Eleonora Curlo Ruffini, i suoi figli e Taggia

Vi avevo accennato qualcosa di Eleonora Curlo negli articoli “Villa Curlo, la villa del giudice” e “La Compagnia della Picca e del Moschetto“. Vi avevo descritto la nobile villa del giudice G.B. Curlo, zio paterno di Eleonora, e vi avevo detto che il nome di quest’ultima, a Taggia, è presente e inciso in vie, piazze e fontane.

Figlia del marchese Ottavio Curlo, Eleonora nasce a Genova nel 1781, ma rimane presto orfana della madre Agnese, appartenente all’importante casato degli Spinola. Ella crebbe, come facilmente immaginereteSONY DSC, senza troppi grilli per la testa. La mamma non c’era più, ma Eleonora  seppe prenderne il ruolo sia come punto di riferimento per i suoi familiari, sia come studiosa di letteratura italiana e straniera.SONY DSC Era affascinata da questi studi, compresi la storia, la geografia e l’arte, tanto da farne un lavoro. In tanti, infatti, le chiedevano insegnamenti o traduzioni.

E’ di lei che voglio riparlarvi. Oggi, passando da Taggia, in Piazza Cavour, mi sono ritrovata davanti al busto di questo personaggio femminile, realizzato nel 1882 dallo scultore Luigi Belli. Lasciandomi alle mie spalle via Soleri e l’oratorio dei Santi Sebastiano e Fabiano, mi soffermo a guardarla. Guardo quel viso, quei capelli raccolti, quel naso sporgente un po’ rovinato e all’insù, a svelarne quasi la personalità, l’aria da nobildonna impassibile e fiera. Eleonora era nobile per davvero, ed era capace di travestirsi da uomo all’occorrenza, non facendosi scoprire, sgattaiolando di notte tra i carruggi più bui, curando gli ammalati come solo un medico sapeva fare. Eleonora era una marchesa che riusciva a tenere dentro di sè ogni segreto, conosceva bene il valore della rinascita, amava la sua patria ed elargiva consigli nelle serate di gala, era inoltre maestra nel far finta di nulla.

Si sposò giovanissima con l’avvocato Bernardo Ruffini di Finale Ligure (ai tempi Finalmarina)ed ebbe ben tredici figli. Per alcuni di loro fu madre, spia e maestra. Cinque morirono durante l’infanzia per cause sconosciute, ma si presume che glieli abbia portati via la tubercolosi. Due di quelli che riuscirono a crescere, Jacopo e Giovanni, divennero affermati politici, appoggiati dalla madre alla quale chiedevano consigli e dalla quale si lasciavano guidare. Ella li convinse a entrare nella Carboneria di Mazzini ma, ahimè, Jacopo si suicidò (forse) poco dopo, nel 1833. Giovanni, invece, divenne molto amico di Mazzini, tanto da seguirlo anche a Marsiglia, a Londra e ovunque, lontano dalla sua terra e da sua madre. Eleonora, tuttavia, era preparata a questa lontananza. Era una patriota convinta, l’unica donna in grado di influenzare lo stesso Mazzini, per il quale era come una zia. Sapeva bene come andassero certe cose, come lo sapeva la madre di Mazzini, Maria Drago. Entrambe donne sagge e di conoscenza.

Dopo la morte del marito Bernardo, nel 1840, e rimasta tristemente vedova, era una madre sola e ferita. Si rifugiò nella dimora estiva del padre, a Taggia. Lontano dalla sua Genova, luogo delle programmazioni, ora cercava la quiete e il riposo. Era distante dai ricordi e dai paesaggi amati e odiati allo stesso tempo. Qui, nella villa paterna già dimora dei Benedettini, Eleonora, senza mai togliersi il velo dalla testa, così cinica fuori e passionale dentro, morì sola nel 1856 tra lutti strazianti e attese vane. Infatti, aveva assistito alla morte di un altro suo figlio, Agostino, che fu per anni deputato piemontese. Fu proprio a Taggia che Eleonora conobbe la solitudine, ma la cittadina che l’accolse e la vide morire l’ha sempre ricordata con stima e affetto. A lei venne dedicata la colonia di Arma di Taggia, intitolata precedentemente alla Regina Margherita di Savoia. E’ la Colonia Marina Antitubercolare della provincia d’Imperia, gestita dalle suore e che, negli anni del regime fascista, accoglieva “Balilla” e “Figlie della Lupa”. Oggi questo edificio è tra le più prestigiose scuole alberghiere di tutta la Liguria. E’ situato sul mare, sorvolato dai gabbiani e con una grande scritta davanti: “Eleonora Ruffini”. Intitolato a lei, che osserva ogni giornoSONY DSC via Soleri, la via dei portici e del profumo di canestrelli. Accanto al suo busto c’è quello del medico Soleri, Giovan Battista. La sua scultura, realizzata da Giovanni Orengo, ne celebra il personaggio venuto a mancare il 9 settembre del 1879. Anch’egli fu un uomo di Taggia. Pensate, il suo testamento compare addirittura sul testo della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 1906 per volere SONY DSCdel Re Vittorio Emanuele: “…il Dottor Giovanni Battista Soleri, lasciava tutte le suo sostanzo ad un collegio da fondarsi in Genova a vantaggio dei giovani di Taggia, di Bussana e di Savona. Vedati i RR. decreti 29 aprile 1923, 8 febbraio 1852, n°1325… con cui fu provveduto alla esecuzione della volorità del testatore secondo le mutate esigenze dei tempi;… e approvato il nuovo stattito organico per la fondazione Soleri in Genova annesso al presente decreto e firmato, d’ordine Nostro dal Ministro proponente. Ordiniamo che: il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque…”.

