Antiche presenze in Valle Argentina

Qualche tempo fa mi trovai da sola nelle zone impervie dell’Alta Valle Argentina, lassù dove pochi osano arrivare, in luoghi incontaminati in cui la Liguria si confonde col Piemonte.

Col fiato corto, salii e salii, quando a un certo punto vidi sul sentiero qualcosa che attirò la mia attenzione.

Sembrava un rametto come tanti, ma a un secondo sguardo capii che non lo era. Lo presi tra le zampe e non ebbi più dubbi: quello che avevo trovato era il palco di un Capriolo, abbandonato lì dalla stagione autunnale dell’anno precedente, quando questi cervidi perdono i palchi nell’attesa che ricrescano quelli nuovi durante l’inverno.

Stavo per emettere un versetto meravigliato quando udii qualcosa di familiare…

Fruuush… Fruuush…

«Spirito della Valle, sei tu?» pronunciai guardandomi intorno.

Sì, Pruna. Ben ritrovata, bestiolina.

La voce antica dello Spirito mi diede dei brividi benevoli lungo la coda che mi riscossero.

«È bello incontrarti qui, era da un po’ che non sentivo il tuo richiamo.»

Ormai lo sai, piccola creatura: sono in nessun luogo…

«… Eppure dappertutto!» conclusi per lui.

Esatto. Vedo che hai gradito il dono!

Lo stupore si dipinse sul mio musetto per la seconda volta: «L’hai lasciato tu qui per me?».

Lo Spirito della Valle emise un fruscio simile a una risata, poi disse: No, bestiolina! È il Tutto di cui facciamo parte che ha permesso proprio a te di ritrovarlo.

«È un dono meraviglioso!»

La pensavano come te anche alcuni esseri umani che abitavano in questi luoghi selvaggi tantissimo tempo fa, sai?

montagne valle argentina

Così dicendo, lo Spirito evocò per me una visione. Mi sembrava di stare in un film e vedevo scorrere davanti ai miei occhi e al mio muso come delle proiezioni delle genti che calpestarono i luoghi in cui vivo e amo zampettare. Ero troppo rapita per fare domande, ma non ce ne fu bisogno. Fu lo Spirito della Valle a parlare per me.

Tanto tempo fa, quando l’uomo non conosceva le armi da fuoco e viveva ancora in modo semplice e primitivo, queste zone della Valle Argentina, che più tardi sarebbero state chiamate Occitane, erano abitate da popolazioni antiche che poi sarebbero divenute i celto-liguri. Credevano nelle forze della Natura, veneravano tutti gli Elementi che la compongono e tra le loro divinità ce n’era una molto, molto antica che si collega al palco che tieni tra le zampe…

bosco di rezzo

Nel dire questo, vidi nella visione una foresta bellissima. Lo Spirito della Valle mi portò al centro di quel bosco fitto e buio e lì vidi un essere che non avevo mai visto in tutta la mia vita di topina. Se ne stava in una radura, il corpo umano e la testa incoronata da un grosso palco di corna di Cervo, maestoso come il Re della Foresta.

Cernunnos Lou Barban

… Il suo nome era Cernunnos, che significa “Colui che ha le corna”.

«È così imponente! Incute quasi timore» mi intromisi.

È giusto che sia così, creaturina, ti spiego subito il perché. Cernunnos apparteneva alla foresta e alle zone selvagge, era al contempo dio dell’Ordine e del Caos, proprio come un bosco cresce apparentemente disordinato e caotico agli occhi di chi non ne comprende il linguaggio. Era una divinità legata al nomadismo, poiché i popoli di allora non avevano fissa dimora: vagavano per queste e altre terre, vivendo di caccia.

bosco valle argentina

Cernunnos aveva uno sguardo penetrante, non riuscivo a smettere di guardarlo, completamente rapita dal racconto dello Spirito della Valle. Lo lasciai continuare senza interruzioni.

Secondo gli antichi, quand’era di buon umore insegnava all’uomo le regole della società e dell’agricoltura, inducendolo alla sedentarietà. Al contrario, suscitare la sua ira era pericoloso, poiché diveniva allora un giudice severissimo e distruttore.

