Dai 1600 ai 1300… metri. E poi di nuovo su.

Tante atmosfere, tanta natura in un solo luogo. Pini, Larici, Abeti, Faggi, Noccioli. WP_20150703_001E le radure dove cantano i grilli a squarciagola e i boschetti dove tutto tace. L’erba dorata riarsa al sole che giace morbida sui campi. WP_20150703_024Terreni estivi che ormai hanno già dato e ora riposano attendendo l’autunno per spogliarsi. Zone più umide, più ombrose, più verdi dove l’oro lascia il posto alla speranza. WP_20150703_016Dove le sfumature di verde nascondono i funghi, i lamponi e le fragoline selvatiche. Qui, al sole, è concesso di entrare poco per volta e la rugiada continua la sua esistenza mattutina. WP_20150703_026Prati fioriti di giallo intercalato al rosa regalano tuffi alla fantasia e agli occhi.WP_20150703_012 Tante le farfalle che si rincorrono, che vengono ad annusarti le mani, che srotolano la loro lingua sopra a un fiore. WP_20150703_009E noi srotoliamo felicità. Monte Ceppo. Il mio Monte Ceppo. A Ovest nella Valle Argentina. Meta ambita di chi vuole passare ore liete lontano da tutto. Dove la bellezza della natura regala tonfi al cuore. Monte Ceppo dai panorami vasti e meravigliosi. WP_20150703_002Un sentiero che porta all’incirca sopra il paese di Ciabaudo sarà il nostro itinerario. Vi ci avevo già portato ma come si fa a non tornare. E’ un territorio talmente vasto e sorprendente che affascina in modo diverso da mese a mese, da stagione a stagione. Il frinire, il ronzare, il cinguettare e poi… qualche verso strano, sconosciuto che pare allarmato o forse è solo incuriosito. E si vola. Quando i monti di fronte si aprono, lo sguardo sorvola un mondo nuovo. WP_20150703_003La foschia del mattino si dirada nelle ore più tarde e mette in mostra i paesi sulla costa. Sembrano lì, a un passo da noi. Sembra di poterli toccare con un dito come si toccano i fiori. WP_20150703_010Malvoni, Iperico, Sparviere dei Boschi, Bardana, i tanti colori profumati ci fanno strada, ci disegnano il sentiero ancora poco battuto in questo periodo. WP_20150703_015Gli amanti della mountain bike non sono ancora passati di qua, aspetteranno le ferie di agosto, per cui i ciuffi d’erba tendono trappole piacevoli, sono lunghi e  sottili. Bisogna avanzare con calma per non inciampare.WP_20150703_005 Trattengono le caviglie, sembrano non voler mollare – Guardaci! Guarda quanto siamo belle! – dicono le spighe in coro. Di qui sono passate pecore e volpi, lo si capisce da ciò che hanno lasciato nutrendosi dei frutti del bosco. Ora la natura è viva, è tutto un via vai di fremiti e attenzioni. WP_20150703_004Per qualche metro, le piccole pigne cadute, formano uno spesso tappeto. Gli scoiattoli han già fatto man bassa, ligi, preparandosi al periodo più freddo che oggi, pare possibile arrivare. WP_20150703_014Sulle piccole praterie, non protette dai folti alberi, il sole batte caldo e la calura rende più difficile passeggiare ma fa assaporar ancor di più la vittoria. La vittoria della conquista della meta. Qui, dove tutto ha un senso, persino gli scarabei che, per nulla impauriti, continuano nella loro attività molto indaffarati. WP_20150703_027Un paesaggio meraviglioso. Come diceva Toro Seduto – Per voi il Paradiso è il cielo, per noi il Paradiso è la Terra -. La Madre Terra. Si, questo è il mio Paradiso. Uno dei tanti della mia Valle.

Un Amore così grande

Cari topi, da quanto non vi dedico una bella canzoncina? Da molto. Oggi ho deciso di farlo; non solo con l’idea di dedicarla a voi o ricordare piacevoli giornate ma di riscaldare anche un pò questo periodo nevembrino che stà inumidendo le mie povere ossa. E questa canzone assomiglia tanto a un raggio di sole. Per voi no? Vorreste forse dirmi che non vi scalda il cuore quest’ interpretazione? Non ci credo. A me personalmente, sarò classica, sarò lecciua (come si dice dalle parti, ossia “noiosa”), ma questa canzone piace tantissimo e ricordo che da ragazzina, quando la sentivo, avevo le farfalle nello stomaco. Bhè topi, al di là di tutto, “felice giornata!”, questo è il mio augurio oggi per voi.

