Caino e Abele nella Valle Argentina

Questa è la storia (vera) di due fratelli che vissero in Valle Argentina, precisamente nei pressi del borgo di Loreto, verso la fine dell’800 e i primi anni del ‘900.

I due fratelli, il cognome dei quali iniziava per L. ma non posso svelarlo del tutto, vivevano in due case di pietra in uno dei punti più rocciosi della Valle. Siamo in Alta Valle, oltre Triora e poco prima di Realdo, dove le lisce e alte pareti di roccia oggi permettono scalate a chi ama arrampicarsi.

Non c’era terra e le loro dimore erano state costruite su dei costoni che si affacciavano sul torrente.

Uno dei due, il più anziano, coltivava un piccolo pezzo di terra davanti a casa. Un appezzamento molto prezioso, in quanto di terra, in quel punto lì, non ce n’era per niente.

Un giorno, il fratello più giovane, passando vicino alla campagna del maggiore, permise alla propria capra di divorare un cavolo di quell’orto e questo fece arrabbiare così tanto il più grande che prese una grossa pietra e la scagliò contro il fratello più piccolo e irrispettoso, colpendolo proprio alla testa. Non lo uccise, ma si fece ugualmente circa otto anni di duro carcere. Una volta uscito di galera, tornò in quella casa e rivide il fratello. Per niente soddisfatto e ancora pieno di rancore, questa volta gli tirò una badilata sul viso, ma lo ferì solamente a un labbro e quindi non venne messo in gattabuia.

Viene subito da pensare che questo fratello maggiore fosse davvero una persona cattiva, violenta e rancorosa, ma io, senza giustificare né giudicare nessuno, vorrei porre l’attenzione su qualcosa che forse sfugge ai più, ma che riguarda tutta la mia Valle.

Partiamo dal presupposto che non si fa del male a nessuno, così evito eventuali incomprensioni. Come già sapete, sono contro la violenza di qualsiasi tipo e verso chiunque, però una cosa che al giorno d’oggi non riusciamo più a comprendere è l’immensa ed estenuante fatica che un tempo, soprattutto in certe zone della mia Valle e di tutta la Liguria, si compiva nel cercare di creare spazi pianeggianti atti alla coltivazione per evitare di morire di fame. La Liguria è una regione morfologicamente molto difficile da coltivare. La Valle Argentina è culla, inoltre, del monte più alto di tutta la regione (il Saccarello, 2.201 mt). Questo indica come la mia sia una Valle che, in pochi chilometri, dal mare giunge ad alte vette, quindi potete capire come sia aspra e scoscesa, seppure bellissima. Durante la costruzione di terrazzamenti e muri a secco, per creare le famose “terrazze liguri”, strisce di terreno nelle quali seminare ortaggi e grano, si faticava assai. Cumuli di terra e grosse pietre pesanti venivano trainati con sforzi disumani, in salita, per chilometri e chilometri o a braccia o con l’aiuto di muli che, spesso, sfiniti anch’essi, dovevano fermarsi a riposare. Una volta trasportato tutto il materiale in alto con sangue e sudore, si iniziava il lavoro: si disboscava o si spaccavano rocce e falesie (a mano!), si scavava, e non c’erano di certo le ruspe, si  ergevano muri e poi si procedeva al riempimento con la terra che veniva poi battuta e smistata (sempre a mano!).

Ora, nonostante con questa spiegazione sia impossibile concepire veramente la fatica di quegli uomini, potete credermi se vi dico che ogni dono della terra, nato in quelle sottili strisce, era un tesoro dal valore inestimabile che permetteva il sostentamento.

Questo, lo ribadisco, non vuole giustificare l’atto del fratello maggiore, ma, proprio da chi è sangue del mio sangue, io non mi aspetterei un gesto così poco rispettoso come quello di far mangiare il mio cavolo a una capra che aveva ettari interi di bosco e brughiera nei quali sfamarsi.

Il gesto del fratello più grande, ripetuto poi attraverso la vanga, è sicuramente imperdonabile, ma non badiamo a lui per un attimo. L’importante, secondo me, è osservare con gli occhi dell’ammirazione e dello stupore quello che, oggi, nella Valle, ci circonda.

Quando notiamo le nostre montagne e le nostre colline trasformate in enormi gradini, soffermiamoci a pensare alla portata del lavoro di gente che ha sfamato anche i nostri nonni e i nostri padri. Se ci pensate bene, guardando questo territorio, ha davvero dell’incredibile.

Un caro saluto, Pigmy.

I colori attorno a me

Quando si associano i colori alla natura si pensa solitamente all’autunno, ma, ora che siamo in primavera, uscendo dalla mia tana mi rendo conto di quanta meraviglia colorata ci sia attorno a me.

L’autunno offre spettacoli incredibili di tinte accese, infuocate ed energiche, ma cosa vogliamo dire di questo periodo, che dona timide e delicate nuances? Il lilla, il rosa, il giallo, l’azzurro… E dell’estate, ne vogliamo parlare? Con quei tocchi sgargianti di rosso, arancio e blu! L’inverno, poi, regala sfumature più tenui di colori pallidi e gentili che riposano e sospirano.

