La Topina e il Tafano vanaglorioso

Sì beh, mi rendo conto che parlarvi di un Tafano e non avere neanche una mia foto di lui è una figura un po’ barbina da parte mia ma, il signorino, di cui a breve vi parlerò, antipatico fino al midollo, non si è nemmeno lasciato fotografare. Avrei tanto voluto immortalare le sue sfumature blu e verdi, metallizzate, che brillavano sotto il sole (l’unica cosa che aveva di bello) ma non mi ha permesso neanche questo.

Fatemi raccontare come andò la mia avventura con Tafano che, a tutti i costi, volle il suo momento di gloria.

Una splendida mattina di sole, dopo aver sceso il crinale del Monte Frontè, passando dal Passo di Garlenda per raggiungere Colle del Garezzo, mi resi conto, come spesso mi accade in Valle Argentina, che tante erano le cose da fotografare in quanto bellissime. Anche Topo Fotografo, che era con me, ebbe la mia stessa idea e decise di allontanarsi di qualche metro da dove eravamo per scattare fotografie alla meravigliosa flora di quel luogo assai colorata.

Le zone d’ombra erano rare pertanto andò a imboscarsi in mezzo a un gruppetto di alberi che permettevano di percepire un po’ di frescura.

Eravamo su un terreno che scendeva ripido, tra massi chiari e ciuffi d’erba, un sentiero in cui Madre Natura offre tanti doni profumati.

Io decido di aspettare, il mio compagno di escursione sul cammino, ammirando diversi insetti che, laboriosi, si cibavano del nettare dei tanti fiori colorati e, proprio mentre sono incantata a guardare lo svolgersi di quelle attività naturali, un presuntuoso Tafano (maschio – buongustaio) decide di venirsi a nutrire attraverso lo sfruttamento di una mia zampa.

La “puntura”, che in realtà è un risucchiamento, è assai dolorosa, me ne accorgo subito e lo scaccio da me velocemente.

Mai nessun animale e neanche nessun insetto, per chiudere un insieme, si era permesso una tale sfacciataggine nei miei confronti. Ma non è finita qui.

Albagioso come pochi e determinato a succhiarmi la linfa vitale peggio di un vampiro energetico, l’audace moscone continuava a venirmi appresso per farmi succhiotti come un adolescente alle prime armi. Ebbene, dovete sapere che le femmine del Tafano (Tabanidae) pungono e succhiano mentre i maschi succhiano soltanto senza perforare.

<< Sciò! Sparisci! >> gridavo agitando le zampe per mandarlo via.

Cercavo di farmi sentire da lui ma anche da Topo amico che, probabilmente, sarebbe accorso in mio aiuto contro quell’insistente spasimante ma era troppo impegnato ad ammirare la beltà del luogo e quelli, lo so, sono momenti in cui anche arrivasse una tigre mi direbbe << Aspetta un secondo, stai ferma, scatto ancora due foto e arrivo >>. Mpf! Che vita dura quella della Topina!

Insomma che, da sola e indispettita, stavo iniziando ad arrabbiarmi sul serio. La zampa mi faceva male e un piccolo borlo rosso/violaceo la stava colorando. Davvero mi chiedo come si sia permesso quel tipo. Che strafottenza quelli che vivono in cima ai monti!

Decido di spostarmi. “Forse sono in casa sua e gli sto dando fastidio” penso. Niente. “Mancu pu u belin!” come si dice palesemente da noi, di cuore, di pancia, quando qualcosa non trova la fine.

L’indisponente e arrogante insetto mi seguiva agguerrito.

Sentii ad un tratto una vocina urlare << Sei mia!!! >> e, poco dopo, a quella frase, se ne aggiunse un’altra << Ragazzi!!! All’arrembaggio!!! >>.

Infatti, il signorino, chiamò degli amici e, dopo pochi secondi, ne avevo ben tre che mi ronzavano attorno. Sto brutto mostro peloso disgraziato!

Tirai fuori dal mio amatissimo – zaino delle meraviglie – una giacca e inizia a farla svolazzare in aria sbattendola di qua e di là per cercare di tener lontano lui e i suoi due compari. Avvicinandosi si sarebbero presi una bella giacchettata sulla testa e forse avrebbero capito la lezione.

Quando Topo amico resuscitò d’in mezzo ai tronchi immaginò fosse il caldo a farmi fare tutta quell’aria nell’aria. In pratica, nonostante la mia disavventura, venni scambiata per una pala eolica e quando con quasi le lacrime agli occhi e una voce tremula, nel tentativo di fargli più pena possibile, gli feci vedere cosa mi aveva combinato quel Tafano cornuto, lui semplicemente mi rispose << Sì, hanno punto anche me >> come se niente fosse, con nonchalance; si mise di nuovo in marcia passandomi davanti.

Con gli occhi a fessura lo seguii con sguardo minaccioso senza rendermi conto che avevo smesso di agitare la giacca come uno sbandieratore. I Tafani se ne accorsero e ricominciarono l’attacco.

Decisi pertanto di sgattaiolare il più velocemente possibile verso Topo Fotografo e continuare a scendere assieme a lui.

Oggi, è passato ben un mese da quel ciucciotto che mi ha fatto il tracotante Tafano ma, nonostante il tempo, porto ancora i segni di quell’”amore criminale”.

Forse ha ragione Topo Fotografo a dire che non era un Tafano normale ma un Tafano tatuatore! Ora che lo so, la prossima volta mi porto dietro quantomeno un disegno più carino da farmi tatuare sul corpo!

Poco prima, io e Topo amico, avevamo incontrato dei cavalli selvatici che, poverini, avevano molti Tafani sulla schiena e sul viso. Ora posso comprendere il fastidio che danno e anche il dolore che provocano!

