Particolari emozioni tra i ruderi di Drondo Inferiore

Che meraviglia! Che meraviglia! Oggi Topi vi porto in un luogo che considero fantastico!

Molte volte vi chiedo di seguirmi in zone della Valle che raccontano di una vita passata che non esiste più. Spesso si tratta di avvenimenti militari, leggende legate alla stregoneria, il significativo operato di personaggi religiosi ma, oggi, tutto questo non c’entra.

Non c’entra perché questa volta andiamo a vivere “semplicemente” quella che era la vita in Valle Argentina fino agli anni del dopoguerra. Una vita fatta di contadini, terrazzamenti, la quotidianità di un tempo, il sole, le case di pietra…

E che sensazioni indescrivibili ci aspettano!

Credetemi… non posso non immaginare una donna, con la sua pitocca scura e u fudà (il grembiule) infornare del buon pane nel forno comune, non posso non immaginare un uomo uscire al mattino per dirigersi nei suoi campi; piedi che affondano in questo tappeto di foglie secche e ricciolute, sacchi di patate riposti nelle caselle, grida di richiamo da una fascia all’altra che echeggiano per tutto il fondovalle.

E’ impossibile non fantasticar su tutto questo e sapete perché? Perché andiamo a Drondo Inferiore cari amici! E questo significa fare un salto in un passato che poche volte si mostra così evidente.

Drondo Inferiore, oggi completamente disabitato e riconoscibile solo grazie ai ruderi rimanenti, è una piccola frazione di Creppo che sorge nei pressi delle pendici del Monte Gerbonte.

Siamo in Alta Valle Argentina e il termine – Inferiore – ci fa capire che sicuramente c’è anche una parte più sopra chiamata – Superiore – e infatti è proprio così. Di quest’ultima zona resta però davvero pochissimo, per questo vi porto prima qui, in zona Sottana. L’altro Drondo ve lo farò conoscere un’altra volta.

Per arrivare in questo nucleo fantasma serve prendere il sentiero che scende dalla strada principale subito dopo Creppo oppure, proprio da Creppo, prendere la mulattiera che và verso il torrente e si congiunge poi con questa stradina in mezzo al bosco nella quale camminiamo oggi.

Si tratta di un bosco meraviglioso. Faggi, Noccioli e Abeti mi circondano ma sono, senza ombra di dubbio, i maestosi Castagni secolari ad attirare maggiormente la mia attenzione. Non bastano cinque uomini per abbracciarli sapete?

Sì, alcuni sono davvero enormi e rinfrescati da Muschio e Felci.

Altri invece sono molto vecchi, secchi e sono stati attaccati da funghi e parassiti. Sulla loro corteccia generosa zampettano insetti di ogni tipo e parecchi uccelli e roditori hanno costruito la loro tana.

E’ un bosco magico. La Primavera esulta attraverso Violette, Anemoni e Primule e il sentiero è pulito e pianeggiante. Adatto a chiunque.

Tutti quegli alberi sembrano schiere di soldatini messi in fila e, grazie a diverse indicazioni, capisco che da qui posso dirigermi in diversi luoghi.

Potrei andare sulla vetta del Gerbonte o a Borniga, potrei tornare verso Creppo e ammirare il suo ponte antico oppure, come ho detto, proseguire per Drondo attraversando il Rio Infernetto che mi accompagna strada facendo.

Il suono delle sue acque che scorrono sembra a volte silenziato dal canto degli uccelli vivaci che vivono in questa fitta macchia e non stanno zitti un secondo!

Santa Topa, non riesco neanche a scrivere con il baccano che fanno… Vabbè, tanto lo sanno che li adoro e se ne approfittano…

Picchi, Cince, Ghiandaie e Fringuelli se la cantano allegri che è un piacere ma, più avanti, risalendo verso i confini a Nord della Valle, lasceranno il posto a Gheppi, Poiane, Falchi e persino ai Bianconi nella giusta stagione.

Anche Drondo ha un suo ponte e devo attraversarlo per arrivare alle case ma, qui, una sosta è d’obbligo.

L’acqua che scorre sotto di lui è quieta e passa tra grandi massi brillando sotto il sole.

E’ un ponte in pietra così come le fasce che posso iniziare a intravedere.

L’edicola di una Madonnina avvisa che si sta giungendo a un centro abitato dove, un tempo, poteva ricevere preghiere da chi, ogni dì, le passava davanti.