Sapete bene ormai che io, a malincuore, di letargo ne faccio ben poco, altrimenti poi mi venite a bussare al tronco di castagno per chiedermi nuovi post, ma tutto questo ha anche il suo lato positivo perché ogni giorno dell’anno, ho la possibilità di svegliarmi e riempirmi gli occhi di arcobaleni! Oh sì! Anche tutto questo si chiama “Valle Argentina”!

E i suoi boschi, le sue falesie, i suoi doni, il suo mare, i suoi prati e il suo cielo propongono ogni dì una nuova bellezza. Colori che non solo si vedono, ma si respirano anche! Si percepiscono, si toccano! Sono colori che vivono con me. Non mi soffermerò a elencarvi le varie tinte come il marrone della nocciola, il verde delle foglie e il porpora dei mirtilli, voglio raccontarvi come possono, tali colori, estasiarvi.

Vedete: un conto è ammirarli, un altro è trovarvisi proprio nel mezzo. Io son piccina come una ghianda, a me riesce bene. Immaginatemi scorrazzare tra l’erba piena di fiori variopinti! Potete capire la mia meraviglia! Mi basta sostare sotto al piccolo fiore di un trifoglio per vedere tutto il mondo violetto. E lo sapete che solo di verde ce ne sono infinite tonalità?

Stavo pensando, infatti, che, come vi ho detto molte volte, persino il nome stesso della mia Valle è quello di un colore: “Argentina” da “argento”. Questo argento, però, è associato a un verde, quello degli Ulivi che sappiamo mostrare un verde argenteo quando le loro foglie sono mosse dal vento. Ma, guardandomi intorno, posso notare che questa particolare tinta è data anche dal Rosmarino, ad esempio, e dalla Lavanda, che l’argento lo ricordano parecchio. Per non parlare del brillio dell’Ardesia e dell’Arenaria… altro che argento! Può arrivare ad assomigliare a un luccicante… grigio topo… splendido colore! Vi pare poco?

E volete che vi racconti dei colori delle mie albe e dei miei tramonti? Ah no! Non posso! Solo un poeta potrebbe. Sono così splendidi e meravigliosi che non meritano di essere offesi da parole dal basso pregio perché, credetemi, quando i monti s’incendiano al sole, quando il cielo fiorisce di rosa, quando le nubi arrossiscono e il sole è come una grande arancia sospesa… be’… è tutto veramente meritevole di poesia.

Posso raccontarvi, tuttavia, qualcosa del blu notte che scurisce sopra il mio muso dopo il crepuscolo. Un blu quasi nero, che avvolge il firmamento e si veste di mistero. Un blu scuro che zittisce ogni cosa, che tutto spegne. Tranne le lucciole, che rifulgono beate in alcuni periodi dell’anno. E sono bellissime. A me tengono molta compagnia e mi permettono sempre di far ritorno in tana a qualsiasi ora. Dei minuscoli lanternini contro l’oscurità.

Allora topi? Cosa ne dite? Vi ho convinto a credere che, nella mia Valle, i colori siano grandi protagonisti e che sappiano mostrare anche qualcosa di magico? Lo spero, perché è davvero così.

Per adesso vi mando un colorato sorriso, vado a dipingere un altro post per voi.

A presto verdi monti!

Consiglio: per leggere al meglio questo post, cliccate prima play sul video e poi partite pure nella lettura e nella visione di queste immagini. Direi che è l’ideale no?

Ah… topini… permettetemi questo inizio con Heidi ma qui proprio ci voleva. Ora dovrò aspettare parecchi mesi sapete prima di rivederli così i monti. SONY DSCGià, cambieranno completamente il loro colore che, dal verde quasi fluorescente diventerà bianco, candido. Candido come la neve. Adesso, in questo mese un po’ bislacco, ci sono solo le nubi a scurirli ma presto ci sarà anche il bianco manto. Non fa nulla, ogni stagione ha le sue bellezze ma queste foto volevo regalarvele. SONY DSCVolevo farvi vedere questo paradiso terrestre perchè a me emoziona, fa luccicare gli occhi e sono certa che sa regalare splendide emozioni anche a voi. Guardate, non è una gran meraviglia? Tutta quell’erba soffice e fresca. Le aspre falesie in lontananza, il ruscello che divide i prati e fiori, fiori, fiori, tanti fiori a colorare questo mio incredibile stupore. SONY DSCQuelle tante tonalità vive che sono piene di luce propria. Potrei stare qui per giorni interi, non mi stancherei mai. Non mi stancherei di vedere la terra e il cielo che quasi si toccano, non mi stancherei di ascoltare tutti i suoni della natura e il suo silenzio, di sentire, dentro al corpo, la sua maestosità.

