Sfrega sfrega i Frugamai

Oggi topi prepariamo qualcosa di molto energetico!

Il termine “Frugamai” deriva dalla mia terra, la Liguria, e si usa per indicare un particolare tipo di pasta, fatta a mano ovviamente, che si può creare in modo semplice e veloce. La particolarità di questo cibo, però, sta nel fatto che risulta essere molto sostanzioso, soprattutto per i topini che devono crescere, per le persone che soffrono di inappetenza e nei cambi di stagione dove sovente si perde l’appetito.

Preparare i Frugamai, che letteralmente significa “fregare le mani” è semplice, infatti si consiglia di farli al momento.

In una terrina, metteremo della farina, la quantità che basta, a seconda di quanta pasta vogliamo ottenere. Potete, senza problemi, regolarvi al momento e aggiungere appena un pizzico di sale. Io consiglio sempre un mix di farina bianca e integrale, meglio se biologica, in quanto meno raffinata delle altre.

Versiamo un filo d’olio, del buon olio extra vergine d’oliva, sulla farina e iniziamo a impastare.

La maggior parte della farina che rimane asciutta e pulita, rimarrà nella ciotola, mentre quella che si sporca di olio rimarrà attaccata alle nostre mani. Inizieremo quindi a strofinarle tra di loro e, a quel punto, si formeranno dei grumi, degli straccetti, delle palline di forme diverse che faremo ricadere assieme al resto del composto. Con un setaccio, o anche con un colino, li divideremo poi da tutto il resto.

Versiamo dell’altro olio nella farina rimasta e ripetiamo la stessa azione.

Andremo avanti così finché non avremo ottenuto la quantità di pasta gradita. Nel mentre, l’acqua che avevamo messo a bollire prima d’iniziare questo lavoro avrà raggiunto la giusta temperatura e, a quel punto, dopo averla salata, potremo versare i pezzettini di pasta ottenuti. Nel breve tempo di 1 o 2 minuti, saranno cotti e saranno da scolare magari con una schiumarola, come si fa per gli gnocchi. Eccoli pronti da servire, in bianco o al sugo, come si vuole. Io però li preferisco in brodo, per cui, se anche voi li gradite così, li cucinerete come la pasta della minestrina tenendo conto che non dovranno però cuocere molto.

Divertenti da fare e buoni da mangiare. Per una ricetta nuova, salutare e genuina.

Un bacio gustoso topi!

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Intramontabile Torta Verde!

Topi, qui da me questo è davvero un piatto più che forte, fortissimo!

Tutti ne vanno matti, noi liguri non potremmo mai rinunciare a un pezzo di Torta Verde, persino quando andiamo in vacanza altrove vorremmo averla con noi e ne sentiamo la mancanza.

E’ sicuramente un piatto molto antico, assai rustico con il suo impasto morbido a ricoprire il ripieno di verdure di stagione. E dentro ci mettiamo davvero di tutto!

torta verde ricetta

A seconda di quello che offre il periodo dell’anno, potrete trovarvi dentro bietole, zucchine, zucca, piselli, carciofi… insieme ad altri immancabili ingredienti come uova, riso e formaggio.

Quanti i pic-nic che la vedevano – e la vedono ancora – protagonista! Così pratica da portarsela appresso nello zaino, e così nutriente! Perfetta per le scampagnate e le gite fuori porta, è il piatto che non manca neppure nelle festività, da gustare persino come antipasto.

Insomma, la Torta Verde è davvero versatile, piace sempre a tutti, grandi e topini. Però una cosa devo proprio dirla, amici: non è facile farla buona, come Santa Ratta comanda! Diffidate delle imitazioni, ne vale la pena. La vera Torta Verde deve avere il giusto equilibrio tra riso e verdure al suo interno, per essere più digeribile. Anche con le uova non bisogna esagerare e la sfoglia deve essere morbida e del giusto spessore. Insomma, è vero che ognuno ha la propria ricetta e le proprie tradizioni di famiglia, ma per la Torta Verde noi liguri diventiamo facilmente schizzinosi, trasformandoci in perfetti giudici chef!

Torta verde ricetta2

Allora, visto che vi voglio un gran bene, oggi voglio svelarvi la mia ricetta, quella che fa impazzire sempre tutti quando la preparo e la metto in tavola. Che profumino! Siete pronti? Bene, eccola, dunque!

Ingredienti per la pasta:

  • 450 gr farina tipo 1 o 2
  • 70 gr olio extravergine di oliva
  • 220 gr acqua fredda
  • 1-2 prese di sale

Ingredienti per il ripieno:

  • 800 gr di zucchine trombette o zucca gialla ligure
  • mezza cipolla di medie dimensioni
  • 2-3 pugni di riso Arborio o per minestre
  • 4 uova
  • 2-3 cucchiai di parmigiano grattugiato
  • pepe, sale, noce moscata e olio q.b.

Se lo desiderate, potete diminuire un po’ le dosi delle zucchine o della zucca e mettere nel ripieno circa 250 gr di bietole fresche, lavate e tagliate a striscioline. Tra novembre e marzo, poi, potrete mettere i carciofi al posto della zucca, vi assicuro che è una vera bontà.

Bene, veniamo al procedimento, adesso.

Le dosi che vi ho indicato qui sopra vanno bene per quattro o sei topi al massimo. Mescolate tutti gli ingredienti dell’impasto in un’ampia terrina o su una spianatoia, come preferite. A me piace usare farine poco raffinate, perché rendono l’impasto più rustico e profumato. Impastate quindi la farina, l’acqua e l’olio, ottenendo un impasto morbido ed elastico. So che alcuni ci mettono il burro, ma io preferisco di gran lunga l’olio, credo sia anche più leggera così, oltre che più vicina a quella che doveva essere la ricetta delle origini. Tirate l’impasto con le due zampe, deve fare un po’ l’effetto di una gomma da masticare, avete presente? Se l’impasto non “fila”, aggiungete un pochetto di acqua o di olio per ammorbidirlo e impastate per qualche minuto. Quando avrete ottenuto la giusta consistenza, formate una bella palla e chiudetela in un foglio di pellicola trasparente, facendola riposare per mezzora fuori dal frigo.

impasto torta verde

Nel frattempo preparate gli ingredienti del ripieno, lavando bene tutte le verdure ed eliminando gli scarti. Trascorso il tempo di riposo dell’impasto, ungete una teglia con l’olio, non siate tirchi, ma neppure troppo generosi. L’olio serve a dorare per bene i bordi della Torta Verde. Dividete l’impasto a metà, stendendo sulla spianatoia solo uno dei due panetti. Stendetelo in modo che sia spesso 1-2 millimetri e adagiatelo sulla teglia facendo sporgere bene i bordi, che vi serviranno poi per richiudere la torta.

torta verde ricetta 4

A questo punto, tritate le verdure nel mixer insieme alla cipolla, poi riponete tutto in una terrina insieme al riso precedentemente sciacquato in acqua fredda (questo procedimento serve a far digerire meglio il piatto), al parmigiano e alle spezie. Mescolate e aggiungete all’ultimo il sale, le uova e l’olio, per evitare che le verdure rilascino troppa acqua.

torta verde ricetta 3

Versate il composto sull’impasto, livellandolo bene. Ora stendete velocemente anche il secondo panetto allo stesso modo del primo e ricoprite il ripieno. A me capita sempre che avanzi dell’impasto, in quel caso lo stendo a mo’ di piada e lo cuocio in padella con un filo d’olio, non si spreca niente! Tornando a noi, arrotolate i bordi per richiudere bene il ripieno, tagliando le eccedenze di impasto. Fate dei fori sulla superficie con la forchetta e cospargete di altro olio, aiutandovi con un pennello da cucina o con le dita. Ecco fatto! La Torta Verde è pronta per essere infornata! Cuocetela a 200-280°C per 30-40 minuti e fatela raffreddare prima di servirla a tavola. Il successo è assicurato, parola di Prunocciola!

