Una gita a Moneghetti

Quando vi parlai del paese di Perallo in questo post “Perallo, il borgo che ama raccontare” vi dissi che costituiva centro abitato insieme ad altre minuscole frazioni nei suoi dintorni. Una di queste si chiama Moneghetti e oggi vi ci porto, perché merita anch’essa d’essere visitata.

Questo piccolo gioiellino della mia Valle, meno conosciuto, si trova vicino a Molini di Triora. Giunti al campo sportivo di Molini, anziché entrare nel paese, si continua verso sinistra per la strada che porta a San Giovanni dei Prati e a Colle Melosa. Dopo aver percorso qualche metro, circondati dal verde più verde che c’è, per una strada asfaltata e ombrosa che propone anche un incontro con qualche asino, ecco sulla sinistra la deviazione, ben indicata, che porta a Moneghetti.

Si tratta di una strada breve, bella da percorrere a piedi, anche se in leggera salita, godendo del fresco che offre e ascoltando i rumori del torrente sotto strada e della vispa natura.

Le case che compongono questo posto si possono contare sulle dita di una mano e la pace è totale e indiscussa. Alcune dimore sono ruderi in pietra che riportano indietro nel tempo, altre, ristrutturate e più abitabili.

Appena giunta in questa località, mi hanno colpito le cataste di legna e quelle dei grandi tronchi pronti per essere tagliati.

Siamo solo a mezzora dal mare, ma qui fa più freddo che sulla costa e la stufa si accende sempre volentieri… anche per cucinare.

Sì, perché qui si vive ancora come una volta e nell’aria si respirano sovente profumi di corteccia o di pane che escono dai comignoli.

A confidarlo sono le case stesse, dall’impronta assai graziosa, fiabesca e antica. Balconi, fiori, panni stesi, colori, pietra, legno… tutto ci regala un’atmosfera senz’altro particolare.

Moneghetti è un’apertura nel bosco dove acacie, castagni e noccioli fanno festa tutto intorno.

La fitta vegetazione permette agli animali che popolano la macchia di sentirsi protetti e al sicuro pertanto non sarà difficile vederli o sentirne i versi e i fruscii.

I monti che ci circondano aprono il cuore con la loro verde bellezza che si staglia contro il cielo azzurro e su alcuni si possono riconoscere paesi più conosciuti e grandi come Triora.

Lo stupore si accende ulteriormente quando sopra una porta, una vecchia insegna  indica che qui c’era addirittura un’osteria. “Osteria Faraldi”. È proprio vero. Osteria, Tabaccaio, Albergo, Scuola… un tempo in queste frazioni non mancava nulla. Sfido io! Erano ben 600 gli abitanti che le vivevano! Oggi non è più così ed è bellissimo arrivare qui e percepire la vita. Come un ritorno.

Gli occhi che incontri ti scrutano. Risulti uno straniero. Non posso fotografare molto le loro abitazioni. Sono restii. Tra di essi sono come un’unica famiglia, un meraviglioso concetto da difendere, ma basterà far capire loro che si è alla buona e si ammira quel luogo con sguardi interessati per essere accolti e apprezzati con gioia e interesse.

Senza approfittare mai della loro ospitalità.

Moneghetti appartiene al Comune di Molini di Triora e, come lui, si trova a circa 460 mt s.l.m. Un tempo qui si coltivava e la merce si portava a vendere fin giù a Taggia. Oggi è un piccolo paradiso per chi cerca relax e natura.

Mi auguro vi sia piaciuto topini. Squit!

L’ombrosa frazione di Isola lunga

Ombrosa sì, su Isola lunga, il sole resta poco. Peccato, è così bella! Isola lunga, appena dopo Badalucco, SONY DSCè un insieme di case sparse qua e là, a far da scarpette ai piedi di Montalto. Fa proprio parte del Comune di Montalto. Che nome buffo porta! Sembra il nome di un paese fiabesco. Isola lunga in mezzo alla natura. Isola lunga che accompagna l’Argentina dalle acque più limpide che si possa immaginare. Ci si rispecchia dentro.

Dal vecchio ponte in pietra, di epoca romana, non si può giungereSONY DSC in macchina e allora, occorre passare solo dalla strada nuova. Ma a piedi, o in bicicletta, si può scavalcare il mio, (come sempre bellissimo) torrente, e si giunge in Località Panarda.

