Altri proverbi

E oggi eccovi un altro elenco di proverbi liguri come già una volta vi avevo postato. Santi proverbi! Quanta ragione aveva chi li inventava! Chissà se anche questi, come alcuni che vi avevo fatto conoscere, esistono anche dalle vostre parti, magari trasformati un po’ e, ovviamente, nel vostro dialetto!

1- Di ciapetti di atri nun te mescià se ti voeu vive in paxe e nu ratelà.

1- Non ti curare dei pettegolezzi degli altri se vuoi vivere in pace, senza litigare.

2- Desàndio, cicchetti e poca cua portan l’ommo a a seportua.

2- Disordine, bicchieri di alcool e poca cura portano l’uomo alla sepoltura.

3- I assidenti i sun cumme e foje, chi i caccia poei i raccogge.

3- Gli accidenti sono come le foglie, chi li getta poi li raccoglie.

4- L’è meju andà a cà cu unna raxon mal diita che cu a testa rutta.

4- E’ meglio andare a casa avendo torto che con la testa rotta.

5- I erroi dei meighi i asconde a terra, cheli dei ricchi i ascundun i soudi.

5- Gli errori dei medici li nasconde la terra, gli errori dei ricchi li nascondono i soldi.

6- Cu u mè i se piggian e vespe, cu e grame mancu a peste.

6- Con il miele si prendono le vespe, con le cattive non si prende nemmeno la peste.

7- Maiu, malanni e guai i nu mancan mai.

7- Marito, malanni e guai non mancano mai.

8- Trottu d’anse e foegu de paja pocu duan.

8- Trotto d’asino e fuoco di paglia durano poco.

9- Coae de lavurà sautame in dossu e travaia pe mi che mi a nu posciu.

9- Voglia di lavorare saltami addosso e lavora per me che io non posso.

10- Quandu i sun figge i gan quattru brassa, quandu i sun mariae ghe n’an due ben passe.

10- Quando sono ragazze hanno quattro braccia, quando sono sposate ne hanno due molto appassite.

Ecco, vi sono piaciuti? Spero di si. Mi piacciono tanto i proverbi che, nel nostro dialetto, si indicano come “modi de dì” ossia “modi di dire”.

Io vi abbraccio e vado a prepararvi un altro post!

M.

A se crede d’esse bèla…

Se crede d’esse bèla, l’è suzza cuma a morte, coi denti chi ghe sciorte, nisciun sa vò maià.

E cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalalà, ciumbalalà, – e cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalallerolerolà.

Se crede d’esse rica, dui erburi d’uriva, ciantai in sci ‘na riva, nisciun si vò ramà.

E cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalalà, ciumbalalà – e cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalallerolerolà.

A bèla a se fa i rissi, cu u manegu da cassa, a bèla se gh’amassa, nisciun sa vò pià.

E cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalalà, ciumbalalà – e cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalallerolerolà.

Questa canzoncina-filastrocca delle mie parti è da cantare alle figlie del signor Meraviglia, che tutti le vogliono e nessuno le piglia. Racconta di una donna che si crede bella e ricca, ma da come potete leggere è l’unica a pensare una cosa così. Vi traduco solo le tre strofe, perchè il ritornello si canticchia così come lo leggete:

1- Si crede di essere bella, ma è brutta come la morte, con i denti che gli escono, nessuno se la vuole sposare.

2- Si crede di essere ricca, ha solo due alberi d’ulivo, su una riva, e nessuno vuole potarli.

3- La “bella” si fa i ricci, con il manico della schiumarola, la “bella” ci si ammazza, e nessuno se la vuole prendere.

E poverina questa “bella”! Ma la canzoncina è simpatica, dai. Canticchiatela e i vostri bimbi rideranno un sacco!

Un abbraccio, vostra Pigmy.

M.

