Ancora in alto – sul Monte Frontè

Placido e imponente, il Monte Frontè (2.152 mt), se ne sta tra la Valle Argentina e la Valle Arroscia simboleggiato da una Madonna bianca a grandezza naturale.

È un monte che offre ospitalità a diverse specie di flora e di fauna, ben visibili, percorrendo il sentiero tra i pascoli che lo taglia e conduce alla sua vetta.

Una vetta tra le nuvole…

Io appartengo alla Valle Argentina e quindi partirò da qui. Da Triora. Arriverò al Passo della Guardia, oltrepasserò il Colle del Garezzo e il suo tunnel e, subito dopo questo, voltandomi a sinistra, noto il percorso che mi permetterà di raggiungere la cima di questo monte chiamato un tempo Monte Frontero.

Vi parlo di una cima ben visibile già da altri luoghi della mia Valle e che tutti conoscono.

Appartenendo alla Catena Montuosa del Saccarello lo si può notare spesso, stagliato contro il cielo, in mezzo ad altri profili montuosi.

Immediatamente, tra quei pascoli infiniti e incontaminati si notano mucche e vitelli ma anche diverse marmotte, affaccendate e attente si muovono su quei prati.

Che grasse sono! Se immobili, si possono facilmente scambiare con i massi chiari di quel territorio ma quando si muovono sono buffissime con tutta quella ciccia che ballonzola su e giù ad ogni loro passo.

In questa stagione il Monte Frontè è ricoperto da un verde sgargiante e su questo morbido tappeto smeraldino possono nascere fiori di rara bellezza e tanti colori che, dolcemente, accolgono svariati insetti e piccoli uccellini.

Pare impossibile pensare che un tempo, tanti tanti anni fa, era un ghiacciaio.

Ho persin avuto la fortuna di immortalare un bellissimo Culbianco e signora.

Guardate che vanitoso: si girava di qua, e poi di là, e poi mostrava il retro. Voleva essere fotografato da ogni parte senza sapere quale fosse il suo lato migliore.

Continuando a camminare su questo sentiero adatto a tutti, anche se l’ultimo pezzo si presenta un po’ in salita, si può ammirare un panorama splendido. Si può vedere tutta la Valle Argentina e tutti i suoi monti dal primo all’ultimo.

Molte volte, in questo luogo, capita di trovarsi davanti ad uno spettacolo singolare e cioè quello di essere al di sopra delle nuvole e sentirsi sopra al mondo.

Siamo a 2.200 mt d’altezza e pare proprio di vivere l’atmosfera di Avalon dove un mare di nubi sovrasta la vallata ma se si guarda in su si può vedere un cielo terso totalmente azzurro.

E’ bellissima, vista da qui, Rocca Barbone. Se ne vede bene la cima e si vede anche la strada che abbiamo percorso a piedi.

Com’è suggestiva da quassù in alto! Con quegli alberelli sopra che sembrano soldatini.

Ancora pochi passi e si raggiunge l’ambita Madonna, costruita nel 1953 e con lo sguardo rivolto verso il mare.

La sua espressione è dolce ed è innalzata su muri di pietra che l’avvicinano ancora di più al cielo.

Attaccate a quei muri sono diverse le memorie di chi ha realizzato tale capolavoro a quell’altezza.

Il riposo è meritato prima di scendere e si può godere di una pace incredibile e un panorama meraviglioso che raddoppia in quanto, giunti qui, si può ammirare la Valle Arroscia, i paesi lontani di Monesi e Piaggia e il Monte Saccarello preceduto dalla nota statua del Redentore.

Alcuni cavalli selvatici dai colori singolari e splendidi rendono il tutto ancora più meraviglioso.

Firmo sul quaderno dei ricordi protetto all’interno del muretto da una copertura in latta. Voglio poter dire che anch’io sono stata qui e simboleggiare questo evento. Dopodiché mi preparo a scendere.

Passerò dal Passo di Garlenda e raggiungerò nuovamente il Colle del Garezzo facendo così un percorso ad anello e osservando altre meraviglie ma tutto questo vi aspetta in un altro articolo.

Continuate a seguirmi quindi, sono persino stata punta da un tafano… non vorrete certo perdervi una cosa così?

Un bacio altissimo, purissimo e levissimo a tutti voi.

Saliamo sulla vetta del Toraggio

Per arrivare in cima al Monte Toraggio, 1972 mt, si può partire da diverse zone.

Esso infatti si trova tra due Stati, Italia e Francia, e tra le valli Nervia e Roja pur essendo simbolo amico degli abitanti della Valle Argentina che possono ben vederlo, ogni giorno, stagliato contro il cielo dell’Alta Valle e vivendoci attorno.

Io sono partita da Colle Melosa, dove un Camoscio mi ha subito salutata di buon mattino (non l’unico quel giorno), ho attraversato le pendici del Monte Pietravecchia, ho raggiunto il Passo di Fonte della Dragurina e sono arrivata al Toraggio. Proprio in cima.

Su quella punta chiamata “naso” perché, il Toraggio, visto dalla mia Valle, appare come il volto di profilo di un uomo addormentato. Il Gigante che dorme.

Alcuni o chiamano il “Napoleone che dorme” o il “Garibaldi che dorme” (vedendoci anche la barba lungo le falesie orientali del monte protagonista e questo perché, assieme al Monte Pietravecchia e al Monte Grai, forma il corpo (fino alla cinta) di una figura maschile, con tanto di mano appoggiata sul petto.

Quando si è lassù ci si sente più in alto del mondo e, di quel mondo, se ne vedono tantissimi pezzi che sembrano infiniti.

Della Liguria, terra nella quale siamo, si vedono i paesi dell’entroterra di Ponente, fino ad arrivare con lo sguardo al mare. E poi altri monti e creste e falesie.

Sono partita da un ambiente verdeggiante e c’era persino la nebbia, quel mattino, ad accompagnarmi.

Una nebbia che, prima di andar via, si è trasformata in acquazzone e sono stata costretta a ripararmi sotto ad una roccia che formava una piccola grotta intima e affascinante.

La natura, qui, mostra tutti i suoi caratteri da quello più morbido e dolce a quello più aspro e selvaggio che incontrerò avvicinandomi all’arrivo.

Ma anche attraverso il clima palesa tutte le sue qualità.

Sto percorrendo un sentiero fresco che mi permette di vedere l’ampiezza della vallata, molta flora, pascoli e persino qualche regalino lasciato da chi è passato prima di me.