Lui è Mario Del Monaco, la canzone è “Un amore così grande”. Ma che ve lo dico a fare che lo saprete meglio di me. Buon ascolto e buon mercoledì.

L’arte di Santi, le pietre colorate e la storia di Andrea

Andiamo ancora una volta a Castellaro topini. Quando tempo fa vi scrissi questo post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2011/12/28/la-chiesa-di-lampedusa/  sulla bellissima chiesa castellarese di Nostra Signora di Lampedusa, arrivarci è una bellissimaSONY DSC passeggiata panoramica tra le altre cose, vi accennai alla storia che la fece diventare così importante, ma oggi, quella storia, voglio raccontarvela meglio. Raccontarvela e farvela vedere attraverso dei dipinti. Attraverso gli occhi di un artista. Si narra, in questa vicenda, di un ragazzo, il suo nome era Andrea Anfossi. Un cittadino di Castellaro che fu catturato dai turchi durante un’invasione nel 1561SONY DSC e venne fatto schiavo. Passarono tanti anni e, durante una delle tante traversate, lottando in mezzo al mare contro le intemperie, giunsero all’isola di Lampedusa. Lì, fu mandato dai pirati che lo tenevano prigioniero, a rifornirsi di legname e, proprio in quell’occasione, in mezzo ad una luce abbagliante che quasi lo acceca, scorge una tela raffigurante Maria e il Bambino. Quest’apparizione gli diede la forza di mettere in pratica il piano di fuga al quale stava pensando da parecchio tempo: da un tronco ricavò una sorta di imbarcazione e usò quella tela trovata come vela. Fuggì in mare diretto alla terra natia. Come fece non si sa. Potete vedere quello che vi stò raccontando inSONY DSC questa seconda immagine che vi posto. Quanto navigò! L’affascinante storia continua e racconta che, giunse sulle coste liguri e nel 1602, nella sua Castellaro, decise di costruirvi il famoso Santuario in onore della Madonna di Lampedusa che lo aveva protetto nel viaggio e salvato dai malvagi rapitori. E oggi, cari topi, questa fantastica storia è raccontata anche sottoforma di opere d’arte da un artista di nome Santi, che vive dove ha vissuto il famoso Andrea. Ebbene si, nella stessa casa. Una casa semplice, dalla porta di legno e dalle piccole finestrelle e, sulla facciata principale, un’incisione nell’ardesiaSONY DSC del 2002, dice: “In questa casa visse Andrea Anfosso detto Il Gagliardo fuggito ai turchi dall’isola di Lampedusa con il quadro miracoloso della Madonna che poi offrì al culto del paese natio“. E questa casa si trova in un carrugio del bel paesino, ricco di disegni, scritte e fiori che ricordano momenti importanti e, ciò che contraddistingue questo fantastico borgo medioevale. Venite, vi porto a vederne qualcuna di queste belle opere. Ovviamente, anche il carrugio porta il nome dell’eroe che, vedremo, cambia la vocale finale da O a I “modernizzandosi” col passare del tempo. Eccoci in vicolo A. Anfossi ed ecco le bellissime SONY DSCe colorate opere del Santi. La prima che ci incuriosisce e rapisce i nostri occhi è quella dedicata a Tessa, presumo un lupo, o un cane, al quale l’artista era o è, molto affezionato non so, so solo che quei colori accesi, nel grigiore dell’umido cunicolo, ci fanno abbozzare il primo sorriso. Quel pelo è folto e il suo sguardo ci segue. Alcune minuscole chiazze bianche fan