La Mantide: una profetessa in Valle Argentina

L’amica che vi faccio conoscere oggi e alla quale voglio dedicare un articolo si chiama Mantide o Mantide Europea ma, a causa del suo tener le zampe anteriori come se fossero giunte in preghiera è conosciuta più comunemente come Mantide Religiosa.

Il nome Mantide deriva dal latino Mantis e significa Profeta o Indovino, un qualcuno in grado di predire il futuro.

È infatti noto che incontrare una Mantide reca con sé il significato di poter ricevere delle nuove notizie… ma non solo…

La Mantide simboleggia anche la connessione al regno spirituale e la bellezza dell’introspezione, un importante stato d’essere che permette di ritrovare la forza e la saggezza perdute. Doti attraverso le quali ci si può preparare ad affrontare le prove più ostiche della vita.

Ma la Mantide è l’emblema anche di un concetto tutto al femminile anche se questo non significa rivolto esclusivamente alle donne, bensì a quella parte più femminile che possiede ciascuno di noi. Come nutrimento della femminilità s’intende infatti donare potere alla nostra creatività, alla dolcezza, alla saggezza, alla sensibilità, alla fantasia, alla lungimiranza e altre virtù.

Si tratta di un insetto davvero particolare. Il suo stesso aspetto è particolare. Sofisticato e seducente.

Quel corpo allungato, sottile, e quel muso triangolare reso ancora più ammaliante da occhi alieni.

Nella parlata popolare, le donne opportuniste che sfruttano gli uomini per poi abbandonarli vengono definite – Mantidi – in quanto, questo insetto, durante la copulazione divora il compagno partendo dalla testa mentre questo, ancora vivo, la copre e rilascia in lei il seme fecondo. Proprio come se lo sfruttasse per i suoi scopi per poi sbarazzarsi di lui.

Questo però accade solo se la femmina risente di una mancanza di proteine elementi che le sono indispensabili per portare avanti la gravidanza e deporre le uova.

Tale comportamento viene chiamato cannibalismo post-nuziale.

Le uova poi, durante l’inverno, vengono deposte dentro a delle sacche tipo bozzolo chiamate ooteche e possono arrivare a contenere più di cento uova. Che mondo strambo e fantastico quello degli insetti! Sapeste cosa vedo accadere tra le foglie e i fili d’erba della mia Valle!

La Mantide ha solitamente una colorazione verde chiara e brillante ma alcune possono essere marroncine, gialle o persino color avorio. In alcuni paesi tropicali ce ne sono però di tutti i colori, persino rosa.

Spesso infatti la si confonde con gli Insetti Stecco ma sono due animali diversi, mentre, alla stessa famiglia appartiene l’Ameles Spallanzania che potete vedere sulla mia zampa detta anche Mantide Nana.

La Mantide possiede un paio d’ali che usa per spaventare i predatori aprendole a ventaglio per mostrarsi più grande. È dotata però anche di altri mezzi difensivi come due macchie scure sulle zampe anteriori a forma di occhio e un paio di tenaglie come bocca con le quali divora voracemente le sue vittime.

I due occhi neri (finti) sulle zampe arricchiscono l’apertura alare in quanto divaricando al contempo anche gli arti superiori, mostrando quel falso sguardo, per alcuni animali lei diventa quasi un mostro alato.

La sua dieta è varia. Si nutre principalmente di insetti ma non disdice neanche piccoli anfibi o piccoli rettili che cattura con uno scatto velocissimo dopo essere rimasta immobile per molto tempo sulle piante nascosta tra le foglie.

Il suo modo di fare denota supponenza e sono pochi infatti gli animali che si permettono di darle fastidio.

Il suo fascino evoca rispetto e timore e ha ispirato diversi artisti nel mondo umano soprattutto scrittori e poeti.

Vi ha fatto piacere conoscere questa mia amica? Beh, forse sarebbe meglio dire – conoscente -… non ci si ride molto assieme. Comunque son contenta di avervela presentata.

Un bacio profetico a tutti voi!

Al Ciotto: osservando tinte e arabeschi

Da più di tre anni, di tanto in tanto, mi dirigo al Ciotto di San Lorenzo.

Si tratta di un luogo a me molto caro, situato alle pendici del Carmo dei Brocchi e oltre ad essere un posto bellissimo se lo si sa ascoltare, parla con un’energia davvero profonda e unica.

Per arrivarci passo solitamente da Drego e da Passo Teglia, anch’esse zone della mia Valle senza eguali per il loro fascino remoto.

Una volta giunta all’arrivo mi piace soffermarmi a guardare ogni cosa, lentamente. Lo sguardo si appoggia piano, su tutto quello che addobba questo angolo della mia Valle per me dal sapore mistico e affascinante.

Mi piace contemplare, pensare, riflettere e guardare intorno a me tutta quella bellezza che mi circonda sentendomi davvero una Topina fortunata. Si tratta di una dolina tutta fiorita in estate e circondata da austere rocce, una faggeta fatata e abeti antichi che proteggono. Una radura a forma di conca nella quale talvolta si forma un piccolo lago o è prato in base al periodo dell’anno.

E’ proprio durante queste attente osservazioni che ho potuto notare come questo luogo si modifica di stagione in stagione.

I suoi cambiamenti sono in realtà molto evidenti e dati principalmente dai colori che lo abbelliscono ma se quando parliamo di colori pensiamo soprattutto all’autunno… beh… al Ciotto di San Lorenzo (chiamato anche il “Sotto”) le tinte regalano emozioni ogni mese.

E’ vero che, prima di aprire le porte all’inverno, i Carpini si vestono d’oro e i Larici delle nuances del tramonto. Com’è anche vero che i Faggi diventano color della terra bruciata e le capsule di semi delle Graminacee creano puntini neri sparsi qua e là ma quando la fredda stagione giunge del tutto è la Bianca Signora, la neve, a regnare rendendo tutto candido e brillante.

Il foliage, in questo luogo, è davvero attraente.

D’estate, invece, è il viola della Lavanda e del Cardo Selvatico a prevaricare su tutto. Il colore della magia, ed è quasi più presente addirittura del verde vivace, il vero padrone.

Lo stesso Cardo, terminato il periodo estivo, appare di un avorio lattiginoso e sfavillante.

Tra il profumo del Timo anche gli insetti contribuiscono a colorare il tutto ma ovviamente, il gradino più alto del podio spetta alle farfalle e le loro ali dipinte.

Per non parlare delle bacche. Tante tantissime e tutte diverse tra loro. Quelle color rosso fuoco si notano già da lontano.

Molte tonalità di grigio e di marrone vengono date anche dalla corteccia degli alberi che circondano l’antico Ciotto ricco di storia e leggende.