«Curioso questo suo duplice aspetto di Ordine e Caos!» constatai.

faggio

Non così tanto, Pruna. Rappresentava l’Energia titanica della Vita a livello universale, la stessa che, tramite la distruzione di quello che gli umani chiamano Big Bang, ha permesso al pianeta Terra su cui ci troviamo di esistere. Si tratta di una grande Forza, in grado di dare inizio a un nuovo ciclo vitale a partile dal nulla generato dalla devastazione. È così che funziona in Natura. Ad ogni modo, Cernunnos non aveva una forma definita e unica per tutti i popoli che lo veneravano e lo rispettavano…

A quel punto, la figura davanti a me cambiò fattezze. La barba gli si allungò velocemente, poi la testa umana fu sostituita da una di Cervo e i piedi divennero zoccoli. Non feci in tempo a mettere a fuoco il nuovo essere, che mutò forma un’altra volta, divenendo simile a una capra.

Cernunnos era anche il dio della Natura, della rinascita, della fertilità e dell’abbondanza. È immortale e permette alle specie vegetali e animali di riprodursi. In questo modo la Vita in tutta la sua potente bellezza e autenticità è preservata e resa Immortale grazie ai suoi cicli.

Gli alberi intorno a Cernunnos divennero sempre più rigogliosi, parevano esplodere foglie, fiori e frutti ovunque. Tutt’intorno c’era un grande turbinio di farfalle e decine e decine di uccelli cinguettavano sui rami. Caprioli, Volpi, Lupi, Tassi, Cinghiali, Faine, Scoiattoli, Topi, Rospi, Lucertole… tutto brulicava di vita, c’erano cuccioli ovunque e mi si riempirono gli occhi di meraviglia a quella visione portentosa.

Tuttavia, bestiolina, sei molto saggia e sai bene che la Vita ha una controparte indispensabile e imprescindibile, che deve esistere per equilibrare il Creato…

terreno sottobosco

Con quelle parole, la visione cambiò. I frutti caddero in terra e marcirono, le foglie sui rami ingiallirono e precipitarono al suolo, trasformandosi in terriccio scuro e fertile sotto la coltre di neve che nel frattempo era sopraggiunta. Alcuni degli animali morirono. Era il Ciclo della Vita, meraviglioso e severo al contempo.

… Ecco perché Cernunnos è anche legato alla Morte, quella che permette il Rinnovamento di tutte le cose. Accadde allora che col tempo questa divinità sia stata fraintesa, associata al male, tuttavia sopravvisse in queste zone come in altre. In certe epoche fu associata alle streghe, che con lui danzavano nel folto del bosco in alcuni periodi dell’anno, celebrando la Natura e la sua ebbrezza fertile. 

Sabba streghe

Qui, nelle Terre Occitane, ha preso così altri nomi. È diventato l’indomito Homo Selvaticus, colui che insegnava le arti e i mestieri ai popoli dell’Occitania in cambio di offerte di siero di latte. Talvolta sceglieva una compagna umana per generare la sua discendenza divina. Il suo aspetto più oscuro, invece, ha assunto un nome ancora differente: Lou Barban. Equivale all’Uomo Nero di cui tanto si parlava ai cuccioli umani per spaventarli, ma è sempre lui, che secondo le leggende si muove di notte per creare scompiglio. Lou Barban è colui che punisce chi viola le leggi della foresta e non le rispetta… o per lo meno così era. Per lui era indispensabile che le leggi della Vita e della Morte venissero rispettate, pena la sua furia devastante. Poi, col tempo, anche Lou Barban cambiò forma…

Il dio possente e fiero si trasformò ancora una volta, ma adesso, con mia enorme sorpresa, iniziò a perdere le sue dimensioni imponenti e divenne sempre più piccolo.