presupporre che questa bestiolina sia anziana, ma magari stò sbagliando tutto. E’ comunque una meravigliaSONY DSC. Poco sopra, altre due pietre, sono ricoperte da tinte ancora più sgargianti e più vivaci della prima. Questa volta, le protagoniste sono delle meravigliose coccinelle su una foglia, simbolo di fortuna e un caro pettirosso, simboloSONY DSC invece di bontà. Messaggi buoni, positivi, sempre bene graditi. Questi dipinti rallegrano sempre di più man mano che avanziamo. Ma non ci sono solo pitture sulle pietre della grotta. Ci sono anche vere e proprie scenografie, paesaggi composti da nuvole, funghi, alberi e sole che, in un angoloSONY DSC, donano la vita. Piccoli paesaggi fuori dal comune. Che originalità. Il privilegiato che si mette in mostra è un lungo ramo di bacche rosse. Dopo di lui e il suo personale palcoscenico, ricominciano i dipinti carichi e decisi e, quello che mi ha colpito di più è quello raffigurante il paese di Castellaro e la chiesa di Lampedusa che prende SONY DSCun’intera parete del carrugio. Quanto verde e quanto azzurro in un solo colpo, così, appena girato l’angolo. Bum! E quella lì disegnata è la mia valle, la riconoscete? Con tutti i fiorellini… Oh, ma si! I fiori! Che sbadata, ancora non ve li ho mostrati, sapete, non ne sono sicura ma presumo che anche loro, siano una stupenda invenzione dell’artista. E anche loro, guardate che colori accecanti! Eccoli. Rose rosse e bianche calle. Plastica, tulle, colla, elastici e fil di ferro, qualche brillantino e qualche pennellata di colore. Sono grandi, aperti, sembrano morbidi e profumati. Ce ne sonoSONY DSC molti e tutti, arricchiti da farfalle dello stesso colore. A Santi le farfalle piacciono molto sembrerebbe. Ne vediamo ovunque: farfalle, farfalle e ancora farfalle.SONY DSC Di ogni colore, nel cielo azzurro. Le ali spiegate a librarsi in un alto volo. Chissà, magari hanno accompagnato l’Andrea nel suo lungo viaggio! Bellissime. Ma uno dei quadri che mi è piaciuto di più, e più mi ha colpito è stato questo, posizionato in alto, sotto il tunnel del vicolo, dedicato alla grande scrittrice Virginia Woolf che recita: ” Cornovaglia Isola Godrevy” – La gitSONY DSCa al faro di Virginia Woolf. A me è piaciuto tanto. Quel mare azzurro, quel faro bianco, laggiù in fondo, su quell’isola. Quegli scogli e le piccole onde. L’acqua sembra brillare. Dona un senso di pace ed è contornato da una stella filante natalizia di SONY DSCun bordeaux acceso. Siamo a Castellaro amici. Ancora una volta qui. Sembra di essere in un angolo delle meraviglie e invece è tutta la bravura di una persona che qui, ha trovato il suo sfogo e grazie al suo estro ha colorato (prediligento il colore blu) un’ala del paese. Guardate qui, in questa foto, una parte della sfilza. Spero di avervi divertito anche questa voltaSONY DSC topini e fatto vedere qualcosa di interessante. Spero che anche questa volta, con la vostra solita sensibilità, abbiate colto l’amore che si cela, ma che con attenzione si nota, in queste opere. La voglia di un uomo di abbellire SONY DSCcon la sua bravura e la sua fantasia. E allora posso salutarvi. Lo farò con un forte abbraccio e vi aspetto per la prossima passeggiata perchè ho di nuovo altre sorprese per voi. A presto!

