Filastrocca per tutto l’anno

Buon inizio settimana, topini e BUON ANNO! TANTA GIOIA E CHE TUTTE LE SETTIMANE DI QUESTO NUOVO ANNOGiorni della settimana con il formato colorato lettera magneti Archivio Fotografico - 4151990 SIANO COME QUELLA DELL’AUGURIO CHE STO PER PRESENTARVI! Ho tirato fuori dai miei mille ricordi questa filastrocca che mi piaceva tantissimo quando ero una cucciola. E’ la filastrocca si della settimana, ma anche la canzoncina dedicata al sorriso, alla felicità. E’ con tanto affetto che ve la dedico, nella speranza che possiate trascorrere giornate ricche di serenità e amore:

Tanto sole il lunedì,

bianca neve il martedì,

mercoledì si scende in piazza

per sentir la storia pazza.

Qui si ride il giovedì,

non si piange il venerdì

e di sabato, vi avviso,

c’è la festa del sorriso.

La domenica è baldoria,

perchè inizia un’altra storia.

Qui nella mia Valle è usanza da tantissimo tempo canticchiare nenie e filastrocche ai bambini e chissà se quelle che cantiamo qui sono le stesse che vengono pronunciate nelle altre zone d’Italia. Questa, ad esempio, la conoscevate?

Un grande baciotto e tanti, tantissimi auguri dalla vostra topina.

M.

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E’ Natale

E’ inutile: continuiamo a dire che ormai non si sente più, che è solo una festa consumistica, che non è l’unico momento in cui si devono fare doni e bla, bla, bla però, a parer mio, credenti o meno, non possiamo negare il fatto che nei giorni vicini al Natale, ci sia un’atmosfera diversa. Probabilmente il nostro paesino, stanco e ormai scoraggiato, non ci crede più, il nostro Comune è rimasto senza soldi e noi senza luminarie, il nostro vicino di casa non appende più la ghirlanda alla porta… ma nell’aria c’è. Si percepisce.

Apro un blog e parte la musichetta natalizia, ne apro un altro e scendono i puntini bianchi a simulare la neve, un altro ancora e brilla la stella di un abete decorato, il famoso puntale, che da piccola pretendevo di mettere senza mai riuscire ad arrivarci.

E allora ho deciso di farvi i miei auguri, quelli più affettuosi, per voi che mi seguite. L’anno scorso, cari topi, vi ho cantato una canzone che amo molto, intitolata “Buon Natale”. Quest’anno, invece, ho deciso di dedicarvi una filastrocca molto carina:

E’ NATALE

E’ Natale, è Natale,

chi sta bene e chi sta male.

Chi si mangia il panettone,

lo spumante ed il torrone:

ed invece in qualche terra

i bambini sono in guerra.

Caro mio bel Bambinello

fa che il mondo sia più bello

e con gli uomini in letizia

tutti in pace e in amicizia.

Ad ognuno fai trovare

ogni giorno da mangiare.

Della neve ogni fiocco

tu trasformalo in balocco

che poi cada lì vicino

ad ogni piccolo bambino.

Manda a tutti il proprio dono

e fammi essere più buono.            (T.W.)

Cosa ne pensate? Ho scelto una filastrocca sufficientemente tenera da raccontarvi? Mi sembra proprio di sì. E allora, con tutto il cuore, BUON NATALE, amici topi!

La vostra Pigmy.

M.

Cosa sarà?

E per la categoria “Caro Squit” eccovi oggi, nuovamente, un indovinello facile ma molto carino e una filastrocca che tutti gli anni Topo Nonno racconta a noi familiari. Sono ovviamente parole dette in dialetto, una lingua che permette altre rime e suoni rispetto all’italiano. Io ve le tradurrò e vi regalerò un po’ di quel parlato che adoro.

INDOVINELLO N°1

Becca ribecca a nu beve cafè

porta corona e regina a nu a l’è

a gà tanti fioei e mariu nu n’à

chi ghe induvina meigu serà

 

TRADUZIONE:

Becca ribecca non beve caffè,

porta corona e regina non è,

ha tanti figli e marito non ha,

chi ci indovina dottore sarà.

Chi è? Bene, vi lascio pensare.

E poi una filastrocca.

FILASTROCCA

Sette cun sette

catorze cun disette

carantacattru e unze

i fan centu lire riunde.

TRADUZIONE:

7 con 7,

14 con 17,

44 e 11,

fanno 100 lire rotonde.

Cosine semplici ma piacevoli. Ebbene volete sapere chi è la protagonista dell’indovinello? E’ la GALLINA, però voi dovete far finta di non esserci arrivati, altrimenti, Topo Nonno non ci trova più gusto.

Un bacione.

M.