I nostri vecchi, proprio rivolgendosi a questi animali, dicevano che per uccidere un cavallo, di Tafani, ne bastano sette. Forse era solo un modo di dire ma significava far comprendere quanto fa male un loro morso e io posso assicurarvi che non è piacevole per niente!

Vi mando un bacio meno violento di quello che ho ricevuto io Topi! Alla prossima (dis-avventura).

photo di flickr.com

Incredibili avventure sopra Cima dell’Ortica

Oggi ho pensato di portarvi in un luogo che apre gli occhi su distese infinite e verdi pascoli.

Oggi ho pensato anche che, se non avessi avuto la macchina topografica con me, non avreste potuto credere al mio entusiasmo ma posso dimostrarvi il mio Eden attraverso le immagini. Vi dico solo che ero talmente emozionata da dimenticarmi persino di fare la mia pausa caffè a metà mattinata… e ho detto tutto.

Cammineremo sulle creste dei monti e saremo circondati dalle cime più belle della Valle Argentina ma non è finita qui. Amate gli animali selvatici? E… gli spaventi? Ehm… E le avventure? Bene, ho capito che vi piace il programma e allora forza! Partiamo! Si va sopra a Cima dell’Ortica!

Dopo Triora si prosegue verso Passo della Guardia e poi ancora verso Colle del Garezzo. Parcheggiata la topo-mobile si inizia a zampettare verso il Tunnel del Garezzo di cui spesso vi ho parlato.

Dobbiamo andare dall’altra parte di questo breve traforo.

Sono assieme a Topo Fotografo e Topo Condottiero e proprio mentre osservo, con aria serena, la cima del Monte Frontè (2.152 mt) sopra il mio muso, simboleggiata dalla sua Madonnina, qualche Camoscio spunta dal di sotto dirigendosi correndo verso il punto che stavo ammirando.

Anche Topo Fotografo inizia a correre per poterli immortalare nella loro arrampicata. Lo lascio andare da solo per non rovinargli il momento con qualche mio <<Uh!>>, <<Oh!>>, <<Belli!>>, <<Guarda!>> e quindi lui, dopo diversi passi, si ritrova a parecchi metri davanti a me.

Metri che mi regalano una prospettiva terrificante quando uno dei Camosci, arrancando agilmente, fa cadere un masso grande quanto un cocomero che a me sembra diretto proprio sulla testa del Topo amico. Da quell’altezza, e a quella velocità, sembrava un enorme proiettile e ho immaginato il peggio. Mi blocco. Avevo Topo Fotografo in posizione, masso a mezz’aria e Camosci volteggianti sopra. Un’immagine per il concorso “Big Picture Natural World Photography Competition” ma ero così atterrita che l’ultimo pensiero fu quello di fare – click! -.

Bene, finito il tutto, si prosegue, mentre il mio piccolo cuore sensibile cerca di riprendersi. Topo Fotografo aveva ben visto che quella pietra era distante da lui pertanto sgambettava con giubilo verso il tunnel mentre io, invece, avevo ancora le ginocchia molli.

Un Orbettino, lucertola senza zampe (sì, è una lucertola) innocua di montagna, giace defunta in mezzo alla strada ma non sono ofidiofobica e quindi non svengo. La lasciamo lì, qualche rapace se ne nutrirà.

La bellezza del panorama mi distrae ma la pioggia e il vento forte, che nella galleria sembra un vortice, quasi ci obbligano a stare bassi, camminando curvi, e passato il tunnel si sceglie il sentiero a destra protetto dagli alberi.

È in quel momento che Topo Fotografo sente il verso di un Gallo Forcello e decide di andarlo a catturare con il suo obiettivo. Mentre cerchiamo di capire in quale Rododendro il pennuto si nasconde, un’Aquila Reale spunta dal colle e ci viene incontro. Non ho avuto neanche il tempo di stupirmi per il chiacchiericcio del Fagiano di Monte (altro nome del Gallo) che, un’altra grande emozione, stava già sorvolando verso di me avvicinandosi sempre di più.

Una splendida e austera Aquila Reale ci oltrepassa guardandoci con il suo occhio acuto. La mia professionalità incredibile da birdwhatcher la scambia per l’impavido Galletto e invece no, è proprio lei, la Regina della Montagna.

Passa lenta, elegante, potente. Si lascia fotografare da una parte e dall’altra, il mio cuore batte forte ma, dopo qualche scatto, non c’è tempo da perdere, non dimentichiamoci del Gallo!

Decidiamo di salire in cresta a Cima dell’Ortica per scorgerlo da sopra ma lui prevede la nostra mossa e s’innalza in volo assieme ad un compare con il quale stava discutendo animatamente.

I due Galli li ho invece scambiati per due Gazze ma, fortunatamente, con me c’è sempre Topo Fotografo altrimenti avreste nozioni di avifauna che Linnaeus si ribalterebbe nella tomba.

Ora siamo nei pressi di Monte Monega (1.882 mt)

Il vento è così impetuoso che Topo Condottiero si rifiuta categoricamente di salire sulla sua vetta che ha un’umile croce di ferro piantata a terra.

Il mio sguardo può comunque aprirsi su un paradiso terrestre. Vedo da qui Carmo dei Brocchi al quale sorrido.

Vedo i paesi di Andagna e Triora, uno di fronte all’altro, in mezzo alle nuvole e in mezzo a un verde cupo e vivido. Vedo anche più giù, fin sulla costa, fino al mare e le città, anche se c’è foschia.

Ci accovacciamo quindi dietro a dei massi per ripararci e nuovi spettacoli si aprono davanti a noi. Per prima cosa… quel Tutto.