Qui, un monumento circondato da gradini di pietra ci accoglie rimanendo esattamente di fronte alla Chiesa dalla porta in ardesia. Un quadretto, dai colori sgargianti, rappresenta la Madonna col Bambino e in cima, una grossa palla di cemento perfettamente tonda. Al suo fianco, la stradina che costeggia il fiume, si restringe SONY DSCsempre più. Una staccionata protegge il nostro cammino.

Le alte rocce sono aspre e sovrastanti, friabili, troppo; una rete trattiene i frammenti di roccia che si staccano e che potrebbero essere pericolosi per chi decide di fare una passeggiata. Una delle più belle passeggiate della mia valle. Nella tranquillità più assoluta. Peccato, come dicevo a inizio post, la mancanza del sole. Già dal primo pomeriggio ce n’è pochissimo soprattuttoSONY DSC in inverno.

E sì, Isola lunga rimane proprio sotto il monte dominato dall’alto dalla Madonna delle Nevi, uno dei santuari più belli che abbiamo e che un giorno vi farò conoscere. Ah! Lui si che è baciato dal sole fino a sera! Verso fine articolo posterò una bella immagine dai colori dorati che accarezzano il monte.

Dai comignoli, l’odore dei Castagni e degli Ulivi che ardono nelle stufe impregnano l’aria. Profumano la zona e formano una nebbiolina azzurrognola sulle casette sparse qua SONY DSCe là.

Par di essere in un presepe e ogni dimora ha il suo orticello e il suo giardinetto davanti.

Isola lunga, costruita intorno a un bosco che, in alcuni punti, ostenta la sua presenza; ma com’è piacevole la sua ombra in piena estate! E che comodo, per gli abitanti di Isola lunga, allungarsi un attimo e poter raccogliere Nocciole e Castagne.

Un’unicaSONY DSC stradina attraversa questa frazione, in alcuni tratti, quasi buia. Chi ci vive è attento e guardingo, se arrivi a Isola lunga senza avvisare, ti guardano un pò tutti con sospetto ma è normale, la via è talmente stretta che se vuoi far manovra devi entrare nella proprietà altrui! Sfido io!

Isola lunga è un posticino ricco di angolini caratteristici e fantastici. Cascatelle, muretti in pietra, panchine e siepi la fan da padrona in quella che sembra quasi una Comunità.

Un paesino a sé, al di là del fiume, lontano da tutto, ma comodo ai servizi grazie ai ben equipaggiati Badalucco e Montalto.

Oh, e che belli gli uccellini che beccano in quei campi. Considerando il freddo che c’è, fanno molta tenerezza ma loro saltellano arzilli e felici mentre laSONY DSC fresca arietta gli spettina le piume. E qui il freddo, si sente un pò di più. Tanti i cellophane a proteggere rare piante o palme particolari che, in questa stagione, soffrono. Tanti i teli che ricoprono intere piantSONY DSCagioni. E di mimosa, ancora, nemmeno l’ombra. In certi punti della mia Valle invece, si iniziano a vedere dei microscopici boccioli. Meraviglia, la primavera è alle porte!

Mi piace guardare, qui a Isola lunga, i colori delle case. La mia Liguria è particolare in questo. Le tinte del rosa, dell’azzurro e del giallino, sono sempre presenti nei paesi sulla costa ma qui, non siamo vicino al mare. Esso non è distantissimo dalle spiagge ma di strada ce n’è! Eppure, anche qui, regnano vari colori. Non c’è monotonia e questo fa si che il luogo risulti più allegro e più appagante per l’occhio. Persino la Chiesa, laggiù in fondo, dall’altra parte della strada, è colorata da un bel ocra chiaro. E il verde; quanto verde c’è! Il terreno che da dietro circonda questo posto è prevalentemente roccioso. Pensate, dove qui potete tranquillamente seminare, due metri più in là, non è più possibile.

Peccato, il piccolo rio, sotto il bosco, sarebbe stato molto utile per l’irrigazione.

E a Isola lunga la vita scorre tranquilla. Non c’è frenesia, non c’è traffico, non c’è rumore. A sentirsi solo il fiume. Il fiume e il vento. Uh, qui il vento corre veloce! Discende come un bob in pista seguendo SONY DSCla conca della Valle e nessuno riesce a fermarlo. Freddo, violento ma lui, presumo, crede d’esser assai simpatico. E questa è Isola lunga topini. Nel nostro dialetto, Isola longa.

Isola felice. Sono contentSONY DSCa d’avervela fatta conoscere. Un altro cunicolo della mia grande tana. Un altro luogo dove aleggia la tranquillità delle stagioni che passano senza affanno ma rincorrendosi.