Osservando certi tronchi, dal basso verso l’alto non si possono non notare le diverse sfumature di queste alte piante e, una volta che ci si trova con il naso all’insù, un ulteriore spettacolo si apre davanti agli occhi agitati.

Un intreccio infinito di rami, sia spogli che ricchi di fogliame, si annodano, si avvicinano e si incrociano fino a formare strane forme di linee, degli arabeschi stupendi che sembrano disegnare il cielo.

Come dei centrini, posizionati all’incontrario, abbelliscono anche l’aria sicuri nel risultato di una meraviglia totale.

Via via che i giorni passano, andando verso il periodo del gelo, dopo il trionfo di vita e tinte forti, tutto si spegne divenendo sempre più pallido e mostrando il riposo.

Nonostante questo sonno color pastello, pare d’esser in un incanto, nella tela di un pittore malinconico e che ama i colori tenui. L’inverso della vivacità verde incontrata in passato.

Insomma, il Ciotto di San Lorenzo regala sorprese sempre. Non può non lasciar stupiti e grazie alla natura variegata che lo forma resta un punto assolutamente unico della Valle Argentina.

Io, sognante, vi mando un bacio colorato e vi lascio immaginare questa tavolozza. Vado a prepararvi un altro articolo!

Il Corbezzolo – Vivi e colora il tuo mondo

Poi qualcuno osa dire che l’Autunno è una stagione triste e spenta, poco colorata… Ma meno male che c’è qui la vostra Prunocciola, pronta a mostrarvi la Natura come la vedete di rado!

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Cari topi, in questo periodo dell’anno i monti e la Natura tutta si colora di tinte assai calde e accoglienti, complici anche le giornate ancora per lo più terse e molto tiepide. Ed è in questo momento che giungono a maturazione anche dei frutti coloratissimi, che inondano i sentieri offrendo ulteriore bellezza agli occhi, come se non fosse già tanta quella offerta dai generosi Castagni dalle foglie d’oro, dai colori bronzati dei Larici, dalle tinte solari e delicate delle faggete e di tante, tantissime altre piante che fanno i fuochi d’artificio pur di farsi notare.

Sto parlando del Corbezzolo, il cui nome scientifico è Arbutus unedo, pianta appartenente alla famiglia delle Ericaceae. I suoi frutti paiono palline natalizie di colore giallo-arancio quando sono immaturi e rosso quando invece giungono a maturazione.

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La pianta è sempreverde e vanta la presenza in contemporanea di fiori e frutti sui rami. I suoi colori prevalenti (il verde delle foglie, il bianco dei fiori e il rosso dei frutti) la assimilano alla bandiera italiana, e per questo motivo ne è divenuta il simbolo patrio. Fu nell’Ottocento che assunse il significato di unità nazionale.

Plinio il Vecchio, naturalista e filosofo romano, riteneva i corbezzoli talmente insipidi che a suo parere era impossibile mangiarne più di uno, ecco spiegata la derivazione del nome scientifico della specie – “unedo” -, che deriverebbe da “unum” (= uno) e “edo” (= mangiare).

I suoi colori vivaci lo accostano alla Vita, e infatti è una pianta assai longeva, tanto da poter divenire addirittura plurisecolare. Cresce anche rapidamente, e con questo Madre Natura ci vuole lanciare un messaggio importante: chi sa colorare la propria esistenza, chi guarda con gioia ai colori, alla positività, cresce (e vive) con più facilità.

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Il verde è il colore del cuore secondo le discipline orientali, è la tinta che più di ogni altra riguarda l’energia d’Amore Incondizionato che permea ogni cosa nel Creato. E, in effetti, è il colore di Madre Natura… chi sa amare più e meglio di lei? Qualcuno lo attribuisce anche alla speranza, ma una creaturina del bosco come me non conosce questa emozione: noi bestioline, insieme alle piante e a tutti gli elementi naturali, non siamo soliti sperare, semplicemente siamo, esistiamo e agiamo, senza aspettative. Ecco perché per me il verde del Corbezzolo – e di tutte le altre piante meravigliose della Valle e del pianeta – rappresenta la Vita, la gioventù delle tenere foglie appena spuntate sui rami e dalla terra.

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Che dire, poi, del bianco? E’ la Purezza per antonomasia, la pagina ancora bianca prima di essere scritta, il principio di ogni cosa, l’insieme di tutti i colori esistenti e la tinta attraverso la quale si esprime la Luce… e, ancora una volta, la Luce è… Vita!

Giallo, arancio e rosso sono invece colori legati al Sole, al fuoco, quello della creazione e del calore fisico, avvolgente e prorompente. Anche in questo caso sono tinte strettamente legate alla Vita. Ed ecco che allora il Corbezzolo, racchiudendo in sé tutti questi colori, non fa che rimarcare, evidenziare e sottolineare con allegra e sfacciata enfasi il suo essere così profondamente legato alla Vita gioiosa, all’esistenza terrena.

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A proposito di fuoco… è una pianta originaria del Mediterraneo, e la terra lambita da questo meraviglioso mare è battuta dal Sole e spesso viene investita da incendi. Ma tutto in Natura è perfetto, topi, per cui questa mamma amorevole su cui poggiamo tutti le zampe ha escogitato un modo efficace e geniale per far sopravvivere le proprie creature durante manifestazioni apparentemente così estreme e violente. Come il Cisto, infatti, il Corbezzolo possiede una “memoria” di fuoco. Cosa significa? Vuol dire che si infiamma molto facilmente e questo gli permette di far passare velocemente le lingue infuocate sopra le proprie radici, in modo tale da preservarle intatte. In pratica la parte alta della pianta si incendia e si incenerisce molto in fretta, e dunque le fiamme, non avendo altro da “mangiare”, passano oltre. Le radici restano integre e da lì a breve il Corbezzolo rigetterà, concimato dalle sue stesse ceneri come l’Araba Fenice, crescendo velocemente come solo lui sa fare! Una meraviglia, insomma! Se non è Vita questa…

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Il Corbezzolo ha dimensioni arbustive, arrivando a raggiungere però fino ai 10 metri di altezza. I suoi fiori a grappolo sono ricchissimi di nettare, particolarmente apprezzato dalle mie amiche api, soprattutto se quando la pianta fiorisce – ovvero tra ottobre e novembre – non sono ancora giunti i primi freddi a farle rintanare. Il miele di Corbezzolo, molto pregiato, aromatico e amarognolo, è l’ultimo a essere prodotto prima del riposo invernale.