U valun de me so Luisa

A v’ò vistu fioi zugà, vixin a-a me aiga ciàia, quandu chela cià puela mancu a saxea parlà. Cumpagni cai, a ve sentu, vixin a mi a ve vegu ancù. Tantu cu frae u travajava per inandjate a dote tu ti pregavi u Segnù pe chela madre santa che tropu preistu a se n’è andaita e pe nu faghe fa da sula chelu vou to paie preistu u gh’andixeva da prou. I barbeti i te purtavan via, in scià me riva, i te curgava mia bela fia. E to lagrime amae, i me bagnavan u coe, u te sercava u frae criandu: -Luisa, Luisa, bela me so-. E cu a raveza a ghe respundevu mi: -Ta so a l’è chi, vegnia a salvà- e sempre ciu cianin: – Ta so a l’è chi, vegnitea a pià-. E me aighe i t’abrassa, i te cuna e i te caessa, e quandu au tempuau e gusse cianin i chea i sun lagrime pe tu povea me fia. E a curru int’a Ruinà criandu a tutu u mundu: -Vegnii, vegniila a salvà!- St’aiga mé a se dispea e amaamente a cria p’ina stoia veja che a nu s’è mai adurmia.

Giuseppina Panizzi

È l’acqua del ruscello a parlare e a raccontarvi di un fatto tragico accaduto tanti, tanti anni fa nel vallone di Taggia. E il ruscello parla, spiega, grida aiuto.

Traduzione:

“Vi ho visto bambini giocare vicino alla mia acqua chiara, quando quella chiaccherina nemmeno sapeva parlare. Compagni cari vi sento, vicini a me vi vedo ancora. Mentre il fratello lavorava per prepararti la dote, tu pregavi il Signore per quella madre santa che troppo presto se n’era andata e per non farle fare da sola quel volo, tuo padre presto, le andava appresso. I barbareschi ti portavano via sulla mia sponda, ti coricavano, o bella figlia. Le tue lacrime amare mi bagnavano il cuore, ti cercava il fratello gridando: «Luisa, Luisa, bella sorella mia!» e con le rapide gli rispondevo io: «Tua sorella è qui, vieni a salvarla», poi sempre più piano: «Tua sorella è qui, vienitela a prendere». E le mie acque ti abbracciano, ti cullano e ti accarezzano, e quando al temporale le gocce pianino scendono, sono lacrime per te, povera figlia mia. E corro nella Ruinà gridando a tutto il mondo: «Venite, venite a salvarla!». Quest’acqua mia si dispera e amaramente grida per una storia vecchia che non si è mai assopita.”

Storia usata dal rione San Dalmazzo nella Festa di San Benedetto in una scenetta che ha riportato a galla un episodio che in Taggia tutti conoscono e nessuno dimentica. La leggenda vuole che, andando ancora oggi in quel vallone, l’eco riporti le grida di un uomo che chiama:  «Luisa!».

Un abbraccio,

Pigmy.

M.

Indietro nel tempo

Ed eccoci qui, giunti al grande giorno!

Quest’oggi potremmo vedere, anzi ammirare, tutti i rioni tabiesi che si sono impegnati al massimo per far sì che questa giornata fosse indimenticabile. E allora, topi, tra poco vi ritroverete catapultati nel 1600, in un mondo sconosciuto e in un’epoca lontana.

I taggesi iniziano a mettere in atto ciò che vedrete mesi e mesi prima. È un lavoro che dura interi giorni e tiene occupata tutta la comunità. Gli sforzi sono incredibili! Oltre a cucire abiti d’epoca di gran valore, radunare tutta l’attrezzatura, sistemare i luoghi eliminando o coprendo tutto ciò che è indice di modernità, ricercare oggetti antichi, gli abitanti di questo borgo devono inventarsi, scrivere e imparare a memoria delle scenette, rigorosamente in lingua dialettale e inerenti a fatti o leggende della Valle Argentina. Preparano poi il loro “set” nel miglior modo possibile. Eh sì, non lo sapete ancora, ma illustri professori di storia e intenditori di belle arti dell’Università di Genova si aggirano curiosando e valutando, per dare poi un giudizio che porta al premio finale. I giudici della giuria sono molto severi quindi, e a ragione, quindi tutto è davvero come un tempo.