 

Che figurone fa! Vado a gustarmene un bel pezzo, non resisto.

Un bacio verde e goloso a tutti!

Originali e profumate foglie di Salvia fritta

Le avete mai mangiate, le profumatissime foglie di Salvia fritte in pastella, topi?

Oh! Vi assicuro che sono una vera delizia e semplicissime da preparare. Inoltre, anche se fritte, sono sicuramente più sane di molte merendine confezionate e quindi, ogni tanto, si possono dare ai piccoli topini come merenda.

Possono essere un buon contorno o un ottimo antipasto e si possono anche intingere nell’uovo e nel pan grattato ma sembra che in pastella piacciano di più.

Croccanti, gustose e anche belle da vedere!

Dobbiamo scegliere le foglie grosse, la ricetta viene meglio e danno più soddisfazioni. Daremo loro una sciacquata e le asciugheremo bene tamponandole con un canovaccio pulito.

La pastella io la preparo in questo modo: farina, birra fredda, acqua fredda, un pizzico di sale e una punta di bicarbonato grazie alle indicazioni che mi ha dato la mia cara amica Romina. Con la frusta, per non creare grumi, mescolo il tutto fino ad ottenere una sostanza che non sia né troppo liquida, né troppo solida dal color avorio.

Ci immergo dentro le foglie facendo sì che si sporchino per bene di pastella da una parte e dall’altra, senza lasciare zone pulite. Se la pastella rimane un goccio densa e ne rimane troppa attaccata alla foglia, se ne toglierà un poco accarezzandola e lisciandola con le dita, altrimenti farà troppe bolle d’aria durante la cottura.

In una padella si metterà dell’olio e, quando questo sarà bello caldo, si faranno cadere dentro le foglie zuppe di pastella, ben divise tra loro. Ci vorrà un attimo affinché siano pronte. Basterà aspettare la loro doratura e poi si toglieranno con delle pinze per adagiarle in un piatto sopra un foglio di scottex che assorbirà l’olio in eccesso.

Una volta cotte tutte le foglie, si saleranno e si potranno utilizzare come accompagnamento di qualche altra delizia.

Io, ad esempio, questa volta le ho affiancate al gorgonzola e l’abbinamento ha avuto un risultato fantastico.

E’ un piatto veloce e facile, ma avrà un grande successo e sarà molto originale, pronto per essere presentato ai vostri ospiti.

Correte a prepararlo e poi ditemi come vi è rimasto!

 

Dai granai della Valle alla tavola: la trasformazione del grano e di te

Topi, qualche volta capita che, anziché invitarla io, sia Maga Gemma in persona a chiedermi di andare da lei a consumare un pasto salutare e genuino. E, cercate di capirmi, come posso rifiutare tanta gentilezza?

Ebbene, ieri ho avuto il piacere di essere ospitata a casa sua. Mi sono seduta al suo tavolo, avvolta dai rivoli di fumo dell’incenso, e mi sono preparata ad ascoltare quello che avrebbe voluto insegnarmi. Quando si parla di Maga Gemma, infatti, c’è sempre qualcosa da imparare, statene certi!

tavola apparecchiata - occasione speciale

«Mia cara topina, sai perché ti ho invitata da me, oggi?»

Ho scosso la testa, così lei ha continuato: «Perché desideravo parlarti di una cosa che credo sia molto importante.»

«So che può sembrare strano, detto da me, ma sono tutt’orecchie!» ho ribattuto.

La Maga ha sorriso: «Molto bene. Come sai, la Natura può essere nostra Maestra in moltissime occasioni. Nessuna creatura terrestre può sottrarsi alle sue regole e ai suoi influssi, che influenzano ogni cosa. A dire il vero, volendo essere precisi, non è solo la Terra a influenzare le creature che la abitano: i pianeti, le stelle e l’Universo intero hanno potere sull’Esistenza.»

Pendevo già dalle sue labbra, topi! Non ho fiatato, l’ho lasciata continuare, perché volevo capire dove volesse arrivare con quei discorsi grandiosi.

«Adesso, per esempio, ci troviamo in un momento dell’anno molto particolare…»

I suoi occhi mi hanno interpellata, così ho cercato di dire la mia: «Sì, siamo in Estate!»

«Esatto, piccola amiche. Ma anche l’Estate ha in sé diverse energie.»

Questa Maga mi fa sudare freddo, con le sue domande a trabocchetto: «Be’, è la stagione dei frutti…» ho risposto.

«Proprio così, ma è anche molto altro. Conosci il motto “Come sopra, così sotto; come dentro, così fuori; come l’Universo, così l’Anima“?»

Ho riflettuto un attimo su quella specie di indovinello appena ascoltato, poi ho scosso la testa: «No, non mi pare di averlo mai sentito.»

«Era proprio qui che volevo arrivare. Forse non avrai mai udito le parole umane di cui ti ho resa testimone poco fa, ma sono sicura che tu in realtà le conosca profondamente: sei una bestiolina e, come tale, sei molto sensibile ai cambiamenti della Natura, molto più di quanto lo siano gli esseri umani, ormai offuscati dai loro pensieri e spesso dormienti. Il moto del nostro pianeta intorno al Sole ha fatto sì che il nostro emisfero lo scorso giugno entrasse nella stagione in cui ci troviamo tuttora, l’Estate. L’energia dapprima euforica di questo periodo, data dal Sole che con i suoi raggi ci scalda e permette alla Natura di rinascere, ora, sul finire di luglio, assume sfumature differenti. E’ tempo di trasformare i doni preziosi della Natura, lo sai bene anche tu.»

«Ah sì, è vero! E’ tempo di conserve e provviste, sia per gli esseri umani che per noi animali del bosco.» ho detto entusiasta, credendo di essere entrata meglio nel discorso che voleva farmi la Maga.