… non era più un dio e neppure un demone della foresta. Era diventato il Sarvan, ma questa è un’altra storia, bestiolina.

bosco rezzo

La visione svanì di colpo con un pop, lasciandomi stordita. Mi ritrovai al punto di partenza, dove avevo trovato il palco di Capriolo che ancora reggevo tra le zampe. Quante cose avevo visto e imparato!

«Grazie, Spirito della Valle. Sei stato… illuminante!»

Non c’è di che, Pruna. Tieniti caro quel dono, ora che sai cosa rappresentano i palchi dei cervidi. Che tu possa far cadere al suolo i frutti che non servono più nella tua Vita e sempre rinnovarti con forza e vigore! disse, poi svanì nel vento tra i rami della boscaglia con il suo inconfondibile fruuush… fruuush.

Avevo ricevuto un dono e un augurio meraviglioso, topi, e lo sesso auspicio lo rivolgo a voi.

Un saluto antico dalla vostra Prunocciola.

Larice, il principe dei miei monti

Ah, il Larice! Che albero meraviglioso!

Questa conifera (Larix decidua) appartiene alla famiglia delle Pinacee ed è un albero molto alto e a crescita veloce. Vive molto bene in alta montagna, sapete? Mette radici fino a 2000 metri di altitudine, con la sua chioma a cono. A differenza delle altre conifere, non è sempreverde, infatti in Inverno perde il fogliame… ma in Autunno tinge i miei boschi di colori mozzafiato, le tinte dell’oro più brillante che possiate immaginare.

 

E in primavera, invece, i suoi abiti sono color verde smeraldo nelle foglie fresche e tenere, e fucsia intenso e giallo nei suoi bellissimi fiori. In Estate, poi, sapete che fa? Dà da mangiare alle api trasudando quella che viene chiamata la “manna di Biançon”, grazie alla quale gli impollinatori producono un ottimo miele.

gemme di larice

Si trova in climi freddi e rigidi e ha bisogno di molta luce, come la sua amica Betulla, ma in molte zone della mia Valle cresce rigoglioso. Infatti, sebbene ci troviamo in Liguria e non di certo tra le foreste del Piemonte, della Val D’Aosta o del Trentino, Larice qui si trova a proprio agio. Per il suo timore nei confronti dell’umidità, cresce sulle cime delle mie amate Alpi Liguri, dove può essere sempre baciato dal suo amato sole.

larici primavera

Guardatelo e abbiate il coraggio di dirmi che non vi trasmette vigore, vitalità e rigenerazione! Eh sì, topi, Larice è proprio così, una forza della natura. Larice è così saggio che i suoi rami hanno dei punti di rottura ben precisi: in questo modo riesce a resistere alla tempeste più furiose, perché i rami si spezzano prima che l’albero venga danneggiato. Che meraviglia, che perfezione! Ma non è mica finita così, no no! Laddove i rami si sono spezzati, Larice fa spuntare nuove gemme a colmare il vuoto lasciato dai caduti nella battaglia contro gli elementi.

larici

Plinio il Vecchio già nel I secolo a.C. preparava l’unguento di Larice, che ricavava dalla resina ed è un rimedio per i reumatismi, la gotta e le infezioni della cute, ma anche per tutti quei disturbi legati all’apparato respiratorio di voi esseri umani. Pensate che la sua resina, senza abusi, può essere ingerita per stimolare i reni, o masticata per calmare la tosse e il mal di gola.

Se queste sue proprietà non vi bastassero, le terapie offerte dai suoi fiori aiutano chi soffre di sensi di inferiorità, di malinconia e a chi si scoraggia facilmente, stimolando la fiducia in se stessi. Con la sua forza, Larice insegna a superare i propri limiti, così come lui supera i suoi, crescendo anche nelle zone più impervie. E dovete sapere che era anticamente considerato l’albero in grado di unire la terra al cielo, in grado di decifrare anche il messaggio cosmico del “Così in alto e così in basso“.

Nel nord Europa e in tutte le zone alpine si credeva che Larice fosse abitato da creaturine benedette, spiritelli benevoli e di bell’aspetto amici degli esseri umani quanto degli animali. Questa credenza portò a realizzare incensi e talismani con il  legno del suo tronco, più resinoso e duro di quello dei cugini Abete e Pino. Noi del bosco, nelle tane, abbiamo tutti un rametto di Larice perchè sprigiona energia positiva e protettiva!