I frutti, come già dicevo, hanno forma sferica tanto da apparire come colorate palline decorative, sono grandi circa due centimetri e sono molto carnosi, possiedono in superficie dei tubercoli che danno alla bacca la sembianza di una pralina ricoperta di granella. Maturano tra ottobre e dicembre e non tutti ne amano il sapore e la consistenza, come ricordava Plinio, eppure in molti lo apprezzano, soprattutto per l’utilizzo in diverse preparazioni, tra cui le confetture.

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Se non lo apprezzano gli esseri umani, altrettanto non si può dire delle bestioline! In particolare esiste una farfalla che adora nutrirsi dello zucchero presente nei frutti, ne fa grandi scorpacciate, e per questo motivo la bellissima Charaxes jasius è meglio conosciuta più semplicemente come farfalla del Corbezzolo.

Se ne ricavano, oltre alle marmellate, anche vini, liquori, acquaviti e dolciumi.

Un tempo le sue foglie, ricche di tannini, erano utilizzate anche per conciare le pelli.

Il Corbezzolo cresce in mezzo alla macchia mediterranea, motivo per cui è più facile trovarlo sui sentieri costieri o che si affacciano quasi sul mare. Personalmente ne ho visti davvero molti sulle alture di Sanremo, tra San Romolo e Monte Caggio, così come anche tra Verezzo e i Prati di San Giovanni. Ama ambienti semiaridi, a un’altitudine che va fino agli 800 metri sul livello del mare, e cresce tra i cespugli, nei boschi in cui domina il Leccio o anche nei sottoboschi di pinete litoranee.

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Un’antica leggenda latina narra del salvataggio di un neonato da parte della ninfa Carna avvenuto grazie a un ramo di Corbezzolo. Per questo motivo la pianta è divenuta una delle piante che si dice respingano le streghe, soprattutto nella notte di San Giovanni (24 giugno).

I toscani l’hanno addirittura adottata nel gergo come esclamazione di meraviglia: “corbezzoli!”, dicono. E in effetti, topi, io non riesco proprio a dare loro torto. E’ una pianta assolutamente meravigliosa!

Un bacio tricolore a tutti voi.

Ciò che racconta l’Autunno

Topi cari, tutti voi sapete quanto io ami l’estate, eppure l’autunno – come ogni altra stagione di Madre Natura, del resto – ha una luce particolare che voglio far conoscere anche a voi.

Rocca Barbone - Valle Argentina

È appena cominciato e quest’anno pare essere anche più caldo del consueto, ma irrimediabilmente si percepisce nell’aria qualcosa di diverso rispetto alla stagione passata.

 

 

Non c’è più quel brulichio di energia tutto estivo, ogni cosa, adesso, sembra quiete, calma, armonia. L’autunno è così, topi miei. Dà nostalgia a chi ama la bella stagione, a chi agogna già i prossimi tuffi al mare o ai laghetti, ma dona anche una pacatezza che si sente dentro, dal cuore e fino alle viscere.

castagni autunno

I ritmi della Natura influenzano tutte le creature che ne fanno parte, e in questo periodo l’energia inizia ad abbassarsi, pian piano si ritira nel suolo, anziché sui rami e sulle parti alte delle piante. La stessa cosa capita agli altri esseri viventi: gli animali abbandonano pian piano il “mondo di sopra” per iniziare il loro periodo di letargo, mentre gli esseri umani si concentrano di più sulla loro interiorità. Si ricerca la compagnia, ma in modo meno mondano rispetto all’estate.

castagne

E’ considerato il tempo del seme, quello in cui tutta la forza risiede in qualcosa di piccolo, talvolta minuscolo, ma che ha in sé potenzialità di grandezza e bellezza infinite. Il seme ha bisogno di buio e silenzio, due cose che si associano alla morte e alla vita intrauterina, elementi necessari alla crescita e alla nascita di nuova vita. La terra, con la sua umidità e i suoi sali minerali, si prende amorevolmente cura di quei semi, cullandoli e proteggendoli dal freddo esterno che avanza e incalza. Lo farà finché il semino non sarà pronto per aprire il suo involucro esterno e far germogliare la piccola, grande vita che contiene.

 

corbezzolo

Questo accade non solo al regno vegetale, topi! Tutta la Natura è coinvolta da questi cambiamenti, ecco perché l’autunno è la stagione in cui si resta più facilmente da soli con se stessi, si è più portati a riflettere, a permanere in uno stato ovattato di chiusura e protezione.

foglie

 Adesso le ombre si fanno più lunghe per via del sole più basso all’orizzonte, e allo stesso modo ci sono giorni in cui anche i lati più in ombra di noi stessi appaiono più cupi.

Ma l’autunno è anche luce riflessa sulle foglie tinte d’oro e vermiglio, nei cieli dai colori caldi e avvolgenti di albe e tramonti strabilianti.

passo della mezzaluna

I larici danno spettacolo tingendosi con tavolozze niente male, lo stesso fanno anche i castagni, i faggi, le querce, i noccioli e tutti gli altri alberi della Valle, eccezion fatta per le conifere.

autunno valle argentina

 

 

Tutto si tinge d’incanto, quasi come se Mamma Natura volesse farci vedere che tanto più le ombre si fanno lunghe, tanto più sarà sgargiante il tripudio di colori del Creato.

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L’autunno è equilibrio, proprio come l’Equinozio attraversato da poco: luce e ombra si bilanciano perfettamente e noi possiamo godere di tali cambiamenti anche dentro di noi.

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Trascorsa la fase delle foglie cadenti, la Natura resterà spoglia per qualche mese, prima di indossare di nuovo i suoi abiti lussureggianti. Sarà allora il momento del riposo, quello obbligato, per rimettersi in forze e prepararsi alla nuova, bella stagione che verrà. Ma di questo parleremo in Inverno, topi, per ora (per fortuna) è ancora troppo presto.

Io intanto vi mando un bacio colorato, con la speranza di avervi donato uno sguardo differente su questa stagione che divide sempre gli animi.

Con affetto,

vostra Prunocciola.

Una lingua antica, quella del bosco

Camminare nel bosco è una gran meraviglia. Ci sono giorni in cui si zampetta di buona lena per raggiungere mete distanti, e allora si ha poco tempo per fermarsi a godere di ciò che offre questo ambiente.

bosco carpasio

E poi ci sono giorni in cui, invece, si esce per il puro gusto di immergersi tra gli alberi, perdersi nell’intrico dei rami e delle radici, e allora si ha modo di leggere le storie scritte sulla corteccia, sulle pagine delle foglie, nel terreno e negli anelli dei ceppi ormai tagliati.

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Il bosco parla, topi, anche se il linguaggio che usa è tutto da decifrare per chi non  è abituato a codificarlo.

