal mortaio 81 mm, mi ci ero arrampicata per vedere fuori: il bosco, gli uccellini, il cielo azzurro, c’era aria di buono là fuori, c’era il sole. A questo punto, posso tornare indietro. Via da quel cemento e quell’acciaio.

Ripercorro all’indietro tutti quei metri. Mi ci è voluto quasi un intero pomeriggio per godere di questa avventura. Sono rimSONY DSCasta meravigliata e ho tante emozioni contrastanti. Qui, in questo bunker che doveva proteggere i francesi, hanno poi preso piede le forze militari tedesche Wehrmacht. Qui, in un luogo che mi fa sentire fredda e appiccicaticcia, ho potuto vedere molte cose e ne sono stata contenta. Ora però ho voglia di sole, di caldo, di aria sana.

Esco e il vecchio custodeSONY DSC mi saluta senza quasi nemmeno alzare lo sguardo. E’ intento nella lettura di un fumetto pare. E allora topi, che ne dite? E’ un luogo comunque interessante, una tana particolare. Basta cunicoli per un po’ però. Vi mando un bacio e vi aspetto per il prossimo tour. La vostra Prunocciola.

M.

Il Preboggiòn ligure, fa bene ed è goloso!

Oggi cari topi, vi parlo di una ricetta tipicamente ligure. Così tipica da non avere nemmeno una precisa traduzione nella linguaSONY DSC italiana. Una ricetta raccontata dalle nostre nonne o dai conoscitori di erbe (come anche Libereso Guglielmi il giardiniere di Italo Calvino). Si perchè “il Preboggiòn” o “u Prebuggiun” come di consueto si sente dalle nostre parti, è una mescolanza, un insieme di erbe selvatiche tipiche della nostra zona, che servono poi, miscelate insieme, per la realizzazione di tante ricette tra le quali: i ripieni, le torte, le frittelle o gustosissimi passati. La cosa principale è che questo miscuglio SONY DSCsubisca una leggera e breve bollitura. Ed è proprio quest’azione che gli conferisce questo nome. Sembrerebbe infatti che il termine preboggiòn indichi una pre-bollitura. Quanto basta ad ammorbidire queste piante senza “deteriorarle” troppo. Prebuggì, ossia prebollire. E’ ovvio poi che non ci si ferma qui.

La mente è fantasiosa e le leggende hanno presto inizio come anche un po’ di verità. Si pensa anche infatti che il nome derivi addirittura dall’assedio di GeruSONY DSCsalemme da parte di alcuni vassalli di Goffredo di Buglione che vollero raccogliere erbe e piante per il loro condottiero Capo e per i soldati (i pre-buglionis appunto) che erano senza acqua ne’ cibo. Ma c’è chi dice anche che “buglione” voglia dire, in ligure, brodo o miscuglio, cioè minestra.

Preparare questa ricetta non è difficile. Bisogna semplicemente raccogliere e pulire queste erbe che poi vi elencherò, farle scottare appena e miscelarle usandole poiSONY DSC come base per altri cibi. Non esiste una vera e propria descrizione di questo piatto, anche perchè ognuno lo prepara come vuole e con le erbette che trova a seconda anche della stagione e della zona della Liguria in cui vive. Noi di Ponente siamo davvero molto fortunati perchè, come vi ho già detto spesso, possiamo vantare nel nostro aspro territorio, ben più di 200 specie di piante commestibili, con tantissimi proprietà officinali, che nascono spontanee. Dato il tipo di consumo è importante lo stadio di sviluppo della pianta al momento della raccolta; infatti, quasi tutte queste piante, non sono più cucinabili allo stato adulto (rimarrebbero troppo dure per la poca cottura) e sono raccolte per il consumo, quindi, quando la pianta è giovane, spesso quando ha appena formato con le foglie la “rosetta basale”, cioè quando non è ancora costituito lo steloSONY DSC floreale o quando questo è ancora tenero.

Non solo, bisogna anche, durante la raccolta, tenere da conto del sapore di questi vegetali per non rischiare di rendere il nostro Preboggiòn troppo amaro, o troppo forte, o troppo selvatico. Facciamo attenzione quindi a non eccedere con gusti particolari come quello delle (bietole) dal gusto pungente, Boraxe (borragini) dal gusto sapido e neutro, Denti de Cuniggiu (radicchio) molto amaro.