State pure voi, quanto volete, lasciatevi cullare da questo ambiente e questa atmosfera. Ascoltatene i rumori e inalatene i profumi.

Qui inoltre, il torrente, forma una delle anse più belle di tutta la zona di Badalucco. Una perfetta curva di acqua che è come uno specchio.

Io vi saluto, e vi aspetto SONY DSCdomani per condividere con voi altre sensazioni ed emozioni. Tenetevi pronti!

Un bacione topi. La vostra Pigmy.

M.

C’è ancora qualche tocco di stile Liberty in Valle Argentina

Sicuramente conoscete tutti questo tipo di pavimenti. I vostri nonni, o voi stessi, potreste averli in casa. 

Nella mia Valle, ancora molte abitazioni ce l’hanno. Sono un pezzo di storia. Uno specchio del passato, della vita che è stata e di quella che è.

Quante persone hanno camminato su queste piastrelle. Quanti tacchi ci hanno picchiettato sopra. Quanti uomini hanno lavorato per la realizzazione di questo pavimento. Quanti anni hanno visto passare su di loro.

Questo stile si chiama Liberty, la “nuova” Art Nouveau, ed è una tipologia di pavimentazione usata già nell’800.

Semplice, adatta a qualsiasi tasca fin da subito ebbe però il suo grande boom nei primissimi anni del’900.

Le mattonelle esagonali o pentagonali lo compongono i pavimenti delle immagini sono in realtà scarti di altre mattonelle e, dopo averle lavorate, si potevano ottenere, per quei tempi, disegni meravigliosi.

Questi che vi pubblico sono i pavimenti e gli scalini di topozia, che è vecchia quanto il suo pavimento, e sono, per così dire “a fiore”, ma ne esistono di varie fantasie.

Anche il colore può cambiare ma i più usati erano proprio questi: il vermiglio color del cotto, il nero color dell’ardesia, il grigio color del ferro e il crema dell’avorio.

Alcune piastrelle si possono trovare infatti in Lavagna ma, la maggior parte delle volte, si tratta di una lavorazione di polveri, cementine e graniglie. Un misto che permetteva la realizzazione di un materiale solido e grezzo adatto a tutte le situazioni, per le case più nobili e quelle meno pretenziose.

E’ proprio per l’Ardesia che posto questo articolo, grande risorsa della mia Valle.

Questo particolare pavimento ha la capacità di durare nel tempo e lo ha ampiamente dimostrato devo dire. Inoltre è molto veloce da posare. A quei tempi, si viveva il periodo in cui si costruivano case su case; c’era l’immigrazione, i figli si sposavano ed erano sempre numerosi e bisognava essere veloci a realizzare nuove dimore. Questa pavimentazione rispondeva perfettamente alle necessità.

Quello che ha di positivo, tra l’altro, è che la sua manutenzione non è difficilissima. Ci vuole solo un po’ di accortezza perchè non resiste a tutti i detersivi, soprattutto se acidi, e col tempo, rischia di rovinarsi. L’ideale sarebbe di tenerlo pulito con degli oli appositi. C’è anche chi ci fa solidificare sopra una particolare cera e lo rende lucido ma, originale e più ruvido come questo, è più autentico a parer mio. Ora, tra l’altro, è tornato di moda e chi si ritrova un pavimento così in casa fa di tutto per riuscire a salvarlo durante i restauri. Persino architetti e geometri lo consigliano ritenendolo di gran pregio. Danno un tocco di fascino in più all’intera abitazione.

E non esistono solo in Italia e no, non solo nella Valle Argentina. Questo stile è stato famoso in tanti paesi d’Europa e, in ognuno di questi, si chiamava in modo diverso.

Un’arte all’avanguardia capace di accontentare ogni tipo di ceto sociale e di gusto. Qui da noi era davvero l’ideale considerando un’architettura abbastanza lenta e pare anche che i primi, in Italia, a inventare questo tipo di pavimento, furono i Siciliani.

Dalle immagini potete vedere come questo pavimento sia “nudo”. Semplice. Originale. Ma più si andò avanti con gli anni e più iniziarono a nascere bordure e cornici intorno a queste mattonelle. Vennero infine realizzati disegni interi. Delle opere d’arte simili ad un vero mosaico e che spesso rivestivano tutti i piani dei palazzi. Cavalieri a cavallo, o semplici virgole. Dragoni con le fauci aperte, o fiori stilizzati. E, con l’alternanza dei colori, queste immagini risaltavano ancora di più.