Queste pietre disegnate si trovano spesso nella mia Valle come una specie di riferimento.

I Gracchi Alpini e qualche uccellino solitario mi tengono compagnia con il loro verso e il solo svolazzare. A volte spiccano il volo alla ricerca di cibo, altre volte giocano con il vento che, adesso, sta portando via tutte le nuvole.

Sul Toraggio, invece, sono minuscole e rare le zone d’ombra date unicamente da qualche solitario Ontano o un arbusto di Rosa Canina.

Il sole ora è cocente e risplende sulle rocce bianche e solide che vanno a comporre la sua punta frastagliata.

Il paesaggio è più duro e asciutto rispetto ai primi km percorsi in questo tratto dell’Alta Via dei Monti Liguri (complesso tracciato di oltre 80 km) dove il bosco rendeva tutto più umido e verde.

Fonte della Dragurina permette un po’ di frescura. In questo periodo di acqua ne produce poca e non è conveniente berla ma risulta utile per chi vuole darsi una rinfrescata bagnandosi le braccia o i capelli.

Vi consiglio vivamente di portarvi parecchia acqua da bere se volete intraprendere questa escursione.

Arrivati a questa sorgente si capisce che manca poco per giungere in cima alla meta ambita. Dopo poco infatti, dove alcuni sentieri si incrociano in uno spazio aperto di prato ecco la scritta che indica l’arrivo.

Si guarda in su e si può vedere la vetta attenderci. Quelle rocce così alte sembrano messe una sopra l’altra e la loro austerità è limata da un paesaggio che ricorda il cartone animato di Heidy. Fiori, farfalle, erba, spighe…

L’ultimo pezzo di salita, anche se breve, è da fare a quattro zampe arrampicandosi tra quei massi che lasciano poco spazio alla sosta. Alcuni punti possono intimorire. Non ci sono protezioni e i punti in cui si appoggiano le zampe sono così sottili da non permettere al corpo di incurvarsi o rilassarsi.

Chi non se la sente, per paura del vuoto o dell’altezza, può fermarsi più in basso godendo comunque di un panorama mozzafiato. Chi invece riesce a salire sul punto più alto rimane davvero strabiliato dal creato che si mostra ai suoi occhi a 360°.

Qui, una Madonnina bianca e azzurra sotto ad una croce, simboli della vetta, aspetta gli escursionisti più impavidi ed è già pronta a rimanere immortalata su tante foto che contraddistinguono la frase – Ce l’ho fatta! -.

È facile essere stanchi dopo aver percorso circa 8 km su pietre, salite e discese toccando anche il Sentiero degli Alpini per diversi tratti, per cui, occorre non esagerare e non sforzare troppo il proprio fisico soprattutto se siete topi che semplicemente si fanno una camminata la domenica. Vi consiglio quindi di riposarvi un po’ prima della discesa perché vi serviranno di nuovo tenacia, stabilità ed equilibrio.

È infatti un sentiero definito EEF (Escursionista Esperto Facile). Significa facile per un escursionista esperto ma più arduo per chi esperto non lo è. Sconsigliato ai piccoli topini.

Tanto non dovete preoccuparvi. A stare fermi lì non ci si annoia di certo. Già vi vedo con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata ad ammirare quello splendore.

Durante la salita non serve correre. Godetevi quei momenti e quella meraviglia. La natura è incantevole. Gigli, Cicuta, Ginestra, Vedovine, Fiordalisi alpini, Campanule e molti altri fiori si mischiano al verde chiaro e brillante dell’erba sottile che spicca a ciuffi.

In alcuni tratti di prato le Ortiche, le Roselline e i Cardi selvatici possono pungere le gambe ma nulla di drammatico.

In mezzo a tutti quei colori si innalzano molti profumi che penetrano le narici in modo deciso e anche tanti insetti vivaci e curiosi come le Cicale e le Farfalle, un’infinità di farfalle, che non hanno paura a venir vicino e stare un po’ assieme. Certi insetti invece sono davvero singolari. Mostrano colori o disegni geometrici sul loro esoscheletro che io non ho mai visto.

La pace è indiscussa soprattutto se ci si allontana leggermente dalla Madonnina (spesso circondata da parecchie persone) e si sceglie un anfratto tra gli scogli chiari per riposare o mangiare.

Siamo in alto e può capitare che la nebbia o le nuvole vengono a far visita come ho detto prima. Non temete potrebbero sparire nel giro di mezz’ora, a quelle altezze capita, e lasciare il posto nuovamente al sole, così caldo da obbligarvi all’uso del cappello e della crema solare.

L’appagamento è totale soprattutto se è un monte al quale siete affezionati come me.

Averlo sempre visto da fondo Valle e ora esserci sopra e poter guardare cosa osserva lui ogni giorno è indescrivibile. Fa uno strano ma piacevole effetto e, sicuramente, da oggi, ogni volta che lo vedrò stagliarsi nel panorama dei miei monti, in tutta la sua austera bellezza, lo guarderò con occhi diversi.

Il Toraggio è come un Re e appartiene alla Catena del Saccarello un importante insieme delle Alpi Liguri. La sua imponenza regna nei nostri cuori.

Quando si è lassù si può lasciare il proprio ricordo su un quaderno messo a disposizione che si trova all’interno di un contenitore tubolare plastificato. Si tratta di un quaderno pieno di scritte, nomi e pensieri. Bisognerebbe aggiungerne uno nuovo e avere altre pagine bianche per permettere ai futuri viandanti di lasciare la loro impronta. Quello che c’è oggi non ha più spazio ed è una cosa molto carina a mio parere. Ovviamente anch’io ho lasciato il mio messaggio e che si sappia che la Topina della Valle Argentina è giunta fin quassù.

Per ora ho finito e prima di scendere da qui rosicchio qualcosa. Mi raccomando, aspettatemi per la discesa, devo raccontarvi anche come si scende da qui e spiegarvi il percorso di ritorno, quindi, continuate a seguirmi.

Vi mando un bacio purissimo da una vetta altissima, alla prossima!

Tante bellezze dalla Mezzaluna al Praetto

Oggi parto da un luogo meraviglioso.

Sono nel bel mezzo della mazzaluna, conca disegnata dal Monte Arborea e Cima Donzella, conosciuto appunto come Passo della Mezzaluna o anche Colle della Mezzaluna e mi dirigo verso i Prati di Corte.