L’atmosfera che si respira, credetemi, è indescrivibile. E allora eccole le loro storie: il rione Piazza Nuova con “La Profezia”, il rione Orso con “Tormenti e…supplizi!”, il rione Pozzo con “A ragia de cheli ch’i travajia” (la rabbia di quelli che lavorano), il rione Pantano con “FantasiMe?!?”, il rione Paraxio con “La buona novella”, il rione Santa Lucia con “U pan de Paulin pegàu d’oiu d’uive tagiasche” (il pane di Paolino pucciato nell’olio di olive taggiasche), il rione San Dalmazzo con “Il mistero della sorgente”, il rione Trinità con ” Vizi e stravizi”. Sono una più bella dell’altra.

Su per la scalinata di Via San Dalmazzo le comari ciapettano (sparlottano) sui vari amori di quello e quell’altro, mentre il povero Bartolo chiama invano la sorella Luisa, uccisa dai briganti e divenuta un fantasma.

In una traversa di Via Lercari, invece, si può notare come venivano trattate, un tempo, le donne che si credevano essere streghe. Venivano punite con torture innominabili, mentre tutto il popolo urlava loro contro frasi oscene. Le poverine – perché di questo si trattava – venivano giudicate di atti in realtà mai avvenuti. Certe persone recitano così bene queste scene e le loro parti da meritare davvero un premio.

In piazza della Santissima Trinità un nobile, stanco di essere considerato solo per i suoi soldi da amici e parenti, si finge morto per farsi una grassa risata, ascoltando i litigi degli eredi, compresi la moglie adultera e il fratello soprannominato Bracciocorto.

Ebbene sì, se una scenetta ti fa rabbrividire per come venivano trattate certe persone, l’altra invece ti fa spanciare dalle risate. Vi rendete conto che ci sono teatrini nei quali lavora un gruppo di trenta-quaranta persone? Capite cosa vuol dire, alla sera, finito di lavorare, riuscire a ritrovarsi tutti quanti insieme per le prove? È davvero incredibile a pensarci.

In alcune rappresentazioni, poi, compaiono addirittura  bambini o neonati, stanchi morti, ma che con l’orgoglio dipinto sul viso stanno lì a recitare vicino alla mamma o al papà. E dovreste vedere i loro vestitini che spettacolo!

Vengono coinvolti persino gli animali. L’asinello, le galline, le pecore, i gatti… Tutti partecipano ai festeggiamenti di San Benedetto!

Si possono ammirare gli antichi mestieri, come l’arrotino, il podestà, la fattucchiera, la balia. Le persone vestono questi panni trasformandosi radicalmente. Pensate che per la sedicesima volta, ossia per il sedicesimo anno consecutivo, si è svolta la cerimonia di consegna della “Sequella”.  Il termine antico “Sequella”, registrato nel 1381, indicava il giuramento di fedeltà e solidarietà da parte di ogni cittadino nei riguardi del proprio paese e del Podestà. Questo perchè i taggesi, senza alcun obbligo e senza alcuna retribuzione, hanno volontariamente preso a cuore una causa comune e portata a termine con massima dedizione. Non ci sono parole, vero? Tutte queste ambientazioni, che ogni anno cambiano insieme al copione, prendono spunto da fatti accaduti realmente, da leggende che ci accompagnano fin dalla tenera età o da fiabe e canzoni della mia Valle. È bellissimo il modo in cui riescono a coinvolgere tutti, anziani e giovani.

Le nuove generazioni si ritrovano così a dover recitare in una lingua che ormai si sta perdendo. Mi chiedo, a proposito, cosa abbiano compresp i turisti e gli stranieri di quelle stesse scenette alle quali ho assistito da spettatrice, perché il nostro dialetto, come tutti gli altri, non è di facile comprensione per chi non lo mastica ogni giorno almeno un po’.  Ridevano e applaudivano entusiasti, coinvolti dalla rappresentazione. Ma sapete cosa penso? Non ci vuole molto a capire il talento e a farsi trasportare dall’atmosfera.