Meraviglioso… pascoli verdi, distese infinite, cornici di monti solenni ci abbracciano dove la natura mostra tutto il suo splendore trionfando.

Un Camoscio bruca vicino a uno dei Casoni di Corte, proprio sopra a Case Loggia e, qualche attimo dopo, altri Camosci, scendono in fila da una scarpata.

Sono in alto. Vedo tutto da qui. Vedo le due parti del traforo e tutta la mia Valle.

Allodole e Prunelle svolazzano allegre spuntando all’improvviso.

Un rapace (che non chiedetemi cos’era) color nocciola, ci offre il suo particolare volo a spirito santo.

Con tutti quegli uccellini intorno, ricordo la canzone che intonava Cenerentola alla sera quando, anni fa, lavorai per la Walt Disney Production e mi infilarono in quella fiaba con altri topi – I sogni son desideri… di felicitaaaaa’!… -. Ah! L’animo romantico mi esce raramente ma quando arriva… arriva!

Estasiati e arricchiti da quello splendore possiamo decidere di far ritorno ma, dopo pochi passi, Topo Condottiero mi suggerisce di rallentare e sgattaiolare accucciata come un topo in trincea. Aveva ben ragione.

Appena scavalcata la colla, un gruppo di Camosci, a pochi passi da me, stava beatamente intento a prendersi il sole.

I bovidi mi vedono, mi guardano come a dire << De chi ti sei a fia??? >> (classica espressione della zona) e poi iniziano a scendere. Che meraviglia! Così vicini non li avevo mai visti. Corrono leggeri come piume trasportate dal vento. Alcuni hanno grandi pance, femmine incinte probabilmente, e questo mi fa sperare di poter presto vedere qualche tenero cucciolo. Sono incantata.

Topo Condottiero segnala a Topo Fotografo quella bellezza e gli scatti si sprecano alla grande ma non facciamo a tempo a rimirar quello splendore che i Camosci si moltiplicano proprio come a volerci fare un regalo.

Colmi di gioia ci porteremo in tana tante immagini e quindi tanti ricordi.

Il cuore pieno della nostra terra. Un’escursione bellissima. Facile da percorrere per chiunque ma ricca di piacevoli sorprese.

Ora, però, devo riprendermi un attimo. Non è stato facile superare tutte queste emozioni. Fatemi riposare che tra poco si riparte per una nuova avventura… no stop.

Un bacio emozionatissimo a voi.

Il Capriolo: la sua vita è quella di tutta la natura

Osservato con attenzione da molti popoli e da altrettanto tempo, il Capriolo (Capreolus capreolus) è un animale che vive anche in Valle Argentina, quindi ho intenzione di presentarvelo, miei convallesi!

Per farlo, pur sapendo molte cose su di lui con il quale mi fermo spesso a chiacchierare presso Monte Frontè (è introverso, ma di me si fida), ho chiesto informazioni a un lupo che è anche un mio caro amico, Odoben Malcisento, il quale, sugli animali sa davvero tutto, compresi i loro più intimi segreti.

Già lo sentivo impartire ordini a tutto il branco nella radura di Nonna Desia, convinto che gli altri gli dessero ancora retta. Già, perché di andare in pensione non ha proprio voglia.

«At-tenti! Marsh! Forza, palle di lardo! La vostra coda appartiene all’Arma, non dimenticatelo!» urlò, convinto che i suoi ordini venissero eseguiti.

Valoroso e impavido, è stato Generale di Branco d’Armata quando era giovane, ma la fissa della vita militare non gliela leva nessuno, nonostante oggi sia un po’ malconcio.

«Buongiorno, Odoben Malcisento!» gli gridai, cercando di farmi sentire.

È un po’ sordo, sapete? Ha perso mezzo orecchio sinistro sotto il Monte Saccarello, quando un aereo nemico andò a schiantarsi dietro Rocca Barbone ed esplose a pochi metri di distanza da lui. Dall’orecchio destro, invece, è rimasto completamente sordo.

«At-tenti! Ri-poso! Altolà! Chi và là?!» domandò di rimando, guardandosi in giro perplesso.

«Sono io Odoben Malcisento! Mi vede?»

«Ah, sei tu, piccola ratta! Stai su con quella schiena! Coda dritta! Baffi in fuori! Cosa credi di essere? Una bagiàira? (Lumaca senza guscio). Comunque io sono il “Generale” Odoben Malcisento!» sottolineò. Ci tiene ai suoi titoli, guai a non rispettarli.

«Sì, certam… ehm… volevo dire Signorsissignore!» rimediai.

Mi misi ritta e sull’attenti per non farlo inalberare e guardai gli altri Lupi, felici del fatto che ero giunta a distrarlo.

«Quale missione ti porta qui, soldato semplice?»

Tra “piccola ratta” e “soldato semplice” non sapevo quale dei due nomi mi piacesse di più, ma feci finta di nulla: «Signore! Vorrei chiederle gentilmente se posso avere notizie su Capreolus capreolus, signore!». Facendo finta di sapere poco o nulla su quella splendida bestiola avrei sicuramente avuto la sua dedizione.

«Proprio di quel capride mangiafieno mi vieni a chiedere, con tutte le meravigliose creature che Madre Natura ha partorito?»

«Signore! Non voglio contraddirla, signore! Ma non si può certo dire che Capriolo sia una brutta bestia, signore!»

«No certo… in effetti… se  proprio devo essere sincero, stiamo parlando di un’eleganza rara e di un’agilità quasi inimitabile… È inutile, sono un militare e la mia razionalità funziona sempre…»

«Signorsissignore!» risposi. La mia accondiscendenza stava funzionando.