Insomma, Piazza Cavour accoglie due grandi personaggi che con sguardi severi tengono d’occhio la città, che fu anche un po’ loro dimora. E qui scomparve, trent’anni dopo la madre, anche Giovanni ormai tornato a Taggia. Qui, anni prima, aveva duellato per amore contro un certo Paolo Anfossi, patriota e cospiratore. Taggia fu il paese che gli diede la poltrona al Parlamento Subalpino e lo battezzò ministro plenipotenziario. La cittadina gli diede amici veri, come l’amato Giuseppe, e la possibilità di scrivere romanzi come “Il Dottor Antonio”, tradotto in molte lingue. Giovanni conosceva anche le lingue inglese e francese. Forse per Eleonora era il figlio prediletto, lo difese e nascose a Ginevra dopo che era stato condannato per contumacia con la pena capitale. Giovanni rimase solo con la sorella Nina e morì il 3 novembre del 1881, là dove era spirata anche sua madre, si dice sia deceduto addirittura nella stessa stanza. Quante morti in quella casa dai colori accesi! E’ situata oltre il ponte.

A lui, a sua madre e a suo fratello Agostino sono state innalzate lastre di granito nel cimitero di Taggia. Con la sua morte si estinse la nobile famiglia della marchesa Eleonora Curlo Ruffini, madre Santa e donna eroica del Risorgimento Nazionale.

M.

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La compagnia della Picca e del Moschetto

Ma chi ha aperto le danze? Chi ha aperto le porte al corteo storico? Loro: La Compagnia della Picca e del Moschetto di Novi Ligure.

Dire che son stati bravissimi è riduttivo. Non solo hanno tenuto il palco lasciando tutti con il fiato sospeso per un’intera ora, ma hanno fatto cose davvero divertenti.

Questi imitatori di antichi soldati ci hanno dimostrato come venivano usati i fucili, gli archibugi di un tempo e come si duellava con le spade. Innanzi tutto bisogna chiedersi come mai, ognuno di loro, avesse un vestito diverso dall’altro. Nell’antichità non c’erano sempre divise uguali per tutti. Accadeva, quindi, che chi si batteva prendeva gli abiti di colui che uccideva, compresi gioielli, armi e accessori.

La presenza delle donne è pura verità. Molto spesso la femmina, che poteva essere una prostituta o una serva o la moglie di qualche soldato, pur non guerreggiando, accompagnava l’uomo in battaglia per portar dietro i viveri e tutto l’occorrente. Inoltre, in due dovevano velocemente riportare una loro vittima al campo, trascinandola per le gambe, proprio per proteggerla da eventuali atti di sciacallaggio da parte dei nemici. Le donne erano anche portatrici di bandiere, stemmi e munizioni di riserva. Solo gli uomini, però, si battevano con  valore. Venivano scelti con vere e proprie selezioni fin da giovani, a essere presi erano i più robusti e fisicamente più atletici. Un soldato aveva dai sedici ai quarant’anni.

Ma cos’è la picca? Le picche sono quei lunghi bastoni che tenevano in mano gli uomi d’arme, dotati sulla punta di un’affilatissima lama che si poteva mettere o togliere. Quest’arma poteva servire come attrezzo da sfondamento o per trafiggere il rivale.

Un tempo, per far scoppiare una guerra, ci voleva davvero poco e le battaglie erano all’ordine del giorno. Spesso all’inizio dei paesi erano poste le guardie, che permettevano solo ad alcuni di passare. Quando lo straniero, visto come un invasore, chiedeva di poter entrare, gli veniva risposto che, se voleva attraversare il paese, doveva prima battersi. E così, da un primo contatto di soli spintoni, si passava presto alle maniere forti.

All’inizio prevalevano i duelli di spade, una dei metodi preferiti di combattimento. Poi, però, se veniva sconfitto il loro capitano, non accettandolo, attaccavano con mezzi più pesanti. Si trattava di grandi fucili ai quali, come per una bomba, bisognava dare fuoco a un pezzo di corda che andava poi a innescare la mina, bruciando poi la polvere da sparo. Credetemi se vi dico che lo scoppio è potentissimo. Nella rievocazione, alle persone più vicine allo spettacolo è stato detto di chiudere le orecchie e aprire la bocca. Io invece, dovendo fare foto e, avendo solo due zampe disponibili in quel momento, ho quasi perso l’uso dei timpani.

Dopo il gran fracasso, si sono innalzate tante nuvolette di fumo bianco. E pensare che sovente, il soldato veniva ripagato solo da un tozzo di pane e un litro di vino al giorno!

Questa Compagnia era il gruppo ospite che ha fatto la sua esibizione, sempre in Piazza Cavour. Ogni anno Taggia invita un gruppo diverso e anche loro, come i taggesi, passano le serate a fare prove su prove.

Lo spettacolo è durato un’ora e, nel mentre, una voce guida spiegava e insegnava un modo di vivere che nessuno di noi ha mai conosciuto. Da dietro il busto di Eleonora Curlo Ruffini, marchesa studiosa di storia e letteratura italiana, scolpito da Luigi Belli nel 1882, mi sono goduta tutto lo spettacolo. Al suo collo è stata appesa una collana di fiori. Eleonora, figlia del marchese Curlo e di Agnese Spinola, nacque a Genova, appoggiò i suoi figli a entrare nella Carboneria di Mazzini e, dopo la morte del marito, si ritirò nella villa paterna proprio qui a Taggia, dove morì nel 1856.

Tuutavia, mi sa che questa  è una storia che dovrebbe raccontarvi meglio la mia amica Miss.

Io vi lascio a godervi quest’ultimo post inerente ai festeggiamenti in onore di San Benedetto, il salvatore di questa città.

Alla prossima,

vostra Pigmy.

M.

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