Anche in muretti che racchiudono queste coltivazioni sono in pietra e, immediatamente, mi faccio domande sulla fatica che è stata consumata per poter avere da mangiare.

Passo sopra a quell’arco sospeso nel vuoto. Ora il sentiero si modifica leggermente.

Dei grossi gradini di pietre e radici mi conducono un po’ più su e la vista di alcuni vecchi ripari mi fa procedere con sempre più entusiasmo. Ci sono quasi.

Attorno a me il verde nuovo gareggia con il marrone dell’autunno scorso che l’inverno non è riuscito a spegnere.

Salgo ancora una rampa, sorpasso qualche tronco sceso che forma portali e…. eccomi!

Le prime case di Drondo si mostrano davanti a me sul ciglio di un corridoio calpestato chissà quante volte, in passato, da chi qui viveva.

Alcune porte sono aperte e io sono elettrizzata.

Ci sono delle inferriate alle finestre, alle poche rimaste, e molti oggetti dentro e fuori queste costruzioni.

Pare che qui la gente abbia vissuto fino alla Seconda Guerra Mondiale ma la presenza di pali della luce e cassette delle lettere indicano anni decisamente più recenti.

Anche la fantasia dei rivestimenti sembra la classica degli anni ’70.

<< E’ permesso?! >> domando a quello che sembra essere il nulla ad un primo sguardo. Non posso entrare perché quelle dimore sono parecchio distrutte e malconce ma posso affacciarmi ai loro usci e non vorrei dar fastidio a Pipistrelli o Merli che si sono appropriati di queste costruzioni.

Letti in legno, a una piazza e mezza come si usava una volta… damigiane, piastrelle, scarpe, armadietti dei medicinali… c’è di tutto e c’è anche tanta tanta natura che adesso ha preso il sopravvento.

L’edera si aggrappa a quei muri con tenacia mostrando tinte vivide e venuzze quasi fosforescenti.

Ma da chi sono state toccate quelle pietre prima del suo nascere? Da un anziano che si appoggiava per riposare prima di riprendere il suo cammino? Da un bimbo che giocava a nascondino con i suoi compagni? Da una signora che ci sbatteva contro la sua ramazza per pulirla?

Grandi alberi sono nati all’interno di questi bareghi (ruderi) e hanno distrutto intere pareti.

I Rovi si sono presi la briga di riattivare il DNA di quel terreno indebolendo così le strutture dell’uomo e la maggior parte dei tetti sono crollati mostrando grosse travi di legno che sembrano in bilico.

Mi faccio largo in mezzo a quella vegetazione e salgo scalini tra le case.

Dove una volta c’erano finestre ora ci sono semplici aperture dalle quali i raggi del sole non faticano ad entrare.

Avrete notato che vi ho nominato il sole già diverse volte e adesso vi spiego il perchè.

Una delle cose che più mi ha rapita, pur conoscendo bene l’intelligenza dei miei predecessori, è proprio osservare come i borghi venivano costruiti in base alla presenza della Grande Stella.

Prima e dopo l’abitato di Drondo il bosco è fitto e la strada curva verso fondovalle costeggiando il rio.

Tutto è ombroso, umido… alte rocce delineano il passaggio di piccole cascatelle, il ghiaccio in certi punti persiste… ma non qui a Drondo, non qui dove sorgono le case che vengono baciate dai raggi del sole per lungo tempo durante la giornata.

Eh… mica stupidi i nostri avi!

Continuo a salire tra quelle rovine e giungo a quella che era la costruzione più importante di un’intera borgata: il Forno.

E’ piccolo ma splendido. Realizzato con mattoni pieni e cemento.

Oggi alcune piante lo stanno ricoprendo ma lui continua ad esistere perfetto e intatto.

Salendo per la stradina che passa dietro a questo forno si possono raggiungere Drondo Superiore e Borniga mentre continuando per il sentiero si arriva sulle rive del Rio Infernetto.

Diversi terrazzamenti pianeggianti, un tempo coltivati, mi accolgono. Ci sono parecchi alberi anche qui. Le punte più tenere dei loro piccoli rami appaiono rosicchiate, probabilmente sono tanti i Caprioli che frequentano questo paradiso.

Oltrepassando quelli che erano gli orti di Drondo giungo al rio e alzando gli occhi al cielo posso ammirare le alte falesie della mia Valle. Sono spettacolari e abitate da numerosi Camosci.