La Farfalla: le sue ali, pagine di fiabe.

Commento prettamente personale. Non ho mai creduto alla fine del mondo che avevano programmato per il 21 dicembre 2012, ho sempre creduto piuttosto e sperato, in una nuova Era nella quale mi auguro si possa essere tutti migliori. E si possa anche pensare in modo migliore. Una sorta di rinascita, di cambiamento, di quando ci si accorge che così non và e, il simbolo per eccellenza di tutto questo, è un animale davvero particolare. Bellissimo. La Farfalla. Un insetto che conosce bene il miracolo della trasformazione. Da bruco a meraviglia alata. Questo lepidottero invertebrato, è compreso in un numerosissimo gruppo di specie. Le Farfalle della mia valle sono tra le meno colorate di quelle che si possono incontrare in natura ma, sono anch’esse stupende con delle tonalità e tocchi di colore indescrivibili. Vi è mai capitatomadagascar1 287 di vedere ad esempio quelle piccoline, azzurre, volare tutte insieme sopra i Non Ti Scordar Di Me? Hanno un volo particolare. Veloce. Sono bellissime e quelle loro sfumature color acciaio le rendono luccicanti. Alcune di loro invece, grazie ai colori della polverina delle loro ali, si mimetizzano. Esse possono essere sia diurne che notturne come le Falene ma quest’ultime, meno conosciute e meno apprezzate, sono una razza che racconterò in un altro post. Non è vero come si dice, che la Farfalla vive dall’alba al tramonto e poi muore. E’ una credenza popolare. E’ vero che qualche razza, poche, vivono 48 ore non di più, ma la maggior parte di esse, pur avendo vita breve, arrivano spesso a godersi in vita tutta l’estate. Altre invece, potete credermi, vivono anche cinque o sei anni ma stiamo parlando di razze più grandi e che difficilmente troviamo originarie dei paesi Europei. Nascono sempre nei periodi caldi dell’anno in cui non solo vengono al mondo ma da adulte si riproducono anche. Le uova vengono deposto sulle foglie delle piante (adorano l’Ortica e l’Edera) e possono essere in bolle singole o a grappolo e da esse nascono i bruchi, le larve che si cibano delle stesse foglie sulle quali sono appoggiate. I bruchi mutano tre o quattro volte la pelle e, per sorpassare l’inverno, con quella stessa pelle, formano le crisalidi. Sarà da lì, che la primavera successiva, con i primi tepori, uscirà la Farfalla completamente formata. A metamorfosi completata sarà considerato un insetto adulto e sarà pronto per svolazzare di fiore in fiore a succhiare con la sua linguetta, chiamata spiratromba, tutta attorcigliata, il nettare migliore. Sono così golose e mangione da cibarsi di tutto il polline presente addirittura rendendo a quel fiore impossibile la sua riproduzione. E’ per questo che servono in natura, per non far aumentare smisuratamente la procreazione di alcuni vegetali che sarebbero altrimenti, un pò troppo presenti. Sono purtroppo poche però le Farfalle che riescono ad arrivare a questa fase in quanto, quando sono ancora larve, sono anche un ghiotto bocconcino per tantissimi predatori: anfibi, rettili, uccelli. Inoltre, il luogo dello stadio larvale, dev’essere ben soleggiato e privo di correnti d’aria quindi, se si taglia un albero, si può causare la morte di alcuni bruchi a causa di venti freddi dai quali non sono più riparati. Quell’albero, faceva loro da scudo. La Vanessa, il Macaone, la Cavolaia, tutte Farfalle fantastiche che popolano i nostri boschi, i nostri prati, i nostri sentieri. E quanti detti sono stati inventati sulla loro esistenza: “Rincorre le Farfalle” per intendere uno che perde tempo – “Ti faccio vedere la mia collezione di Farfalle” per riuscire a rimorchiare una donna – “Variopinta come una Farfalla” per far capire come una cosa sia coloratissima e poi ancora: “Chi tosto si crede,SONY DSC ha l’ali di Farfalla”, “Non ti vantar Farfalla, tuo padre era un bruco”, “Scherzando intorno al lume che t’invita, cara Farfalla perderai l’ali e la vita”. Quanto significato in semplici modi di dire, non trovate?! La Farfalla amata e adorata da un’infinità di poeti a partire da Neruda, fino ad arrivare alla Dickinson, e poi Saffo e la Merini, tutti ipnotizzati dalla sua bellezza. E pensate, esiste addirittura un movimento, chiamato “Effetto Farfalla” in cui si dice che, il minimo battito d’ali di una Farfalla, sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Questa è soprattutto una citazione orientale che ci fa capire come a volte da una cosa piccola può crearsi una cosa molto più grande e magari anche con gravi risultati. In quanti mondi è conosciuta! E sapete, è presente anche in tutte le mitologie del pianeta Terra. E’ Psiche in quella greca, ossia la personificazione del respiro dell’anima, una realtà concreta; in quella azteca invece, la Farfalla ha gli artigli e il Papalot, dal quale ha preso il nome nel francese Papillon. Per i Romani era l’anima che usciva dal corpo. Nella mitologia irlandese, la Dea sposa del Dio Mider era stata trasformata in una pozza d’acqua dalla prima moglie del Dio, gelosa di lei. Dalla pozza uscì un bruco che si trasformò in una magnifica Farfalla che tutti gli Dei decisero di proteggere poiché aveva poteri miracolosi. Anche qui, quindi è evidente il simbolismo della vera essenza dell’essere liberato dall’involucro della materia. L’essenza dell’anima. La trasformazione. La rinascita. Di una Farfalla e di ognuno di noi. Per una nuova esistenza. Un nuovo senso della vita. Ecco la fine di un mondo precedente per permettere al nuovo di prendere il suo posto. E ora, vi lascio con una frase letta a Collodi, si, nel paese di Pinocchio e dei balocchi. Una frase che ha accarezzato la mia mente. Nicola Russo ha scritto su questi esseri incredibili, una cosa molto carina e mi fa piacere condividerla con voi: “Un giorno un bambino avvicinò uno studioso che osservava una farfalla. Gli chiese cosa facesse e questi rispose – Voglio scoprire di cosa sono fatte le ali di una farfalla -. Il bimbo sorrise e disse – Sono fatte delle pagine delle favole che hai letto a tuo figlio – e volando se ne andò.”  Vi aspetto per il prossimo post, buon proseguimento a tutti.

Squitto e il mal di noci – 1°parte

Cari topi, questa è la prima parte di una favola per topini inventata da me, sotto richiesta di chi sa chi, che mi fa fare ‘ste cose che non sono capace. Ma come si dice, nella vita, bisogna tentare. E allora via, godetevi questa splendida fiaba. Se i vostri topetti inizieranno a piangere, mi assumo tutte le responsabilità.