Grano

«Proprio così. Ed è la Trasformazione, quella di cui voglio parlarti oggi.» Dicendo così, mi ha porto del pane fragrante. Era tiepido, sfornato da poco, e aveva un profumo e un aspetto indescrivibili. «Per lungo tempo, qui in Valle Argentina, le coltivazioni di grano hanno arricchito i pendii delle montagne con il loro colore oro. Che tinta meravigliosa, topina! Quello del grano è l’oro della rinascita, del Sole che sorge al mattino con tutte le sue potenzialità. E’ la nuova Vita in tutta la sua prorompenza.»

«Il mattino ha l’oro in bocca, come dice il detto popolare!»

«Esatto, ed è davvero così. Come ti dicevo, il grano era protagonista indiscusso dei nostri luoghi…»

«Sì, non per niente Triora era il granaio della Repubblica di Genova» l’ho interrotta per la seconda volta.

farina

Maga Gemma ha annuito: «E non solo! Tutta la Valle abbondava di una qualità di grano particolare e unica per le sue proprietà. Il nostro grano sfamava gran parte della Liguria, e arrivava fino alla Francia. Questa ricchezza si traduceva anche in un’infinità di mulini, i quali funzionavano grazie allo scorrere del torrente Argentina e alla forza della sua acqua. Ora non esistono più, ma un tempo il grano veniva macinato nei numerosi mulini che hanno dato il nome al borgo di Molini di Triora, ma ce n’erano anche in altre località della Valle. Lì si macinava il grano che con fatica veniva raccolto e trebbiato, è in quei luoghi che avveniva la prima Trasformazione: dal chicco si ricavava la farina, e la farina è l’ingrediente essenziale di una pietanza che, come abbiamo già avuto modo di dire io e te, viene consumata quotidianamente.»

pane grano valle argentina

«Certo, il Pane!» ho esclamato.

«Oh, bene! Il Pane è la seconda Trasformazione.» A questo punto, ha spezzato la profumata pagnotta, sfoggiandone l’interno. Aveva lievitato proprio bene, perché l’impasto era ben forato e leggero. «Il Pane, per la gente di questi luoghi, era una ricchezza. Era ed è ancora un vanto, un simbolo di abbondanza e ringraziamento. Col Pane sulla tavola si rendeva Grazie a Madre Terra per il raccolto appena svolto, ma anche a Dio, che permetteva all’uomo di sopravvivere grazie ai doni della Terra che lui concedeva ai propri figli.»

spezzare il pane

«Nel Vangelo al quale gli umani si affidano si dice che Gesù spezzò il Pane e rese Grazie, dicendo che esso è il corpo del figlio di Dio offerto in sacrificio per l’umanità.» La Maga, con quel gesto, mi aveva ricordato le parole che ho udito tante volte recitare passando nelle vicinanze delle chiese. Anche se una topina come me non appartiene alle religioni degli uomini, non ho potuto fare a meno di notare l’analogia tra Gemma e le gestualità dell’eucarestia.

«Ecco, brava, hai fatto proprio una bella considerazione. Il Pane è il corpo della Terra, possiamo leggere così questo passo del Vangelo. E il corpo della Terra, come sapevano bene le antiche popolazioni, è anche quello di Dio, dell’Energia Universale che tutto pervade. E’ un corpo trasformato, poiché dal seme è stata tratta la farina per plasmare poi una forma nuova. E arriviamo così alla terza e ultima Trasformazione…» Mi ha offerto una metà di quel suo pane invitante e io l’ho preso tra le zampe tremanti di emozione. «Riesci a dirmi quale sia? Non mangiarlo, aspetta ancora un momento.»

pagnotte

«Credo… forse la terza Trasformazione avviene dentro di noi?»

«Bravissima! Con il gesto di portarci il Pane alla bocca, introduciamo in noi il frutto della trasformazione, dell’abbondanza e della gratitudine. Ecco la chiave per attraversare nel modo più giusto questo periodo dell’anno. Purtroppo non tutti lo sanno, ma sono sicura che tu saprai fare in modo di divulgare questa importantissima conoscenza. Mangiando il Pane con consapevolezza, possiamo portare dentro e fuori di noi la trasformazione che vogliamo vedere avverata. Ci poniamo nella condizione di ricevere abbondanza, ma possiamo ottenerla davvero nella nostra vita solo se utilizziamo l’ingrediente fondamentale: la Gratitudine. “Spezzò il Pane e rese Grazie”, dice il Vangelo. Se si è in grado di ringraziare per ciò che non si è ancora ottenuto, per ciò che si possiede già e, meglio ancora, ringraziare incondizionatamente, avverrà in noi la terza trasformazione. Come in alto, così in basso: i moti celesti hanno condotto la Terra e i suoi abitanti in questo periodo stagionale, e noi risentiamo delle sue energie. Come dentro, così fuori: mangiando il Pane, che è il frutto della trasformazione, possiamo trasmutare la nostra realtà interiore ed esteriore. Come l’Universo, così l’Anima: l’Energia di questo momento ci spinge a ringraziare e a godere appieno di quello che abbiamo conquistato con fatica. Ti è più chiara, ora, l’affermazione che ti avevo presentato all’inizio?»

«Sì, Maga Gemma, ed è veramente fantastica! Ora il Pane assume per me un significato nuovo, ancor più importante. Grazie per questa condivisione, ti sono profondamente grata.»

«Brava, vedo che ti sei messa sulla giusta lunghezza d’onda per la serata che avevo in mente. Mangiamo, ora. E ricorda: queste caratteristiche si protrarranno fino al periodo autunnale, quando ci sarà un nuovo simbolo trasformativo di cui parlare…»

«… il Vino!»

«Esatto. Buon appetito, piccola amica. E che la tua Trasformazione sia grandiosa!»

Con quelle parole, Maga Gemma ha toccato delle corde talmente profonde dentro di me da lasciarmi senza squittii. Il suo augurio, topi, lo rivolgo a voi quindi. Fate tesoro di quello che avete imparato fin qui, mi raccomando!

La Pizza ai Fiori e il saper assaporare

Quando preparai la mia Pizza ai Fiori di Zucca, quel giorno, mai avrei pensato di poter regalare a voi un fantastico consiglio. Maga Gemma sarebbe nuovamente venuta a trovarmi, e volevo fare un figurone, tirai fuori dalla manica una ricetta unica e assolutamente speciale per quell’occasione.

Il consiglio di cui vi parlavo poco sopra riguarda una di quelle abitudini che noi animali eseguiamo in automatico, non pensiamo mai a trasmetterla anche agli umani, sempre troppo presi da mille cose da fare, irrequieti e stressati.

Prima di tutto, però, lasciatemi dire che la mia pizza ha avuto davvero un grande successo!

«Deliziosa!» l’ha definita Gemma e io ne sono stata contenta. Ha i gusti molto difficili quella Maga, sapete?