Una mia amica che porta fortuna

E’ un’amica preziosa, topini!

Quante volte vi è capitato d’incontrare una di queste bestioline? Questo bellissimo insetto rosso con dei puntini neri disegnati sopra si chiama Coccinella, come ben sapete, e fa parte della famiglia dei coleotteri. Quando ero piccola ne vedevo molte di più. Oggi, in certi luoghi, sono diventate una rarità.

La Coccinella è un insetto utile e formidabile. Essa, infatti, si nutre dei funghi e dei miceti che colpiscono e possono provocare la morte della pianta. Al mondo esistono più di 5.000 varietà di questi esserini colorati.

La varietà presente nelle immagini di questo post è di un rosso vermiglio più chiaro del solito. Si trova nella campagna della mia nuova socia, che è molto fortunata, e la ringrazio per le foto.

Le Coccinelle hanno dato il nome, che io trovo molto carino, anche a una categoria di famosissimi Boy Scouts. Chi non conosce i lupetti, i maschietti, e le coccinelle le femminucce?

Il loro corpo è buffo, tutto tondo e mette allegria solo a guardarlo. Per non parlare, poi, delle antenne, sempre pronte a rintracciare ogni cosa! E’ il simbolo indiscusso della buona fortuna, lo sapete anche voi, dai! Se si appoggia su una delle vostre mani la buona sorte è con voi. Incontrare una Coccinella permette di esprimere un desiderio e pensare che siamo stati baciati dalla Dea bendata. Una leggenda medievale racconta che, per contrastare gli insetti responsabili della distruzione dei raccolti e in particolar modo delle rose, i contadini invocarono l’ aiuto della Vergine Maria; ben presto comparvero le Coccinelle, che si nutrirono dei parassiti e salvarono le piante. Apparvero nel mese di maggio, il mese mariano, e salvarono i fiori della Madonna. In alcune regioni italiane, per questo motivo sono chiamate “Mariole” o “Marioline”. In altre regioni d’Italia, invece, vengono definite gli uccelli o le colombe di Dio. Il color rosso è quello del sangue di Gesù, mentre i punti neri sono le sofferenze che il Signore ha dovuto superare per salvare l’umanità. Per i Nativi Americani è un simbolo di gioia e fiducia, e tanti sono gli stati che considerano la Coccinella il loro emblema,  come il Tennessee e il Massachusetts. In Asia, soprattutto quella meridionale, si pensava e si credeancora che, se una persona avesse fatto volare in cielo una Coccinella, questa sarebbe volata dal suo vero amore e avrebbe sussurrato al suo orecchio il nome dell’amato per far nascere una sincera e duratura storia d’amore.

Le leggende che la riguardano non finiscono qui: la Coccinella porta via le malattie e promette il lieto evento della nascita di un bimbo. Porta gioia per tanti anni quanti sono i cerchietti neri sul suo dorso e d è araldo di ricchezza, se si appoggia su una spalla. Eh già, dicono proprio così! Potete crederci?

Nella mia Valle, invece, quando si vedono le Coccinelle, si sta tranquilli, perché sono indice della salubrità dell’aria.

Non potrei proprio fare a meno di queste amiche. E’ così famosa che le sono state dedicate rime e filastrocche. Leggete, ad esempio, quanto è bella questa di Mallanta-La gallina canta:

“Filastrocca della coccinella
che sembra finta da tanto è bella,
che a primavera, dovunque va,
indossa solo vestiti a pois,
che se sul braccio ne trovi una
puoi stare sicuro che avrai fortuna”.

Visto? Tutti conoscono la prodezza della Coccinella nel portar lieti eventi e buone nuove. E allora, che porti tanta, tanta fortuna anche a voi, topamici!

La vostra Pigmy.

P.S.= Questo post e il suo significato sono dedicati a Dear Miss Fletcher ( http://dearmissfletcher.wordpress.com/ ) che merita da parte mia un enorme grazie.

M.

A se crede d’esse bèla…

Se crede d’esse bèla, l’è suzza cuma a morte, coi denti chi ghe sciorte, nisciun sa vò maià.

E cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalalà, ciumbalalà, – e cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalallerolerolà.

Se crede d’esse rica, dui erburi d’uriva, ciantai in sci ‘na riva, nisciun si vò ramà.

E cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalalà, ciumbalalà – e cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalallerolerolà.

A bèla a se fa i rissi, cu u manegu da cassa, a bèla se gh’amassa, nisciun sa vò pià.

E cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalalà, ciumbalalà – e cicche, cicche, ciumbalalà, ciumbalallerolerolà.