Sono arrivata qui passando per la bellissima e mistica foresta di Rezzo, una faggeta che lascia senza fiato e sa di misterioso e fiabesco, chiamata anche “Bosco delle Fate”.

Giunta sul posto è soprattutto Carmo dei Brocchi a darmi il benvenuto in tutta la sua bellezza. Da una parte mostra il bosco e dall’altra il prato, apparendo così come mezzo capelluto e mezzo calvo. Forma un tutt’uno con Monte Arborea e appartiene anch’esso al disegno del Passo protagonista. So che sotto di lui c’è il Ciotto di San Lorenzo, luogo al quale sono affezionata e che ho vissuto molto, e quindi sorrido.

Intraprendo un sentiero stretto e pulito con attorno prati, pascoli e pietraie sulle quali non è difficile notare Camosci, come non è difficile poter osservare un panorama fantastico che mi permette di vedere tantissimi altri monti.

Il Toraggio, il Pietravecchia, il Grai, il Gerbonte, Carmo Gerbontina e anche il Bego, verso la Francia, con ancora la neve a coprirlo.

Non ho neanche iniziato la mia escursione che due Camosci decidono di salutarmi in un modo alquanto insolito. Venendomi quasi addosso in pratica. Li vedo scendere veloci dalla cresta di un montagna e dirigersi verso fondo valle. Mi passano a pochi metri di distanza, piccola come sono, per fortuna non mi hanno investita, altrimenti mi avrebbero fatta arrivare ad Arma nel giro di un baleno. Dovrebbero calmare la loro enfasi ma li capisco… sono sempre molto felici di vedermi. Io, comunque, mi sono emozionata tantissimo ma tanto proprio. Muovevano l’erba come un vento impetuoso e il fruscio era forte, impossibile non sentirlo.

Questa passeggiata, al di sotto di Località Sciorella, è adatta a tutti e porta verso una piccola radura chiamata “Praetto” circondata da un verde vivace che lascia abbagliati.

In questo periodo dell’anno sono tantissimi i fiori spontanei che rendono ancora più suggestivo questo luogo e tanti i canti degli uccelli: Passeriformi, Galli Forcelli, Cuculi… è difficile ma divertente provare a riconoscerli dal canto.

Dopo essere passata sotto a Noccioli, Faggi e Carpini il panorama si apre ancora e mi mostra i paesi di Andagna, Triora, Molini, Cetta e Corte incastonati sui colli con i loro cimiteri e i loro santuari.

Ora, alla mia destra, una catena montuosa che si snoda verso Nord-Ovest, mi consente di osservare Monte Monega e la sua croce simbolica ma anche il Colle del Garezzo.

Tutto qui è florido e lussureggiante. Si vedono i Casoni nei Prati di Corte, antichi rifugi ancora oggi utilizzati, e la Località più bassa chiamata Case Loggia.

Il sentiero sul quale zampetto è comodo e accessibile a tutti basta avere scarpe idrorepellenti, in quanto, può capitare di dover attraversare rii o sorgenti in base al periodo.

Incontro sulla mia strada una bellissima Mucca tutta bianca. È un po’ spaventata dalla mia presenza e quindi, anche se incuriosita, decide di andarsene per poi fermarsi e guardarmi da lontano. Un Topino che fa scappare una Mucca! Questa devo proprio raccontarla.

Non si possono non ammirare i fiori che vi nominavo prima. Ogni colore si palesa davanti ai miei occhi con tutte le sue sfumature e anche ogni tipo di petalo è pomposo e felice di lasciarsi ammirare.

Sono impressionanti il Trifoglio e l’Ortica. Il primo ha fiori alti e enormi rispetto al normale. Sembrano grossi pon pon dai colori decisi. L’erba urticante, invece, ha foglie grandi quanto una mia zampa! E attorno a lei altri minuscoli fiorellini piccoli come puntini.

E poi ancora: Non Ti Scordar Di Me, Veronica, Scarpetta della Madonna, Botton d’Oro, Camenerio, Pigamo, Acetosella, Valeriana Rossa… grandi, piccoli, alti, bassi… un trionfo di tinte stupende. Anche loro emozionano, sembra di essere in una cartolina. Persino il verde è cangiante.

Qui, gli insetti, stanno davvero alla grande. Possono cibarsi di ogni ben di Dio!

Nel bel mezzo del Passo della Mezzaluna sono diversi i sentieri che prendono il via ma potete fidarvi che, qualsiasi decidete di scegliere non vi lascerà scontenti.

In questo periodo i pastori sono saliti con i loro greggi e non è difficile incontrare Pecore, Capre e Mucche, quest’ultime sempre molto protette dai Tori, muscolosi e attenti, ai quali è bene non rompere le scatole.

Io vado a riposare ora, voi aspettatemi per la prossima escursione.

Un bacio verdeggiante a voi.

Alla conquista del Monte Gerbonte

Oggi Topi andiamo a conquistare la cima di Monte Gerbonte!

Suvvia… si scherza! Mica si può conquistare una creazione tanto austera. Ma “conquistare”, come sapete, si può dire per indicare l’avercela fatta e… quando si tratta di certe fatiche… ci sta! E con orgoglio!

Beh, proprio “fatiche”, se devo essere sincera, forse no, ma è sicuramente un trekking impegnativo soprattutto per chi non è abituato a camminare molto. Si sale infatti fino a 1727 mt s.l.m. e, in vetta al monte, ci si può arrivare da diverse parti cambiando così la difficoltà del dislivello.

Noi partiamo dal Pin, sopra a Borniga. Da 1500 mt circa quindi. Siamo altissimi. Il burrone sul quale si zampetta fa venire i brividi se si soffre di vertigini, altrimenti è puro entusiasmo.

Secondo le altitudini, da qui, il dislivello pare poco, all’incirca 250 mt, ma occorre contare che, prima della grande salita, si scende, fino a Rio Infernetto e quindi i metri raddoppiano se non di più.

Il percorso, fin dal suo inizio, appare stupendo. Il primo tratto, però, è sconsigliato. Troppo pericoloso.

Lo stretto sentiero, scavato nelle rocce, è a ridosso di un alto burrone e anche se gli occhi godono di vedute spettacolari è bene che solo topi o camminatori esperti ci vadano.

La natura appare aspra e selvaggia. Cruda.