Da me si trova soprattutto in Alta Valle, ce ne sono di monumentali nella Foresta di Gerbonte, ma anche i dintorni di Realdo, Verdeggia, Triora, Colle d’Oggia e Colle Melosa lo ospitano volentieri.

foresta di gerbonte bosco di larici primavera

I boschi di Larice sono radi e luminosi e ospitano varie specie di uccelli tipiche dell’ambiente alpino, come la Cincia, il Picchio, il Crociere e il Gufo Reale. Sul Gerbonte sono stati impiantati dall’uomo per avere sempre a disposizione legname utile  e, pensate: un tronco di Larice della Foresta di Gerbonte regge ancora oggi il soffitto della Chiesa di San Giovanni Battista a Triora!

Larice è delicato nell’aspetto, raffinato ed elegante, e sembra più vicino alle latifoglie che alle conifere, complice il rinnovamento annuale delle foglie. Larice può anche cambiare la geometria della sua chioma, sapete? Di anno in anno può assumere forme differenti.

Per la gente di montagna è sempre stato un albero robusto, tanto che il suo legno veniva usato per le palificazioni e per la costruzione delle case, ma anche per le navi e le fondamenta di chiese e palazzi.

Insomma, topi, ne sapete un po’ di più su questo albero meraviglioso, abitante dei miei luoghi?

Io vi saluto e vi do appuntamento al mio prossimo squittio.

Un bacio balsamico dalla vostra Prunocciola.

La forza dell’acqua

Un giorno di questi, me ne stavo tranquillamente con le zampe a mollo sulle rive del torrente. Mi succede spesso nella stagione estiva, perché mi piace vedere l’acqua che scorre e fa scivolare via con sé tutti i pensieri.

bosco torrente Molini di Triora

Anche se sono una bestiolina, qualche volta capita anche a me di intristirmi un po’ o di avere qualche preoccupazione per la testa e quel giorno il mio stato d’animo non mi faceva sorridere con la stessa enfasi di sempre. Allora sono andata lì, sull’Argentina, che sempre mi accoglie con il suo fresco e sinuoso abbraccio.

Mi sono seduta su un masso e ho lasciato le zampe a penzolare giù, nell’acqua.

torrente Argentina Badalucco1

In quel momento mi è venuto da pensare che niente aveva più importanza davanti alla bellezza della Natura che mi circondava. Tutto era perfetto intorno a me, non poteva essere altrimenti.

Il vento tra le foglie degli ontani, le fronde dei noci, le tenere nocciole non ancora mature sugli alberi, una timida rana nascosta nell’ombra… tutto parlava, tutto aveva una voce…

«La Vita scorre in ogni cosa, topina.» ha detto una voce che si trovava al contempo dentro e fuori di me. La riconoscerei tra mille.

«Spirito della Valle, sono contenta di averti qui con me, oggi.»

«Io sono sempre con te, dovresti saperlo, ormai. Come mai non percepisco i tuoi occhi brillare? Cos’hai, piccola creatura?»

«Non ti sfugge niente, eh? Nulla, a dire il vero. Solo qualche pensiero.»

«Lascialo andare, allora. Non trattenerlo. E ascolta il battito che ti circonda, sentilo dentro di te e intorno al tuo corpicino. Pervade tutto: puoi percepirlo?»

torrente acqua

Non ho risposto subito alla sua domanda. Seduta lì, sulle rive del torrente freddo come il ghiaccio, mi sono messa in ascolto. Lo scroscio dell’acqua era un balsamo per l’anima, e il verde… oh, già solo quello bastava a ritrovare la serenità che si era incrinata in me. Non c’erano più le preoccupazioni, il muso mi si è disteso in un sorriso autentico, vero. Respiravo a pieni polmoni e riuscivo a sentire scorrere intorno a me la Vita, come già mi era successo altre volte. Gli occhi e il cuore si sono riempiti di tanta bellezza, avrei voluto affogarvi.