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Per esempio, quando si varca la soglia di una foresta, piccola o grande che sia, bisognerebbe sempre fermarsi qualche secondo per farsi riconoscere. Perché? Be’, vorrei vedere se qualcuno entrasse nella vostra tana senza bussare e bel bello se ne andasse a gironzolare per le stanze senza dirvi niente, oh! Ecco spiegato il motivo: si entra in un ambiente diverso, che non è nostro, ma di creature ben più antiche di noi e immobili, per giunta, con scarsissima capacità di movimento. Un brivido percorre il bosco, quando una presenza estranea si appresta ad entrarvi.

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E adesso vi sento, eccome se vi sento! “Topina, ma che dovremmo fare, parlare con gli alberi?”

Sì! Cioè, no: non nel modo in cui si è soliti intendere la parola “parlare”. Quella cattedrale verde se ne sta lì, ferma, e vi osserva, anche se voi non ve ne accorgete.

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Per farsi accogliere, basterebbe semplicemente liberare la mente dai brutti pensieri e lasciare che gli alberi percepiscano la pace e la benevolenza che viene da voi. Solo a quel punto dovreste mettere zampa sulle loro radici.

E anche qui lo so cosa starete mugugnando: “Macché! Non sulle loro radici! Si cammina sul sentiero, no? Sulla terra!”

foglie secche

Eh no, è qui che cascate, topi miei! Quello che vediamo non è altro che una piccola porzione di ciò che accade in verità sottoterra. Pensate che spesso le radici superano in profondità e in ampiezza persino le chiome dell’albero stesso… ecco perché dico che si zampetta inevitabilmente sulle loro radici. Ma non finisce qui, nossignore! Perché queste propaggini sotterranee degli alberi, oltre a trarre dal terreno il nutrimento necessario per l’intera pianta, hanno anche un’altra funzione, recentemente confermata dai topo-scienziati più illustri.

radici

Le radici sono delle vere e proprie trasmettitrici di informazioni, formano una rete nascosta e invisibile ai nostri occhi, tramite la quale gli alberi e le piante in generale trasportano notizie da un esemplare all’altro nel modo più veloce possibile.

Forse vi chiederete a cosa servirà questo sistema e qualche risposta ve la do volentieri.

bosco radici

Se un albero è malato per via dell’infestazione di insetti o parassiti, lancia il suo allarme tramite le radici, emette delle frequenze e produce determinate sostanze che, trasmesse agli alberi vicini, gli consentono di ricevere aiuto.

In che modo? Be’, le altre piante inviano sempre tramite le radici sostanze in grado di far sopravvivere l’albero (come per esempio zuccheri) il quale può richiamare a sé con rinnovata energia i predatori giusti che possano liberarlo dall’infestazione, per lo più uccelli o altri insetti, ma a volte attira a sé altre piante utili alla sua lotta. Tutto questo permette anche agli alberi vicini di mettersi sul “chi va là”, innescando i loro personali meccanismi di difesa per non essere colti impreparati da un’infestazione.

castagno

L’unione fa la forza, il bosco lo sa bene, ed è nell’interesse di tutti che ogni albero resti sano il più possibile e che non scompaia. Un albero in meno significherebbe più luce per i suoi vicini, ma questo non è sempre un elemento vantaggioso, non per le specie che invece necessitano di zone ombrose e che fino a un momento prima erano cresciute e vissute in un habitat per loro ideale. Anche la terra ne risente, mettendo in pericolo gli altri esemplari soprattutto in caso di frane.

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E’ ovvio che in Natura è tutto perfetto, c’è perfezione anche in un albero che crolla e lascia il suo posto scoperto, laddove prima esisteva ombra e semi-oscurità… però in generale la foresta si auspica che ciò non succeda troppo spesso.

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Ma ci sono anche altre cose di cui bisogna tenere conto, quando si zampetta in queste grandi case verdi.

Credo possa esservi capitato di imbattervi in punti in cui la vegetazione si fa più fitta, quasi impenetrabile, o comunque visibilmente ostile. I rami si fanno bassi, sembra quasi di trovarsi di fronte a un esercito in difesa, con le lance puntate in avanti verso gli intrusi.

bosco rezzo

Ed è proprio quello che comunica questa porzione di bosco, topi! In quei luoghi è meglio non avventurarsi, non perché potrebbe succedere qualcosa di brutto, sia chiaro, quanto piuttosto perché lì il bosco non vuole presenze aliene al suo ambiente. Si preserva, si difende per l’appunto, dicendoci come può: “Tu non puoi passare!”.

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Sì, lo so che questa frase da topo-Gandalf vi fa sorridere, ma rende bene l’idea. Rispettare il volere del bosco non è cosa da poco, c’è chi apprezza, e posso assicurarvi che un dono si presenta volentieri a coloro che non deturpano l’equilibrio perfetto di quei luoghi sacri e pacifici.

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Non parlo di pentole d’oro nascoste tra le radici, topi, ma di piccoli segnali che i più sensibili sapranno cogliere senza fatica alcuna: una piuma lasciata sul sentiero, una pietra o una foglia dalla forma particolare, un incontro inaspettato… insomma, sono questi i segnali con i quali veniamo ringraziati. E non c’è cosa più bella del sapere che lì, in un luogo in cui saremmo estranei, siamo invece stati accettati e riconosciuti come amici!

Avrei mille altre cose da raccontarvi, ma penso che per oggi possa essere abbastanza.

Un saluto verde foglia a tutti!

Antiche presenze in Valle Argentina

Qualche tempo fa mi trovai da sola nelle zone impervie dell’Alta Valle Argentina, lassù dove pochi osano arrivare, in luoghi incontaminati in cui la Liguria si confonde col Piemonte.

Col fiato corto, salii e salii, quando a un certo punto vidi sul sentiero qualcosa che attirò la mia attenzione.

Sembrava un rametto come tanti, ma a un secondo sguardo capii che non lo era. Lo presi tra le zampe e non ebbi più dubbi: quello che avevo trovato era il palco di un Capriolo, abbandonato lì dalla stagione autunnale dell’anno precedente, quando questi cervidi perdono i palchi nell’attesa che ricrescano quelli nuovi durante l’inverno.

Stavo per emettere un versetto meravigliato quando udii qualcosa di familiare…

Fruuush… Fruuush…

«Spirito della Valle, sei tu?» pronunciai guardandomi intorno.

Sì, Pruna. Ben ritrovata, bestiolina.

La voce antica dello Spirito mi diede dei brividi benevoli lungo la coda che mi riscossero.

