La montagna regala anche monete

Quanti regali fa la montagna vero? Ve li ho descritti in lungo e in largo in questi anni ma non vi ho mai detto che regala anche soldi.

Nessuna ricerca e nessun metal detector amici, bensì, qualcosa di ben più suggestivo.

Io e altri topi si parte un giorno di buon mattino con la speranza nel cuore di fare qualche bella foto alle creature di Madre Natura.

La Valle Argentina è ricca di una fauna che purtroppo molti non conoscono ed essendo totalmente libera e selvatica non è detto abbia voglia di mostrarsi.

Neanche il tempo ci dava sicurezze. Avrebbe piovuto? Ci sarebbe stato il sole? Boh? È ovvio che anche il clima ha la sua importanza in fatto di avvistamenti. Non sapevamo nulla ma ci piace l’avventura e abbiamo tentato.

Abbiamo parcheggiato a bordo strada e siamo scesi dall’auto. Zaino in spalla, binocoli e macchine fotografiche. Si era comunque felici. Si stava bene.

La mia Valle mostrava una natura incantata fin dalle prime ore del mattino. Naturalmente si era perplessi e speranzosi allo stesso tempo. Stava iniziando a nevicare e un vento gelido sferzava i nostri musi. Ci incamminiamo. Facciamo i primi metri e uno dei tre topi assieme a me si accuccia verso terra per raccogliere qualcosa. La sua espressione era stranita e dopo poco esclama《Toh! Ho trovato 100 lire!》. Subito non gli abbiamo creduto e invece era proprio vero.

100 vecchie lire brillavano nella sua mano nonostante la polvere che avevano raccolto.

Ma dai! Non possiamo crederci!》dicemmo in coro tutti quanti e, il topo archeologo, avvicinandosi a me, mi regalò quel piccolo tesoro 《Tieni Topina, sono tue》. Ma che bellezza! Il fango e lo sterrato ci avevano appena offerto una specie di simbolo che ora era tra le mie zampe trattenuto caramente.

Guarda di che anno sono?》mi chiese topo fotografo.

1971>> risposi e, rapidamente, nella mia testa, l’addizione diede la soluzione “9” pensai. Il mio numero! Ma che… coincidenza! E voi sapete bene che non credo alle coincidenze. Non dissi nulla e misi via quella moneta per non perderla.

Ci dividemmo dopo qualche passo. Io e topo condottiero da una parte e gli altri due dall’altra. Guarda di qui, guarda di là, nulla… solo una Cinciarella mi diede la soddisfazione di rimanere immortalata nel mio obiettivo e neanche poi molto nitidamente visti la bruma e il vento.

Quando rincontrammo topo archeologo e topo fotografo ci dissero che anche loro non avevano visto nulla di che ma, proprio in quel momento, una coppia di Gheppi meravigliosi iniziò a sorvolare sulle nostre teste. Si lasciarono fotografare con la loro aristocratica apertura alare che planava sulle correnti del cielo, e poi andarono a posarsi contro la falesia di una Rocca dove probabilmente avevano il nido; chiamata da noi Rocca Barbone.

Con gli occhi a fessura, per non perderli di vista, cercai di inquadrarli e suggerire a topo amico dove si erano posati. Mi fece i complimenti perché era difficile vederli mimetizzati contro la roccia nuda. Wow! Ero riuscita anch’io a far qualcosa visto che di solito non vedo nulla neanche col binocolo e, in quei casi, la pazienza degli altri topi è pari a quella di Giobbe quando cercano di farmi adocchiare meraviglie. La magia delle 100 lire stava forse iniziando a fare effetto? Proseguimmo poi, tutti assieme, verso un altro Passo dove la neve decise di lasciare il posto al sole e la mattinata divenne ancora più splendida.

Non ci volle molto a vedere un mucchio di Camosci tutti assieme. Erano tantissimi e topo condottiero mi disse che erano anni che non vedeva una cosa così. Si rincorrevano sulla neve o stavano fermi in branco e, come ripeto, ce n’erano così tanti che ci hanno lasciato stupiti. Era bellissimo vederli su quella neve bianca. Vedemmo anche un Capriolo. Un’Aquila in lontananza, un Codirosso e persino un altro Gheppio, elegante rapace che ci affascinò con il volo definito a “spirito santo”, ossia quando sta fermo in aria, immobile, con le ali aperte. Non ci crederete ma fui io a vederlo per prima, inciampandomi nella neve col naso all’insù, e quindi venni promossa con il titolo di… – Avvistatrice di pennuti – (così suona bene direi).