«Bene. Ri-poso! Mettiti comoda. Hai rifatto la branda stamattina? Cosa vuoi sapere di preciso?»

«L’ho fatta in quindici secondi, signore! Be’, vorrei sapere quello che pochi conoscono di lui. Tutti sanno che è erbivoro, veloce, dolce… ma cos’altro nasconde in sé il Capriolo, oltre a suggerire poesia al solo guardarlo?»

«Il Capriolo è sempre stato apprezzato in tutto il mondo: dai Nativi Americani ai Maya, si è sempre parlato di lui. I Panche, indiani della Colombia, ritenevano addirittura che l’anima dei defunti, prima di salire al cielo, passasse attraverso il corpo di un Capriolo»

Già… un corpo capace di purificare essendo intriso d’amore, pensai, ma mi lasciai scappare solo un: «Caspita!».

Odoben Malcisento era andato dritto al sodo e ora non si sarebbe più fermato: «Sì, ma nonostante questo, è sempre stato simbolo di vita. Per gli Aztechi rappresentava il sole e la vittoria in guerra, raffigurata appunto con un Capriolo a due teste che loro chiamavano Madre degli Eroi Gemelli. Si trattava della prima donna divinizzata.»

Ero basita. Stavo davvero parlando con il Generale Odoben Malcisento? Di solito era molto più freddo e tagliente nelle sue descrizioni. Era evidente che gli occhi scuri e languidi di Capriolo avessero intenerito anche lui.

«Il suo nome ricorda la Capra, ma è più somigliante a un Camoscio, appartiene alla famiglia dei cervidi… giusto?» chiesi, sapendo di ottenere una spiegazione.

Non rimasi delusa: «Il suo nome deriva dall’antica origine baltica. In prussiano “sirwis“, cioè appunto “capriolo”, ha la stessa radice della parola “testa”. Questo a causa dei palchi che possiede, più lunghi e ramificati rispetto a quelli di un Camoscio. Infatti, la stessa regola vale per il Cervo. Brava soldatessa»

Ero sempre più affascinata dal suo modo di raccontare, così gradevole questa volta. Lui se ne accorse e continuò: «È un ungulato e ora vive in gran parte dell’Europa e dell’Asia, dove la vegetazione è adatta alla sua dieta. Le sue zampe gli hanno permesso di recente di abitare anche negli altopiani rocciosi, mentre un tempo viveva più nelle praterie. Così, tra i pascoli e le piante montane, si assicura un’alimentazione abbondante e più varia».

«Ama il sottobosco fitto, ma anche le radure infatti. Odoben Malcisento, sei anche un nutrizionista!» scherzai.

«Cosa dici?! La vista? Ci vedo benissimo! E anche Capriolo: la sua vista è acuta! Deve difendersi da molti predatori e, infatti, è un animale timido e schivo.»

Non aveva capito nulla, ma mi diede comunque una nozione in più.

«A proposito di timidezza, signore! Il Capriolo vive solitario o in branco, signore?» gridai questa volta. Questa storia del Capriolo in famiglia non l’avevo mai capita bene.

«La sua è una gerarchia articolata che si modifica in base alle stagioni e ai periodi dell’amore o delle battaglie territoriali. I Caprioli non hanno una suddivisione specifica e continuativa come noi Lupi, ma appartengono al mondo della caccia, tant’è vero che puoi sempre vederne uno assieme alla Dea Diana.»

«Ma il Capriolo non è un predatore…»

«No, ma come sai, Diana era anche protettrice degli animali selvatici. Inoltre, il Capriolo è simbolo della vita e ha sempre rappresentato la bellezza dell’esistenza. Per gli antichi un Capriolo morto significava siccità e quindi morte di un territorio che, quell’anno, non avrebbe dato frutti, non avrebbe nutrito, come se, senza di lui e la sua vita, non ci fosse amore. Una fiaba mitologica racconta della fanciulla Costanza uccisa dal suo amato: di notte Costanza si trasformava in uno splendido Capriolo bianco, ma un cacciatore corteggiatore di Costanza, lo uccise privando della vita anche la ragazza. Uccidendo lui ammazzò anche l’amore e quel giovane si dice si disperi ancora oggi.»

Che meraviglioso significato! Questa leggenda mi mancava! Sembrava quasi che Odoben Malcisento avesse gli occhi lucidi, ma conoscendo il suo essere tutto d’un pezzo, mi stavo sicuramente sbagliando.

«Signore! È stato gentilissimo come al solito, signore!» gli dissi, rimettendomi sull’attenti, pronta ad andare facendo prima il saluto militare con la zampa in fronte che a lui tanto piaceva.

«Sull’At-tenti! Avanti! March! Puoi andare, piccolo mus musculus» mi congedò.

Corsi via per giungere in tana il prima possibile e scrivere tutto quello che avevo imparato su Capriolo per non scordarlo. Mentre mi lanciavo giù per i pendii del sottobosco, udivo echeggiare la voce potente di Odoben Malcisento che aveva ricominciato a tuonare agli altri Lupi: «Plotone! Ai ranghi! In marcia! Un due, un due, un due…»

Non sarebbe mai cambiato, ma a me piace così.

Mi congedo, topo soldati, e vi aspetto al prossimo amico, ma prima di lasciarvi vorrei offrire un ringraziamento particolare ad Andrea Biondo, appassionato fotografo della natura, che mi ha dato queste sue bellissime immagini per poter scrivere l’articolo. Potete trovare altre sue foto sul suo blog: https://andreabiondo.wordpress.com/ , nel sito dell’Ente Parco Alpi Liguri o in quello di Liguriabirding con i quali Andrea collabora.