«È bello incontrarti qui, era da un po’ che non sentivo il tuo richiamo.»

Ormai lo sai, piccola creatura: sono in nessun luogo…

«… Eppure dappertutto!» conclusi per lui.

Esatto. Vedo che hai gradito il dono!

Lo stupore si dipinse sul mio musetto per la seconda volta: «L’hai lasciato tu qui per me?».

Lo Spirito della Valle emise un fruscio simile a una risata, poi disse: No, bestiolina! È il Tutto di cui facciamo parte che ha permesso proprio a te di ritrovarlo.

«È un dono meraviglioso!»

La pensavano come te anche alcuni esseri umani che abitavano in questi luoghi selvaggi tantissimo tempo fa, sai?

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Così dicendo, lo Spirito evocò per me una visione. Mi sembrava di stare in un film e vedevo scorrere davanti ai miei occhi e al mio muso come delle proiezioni delle genti che calpestarono i luoghi in cui vivo e amo zampettare. Ero troppo rapita per fare domande, ma non ce ne fu bisogno. Fu lo Spirito della Valle a parlare per me.

Tanto tempo fa, quando l’uomo non conosceva le armi da fuoco e viveva ancora in modo semplice e primitivo, queste zone della Valle Argentina, che più tardi sarebbero state chiamate Occitane, erano abitate da popolazioni antiche che poi sarebbero divenute i celto-liguri. Credevano nelle forze della Natura, veneravano tutti gli Elementi che la compongono e tra le loro divinità ce n’era una molto, molto antica che si collega al palco che tieni tra le zampe…

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Nel dire questo, vidi nella visione una foresta bellissima. Lo Spirito della Valle mi portò al centro di quel bosco fitto e buio e lì vidi un essere che non avevo mai visto in tutta la mia vita di topina. Se ne stava in una radura, il corpo umano e la testa incoronata da un grosso palco di corna di Cervo, maestoso come il Re della Foresta.

Cernunnos Lou Barban

… Il suo nome era Cernunnos, che significa “Colui che ha le corna”.

«È così imponente! Incute quasi timore» mi intromisi.

È giusto che sia così, creaturina, ti spiego subito il perché. Cernunnos apparteneva alla foresta e alle zone selvagge, era al contempo dio dell’Ordine e del Caos, proprio come un bosco cresce apparentemente disordinato e caotico agli occhi di chi non ne comprende il linguaggio. Era una divinità legata al nomadismo, poiché i popoli di allora non avevano fissa dimora: vagavano per queste e altre terre, vivendo di caccia.

bosco valle argentina

Cernunnos aveva uno sguardo penetrante, non riuscivo a smettere di guardarlo, completamente rapita dal racconto dello Spirito della Valle. Lo lasciai continuare senza interruzioni.

Secondo gli antichi, quand’era di buon umore insegnava all’uomo le regole della società e dell’agricoltura, inducendolo alla sedentarietà. Al contrario, suscitare la sua ira era pericoloso, poiché diveniva allora un giudice severissimo e distruttore.

«Curioso questo suo duplice aspetto di Ordine e Caos!» constatai.

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Non così tanto, Pruna. Rappresentava l’Energia titanica della Vita a livello universale, la stessa che, tramite la distruzione di quello che gli umani chiamano Big Bang, ha permesso al pianeta Terra su cui ci troviamo di esistere. Si tratta di una grande Forza, in grado di dare inizio a un nuovo ciclo vitale a partile dal nulla generato dalla devastazione. È così che funziona in Natura. Ad ogni modo, Cernunnos non aveva una forma definita e unica per tutti i popoli che lo veneravano e lo rispettavano…

A quel punto, la figura davanti a me cambiò fattezze. La barba gli si allungò velocemente, poi la testa umana fu sostituita da una di Cervo e i piedi divennero zoccoli. Non feci in tempo a mettere a fuoco il nuovo essere, che mutò forma un’altra volta, divenendo simile a una capra.

Cernunnos era anche il dio della Natura, della rinascita, della fertilità e dell’abbondanza. È immortale e permette alle specie vegetali e animali di riprodursi. In questo modo la Vita in tutta la sua potente bellezza e autenticità è preservata e resa Immortale grazie ai suoi cicli.

Gli alberi intorno a Cernunnos divennero sempre più rigogliosi, parevano esplodere foglie, fiori e frutti ovunque. Tutt’intorno c’era un grande turbinio di farfalle e decine e decine di uccelli cinguettavano sui rami. Caprioli, Volpi, Lupi, Tassi, Cinghiali, Faine, Scoiattoli, Topi, Rospi, Lucertole… tutto brulicava di vita, c’erano cuccioli ovunque e mi si riempirono gli occhi di meraviglia a quella visione portentosa.

Tuttavia, bestiolina, sei molto saggia e sai bene che la Vita ha una controparte indispensabile e imprescindibile, che deve esistere per equilibrare il Creato…

terreno sottobosco

Con quelle parole, la visione cambiò. I frutti caddero in terra e marcirono, le foglie sui rami ingiallirono e precipitarono al suolo, trasformandosi in terriccio scuro e fertile sotto la coltre di neve che nel frattempo era sopraggiunta. Alcuni degli animali morirono. Era il Ciclo della Vita, meraviglioso e severo al contempo.

… Ecco perché Cernunnos è anche legato alla Morte, quella che permette il Rinnovamento di tutte le cose. Accadde allora che col tempo questa divinità sia stata fraintesa, associata al male, tuttavia sopravvisse in queste zone come in altre. In certe epoche fu associata alle streghe, che con lui danzavano nel folto del bosco in alcuni periodi dell’anno, celebrando la Natura e la sua ebbrezza fertile. 

Sabba streghe

Qui, nelle Terre Occitane, ha preso così altri nomi. È diventato l’indomito Homo Selvaticus, colui che insegnava le arti e i mestieri ai popoli dell’Occitania in cambio di offerte di siero di latte. Talvolta sceglieva una compagna umana per generare la sua discendenza divina. Il suo aspetto più oscuro, invece, ha assunto un nome ancora differente: Lou Barban. Equivale all’Uomo Nero di cui tanto si parlava ai cuccioli umani per spaventarli, ma è sempre lui, che secondo le leggende si muove di notte per creare scompiglio. Lou Barban è colui che punisce chi viola le leggi della foresta e non le rispetta… o per lo meno così era. Per lui era indispensabile che le leggi della Vita e della Morte venissero rispettate, pena la sua furia devastante. Poi, col tempo, anche Lou Barban cambiò forma…

Il dio possente e fiero si trasformò ancora una volta, ma adesso, con mia enorme sorpresa, iniziò a perdere le sue dimensioni imponenti e divenne sempre più piccolo.