Che soddisfazione! Non potete immaginare. È stata la mia prima volta. Per me era tanta manna ma ho visto soddisfatti anche gli altri birdwatchers molto più abituati ed esperti di me. Così soddisfatti che, alla fine, persino topo archeologo ha detto《Penso che quelle 100 lire siano state proprio di buon auspicio!》e mi sa che aveva ragione.

La natura non si stanca mai di regalare. Offre senza chiedere nulla in cambio ma forse percepisce l’entusiasmo come riconoscenza di chi la ama.

Mi sono divertita tantissimo, ho vissuto esperienze mai vissute prima e, per una che ama la natura come me, potete immaginare! Ma… chissà chi ha perso quelle 100 lire? Un passante? Un trekker? Un pastore? E quando? Da quanto tempo erano lì ad aspettare noi? Vi lascio libera la fantasia, io vado a prepararvi un altro articolo pensando che qualcosa di magico sempre mi accompagna!

Un bacio ricco.

Emozioni infinite – Al Passo della Mezzaluna

Fu come respirare per la prima volta.

Quando giunsi in questo punto, la gioia fu talmente tanta nel vedere la meraviglia del Creato che l’aria si bloccò per lo stupore nei miei piccoli polmoni, ma fu come se, per la prima volta, io prendessi vita.

Sentivo l’entusiasmo pervadermi e scalpitare dentro di me. Quasi mi venne da urlare: quell’euforia doveva uscire, insieme alla vastità, così pura, così verde, così… infinita di cui era testimone il mio sguardo. Infinita come le mie emozioni. Infinita fino al mare. I miei occhi luccicavano.

Vi starete chiedendo dove mai io sia andata per provare sensazioni così forti e ve lo dico subito, cari amici. Sono andata in un luogo molto particolare della Valle Argentina, dalla bellezza indescrivibile. Potete notarlo voi stessi attraverso le mie immagini. Sono andata al Passo della Mezzaluna. Vi consiglio, però, di venire qui di persona se, oltre ad appagare lo sguardo, volete risollevarvi anche l’animo e il cuore. Questo luogo ne ha il potere e, quindi, voglio darvi le indicazioni per raggiungere tanto incanto.

Dalla strada principale di Passo Teglia, ho zampettato all’incirca un’oretta per giungere qui, ma io sono veloce; in un’ora e mezza ci arriva chiunque attraverso un bel sentiero, pulito e ben delineato.

Dopo Drego (sopra Andagna) dapprima si sale, godendo di un bellissimo panorama, e poi si scende verso Rezzo, e ci si inoltra nella fantastica foresta di Rezzo, chiamata anche “Bosco delle Fate” proprio per via del suo straordinario fascino. Dopo Drego troviamo qualche curva e poi, proprio in una di queste curve, sulla sinistra ci imbattiamo in una placida fontana non più funzionante: ecco l’inizio del sentiero da prendere, segnalato nella zona di Caselle Fenaira.

Sul cartello leggerete anche il nome di Ciotto di San Lorenzo e oggi vi sto portando  proprio subito dopo questo Ciotto, luogo altamente mistico della Valle, ma del quale in questo articolo non vi svelerò nulla.

Oggi, infatti, mi trovo al fantastico Passo della Mezzaluna, uno dei più belli della mia Valle. All’inizio del sentiero ci troviamo a 1351 mt s.l.m., ma, una volta giunti al Passo, raggiungiamo i 1450 mt s.l.m.

Si cammina immersi tra esemplari di Faggi meravigliosi che, tra le rocce ricoperte di muschio verde scuro, in alcuni punti, mostrano un paesaggio degno delle leggende celtiche e irlandesi. Il bosco in certe zone è scuro, ombroso, pare avere un piglio albagioso, ma molto affascinante e ricco di energia positiva e sacra. Il sentiero è largo, ci si passa comodamente anche con una moto da trial o in mountain bike. C’è solo un tratto un po’ difficoltoso, anche se molto molto breve (10 mt appena), che da fare con le due ruote risulta abbastanza ostico. E’ un tratto roccioso, dove ci sono massi alternati a creare una specie di parete sulla quale ci si deve arrampicare un pochino, ma persino le vecchie nonnine riescono.