La mia pizza è tutta naturale, una vera bontà. Vi rivelo immediatamente come l’ho preparata. Allora, per prima cosa, per farne una bella teglia dovete procurarvi:

  • 130 gr di farina integrale
  • 260 gr di farina 1 (o anche manitoba tipo 1 per salati)
  • 25 gr di lievito madre secco (io ho usato quello fresco perché me lo autoproduco)
  • 2 cucchiai di olio di oliva
  • sale q. b.
  • 200 gr circa di acqua tiepida
  • un po’ di maggiorana
  • un po’ di origano
  • 200 gr di pizzottella
  • scamorza affumicata a piacere
  • una quindicina circa di fiori di zucca

Mescolate le farine e disponetele a fontana, come a creare un vulcano. Mettete acqua, poca per volta, nel centro, assieme a olio e lievito. In un bicchiere a parte sciogliete il sale in poca acqua. Mentre iniziate a impastare le farine con la parte liquida, versate anche il sale sciolto a poco a poco.

Iniziate poi a impastare più energicamente, aggiungendo l’acqua a poco a poco, finendola tutta.

L’impasto, a questo punto, apparirà morbido e appiccicoso, ma continuando a impastare diverrà morbido e soffice senza più attaccarsi alle dita.

Una volta raggiunta la consistenza giusta, si unge la teglia, si adagia l’impasto e si stende la pizza con le mani partendo dal centro e andando verso i bordi, senza bucare la pasta e rispettando i gas di lievito, perciò occorrerà usare delicatezza.

A questo punto lascerete lievitare nel forno spento per almeno due ore. La mia ha lievitato più di otto ore, e il risultato è stato eccellente.

Trascorso il tempo di lievitazione, sminuzzate la mozzarella con le mani e  cospargetela su tutto l’impasto, ungendolo poi un poco, se vi piace meno asciutto. Grattugiate grossolanamente la scamorza affumicata nella quantità a voi più gradita  e spolvererete la superficie con una prima parte della maggiorana.

Pulite i fiori e apriteli, adagiandoli infine sopra il formaggio e sovrapponendoli un po’, coprendo bene tutta la pizza. A questo punto, sia che lo avete già messo prima sia che lo abbiate omesso, occorre irrorare con del buon olio, sale, origano e maggiorana a piacere e infornare a 220° per un quarto d’ora.

Ecco bello e pronto il vostro figurone! Come vi dicevo, Maga Gemma se n’è mangiata due bei pezzi, portandosene via altri due per l’indomani: una grande soddisfazione per me. Ma – posso proprio dirmelo da sola- era una squisitezza!

Comunque, mentre si stava assaporando tanta delizia, la Maga mi fece notare come la maggior parte degli umani, mentre mangia, non pensa minimamente a quello che sta facendo: porta il boccone alle labbra con un gesto inconscio e abitudinario del corpo. Che peccato! Ci sono così tante cose da scoprire negli ingredienti! Sono un mondo e, prestando loro attenzione, si può entrare in esso.

«Sai cosa penso, Pigmy?» mi disse a un certo punto quella fantastica donna.

«Dimmi pure, Gemma»

«Noi sappiamo che, ad esempio, i fiori di zucca sono un vero toccasana contenendo le vitamine del gruppo B e anche molto Potassio e Calcio; risultano utilissimi per chi soffre di osteoporosi e, d’estate, quando è il loro tempo, ne facciamo grandi scorpacciate in modo da assimilare queste proprietà per parecchio tempo. Ebbene… io penso che, se mentre mangiamo questi grandiosi doni della natura, pensassimo a quello che contengono e a cosa stiamo ingoiando, i loro principi attivi avrebbero ancora più potere all’interno del nostro organismo. Ovviamente io e te lo sappiamo, mi riferisco a quelle persone che mentre mangiano fanno tutt’altro.»

«Non hai torto, Gemma, secondo me. E’ come dare a queste proprietà un potere in più. Tenendone conto è un po’ come “nutrirle”, dar loro importanza, renderle ancora più vive e più efficaci.»

«Esattamente. E poi è davvero un peccato non assaporare appeno di quella loro delicatezza, anche se il mio discorso vale per qualsiasi alimento.»

«Mentre si mangia è bello diventare parte del cibo, essere presenti a ciò che si sta facendo, comprenderlo in noi come un tutt’uno: ci si sente più ricchi e più sazi, perché si vanno ad alimentare anche altri sensi. Si entra in correlazione con quell’ingrediente e, attraverso l’energia, lo si fa manifestare in tutta la sua meraviglia. Soprattutto dentro di noi.»

«Hai proprio ragione Pigmy. Io so che è così.»

«E se lo sai tu che sei una Maga…»

Quando la Maga se ne andò, fui felice di quel bel pomeriggio passato assieme a parlare di un discorso che appare banale, ma che invece è così importante. Mi auguro abbiate potuto recepirlo anche voi. Io ora vado a preparare qualcos’altro da mangiare, a voi non mi resta che augurare una buona pizza e, mi raccomando, vivete il momento del pasto. Trasformatelo in un attimo di benessere totale.

Squit!

Il forno di Molini e il suo Pane di Oz

Ah, il pane… Che profumo, e che sapore!

Topi, nella mia Valle è un elemento che proprio non può mancare, ed è talmente famoso per la sua bontà e per il suo essere così genuino e particolare nella sua semplicità che lo si trova nella maggior parte dei supermercati, anche sulla costa, dalla frazione di Latte a Cervo.

Il 9 giugno scorso, in occasione della giornata dedicata a Il valore della Valle, ho avuto il piacere di trovarmi all’interno del forno di Molini di Triora. Simona e Capponi Roberto mi hanno accolta in quell’ambiente caldo e raccolto.

La loro attività è aperta dagli anni ’50, tramandatasi di padre in figlio, mi raccontano.

pane di oz forno molini di triora

Il forno è realizzato in pietra refrattaria, ma non è più alimentato a legna, anche se fino a poco tempo fa lo era. La legge, infatti, ha stabilito diversamente e anche qui, dove si produce il cosiddetto Pane di Oz, si sono dovuti adeguare.

Il prodotto protagonista del forno di Molini è, ovviamente, il pane, realizzato con farina semi-integrale di tipo 1, meno raffinata della 00 e, pertanto, più nutriente. Il lievito usato è quello naturale, misto a quello di birra. Ciò che se ne ricava, è un impasto rustico, che costituirà, una volta cotto, un alimento antico ampiamente utilizzato anche in passato nella mia Valle. A questo punto, bisogna lasciar lievitare le pagnotte per un’ora. Vengono stese su tavole di legno, che aiutano il processo di lievitazione, spolverate di crusca. Questa è una caratteristica particolare, che conferisce al pane delle proprietà specifiche. La crusca, infatti, è benefica per il tratto gastro-intestinale, e rende il pane ancor più genuino.

Trascorso il tempo di lievitazione, il pane entra finalmente nel forno, dove viene cotto per un’ora e mezza a 180°-190° C. Roberto mi spiega che la temperatura non deve mai toccare i 200°C, altrimenti la crosta si brucerebbe e l’impasto resterebbe crudo all’interno.