… non era più un dio e neppure un demone della foresta. Era diventato il Sarvan, ma questa è un’altra storia, bestiolina.

bosco rezzo

La visione svanì di colpo con un pop, lasciandomi stordita. Mi ritrovai al punto di partenza, dove avevo trovato il palco di Capriolo che ancora reggevo tra le zampe. Quante cose avevo visto e imparato!

«Grazie, Spirito della Valle. Sei stato… illuminante!»

Non c’è di che, Pruna. Tieniti caro quel dono, ora che sai cosa rappresentano i palchi dei cervidi. Che tu possa far cadere al suolo i frutti che non servono più nella tua Vita e sempre rinnovarti con forza e vigore! disse, poi svanì nel vento tra i rami della boscaglia con il suo inconfondibile fruuush… fruuush.

Avevo ricevuto un dono e un augurio meraviglioso, topi, e lo sesso auspicio lo rivolgo a voi.

Un saluto antico dalla vostra Prunocciola.

La Stella Alpina, principessa dei monti

Oggi ho proprio voglia di vantarmi, topi. Oh, sì! Ho voglia di vantarmi perché nella mia stupenda Valle Argentina vive una pianta molto, molto speciale, un fiore assente in tutto il resto della Liguria, ma qui da me cresce eccome! E si trova solo qui per giunta, non ho forse motivo di vantarmi, quindi?

Sto parlando di lei, di chi altri se no? La Stella Alpina, topi!

Conosciuta anche come Edelweiss, che significa “bianco nobile”,  il suo nome scientifico è Leontopodium alpinum e fa parte della famiglia delle Asteraceae. Il nome latino significa letteralmente “piede di leone”, perché i suoi capolini somigliano molto alla zampa del felino re della savana. Fino alla seconda metà del XIX secolo era chiamata “fiore di lana” per il suo aspetto candido e morbido, ma altri sono i nomignoli che le sono stati attribuiti, uno più bello dell’altro: stella del ghiacciaio, stella d’argento, fiore immortale delle Alpi e regina dei fiori di montagna sono i più belli.

E’ un fiore prezioso che raggiunge al massimo i 30 cm di altezza, anche se in Valle Argentina si presenta più piccola rispetto a quelle del vicino Piemonte.

Le sue gemme vengono protette dalla neve nei mesi invernali, e lei se ne sta lì, sotto la morbida e fredda coperta, ad attendere che giunga il momento di far brillare i suoi fiori e le sue foglie, coperte da una sottile peluria, che le rende quasi traslucide come la superficie della luna. La lanugine che la ricopre si ispessisce a seconda dell’intensità del sole, quasi a volersi proteggere dai raggi dell’astro che fa da padre al nostro pianeta. In verità questa indispensabile peluria le serve per opporsi alle perdite d’acqua: infatti è essenziale per la sua sopravvivenza mantenere l’umidità al suo interno, cosa che sarebbe assai difficile altrimenti, visto che cresce in luoghi aridi ed esposti alla furia del vento.

E’ originaria dell’Asia, nella fattispecie dei monti aridi delle sue regioni, infatti anche qui da noi cresce bene a certe altitudini, dove neppure gli alberi arrivano più a dare ombra al suolo.

E’ così bella e preziosa che l’Austria l’ha effigiata sulle sue monete da due centesimi di euro e qui da noi è una specie protetta, vietato raccoglierla.

A essa sono legate diverse leggende, una delle quali mi è stata raccontata da Nonna Desia:

«Ratin, avvicinati. Voglio raccontarti la storia della stella alpina che mi è stata raccontata in tempo di guerra da qualche soldato venuto da lontano» ha detto, e io sono stata ad ascoltarla più che volentieri.

«Un tempo c’era una montagna che soffriva di solitudine. Se n’era fatta una malattia e piangeva tutti i giorni in silenzio. Abeti, Faggi e Rododendri la guardavano afflitti e desolati, perché nessuno di loro sapeva come fare per risollevare il morale alla montagna triste. Chiesero alle Pervinche e alle Querce, ma anche loro si addoloravano per lei, impotenti. Tutte queste piante, infatti, avevano radici piantate al suolo e non era possibile per loro muoversi e accorrere in suo aiuto. Se la montagna avesse continuato così, nessun fiore sarebbe potuto sbocciare sui suoi bei pendii, nessun colore avrebbe allietato le giornate primaverili ed estive e le mucche e gli animali che vi pascolavano avrebbero avuto ben poco di cui nutrirsi.

Accadde però che nel cielo le stelle si accorsero del dolore della montagna. Una sera, le nuvole si dissiparono e una stella s’impietosì e decise di scendere sulla Terra per dare un’occhiata. Scese, scese e si avventurò per i sentieri della montagna triste, ne attraversò i crepacci, ne accarezzò le rocce nude con la sua luce e giunse sull’orlo di un burrone. Lì tirava un vento gelido che fece tremolare la stella, che s’impaurì: forse sarebbe morta di freddo, lontana dalla sua accogliente casa celeste, e si pentì di averla abbandonata per un luogo così inospitale. Proprio quando pensava di essere spacciata, la montagna le venne in aiuto. Era grata alla sua luce per esserle amica, e così la avvolse con le sue mani rocciose, creando intorno a lei una candida peluria lanosa. Infine, la strinse a sé per impedirle di cadere nel baratro, dandole radici tenaci con le quali aggrapparsi al terreno. Quando il sole fece capolino dalle creste dei monti vicini, il nuovo giorno salutò la prima Stella Alpina.»

«Che storia meravigliosa, Nonna Desia!»

«Hai visto, ratin? A volte ricordo ancora qualcosa di interessante!»

Un’altra storia racconta invece che un uomo, per dare prova alla sua amata della nobiltà dei suoi sentimenti, si avventurò nei luoghi più impervi delle montagne rischiando la sua stessa vita per cogliere una Stella Alpina da donare all’innamorata. Ecco allora che il fiore divenne simbolo anche dell’eroismo.

A essa si attribuivano poteri magici, tra cui quello di scacciare gli spiriti che attaccavano il bestiame provocando infezioni alle mammelle, se bruciata come un incenso.

Oggi la Stella Alpina è addirittura coltivata per abbellire giardini rocciosi, ne esiste persino una qualità che profuma di limone, ma a mio parere la sua resa migliore la offre lassù dove pochi osano arrivare, col volto baciato dal cielo e le radici aggrappate a una terra spesso inospitale.