Avanzo ancora e, dopo essere scesa, adesso risalgo. Mi guardo intorno, sono nel bel mezzo di un territorio incredibilmente selvaggio. Il Gerbonte si staglia davanti a me, ci sono delle grotte tra le rocce nude e poi ginestre, foglie dorate, sassi bianchi.

Starei qui per ore ma, per oggi, il mio topotour è giunto al termine. Devo far ritorno in tana.

Girandomi per tornare posso vedere Creppo. Da qui non l’avevo mai visto. E’ bellissimo. Una manciata di case sul crinale di una montagna.

Non è lontano. Posso raggiungerlo in poco tempo.

E allora, con un goccio di dispiacere, lascio questo luogo antico e disabitato ma ancora pieno di vita. Una vita sottile da percepire.

Grazie Drondo per le belle emozioni che mi hai regalato nonostante il silenzio (assai apprezzato) che ti avvolge.

Però voi adesso non restate fermi a fare i patetici, dovete prepararvi per la prossima passeggiata che percorreremo a breve.

Su su! Forza… andate a sistemarvi che arrivo e partiamo!

Squit!

L’antica pitocca

Ebbene sì, anche qui nella mia Valle Argentina, un tempo, gli abiti di chi viveva in questo angolo di paradiso erano particolari rispetto ai nostri odierni, ma consueti di quel periodo.

Sia topi che topine avevano un abbigliamento assai caratteristico ed era sempre lo stesso ad accompagnarli nelle loro giornate di lavoro.

Tra i più tipici, quello della Terra Brigasca fa sicuramente eccezione e oggi per descriverlo m’inoltrerò nel cuore di Verdeggia, dove si sono scoperti i primi insediamenti abitati intorno al XV secolo. Siamo quindi in Alta Valle Argentina, la parte di Valle che comprendeva, oltre a Verdeggia, anche Realdo, Carmeli, Borniga e diverse altre frazioni unite a La Brigue, oggi francese, e a una cultura occitana che sta andando scomparendo.

Si parla prevalentemente di pastori e cioè uomini. Anch’essi dotati di abiti particolari come le ghette, la fettuccia per legare i pantaloni, la giacca tipo golf che si poteva usare anche come sacca e il simpatico berretto di lana con la parte superiore di colore rosso. Sì, anche i colori avevano la loro importanza. La fettuccia che vi ho appena nominato, ad esempio, era di colore verde/azzurro e la maglia quasi sempre bianca.

Ma le donne non erano da meno. Con il loro outlet sempre uguale, si presentavano così:

– una fascia nera sulla testa per asciugare il sudore e tenere i capelli all’indietro oppure u mandiu il fazzoletto che riparava anche dal sole;

– delle bretelle per tenere su la gonna come in una salopette;

– una camicia dalle maniche ampie;

– a volte potevano usare uno scialle a ricoprire le spalle;

u fudà, il grembiule che vi descriverò;

e… la pitocca.

Cos’è la pitocca? E’ la tipica gonna, di colore solitamente nero o marrone dalla lana che ne derivava, o comunque scuro, ampia e lunga e pesante, creata con lana stamegna e canapa lavorata. Fibre spesse come il panno, e la gonna risultava poi abbastanza ruvida e che a fatica si stropicciava.

Il termine “pitocca”, che in brigasco si dice “pitòca”, è un termine antico e deriva da “pitoccare” ossia chiedere insistentemente l’elemosina, mendicare. Andando ancora più nel passato, infatti, possiamo ricordare, attraverso documentari o immagini, che i poveri e le persone tutte indossavano tuniche, al di là del sesso. A dividere i ceti sociali era il tessuto utilizzato per questa specie di saio e non il modello del vestito. Più la stoffa era pregiata e più la persona era nobile, viceversa, era un povero o un mendicante.

La lana stamegna non era certo di gran qualità, ma alle donne della Valle Argentina poco importava. Loro dovevano lavorare nei campi aiutando gli uomini e dedicarsi alle faccende di casa e ai bimbi. Non avevano certo il tempo o la voglia di vestirsi con abiti di classe.

L’abito più di valore era uno soltanto e lo si usava la domenica, soprattutto, per andare a messa.

La pitocca, come vi ho accennato prima, era quasi sempre ricoperta da un grande grembiule che oggi nel mio dialetto si chiama u fudà. In brigasco era più usuale dire “u fudajiin” e, con questo accessorio, le donne di una volta facevano davvero di tutto. Lo usavano come asciugamano, come sacco per portare la roba, come straccio per pulire, come contenitore di piselli e fagioli sgranati… era utile a tutto.