A questo punto, il Pane di Oz è pronto, fragrante e profumato! Una parte viene destinato alla vendita diretta, un’altra, invece, viene distribuita nei supermercati e nelle botteghe, non solo della Valle, come vi dicevo poco fa. La scadenza del pane è stata stabilita a tre giorni dalla cottura, ma conserva molto bene la sua freschezza anche oltre questo lasso di tempo. E’ buonissimo anche secco, provatelo, se ne avete l’occasione! E’ un pane studiato appositamente per durare nel tempo; eh sì, topi, bisogna pensare ai ritmi di un tempo, quando i pastori partivano per i pascoli con il bestiame e potevano stare fuori casa anche per giorni. Dovevano avere con sé cibi in grado di durare a lungo, e il pane doveva poter soddisfare ogni loro fabbisogno.

Potete usarlo nelle zuppe o, ancora meglio, per le vostre squisite bruschette estive con aglio, pomodoro ed erbe aromatiche. Io lo pesto grossolanamente col batticarne in un canovaccio e uso i pezzetti di pane raffermo sulle frittate al forno: non solo le decorano con una crosticina croccante, ma danno anche un gusto particolare e molto sfizioso al piatto. Lo apprezzano sempre topoamici e topo parenti, parola di Pigmy.

Ma torniamo al forno di Molini. I proprietari mi mostrano anche altre squisite meraviglie, durante il breve tour nel loro “paese dei balocchi”. Tra i prodotti che si realizzano qui, tra queste calde e accoglienti mura, c’è un altro alimento molto antico, il pane d’orzo meglio conosciuto come Carpasina. E’ quello dei pastori, un alimento che accompagnava la transumanza e durava anche un mese e più.

pane d'orzo carpasina molini di triora

Deve essere bagnato in acqua e si dice sia stato ideato proprio a Carpasio. Oggi viene condito con pomodoro fresco e aglio, oppure coi formaggi tipici della zona. Sarò pure una topina fantasiosa, ma a me ha ricordato il Pan di Via inventato da J.R.R. Tolkien nel suo “Il Signore degli Anelli”. Per questo pane si usa farina d’orzo, dicevo.  Come viene detto sulla pagina Facebook ufficiale del Pane di Oz, oggi quest’orzo  è di origine piemontese, ma un tempo proveniva direttamente dalla Valle e dalla zona di Carpasio. La farina d’orzo deve essere necessariamente macinata a pietra, altrimenti nei classici cilindri metallici moderni si ossiderebbe, compromettendo il risultato del prodotto finale, il pane.  Viene impastata insieme all’acqua e al lievito di birra e poi il composto viene fatto riposare, ricoprendolo preventivamente con della farina d’orzo, dopo di che viene lavorato a lungo, per poi dare forma a pagnotte allungate, che verranno tagliate a fette con un filo di spago. I dischi così creati, vengono cotti in forno, prima da una parte e poi dall’altra, a temperatura bassa per due ore. C’è una piccola chicca da conoscere sul procedimento di realizzazione del Carpasina, e cioè che le fette non devono essere toccate con le mani, il cui grasso naturale renderebbe impermeabile il pane al momento di consumarlo, e questo sarebbe un peccato, perché l’uso tradizionale prevede che sia accompagnato al vino, al latte, all’acqua o all’olio.

Questo pane viene venduto confezionato in molti supermercati, insieme ad altre prelibatezze, come i Bastunetti, tranci già pronti di pane utilizzabili in insalate e zuppe al posto dei classici crostini, e i Benedettini di Taggia, i canestrelli della tradizione, ma rivisitati nella forma per renderli più comodi da assaporare.

benedettini taggia canestrelli forno molini di triora pane di oz

La vera chicca della mia gita al forno di Molini, però, è stata la degustazione di un cibo realizzato per l’occasione e non in vendita: un pane integrale profumatissimo nel cui impasto erano presenti lavanda e miele!

pane lavanda e miele

Topi, non so descrivervi la bontà di questo pane, il suo gusto particolare e aromatico. Posso solo dirvi che è stata una gioia per il mio palato sorcino, una goduria, soprattutto accompagnato con i formaggi che si producono nella mia Valle!

Non posso che augurarmi che venga presto commercializzato, sono impazziti tutti per questa specialità che intreccia novità e tradizione.

Ora vi saluto, topi, per oggi ho degustato abbastanza.

Un abbraccio fragrante dalla vostra Pigmy.

Il valore della Valle

Topi miei, sabato 9 giugno, come chi mi segue su Facebook saprà, si è tenuto a Molini di Triora un evento davvero molto bello organizzato da Legambiente, la pro-loco e il Comune di Molini. Il titolo della manifestazione era già tutto un programma: Il valore della Valle, che giungeva alla sua seconda tappa dell’iniziativa Carovana delle Alpi.

Un impegno notevole, quello degli organizzatori, che ha dato i suoi frutti nel riscontro positivo delle partecipazioni.

Il valore della Valle è stato toccato con mano da tutti coloro, me compresa, che hanno potuto percorrere l’itinerario proposto alla scoperta dei sapori, delle tradizioni e della storia di un paese che ha tanto da offrire, di una comunità che sa mettersi in gioco con impegno, per mostrare il lato più bello di sé.

Si è trattato, almeno per la prima parte della giornata, di un percorso itinerante che per me è iniziato lungo il torrente  Capriolo, là dove fino a pochi anni fa si trovava il Laghetto dei Noci, spazzato via dalle alluvioni che colpiscono la mia terra in modo sempre più frequente. Ci si sta attivando per ripristinare questo bene prezioso di tutta la comunità molinese e, nel frattempo, il primo passo verso la rinascita di questo simbolo del paese è rappresentato da un luogo raccolto ed emblematico: Il Mulino Racconta.

il mulino racconta molini di triora

Dico emblematico perché si respira la volontà di riportare le bellezze del passato ai giorni nostri, di ritrovare quella connessione con le origini che col tempo è andata perduta. Si racconta che, ai suoi tempi d’oro, Molini possedesse ben 23 mulini, le cui ruote giravano grazie alla forza dell’acqua, elemento base e fondamentale per tutta la Valle. E poi vi si macinava il grano, presente in abbondanza sulle fasce di tutto il territorio, ma in particolare di quello triorese, che fu addirittura granaio della Repubblica di Genova.

Il mio percorso, topi, è iniziato proprio lì, in quel Mulino in cui mi sentivo come a casa mia. Insieme ad altri compagni d’avventura, sono stata accolta da Claudia Aluvisetta, psicologa, che ci ha introdotti nel Viaggio dell’Eroe alla scoperta della propria identità. I viaggi, si sa, trasformano, e noi siamo stai invitati ad aprirci al cambiamento che quel tour avrebbe suscitato in noi. Le pareti del Mulino, con le sue scale dai gradini ripidi e le sue salette interne, erano costellate di fotografie provenienti da ogni dove che avevano come comune denominatore il tema dell’acqua.