Chi vuole però, può anche procedere in questo modo, creando un Preboggiòn un pò più sofisticato: pestate dell’aglio e salatelo, sbucciate delle patate e tagliatele a pezzi. Lessate le erbe e poi le patate. A parte, in una padella, fate scaldare un po’ d’olio, aggiungete un goccio di aceto, il battuto d’aglio, il rosmarino e la salvia, soffriggete fino a ottenere un bel colorito dorato. Fate scolare le erbe e, ancora calde, versatele in questoSONY DSC soffritto, aggiungete le patate, fate raffreddare. Cospargete il pan grattato (o meglio ancora del formaggio). Servite freddo. Questa è una ricetta a sè.

Ma veniamo ora alla simpatica lista di piante adatte alla preparazione di questo piatto e ai loro vari nomi. Questa bellissima lista l’ho creata per voi facendomi aiutare da nomi (molto utili) che ho trovato in rete, su Wikipedia, e potete leggere come la stessa erba, nella zona della mia regione, la si può nominare in modi completamente diversi a seconda del paese.

E per conoscerle, bisogna esser davvero bravi come me! Vi auguro una buona lettura e vi aspetto per il prossimo post! Bacioni! p.s.= un ultima cosa, riguardo alla poesia di ieri, grazie alle ricerche del mio amico Bruno ho scoperto alla fine che “chintagna” è lo spazio compreso tra la casa e la montagna, mentre “maciota” è senza dubbio la cicala.

M.

  • Amarago, grugno, lattugaccio di Daléchamps; chiamata bunommi o beliommi a Chiavari, bell’omu a Recco, belommu a Levanto, brichetti ad Albisola, grasciaporchi a Dolceacqua, cardelle a Camporosso, cardella o cardellirla a Bordighera. Si fa anche in insalata nella Valle Argentina e in Val Nervia. Sapore: molto amaro.
  • Bietola di prato in Valle Argentina
    Borragine, boraxe in Valle Argentina
    CicerbitaSONY DSC, scixèrbua a Genova e Recco, lacciussa e lacciussola in Valle Arroscia, acciussola a Porto Maurizio, scurzoere o quarlatti a Nava, strugion a Mortola, laiciusso o sèrbixe a Diano Marina, lacciansòn a Savona, laciansùn a san Bernardo, seserbde a Sarzana, laciusa a Chiavari, dèvure a Finalborgo, cardella dumestega a Dolceacqua, lacette a Bardinetto, acciciora a Montalto, lattussa a Levanto e mascherpin a Ovada. Sapore: leggermente amaro, descritto come tipo nocciola.
  • Cicoriaradicion in Valle Argentina
    Dente di leone, chiamata tageinetti a Levanto. Si può anche fare in insalata. La radice tostata è un surrogato del caffè. Sapore: amaro.
  • Grattalingua[rat]talêgua in Valle Argentina chiamata anche gattalevre, lattalepre a Savona, lattalaegua, gattalaegua, rattalaegua, attalaegua a Genova, grattalaegua in Val Polcevera, rattaleve a Voltri, laitilaegue, laegue a Chiavari, taleaegua a Recco, talaegue a Lavagna, lataléve a Stella, italiaòa a Cogorno, tadèlua a Noli, teracrèpoli a Santa Margherita, acciussola, acciussora a Porto Maurizio, scapperoni, scapiroi, scapirui a Bordighera e in Val nervia, screppue a Levanto.
  • Lattuga leituga nella mia valle
  • Maggiorana persa in Valle Argentina
  • Ortica ortiga nella mia valle
    Origano cornabuggia nella mia valle
  • Papaveropapavao chiamato papavau a Genova e Recco, papavaru a Pigna, baxadonna a Ronco Scrivia, Savona e Porto Maurizio, rosanella a Bordighera, fantineti a Sanremo, rusuele a Levanto. Il papavero è usato anche come blando sedativo in infuso nelle Valle Argentina e Valle dell’ Orba. Sapore: insipido o leggermente amaro.
  • Radicchio selvatico, denti de coniggio qui da noi. Garatun a Celle Ligure, tagiainettu a Genova, serretta a Voltri, taggianuìn a Lavagna, dente de can in Val Polcevera, denti de cuniggiu a Recco, spinassu sarvaegu a Cogorno, erba gaina a Porto Maurizio, peirin a Sanremo e Bordighera, sciappasassi a Sarzana. Si fa anche in insalata, come depurativo del sangue, in Valle Argentina. Sapore: lievemente amaro.
  • Raperonzolo, ranpunçu in Valle Argentina, rampunzi a Genova e a Recco, rampusci, rampunsci a Savona e Vado Ligure, ramponsu a Sella, rampunci a Bardineto, gramposci a Oneglia, ramponseli a Sarzana, rampoixo a Porto Maurizio. Sapore: cruda è dolce, bollita è amara.
  • Sanguisorba, chiamata pampinella a Nava, pimpignèla a Pigna, erba noce a Bordighera, pimpinella a Recco, Val Nervia e Valle Argentina. La sanguisorba è molto usata anche in insalata nella Valle Argentina, a Genova e a Recco. La radice è usata per scottature ed ustioni. Sapore: amaro, descritto come vagamente di anguria.
  • Silene, chiamata erba s-cioppettina a Genova, sci-puelli a Recco, ciucchetti in Val Polcevera, grissari a Bordighera, grussari a Dolceacqua, frisceti a Sarzana, battilingua a Ceriana, grassuelli a Campegli. Sapore dolce e delicato.
  • Tarassaco, dente de can o piscialetto nella mia valle; insalatta da porchi, sciuscòn, testa da frate, lampionetti e radicion a Genova, piscianletto a Recco, barba du Signùu, ti-me-voe-ben, ti-me-voe-ma a Savona, dente de can a Mele, suscium, muccalume a Porto Maurizio, muso d’porch a Briga, lattusse a Levanto, rosorella da bosco, capirui a Camporosso. Sapore: amaro, descritto tipo radicchio.