Infatti, camminando tra una scena e un’altra dello spettacolo itinerante, a un certo punto si sente urlare: è la rivolta del popolo contro chi impone troppe tasse, lasciandolo morire di fame. E allora giù a tirar verdura addosso a chi comanda e… questo scoppio? Ma sì, sono gli archibugi dei rivoltosi che sparano come delle bombe e fanno tanto fumo! E quel canto che, mentre si passeggia alla ricerca di una nuova emozione, ti rapisce a prescindere da quale sia la lingua che parli. Mentre corri tra gli spettacolari vicoli del centro storico, su e giù per i carrugi zampettando su scalini di pietre e mattoni rossi, inizi a salutare. Sì, saluti cortesemente ora il buon frate, poi il povero schiavo, t’inchini davanti al nobile e scappi di fronte a una guardia, giri veloce l’angolo e davanti a te c’è un fantasma…. oh Santo cielo, ma dove sono capitata?! A Taggia, signore e signori, in un mondo magico, in un giorno in cui si è tutti amici e, se chiedi un’informazione, ti viene risposto con una riverenza. Sui volti sono dipinti sorrisi e un magnifico sole inaspettato ha reso tutto ancora più gradevole.

Certo, la giornata è stancante. Alla sera, dopo aver trascorso tutto il giorno a trottare, non si sentono più le gambe, ma ti senti diverso, pieno di gioia. In questo giorno, topini, ho fatto quasi 400 foto. Scattavo a tutto andare, volevo immortalare ogni momento, ogni costume. Sono stata ore ad aspettare su un muretto il momento della premiazione per catturare in uno scatto i vincitori, ma non vi svelerò ancora chi si è aggiudicato la coppa più grande. Sarà una sorpresa per la prossima volta, quando vi parlerò del famoso corteo storico e ve ne mostrerò le immagini.

E allora adesso andiamo in piazza Cavour ad attendere l’arrivo dei protagonisti di questa giornata e, nell’attesa,  sgranocchiamo un canestrello o un biscotto al finocchio, due tipici prodotti di questo paese, uno più buono dell’altro.

Allora, che ne dite? Vi è piaciuta questa avventura in maschera? Verrete a vederla dal vivo il prossimo anno? Io ve lo consiglio vivamente. L’unico avviso che vi do è quello di giungere al mattino presto, o non troverete parcheggio. È incredibile il numero delle auto che arriva qui in questo giorno.

Potrete anche approfittarne per acquistare artigianato locale. Nella via principale del paese, mentre alcuni inscenano momenti di vita quotidiana di un tempo, altri mettono sul banco del loro mercatino fantasticherie da comprare. C’è chi vende oggetti suonando la fisarmonica o chi cucina davanti ai passanti piatti prelibati, chi si è inventato qualcosa di stravagante e chi urla per farti vedere uno scudo medievale “che non troverai in nessun’altra parte del mondo!”. A passeggiare tra i banchi, ecco i cavalieri su splendidi cavalli bardati, e poi ancora i falconieri che lasciano liberi per la città i loro obbedienti rapaci. Quasi commuovono, pendono dalle labbra del loro amico umano. Questi ultimi personaggi che vi ho descritto non recitano una parte: vivono proprio così, ma in questo giorno possono sfoggiare le loro passioni davanti a un intero popolo.

E voi, cosa vorreste essere quel giorno? Un conte? Una damigella? Un vescovo? Una serva? Una guardia? Scegliete pure… Quel giorno è il vostro giorno. E per un intero anno non si ripeterà.

Non vedo l’ora che sia l’anno prossimo e mi vien da ridere, se penso che tutto è appena finito eppure non passerà molto prima che i taggesi si rimetteranno all’opera per affrontare nuovamente la manifestazione del 2013. Chissà cosa inventeranno per la diciasettesima edizione!