 

Acqua che scorre, acqua stagnante, acqua che lava, che scava, che leviga… Ma anche acqua che nutre, che ritempra, che dona vigore agli occhi di chi la osserva e la tocca. Che elemento meraviglioso! Senza di essa, non esisterebbe la Vita, neppure la nostra esistenza sarebbe possibile.

E l’acqua è uno dei principali ingredienti di un cibo importante, che ci ha condotti alla seconda tappa del tour: il pane. Entrati nel forno di Molini, siamo stati accolti da Roberto Capponi e dal profumo inconfondibile di questa prelibatezza che è il Pane di Oz. Lui e Simona ci hanno spiegato la composizione del forno, il procedimento di lievitazione e di cottura di un pane antico e rinomato, ma questo, topi miei, richiederà un articolo a parte. Posso solo dirvi che, tra i prodotti presentati  sabato, ho avuto l’occasione di assaggiare un pane realizzato esclusivamente per quel giorno speciale, nel cui impasto erano presenti lavanda e miele. Era tanto buono da togliermi gli squittii di bocca, tutta intenta com’ero a passarmi quel bocconcino da una guancia all’altra per assaporarlo il meglio possibile.

forno Pane di Oz Molini di Triora

Lasciato il forno, ci siamo diretti nel cuore di Molini, là dove si trova una delle numerose perle nascoste del paese: Casa Balestra. Quanta storia, tra quelle mura! Si respira, è tangibile e permea ogni cosa. E’ un’antica dimora adibita a museo risalente all’Ottocento, e percorrendo le sue sale mi guardavo intorno come fossi ancora una piccola topina, con gli occhi luccicanti per l’emozione. Tutto parla, dentro quella casa. Ogni oggetto, ogni cimelio di famiglia avrebbe qualcosa da raccontare, ma il tempo stringeva, tornerò un’altra volta con la dovuta calma, per fermarmi a raccogliere e a fare tesoro di tutte le ricchezze che si trovano al suo interno. La stalla dell’asino e della pecora sa di tempi antichi, così come le sale e le camere da letto, che pullulano di ricordi legati alla guerra, ma che testimoniano anche una cura nei dettagli e l’amore per l’arte in tutte le sue forme.

 

E qui, dislocate tra il primo piano, il secondo e la terrazza, abbiamo incontrato nuove guide di questo viaggio eroico alla scoperta dei segreti di Molini. Mario Marino ci ha introdotto all’aromaterapia e alla sua importanza nella guarigione di patologie talvolta anche importanti. Parlando di aromaterapia, è sorto spontaneo il collegamento con un’azienda storica della mia Valle, l’Antica Distilleria Cugge, che da generazioni coltiva la Lavanda angustifolia dividendosi tra Agaggio e Drego, a 1200 metri di altitudine.

idrolato antica distilleria cugge valle argentina agaggio

E l’ho incontrata, una delle due sorelle Cugge, ho avuto finalmente il piacere di sentire la sua voce mentre enumerava le virtù di questa pianta, ampiamente utilizzata anche in tempi antichi in tutta la Valle Argentina. L’olio essenziale che estraggono dai fiori ha un profumo intenso e fresco, inalarlo dona un senso di pace e tranquillità. Tuttavia c’è un altro fiore la cui coltivazione è stata recuperata di recente, in diverse zone della Valle: lo Zafferano.

zafferano Clorìs Glori

Quant’è buono, amici topi! Luca Papalia, volenteroso giovane di Glori, lo coltiva con passione e dedizione infinite. Avete idea della pazienza che ci voglia nel raccogliere, rigorosamente a mano, tutti i fiori di Zafferano? E, ancor di più ce ne va per estrarre i pistilli, tre per ogni pianta; un lavoro che si fa la sera, tra le mura di casa, ai ritmi di un tempo. Perché, in fondo, è bello ritrovare la genuinità dei gesti degli anziani, che lavoravano quando ancora nessuna macchina si era affacciata sulla vita contadina. C’è un altro prodotto che Luca sta recuperando nella sua neonata azienda agricola Clorìs e sul quale sta scommettendo: i fagioli antichi di Glori, le muneghette. Son belli, di un bianco simile a quello delle perle.

Lasciata Casa Balestra e le sue straordinarie bellezze, abbiamo avuto tempo per fermarci a mangiare qualcosa. Era ormai ora di pranzo, la fame si faceva sentire. E allora è stato d’obbligo fare una sosta al Santo Spirito.

Hotel Santo Spirito Molini di Triora

Per l’occasione è stato preparato un buffet a degustazione, mi son sentita come a casa mia in mezzo ai piatti tipici della tradizione, che conosco così bene: torta di verdure, legumi, pane spalmato col brüssu, torta di porri e patate, pomodori freschi, panissa, fave, olive… Che bontà, che accoglienza!

Riempita la pancia, è arrivato il momento di continuare il tour al Santuario della Madonna della Montà, che ha aperto i battenti per noi. Siamo passati vicino alle lapidi, tra ricordi lasciati sui resti dei propri cari, candide sculture di angeli che fanno da guardiani a quel luogo di silenzio e riposo. Lì si staglia l’edificio religioso, pieno di bellezza. E’ stato Gianluca Ozenda a svelare i segreti del Santuario, lo ha fatto con occhi vispi, guizzanti di passione per quell’orgoglio tutto molinese. C’è un affresco risalente al 1425, scoperto in tempi relativamente recenti, ma non vi dirò come ci si è accorti della sua presenza, rimasta celata per molto tempo: ve lo racconterò un’altra volta. Anche qui sono tante le cose che meritano di essere dette, trasmesse, ma ci sarà modo di farlo più avanti.

 

A concludere questo viaggio sensoriale ed esperienziale c’è l’intervento di Floriana Palmieri, insieme a quello di Daniela Lantrua e delle autorità e degli esponenti di Legambiente e della pro-loco, oltre che di tutti i professionisti che hanno partecipato attivamente all’iniziativa. E’ stato offerto un rinfresco conclusivo, ricco dei piatti della tradizione, in cui ognuno ha messo del suo per dare vita a un momento di condivisione e raccoglimento per festeggiare la Valle a il borgo di Molini di Triora.

Nella conferenza finale si è parlato di turismo, di un nuovo modo di dare valore alla Valle. Si è parlato delle problematiche di un territorio come quello ligure, ma anche di progetti, sogni e innovazioni. Ne è emerso un quadro di positività e intraprendenza, di volontà di mettersi in gioco, perché in fondo migliorare è possibile e il territorio di Molini, così come quello degli altri borghi che si tengono per mano seguendo il corso del torrente Argentina, ha molto da offrire e tanto da raccontare al viaggiatore-eroe intenzionato a trovare il Sacro Graal della sua esperienza tra le montagne e i borghi: il contatto umano, la tradizione che si rinnova senza perdere genuinità, la novità che si mescola a ciò che è stato. E queste cose la mia Valle sa e può donarle, su questo non ho alcun dubbio!

Un saluto dalla vostra Pigmy.