Questa canzoncina-filastrocca delle mie parti è da cantare alle figlie del signor Meraviglia, che tutti le vogliono e nessuno le piglia. Racconta di una donna che si crede bella e ricca, ma da come potete leggere è l’unica a pensare una cosa così. Vi traduco solo le tre strofe, perchè il ritornello si canticchia così come lo leggete:

1- Si crede di essere bella, ma è brutta come la morte, con i denti che gli escono, nessuno se la vuole sposare.

2- Si crede di essere ricca, ha solo due alberi d’ulivo, su una riva, e nessuno vuole potarli.

3- La “bella” si fa i ricci, con il manico della schiumarola, la “bella” ci si ammazza, e nessuno se la vuole prendere.

E poverina questa “bella”! Ma la canzoncina è simpatica, dai. Canticchiatela e i vostri bimbi rideranno un sacco!

Un abbraccio, vostra Pigmy.

M.

Filastrocca di San Carlo

Topoli, perbacco! Questa volta per voi ho una vera chicca!

Una filastrocca. Si ma…. struggente eh! Di quelle che raccontano del vero amore! Oh già!

“Di San Carlo vi canto la scena, dei due amanti vi voglio parlar / che mai nessun li potrà separar, perchè eterno era in loro l’amor.

Giulio Binda era giovane e bello, era figlio di ricche persone / ed appunto dirò la ragione, di sua vita finita così.

Egli amava una cara fanciulla, che a vederla sembrava un tesoro / lei campava del suo proprio lavoro, perchè orfana al mondo restò.

Sulla tomba dei suoi genitori, “tu sei ricco ed io povera sono, non ho padre, ne madre lo sai / ed un giorno così sposerai, una ricca si al pari di te”.

Giulio allora abbracciando Maria,  disse lei “non dir tali parole / io ti giuro che se mamma non vuole, io son pronto a morire con te”.

Era un vago mattino di festa, la sua mamma era andata alla messa / i due sposi entraron in salotto, l’orologio suonava le otto, “oh mia cara uniti sarem”.

Giulio allora impugnava quell’arma, che doveva troncar l’esistenza / e con lieta e tranquilla apparenza, all’amante un colpo sparò.

Quando a terra la vide cadere, l’abbracciò e la baciò sul bel viso / esclamò “sol lassù in paradiso, oh mia cara uniti sarem”.

Rientrava la mamma a casa, i due colpi sentì rintonare / quando ella allor fa per entrare, la tragedia ai suoi occhi le appar.

Si strappava i capelli la donna, nel vedere il cadaver del figlio / bagnò di lacrime e pianto quel ciglio, e si mise a gridare “son io la cagion!”.

Essi scrissero due lettere sole, invocando perdono sincero / e che almeno lassù al cimitero, gli recassero corone di fior”.

Che vi dicevo? Vi siete commossi?

Io si…. sniff! Ora vado a soffiarmi il muso e poi vi scrivo un altro articolo…

M.

 

Scioglilingua dialettale

Per questo scioglilingua dialettale devo anticiparvi, e ammettere, che riuscire a capire cosa o chi sia il protagonista di questa specie di filastrocca è stato davvero arduo.

In conclusione, mi è parso di capire si tratti di un uccello. Un uccello che, se esiste anche dalle vostre parti, lo noterete giocare con una pietra facendola rotolare. Ah! E’ anche ghiotto di fichi! Proprio come me. Queste le ultime novità dagli anziani della mia vallata:

Sciù u campanin de San Muissiu, ghe tre prè de papa figu. Nun sun mae stae papapichestrae. U vegnià u papapichestraù cu e papapichestreà.

Ehm… ok, provo a tradurla:

Sul campanile di San Maurizio ci sono tre pietre di “papa figu” (il famoso uccello del quale non conosco minimamente il nome scientifico ma “figu” mi sembra essere la pianta del Fico). Non sono mai state “usate” da questo volatile. Verrà un altro “papa figu”, un  altro uccello che le “userà”.

Vi prego, se qualche ligure delle mie parti, decide di commentare, si metta una mano sulla coscienza che sono una fragile e tenera topina, grazie. Anzi, se fosse così buono da darmi una mano…

Vostra Pigmy.

M.

Filastrocca per Ballare

É in queste giornate di festa che, nella maggior parte delle famiglie, dopo aver mangiato, bevuto e scartato i doni, si inizia qualche ballo folkloristico nelle case o nelle sale prenotate per stare tutti insieme appassionatamente.

Gli uomini anziani sono sempre i più spigliati, mentre le donnine, arrossendo, rifiutano parecchie volte credendo di non essere in grado di portare a termine la danza in programma. Quando accade così, la colpa è sempre del marito (nel ballo è colui che conduce, e con un buon portatore si dice che chiunque riesca a muovere i piedi coordinatamente e a volteggiare come una farfalla). È per questo che gli amici iniziano a canzonare il malcapitato, soprannominandolo “palo” o “manico di scopa”, canticchiandogli questa simpatica filastrocca:

Bala, bala, Giancuseincalla, ta mugge perchè a nu bala?