Non avevano lo zoccolino piastrellato come abbiamo oggi. Esso era sempre direttamente dipinto sul muro e, solitamente, nero e molto alto per incorniciare al meglio il capolavoro appoggiato per terra. Pavimenti associati a scale di ardesia; scalini massicci, alti, anch’essi pronti a perdurare nel tempo e che donano alla casa sempre un aspetto austero, a volte un po’ ombroso ma importante. Con ringhiere lavorate o semplici scorrimani in legno apparivano ancora più eleganti.

Storia nelle case, vita di un tempo. Un altro pezzo di arte nella mia Valle. Un altro pezzo di tempo che considero storico.

A presto!

M.

Il fascino di Triora: il Paese delle Streghe

Ed eccomi alla descrizione della chicca della mia Valle.
Chi conosce la Valle Argentina, ed anche il mio blog, sicuramente si è già chiesto come mai non ho ancora parlato di questo paese. Ma… vedete, di Triora, ne parlano tutti. E’ famosissima. A me piace farvi scoprire i posti invece meno, come si dice, “gettonati”, ma molto importanti.
Però… topi cari, Triora è considerato uno dei borghi più belli d’Italia e i motivi sono tanti.
Triora ha una storia ricca e affascinante di fatti realmente accaduti e di leggende che l’hanno resa famosa ovunque. Ebbene no, ho deciso, non si può non parlare di Triora.
Triora è un paese a 780 metri sul livello del mare. Domina gran parte della vallata. Verso Sud si può ammirare dall’alto Molini, mentre a Nord, si vedono i paesi di Andagna e di Corte. Sembrano piccolissimi da qui.
E’ un borgo circondato da meravigliosi monti, alti e austeri, e orti ordinati che formano verdi puzzle, nel quale vivono circa 400 persone (molte meno rispetto agli ultimi anni dell’800 in cui i residenti erano più di 3.000) e offre alberghi, B&B, e negozi che sono caratteristici e molto originali.
Come si arriva in Triora si respira un’atmosfera particolare.
L’insegna di marmo che ci accoglie, alla fermata dell’autobus, recita “Chi qui soggiorna, acquista quel che perde”.
Famosa per le storie di stregoneria, permette di vivere come dentro ad una fiaba.
Nel centro storico non si può passare in auto, la macchina bisogna parcheggiarla fuori paese e proseguire a piedi per i viottoli e i carrugi dove le case sono state costruite direttamente sulla roccia.
Alcuni di questi passaggi sembrano vere e proprie caverne e, spesso, sboccano in corti ordinate e pulite che le padrone di casa mantengono vivaci con Ortensie, Orchidee e Geranei, ben accuditi.
Trieua, così si chiama in dialetto, è il Comune più esteso della provincia d’Imperia. Fan parte del suo territorio infatti anche i paesi di: Verdeggia, Bregalla, Cetta, Creppo, Realdo, Monesi e altri dei quali non vi ho ancora parlato.
Divenuta appunto famosa per le vicende riguardanti le Streghe, Triora ha saputo mantenere questa tradizione che è cresciuta sempre di più. Ogni giorno infatti, si può passeggiare per il sentiero dove un tempo vivevano le bazue (streghe) e arrivare fino al luogo di Cabotina, la casa principale delle megere.
Si può visitare il Museo Etnografico sulla stregoneria, che si trova all’inizio del paese, si possono acquistare streghette e gatti neri di ogni tipo e, in estate, quest’anno precisamente il 22 agosto, si può partecipare a Strigora, una festa di spettacoli e mercatini tutti dedicati a queste donne un tempo ritenute amiche del diavolo.
Ma le manifestazioni che si svolgono a Triora sono molte altre come “Triora West”, il prossimo week-end, nella quale ci si veste come veri cow-boys e si passeggia a cavallo e la “Sagra del Fungo” a settembre.
Tutto ciò fa si che, il paesaggio di Triora, sia diverso dagli altri a cominciare dai ruderi davvero affascinanti. Esistono ancora i torrioni di vedetta, tra i più importanti, quello di San Dalmazzo, che offre un panorama spettacolare; nome anche dell’adiacente Chiesa, rimasto ancora quasi del tutto integro e rivestito oggi da una rigogliosa Edera.
Ma erano ben cinque le fortezze che difendevano questo paese, rendendolo un nucleo fortificato e inespugnabile. I trioresi erano comunque un osso duro a prescindere dalle cinta protettrici, nemmeno l’Esercito Piemontese dei Savoia riuscì a conquistare il borgo e, devoti a Genova, che li teneva sotto la sua ala, battagliavano a suo favore contro chiunque, senza paura.