Enormi e austeri i bastioni rocciosi, davanti alle “Porte” della foresta, sembrano il portale di altri mondi. Il verde che riempie lo sguardo non è vicino a noi. Noi siamo su rocce asciutte, grigie come perle, dove solo il pallido color militare del Timo e della Lavanda, non ancora fioriti, si permette di sbucare tra una pietra e l’altra.

Il Semprevivo gode in quella aridità, non ama molto l’acqua e i rapaci, come Gheppi e Poiane, che sorvolano quelle guglie nude, trasportano in un tempo antico di cow boys e nativi americani.

L’orogenesi, qui, ha creato qualcosa di una bellezza indescrivibile avvenuta tra gli 80 e i 40 milioni di anni fa attraverso la collisione dei paleocontinenti (oggi Europa e Asia) e il loro avvicinamento. Deformazioni stratificate presentano particolarità ambientali uniche e, sicuramente, facendo attenzione, non è difficile rinvenire fossili oceanici.

Non dobbiamo percorrere molta strada per vedere, all’improvviso, un cambio totale del territorio.

Penetriamo ora nella Foresta, tra quei larici e quegli abeti ammassati tra loro, che non permettono al sole di entrare. Scrivo Foresta con la F maiuscola perché, per noi della Valle Argentina, quella è la Foresta.

La nota Foresta del Gerbonte. Vi ricordate quando vi ci portai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/07/25/la-foresta-di-gerbonte/ ? Ma oggi vedremo altre cose e arriveremo fin sul cucuzzolo di questa cara montagna.

Camminiamo sul tappeto di aghi ed è il Picchio Nero, ora, a tenerci compagnia col suo – Tuc! Tuc! Tuc! – contro i tronchi degli alberi.

Guardate come riduce i fusti alla ricerca di larve e insetti per nutrirsi. Pieni di buchi come colabrodo. Non ha tregua. Picchietta in continuazione. Ho scoperto, vedendolo in volo, che non è piccolo per niente. Lo immaginavo di dimensioni più ridotte, invece è più grande di un Corvo.

Giunti al Rio Infernetto si comincia a salire tra rocce ricoperte di Primule Marginate che cadono a cascata e sono una meraviglia. Il bosco diventa bluette e si vive una favola.

Anche l’Hepatica Nobilis favorisce svariati toni di blu, ma dipingendo il suolo, quindi, potete immaginare la bellezza. Con sguardo attento però si notato moltissime varietà di flora. Una flora timida che manifesta umiltà pur non avendo nulla da invidiare ad altri fiori.

Il rumore dell’acqua lo si percepisce scendere anche attraverso i grandi massi.

Tra loro, in una grotta, è stata collocata una Madonnina e, in questo punto di riposo, siamo a 1290 mt. s.l.m.

Stille d’acqua ghiacciata colpiscono ragnatele un tempo dimore di qualche aracnide e che ora penzolano, prive di vita, abbandonate al vento.

Ora arriva il bello, eccoci giunti alle “Porte del Gerbonte”. Monte simbolo della mia Valle. Le sensazioni che dona sono davvero strane: mentre ti senti piccolo piccolo al suo cospetto, riesci anche a sentirti immenso e in cima al mondo grazie al panorama che dona.

Proteggendoti da dietro con i suoi alberi secolari e monumentali, la Foresta Demaniale Regionale del Gerbonte, formata da: abeti, larici e faggi, ti offre sul davanti un’apertura che illumina lo sguardo.

Un punto panoramico sulla vetta permette infatti di vedere ancora più a Ovest del Saccarello, dove le Alpi Francesi mostrano la catena del Tanarello e punta Missun e, invece, a Est, sotto alle Alpi Liguri che fan da cornice, giacciono pacifiche le borgate distese nella vallata.

Il punto che vogliamo raggiungere è la piccola Caserma, chiamata – Casermetta Lokar –, in quanto dedicata al Vice Brigadiere Vincenzo Lokar che perse la vita, in questo luogo, nel 1953. Qui la neve non molla. Perdura resistente.

Per arrivare a questo rifugio si cammina su un comodo e largo sentiero in mezzo al bosco. Nel tratto di alberi, ritti come soldatini, mi accompagna un Fringuello che di farsi fotografare proprio non ne vuol sapere. Dopo avermi dato il suo fondoschiena piumato, diverse volte, mi grazia voltandosi di poco e mi concede il suo profilo. È velocissimo. Io sono lenta con la macchina fotografica ma lui è velocissimo davvero.

Poco prima della Caserma un ampio prato di orchidee selvatiche, anemoni, crocus ed erba ingiallita dall’inverno, offre cibo a Camosci e Caprioli.

Ed eccola, infine, la meta tanto attesa. La piccola casetta che guarda tutta la valle protetta da una Madonna con in braccio il Bambin Gesù. Una copertura di pietra e cemento e una solida croce rendono anche lei emblema del luogo.

Si gode di aria pura e di un panorama bellissimo. Triora e Andagna si vedono bene da qui e, ora sì, che c’è verde ovunque.

Abbiamo conquistato il Gerbonte per davvero. Lo abbiamo vissuto, letto, osservato, amato e conosciuto. Quante cose ci ha raccontato, ma non posso svelarvi tutto in un solo articolo.

Vi aspetto per la prossima passeggiata tra questi alberi secolari e queste atmosfere persino mistiche, non scappate.

Un bacio selvatico a voi.

Il Ranuncolo – il bottone d’oro della Liguria

Lo so, sono in ritardo a scrivervi di lui ma ho trotterellato da parecchie parti in questo periodo, conoscendo prospettive nuove della mia Valle e non sono riuscita a mostrarvelo prima. Di chi sto parlando? Beh, lo avrete sicuramente già capito dalle immagini… del Ranuncolo! Anzi… dell’elegantissimo Ranuncolo!

Un fiore sicuramente emblema della Bassa Valle Argentina e della Liguria di Ponente. Molte sono le coltivazioni nella mia terra, prevalentemente sulle coste, che lo vedono protagonista e non si può non incantarsi davanti ad un così vivace tripudio di colori. Sgargiante e abbagliante, che lascia stupefatti.

E, a parer mio, anche il suo significato lascia piacevolmente stupiti.

Il Ranuncolo infatti, con il suo essere, suggerisce la bellezza malinconica, l’importanza del ricordo, il – non dimenticarmi mai -. Il suo nome deriva dal greco “Batrachion” cioè “Piccola Rana”, non solo perché ama le zone paludose e le colora con le sue tinte forti, ma anche perché, proprio le rane, pur nascondendosi risultando invisibili, si fanno sentire con il loro canto. Fanno sentire la loro presenza. Sempre, anche quando sembrano non esserci. Da qui, la dolcezza del ricordo.