Alla prossima! At-tenti!

La montagna regala anche monete

Quanti regali fa la montagna vero? Ve li ho descritti in lungo e in largo in questi anni ma non vi ho mai detto che regala anche soldi.

Nessuna ricerca e nessun metal detector amici, bensì, qualcosa di ben più suggestivo.

Io e altri topi si parte un giorno di buon mattino con la speranza nel cuore di fare qualche bella foto alle creature di Madre Natura.

La Valle Argentina è ricca di una fauna che purtroppo molti non conoscono ed essendo totalmente libera e selvatica non è detto abbia voglia di mostrarsi.

Neanche il tempo ci dava sicurezze. Avrebbe piovuto? Ci sarebbe stato il sole? Boh? È ovvio che anche il clima ha la sua importanza in fatto di avvistamenti. Non sapevamo nulla ma ci piace l’avventura e abbiamo tentato.

Abbiamo parcheggiato a bordo strada e siamo scesi dall’auto. Zaino in spalla, binocoli e macchine fotografiche. Si era comunque felici. Si stava bene.

La mia Valle mostrava una natura incantata fin dalle prime ore del mattino. Naturalmente si era perplessi e speranzosi allo stesso tempo. Stava iniziando a nevicare e un vento gelido sferzava i nostri musi. Ci incamminiamo. Facciamo i primi metri e uno dei tre topi assieme a me si accuccia verso terra per raccogliere qualcosa. La sua espressione era stranita e dopo poco esclama《Toh! Ho trovato 100 lire!》. Subito non gli abbiamo creduto e invece era proprio vero.

100 vecchie lire brillavano nella sua mano nonostante la polvere che avevano raccolto.

Ma dai! Non possiamo crederci!》dicemmo in coro tutti quanti e, il topo archeologo, avvicinandosi a me, mi regalò quel piccolo tesoro 《Tieni Topina, sono tue》. Ma che bellezza! Il fango e lo sterrato ci avevano appena offerto una specie di simbolo che ora era tra le mie zampe trattenuto caramente.

Guarda di che anno sono?》mi chiese topo fotografo.

1971>> risposi e, rapidamente, nella mia testa, l’addizione diede la soluzione “9” pensai. Il mio numero! Ma che… coincidenza! E voi sapete bene che non credo alle coincidenze. Non dissi nulla e misi via quella moneta per non perderla.

Ci dividemmo dopo qualche passo. Io e topo condottiero da una parte e gli altri due dall’altra. Guarda di qui, guarda di là, nulla… solo una Cinciarella mi diede la soddisfazione di rimanere immortalata nel mio obiettivo e neanche poi molto nitidamente visti la bruma e il vento.

Quando rincontrammo topo archeologo e topo fotografo ci dissero che anche loro non avevano visto nulla di che ma, proprio in quel momento, una coppia di Gheppi meravigliosi iniziò a sorvolare sulle nostre teste. Si lasciarono fotografare con la loro aristocratica apertura alare che planava sulle correnti del cielo, e poi andarono a posarsi contro la falesia di una Rocca dove probabilmente avevano il nido; chiamata da noi Rocca Barbone.

Con gli occhi a fessura, per non perderli di vista, cercai di inquadrarli e suggerire a topo amico dove si erano posati. Mi fece i complimenti perché era difficile vederli mimetizzati contro la roccia nuda. Wow! Ero riuscita anch’io a far qualcosa visto che di solito non vedo nulla neanche col binocolo e, in quei casi, la pazienza degli altri topi è pari a quella di Giobbe quando cercano di farmi adocchiare meraviglie. La magia delle 100 lire stava forse iniziando a fare effetto? Proseguimmo poi, tutti assieme, verso un altro Passo dove la neve decise di lasciare il posto al sole e la mattinata divenne ancora più splendida.

Non ci volle molto a vedere un mucchio di Camosci tutti assieme. Erano tantissimi e topo condottiero mi disse che erano anni che non vedeva una cosa così. Si rincorrevano sulla neve o stavano fermi in branco e, come ripeto, ce n’erano così tanti che ci hanno lasciato stupiti. Era bellissimo vederli su quella neve bianca. Vedemmo anche un Capriolo. Un’Aquila in lontananza, un Codirosso e persino un altro Gheppio, elegante rapace che ci affascinò con il volo definito a “spirito santo”, ossia quando sta fermo in aria, immobile, con le ali aperte. Non ci crederete ma fui io a vederlo per prima, inciampandomi nella neve col naso all’insù, e quindi venni promossa con il titolo di… – Avvistatrice di pennuti – (così suona bene direi).

Che soddisfazione! Non potete immaginare. È stata la mia prima volta. Per me era tanta manna ma ho visto soddisfatti anche gli altri birdwatchers molto più abituati ed esperti di me. Così soddisfatti che, alla fine, persino topo archeologo ha detto《Penso che quelle 100 lire siano state proprio di buon auspicio!》e mi sa che aveva ragione.

La natura non si stanca mai di regalare. Offre senza chiedere nulla in cambio ma forse percepisce l’entusiasmo come riconoscenza di chi la ama.

Mi sono divertita tantissimo, ho vissuto esperienze mai vissute prima e, per una che ama la natura come me, potete immaginare! Ma… chissà chi ha perso quelle 100 lire? Un passante? Un trekker? Un pastore? E quando? Da quanto tempo erano lì ad aspettare noi? Vi lascio libera la fantasia, io vado a prepararvi un altro articolo pensando che qualcosa di magico sempre mi accompagna!

Un bacio ricco.