Ci tocca aspettare e, nel mentre, vi farò continuare a sognare con un altro post sul magnifico corteo che si è tenuto subito dopo. Continuate a seguirmi, quindi, anzi, continuate a seguire questo caloroso impegno del paese di Taggia.

Alla prossima!

 

M.

Scioglilingua dialettale

Per questo scioglilingua dialettale devo anticiparvi, e ammettere, che riuscire a capire cosa o chi sia il protagonista di questa specie di filastrocca è stato davvero arduo.

In conclusione, mi è parso di capire si tratti di un uccello. Un uccello che, se esiste anche dalle vostre parti, lo noterete giocare con una pietra facendola rotolare. Ah! E’ anche ghiotto di fichi! Proprio come me. Queste le ultime novità dagli anziani della mia vallata:

Sciù u campanin de San Muissiu, ghe tre prè de papa figu. Nun sun mae stae papapichestrae. U vegnià u papapichestraù cu e papapichestreà.

Ehm… ok, provo a tradurla:

Sul campanile di San Maurizio ci sono tre pietre di “papa figu” (il famoso uccello del quale non conosco minimamente il nome scientifico ma “figu” mi sembra essere la pianta del Fico). Non sono mai state “usate” da questo volatile. Verrà un altro “papa figu”, un  altro uccello che le “userà”.

Vi prego, se qualche ligure delle mie parti, decide di commentare, si metta una mano sulla coscienza che sono una fragile e tenera topina, grazie. Anzi, se fosse così buono da darmi una mano…

Vostra Pigmy.

M.

Altri proverbi

Ed eccoci per la sezione “Caro Squit” ad un altro elenco di proverbi tipici, delle mie parti:

– Pu Pantan i vende u pan, sensa soudi i nu ne dan.

– Chi nu da a mentu a pà e mae in erba, zu pe i garetti u ghe caa a merda.

– Chi fa arte e u nu cunusce, i soei denai diventan musche.

– Paie e maie pietusi i fan i fioi rascassusi.

– Busa de beu, busa de vacca tutu u ma u va in ta stacca.

Traduzione:

– Su per il Pantano (una via del paese di Taggia) vendono il pane, ma senza soldi non ne danno.

– Chi non da ascolto da giovane al padre e alla madre, da grande se la farà nei pantaloni.

– Chi fa solo arte senza cultura, i suoi soldi si trasformeranno in mosche.

-Padre e madre pietosi, fanno figli mostriciattoli, inetti, tonti.

– Cacca di bue cacca di vacca, tutto il male va nella tasca. (si usa con i bimbi quando si fanno male).

Eccoli, direttamente dalla gente di qua. Da un’anziana di Taggia, una persona a me molto cara. Una persona che quando ride, ride anche con gli occhi. Alla prossima!

M.

Strane parole

Ma lo sapete che i dialetti sono davvero strani? Questi intimi linguaggi, che racchiudono più in complicità popoli e comunità, spesso sono davvero intraducibili.

Mi chiedo, alcune parole, da cosa possono essere state tirate fuori.

Voglio dire, prendiamo il mio ad esempio, quello ligure.

Attenzione, innanzi tutto bisogna precisare che non è uguale in tutta la Liguria.

Da Ponente a Levante è simile, ma spesso le a diventano e, le je spariscono, le i si aggiungono e, qualche termine in uso, cambia di parecchio. Indipendentemente da questo, ripeto, torno a chiedermi, chi ha inventato certi termini, che fantasia poteva avere.

Vedete, finchè scrivo una frase tipo: – E’ pronta la cena – tutto è abbastanza semplice. In dialetto diventa – A l’è prunta a senna -. Beh, dai, più o meno si capisce. Se scrivo parole tipo: Telefunu, Scoera (oe si legge come la o chiusa, francese), Signù, Libru, Leitu, Balun, si possono capire sufficientemente, soprattutto ascoltandole; esse si traducono facilmente in: Telefono, Scuola, Signore, Libro, Letto, Pallone…. ma si! Sono facili! E fin qui, quindi, tutto bene.