La pitocca, quindi, difficilmente si sporcava e poteva essere riutilizzata il giorno dopo.

In realtà, di pitocche, ne avevano più di una, ma erano tutte uguali. Anche cambiandola di giorno in giorno, non si sarebbe notata alcuna differenza. Per lo meno per la maggior parte di pitocche.

La pitocca è proprio il simbolo del “costume brigasco”, un costume che prese piede già in epoca medievale.

Conoscevate la pitocca? Sapete che la mia bisnonna aveva sempre addosso un qualcosa di molto simile?

Un bacione femminile tutto per voi topi!

San Zane, il fuoco e la rugiada

Vi ho già portati sul sentiero che da Verezzo conduce ai prati di San Giovanni, vi avevo anche fatto vedere l’abside della chiesetta, vi ricordate?

Però questo edificio religioso di montagna merita un articolo tutto suo, perché ha una bella storia da raccontare.

Come vi dicevo, la chiesa di San Zane appartiene al comune di Ceriana e da questo paese è possibile raggiungerla.

san giovanni ceriana

È dedicata a San Giovanni, San Zane, ed è il centro focale di una celebrazione molto sentita da tutti i cerianesi.

Prima di parlarne, però, giriamo intorno alla chiesa e osserviamola un po’.

Situata in mezzo ai prati, a fargli da cornice sono le montagne. Davanti al sagrato pascolano indisturbate le Mucche e in lontananza si vedono il Toraggio e le alture del confine. Sembrerebbe un quadro perfetto per una cartolina o per una di quelle pubblicità del latte o della cioccolata, non è vero? Eppure non siamo in Svizzera, ma in Liguria, e neppure tanto distanti dal mare!

La chiesa, edificata nel 1667, è un grazioso esempio di architettura religiosa, con le pietre color sabbia tenute insieme da qualche colata di cemento. La facciata colpisce subito l’attenzione. Il portico, con i suoi tre archi a tutto sesto, è un vero gioiello.

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Ci avviciniamo all’ingresso e, anche se la chiesa non è aperta, intrufoliamo la fotocamera tra le sbarre delle finestre per immortalarne gli interni.

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Come c’è da aspettarsi, è una chiesetta a navata unica e per i fedeli ci sono panchette di legno chiaro, usurato dal tempo. Sembra di tornare in epoche antiche, guardando gli interni di questo piccolo edificio religioso.

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Non ci sono decorazioni sensazionali, sembra spoglia, eppure il bianco delle pareti è brillante, le pietre che formano il catino absidale fanno contrasto e tutto risulta perfetto, armonioso nella sua spartana semplicità. Davanti a noi, sopra l’altare, si staglia la statua marmorea di San Zane, candida e perfetta.

Vi dicevo che questo edificio è protagonista di festeggiamenti importanti e particolarmente sentiti da tutti gli abitanti di Ceriana.

L’usanza è antica e probabilmente si è persa la memoria del suo significato, ma è sopravvissuta fino ai giorni nostri. Il 24 giugno di ogni anno, i cerianesi vengono fino qui per trascorrere una giornata in allegria e spensieratezza, all’insegna del buon cibo, della musica e della buona compagnia per festeggiare San Zane. Tra i giovani, addirittura, si festeggia fin dal giorno precedente, venendo a trascorrere la notte in tenda per dare il benvenuto al sole di San Giovanni. La vigilia si accende un falò e si sta in compagnia, con un tetto di stelle sopra la testa e un materasso di terra a cullare durante la notte.