Un ricordo a volte languido che, il Ranuncolo, cerca di ravvivare con i suoi toni.

Si dice, nella tradizione popolare, che fu Gesù ad inventare e creare i Ranuncoli.

Voleva strabiliare sua madre, Maria, con un dono davvero particolare. Un fiore che, con i suoi petali, potesse riflettere la luce del sole e infatti questa è proprio una qualità del Ranuncolo. I raggi del sole brillano su quei petali lucidi.

Prese così delle stelle nel cielo e le trasformò in questi fiori, donando loro tinte appariscenti e sfavillanti perché potessero essere visti sempre e in ogni ambiente.

Per questo, si usava in tempi più antichi, regalare alla propria mamma dei Ranuncoli.

Il Ranuncolo (Ranunculus) conosciuto nell’Est asiatico, dove ha origine, come “Erba scellerata” a causa della sua tossicità, è invece chiamato da noi, in Occidente, “Botton d’Oro” in quanto viene raccolto quando ancora un bocciolo dalla forma a pallina.

La Liguria, e soprattutto la Liguria di Ponente, nominata anche Riviera dei Fiori, ha sempre coltivato e venduto molti Ranuncoli, tra altre specie di flora, e ancora oggi, essi, sono un sostentamento per diverse famiglie che ne fanno crescere pezzi di terra a perdita d’occhio. Un occhio ben felice di perdersi tra tanto splendore!

La sua corolla intrecciata raccoglie le gocce d’acqua e, anche loro, diventano luccicanti come il sole sopra a quei colori.

Si pensa che il Ranuncolo giunse in Europa durante il periodo delle Crociate ma, in Francia, c’è chi giura sia stato specialmente Luigi IX in persona, di ritorno dalla Terra Santa, a portare questi fiori per adornare il suo castello. Se ne era, letteralmente, innamorato.

E devo dire che me ne sono innamorata anch’io, ora che ho potuto vederli da così vicino. Li conosco da quando sono solo una piccola topina, ma poter toccare, con zampa, tutta questa meraviglia, è un’altra cosa. Decisamente! Un incanto.

Grazie a Topo Marco per avermi permesso di scattare queste splendide foto dei suoi Ranuncoli. Belli, sani, tronfi e che hanno colpito molto me medesima.

Un bacio floreale a voi! Al prossimo fiore Topi!

Una valle che sta rifiorendo

Topi, la primavera è tornata e si vede!

Basta uno sguardo fugace ai clivi, ai bordi delle strade e dei sentieri per accorgersi del fermento che già brulica ovunque.

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I boschi sono spogli, a prevalere sono ancora le tinte del marrone, ma già si scorgono i sintomi dei questa nuova stagione che tutto rinnova.

Tra le foglie secche adagiate al suolo a formare un tappeto scricchiolante emergono fiori coloratissimi, piccoli, quasi timidi. Sono l’annuncio della bella stagione, quella che gli uccelli sui rami cantano già da qualche settimana.

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Viole e primule sono protagoniste indiscusse di questo periodo. E i loro colori sono simboli importanti di questo momento dell’anno, messaggi nascosti ai quali porre attenzione. Il viola è collegato allo Spirito, alla magia, e quale incantesimo migliore può esserci di quello che si concretizza in un fiore dopo i rigori di una stagione fredda e all’apparenza inclemente? Il giallo, invece, simboleggia la luce del sole, il calore che inonda la terra… e ancora una volta Madre Natura ci regala bei messaggi, travestendoli sotto forma di petali ed elementi a lei cari.

primule

Ma non è solo la natura a rifiorire in questo periodo, credo ve ne renderete conto anche voi.

Nel mio gironzolare, scatta qui e scatta là, sono venuta a conoscenza di una rinascita parallela a quella del mondo naturale che sta interessando la mia amata Valle e i suoi abitanti.

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C’è fermento, infatti. C’è voglia di creare novità e di riportare alla luce i gioielli di pietra che compongono questa corona che è la Valle Argentina.

Mi è giunta voce che c’è l’intenzione di ripopolare i magnifici luoghi che con gli anni sono stati segnati dall’abbandono, di far conoscere ad altri topi lontani le bellezze di questa terra selvaggia che ha molto da offrire. E a me vibrano i baffi di gioia, che devo farci? Sono una topina innamorata del suo territorio, un amore nato tanto tempo fa e che queste notizie non fanno altro che alimentare.

triora borghi più belli d'italia

Sono sorte nuove attività, nuovi progetti, nuove realtà, nuovi sogni e chissà quanti altri ne vedranno la luce prossimamente. Intanto la Valle Argentina rifiorisce, con la candidatura delle Alpi Marittime che le ornano la fronte a patrimonio Unesco, con ben due paesi nominati borghi più belli d’Italia – Triora e Taggia -, con iniziative che intendono ridare vita a certi luoghi, come accade a Montalto, in cui si cercano artisti e artigiani d’alto livello che aprano botteghe e diano il via a scuole di apprendimento come quelle che c’erano un tempo. O a Carpasio, dove si vuole ridare vita al Museo della Lavanda.

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C’è chi sogna gemellaggi importanti: Triora e Salem, lontane nello spazio ma rese vicine da un passato in comune.

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C’è chi sta lavorando per creare bei luoghi in cui far sostare e riposare i topi più anziani, dando lavoro anche a nuove famiglie.

Qualcuno si sta impegnando per far tornare la vita sui pascoli e i terreni ormai in disuso da tempo, ci sono sogni grandiosi per costruire offerte turistiche adeguate e forse, chissà, un giorno sul Saccarello si arriverà più agevolmente, con sentieri vecchi e nuovi al tempo stesso o addirittura via cavo. E se anche tutto ciò non accadesse, si nota comunque l’impegno, il cuore di un popolo che vuole rinascere.

Saccarello

Ma non finisce qui, eh! No, no! Qualcuno sta addirittura girando riprese a sfondo fantasy in un territorio che – ve l’ho già detto tante volte – si presta molto bene a questo genere di cose. (A questo proposito, ringrazio Claudio Cecchi per la seguente foto)

fantasy valle argentina claudio cecchi

Ci sono associazioni che stanno dando largo ai giovani, ai talenti di questa Valle incastonata tra il mare e le montagne. E ci sono borghi che rinascono, nei quali si sono stabiliti giovani famiglie e sono venuti alla luce già piccoli topini, com’è accaduto a Glori.