Balà a nu bala perchè a nu sa, faila balà che a imparerà!

Che in italiano significa:

Balla, balla, Giancuseincalla (colui che si osa. Gian è un nome tipico), tua moglie perchè non balla?

Ballare non balla perchè non lo sa, falla ballare che imparerà!

Be’, che dire, a questo punto il povero consorte non può certo tirarsi indietro!

Vi saluto zampettando e, fiato alle trombe, BUON ANNO A TUTTI! INIZIATE IL 2012 NELLA MERAVIGLIA E NELLA FELICITA’.

LA VOSTRA TOPINA PIGMY!

M.

Nenia d’altri tempi

Si topi. E’ stranissimo se ci pensiamo. Oggi, i nostri topini, quando giocano tra di loro o quando ci chiedono di cantar loro una canzoncina, vengono intonate sempre filastrocche che possano far loro vedere il mondo rosa o ricco di avventure.

Le nenie dei nostri nonni, invece, erano basate su quello che si viveva in quel momento ed è incredibile come la guerra poteva entrare così tanto nelle loro vite da diventare trama anche di giochi o ninne nanne.

Leggete questa che vi propongo, siamo a metà degli anni ’40 e i piccoli si divertivano così:

San Martin sauta a cavallu, giia a corda u gh’è u gallu

e lu gallu fa giancu l’oevu, giia a corda u gh’è u mundu noevu

mundu noevu chi batte e chi serra, giia a corda ca gh’è a tamberra

a tamberra d’in pessu de baccu, giia a corda u gh’è lu gattu

e lu gattu u grafigna tutti, giia a corda ghe sun i mutti

e li mutti nu san parlà, giia a corda u gh’è lu mà

e lu mà u fa giancu u pesciu, giia a corda u gh’è u tedescu

u tedescu ga l’arma in man, giia a corda u gh’è lu can

e lu can rusgia e osse, giia a corda a gh’è a picosse

e e picosse i sciappa e legne, giia a corda ghe sun e penne

e le penne i serve pe’ scrivve, giia a corda ghe sun e furmigue

e furmigue i fan a tana, giia a corda a gh’è a campana

a campana a sonna forte, giia a corda a gh’è la morte

e la morte se pia e gente, giia a corda nu gh’è ciu niente.

Questa filastrocca, della quale ora vi scriverò la traduzione, la raccontava la Nonna Chiarina dopo aver vinto uno dei premi, ai tempi, più ambiti.

Nel 1934, Mussolini istituisce un concorso: chi aveva il terreno d’ulivi più bello, avrebbe vinto una pergamena, un certificato che dichiarava, come un diploma, che quello era l’uliveto migliore di tutta la zona. E, con il suo terreno, di 4.500 mq Nonna Chiarina, vinse.

Proprio in quel terreno, per tenere buoni i bambini, canticchiava loro questa nenia mentre loro, in cerchio, si alzavano e si abbassavano sulle loro gambe tenendosi per mano. Quel campo, era il loro parco giochi. Tenuto come un giardino e privo quindi di roveti, era il luogo ideale.

San Martino salta a cavallo, gira la corda c’è il gallo

e il gallo fa bianco l’uovo, gira la corda c’è il mondo nuovo

mondo nuovo chi batte chi chiude, gira la corda che c’è la lippa

la lippa di un pezzo di bastone, gira la corda c’è il gatto

e il gatto li graffia tutti, gira la corda ci sono i muti

e i muti non sanno parlare, gira la corda c’è il mare

e il mare fa bianco il pesce, gira la corda c’è il tedesco

e il tedesco ha l’arma in mano, gira la corda c’è il cane

e il cane rosicchia le ossa, gira la corda ci son le picozze

e le picozze spaccano la legna, gira la corda ci sono le penne

e le penne servono per scrivere, gira la corda ci sono le formiche

le formiche fanno la tana, gira la corda c’è la campana

la campana suona forte, gira la corda c’è la morte

e la morte si prende la gente, gira la corda non c’è più niente.

Una storiella basata, come potete leggere, sui tedeschi, la morte, la campana e il nulla che rimane.

Il niente come il niente che lasciavano le bombe.

E queste persone, oggi anziane, dopo che ti ripetono per filo e per segno le parole di queste canzoni, ti guardano e ti dicono – Eh, ma i l’ea beli tempi, na cumme aù – ossia – Eh, ma erano bei tempi, non come adesso -.

Pensate un pò! Vi regalerò una rima anch’io: una strittolatina dalla vostra Pigmyna!

M.