Qui, a regnare, ci sono le Api, gli Uccelli, le Marmotte. I falchi si sentono i protagonisti di questo palcoscenico.SONY DSC Con le loro urla, ci obbligano a guardare in aria curiosi e a strizzare gli occhi. Le mucche emettono il loro muggito e, l’eco, lo porta lontano fino a sbattere contro le pareti rocciose, laggiù. C’è il sole e c’è l’aria che accarezza delicatamente. Posso camminare, ruzzolare, far capriole, sono libera. SONY DSCSono le prime Alpi, sono vicine a me, posso viverle come voglio. E sono altre le persone che vogliono far parte di questi luoghi. C’è chi va a cavallo, chi in bici, ognuno sceglie la sua via, l’importante e starsene qui e godere di questa parte di mondo. Ah! Meraviglia! Come può esistere tanto splendore? SONY DSCQueste cime che vorrebbero grattare il cielo o anche solo sfiorarlo, e quell’erba che le ricopre come una colata di crema al pistacchio su un dolce. Star qui è come essere su un altro pianeta. Non riesco a credere che tra pochi chilometri rivedrò le auto, le strade asfaltate, sentirò i clacson e la gente che grida.SONY DSC E’ un po’ come tuffarsi in acqua e lasciarsi andare sotto di essa, in apnea, senza sentire nulla. Verdi monti, un po’ dolci, un po’ rudi, quanto mi mancherete! L’aria qui è frizzantina, anche in piena estate, ma non fa freddo, la si gode volentieri. Quest’atmosfera sa anche riscaldare.SONY DSC Capite cosa voglio dire? L’aria qui ti circonda, sa di buono. Chiunque lo percepisce. E aspetterò maggio con ansia per tornarci. Vedete, in inverno, questi posti sono realmente impraticabili. E’ impossibile giungere qui con qualsiasi mezzo. L’unica cosa possibile è l’attesa. SONY DSCMa posso sempre guardare queste splendide immagini. Foto chiare, nitide. Sapete, alla sera qui, spesso scende la nebbia ad appannare questa veduta, ma in queste ore del giorno davvero nulla può disturbare. Tutto è perfetto, semplicemente perfetto. SONY DSCE tutto questo lo posso avere in breve tempo. Pochi chilometri dal mare ed eccomi qua, come tante volte vi ho già detto. Un altro dei pregi di questa strana ma bellissima regione che abito. Saliamo dalla costa e andiamo verso Nord-Ovest.SONY DSC E ci troviamo qui, in questo Eden dove oggi ho voluto portare anche voi. Le pietre, anche quelle nel ruscello, sembrano granelli di zucchero, ognuna ha la sua forma e, con quelle più grandi, si può creare una pila da lasciare a bordo strada che indica “anch’io sono stato qui!”.SONY DSC Lo fanno in tanti. E’ un mezzo simpatico che, in qualche maniera, unisce anche le persone. Chi riuscirà a fare la torre di sassi più alta? E’ una questione di equilibrio. Però, ora topi, è arrivato proprio il momento di andare. Andare e lasciare il posto ai primi Bucaneve e ai primi Crocus che vedo già rannicchiarsi nel terreno per l’inverno, pronti a sbucare appena sarà il loro tempo.SONY DSC Lasciamo che gli abitanti possano farsi la loro scorta di ciccia per la fredda stagione. Lasciamo tutto così com’è, a maggio torneremo e rivedremo questa meraviglia. Lasciamo tutto così com’è e chiediamo di aspettarci. Io vado, ne approfitto, un’aquila sta scendendo a valle.SONY DSC Un bacione amici, vi auguro una buona giornata e… alla prossima!

M.

Storia della giovane Elisabetta

Poche parole, pochi dettagli ma un vivo ricordo.

Cari amici, oggi vi voglio portare alla conoscenza di una storia triste, ma significativa, avvenuta tanti anni fa qui, vicino alla mia terra, in una terra brigasca, terra che tante volte vi ho nominato.

Oggi vi voglio parlare di Elisabetta. Della giovane Elisabetta e, se posso farlo, è merito del mio caro amico Bruno che dovrò prima o poi nominare mio personale aiutante in fatto di materiale da blog. Sorrido.

In realtà, questa storia, non mi rende felice purtroppo. Siamo a Carnino, nel Comune di Briga Alta, sul sentiero che da Carnino sale al – Passo delle Saline -, a circa due terzi della salita prima della Gola. Qui, si incontra la testimonianza in ricordo della morte di Pastorelli Elisabetta, avvenuta il 3 dicembre 1883, come dimostra l’immagine che vi ho postato. Una croce semplice e un cartello. Niente di più. Purtroppo, ne io ne Bruno siamo riusciti a trovare su internet o su libri altre informazioni, per cui, presumiamo, dai pochi indizi trovati, che la ragazza fosse di Carnino e che, come dice anche la targa sotto alla sua croce, sia morta assiderata nella tormenta.

Sì, una gelida tormenta se l’è portata via, quel lontano dicembre di tanti anni fa. “Mi immagino” mi racconta Bruno, “che avesse fatto un trasporto, portato un carico, tra Carnino e la Valle Pesio e fosse sulla via del ritorno. Era già inverno avanzato e forse si è avventurata lassù, a 2.174 metri del passo, spinta dalla necessità di guadagnare qualcosa quando i lavori in campagna erano finiti terminata la stagione“.

A quei tempi, il lavoro di trasporto dei carichi, e stiamo parlando principalmente di sale o formaggi o olio, era affidato anche alle donne, ovviamente più economiche e affidabili dei muli e, una giovane ragazza, non poteva stare a casa senza “rendere”, sino a quando non si fosse sposata e avesse iniziato a badare ai figli.

Ricordo quando la mia topo-nonna mi raccontava che andava a piedi, per la Via del Sale, in Francia, a vendere i carciofi. Era un viaggio straziante, lungo e faticoso. Questo oggi può sembrare assurdo ma, a quei tempi, era un bisogno e un ragionamento accettato da tutti e, necessariamente, anche dalle donne.