Il Passo della Mezzaluna è così chiamato in quanto forma proprio la sagoma di una falce di luna tra le vette di due monti verdi ricoperti di pascoli incontaminati e baciati dal sole. Sono di un verde pallido, a differenza delle mucillaggini che ricoprono il suolo percorso in precedenza. E’ un verde che si alterna all’ocra, al giallo e al marrone del fieno e dell’erba, colorando di sfumature pastello tutta quella meraviglia cangiante a seconda delle stagioni.

Io, come sapete, sono grande quanto una castagna, ma al Passo mi sento ancora più minuscola e capiterà anche a voi, se saprete cogliere davvero tanta magnificenza. Una rara bellezza che si apre permettendovi di abbracciare con gli occhi e lo spirito quanto di più bello ci sia al mondo: Madre Natura in tutta la sua grandezza.

Un’apertura esagerata vi permetterà di cogliere gran parte di un paesaggio da veri amanti della montagna e non. Sì, perché farebbe innamorare chiunque. Tutto attorno ci sono monti di varie altezze: Monte Bussana, Cima Donzella, Monte Monega. E boschi, e più in giù colline, e continuando a scendere con lo sguardo ecco le vallate, e poi le città sulla costa, che da qui sembrano nugoli di formichine, e poi l’azzurro esteso e sconfinato del mare che bacia quello del cielo.

Ecco il mare di Albenga, dopo il Carmo di Loano e il mare di Imperia. Si possono vedere persino distintamente, a seconda delle giornate e delle condizioni atmosferiche, anche i profili scuri delle montagne della Corsica. Verso Nord, invece, è possibile ammirare l’immensità dei valichi, delle cime ancora più alte, dei sentieri, dei prati eterni colorati da cespugli di Rododenri, Crocus, Stelle Alpine e Cardi selvatici.

Di qua abbiamo la carrareccia che porta a Colle Melosa, di là, invece, si può proseguire verso il Colle di Garezzo percorrendo i Sentieri degli Alpini, le Vie del Sale, i cammini militari che hanno visto, un tempo, le azioni bellicose degli uomini, le loro ore in postazione o in marcia, su e giù per la Strada Marenca, per quei prodigi armoniosi naturali.

La pace, qui, è protagonista assoluta, una dolce compagna che ristora e rilassa. Corrobora i sensi ancor più di una tazza calda di cioccolata in una fredda sera invernale. Se fosse concreta, la si potrebbe definire maestosa, così imponente che neanche gli uccelli osano disturbarla. Solo qualche Aquila, ogni tanto, si permette di strillare e lasciarsi udire facendomi spalancare gli occhi in alto. I Corvi Imperiali se ne stanno sulle rocce più alte a gracchiare al nostro passaggio, sentinelle di un paesaggio che li rende guardiani perfetti e quasi incontrastati.

Topi… non so che altro dirvi. Quassù si ha davvero il cuore appeso a un filo di meraviglia. Vi tratterrei qui per giorni interi, ma non posso: devo farvi conoscere altri luoghi che meritano, perciò devo per forza salutarvi, ora, con un bacio e un sospiro innamorato.

Giorgio Cusin e il torrente Argentina

Cosa possono avere in comune l’autore di un bellissimo libro, che consiglio a tutti di leggere e il mio amato torrente? Vi dò un piccolo aiuto e l’aiuto stà proprio nel titolo di quella che è una meravigliosa relazione sull’acqua, uno degli elementi più importanti che ci circondano e che spesso sottovalutiamo troppo.

“Acqua – Fiume di vita”, così si chiama. E qui, il simpatico e bravo Giorgio, ci spiega tutte le proprietà dell’acqua, i suoi benefici e la sua importanza rivolgendosi a tutta l’acqua: a quella che beviamo, a quella del mare, a quella dei laghi, alla pioggia. E vedete, a costo di sembrarvi una pazza vi confesserò che, per me, l’acqua ha un’anima tutta sua, un’intelligenza propria e dei sentimenti.