La più grande dimostrazione di ciò, la diedero contro Pisa, nella battaglia della Meloria nel 1287.  Tennero sempre duro; solo i nazisti della Seconda Guerra Mondiale riuscirono a raderla quasi del tutto al suolo, bruciando interi quartieri tra il 2 e il 3 luglio del 1944. Nonostante tutto, i trioresi, si ripresero e ricostruirono parte del loro paese ridisegnando anche un nuovo territorio anche se meno vasto di quel che era un tempo. Nel bene e nel male Triora era situata in un punto strategico che faceva gola a molti e la Repubblica Genovese non voleva rinunciare alla sua perla.
E oggi Triora ci appare così. Misteriosa, antica e ogni suo angolo può raccontarci una storia.
Il Castello, ad esempio. I suoi ruderi testimoniano appunto la tenacia di questi abitanti. Il Fortino divenuto oggi il Camposanto e conserva parte delle mura di cinta. L’Oratorio di San Giovanni Battista, vera e propria pinacoteca che, custodisce, fra altre opere, quadri del Cambiaso e dei Gastaldi ed una statua maraglianesca. E poi ancora la splendida Chiesa collegiata di Nostra Signora Assunta, antichissima, ricca di opere d’arte trecentesche di gran valore e altre Chiese, tante, ognuna caratteristica. Case natie di personaggi divenuti noti e legati a questo paese come: Francesco Moraldo, maggiordomo dell’Avvocato Donati che salvò, durante la guerra, la vita a due bambini ebrei, Monsignor Tommaso Reggio, Arcivescovo di Genova, proprietario della stessa casa che appartenne agli annalisti della Repubblica di Genova, Sebastiano Torre fondatore di un noto istituto educativo di Lione e più si ci inoltra tra queste viuzze più si fanno nuove scoperte tutte dettagliate da lastre bianche di marmo.
Case nobili, che riportano indietro nel tempo. Per scoprire queste dimore, si deve passare sotto questa porta denominata “Portico del Masaghìn” così detto dal locale del vicino Comune precipitato nel 1887 dove erano conservati i viveri e il sale del paese. Questo portico, che da accesso alla piazza principale, fu aperto nel 1893. Ma sono tanti i portali. E’ un pò come se Triora fosse cresciuta poco per volta. Si “apriva una porta” e si andava avanti.
Oggi sono proprio questi luoghi ad essere la maggior risorsa di Triora. Non si pratica più il commercio di un tempo, se non quello dell’ardesia, la pastorizia e l’agricoltura. Esso vive grazie al turismo, un turismo che arriva in massa e che nemmeno loro, i trioresi, si aspettavano così numeroso.
Ad essere famoso è addirittura il suo pane, conosciuto proprio con il nome di Pane di Triora. Un particolare pane dalla forma rotonda che mantiene, a differenza di altri, la sua bontà per parecchi giorni e, a comprarlo, arrivano da tutta la vallata. Un pane cotto al forno.
A Triora c’è ancora il Forno Comunale situato appunto in Vico del Forno e conosciuto come “Granaio della Repubblica”. Esso rappresenta una delle attività principali del posto.
Il simbolo di questo paese è il Cerbero, il Cerbero dalle tre teste, dalle tre bocche, che ha dato anche il nome al paese derivante da “tria ora”, ma perchè sia stato scelto lui come emblema non si sa. Forse i tre torrenti che confluiscono in quello principale? Cioè l’Argentina? O per il ramificarsi dei carrugi, le strette e contorte vie che, seppur danneggiate gravemente dagli ultimi avvenimenti bellici, meritano una visita in quanto, spesso, sono formati dalla pietra nera di questo territorio.
Triora è realmente un paese tutto da scoprire e non vi basterà starci solo una giornata anche se può sembrare di sì.
Il vero incanto è da cercare nei suoi meandri, tra le sue strade, sotto a quei tetti e ci vuole tempo. Tempo e passione e… perchè no… anche un pò di coraggio. Eh si, perchè presto, vi porterò nella casa delle streghe! Ma non preoccupatevi, vi divertirete e conoscerete ancora più profondamente questo bellissimo e suggestivo borgo tra i monti.
Tremate, tremate, le streghe son tornate!
M.