Continuando a parlare, il mio amico ricorda come ad esempio “…durante la Prima Guerra Mondiale, schiere di ragazze friulane venivano assoldate per portare i rifornimenti in montagna alle prime linee mentre, i pochi muli disponibili, erano in consegna ai soli militari per il trasporto delle munizioni ed esplosivi. Venivano pagate ogni volta che compivano un viaggio e ricevevano la paga al rientro se portavano a casa la pelle in quanto non sempre erano nascoste al fuoco austriaco“.

Era un lavoro pericoloso topi, ma considerato redditizio perché almeno pagato, tenendo conto che, nelle case, erano rimasti solo i vecchi e i bambini oltre le donne anziane che dovevano mandare avanti il focolare e la famiglia rimasta. 01 Verso p.so Saline

 

 

 

 

 

 

 

 

E alcune, come Elisabetta, salivano sulle vette con dei carichi che spesso superavano i 25 chili e là, trovavano gli uomini pronti ad accoglierle. Alcune, nel male, ben più fortunate della protagonista di questa storia, così facendo, hanno conosciuto colui che è poi diventato il loro marito e si racconta che siano sbocciate relazioni sentimentali degne di un romanzo nonostante la minaccia della morte sempre incombente. Morte che, a volte, era annunciata dal rumore dei minatori del genio austriaco che scavavano delle gallerie nella roccia, sotto le cime, per imbottirle di esplosivo e poi far saltare tutto, così come facevano i nostri genieri sotto le postazioni avversarie.

E’ la guerra amici. E quando c’è lei non ci può essere null’altro, nemmeno lì, tra quelle magiche terre. Urla, boati e scoppi tra le falesie. La terra tremava tra quelle Saline. Tra quelle stesse Saline in cui, in quel lontano dicembre di tanti anni prima, Elisabetta moriva. E ogni volta che passiamo da qui, rivolgendo un pensiero a lei, è come se lo rivolgessimo a tutte quelle persone che ci hanno preceduto, i nostri vecchi compresi, che hanno faticato tanto e, spesso, hanno dovuto sopportare tremendi dolori per essere liberi o per averci dato quello che abbiamo oggi. Con il loro sacrificio.

Un bacione topi dalla vostra Pigmy.

M.

La Gola delle Fascette

La Gola delle Fascette – un luogo incredibile in terra brigasca.

Un sentiero, “vicino di casa”, a due passi da me.

Dagli aspri monti, scavalcati anche da topononno (topononno l’Alpino, non quello dell’Africa) durante la Seconda Guerra Mondiale.

Una spettacolare Gola topi, lunga circa 600 metri, intagliata completamente nelle rocce calcaree tipiche dei miei luoghi.

E’ lei che, precisamente, segna il confine tra la provincia d’Imperia e Cuneo e rappresenta un particolare fenomeno di cattura idrica.

Il Rio Nivorina, che scende dal vallone di Upega, già 1.000.000 anni fa, confluiva probabilmente attraverso la Colla Bassa nel Rio Piniella e quindi in Val Tanarello.

Siamo infatti nell’Alta Valle Pesio e Tanaro e, grazie alle informazioni che ci forniscono gli addetti di Parcopesio.it possiamo scoprire un paesaggio incredibile.

Col passare delle Ere, la carsificazione nel settore delle Fascette deve essere stata intensa e a molti livelli. Questo presumibilmente ha favorito, insieme ad altri fattori, l’intaglio della Gola e la conseguente cattura del Rio Nivorina verso il vallone del Negrone.

Oggi, la circolazione idrica nella Gola delle Fascette è totalmente sotteranea per gran parte dell’anno poichè, le acque del Rio Nivorina, sono inghiottite dal Garb del Butaù.

Solo i grandi deflussi, con lo scioglimento primaverile delle nevi o a causa di violenti temporali, attivano la circolazione superficiale lungo il fondo della Gola. Poichè le acque percorrono zone inesplorate, possono essere avanzate solo ipotesi a spiegazione di questo fenomeno. A fronte di grandi portate idriche, si attiva la risorgenza semi fossile Garb da Fùuze (Garbo della Foce), posta a circa 30 metri d’altezza dalla Gola. Se le portate aumentano, s’innesca uno strano fenomeno, per cui, alzandosi il livello di falda, l’acqua torna a monte per fuoriuscire dal Bataù riattivando così la circolazione superficiale.

Fino a tempi relativamente recenti, la Gola, costituiva una barriera invalicabile lungo il corso del fiume per le genti dei paesi posti a valle e a monte di essa, costrette per comunicare, a lunghi percorsi.

Solo alla fine dell’800 venne tracciato, con la collaborazione dell’Esercito, un sentiero lungo tutta la Gola, in seguito attrezzato con funi metalliche nei punti più esposti.

All’isolamento dell’Alto Tanaro si pose rimedio nel dopoguerra: la ditta Feltrinelli, costruì la rotabile Upega-Viozene in cambio della concessione del taglio delle Foreste della Binda, del Bosco delle Navette, (che ne ho parlato in questo post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2012/09/18/il-bosco-delle-navette/ ) e del Bosco Nero. Fu completata nei primi anni ’50.

I detriti prodotti dal passaggio delle strapiombanti pareti della Gola, furono scaricati nella forra, alternandole così la morfologia.