Oh si! E cosa accade se unisco le scoperte, la passione e gli studi di un ricercatore torinese sul benessere psicofisico della persona, che considera l’acqua terapeutica, alla vita, talvolta impetuosa, talvolta placida, ma pur sempre presente del mio torrente che amo a dismisura? Dal quale non riesco a staccarmi rimanendo, ore e ore, seduta su quei massi bianchi ad appoggiare una mano sopra di lui e lasciarmi accarezzare. Sussurandogli dolci parole e ascoltando le sue risposte?

L’acqua. Sentirla accarezzarmi, sostenermi, aiutarmi, esserci. E lei c’è. C’è sempre. Dal punto più in alto, in questo taglio di Liguria, fino al mare, il mio torrente attraversa tutta la Valle.

E quell’acqua è splendente, brilla, ricca di sfumature azzurre o rosate. Accipicchia! A volte quel sole è così vanitoso e brillante da non permettere a quella fresca acqua di essere ammirata.

E bagnarsi le zampe, il viso… E’ fredda, limpida, fa rabbrividire. Ti sente, ti avvolge, porta con se’ tanta vita, tante emozioni.

E no, non sono impazzita ma cosa pensate di me se vi dico che prima di bere penso o bisbiglio belle parole? E vi spiego il perchè. Pensate ch’esse siano solo un insieme di lettere? Per l’acqua no. La parola – Amore -, ad esempio, è ben diversa dalla parola – Astio -. E lei lo sente, lo sente eccome. Lo percepisce come un bambino. A dimostrarlo, anche uno studio non indifferente proprio sulle molecole dell’acqua che… sì, si emozionano, nel bene e nel male. E allora, dopo aver usato come introduzione la bravura di Cusin, vi mostro alcune cose.

Guardate queste immagini tratte dagli studi di un ricercatore giapponese, Masaru Emoto, e una cosa non dimenticatevi: il corpo umano, così come il pianeta Terra, è formato da circa il 75% di acqua.

L’acqua ci ascolta, memorizza sul suo nastro magnetico le vibrazioni dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e ci risponde nel linguaggio figurativo dei suoi cristalli“.

Quindi ecco, cari amici, nella foto a sinistra un’acqua che ha ascoltato la frase – TI AMO – (la coscienza delle persone contenute nell’amore e nell’apprezzamento, solo esprimendo amore e gratitudine l’acqua attorno a noi e nei nostri corpi cambia in modo così bello) e, dall’altra, un’acqua che invece ha sentito dire – IO TI UCCIDERO’ – (dopo aver esposto queste parole, la forma dell’acqua è risultata brutta, il cristallo era distorto, imploso e disperso, vivere in un mondo dove parole come queste vengono usate senza ritegno suscita sgomento).

Capite? E la stessa cosa vale con la musica. Guardate una canzone heavy metal come rende la nostra acqua. Una musica che può piacere, non lo metto in dubbio, ma è una musica dura, non dolce. Una musica che racconta probabilmente di ingiustizie, una musica diciamo, “violenta” (questa musica è piena di rabbia e sembra avercela con il mondo intero, di conseguenza, la base esagonale ben formata del cristallo si è spezzata in molti pezzi, non è che la musica metal è negativa, solo che ci deve essere un problema con il testo). Visto? Questo per la foto di sinistra, mentre, a destra questa volta, ecco il risultato di un’acqua che sta ascoltando una sinfonia di Mozart, la “Sinfonia n°40 in Sol Minore” e, attenzione, non perchè è Mozart, ma perchè è un tipo di suono soave, pacifico (questa sinfonia più di ogni altro lavoro di Mozart è una musica piena di sentimento che sembra inseguire la bellezza, Un pezzo do profonda riflessione che sembra quasi una preghiera alla bellezza, questa musica cura quietamente il cuore di chi l’ascolta). 

Qui, potete leggere meglio cosa intendo dire www.viveremeglio.org/acqua_emoto/water.htm