Le prime foto della Topina ai Camosci Alpini

Cari topi, prendete la lente d’ingrandimento, non ridete e venite con me. Devo condividere con voi le mie prime fotografie… ai Camosci Alpini della Valle Argentina!

Vi credevate che ero in grado di fotografare solo lombrichi e lumache eh? E invece no, e oggi vi stupirò con effetti speciali che, in tanti anni di blog, non vi ho mai mostrato.

Non state a fare i pignoli però. Il mio obiettivo è quello che è, quindi accontentatevi. Il telescopio lo prenderò più avanti.

Ho fatto tanta di quella fatica con queste foto per ritagliarle, ingrandirle e farvele vedere che, alla fine, il pc si era quasi sciolto. Ma guardate! Qualcosa si vede!

Qui ve li ho persino cerchiati in giallo, comprendendo i vostri sforzi, che non mi si dica poi che ho immortalato solo terriccio come mio solito.

Erano splendidi. E tantissimi. Alcuni brucavano nelle zone d’erba lasciate libere dalla neve, alcuni invece mi guardavano e certi si rincorrevano.

 È difficile vederli a occhio nudo soprattutto quando non si è abituati. Si confondono con le rocce ma, il manto bianco della neve, ha reso la mia ricerca decisamente più facile.

Che dite? Sono stata brava?

Non solo non li avevo mai visti così liberi e selvaggi ma, tanto meno, ero mai riuscita a immortalarli con la mia macchina fotografica! E ora sono qui, in una cartella che custodisco gelosamente.

Sono adorabili. Sanno di libertà, di dolcezza e sono molto attenti. Ci vedono benissimo, mica come me.

Giudicandomi “pericolosa” (e pensate che sono grande quanto la punta di un loro orecchio) controllano la distanza. Se mi reputano troppo vicina (e sto parlando di parecchi metri) scappano via così agilmente che fanno impressione. Se invece pensano ch’io sia sufficientemente lontana, allora se ne stanno quieti a farsi i cavoli loro.

Quando scappano, però, non hanno mai una corsa caratterizzata dal terrore. Ogni tanto si fermano e si guardano indietro come a controllare ch’io non li stia inseguendo.

Ma non ci penso neanche! Arrampicarmi a quella maniera su per quelle pietraie così aspre?! Oh per la carità! Come fanno, lo sanno solo loro.

A me basta avere questo ricordo e, di tanto in tanto, guardarmeli, immaginando di essere sempre là, tra quelle cime innevate, quell’aria pulita e quel mondo di fiaba.

Spero siano piaciuti anche a voi e, non temete, cercherò di farne altre ancora migliori.

Un bacio a scatto! Click!

Il panorama dal Passo della Nocciola

Oggi non vi parlo del Passo della Nocciola in sé, al di là che è un piccolo luogo bellissimo e ha un nome stupendo (Slurp! Adoro le Nocciole!) ma vorrei condividere con voi la meravigliosa vista che questo luogo offre.

Ci dirigiamo verso Colle Melosa passando da Molini di Triora e, dopo il Passo dei Fascisti, un altro Passo attira l’attenzione.

Guardate, potete vederlo anche da qui, dal sentiero che dal Passo della Guardia si dirige verso Collardente.

Ovviamente ci sono Noccioli ovunque e, in questo periodo, le loro foglie sono ancora tenere gemme di un verde brillante.

Lasciamo la topo-mobile a bordo strada e io e due miei cari topo-amici ci dirigiamo verso il bordo di un dirupo altissimo, non adatto a chi soffre di vertigini.

Qui la vista è davvero mozzafiato. Ancora una volta la mia Valle mi stupisce in tutto il suo splendore. Un’altra prospettiva che non avevo mai visto e per questo ringrazio i miei gentili ed esperti Cavalieri.

Davanti a me si staglia, contro un cielo terso, Carmo Gerbontina e osservandola attentamente con il binocolo posso vedere passeggiare e brucare su di lei splendidi Camosci Alpini.

Carmo Gerbontina se ne sta lì, quieta, e osserva. Guarda alcuni borghi splendidi della mia Valle dando la schiena al mare.

Ecco infatti laggiù Realdo! E sopra di lui Verdeggia! Ma ci sono anche Borniga e Abenin. Appena l’occhio compone pochi metri con lo sguardo, una nuova meraviglia è pronta ad affacciarsi per lui.

Come sono piccoli visti da qui. Le loro tinte pastello un po’ li confondono al resto del Creato e a una natura che sprigiona una bellezza indescrivibile.

Se mi giro posso vedere anche il Toraggio con il suo riverbero azzurro e, presso di lui, alcuni impavidi esseri umani viaggiano con il parapendio sopra ad un pezzo di mondo che non ha eguali.

Sono su una roccia e sono estasiata. Alcuni punti mostrano un aspetto selvaggio e aspro dato da arbusti legnosi, pietra pulita e rami quasi taglienti. Altri invece sono più floridi, verdeggianti e morbidi. Quest’ultimi celano, oggi, sentieri un tempo molto praticati e assai frequentati. Percorrendoli si andava infatti a raccogliere legna o, se si era passeurs, ci si nascondeva.

Il burrone che vedo è una distesa di Valle che non può essere paragonata a nient’altro. Nonostante sia chiusa tra le montagne che conosco bene, mi da’ l’idea dell’infinito e mi si apre il cuore.

Gli occhi brillano ma non posso certo fare la figura di quella che diventa patetica. Mi comporto quasi come se fossi abituata a tanto splendore, in realtà, dentro di me, l’animo scalpita per l’entusiasmo.

I miei due amici fotografano bellezze a tutto andare e, con il loro sguardo acuto, riconoscono creature che si mimetizzano tra alberi e custi (nel mio dialetto piante arbustive). A occhio nudo individuano varie specie di uccelli o ungulati mentre io, neanche con un telescopio riesco a vederli.