prati san giovanni ceriana

Eppure questi festeggiamenti hanno origini antiche, ed erano molto importanti per le comunità agro-pastorali. Alla rugiada di San Giovanni, infatti, venivano attribuite proprietà magiche, terapeutiche e taumaturgiche. Si credeva che farsi “il bagno” nella guazza di San Giovanni potesse tenere lontani dalla sterilità. Era un mondo difficile, dove la fertilità della terra, degli animali e delle donne non dovevano mancare, se si voleva sopravvivere. Il 24 giugno la tradizione popolare vuole che le piante officinali aumentino le loro proprietà benefiche grazie alla forza rinnovata del Sole, ecco perché si usava raccoglierle, seccarle e conservarle in questa data per rimpolpare le scorte che sarebbero servite per tutto l’anno successivo. E, a proposito di Sole, è in questo periodo che avviene il Solstizio d’Estate, il giorno più lungo dell’anno. Dopo l’inverno di stenti, sacrifici e scarsità alimentare, arrivava – e arriva – l’estate, con la sua abbondanza, la sua luce e i suoi profumi. L’uomo di un tempo percepiva con più forza i cambiamenti stagionali e li festeggiava accendendo falò; nel caso della festa di San Giovanni, il fuoco doveva servire simbolicamente ad aiutare il Sole a rafforzarsi, per permettere alle piante di dare frutti in abbondanza e agli animali di acquisire forza grazie al suo calore.

Oggi, in questa chiesetta non lontana dalla mia bella Valle, si festeggia ancora l’eco delle celebrazioni di un tempo, mescolando passato e presente in un luogo che si trova a metà tra i monti e il mare.

È bellissimo, non lo credete anche voi?

Pigmy

Tutti a casa di Alda

E continuiamo con l’arte. Oggi topi vi porto a conoscere una persona davvero speciale, o meglio, vi porto a vedere la sua tana e sarà così che potrete capire quanto questa donna sia originale e artista.

La topina in questione si chiama Alda e, pur vivendo nella bellissima Torino, viene a passare nella mia Valle parecchie giornate durante l’anno. E’ infatti qui, vicino a me, che Alda, con tutta la sua famiglia, ha comprato un appartamento che ha arredato con le sue mani e con opere davvero fantasiose.casa-alda-2-067 Opere che io definisco spunti magnifici per chi non avesse fantasia per quel che riguarda il design di una tana che deve essere personalizzata.

Alda, che è gentilissima, simpatica e spesso anche comica, mi apre le porte della sua dimora con entusiasmo e, insieme a Mamma Topa, posso ammirare infinite, sono davvero tante credetemi, creazioni che ci circondano arricchendo la nostra visuale. Non sapevo più dove guardare, gli occhi schizzavano da una parte all’altra. Era come essere in un mondo a parte.casa-alda-2-056Tutto è bello, tutto è strano, alcune cose mai viste prima.

Ebbene dovete sapere che di ogni cosa lei riesce a farne un complemento d’arredo, al di là del decoupage e del patchwork, tecniche simpaticissime con lei quali ha sapientemente reso belli sedie e cuscini, si cimenta in vere e proprie interpretazioni dell’oggetto che gli è capitato tra le mani al momento. Guardate, non vi racconto bugie! Un paio di zoccoli usati è divenuto una chicca appesa al muro dopo essere stato pitturato allegramente e reso chic da un fiore con nastrino. casa-alda-2-007Le pentole, invece, (oh! nemmeno quelle si buttano) basta ridipingerle e posizionarle sopra alle finestre o in giro per casa; faranno un figurone.casa-alda-2-011 Per non parlare dei taglieri, dei vassoi e delle lastre di ardesia. Alda li dipinge e li fa diventare dei bellissimi quadri che non hanno però solo la funzione di quadro ma possono essere utili appendi-chiavi o appendi-salviette. casa-alda-2-015Originali no? Decorano e mettono allegria. A me non era mai venuto in mente. La mia amica non butta nulla. casa-alda-2-020E su alcuni, addirittura, vengono incise delle splendide frasi. Un fenomeno questa signora.

Di quadri “veri”, però, non è che Alda non ne abbia, è solo che sono ancora più particolari. Ammirate ad esempio questo: una cornice vuota, una corda marinaresca, girata e incollata attorno, e dentro? Un vero cappello da marinaio. casa-alda-2-001Non avevo mai visto niente di simile e mi ha colpito molto anche il quadro di occhi. Sì, tantissimi occhi, truccati e non, ritagliati da delle riviste e incollati a formare una specie di macchia tribale o un maestoso uccello su una tela tutta dipinta di nero. Niente male. casa-alda-2-089Ma non è finita. Pensate forse che Alda possa tenere il telecomando della televisione come facciamo tutti? No. Il suo telecomando deve avere un posto ben definito dove stare. Innanzi tutto, così facendo, non si perde e non si rovina e poi può godere anche lui di un giaciglio diverso dal solito. casa-alda-2-003Così come le cuffie che stanno comodamente adagiate su una testa finta abbellita da ghirigori fatti a mano e da una splendida rosa di seta nera. Alda ha proprio buon gusto.casa-alda-2-004 Allora topi, cosa ne dite? Oh ma che sbadata! Prima vi ho parlato dei taglieri ma non vi ho mostrato il mattarello! E si! Ecco cosa ne fa dei mattarelli Alda! casa-alda-2-071Ci avvolge intorno una tovaglia, o un tovagliolo, e poi appende anche loro come eleganti souvenirs! Oppure appende la tovaglia al bastone delle tende e, al tagliere, avvolge un nastro di raso.casa-alda-2-027 Questa donna è una scoperta. E voglio farvela conoscere. Eccola! Questa è Alda, una vera artista e so già che con tutta la sua umiltà, quando vedrà questo post, mi dirà imbarazzata – Oh, ma Signur! Ma dai! -.alda Io invece le dico che è bravissima e che deve continuare a creare perchè le sue mani, ma soprattutto la sua fantasia, non devono andare sprecate. A voi mando un bacione e spero che la tana della mia amica vi sia piaciuta.