Bhè ecco, ora però, sarò più precisa. In realtà, ciò che ha sempre asserito Emoto, non ha nessun basamento scientifico e anzi, esso è stato accusato dalla scienza di essere un approfittatore disposto a raccontare le cose più stupide pur di guadagnarci soldi sopra. Ebbene, sia chiaro, a me non interessa cosa vuole farci credere il signor Emoto, ne’ tanto meno ho intenzione di farlo credere a voi. Penso semplicemente che quello che dice non sia del tutto falso. Un fondo di verità c’è. Probabilmente l’acqua non assume nessuna forma strana o diversa. Le foto che vi ho postato, che lo scienziato vuole mostrare al pubblico, mi sono servite per farvi capire. Nessuno dice che queste formazioni cristallizzate di acqua realmente si creano, ma sì, credo che l’acqua abbia delle proprie emozioni. E insomma, d’altronde, chi ci crediamo di essere per pensare che solo noi possiamo avere sensazioni ed emozioni? Che solo noi possiamo godere di empatia nei confronti di altri esseri viventi? Chi siamo per pensare che gli stati d’animo sono una dote che solo a noi appartiene? E l’aria, e l’acqua, e la terra, non sono nulla? Ora potete capire l’importanza del mio torrente? Questo scrosciare di vita perpetuo e di vibrazioni verso l’Universo? Una magnifica fonte vitale.

Capite bene che, a questo punto, se bevo pensando al bene, bevo acqua pura, buona, salutare, viceversa, se penso a qualcosa di brutto, o triste, o che mi fa arrabbiare, bevo acqua “negativa”. Che energia metto dentro di me? Al di là di tutte le teorie di Masaru che, comunque, considero interessanti. Volete forse dirmi che è un brutto pensiero il suo? Potrebbe farci male avere pensieri belli e positivi giornalmente? Direi di no.

E poi guardatelo. E’ qui, immortalato per voi. Questa è una parte del mio torrente, il torrente Argentina, che si trova nei pressi di Gavano. Guardatelo bene. Potreste forse dirmi che tutto ciò non ha un’anima?

Un bacione a tutti.

M.

Primi piani

Sono favorevole alle riserve di animali, ma non mi piacciono gli zoo. Non mi piacciono le gabbie piccole, quella rete intorno, soffocante.

È in questi luoghi che gli animali hanno espressioni rassegnate, annoiate e tristi. Sono stata recentemente al Parc Zoologique de Fréjus e lì gli animali hanno uno spazio vitale già migliore rispetto ai classici zoo. Hanno spazi grandi e aperti per potersi muovere, anche se non si tratta certo delle immense paludi della Florida, delle infinite praterie del Nord America o della savana africana.

Loro stanno lì, a farsi ammirare dalla gente che passa, sempre nello stesso luogo e sempre con i soliti passatempi ormai logori o sgualciti. I loro musi, però, nonostante tutto, mi affascinano.

Al di là del posto in cui si abitano, i loro sguardi, sicuramente meno felici in cattività, mi rapiscono, permettendomi di stare anche intere ore ad ammirarli senza mai stancarmi.  Rimarrei intere giornate appoggiata a un recinto cercando di immaginare a cosa stiano pensando, osservando attentamente le loro movenze e, dove c’è, far finta che quella rete metallica non esista.

Se fotografo uno di loro, non posso fare a meno di scattare anche un bel primo piano dello sguardo che, spesso, continua a essere infelice, ma anche fiero e orgoglioso.

Sono animali abituati a vivere in questi parchi, una volta liberi andrebbero incontro a morte certa e sono probabilmente convinti che, al di fuori di quei pochi metri quadri, non esista altro. È per questo, forse, che molti – azzarderei dire quelli di dimensioni minori – mantengono comunque la loro vera personalità. Quelli che hanno a disposizione un laghetto e un isolotto grandi a sufficienza, se li dividono in zona notte, zona giorno, zona bisogni, zona nursery, e scavano e lavorano e manipolano sempre le stesse  cose e sempre nel medesimo punto. Anche in natura sfrutterebbero gli spazi conosciuti.

Il problema reale, secondo me, si incontra con gli animali più grandi. Per rendere felice un’antilope, ad esempio, bisognerebbe offrirle un prato chilometrico. Per la fierezza di un puma occorrerebbe un’intera collina; inoltre, quei luoghi palustri di acqua verde e muscosa non bastano, ci vorrebbero dei piccoli torrenti d’acqua limpida e corrente che formino delle polle, ogni tanto.

Ciò nonostante, come vi dicevo, tanti ti guardano dall’alto al basso, quasi con superbia, una superbia naturale, l’unica a poter essere ammirevole in natura. È un’espressione che amo poter portare con me tramite immagini e, come lei, tante altre. Attimi che fanno capire quanto sono simili a noi e proprio con gli occhi ce lo dimostrano.