 

 

Pigmy, il Naan, il Padre Nostro e Maga Gemma

Buongiorno Topi, devo assolutamente raccontarvi la mia giornata di ieri perché è stata contrassegnata da diverse emozioni dal mattino alla sera. Non ci crederete, ma ho avuto a pranzo un’ospite veramente di riguardo, di quelli che ben poche volte s’incontrano sotto questi Castagni. Tenetevi forte!

E’ venuta a trovarmi al Mulino nientepopodimenoche… Gemma, la più grande e potente Maga dei boschi che io abbia mai conosciuto. Solo il suo nome la dice lunga su quanto siano preziosi la sua essenza e il suo sapere. Maga Gemma, infatti, mi ha sempre insegnato molto nonostante mi metta un po’ di soggezione con quel suo modo di fare austero e severo, ma so che è molto buona e che la sua essenza è pura e devota a Madre Terra, proprio come la mia.

Insomma, per un’ospite così importante, dovevo cucinare qualcosa che fosse all’altezza e ho deciso di accompagnare le Noci tostate e una macedonia di Mirtilli selvatici a un’ottima marmellata di Sambuco e… al Naan.

Oh, sento già che vi state chiedendo che cosa caspiterina sia questo Naan, per cui ve lo spiego subito. La ricetta mi è stata tramandata da un lontano topo-parente che ho in India, il quale è considerato, nella città di Deshnoke, la reincarnazione di un Sadhu, un Santo della religione Indù. Certo! Mica come qui che, a noi topi, ci cacciano via dalle città! Comunque, grazie a Giuliva, la mia amica Oca, che ha volato per un mucchio di chilometri, ho ricevuto in dono questa preziosa ricetta che condivido con voi dopo averla rivisitata e personalizzata.

Innanzi tutto devo dirvi che il Naan è un cibo nutriente, salutare, ma anche molto semplice da preparare e davvero goloso. Io mi diverto a farlo aggiungendo diversi sapori come lo Scalogno, la Verbena, l’Aglio, i Semi di Girasole e… con un po’ di fantasia, qualsiasi ingrediente andrà più che bene.

Quello che vi presento oggi è all’Origano (Origanum vulgare) e davvero ottimo.

Il Naan, conosciuto come un pane lievitato (in tanti usano il lievito di birra), è invece preparato da me completamente senza lievito, ma rimane ugualmente morbido e friabile e anche sufficientemente spesso da poter aprire a mo’ di panino e farcire come meglio si preferisce.

Con il termine Naan si intende, in tutta l’Asia Centrale e nel Medio Oriente, qualsiasi tipo di pane azzimo, ossia un pane al quale non occorra lievitazione. E’ molto diverso da quello che preparo di solito.

Con le dosi che vi scrivo in questo articolo, riuscirete a creare 8 panetti, più o meno del diametro di 12 cm circa, ma potrete farli anche più piccoli e più sottili e ottenerne 2 in più.

Gli ingredienti e la quantità sono i seguenti:

  • 300 gr di farina integrale
  • 250 gr di yogurt bianco magro
  • ½ cucchiaino da tè di bicarbonato
  • 1 filo d’olio extra vergine d’oliva
  • 3 pizzichi di sale
  • 1 manciata dell’ingrediente che avete scelto (in questo caso l’Origano).

L’Origano, dall’inconfondibile profumo fresco e aromatico, è un vero toccasana naturale, con proprietà antiinfiammatorie, antisettiche e antispasmodiche e ricco di vitamine, sali minerali, calcio e potassio.

Mescolate e impastate bene il tutto.

Se l’impasto dovesse risultare un po’ troppo asciutto, anche se vedrete che non sarà comunque molto morbido né appiccicoso, potrete aggiungere un goccio di latte a temperatura ambiente o tiepido. All’inverso, se troppo bagnato, aggiungete farina.

Una volta ottenuta una palla, dividetela in quattro parti e poi ognuna di queste parti ancora a metà, fino a ottenere, come vi dicevo prima, 8 pezzetti di pasta che trasformerete in palline.

Le palline verranno poi schiacciate con le zampe e le dita per assottigliarle e appiattirle, c’è anche chi usa il mattarello, ottenendo cerchi perfetti, ma io preferisco un risultato più rustico e meno preciso. E poco sottile, anche. Pure l’occhio vuole la sua parte, come in tutte le cose, e al mio piacciono le imperfezioni.

Mettiamo a scaldare sul fuoco una padella che dev’essere molto, molto, e ancora molto antiaderente, così, senza l’utilizzo di olio o altro, potrete cuocere i vostri Naan evitando che si attacchino. Il fuoco dovrà essere vivace e la padella, prima di essere utilizzata, dovrà essere bella calda.

Passatelo qualche minuto da una parte e qualche minuto dall’altra a fuoco sempre bello vivo, ma non al massimo, o rischiate di bruciare il vostro capolavoro. I miei si gonfiano un poco, ad alcune persone diventano proprio come dei palloncini che poi si sgonfiano una volta tolti dalla padella. La cottura dovrete controllarla da voi, perché dipende da vari fattori, soprattutto dallo spessore del Naan e dalla potenza del fuoco. Io, il primo, l’ho praticamente distrutto per guardarlo dentro, assaggiarlo e capire quando era pronto. All’incirca, comunque, occorreranno 4-5 minuti per ogni piadina. Ovviamente potete farli cuocere anche più dei miei, se vi piacciono più croccanti e  abbrustoliti, io, però, li gradisco morbidi e teneri.

Potrete farne quanti ne vorrete, conservarli è facilissimo. Basta metterli nel congelatore e, all’occorrenza, farli scongelare e riscaldare o nel microonde o sulla piastra elettrica. Anche in padella andrà benissimo. Rimarranno un po’ più croccanti fuori e soffici dentro. Se, invece, li lasciate diventare secchi nella credenza, potrete sempre consumarli nel latte, nel tè o nel caffè, o persino nella minestra, come dei crostini, sarà come intingere del pane e a me piace molto. Non si spreca nulla.

Il vero Naan, che non prevede l’aggiunta di un ulteriore sapore, è meno gustoso, seppur buonissimo, mentre con l’aggiunta dell’aroma che più preferite diventa davvero goloso da mangiare come una focaccia o un trancio di pizza e da dare anche ai topini per la merenda della scuola. Comodo e genuino, insomma.

Vi sto descrivendo la ricetta per fare quello che viene chiamato “Naan salato”, ma potete realizzarlo anche dolce mettendo lo zucchero (vi consiglio quello di canna) al posto del sale e cospargendo poi la vostra creazione di ulteriore zucchero, magari a velo, farcendolo poi con del cioccolato o della marmellata, del miele o del malto. Una squisitezza!

E lo ha dichiarato anche Maga Gemma, che mi ha raccontato una storia davvero molto curiosa proprio sul Pane.

Questo alimento è considerato da sempre il cibo più povero e più genuino di tutti. E’ anche quello più indispensabile, che accompagna i nostri piatti dai tempi più antichi e piace davvero a chiunque. Di tipi di pane ce ne sono migliaia ed è senza ombra di dubbio l’alimento più umile che si conosca.