Ciao a tutti e… un grande ciao a Alda! Ringrazio anche Mamma Topa, mia complice in questo tour.

M.

L’urticante Ortica

Nel bosco di Andagna questa pianta nasceva ai bordi del sentiero. La ricordo bene. Adora le zone ombrose, il sottobosco e i casolari abbandonati, ma nasce ovunque le pare e piace.SONY DSC Con zia la raccoglievo per farla bollire e farne un delizioso ripieno per i ravioli. Prendevamo solo i germogli, le punte, le foglie più tenere. Tenere, sì, ma comunque urticanti ed eravamo senza guanti, fa anche rima. Come fare, quindi? Semplice. Bastava sfregare forte le dita sulla testa, contro il grasso del cuoio capelluto: SONY DSCesso protegge e Signora Ortica non può fare alcun male, possiamo raccoglierne quanta vogliamo in questo modo.

Per quanta possiamo raccoglierne, il mondo non rimarrà mai senza questa pianta! Ce n’è tanta, ovunque. Nasce spontanea e fiorisce durante l’estate. E comunque, a parte il titolo scherzoso di questo post, il suo nome inizia in verità per U: Urtica Dioica. Ha tanti nomi in tutta Italia: UrtigaArdica, Lurdica, Ortiga Garganella, Pistidduri, Pizzianti Mascu, Rittica… I suoi utilizzi sono davvero incredibili e numerosi. Come vi ho già svelato a inizio post, è una pianta alimentare. Ricca di vitamina C e vitamina A, azoto e ferro, può essere usata come alimento; i germogli, così come le foglie, sono impiegati nei risotti, nei minestroni, nelle frittate, nelle zuppe, nei ripieni, nelle frittelle… Insomma, è una pianta antipatica, ma deliziosa. Leggete di seguitp questa ricetta ligure:

Pesto di ortica

Potete rendervi conto? Sia chiaro: il pesto al Basilico è il migliore e non si discute, Però….

Ingredienti:200 g. di foglie di ortiche cotte, 1 spicchio di aglio, 10 nocciole tostate, 1 cucchiaio di mollica di pane tostata, olio extravergine di oliva q.b., sale e pepe.

Preparazione: Tostare le nocciole, e la mollica, pulire e lavare le ortiche e lessarle senza aggiungere acqua, scolarle SONY DSCe strizzarle. Tritare nel frullatore, o meglio  pestate nel mortaio tutti gli ingredienti aggiungendo a filo l’olio, fino a ottenere una salsa relativamente densa. Aggiustare di sale e pepe. Questo pesto potrà essere usato come ripieno per delle verdure da gratinare, ed è buonissimo per condire la pasta aggiungendo un paio di cucchiai di acqua di cottura (da lericettedellanonna.net).

E dire che questa pianta, della famiglia delle Urticacee, nemmeno la rispettiamo sufficientemente. Con tutte queste proprietà può essere usata anche in ambito estetico. La nostra pelle ci ringrazierà quando la depureremo e rinfrescheremo con l’Ortica ben SONY DSCbattuta e privata così del liquido ricco di istamina, che ci punge e ci fa prudere. E, inoltre, previene e arresta la caduta di capelli, eliminando anche la forfora.