C’era una volta un piccolo topolino color della paglia. Si chiamava Squitto e viveva in un mulino insieme alla sua Mamma Topa, il suo Papà Topo e tanti, tanti fratellini. Squitto era piccolo ma lavorava parecchio per aiutare i suoi genitori a svolgere tutte le faccende alle quali la vita di campagna obbligava. Quando però era libero, le sue attività di gioco e divertimento erano tantissime. Squitto si divertiva molto a cavalcare le onde del ruscello su una foglia di quercia, a scivolare giù da un fungo pattinando sulla scia delle lumache e adorava aiutare le formiche a trasportare le riserve di cibo invernali. Si sentiva grande, da solo, riusciva a portare anche un intero biscotto e tutte le formichine lo adoravano. Solo una cosa non poteva assolutamente fare Squitto. Non poteva nemmeno avvicinarsi alle noci perchè era allergico! Niente noci ne noccioline, niente ghiande, niente mandorle, niente di niente. Quando la sua mamma, a colazione, preparava a tutti il latte di mandorla o crema di arachidi, a lui, doveva dare solo una castagna. Squitto si arrabbiava tantissimo ma non si poteva fare diversamente. Sapeva bene anche lui che si sarebbe riempito di bolle rosse, sarebbe diventato come un palloncino e sarebbe stato davvero tanto male! Poteva addirittura morire! Non poteva nemmeno dormire nel guscio di noce come i suoi fratelli, a lui era destinato lo scomodo bozzolo di una farfalla. – Come fanno a stare così tanto tempo, qua dentro, tutte attorcigliate quelle! Uffi! – si lamentava in continuazione. Quando vedeva gli altri sgranocchiare delle noci, al povero topino veniva l’acquolina in bocca ma obbediva alla mamma e non si avvicinava a quei frutti che per lui erano nemici. Era autunno e in autunno la sua sofferenza era ancora più grande. Nel bosco non c’era altro da mangiare e Squitto doveva accontentarsi di castagne, radici e briciole di pane. Una mattina, la mamma, dovendo mettere via tutte le noci nella stanzetta delle riserve per l’inverno, lo lasciò libero di andare a giocare. Il piccolo topo, quel giorno, non poteva essere di alcun aiuto. Squitto se ne andò a zonzo. Era felice, ma allo stesso tempo arrabbiato perchè si sarebbe divertito anche lui a rotolare sul mallo o a giocare a calcio con le ghiande insieme ai fratelli mentre la mamma sbraitava di fare presto. Camminando sovrapensiero e schivando attentamente i frutti che gli capitavano tra i piedi, andò a sedersi all’ombra di una betulla. Intorno a lui le api ronzavano, facevano scorpacciate enormi di nettare giallo – Beate voi che potete mangiare quello che volete! – diceva triste Squitto. Ma gli insetti gialli e neri, sembravano non sentirlo nemmeno. Con un rametto bucava una foglia secca tra le sue zampette. All’improvviso, venne come svegliato da un rumore strano e continuo. Era un respiro, un respiro affannato e uno scalpitare sul terreno. Forte, fragoroso. Si voltò di scatto e vide in lontananza, un grosso cinghiale che, correndo a più non posso, si avvicinava a lui. Squitto era così spaventato e così attonito che non riuscì nemmeno a spostarsi. Fortunatamente il peloso animale lo vide e si fermò. Aveva due lunghe zanne intorno al naso e degli occhietti piccoli che lo fissavano con disperazione. Con l’ultimo fiato rimastogli, il cinghiale gli disse ansimando – Aiutami! Ti prego, porta queste ai miei cuccioli! Sono sotto la quercia del miele! Per favore! -. Proprio in quel momento si sentì un forte scoppio. Squitto era sbalordito, il suo cuore ora, batteva forte, forte. Dopo quel “bum” che gli trapanò le piccole orecchie, si sentì un forte vociare, urla di uomini e abbaiare di cani. – Corri! Ti prego! – implorò di nuovo il grosso animale e così dicendo scappò sparendo tra le felci del sottobosco. Squitto lo guardò andare via e si girò per osservare cosa gli aveva lasciato quella mamma in fuga. Accanto a lui, un piccolo mucchietto di noccioline, stava li, fermo su un tappeto di foglie secche. “E adesso come faccio?” pensò il povero Squitto, “io non posso portare questo cibo ai piccoli cinghialotti!”…

FINE PRIMA PARTE

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