 

 

Mi chiamo Melissa e profumo di limone

La pianta di cui vi parlo oggi di chiama Melissa Officinalis, per l’esattezza. Ha un aspetto comune, alta non più di 100 cm e bassa non meno di 30. La sua tinta è il verde acceso, talvolta ravvivato dal bianco dei suoi microscopici fiorellini. E’ protetta da una morbida peluria e cresce ai bordi dei sentieri, ai piedi delle prime rocce, all’inizio dei boschi; dove cresce spontanea.

Melissa è il dolce sogno degli insetti. Il suo nome deriva dal greco e significa “Pianta dolce per le Api”; da qui si trae la conseguente derivazione della parola Miele.

Non tutti gli insetti l’adorano; le zanzare, per esempio, non la sopportano. Il suo profumo è simile a quello della Citronella, un veleno per loro.

Melissa è chiamata anche Melitta, come l’asteroide che le è stato dedicato. Bella, Melissa, con quelle foglioline tenere simili a quelle dell’Ortica. Hanno lo stesso colore.

Inoltre, se non fosse per il suo tono smeraldino si potrebbe confondere con la Menta, sua parente. Scambiarla sarebbe un peccato, perchè non verrebbe utilizzata per i suoi giusti scopi, che sono tanti, un milione.

Avete un’ Herpex Simplex e/o anche la varicella? Melissa. Sul labbro ponete proprio le foglie, un po’ schiacciate, un po’ paciugate. E’ antivirale e antibatterica.

Avete una qualsiasi infiammazione? Soffrite di manifestazioni spastiche-ansiose che possono colpirvi lo stomaco o l’intestino? Avete voglia di rilassare quei muscoli e quegli organi contratti? O forse necessitate di un po’ di antiossidanti? Desiderate potervi distrarre ed evadere con la mente? Melissa, Melissa, Melissa!

Chiamata anche pianta limoncina, quest’erba aromatica assume in cucina una posizione di rilievo non solo nella preparazione di decotti e tisane. Con quel suo aroma fresco e un po’ agrumato, è ottima sia per la preparazione di piatti a base di pesce e frutti di mare che per mitigare l’aroma intenso, pungente e a volte sgradevole di agnello, pecora, capretto e cinghiale. Ha una punta di selvatico che noi usiamo chiamare bestin.