In natura conta una trentina di specie e non è costituita da un unico fiore, ma da un’infiorescenza formata da diversi fiori di numero variabile raggruppati in più teste, dette capolini. Questi ultimi sono raccolti a loro volta in gruppi di foglie bianche, che poi sono quelle che erroneamente vengono considerate i petali del fiore; si chiamano brattee e sono disposte intorno ai capolini fioriti a formare proprio una stella.

Pare che questo fiore sia giunto fino alle nostre zone dall’Asia durante una delle ere glaciali che fecero rabbrividire il mondo in passato. Fiorisce da luglio a settembre, poi la sua luce si spegne e di lei restano le radici, pronte ad affrontare gli inverni rigidi della montagna. E, a proposito di questo, sembra delicata, ma in realtà il suo aspetto inganna, topi! Bisogna pensare, infatti, che questa piantina deve essere in grado di sopravvivere e resistere a condizioni assai avverse, come neve, ghiaccio, vento. E allora Madre Natura le ha fatto dei doni meravigliosi: alle sue radici ha regalato la capacità di resistere alle raffiche d’aria più forti, alle foglie ha offerto la virtù di regolare l’umidità interna della pianta in base alle condizioni esterne, e alle brattee ha concesso una struttura tale da proteggere la pianta dai raggi ultravioletti. Mica roba da ridere eh! La Natura, quando fa le cose, le fa in grande stile!

E allora mi viene da pensare che Madre Natura abbia donato proprio alla mia Valle l’onore di essere incoronata dalla Stella Alpina come a omaggiare le genti dei miei luoghi che, come lei, tanto hanno sofferto e patito le avversità del clima montano e che tenaci hanno resistito alle intemperie della vita e di un terreno difficile da coltivare.

Con questo io vi saluto topi! Vado a scovare un altro articolo per voi da far brillare in questo blog. Un bacio stellare a tutti.

Cloristella e l’elisir alle fragole

Cloristella, ormai la conoscete, ha sempre qualche intruglio portentoso da consigliare, così un giorno, passando nei pressi del suo antro stregato pieno di vapori profumati, ho deciso di chiederle qualcosa per voi e che so che apprezzerete.

fragole

«Oh, cara Prunò! Nel vederti qui che piacere che ho!» esordì in rima, come nel suo stile.

«Il piacere è mio, saggia strega della Valle. Ehm… hai visto nei dintorni quante belle farfalle?» tentai di risponderle… per le rime, che sennò sarebbe stata capace di tenermi il muso per qualche minuto. «Vorrei avere da te una buona ricetta, ma posso passare anche un’altra volta, se adesso sei di fretta.»

Cloristella rise dei miei tentativi maldestri: «Entra, vieni avanti, amica Prunò! Ti dirò come sempre tutto quello che so.»

foglie di fragola e zucchero

Canticchiò verso il focolare, dove rimestò un liquido ribollente dentro un pentolone.

«Cosa c’è lì? Sento un profumino…» dissi col naso teso all’insù.

«Oh, questo? È infuso di fragola ormai quasi pronto. Per questo sei venuta, di come si prepara vuoi il resoconto?»

fragole2

«Sarebbe perfetto, Cloristella! Però ti prego, non parlarmi ancora in rima che altrimenti mi confondo» glielo dissi spontaneamente, portandomi subito dopo le zampe alla bocca e sbarrando gli occhi come se avessi pronunciato un sacrilegio.

Lei, anziché offendersi, rise di nuovo: «Va bene, va bene Prunò. Questo infuso speciale si può  fare in modi differenti. La mia ricetta, però, prevede una base di prosecco. Vi metto dentro le foglie di fragole fresche, quelle di bosco… e poi anche le fragole stesse, un po’ di zucchero, del succo di limone e una punta di cannella. Ovviamente le foglie prima hanno bollito per dieci minuti nell’acqua come per fare un decotto e, quest’acqua non la butto via. La aggiungo al tutto »

limoni e zucchero

«Ma dai! Fa un profumino così buono e invitante… apre il cuore e le narici!»

«Certo che lo fa! È rinfrescante, energetico e alleggerisce lo stomaco dopo una grande scorpacciata. Vuoi assaggiarlo? Ne ho un po’ già freddo da poterti offrire.»

Annuii con entusiasmo e lei arrivò subito con un bicchierino per me.

elisir fragole

Lo ingollai tutto, così buono da leccarmi i baffi più e più volte.

«E ora ti dico un segreto, Prunò: è un ottimo elisir d’amore! Si usa anche al termine di una cenetta romantica… » lo disse bisbigliando, con fare cospiratorio.

«Cloristella… che intenzioni hai?»

«Intenzioni? Io? Nessuna, ovvio! Ma sai, non si può mai sapere chi potrebbe passare di qui… Potrebbe servire a qualcuno, per questo l’ho preparato.»

fragole3

Mi fece l’occhiolino, poi riprese a canticchiare, rimestando in quel suo pentolone. << A proposito Prunò! Tienilo in frigo, deve essere fresco e i bicchieri prima, mettili in freezer >>.

<< D’accordo >> risposi quando ormai non mi stava più ascoltando tutta presa dai suoi affari.

Topi, che vogliamo farci? Cloristella è così, un po’ birichina qualche volta, ma sempre di cuore.

Ora io vi saluto e vado a preparare per voi un altro elisir… ops, volevo dire articolo!

A presto!

Lo scovolino in natura ha un nome e si chiama Gambarossa

Oggi vi presento una pianta da molti detestata perché causa allergie e da altri invece apprezzata perché diuretica, emolliente, depurativa e adatta, in caso di calcoli renali, a pulire i reni grazie alle sue proprietà curative.

Parlando di pulizia mi viene in mente che, in tempi antichi, veniva usata per pulire l’interno delle bottiglie di vino proprio come uno scovolino e poteva funzionare così perché le sue foglie sono ricoperte da una peluria, la stessa che le rende appiccicose ma ottima per detergere, come una spugnetta.

Anche i suoi super-minuscoli fiorellini, color rosa pallido, puliscono che è una meraviglia.

Sto parlando di una pianta conosciuta prevalentemente con il nome di Gamba rossa o Gambarossa ma ha un mucchio di altri nomi: erba vento, erba vetro, erba muraiola. Il suo nome scientifico però è Parietaria officinalis e appartiene alla famiglia delle Urticaceae.

Le sue qualità, essendo una pianta edibile, possono essere utilizzate anche in cucina dove sostituisce perfettamente gli spinaci e le bietole. Quindi: nei ripieni, nelle frittate e nelle minestre riesce a dare il massimo di sé, ma anche nei decotti e nelle tisane offrendo le sue caratteristiche terapeutiche.