《 Guarda Topina! Sono là! Ce ne sono due! 》mi dicono sperando di farmi vedere quelle creature.

Io, tra l’emozione, la mancanza di esperienza e di abitudine, non vedo un fico secco ma loro sono così pazienti che, alla fine, anche io ho potuto godere della vista di quei fantastici quadrupedi che mi camminavano di fronte. Che regalo immenso mi hanno fatto loro e Madre Natura.

Tra di loro la facevano facile 《 Eccone uno! A destra di quella pianta in basso 》 diceva il primo. E l’altro rispondeva 《 Ah si! Lo vedo! 》. Io pensavo “Ma quale pianta? Ce ne sono duemila di piante!!!” e, per consolarmi, fotografavo Lucertole immobili a godere del primo sole.

Non ridete… anche loro meritano qualche scatto. Mi è sembrato giusto renderle importanti.

Il Passo della Nocciola è un luogo di pace e di un panorama fantastico. Ora non mi rimane che attendere la fine dell’estate per andare a far rifornimento di quei frutti prelibati prima del letargo. Quegli alberi sono molto generosi.

Allora topi, cosa ne dite? Vi è piaciuto questo punto panoramico speciale? I baffi tremano ancora? Tranquilli, ora scendiamo, ma vi aspetto impavidi per il prossimo tour.

Squit!

Arma com’era, Arma com’è

Arma, topi cari, è un paese che si sdraia sulla costa della Liguria di Ponente.

E’ conosciuta meglio come Arma di Taggia ed è praticamente il primo centro della mia Valle. Proprio sul mare.

Arma è quel che si definisce tipicamente una località turistica, dove c’è l’aria buona e un clima invidiato da chiunque.SONY DSCAlcuni la definiscono “cittadina” ma per me è un paese. Un paese tranquillo, forse anche troppo. Anni fa era forse molto più bella di adesso. Ora è cambiata ma, fortunatamente, qualcuno a pensato di tenerla immortalata per sempre, in tutto quel suo splendore, quello di parecchi anni fa, quando non era solo bella… era splendida. SONY DSCA farci questo bellissimo regalo sono stati Alessandro Giacobbe e Dino Pisano che hanno raccolto tutte le immagini di una vecchia Arma e le hanno racchiuse dentro un emozionante e grande libro intitolato proprio “C’era una volta… Arma“.

I due appassionati hanno creato una vera opera d’arte. SONY DSCSi sono messi alla ricerca di foto che ritraggono i luoghi che ancora oggi viviamo, seppur diversi, e li hanno descritti con grande maestria raccontando anche qualche curiosità che, a me personalmente, ha fatto molto piacere scoprire. Questo libro è bellissimo. Pensate che l’avevo regalato a Topononno per il suo novantatreesimo compleanno e potete immaginare, per uno nato nel 1919, quanta è stata grande l’emozione nel rivedere i vecchi posti in cui giocava a bocce, portava il latte, aspettava la morosa, che i suoi occhi, dal vero, non avevano più potuto vedere a causa dello sviluppo urbano. SONY DSCDal canto mio invece, mi sono divertita a paragonare i luoghi di ieri con gli stessi di oggi, cambiati, mutati completamente ma pur sempre riconoscibili. Ho visto addirittura, in certi angoli, alberi e piante ancora oggi esistenti; più grandi, più alti, ma ancora lì. E’ davvero cosa gradita per gli abitanti di Arma ma anche per chi, ad Arma, non vive ma ama questo genere di cose, credetemi che questo è un documento molto prezioso fatto con cura e passione. Arma, il suo Viale delle Palme, il suo Duomo, la sua Passeggiata a Mare, il suo Hotel Vittoria, tutti punti che la contraddistinguono. Era da tanto che volevo rendere omaggio ad Alessandro e a Dino perchè meritano davvero i miei più sinceri complimenti.

Le immagini però sono le mie, perdonate lo scempio, mi sono divertita a dargli un tono seppia e a metterci una cornice intorno, non voglio rovinarvi la sorpresa che hanno creato per voi i due autori, quindi vi consiglio vivamente di acquistare questo libro! Cosa dovete comprare? Ma eccolo qui:4la meravigliosa raccolta che porta in copertina la chiesetta di San Giuseppe e la Passeggiata del Mare che va verso la Fortezza.

A presto topini, un bacione a tutti.

M.

 

Fata Morgana e il suo mistero

Oggi topetti parleremo (nuovamente) e ammireremo, un fenomeno particolare del quale vi avevo raccontato già tempo fa quiCorsica da M.Ceppo 2012

 

 

 

 

 

http://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2013/01/18/il-miraggio-di-fata-morgana/  (se cliccando non esce nulla andatelo a cercare nel post del 18 gennaio 2013, sono un’imbranata abbiate pazienza!). Oggi però, ho la possibilità di documentare ancor di più, questo fantastico miraggio grazie al mio amico Franco, che mi ha permesso di postare le sue stupende foto. Franco è un abitante della Valle Argentina come me e, come me, ama la natura e tutto quello che ci circonda. Come avrete letto nel vecchio post, si tratta di un miraggio, in cui si vedono luoghi inesistenti o che è impossibile siano lì. Ma non è così semplice. Questo fenomeno, prende il nome dalla leggenda celtica sulla Fata MorganaCorsica dal M.Faudo 1993 che, per non rimanere sola, attirava a se’, con

 

 

 

 

 

 

 