Come vedete, topi miei, la mia è una Valle traboccante di vita e questa primavera che sboccia ovunque non fa che ricordarcelo. Tutto è un ciclo, un’evoluzione continua. Alla vostra Topina piace pensare che, nonostante siano in molti a mugugnare, la Valle Argentina rifiorirà presto. Molto presto.

Un bacio profumato a tutti voi!

Per la strada…

Se c’è una cosa che adoro molto sono i sentieri che, poco fuori dal paese conducono al cuore della natura.

Sanno di fiaba. Sanno di nuovo inizio. Di scoperte. Di fascino e mistero.

Cosa vedranno i miei occhi questa volta? Di cosa si nutrira’ il mio cuore? E il mio naso… quali profumi percepirà?

Uscendo dal paese, abbandonando il mucchietto stretto di case e inoltrandosi per i monti o nei boschi, ecco che penetra nelle radici quello aspro della resina e ora il dolce saluto del biancospino. E poi i profumi, secondo me, é come se avessero anche una loro temperatura. C’è quello più fresco dell’umidità e della macchia e quello più tiepido dell’ardesia e dell’aridita’ che circonda le malghe.

Perché ogni luogo ha la sua vita cari topi, e il proprio temperamento, che regala a chi sa vederlo. E io, non per vantarmi, ma posso dire che essendo una creaturina del bosco mi impegno sempre moltissimo per conoscerne il carattere, e mi viene anche spontaneo, sentendomi in relazione con lui e la natura tutta.

I sentieri sono il preludio alla meraviglia e mi intrigano. Mi piace scoprirli, percorrerli, ne rimango sempre estasiata e, fin dal primo passo, sento nell’animo lo scalpitare dei cuccioli curiosi.

Che belle queste strade… alcune battute, altre no. Sterrate, ricoperte d’erba, delimitate da alberi e fiori sempre diversi, in base alla zona.

Come dicevo, ognuna ha i suoi regali da offrire ma tutte portano alla pace; alla pace che Madre Terra sa donare. È la pace del silenzio, dell’aria fresca e pura, del vento che, qui, suona altri strumenti.

Amo moltissimo i borghi della mia Valle, ricchi di storia e cultura e curiosità ma, quando giungo davanti ad un sentiero come quelli che potete vedere in queste immagini un sorriso e un’espressione felice la fan da padroni sul mio muso.

Ogni volta mi aspetto qualcosa di bello e non vengo mai delusa. Anche a voi fanno questo effetto le stradine che dal paese portano a luoghi splendidi e incontaminati?

A volte il sole illumina, modificando i colori di quel mondo, altre volte invece, dalla luce si passa all’oscurità. Persino la bruma, spesso, è protagonista. Ognuno ha la sua bellezza data dall’atmosfera.

Pronti? Via! – mi vien da dire imboccandone uno. Una nuova avventura e, anche se quel percorso già lo conosco, sono sempre fiduciosa del fatto che, questa volta, vivrò nuove esperienze interessanti anche se solo con lo sguardo.

L’inizio. Il nuovo. Nuove cose. Nuove emozioni. La’, dove si pensa esserci una fine, la fine non c’è, si va avanti. Dove? Questo sarà una scoperta. Che bellezza! Mi viene da battere le zampette posteriori come Tamburino, il coniglietto amico di Bambi.

Le mie strade. L’affetto che provo per loro è indescrivibile. Le vivo come opportunità. Angoli della Valle che si mostrano a me come sorprese. Pacchi da scartare piano piano, ad ogni passo.

E, ovviamente, è un piacere portare anche voi ogni volta che ne intraprendo una.

Un bacio…. curioso e emozionato.

Elogio ai doni della Natura e della Valle

Cari Topi, oggi vi scrivo per comunicarvi una cosa per me assai interessante.

Mi è capitato, ultimamente, di sentire parecchi di voi lamentarsi a causa di molti malesseri e, come se non bastasse, l’arrivo della primavera ha contribuito a rendere questo periodo ancora più sgradevole dal punto di vista della salute, causando allergie o intolleranze varie. Che peccato! Una stagione così bella! La stagione della rinascita, dove tutto sboccia a nuova vita.

So che molti hanno iniziato ad assumere medicinali i quali gli hanno portato altri problemi, mentre quello di cui voglio parlarvi oggi non ha quasi controindicazioni, se si fa un po’ di attenzione e se ci si impegna in qualche ricerca.

Ma torniamo al discorso che volevo farvi e vi assicuro che per essere certa al cento per cento che sia vero ciò che ho intenzione di rivelarvi, ho chiesto verità anche a tre miei cari amici: Maga Gemma, Strega Cloristella e lo Spirito della Valle.

Ebbene, il discorso che voglio intavolare oggi riguarda le cure verso i disturbi che possono colpire voi umani, ma anche noi creature del bosco.

Grazie alla mia personale esistenza e alla conferma dei miei amici, posso stabilire che in natura esistono le farmacie più fornite che possano esserci sul pianeta. Negli abissi del mare, negli intrichi della macchia, sui pascoli incontaminati esistono, pronti all’uso, tutti i prodotti curativi e medicamentosi di cui possiamo avere bisogno.

In effetti, ragionandoci su, se pensiamo che la natura è nostra madre e noi siamo la natura, come potrebbe lei non difenderci e curarci? È nostra mamma ed è formata dai nostri stessi atomi di ossigeno, di idrogeno, di carbonio! Va be’, ora volevo farvi vedere che non dico sciocchezze, ma è proprio così.

Qualche tempo fa, in una radura presso il Passo della Mezzaluna, lo Spirito della Valle mi confidò che, un tempo, gli uomini preistorici che vivevano quella zona, trattavano i loro malanni e le loro ferite con le erbe che nascevano dove ora sorge il Ciotto di San Lorenzo! Mi suggerì di guardare tra le mie zampe e infatti vidi la Lavanda, la Bardana, la Piantaggine, il Cardo Selvatico, il Tarassaco… ma che meraviglia! Quanta ricchezza! Ecco un disinfiammante, un lenitivo, un digestivo, un antibiotico naturale.