La Melissa, appartenente alla famiglia delle Labiateae e che nasce in Europa come in Asia, è utilizzata da migliaia di anni: era un fondamentale elemento delle cerimonie religiose e non, e, se trasformata in ottimo e delicato liquore, conquistava la gola e il palato di uomini e donne. Nella vecchia Turchia e dall’ormai famoso Plinio era usata come pianta medicinale su ferite e abrasioni. Mescolata ad altri intrugli, bruciava tantissimo a contatto della pelle, ma disinfettava come nient’altro. Ma non è finita qui: durante il Medio Evo, la Melissa venne molto utilizzata come erba officinale anche da streghe, stregoni e maghi e, inoltre, prese talmente piede da diventare tra le più famose “pozioni” salutari di tutto il Paese. Era la pianta che inebriava lasciandoti vigile, non ti tradiva. Tutti la volevano. Ci basti pensare che lo stesso Carlo Magno ne ordinò la coltivazione nel giardino di ogni monastero del regno. Non si poteva rimanere senza.

Melissa fa bene al corpo, ma anche alla psiche. L’alchimista Paracelso la definì “elisir di lunga vita” senza troppi preamboli. E gli arabi, così come tutti i popoli nordafricani, impararono a usarla addirittura contro la malinconia e la tristezza.

Melissa, oltre ad essere il nome di una pianta, è anche quello splendido di donna. Un nome che solo di recente ha conosciuto fama e bellezza per essere riscoperto dopo secoli di abbandono. Il nostro calendario festeggia raramente il 24 aprile una Santa Melissa, monaca greca, che avrebbe evangelizzato l’Inghilterra nel IV secolo. E’ anche il famoso nome che porta la protagonista dell’opera di Claude Debussy “Pellèas e Mèlisànde” così come la maga di Ludovico Ariosto, ma molteplici sono le opere letterarie che ne fanno uso. Chi porta questo nome possiede anche un fascino irresistibile per le sue innumerevoli doti e tra le più importanti troviamo curiosità, senso dell’umorismo, un cuore immenso, voglia di fare, di sapere, di avere tutto sotto controllo e poter correre ai ripari. Melissa è la ninfa che si tramutò in fonte e che per tutta la vita si mosse perpetua, colei che allevò Zeus in fasce, nascosto sul monte Ida dalla madre Rea, per sfuggire al padre Crono, il quale divorava tutti i suoi figli neonati per evitare di essere spodestato da uno di loro. Melissa tirò su colui che divenne il Dio di tutti gli Dei e, come si fa con l’Ape Regina, ella lo nutrì solo con il puro miele dei suoi fiori, mentre la capra Amaltea lo allattava. Melissa era amata da Apollo, Dio del Sole. Era colei che dà senza voler nulla in cambio. Accompagnata solitamente dal segno zodiacale del Capricorno, la Melissa ha come pietra vincente nella cura della cristalloterapia lo Smeraldo, verde come lei, che passa spesso inosservata. Guardatela, coglietela, usatela. Ve la regala la natura.

Un bacio.

M.

Nell’agriturismo “Gli Ausenda”

Nell’agriturismo “Gli Ausenda”, cari topi, non si mangia: si divora. Il cibo che ti viene servito è talmente buono e le porzioni così abbondanti che resti sazio e felice per tutta la giornata.

Voglio raccontarvi la mia personale esperienza, ma, ovviamente, il menù cambia a seconda delle occasioni e del periodo, tenetelo presente.

L’agriturismo “Gli Ausenda” si trova nel bellissimo borgo di Glori, proprio all’inizio del paese, non potete sbagliarvi. Fuori è stato posto un cartello in legno con sopra scritto “U scitu daa tora” ossia “Un posto a tavola”. Verrete accolti dalla coppia di proprietari come se foste degli amici, hanno una cordialità che trovo semplicemente fantastica e mi fa sentire subito come a casa mia.

Come prima cosa, vi verrà offerto l’aperitivo, che consiste in un bel bicchiere di Pigato reso più dolce da un tocco d’uva di Vermentino, ovviamente coltivato da loro, accompagnato da stuzzichini ricoperti di patè di coniglio, sardenaira  (che è una speciale e squisita pizza tipica ligure), focaccia di cipolle, pane croccante con salame sporcato di salsa di fave e tante, tante altre golosità. Credevamo fossero già gli antipasti, invece ci sbagliavamo! Quelli sonoa rrivati dopo, accompagnati dall’Ormeasco e dal San Giovese. Anche gli antipasti sono abbondanti, ma non voglio svelarveli tutti, dovete venirli a provare! Posso solo dirvi che a ricordarli mi viene ancora l’acquolina in bocca.