L’alluvione del 1994 trasportò verso valle molti di questi detriti riscoprendone, in buona parte, l’antico aspetto spettacolare per le grandi marmitte che sono simili ad aperture e i numerosi fenomeni di erosione presenti.

E’ la strada che si percorre appunto per arrivare al paese di Upega ed è uno splendido canyon ricco di grotte che non solo costituiscono tutto il sistema idrico di tutto il Marguareis ma che sono anche spettacolari da visitare, come potrete vedere in questa bellissima pagina dove un gruppo di coraggiosi dice addirittura di aver visto la più bella Gola che gli sia mai capitato di scoprire. Eccovi alcune loro foto e la loro descrizione http://www.aspeterpan.com/grotte/lupo02.htm

Ogni grotta ha un nome, alcune sono piccole e con poco significato, altre invece, dei mondi a sè.

E’ davvero un luogo magico, dall’atmosfera misteriosa e dalle alte falesie imponenti ma completamente percorribile anche in auto, con il solo desiderio di appagare gli occhi.

Io per adesso vi regalo qualche immagine, nella speranza che possiate capire la bellezza di questo posto, ma invito davvero a venirlo a visitare realmente perchè offre scenari da mozzare il fiato.

Un forte abbraccio, vostra Pigmy.

M.

Il Bosco delle Navette

… dei fiori, degli Abeti e dei Cavalli. Questo è il Bosco delle Navette. Un bosco che quasi confina con la mia Valle, in terra brigasca; è il bosco di Upega.

Upega è un paese che fa parte del Comune di Briga Alta ed è situata nella Val Tanaro. Siamo sul confine tra la provincia d’Imperia e quella di Cuneo. Potrei dire di fianco a me per un certo senso.

Questo bosco, si trova esattamente appena sopra Upega e si estende per 2.770 ettari.

Lo si può definire uno tra i più spettacolari e interessanti boschi delle Alpi Marittime.

Si chiama così perchè un tempo, con il legno dei suoi alberi, Larici e Abeti bianchi secolari, si costruivano le imbarcazioni tipiche liguri per la Repubblica di Genova, oggi, gli stessi alberi, sono tana di animali stupendi come Camosci, Lupi, Marmotte, Caprioli e Forcelli.

Siamo nell’Alta Valle Tanaro e, nel cuore e nei confini di questo bosco meraviglioso, si snodano due itinerari che offrono spettacolari vedute di una natura incontaminata e padrona.

Essi sono la Colletta delle Salse che regala piacevoli scorci e il pregio di vivere ambienti creati da un ecosistema di rara bellezza e il Colle delle Selle Vecchie che permette di godere di panorami particolari e suggestivi per chi ha gambe e volontà allenate.

Considerati i tratti esposti in prossimità di Cima del Ferà e i punti tra Selle Vecchie e Case Nivorina, il cui sentiero è ridotto a tracce non chiare, si consiglia la percorrenza ad escursionisti esperti e competenti della zona. Quindi è bene ch’io me ne stia buona buona dove sono e vi mostri il bosco dai lati che son riuscita a vedere.

Come ad esempio l’area pic-nic, attrezzata, del Giarretto presso il ponte della provinciale sull’omonimo torrente ricco di fiori colorati di un fucsia acceso e spighe dorate.

Un torrente che, scendendo, accarezza ninfee e felci.

Ma per fortuna non sono tutti come me e, questo bosco, è visitato tutti i giorni da alpinisti e amanti della mountain bike oltre che da chi ama camminare.

Siamo ai piedi di Cima Bertrand, un monte alto 2.481 metri.

Dall’area pic-nic parte una pista forestale che s’inoltra salendo nel Bosco delle Navette e raggiunge la rotabile ex-militare Monesi-Limone. Ma questo non è l’unico sentiero, varie mulattiere, stradine e tagliafiamme ci portano ognuna in un luogo incantato ed è facile poter fare piacevoli incontri. Mucche, Pecore e Cavalli vengono spesso a pascolare e a correre felici.

Per arrivare qui, abbiamo preso la Provinciale 6 e sorpassato prima Viozene e poi Upega. Abbiamo attraversato la piazzetta dei camper e la Sorgente della Salute dove l’acqua, freddissima, passa dentro a tronchi cavi.

Intorno a noi, alte falesie e un vero Canyon, ci facevano sentire piccolini come non mai. Quelle rocce austere, quegli alberi, quel silenzio. Rocce che sembrano volerci chiudere in una morsa mentre ci passiamo sotto e le guardiamo dal basso verso l’alto.

E immagino correre i Lupi, i nostri soldati a scavalcare quelle montagne come fossero semplici vie.

Quante grotte s’intravedono da qui. Rifugi da primo soccorso.

Il Bosco delle Navette, sorge qui, a 1.580 metri circa sul livello del mare. Dopo questi aspri monti, quasi ad addolcire un pò il territorio. E’ un Parco Naturale dal grande fascino e dalla lunga vita ricca di storia ed avventure. Basta pensare che accanto a lui passa una delle più famose Vie del Sale.

All’inizio del bosco la piccola chiesetta della Madonna della Neve ci accoglie. Immersa nel verde, da’ le spalle alle alte conifere e ai cespugli di Rododendri che circondano questo paesaggio incantato. Vicino a lei, un rifugio di pastori vende latte e formaggio prodotto dalle loro Pecore e, a far da guardia, due splendidi Maremmani che si mimetizzano tra i velli degli ovini. Vere Pecore brigasche, ricce, pelose, bianche come la neve.