«Sì, Spirito della Valle. Lo percepisco!» e, detto questo, mi sono bagnata anche le zampe anteriori, rinfrescandole con l’acqua limpida e cristallina del fiume. Si sono intorpidite all’istante, come quando si tocca la neve in inverno.

«Ah, l’acqua! Che elemento potente e meraviglioso… Racconta storie interessanti, sai?»

acqua torrente

In quello stesso istante, è accaduto qualcosa di incredibile. Vedevo scorrere immagini in trasparenza sul pelo dell’acqua, veloci e sfuggenti. Potevo vedere l’intero ciclo di quelle gocce, finite in mare, poi evaporate nel cielo e infine precipitate sulla terra sottoforma di pioggia. Scorgevo anche i luoghi che quell’acqua aveva attraversato, traendone in sé le caratteristiche fisiche, chimiche ed energetiche. Ma c’era di più. Vedevo riflesse nel torrente immagini dei topi di un tempo che amavano recarsi alle sorgenti, considerate luoghi sacri poiché in essi sgorgava acqua limpida e pura, fonte primaria di vita. Sono rimasta sbalordita da ciò che stavo osservando.

«Spirito della Valle… le cose che vedo sono accadute davvero?»

«Sì, molto tempo fa. Lascia scorrere insieme all’acqua tutto quello che non ti appartiene: lei sa sempre guarire le ferite dell’anima. Dona forza, vigore…»

«E’ potente, sì, lo sento! Porta con sé gioia di vivere. Per questo vengo spesso qui.»

«E fai bene, topina. Fai bene. Non ti serve nient’altro: qui hai tutto quello di cui hai bisogno. Chiedi agli alberi, ai fili d’erba, all’acqua e alle montagne ciò che vuoi, loro ti ascolteranno e ti guideranno.»

torrente nel bosco

Detto questo, una folata di vento si è portata via la voce dello Spirito della Valle, lasciandomi sola.

Le foglie sui rami degli alberi che avevo intorno cadevano al suolo a formare un manto morbido e fertile. Alcune precipitavano in acqua, trasportate dalla corrente. Il terreno era nero, succulento, preparato da quelle stesse foglie che fino a poco tempo prima erano sui rami più alti e che ora erano mangiate da insetti, trasformate da microrganismi e avrebbero portato nuova vita. Su quegli stessi alberi, che affondavano le radici non nella terra, ma nell’acqua, esistevano città brulicanti di insetti operosi. E poi, più su, il cielo sfiorato da dita nodose colore del legno che sembravano voler afferrare scampoli di azzurro e fiocchi di nuvole per portarli un po’ qui, sulla Terra.

Ancora una volta lo Spirito della Valle si dimostrava essere in ogni cosa. Potevo sentirlo nei cicli dell’acqua e della vita degli alberi intorno a me. Non ne udivo la voce, ma lo percepivo nel profondo, permeava ogni mia cellula. E averlo in me, in nessun luogo, eppure dappertutto, mi rendeva gioiosa e profondamente grata.

acqua torrente2

Topi, la gioia, quando la trovate, indossatela come un vestito sempre nuovo. Tiratela fuori dal cassetto nella quale l’avete relegata, riempitevi gli occhi dei suoi colori e mettetevela addosso, ricordandovela, cucendovela sulla pelle per non toglierla mai più. Credetemi, ne vale la pena!

Squit!

Il Leccio, lunga vita e dignità

Il Leccio. Il Quercus Ilex. A far capire subito che di Quercia si tratta.

E infatti, il Leccio, come la Roverella, è una specie di Quercia ben presente nella mia Valle.

Robusto, sempreverde. Circonda e arricchisce tutta questa bella terra mediterranea. E il significato di questa pianta è presto detto. Lunga vita, perseveranza, dignità, maestosità, e forza. Tanta forza.