«Pigmy, conosci quella che può essere considerata la preghiera più famosa per gli umani appartenenti alla religione cattolica?» mi ha chiesto Maga Gemma, sorseggiando un goccio di Mentolino di mia produzione una volta ultimato il pranzo.

Speravo non mi cogliesse impreparata: «Ehm…» ho risposto titubante «il Padre Nostro

«Esattamente! Dacci oggi il nostro pane quotidiano» fece lei.

«Si!» replicai con entusiasmo per essere riuscita bene nell’interrogazione.

«Parlando di Pane mi hai fatto venire in mente questa riflessione. Tu sai cosa significhi, in realtà, parlare di pane quotidiano in questa preghiera?»

Cavoli, ora le domande stavano prendendo una linea un po’ ostica e titubai. Cosa significa? Indicava, forse, la sussistenza che ci viene sempre offerta? O, forse, che grazie a lui possiamo sfamarci ogni giorno?

La Maga, che è proprio una Maga, si accorse della mia esitazione e, con dolcezza, si appropinquò a fornirmi le dovute spiegazioni.

«Vedi, Pigmy, in realtà, anche molti esseri umani credono che, parlando di Pane, s’intenda il cibo vero e proprio. Tuttavia, in realtà, nella preghiera si sta sottolineando una metafora molto importante. Innanzi tutto occorre sapere che, secondo alcune fonti, questa supplica venne insegnata da Gesù ai propri discepoli con l’intento di usarla come strumento per avvicinare gli uomini a Dio, al Padre, quindi all’Assoluto. Si tratta di un dono che spetta a ciascuno di noi, anche agli animaletti come te, e alle piante e a tutto il Creato. E’ un dono che possediamo dentro: il poter vivere in un continuo stato di entusiasmo, in connessione con il Divino. Si tratta di vivere nell’amore e nella gioia, ma, mentre per noi abitanti del bosco questo compito appare più facile e naturale, per la maggior parte degli esseri umani, alterati dalla frenetica società in cui vivono, tanto semplice non è.»

Wow! Ero già tutt’orecchi e la Maga, sorridendomi, continuò: «Il Pane della preghiera simboleggia le necessità che si percepiscono durante la vita, e, soprattutto, durante il presente, cioè nell’Adesso, in questo preciso momento. Ecco perché si parla di  quotidiano. Ciò significa ricevere la possibilità di soddisfacimento per tali bisogni e imparare a vivere anche senza di essi. Il Dio che risiede fondamentalmente in ognuno di noi non ha dei bisogni, non dovrebbe averne: egli vive e basta, godendosi la magia di questa grandissima e complessa avventura che è la vita. Ciò significa anche che, proprio nella quotidianità, non occorre pensare ai bisogni del passato, a ciò che poteva servire ieri o un anno fa. Sono tempi che non esistono più, per cui serve focalizzarsi solo sul presente, sul “Qui e Ora”, e solo in quel momento si può vivere la meravigliosa sensazione e comprensione che, in quel preciso istante, non si ha esigenza di niente. Tutto è perfetto, in connessione con l’Energia Universale. Tutto esiste e vive.»

Ero completamente rapita da quelle parole. Non avrei mai immaginato che, preparando una ricetta tanto semplice, avrei potuto ottenere in cambio tanta saggezza.

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano… quindi, se ho capito bene, significa rivolgersi all’Energia Universale chiedendole di regalarci la capacità di entrare, essere e rimanere in presenza, nel nostro Sé Superiore. Significa possedere tutto, insomma, in quella dimensione nella quale possiamo vivere per quello che siamo realmente e non soltanto come dei corpi con una ragione. Giusto?»

«Proprio così Pigmy, brava!»

«Significa anche dover recitare tale preghiera con la consapevolezza che hai offerto tu, al fine di poter ottenere davvero ciò che si chiede?»

«Naturalmente. Le preghiere non sono recite inutili, inventate a casaccio, tanto per dare fiato alle trombe. Hanno da sempre un loro scopo ben preciso e che l’Universo ascolta. Non importa a quale religione apparteiamo, o se si crede o meno in un Dio. Quello che è basilare è l’intento della richiesta, perché l’Energia del Cosmo ascolta e risponde, riflettendo esattamente quello che noi emaniamo. Ma questo è un discorso molto lungo e importante, Topina, che dovremmo affrontare in un secondo momento. Per ora accontentati di quello che ti ho spiegato oggi e, se ti capita di incontrare qualche umano, riferisci ciò che hai imparato. E’ importante.»

Ero felice di aver soddisfatto la Maga, tengo molto al suo giudizio. Qui nel bosco è considerata un essere di grande saggezza ed è amica delle Fate e dei corpi sottili che ci svolazzano attorno ogni dì e che presto vi farò conoscere. Io sono davvero felice, non vedo l’ora di preparare qualche altro piatto goloso per invitare di nuovo Maga Gemma da me e affrontare con lei altre illuminanti questioni.

Nel frattempo, non mi rimane altro che augurarvi buon appetito, Topi, e vi do appuntamento alla prossima squisita e salutare ricetta! Squit!

I Canestrelli di Taggia

Poi mi dicono che se continuo così va a finire che ingrasso e non riesco più a girare nella ruota…. ma come si fa a dire basta ai Canestrelli?! Non ce la faccio, non ci riesco. Sono una delizia, buonissimi!

Non potete, se passate da Taggia, andarvene senza aver fatto scorta di questi buonissimi cerchietti di pane. Potete comprarne quanti ne volete. Durano tantissimo nella dispensa della cucina e non li troverete da nessun’altra parte se non qua, nella mia Valle! Eh sì, perchè vedete, in tanti altri posti li fanno ma non sono così delicati. L’olio che viene prodotto dalle famose olive taggiasche è un fantastico alleato. Tanto semplici, ma quanto squisiti. Pensate che i loro ingredienti sono soltanto farina di tipo “00”, olio di oliva, acqua, sale e lievito di birra. Nient’altro, ma credetemi: se iniziate a mangiarne uno non finite più.

Sono croccanti, fraganti, buoni nel latte, accompagnati da salumi, sporcati di Nutella… insomma, la vostra fantasia può sbizzarrirsi. Io ne mangio così tanti da anestetizzarmi le fauci a furia di rosicchiare.

Questo tipico prodotto, dal diametro di circa dieci centimetri, non può mancare nelle feste e nelle sagre dei paesi della mia Valle. Durante i festeggiamenti di San Benedetto, ad esempio, si finisce degustando questi canestrelli e bevendo buon vino. E c’è chi nel vino li puccia! I mega taralli hanno origini antichissime e il loro nome, Canestrello, deriva presumibilmente dal cesto o canestro, nel quale venivano deposti e conservati dopo la cottura (nel forno, per mezz’ora, a 250°). E sono tutti rigorosamente fatti a mano! Be’, penso di avervi detto tutto, ora scusatemi ma mi è venuto un certo languorino…

M.