Gli occhi persi nel vuoto, come ad aspettare un qualcosa che non arriverà mai; gli occhi curiosi, che cercano la provenienza di un rumore; gli occhi assonnati, soprattutto nelle ore più calde della giornata; gli occhi profondi, infiniti, che ti cercano e, quando ti trovano, ti osservano, ti puntano, senza paura, senza rancore, attenti e, spesso, quasi fiduciosi. Ci sono anche gli occhi menefreghisti dell’animale pigro o decisamente spocchioso, al quale non importa della tua presenza. Puoi provare a chiamarlo in tutte le lingue del mondo, cercando d’indovinare quella del Paese dal quale proviene, ma per lui, in quel momento, sei soltanto un microscopico moscerino, magari anche fastidioso, per giunta.

Spettacolari, invece, sono gli sbadigli, gli starnuti, i movimenti delle palpebre, le pieghe del manto a seconda dell’espressione, gli arricciamenti del naso. Anche la coda, le zampe, il corpo intero sono affascinanti, ma il muso mi tocca profondamente. Gli erbivori, con quelle labbra in stile Anna Mazzamauro, sempre alla ricerca di cibo, ti solleticano il palmo della mano; i carnivori si puliscono i baffi, la bocca e il pelo con leccate da dieci minuti l’una; i rettili, alcuni impassibili, mantengono l’espressione del “sicuramente non mi ha visto”, altri invece, muovono gli occhi così veloci da una parte all’altra che sembra stiano seguendo una partita di ping pong tra campioni del mondo. In realtà cercano di tenere tutto sotto controllo, stando sempre all’erta.

Nei nostri parchi, le specie animali sono sempre le stesse e le più comuni. Nel parco del Fréjus – che si visita in auto, data la sua grandezza – ci sono circa 82 tipi diversi di animali. Sono tanti, ma in realtà si contano in questo numero anche le razze di uccelli, che popolano diverse zone del parco.

Ho passato l’intera giornata a scattare con la macchina fotografica quello che loro stessi mi permettevano, e gli scatti che qui vi propongo non sono granché, ma rimarranno comunque un bel ricordo.

Alla gente intorno a me bastava lanciare un biscotto all’animale di turno e andarsene, oppure proferire qualche battuta per poi allontanarsi dal recinto senza osservare con attenzione, senza pensare. Perdonatemi, forse avrò i paraocchi, ma mi sono chiesta più volte che cosa ci facessero lì quelle persone e perché avessero deciso di venire a vedere gli animali. Non possiamo ammirarli come nella loro libertà, ma possiamo comunque studiarne il comportamento, i modi di fare, le tecniche, le abitudini.

Lo scimpanzé ruba il pezzo di mela al compagno, che si è distratto un attimo.

Signora Avvoltoio scruta tutti, incavolata a prescindere, perché sta aspettando che il suo cucciolo esca dal guscio ed è impaziente.

Il leone “dice” alla leonessa: «Piantala di stare sdraiata lì, davanti a tutti: vergognati! Vai dietro la pietra!», e lei, mesta, si alza e lo segue senza proferire parola.

Le tartarughe litigano.

L’agnellino, pur di ricevere una carezza, si butta in picchiata tra i massi.

E poi ci sono le recinzioni al cui interno vive un’intera comunità.

La maggior parte delle persone tende a fermare il suo sguardo sull’esserino più impavido e ardito, quello che picchia tutti per arrivare primo a prendere il biscotto, quello che si mette in pole position distraendoti, per essere ammirato, quello che, soprattutto se si tratta di una scimmia, ti allunga la mano e con quel suo ondeggiare di dita ti ipnotizza, facendoti il gioco di Giucas Casella. Ma non c’è solo lui, non è l’unico. Se spostiamo un po’ lo sguardo – senza offesa per il protagonista – possiamo accorgerci del cucciolo al quale la mamma sta facendo un’accurata toeletta, notiamo che il biscotto che abbiamo lanciato e nessuno ha preso è diventato, in realtà, il premio per l’ultimo, laggiù in fondo, che sta nascosto sotto la foglia.

C’è chi boccheggia, ma non si avvicina, perché emarginato dal gruppo e chi, invece, ci prova, ma viene immediatamente scacciato. Impariamo a osservarli con più attenzione.