Qui si sogna. Qui vi ho voluto portare perchè possiate rimanere affascinati.

Qui potete ascoltare ad occhi chiusi, la voce del bosco, il suo accogliervi e il suo salutarvi. Una voce che echeggia rimbalzando tra Cima Missun, Cima Bertrand e Colla Rossa. Una voce che chiede rispetto ma sa darne altrettanto. Un parlare interrotto solo, di tanto in tanto, da un ululare, un frinire, un bubbolare, un belare e uno scalpiccio di zoccoli che trottano felici.

Un abbraccio.

M.

La preghiera dell’Alpino

Gli Alpini cari topi, nella mia Valle, sono sempre stati una figura importante e, ancora oggi, organizzano raduni e feste per ritrovarsi e sentire ancora quell’ardore dentro nell’aver partecipato a lottare per la propria patria.

Tante sono le canzoni da loro inventate, tanti gli inni, e oggi ho addirittura trovato una preghiera in loro onore.

Una preghiera molto buffa che probabilmente serviva proprio a tirarli un po’ su, con un sorriso, nei momenti di tristezza e malinconia e mi faceva piacere farvela conoscere.

PREGHIERA DELL’ALPINO

Bacco nostro che sei in cantina, sia ricordato il tuo nome.

Venga il tuo vino, purchè genuino.

Sia fatta la tua volontà nello stabilire la quantità.

Dacci oggi la nostra sbornia quotidiana.

Riempi i nostri bicchieri come noi li riempiamo ai nostri bevitori.

Non ci indurre all’astenia ma liberaci dall’acqua e così sia”.

Io la trovo molto divertente e se penso a quante ne hanno passate su quelle montagne… Nonostante tutto riuscivano ad avere la fantasia, per non cadere nella sofferenza, per non lasciarsi andare, per potersi far forza e coraggio con quattro semplici parole.

Pensate, stiamo parlando del Corpo di Fanteria più antico del mondo! E da me, sui miei monti, come già tante volte vi ho spiegato, gli Alpini, hanno vissuto parecchi anni a combattere.

Hanno scavalcato queste montagne a piedi, sotto il sole, sotto la pioggia, al freddo e conoscono ogni piccolo rifugio, ogni falesia, ogni grotta. Non avevano nulla che potesse ristorarli se non un buon bicchiere di vino!

M.

Il cuore della Valle

Se ieri vi ho mostrato la dolcezza di Bregalla e l’armonia del contesto che la circonda, oggi voglio farvi vedere su cosa si affaccia il paesino del quale vi ho parlato.

Dalla sua culla di monti si vede la parte più aspra e più austera, il cuore imperioso e risoluto della mia Valle. Le nude falesie hanno dimensioni mastodontiche, cadono a strapiombo sul torrente. Laggiù c’è un ponte, quello di Loreto, e sopra di esso troneggia il Colle Ventusu . Siamo a 700 metri circa sul livello del mare.

Gli alberi ricominciano a vestire le rocce come ogni anno, rendendo questa gola ancora più cupa. È come se ordinasse ai passanti il rispetto che merita. La strada, le piante, le casupole, i santuari, tutto è così piccolo da far sembrare queste montagne ancora più gigantesche. Gli uccelli sono pochi, ma di notevoli dimensioni; sono per lo più rapaci, li si può osservare mentre girano in tondo puntando la preda.

Lo scroscio dell’acqua che scende dai massi è perpetuo, il fiume è gelido in ogni stagione.

Il cielo qui è di un azzurro intenso, non inquinato dalle città, e l’aria è così pura da far quasi pungere il naso. Il vento fa suonare il suo soffio impetuoso sbattendo contro le pareti di roccia.

Se non li conosci, questi monti sembrano guardiani spietati. Lo scorrere del fiume risuona contro le rocce e solo gli appassionati di mountain bike, arrampicata, alpinismo, trovano il coraggio di sfidarle. A seconda delle stagioni e dei momenti della giornata, il sole scalda di più o non riesce nemmeno a penetrare nella gola profonda. Anche la primavera fa fatica ad arrivare. Il silenzio e il letargo invernale non vogliono abbandonare questi luoghi. Prima, nei villaggi più in basso, c’erano i fiorellini, i germogli e l’insetto che se ne cibava, ora, in questa zona che è considerata già Alta Valle Argentina, la presenza preponderante è quella delle poiane, dei lupi, degli allocchi.

Il profilo delle montagne si staglia contro il cielo. A bloccare la strada è il Monte Saccarello, là dove finisce la Valle Agentina e cominciano la Francia e il Piemonte. Le ombre dei rilievi montuosi si proiettano nella gola, là dove il ghiacci persiste fino a stagione inoltrata.

Guardando da qui questo mondo, mi sento minuta al cospetto della Natura, ma sono sazia: non ho bisogno di nulla. Sembra di riuscire a toccare questa atmosfera, non solo vederla. Mi avvolge come una calda coperta e mi sento serena, mi dona un senso di protezione.

Quanti mondi diversi mi offre, questa ruga del pianeta! E ogni giorno è sempre più bella.