Utilizzata già come pianta medicinale dagli antichi Greci per le sue proprietà antidiarroiche, diuretiche, cardiotoniche e antianemiche, era raccolta e lasciata seccare in grossi vasi di terracotta. Nel Medioevo, invece, si impiegava fresca per curare, con il “veleno” dei suoi peli urticanti, i reumatismi e la gotta, la famosa “malattia dei ricchi”. Sempre nel Medioevo, veniva inoltre battuta e sfibrata per tessere stoffe, come la ramia, simili alla canapa o al lino e che ben s’impregnavano di liquido verde. Grazie alla clorofilla che contiene in grandi quantità, può servire infatti a colorare i tessuti delicati: le foglie tingono di verde, mentre le radici di giallo. E chi aveva le galline nel pollaio, insieme al pastone, dava alle bestiole un po’SONY DSC di Ortica, che aumentava la produzione di uova.

Lo sapete che Ortica può anche essere molto utile contro l’enuresi notturna dei bimbi che tanto dispiace alla maggior parte delle mamme? Una preparazione gradita anche dai più piccoli può essere consumata con successo. Vi basteranno 15 gr. di semi di ortica pestati, 60 gr. di farina di segale, acqua e un po’ di miele. Impastate sei tortine e cuocetele al forno: mangiandone una ogni sera per 15-20 giorni prima di andare a nanna, pare funzioni.

Nella mitologia germanica era l’erba sacra al Dio Thunar, Dio degli Dei, una sorta di Giove. In tutta l’Europa del Nord questa pianta è sempre stata venerata e amata, considerata spesso sacra, forse perchè faticava a crescere con il freddo, ma, nonostante tutto, esisteva e regalava i suoi benefici; pensate che fino a pochi anni fa i bambini di Novgorod, in Russia, festeggiavano il Solstizio d’Estate saltando i cespugli d’Ortica. Nel nostro Nord, invece, nelle regioni più fredde, i contadini anziani indossano, in tasca, alcune foglie di Ortica o bacche di Ippocastano per proteggersi dai malefici e dai raffreddori, e gli stessi contadini la usano per preparare un macerato da spruzzare sulle piante per combattere i parassiti nocivi alla crescita degli ortaggi. E’ un pesticida naturale!

Nel linguaggio dei fiori essa parla al posto della donna spiegando in modo chiaro: “Sono sorda alle tue promesse e alle tue galanterie“. Poveri maschietti!

E ora vi saluto, nella speranza che questa descrizione vi sia piaciuta. Io vado a raccogliere un pò di quest’erba fantastica. A presto.

M.

Filastrocca di San Carlo

Topoli, perbacco! Questa volta per voi ho una vera chicca!

Una filastrocca. Si ma…. struggente eh! Di quelle che raccontano del vero amore! Oh già!

“Di San Carlo vi canto la scena, dei due amanti vi voglio parlar / che mai nessun li potrà separar, perchè eterno era in loro l’amor.

Giulio Binda era giovane e bello, era figlio di ricche persone / ed appunto dirò la ragione, di sua vita finita così.

Egli amava una cara fanciulla, che a vederla sembrava un tesoro / lei campava del suo proprio lavoro, perchè orfana al mondo restò.

Sulla tomba dei suoi genitori, “tu sei ricco ed io povera sono, non ho padre, ne madre lo sai / ed un giorno così sposerai, una ricca si al pari di te”.

Giulio allora abbracciando Maria,  disse lei “non dir tali parole / io ti giuro che se mamma non vuole, io son pronto a morire con te”.

Era un vago mattino di festa, la sua mamma era andata alla messa / i due sposi entraron in salotto, l’orologio suonava le otto, “oh mia cara uniti sarem”.

Giulio allora impugnava quell’arma, che doveva troncar l’esistenza / e con lieta e tranquilla apparenza, all’amante un colpo sparò.

Quando a terra la vide cadere, l’abbracciò e la baciò sul bel viso / esclamò “sol lassù in paradiso, oh mia cara uniti sarem”.

Rientrava la mamma a casa, i due colpi sentì rintonare / quando ella allor fa per entrare, la tragedia ai suoi occhi le appar.

Si strappava i capelli la donna, nel vedere il cadaver del figlio / bagnò di lacrime e pianto quel ciglio, e si mise a gridare “son io la cagion!”.

Essi scrissero due lettere sole, invocando perdono sincero / e che almeno lassù al cimitero, gli recassero corone di fior”.

Che vi dicevo? Vi siete commossi?

Io si…. sniff! Ora vado a soffiarmi il muso e poi vi scrivo un altro articolo…

M.