Adora i muretti in pietra dove ci si abbarbica e resta all’ombra, per questo, tutta la Liguria e la mia Valle in particolar modo, ne è ricca. Proprio a causa dei luoghi che sceglie per vivere, aspri e ombrosi, la Parietaria è associata alla solitudine e alla chiusura in se stessi.

Inoltre, si tratta di una pianta poco amata a causa della sensazione quasi urticante che dona al tatto e, a causa delle intolleranze che crea, quindi, la sua vita solitaria, ricorda l’essere misantropi e introversi. La sua capacità di appiccicarsi a gambe e pantaloni, quando si percorre un sentiero dove lei regna, può anche voler significare il bisogno d’amore che, nonostante lo scegliere di vivere soli, si apprezzerebbe o si mendica addirittura dietro ad una maschera di alterigia e presunzione.

Il suo verde è cupo e vivo dato da foglie a forma lanceolata, mentre il suo stelo è color bordeaux e si stocca facilmente appena lo si piega come se fosse di cristallo.

Le nostre Bazue (le streghe) la usavano prevalentemente per lenire il prurito viste le sue proprietà calmanti e sedative ma, soprattutto, ne facevano largo uso in caso di contatto con l’Ortica, erba che loro utilizzavano molto e poteva capitare di rimanere vittime delle sostanze urticanti di questa pianta. La Gambarossa elimina questo fastidio pur appartenendo alla stessa famiglia di tale cugina.

Conoscevate tutte le qualità di quest’erba spontanea amici topi?

Se eravate tra quelli che la detestavano forse ora l’apprezzate un po’ di più. È davvero benefica, dovete credermi.

Un bacio appiccicoso a voi!

Messaggi per noi da Madre Natura

Topi, voi siete fortunati, lo sapete?

E lo siete anche tanto, perché avete una topina che vi aiuta a interpretare il mondo come altrimenti, forse, non riuscireste a fare!

Per esempio, lo sapete che la Natura può parlarvi in diversi modi? Ecco, lo sapevo. Devo spiegarvi tutto come al solito. Santa Ratta, che pazienza devo avere! Ah, ma vi voglio bene. Sì, ve ne voglio proprio tanto, ecco perché sono qui a picchiettare le zampe sulla tastiera per voi!

Ditemi un po’: vi è mai capitato di vedere cuori disegnati da foglie abbandonate sull’asfalto, da giochi di ombre tra le rocce? E vi siete mai accorti di trovare piume in modi e posti insoliti? Ecco. Zac! Beccati! Ma scommetto che non vi sarete mai chiesti il perché, o che non siate sicuri di interpretare questi segni nel modo giusto, ma non preoccupatevi: c’è qui la vostra Prunocciola, che possiede il vocabolario giusto per voi.

Ah, la Natura… che madre meravigliosa per noi creature che popoliamo la Terra e questo angolino di Universo! Non lascia mai nulla al caso, pensa sempre a tutto, proprio come una vera, premurosa mamma. La forma di una chiocciola, per esempio, è perfetta, così come la fisionomia di altri animali e delle piante. Ogni cosa ha il proprio perché, lo sapete. E questi simboli che lei lascia in giro per noi non possono essere da meno.

Sono segnali importanti da cogliere, veri e propri messaggi per noi, e solo per noi! Ma ci pensate? Oh, guardate che non vi racconto musse, eh! Che già li sento, i più scettici. Ve l’ho dimostrato altre volte che dico la verità, per cui non perdete il filo del discorso e state a sentire quel che ho da dirvi.

I cuori… che grande messaggio! C’è chi li trova ovunque. A me è capitato di trovarne sui pomodori maturi baciati dal sole, nella ruggine del lavandino, persino in una nocciola rosicchiata dal mio amico Scoiattolo… guardate coi vostri occhi, topo-Tommaso che non siete altro.

C’è un’energia che lega ogni cosa vivente e non, i nativi americani la conoscevano col nome di Grande Spirito, e un po’ mi piace chiamarla così anche io. Perché è davvero una grande energia che si trova in ogni cosa esistente, come un fiume invisibile nel quale ognuno di noi è immerso.

Ed è questo fiume, con la nostra diretta partecipazione, a far capitare tra le nostre zampe i messaggi giusti per noi in un momento specifico.

I cuori, per esempio, portano questo messaggio: “Sei pieno/a d’Amore.” Bellissimo, vero? chi vede spesso queste forme, significa che sa donarlo agli altri e a se stesso senza aspettarsi nulla in cambio, con generosità. E la Natura ce lo mostra così, mettendocelo “su un piatto d’argento” perché noi lo notiamo.

C’è una regola di comunicazione importante in questo fiume d’energia di cui facciamo parte: tutto torna indietro amplificato, sia il bene che il male. Non è superstizione, topi, ma una legge della fisica quantistica, se proprio volete saperlo. Oh, come siete antipatici oggi.

E poi, vi è capitato di trovare sorrisi? La mia topo-amica li ha trovati! Sfornando una torta, si è accorta che aveva una crepa a forma di sorriso. E sapete cosa significa questo messaggio? “Dentro di te c’è molta Gioia”. Oh, sì! Una gioia contagiosa capace di arrivare ovunque, come i raggi dorati del sole!

C’è anche chi trova piume in ogni dove, se le vede spuntare tra le zampe nei momenti più disparati. Per queste è più difficile trovare il significato, perché c’è chi dà importanza anche ai colori e all’uccello che se ne è liberato, ma in generale posso dirvi che la piuma ricopre il corpo dei volatili, svolgendo dunque una funzione protettiva.

piuma

Per questo motivo uno dei tanti messaggi che la piuma ha per voi è il seguente: “Non avere paura, sei protetto/a”. Bello, eh? Ma non finisce qui. Le piume sono fondamentali per il volo, e questo significa che anche voi, in un certo senso, state volando: verso la libertà, verso una crescita personale. Trovare una piuma è come un incoraggiamento a fare sempre meglio, con entusiasmo.

Dovete però anche fare attenzione agli animaletti che si avvicinano a voi sia grandi che piccini!

Vedete… queste creature si muovono solo attraverso l’energia. Non pensano come noi. Lavorano con altri sensi molto più importanti e sottili. Quindi, quando un animale vi viene accanto, o addirittura su una zampa, è come se foste stati scelti come prediletti per lui in quel momento. Anche il loro giungere a voi è un segno perchè un buon movimento di frequenze energetiche e, gli animali, hanno sempre e solo frequenze d’amore anche quando a noi pare vogliano farci del male. Per loro non esiste il “male” inteso dall’essere umano e quindi è tutta purezza.

Allora, topi, avete imparato qualcosa di nuovo oggi?

Io vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo.

Un bacio affettuoso a tutti!