Ma cosa mi dite se invece vi scrivo termini come: Ghirindun, Miscimì, Merelu, Giaja o Sciumaja, Creuza, Pauta o Pressa, Mascagna? E ovviamente potrei continuare all’infinito.

Ogni dialetto ha queste parole strane e, da dove le hanno tirate fuori, lo sanno solo loro: gli antichi.

Mi pongo questa domanda perchè ora ve le tradurrò e noterete come non c’entrano assolutamente nulla le parole italiane con quelle appena citate in ligure.

Eccovele qui: Ghirindun è il Comodino! Tanti dicono “cumudin” ma è sbagliato, il vero dialetto vuole Ghirindun. Miscimì è l’Albicocca. Merelu la Fragola. Giaja o Sciumaja è il Fiume! Creuza la Mulattiera che scende al mare. Pauta o Pressa è la Fretta che uno ha. Mascagna, l’onda dei capelli, l’Unda, come tanti dicono, è solo quella del mare! Ora cos’ha che fare Mascagna con Onda o Pettinatura? Bah! Vai a saperlo!

E voi, nei vostri dialetti, avete parole incomprensibili? Credo proprio di si. E trovate analogie con la lingua madre? Io penso proprio di no, per alcune, vero?

Bene, dopo avervi dato questa lezione di ligure e resovi quasi poliglotti, vi saluto calorosamente!

A se sentimu preistu! La vostra Pigmy! Squit! (Squit, è invariabile e universale, non preoccupatevi!). Ciao topini.

M.

A ognuno i suoi

Ed ecco cari topi, soprattutto per gli appassionati, quest’oggi, una sfilza di proverbi, scioglilingua e modi di dire della mia terra. In realtà ce ne sono tantissimi, ma ho scelto i più simpatici, quelli che riescono sempre a rubare un sorriso, soprattutto se detti nel giusto momento e nella giusta occasione. Tradotti in italiano non saranno più in rima ma, per farvi capire il senso, sono obbligata. Ogni regione d’Italia e ogni zona del mondo ha i suoi, questi sono i miei.

Buona lettura.

1- Sa so a nu sa, sa a senna a sa de sa.

1- Sua sorella non sa, se la cena sa di sale.

2- Finchè e prie i l’anderan au fundu, de abelinai ghe ne saià cin u mundu.

2- Finchè le pietre andranno a fondo, di stupidi ce ne sarà pieno il mondo.

3-I paenti i sun cumme e scarpe, ciu i sun streiti e ciu i fan ma.

3- I parenti sono come le scarpe, più sono stretti e più fanno male.

4- Quande i cavei i se fan gianchin, molla e donne e atachite au vin.

4- Quando i capelli si fanno bianchi, molla le donne e attaccati al vino.

5- Pin fa pin e gianda a fa gianda.

5- Il pino fa pini e la ghianda fa ghianda.

6- L’uselu in ti na gaggia su nu canta d’amù u canta da a raggia.

6- L’uccello nella gabbia se non canta per amore, canta dalla rabbia.

7- Spia, spion, porta u lampion, porta a bandea,…set’anni de galea.

7- Spia, spione, porta il lampione, porta la bandiera,…sette anni di galera.

8- Chi poe u poe, chi u nu poe u va a pè.

8- Chi può, può, chi non può, va a piedi.

9- Nu gh’è sabbu sensa sù, nu gh’è zuena sensa amù, nu gh’è coe sensa duù.

9- Non c’è sabato senza sole, non c’è ragazza senza amore, non c’è cuore senza dolore.

10- -Ti che ti tacchi i tac, tac i tac a mi?-, -Mi ca tache i tachi a ti? Tachite ti i toe tac, ti che tacchi i tac!-.

10- (sono due calzolai che parlano) – Te che attacchi i tacchi, mi attacchi i tacchi a me?-, -Io che attacco i tacchi a te? Attaccati te i tuoi tacchi, te che attacchi i tacchi!-.

Vi sono piaciuti? Spero di si. Un abbraccio Pigmy.

M.