E poi i colori, i loro manti, la livrea. Se osservati con attenzione sapranno lasciare senza fiato. Ognuno di loro ha delle tonalità ben definite e  sfumature impressionanti. Anche un geco, nel suo grigio, se contemplato saprà stupirvi. Come può, la natura, essere così perfetta nelle righe di una zebra o in quelle di una tigre? Bianche e nere o arancioni, sembrano disegnate, grandi e piccole, e ognuna lascia spazio all’altra.

Come può, un pavone, possedere quello smerigliare di tinte in una sola piuma, quel metallico fluorescente che diventa argento sotto i raggi del sole?

Com’è possibile che un animale sia completamente bianco, ma abbia le zampe nere, oppure tutto grigio e con la coda rossa? E, soprattutto, può darsi che lo stesso animale cambi il tono del manto in determinate occasioni o periodi dell’anno!

Tutto questo è fantastico.

A parte la coda, che per certi animali è la parte più folcloristica, spesso è proprio il muso o, se vogliamo, la testa, a offrire il meglio di sé e non solo in quanto a colori, ma anche per quanto riguarda la cresta, le corna, i ciuffi di pelo intorno alle guance, le orecchie, davvero buffe a volte, i denti in bella mostra… Ci sono righe o pois che in quel determinato punto si accentuano o diventano più piccoli, come a volerci i stare tutti; macchie che dipingono il contorno occhi e la tinta stessa dell’iride: un arancio intenso, un verde smeraldino, un nocciola tenue, ognuno con una pupilla dalle mille forme. E torniamo agli occhi, quelli che, se guardati bene, sono contornati da ciglia, piccoli peli o, per gli uccelli, da microscopiche piume. Ci sono occhi scuri, grandi, dolci, che ci fanno pensare all’animale mansueto, e gli occhi chiari, vitrei, piccoli, che ci fan credere che quella bestiola sia feroce e inavvicinabile. Gli occhi parlano, è vero, ma tutto dipende anche dal rapporto che può nascere con quel determinato animale. Personalmente, non mi avvicinerei mai a un orso, nonostante i suoi teneri occhioni scuri; preferisco di gran lunga una lucertolina innocua con gli occhi color del mare!

La parola avvicinare mi fa venire in mente che sarebbe stato il massimo poterli accarezzare e avere con loro momenti diversi da quelli che possono essere soltanto un “ti guardo” e un “guardami pure”, ma ovviamente questo è impossibile. Inoltre, non ho né il coraggio né la capacità che possono avere parecchi personaggi televisivi che non conoscono la paura e sopportano il dolore. In più, sono così piccola che qualsiasi esemplare di fauna, in quel luogo, avrebbe potuto fare di me un sol boccone, solo l’elefante si è spaventato un po’! Se davvero fossimo tutti grandi come dei topolini, la maggior parte degli animali ci sembrerebbe enorme, ma penso che non sarebbe male se imparassimo a guardarli così, se pensassimo di avere meno supremazia su di loro. Potremmo usare l’intelligenza che ci è stata donata in modo più costruttivo  nei loro confronti. Per fare questo, a parer mio, bisognerebbe imparare a osservare. Come tra esseri umani è meglio ascoltare, piuttosto che parlare, anche con loro – ne sono convinta – si dovrebbe lasciare più spazio al silenzio e utilizzare gli sguardi  attraverso i quali loro sapranno risvegliare in noi tanti altri sensi sopiti e tante altre emozioni.

Non è possibile rimanere indifferenti davanti a tanto splendore. Sono meravigliosi.

So che questi animali li avete già visti tantissime volte,  ma mi piacerebbe se li osservaste e ammiraste. Anche se possono sembrare banali, conosciuti, di tutti i giorni.

A volte penso che loro ci scrutino più di quanto possiamo vederli noi, ma lo fanno con discrezione, tanto che noi non ce ne accorgiamo. Sono sicura che, se potessero parlare il nostro stesso linguaggio, saprebbero perfettamente ripetere come eravamo vestiti o pettinati o riconoscerci in un mare di folla. Davvero!

Ricordatevi: non approfittate mai di loro, nemmeno se chiusi in una gabbia.

Bene, a questo punto non mi rimane altro che augurarmi che abbiate potuto avere, oltre che una buona lettura, anche una buona visione!

Come sempre, dalla vostra – questa volta zoofila – Pigmy.

M.