Mi raccontò persino che… sui tagli o sui morsi di alcuni animali, mettevano i vermi! Avete capito bene. I vermi erano in grado di eliminare l’infezione mangiando la parte infetta della ferita e lasciando il danno pulito e sterilizzato. Va be’, è ovvio che oggi non dobbiamo arrivare a tanto, ma volevo farvi capire come Madre Terra pensi a tutto, in un ciclo perpetuo e continuo. Il ciclo del sacro equilibrio.

La natura è dotata di ogni rimedio. Come faremmo, altrimenti, noi bestioline a cavarcela? Ve lo siete mai chiesto?

 Inoltre, e ora non voglio peccare di vanità ma così è, la Valle in cui vivo è davvero molto generosa in tal senso! Offre tantissime varietà e specie di erbe officinali, piante spontanee curative, fiori edibili. Ne è ricca. Non c’è malessere che non possa essere trattato con qualche dono della Valle Argentina.

E ogni zona, di questo speciale angolo di paradiso, ha ciò che serve.

La Menta e l’Iperico, ad esempio, si troveranno solo in certi luoghi ma non in alta Valle. Nessun problema, però, perché in alta Valle ecco spuntare il Timo e la Genziana! Per non parlare della freschezza delle Conifere che purifica ogni situazione. Nel primo entroterra, invece, ecco la Gambarossa, l’Ortica e il Trifoglio, fino al mare, dove possiamo godere della sua acqua e delle sue alghe ricche di oligoelementi salutari, che diventano elisir per il nostro benessere. C’è davvero di tutto.

I vari e preziosi elementi possono essere utilizzati da soli o mescolati tra di loro al fine si ottenere ulteriori cure ed è meraviglioso osservare, con i propri occhi, la loro riuscita.

Tutto quello che vi sto dicendo non è poi così assurdo né lontano. Le nostre nonne, fino a pochi anni fa, ne facevano largo uso. E vi siete mai chiesti perché le famose Bazue che vivevano nella mia Valle sono state sterminate? Be’, è semplice. Attraverso i frutti di Madre Terra guarivano quello che sembrava impossibile e magico. Perciò passavano per donne che di umano avevano ben poco e non si poteva certo accettare una cosa così.

Non mi stancherò mai di ringraziare il luogo in cui vivo per tutto ciò che mi regala e per tutti i problemi che mi risolve. È fantastico e non mi fa spendere nemmeno un soldino!

Grazie, Madre Natura, e grazie Valle Argentina.

Un abbraccio terapeutico a tutti voi!

50 km (circa) di meraviglia

In realtà, se si cerca su varie enciclopedie o su internet, si legge che la Valle Argentina è lunga all’incirca 40 km, considerando la tratta che taglia i monti nel mezzo da Arma a Verdeggia. Ma io, volendo considerare anche il tratto che giunge fino a Colle d’Oggia insieme ad altre località importanti come i Vignai, Costa e la sottovalle dell’Oxentina, ho pensato di aggiungere una decina di chilometri in più.

50 km che, dal mare, raggiungono la vetta più alta di tutta la Liguria, pensate! Il Monte Saccarello, infatti, con i suoi 2.201 metri, è il monte più alto della regione.

Questa è la Valle Argentina: 50 km di stupore, di occhi meravigliati a ogni curva. Una Valle che offre tanti e diversi paesaggi, a cominciare dal mare, considerato spesso uno dei più limpidi. Un mare che offre albe e tramonti spettacolari. che si apre verso l’infinito, fino a permettere, in alcuni momenti, di vedere persino la Corsica.

Un mare stupendo, sia in estate, con le sue tinte blu e turchesi, sia in inverno, quando a prevalere in lui sono i colori del verde smeraldo e del grigio.

È attorno a lui che abbiamo la maggior parte di Ulivi, salendo verso Taggia e verso Badalucco. Gli alberi che, a quanto pare, grazie alle nuances argentee delle loro foglie, danno il nome a tutta la Valle e sono una grande risorsa.

Qui appare la storia data dall’agricoltura, ma soprattutto dai borghi, antichi e misteriosi, che iniziamo a incontrare e che molto hanno da raccontare. Borghi creati strategicamente, in grado di difendersi dalle insurrezioni nemiche. Borghi raccolti, dove la vita scorre placida, ancora come un tempo. Borghi che narrano di vicende, di leggende, di fatti accaduti e quotidianità. Borghi che hanno il loro odore, quel profumo unico, di muri freddi, di case accoglienti, di cucine che sfornano delizie tipiche.

Borghi accompagnati dal torrente. Un torrente che, con i suoi piccoli ma copiosi affluenti, non lascia nessuno senz’acqua e che veste il territorio di una bellezza che luccica. È il torrente che scende dalle alte vette e attraversa tutta la Valle, a tratti impetuoso e ricco di schiuma bianca, a tratti più calmo, dove forma laghetti di un verde sgargiante. Nido di trote, salamandre, gamberi di fiume, ranocchie e gerridi. C’è tanta vita attorno e dentro di lui. Una fauna che cambia, come l’ambiente, a seconda della zona.

È il torrente che nutre la natura circostante e le coltivazioni, ma che ancora esce dai rubinetti di alcune case che da lui attingono. Le sue curve lasciano intravedere spesso luoghi magici intagliati tra le rocce, e sembra di essere in qualche favola scandinava o nel regno dei nativi americani. Oppure, sembra semplicemente di essere in Valle Argentina, dove non si ha la necessità di invidiare nulla a nessuno perché, con i giusti occhi, si possono scorgere meraviglie.

I boschi mutano mentre i fiori, invece, ci accompagnano per tutto il tragitto. Sono una miriade. Mille e mille qualità diverse colorano la base delle piante più grandi e maestose. Dapprima i Castagni e i Noccioli, protetti dai Brughi, creano grandi zone d’ombra con le loro fronde immense e zone di umidità, dove la natura è rigogliosa, scura, florida e nasconde un mondo ricco e tutto da scoprire. Poi i Faggi e le Betulle. Sono alberi alti, imponenti, che regalano sensazioni e atmosfere surreali. Alberi che abbracciano i lupi, che celano fate e folletti e circondano radure preziose, ancora oggi mete di bestiame e tane di marmotte.

È qui che questi principi, dai tronchi infiniti, iniziano a diradare per lasciare il posto ai Pini, agli Abeti e ai Larici i quali purificano e offrono un’aria balsamica, pura, che profuma di resina.

È qui che inizia la Valle Argentina più aspra e selvaggia, nonostante i morbidi pascoli. È qui che regnano i rapaci più astuti e i più impavidi cervidi e bovidi. Agili, eleganti, rapidi.