I simpatici proprietari servono poi due primi piatti tipici della cucina ligure…. volete un piccolo esempio? Mega raviolo aperto con carciofi e funghi in salsa…. mmmmhmmm! Non posso spiegarvi la bontà a parole. E dopo, i due secondi anch’essi buonissimi accompagnati da polenta di cicernia. Una favola!

Mentre si mangia, sullo schermo vanno in onda dei video che ripropongono la vita di un tempo nella Valle Argentina.

Infine – pancia mia fatti capanna! – ecco i tre dolcetti elegantemente serviti in un unico piatto, tra i quali, meraviglia delle meraviglie, un pezzo di favo! La cera delle api con il primo miele è da mangiare, succhiare e buttare via la cera che un tempo era considerata la chewing-gum dei poveri. Il proprietario ci elenca tutte le erbette raccolte con le quali sono stati preparati i piatti, da non credere, mangiamo i frutti dei prati, mentre la proprietaria ci spiega la vita nel paese. Il locale è pulitissimo, con cucina a vista e molto intimo. Sono solo quattro i tavoli a disposizione, ecco perché è indispensabile prenotare.

Viene servito allora il caffè, preparato ancora con la moka, accompagnato da digestivo.

Bene, detto questo vi immaginerete che avremo speso una cifra immensa.

No, cari topi, si spende pochissimo, e la mia topina di quattro anni, che ha mangiato come una lupa comodamente seduta in un seggiolone di legno messo apposta per lei, non ha speso nulla! Credetemi, topi: è un posto da provare.

Io rosicchio di tutto, son di bocca buona, ma, come tutti i topini, ho un palato e un odorato finissimo, quindi, se vi dico che in questo agriturismo ho mangiato veramente bene, potete fidarvi.

Ora vi mando un abbraccio e vi aspetto per il prossimo tour! Squit!

M.

Il castagnaccio di Zio Topo

Immagino sappiate tutti qual’è, una tappa fondamentale, nella vita di noi topini, ogni anno, in autunno. Andare a raccogliere le castagne e farne scorta per tutto l’inverno.

Andare a cercare questi frutti è, tra l’altro, un’avventura davvero simpatica che, solitamente, noi topini facciamo in compagnia.

Con un bastoncino solleviamo le foglie cadute, apriamo i ricci, ci pungiamo le zampette e mettiamo nella cesta un gran quantitativo di ottime castagne frutto che, nella nostra valle si trova in gran quantità e di tutti i tipi, dalle più piccole a quelle più grandi, buonissime.

Quest’anno vorrei arricchire questa mia impresa, intanto nel condividerla con voi e, in secondo luogo, nel consigliarvi una ricetta che non è solo buona ma letteralmente squisita. Attenzione, è una ricetta particolare, che giunge dal mio mulino e precisamente dal mio ziuccio cuoco.

Si perchè ognuno di noi ha un ruolo nella tana.

Attenzione, se pensate di avere già mangiato il Castagnaccio più buono del mondo, aspettate di assaggiare questo, perchè è diverso da parecchi altri che ho conosciuto.

Come sempre, vi do la mia parola. Allora, siete pronti? Cuciniamo.

Dunque, per fare un buon Castagnaccio alla Ligure o alla Toscana, vi servirà per prima cosa un’ottima farina di castagne, possibilmente macinata a pietra.

Le dosi per una teglia di un forno casalingo sono: 2 hg di farina di castagne, 70 g di farina di grano 00, 1/2 bicchiere di olio extravergine d’oliva, 2 cucchiai di cacao in polvere, 1 pizzico di sale, 2 cucchiai di uvetta sultanina messa ad ammorbidire in acqua tiepida, 2 cucchiai di pinoli e acqua, quanto basta da ottenere una crema fluida come la cioccolata che si beve in inverno nella tazza!

Mettere tutti gli ingredienti in una terrina e aggiungere l’acqua piano piano, amalgamando bene il composto senza lasciare alcun grumo.

Lasciare riposare il composto per due ore circa e accendere il forno a 200°.

Quando il forno è a temperatura, mettere la teglia dentro con un pò di olio e quando è calda versare il liquido nello spessore di circa 1,5 cm.

Cuocere per 20 minuti e poi, come dice il mio zio saggio…FATEVI MALE!!!

Si, perchè è così buono che rischiate l’indigestione. Un dolore che amo provare!!! Tentate, mi saprete dire.

Io intanto vado in cucina a veder se ha sfornato qualche altro suo manicaretto…buona mangiata a tutti. Pigmy.

M.