Un abbraccio innamorato dalla vostra Pigmy.

M.

Bregalla, il paese delle fiabe

Guardatele bene le foto che vi posto oggi: non vi sembra di essere in un racconto dei fratelli Grimm?

La legna accatastata, le casette in pietra, i mandorli in fiore, i balconi di travi di castagno, il sentiero in mezzo al prato… Nemmeno il più grande scenografo di Walt Disney potrebbe arrivare a tanto. Sembra un luogo fantastico, invece è tutto vero ed è qui, nella mia valle, sotto un grande spicchio di cielo.

Siamo a Bregalla e le casette in questa frazione sono tante quante le lettere che ne compongono il nome, non una di più.

Bregalla è considerato un punto panoramico fantastico. Da qui si vede tutta la gola della Valle Argentina, quella delle falesie, delle rocce sporgenti, austere, del suo lato aspro, rude, maestoso. Siamo oltre il ponte di Loreto, passato colle Ventusu. Ci troviamo prima di Realdo e, salendo sulla destra, due curve ci portano in questo angolo di paradiso.

Non c’è nessuno. Come mi aveva consigliato la signora Vilma, cerco Bruno, colui che degli orti fa delle vere opere d’arte. Tuttavia il signor Bruno non c’è e di lui e delle sue capacità, purtroppo, non posterò nulla. Voglio farmi raccontare le sue storie, i suoi consigli e voglio fotografare il suo lavoro in sua presenza.

Gli abitanti di Bregalla sono solo 18. Io ne ho visti solo 3, prendono il sole beati nel loro giardino di margherite. In tutto il resto del paesino regna il silenzio più assoluto. Siamo a circa 840 metri sopra il livello del mare. É una borgata che appartiene al comune di Triora e il suo nome deriva probabilmente dal termine “bregallare” che voleva dire belare, in onore delle pecore e delle capre che un tempo vivevano su questi monti. Sono luoghi di pastori, di contadini. Nella nostra zona, però, c’è un termine che usiamo spesso per indicare il “fare tante cose” che è proprio Bregare, per indicare qualcuno che non sta mai fermo: “È sempre che fa, disfa e brega…” diciamo. Mi chiedo se questo modo di dire abbia qualcosa in comune con il nome di questa località.

A meritare un sopralluogo a Bregalla è anche il lavatoio, ancora funzionante, pulito e ben tenuto, se non erro è stato costruito con la pietra Arenaria. E poi c’è la chiesa, anch’essa molto carina e con la particolarità di avere “tre tetti”.

Esattamente! In un solo Santuario, guardate, ritroviamo due tetti di tegole rettangolari e un tetto di ciappe semi-rotondo disposti tutti a scala rimanendo uno più basso e gli altri più alti.

Sopra al campanile poi, un simbolo che non manca mai, c’è infatti una piccola croce di ferro.

La flora che circonda questo villaggio lascia senza fiato. Si nota addirittura la presenza di altissimi bamboo! Sembrano formare una piccola foresta orientale incastonata nella macchia mediterranea e, tutt’intorno, i nostri occhi possono vedere il verde cupo degli abeti e dei pini che colorano le alte montagne. E guardate dove nasce la salvia! È lì in quel tronco, la vedete?

Tante sono le spezie: salvia, timo, basilico, origano e intere cornici di rosmarino profumato che, fiorito proprio in questo periodo, colora il paesaggio di azzurro e violetto. E che profumi! Tra le pietre dei terrazzamenti troviamo altri colori, altre tinte offerte dai fiorellini di campo: iIl bianco, il giallo, il fucsia, il rosa, il turchese. Io sono convinta che se un pittore venisse a visitare Bregalla, non se ne andrebbe più.

E voi, ditemi, avete mai visto un posto più bello di questo? Guardatele bene queste foto, topi, e sognate: oggi siete in una fiaba. Siete in un luogo fuori dal mondo, dove anche i pochi ruderi rimasti (perchè qui le casette sono state tutte rifatte come gioiellini) hanno un contorno tanto bello da sembrare irreale. Affascinante e suggestivo, il borgo permette di essere visitato tramite piccoli sentieri a scalini, ponticelli e prati in fiore. Non dimenticate di passare di qua se venite nella mia valle, vi perdereste qualcosa che potrebbe davvero appagare i vostri occhi.

Un abbraccio,

la vostra Pigmy.

M.

Il Ponte e la Natura

Uno spettacolare ponte e una meravigliosa natura; oggi andiamo a Loreto, nella Valla Argentina, dopo il Comune più conosciuto, Triora.

Siamo già nella parte più alta della valle. Ad accoglierci, una natura padrona.

Ciò che più ci colpisce, dopo aver percorso pochi chilometri dal paese delle streghe, è un ponte altissimo che ci lascia senza fiato.

Con tutte le architetture, militari e religiose della zona, questa viene definita: civile.

Stiamo parlando di un ponte tra i più alti d’Italia. Un ponte da vertigini, vi basti pensare che è una delle sedi preferite per il bungee jumping e, per tuffarsi da lui, arrivano da tutta Europa.

E’ stato costruito nel 1959 ed è alto 112 metri.