I grossi massi bianchi la fan da padroni e tante sono le specie diffuse di piante aromatiche che arricchiscono la cucina ligure. Siamo in cima ai monti. Siamo dove il silenzio è assoluto e dove i polmoni si riempiono di meraviglia. Ma qui è possibile anche ascoltare l’eco ed è un fenomeno davvero curioso. Si gioca e ci si rilassa lasciandosi ritemprare da questa natura incontaminata. È proprio qui che, in inverno, la neve cambia ogni cosa e questo paesaggio mostra tenacia e forza, pronto a sopportare il gelo.

Si stagliano i profili delle montagne e delle falesie contro il cielo. Un cielo che non ci abbandona mai per tutto il tragitto. Sempre bello, limpido o nuvoloso che sia, e pieno di colori in ogni momento. Un cielo che fa da cornice a catene di Alpi. Ci sono rocce aguzze, ognuna con il suo nome, e accolgono nel loro cuore la fine della Valle. Le principali? Pietravecchia, Fronté, Carmo dei Brocchi, Grai… Abitate fin dal neolitico e colme, ancora oggi, di reperti archeologici in grado di spiegare la vita durante altre Ere, una vita che qui è assai pullulante.

50 km di meraviglia. Ah! E 200 km, più o meno, di estensione! Questa è la mia Valle. Dovunque si guardi e dovunque ci si giri. Un pezzo di mondo con un carattere proprio e una natura ineguagliabile.

Un bacio a voi, ora riposo le zampette. Ho appena percorso 50 km.

Larice, il principe dei miei monti

Ah, il Larice! Che albero meraviglioso!

Questa conifera (Larix decidua) appartiene alla famiglia delle Pinacee ed è un albero molto alto e a crescita veloce. Vive molto bene in alta montagna, sapete? Mette radici fino a 2000 metri di altitudine, con la sua chioma a cono. A differenza delle altre conifere, non è sempreverde, infatti in Inverno perde il fogliame… ma in Autunno tinge i miei boschi di colori mozzafiato, le tinte dell’oro più brillante che possiate immaginare.

 

E in primavera, invece, i suoi abiti sono color verde smeraldo nelle foglie fresche e tenere, e fucsia intenso e giallo nei suoi bellissimi fiori. In Estate, poi, sapete che fa? Dà da mangiare alle api trasudando quella che viene chiamata la “manna di Biançon”, grazie alla quale gli impollinatori producono un ottimo miele.

gemme di larice

Si trova in climi freddi e rigidi e ha bisogno di molta luce, come la sua amica Betulla, ma in molte zone della mia Valle cresce rigoglioso. Infatti, sebbene ci troviamo in Liguria e non di certo tra le foreste del Piemonte, della Val D’Aosta o del Trentino, Larice qui si trova a proprio agio. Per il suo timore nei confronti dell’umidità, cresce sulle cime delle mie amate Alpi Liguri, dove può essere sempre baciato dal suo amato sole.

larici primavera

Guardatelo e abbiate il coraggio di dirmi che non vi trasmette vigore, vitalità e rigenerazione! Eh sì, topi, Larice è proprio così, una forza della natura. Larice è così saggio che i suoi rami hanno dei punti di rottura ben precisi: in questo modo riesce a resistere alla tempeste più furiose, perché i rami si spezzano prima che l’albero venga danneggiato. Che meraviglia, che perfezione! Ma non è mica finita così, no no! Laddove i rami si sono spezzati, Larice fa spuntare nuove gemme a colmare il vuoto lasciato dai caduti nella battaglia contro gli elementi.

larici

Plinio il Vecchio già nel I secolo a.C. preparava l’unguento di Larice, che ricavava dalla resina ed è un rimedio per i reumatismi, la gotta e le infezioni della cute, ma anche per tutti quei disturbi legati all’apparato respiratorio di voi esseri umani. Pensate che la sua resina, senza abusi, può essere ingerita per stimolare i reni, o masticata per calmare la tosse e il mal di gola.

Se queste sue proprietà non vi bastassero, le terapie offerte dai suoi fiori aiutano chi soffre di sensi di inferiorità, di malinconia e a chi si scoraggia facilmente, stimolando la fiducia in se stessi. Con la sua forza, Larice insegna a superare i propri limiti, così come lui supera i suoi, crescendo anche nelle zone più impervie. E dovete sapere che era anticamente considerato l’albero in grado di unire la terra al cielo, in grado di decifrare anche il messaggio cosmico del “Così in alto e così in basso“.

Nel nord Europa e in tutte le zone alpine si credeva che Larice fosse abitato da creaturine benedette, spiritelli benevoli e di bell’aspetto amici degli esseri umani quanto degli animali. Questa credenza portò a realizzare incensi e talismani con il  legno del suo tronco, più resinoso e duro di quello dei cugini Abete e Pino. Noi del bosco, nelle tane, abbiamo tutti un rametto di Larice perchè sprigiona energia positiva e protettiva!

Da me si trova soprattutto in Alta Valle, ce ne sono di monumentali nella Foresta di Gerbonte, ma anche i dintorni di Realdo, Verdeggia, Triora, Colle d’Oggia e Colle Melosa lo ospitano volentieri.

foresta di gerbonte bosco di larici primavera

I boschi di Larice sono radi e luminosi e ospitano varie specie di uccelli tipiche dell’ambiente alpino, come la Cincia, il Picchio, il Crociere e il Gufo Reale. Sul Gerbonte sono stati impiantati dall’uomo per avere sempre a disposizione legname utile  e, pensate: un tronco di Larice della Foresta di Gerbonte regge ancora oggi il soffitto della Chiesa di San Giovanni Battista a Triora!

Larice è delicato nell’aspetto, raffinato ed elegante, e sembra più vicino alle latifoglie che alle conifere, complice il rinnovamento annuale delle foglie. Larice può anche cambiare la geometria della sua chioma, sapete? Di anno in anno può assumere forme differenti.

Per la gente di montagna è sempre stato un albero robusto, tanto che il suo legno veniva usato per le palificazioni e per la costruzione delle case, ma anche per le navi e le fondamenta di chiese e palazzi.

Insomma, topi, ne sapete un po’ di più su questo albero meraviglioso, abitante dei miei luoghi?

Io vi saluto e vi do appuntamento al mio prossimo squittio.

Un bacio balsamico dalla vostra Prunocciola.