Vedete, uno stemma della Repubblica Italiana ha proprio come simbolo un ramoscello di Ulivo per identificare la pace e un ramoscello di Leccio per simboleggiare la forza. Una forza buona. Una forza che lavora per la pace.

La Quercia è il re degli alberi e, il Leccio, ossia la “Quercia Verde”, non è da meno.

Sacro, persino a Zeus, potete capire da soli la sua importanza.

Ma purtroppo, a causa della sua forma sinistra e austera, presto venne considerato adatto solo a riti funesti e religiosi. Associato ai “cattivi” potenti, venne presto anch’esso ritenuto negativo e fatale. Le stesse Parche, figlie della notte, dalle quali dipendeva la vita degli uomini, si cingevano la testa di rami e foglie di Leccio. Sempre il Leccio, venne accusato di tradimento nei confronti di Gesù, in una leggenda, in quanto accettò di offrire il suo legno per la costruzione della dannata croce quando tutte le altre piante del regno si erano invece rifiutate. Ma San Francesco non ci mise molto ad innalzare di nuovo la beltà e la bontà di questa pianta e il suo vero significato. E, come il Santo, anche altre importanti istituzioni del tempo. Il Leccio offrì il suo legno semplicemente perchè capì che doveva sacrificarsi per la redenzione così come lo stesso Cristo. Ridivenne presto così importante che, alcune città italiane, iniziarono a litigarsene il nome ma ce l’ebbe poi vinta Lecce che cambiò il suo nome da Lupie (lupa) a Lecce appunto. Lo stemma di questa città infatti è una lupa che avanza sotto ad un Leccio o stà in agguato.

Di grande importanza anche per Greci e Romani, il Leccio, era considerato sacro da questi popoli che lo inserivano in un elenco di piante “…che recano buoni auspici” e, seppur in terre diverse, spesso i loro allenamenti bellici avvenivano proprio dentro a boschetti di Lecci e, sempre con un ramo di Leccio bagnato in un particolare olio, ungevano i loro guerrieri prima dell’incontro.

Ma erano soprattutto i Celti i grandi estimatori di quest’albero. Essi, utilizzavano la corteccia e le sue ghiande a fini terapeutici. Una loro credenza popolare, pervenuta sino ai nostri giorni, racconta che dentro ai tronchi cavi del Leccio cresca una particolare erba magica che, dopo essere stata attivata con particolari riti altrettanto magici, cotta e mangiata, aveva la capacità di rendere gli individui invisibili. Inoltre, i Celti, non eseguivano nessun sacrificio se non in presenza di un Leccio, albero che, dai druidi, veniva piantato in ogni loro paese.

Ci sono alberi di fronte ai quali, le nomenclature della botanica cedono il passo alle suggestioni della favola: alberi mitologici, carichi di simboli, che appartengono alla leggenda prima che alla realtà. E il Leccio è un po’ questo.

Potrei stare qui ore a descrivervi la sua morfologia, le sue foglie semplici e dentate dalla forma lanceolata, le sue ghiande color verde pisello raggruppate in cima ai rami, la sua altezza che può superare i 20 metri e che ci fa sentire piccoli, il suo colore cupo, severo, profondo… ma tanto non sono questi i significati che ci fanno riconoscere il Leccio come pianta sacra, ricordata e benvoluta. Ne’ il suo legno, duraturo, ben lavorabile. Ne’ la sua corteccia ricca di sali minerali e utile per i nostri intestini.

Il Leccio è una pianta amica, che non ci abbandona. E’ sempre lì, ogni volta che la cerchiamo. Così imponente, così possente. Spesso di forma cespugliosa, come un grande arbusto, sembra proprio voler avvolgerci ancora di più e, sotto a quei suoi bassi rami, ci sentiamo tutti circondati e protetti.

Dedico questo post al giovane Alpino, Caporale Tiziano Chierotti che, nei ricordi di tutti i suoi compaesani, non smetterà mai di vivere.

Vi aspetto per andare a conoscere la prossima pianta.

M.

No alla diga!

Vi avevo raccontato, parlandovi di Colle Melosa qualche post fa, della diga di Tenarda, quel lago artificiale in alta montagna che è stata costruita qualche anno fa.