Quello che affascina, guardando il torrente Argentina sotto di lui, è l’aspra gola che lo circonda. Il ponte di Loreto infatti congiunge due monti, uno percorso dalla strada che abbiamo appena fatto e che porta a località come: Verdeggia, Realdo, Creppo e Brigalla, mentre, attraversando il ponte, si possono raggiungere la frazione di Cetta, i Colli Belenda e Melosa e Case Goeta.

Siamo a 642 metri d’altitudine, il fresco ci punge il viso e l’aria sa di pulito, non si percepiscono odori particolari. Sono gli occhi qui ad avere la meglio.

Il ponte stesso, offre un panorama spettacolare; le grigie rupi vengono ricoperte solo nella loro parte inferiore da una vegetazione ricca, alpina e colorata.

Siamo in una zona dove la natura mostra ogni lato del suo splendore. I numerosi uccellini che popolano questo luogo, cinguettano agitati.

L’autunno, regala scenari bellissimi. Le verdi distese sono, di tanto in tanto, sporcate da tocchi di rosso o arancio o giallo. Sembra la tavolozza di un pittore che, con il suo pennello, ha tinteggiato solo qua e là.

Nonostante la giornata umida, e direi freddina, questi colori donano un senso di calore accesi come il fuoco.

Allo stesso tempo però, in determinati punti,  la natura sembra avere poca pietà. E’ lei a comandare, è lei la padrona. Così come il torrente che, laggiù in fondo, scende impetuoso, allo stesso modo i boschi, sono ripidi o scoscesi, le falesie invece, aspre e ruvide.

Le macchie di selva si possono percorrere soltanto arrampicandosi o scivolando verso il centro della terra tra filari di alberi a non finire.

Sono loro che, insieme all’azzurro del cielo, circondano e incorniciano le pareti rocciose, alte, maestose, superbe. E’ qui infatti che possiamo addirittura trovare una palestra di arrampicata, la più usata e più famosa nella zona. Queste rupi, per gli appassionati, sono l’ideale.

Dai boschi e dai sentieri, mulattiere ricoperte di foglie morte, cadute a terra stropicciate, permettono di scendere nel torrente. Quasi ghiacciato in questo periodo e, ahimè, triste culla di molti che hanno usato il ponte per porre fine alla loro vita.

Quanta disperazione per gettarsi in quel vuoto infinito, per toccare così violentemente quello scrosciar d’acqua limpida. Le targhe degli amici, in ricordo di chi ha eseguito quel balzo come ultimo gesto, sono tante. Ognuna ha il suo posto sul ponte e nessuno le toglierà mai. Targhe in pietra, in marmo, in metallo ma tutte tristi e melanconiche.

Ultimamente hanno rialzato le ringhiere del ponte che aveva ormai preso i comprensibili nomignoli di “ponte dei suicidi” o “ponte della morte”. Queste modifiche l’hanno reso meno affascinate ma ovviamente più sicuro. Barriere in ferro, alte 2,50 metri, per ora, non hanno più permesso al ponte di essere palcoscenico di atti tragici.

Accanto al letto del fiume, la natura cambia ancora, spariscono le alte piante per lasciare spazio ad arbusti più bassi o magri alberelli. Bacche blu, corbezzoli rossi, maturi.

Qui siamo nel centro della valle, ci sentiamo come dentro al suo cuore ed è come sentirlo battere. Sopra di noi il ponte. Visto da qui sembra sottile, fragile.

Intorno a noi tante grotte. Le falesie, scavate dall’acqua, hanno permesso agli uomini preistorici, durante gli ultimi quaranta milioni di anni, di popolare questa zona della Valle Argentina. Molti ripari e cavità testimoniano la presenza dell’uomo soprattutto nel III millennio a. C. Non si tratta di villaggi grandi o stabili ma rifugi momentanei, di breve permanenza.

Nella cava di pietra, sotto la chiesetta di Loreto, sono stati trovati utensili e armi appartenenti all’Età del Rame. Sono infatti bicchieri vaseiformi, o vasi con la tipica forma a campana, o ancora metalli e oggetti usati per la battaglia, la caccia, la difesa, a farci capire che si trattava probabilmente di un popolo guerriero. Un popolo che ha permesso i contatti tra la valle e il mondo esterno. Queste grotte sono fredde, umide, l’unico rumore che ci accompagna è un gocciolio quasi metallico.

Le rocce cambiano colore, dall’argento scuro diventano via via, a scendere, color dell’avorio, in certi punti addirittura ocra. Qualche timido fiore, prova a metter le sue radici e a guardarlo fa tenerezza, sembra appeso e aggrappato con tutta la sua forza.

Troviamo del muschio, sodo, cupo. Andrà sicuramente a trovare posto in qualche presepe che, tra pochi giorni, in molti, inizieranno a preparare.

Costeggiando il fiume verso Nord e risalendo sulla strada ci troviamo immersi in una zona che pare tropicale. Continuando, raggiungiamo Creppo, la piccola frazione subito dopo e, in seguito, attraversando un piccolo ponticello dai parapetti tremolanti e sottili, continueremo in un tour verso l’Alta Valle, tratto magnifico di questa zona montana.

Da qui, perdiamo di vista l’imponente cima, Madame della zona che, nella sua austerità, non ci saluta nemmeno, se ne sta lì, impassibile, dai secoli dei secoli. Nuda, si lascia accarezzare dalla foschia.

Uno squit vertiginoso. Vostra Pigmy.

M.