Ebbene, dovete sapere che quella non doveva essere la sola diga della Valle Argentina, ma fortunatamente, e grazie all’unione di tanti uomini, è rimasta l’unica. Ora vi racconto il perchè.

Era il 1964 e una nuova strada, nella nostra valle, era stata costruita appena sopra Badalucco, un paese di circa duemilacento anime all’epoca. C’era già una strada, bella, asfaltata, perchè costruirne un’altra, più alta e più larga? Semplice, la prima, sarebbe stata sommersa, insieme a tutto il resto, da una grandissima diga. L’acqua avrebbe coperto ogni cosa, arbusti, case, torrente, boschi di castagni, noccioli, susini, recinti di animali, coltivazioni. Sotto di essa, i paesi e le frazioni come appunto Badalucco, Oxentina, Fraitusa e probabilmente la stessa Taggia, sarebbero letteralmente spariti o avrebbero subito gravi danni qualora essa avesse inondato la valle.

Il 9 ottobre del 1963, e quindi stiamo parlando di pochi mesi prima, la diga del Vajont aveva appunto causato quasi duemila morti travolgendoli con le sue acque, qualsiasi sia stato il motivo.

La gente era terrorizzata. Non poteva permettere tale costruzione. Fu così che, tutti gli uomini, di tutti i paesi, uniti, si misero d’accordo e partirono, chi a piedi, chi con il suo motocarro, armati di forcone o bastone per fermare la distruzione di uno dei luoghi più belli, intorno a noi, oltre che per proteggere il proprio paese e la propria casa; la propria vita.

Mio nonno, era in prima linea, guidava l’ape con tutti gli amici nel carro, dietro, seduti.

La polizia davanti a lui. Si marciava a passo d’uomo e mentre si camminava si gridava tutti in coro “Avanti… oh… ooh… oooh… Avanti… oh… ooh… oooh…”.

Racconta che, se solo qualcuno avesse provato a lanciare un sassolino, sarebbe scoppiato il finimondo. L’atmosfera era tesa e spessa, l’aria si poteva tagliare con una lama. C’erano già stati episodi spiacevoli. La gente del posto aveva dato fuoco ad una ruspa e ad un camion della ditta costruttrice ma, tutto ciò, non era servito a nulla.

Quel giorno, per la terza volta, i costruttori si videro venire incontro mille e ancora mille uomini più determinati ancora, più decisi, come mai erano stati prima, di salvare la loro Valle. E quella volta ci riuscirono. Il loro numero era impressionante, arrivavano dai paesi sotto e da quelli sopra, la diga che volevano costruire era davvero enorme, avrebbe sommerso un intero quarto di valle. Bastò il loro esserci, la loro unione, la loro protesta.

Nessuno si fece male, non accadde nulla di sgradevole ma, la diga, non si costruì più.

La ditta abbandonò il luogo, fin dallo stesso giorno iniziò a smontare parte delle loro attrezzature e tutto tornò come prima. Anzi, quasi tutto.

Nella mia valle ora, per salire a Molini di Triora ad esempio, puoi scegliere se prendere la strada di sotto, più all’ombra, più fresca e costeggiare il torrente o la strada di sopra, più calda, più larga, passare sotto il ponte e fare qualche curva in più.

Il tempo è il medesimo, solo che sopra puoi divertirti nella raccolta di fiori, timo, origano e finocchietto selvatico, nell’altra riempirti le ceste di ghiande, castagne e tarassaco.

Le piante verdeggianti sono ancora lì e si colorano di toni più caldi in questa stagione, le case e la vecchia trattoria esistono ancora e da percorrere a piedi è una bellissima passeggiata. Questo grazie ai nostri uomini e alla loro vittoria.

In parte, anche grazie al mio nonno che quando mi racconta questa storia, sorridendo per sdrammatizzare, mi dice ” Se saremu truvai Baarùccu in ta mainna!…” (Ci saremmo trovati Badalucco nel mare!).

L’unione fa la forza!

M.