 

l’inganno, marinai e condottieri facendo vedere loro luoghi paradisiaci nei quali ritemprarsi. Ed è un vero spettacolo. Oggi, voglio raccontarvi questa storia attraverso gli occhi di Franco. Attraverso le sue sensazioni e le sue emozioni perchè, dovete credermi topi, questo è un incanto che lascia senza fiato. Franco è un artigiano edile con la passione della fotografia (non vedo l’ora di postarvi qualche altra sua incredibile immagine). Si occupa di ristrutturare i vecchi casoni di campagna, i ruderi tipici della mia zona, che amo tantissimo. La passione dello scattare immagini, lo ha portato a occuparsi, ormai da molti anni, di fotografia prevalentemente naturalistica e birdwatching (per chi non lo sapesse, il birdwatching èCorsica dalla valle Oxentina un hobby inerente

 

 

 

 

 

 

all’osservazione e allo studio degli uccelli in natura. È sinonimo del termine birding, usato in America, e che comprende, oltre all’osservazione, anche l’ascolto e il riconoscimento dei canti, nonchè del territorio). Ed è stato proprio camminando, perlustrando le nostre zone, vivendo questa natura generosa che, Franco, si è imbattuto spesso in questo fenomeno cogliendo delle testimonianze che mi hanno affascinato moltissimo. Come tutti saprete, e soprattutto noi Liguri ne siamo i più grandi spettatori, sull’orizzonte del nostro mare, il profilo della Corsica si può scorgere regolarmente duranteFata Morgana1 le terse giornate invernali. Prevalentemente al mattino. E ogni

 

 

 

 

volta, tutto ciò, è un disegno magico. Un disegno così magico, da sembrare, non sempre, ma a volte sì, forse anche un po’ troppo perfetto e perchè no… forse un po’ troppo magico. Ma andiamo con calma. Mi racconta Franco che, per molti anni, insieme ad alcuni suoi amici, ha cercato di trovare unaFata Morgana2 spiegazione attendibile su tale fenomeno

 

 

 

 

senza mai però, averne una certezza sicura. Sostanzialmente le ipotesi erano due: c’era chi diceva che l’immagine era reale perché la curvatura terrestre in relazione alla distanza che ci separa dalla Corsica (180 km circa), non è sufficiente per nascondere completamente il profilo dell’isola, ma è altresì vero che, a questa distanza, i bassi strati dell’atmosfera, non ne permetterebbero una visione così limpida. La seconda ipotesi, che ora sappiamoFata Morgana3 essere quella più corretta, era quella del miraggio ma, gli strumenti

 

 

 

 

per poterlo dimostrare (pubblicazioni, libri, etc.) erano difficilmente reperibili. Poi, finalmente, è arrivato internet e tutto è stato chiarito. Ora sappiamo che, questo fenomeno, si chiama Miraggio Superiore, esso ci permette di vedere oggetti che stanno oltre la linea dell’orizzonte. Insomma c’è Corsica e Corsica. C’è anche la Corsica che ci viene riflessa. Che si specchia nell’atmosfera e, bellissima, si mostra aFata Morgana4 noi con le sue

 

 

 

 

 

 

 

curve montuose. Il miraggio superiore si verifica in particolari condizioni atmosferiche che coincidono sempre con una elevata trasparenza dell’aria, motivo per il quale, i sostenitori dell’immagine reale, giustificavano la loro teoria. Ma Fata Morgana è ancora un’altra storia. Franco continua il suo racconto: – Innanzitutto, a differenza del miraggio superiore al quale ero abituato, si tratta di un miraggio multiplo, dovuto ad un’ irregolare distribuzione dell’indice di rifrazione, mentre, nel miraggio superiore l’indice di rifrazione assume un valore ben definito -. Un miraggioFata Morgana5 potenziato praticamente. Potete

 

 

 

 

immaginarne la meraviglia? L’emozione è fortissima, la si percepisce negli occhi di chi l’ha conosciuta e, oggi, ce lo può raccontare. E Franco è felice di aver potuto condividere questa emozione con il suo amico Gino, che gli ha confermato di vedere egli stesso quel che vedeva lui. Dinnanzi a loro, in una visioneFata Morgana6 panoramica che le foto

 

 

 

 

non possono rendere spettacolare com’era, all’orizzonte, e al di sopra delle nuvole, si ergeva questa specie di barriera che, oltre ad essere di una bellezza disarmante, era cangiante nel tempo (questo è tipico nel miraggio multiplo). – Il fenomeno è durato molto tempo (almeno due ore) e, spostando lo sguardo verso Ovest, ci siamo accorti che il fenomeno interessavaFata Morgana Francia anche le montagne al confine con la Francia, forse il Monte Grammondo (1.378 mt) -. Il nome “Fata Morgana” ha sempre suscitato in Franco un  qualcosa avvolto da mistero che evoca visioni leggendarie ma ha potuto constatare che, in effetti, si tratta di qualcosa di reale o “quasi”. Un fascino, a prescindere. E adesso, cari topi, dopo questa interessantissima spiegazione, eccovi la descrizione delle immagini che ho postato partendo dall’alto. Allora, la prima e la terza, tutte e due con lo sfondo rosso del cielo, sono state scattate il 09/12/2012 e ripropongono il profilo reale della Corsica. Fata Morgana nuvoleEsse, sono state scattate dal Monte Ceppo e dalla Valle Oxentina

 

 

 

 

 

(se qui nel mio blog, in search o cerca, scrivete questi nomi, vi verranno fuori i miei articoli inerenti a questi luoghi). La seconda, quella con la neve sulle montagne, è invece stata scattata dal Monte Faudo nel 1993. A scendere, dalla quarta foto fino alla nona, eccovi invece il fenomeno denominato Fata Morgana e potete vedere come esso sia cangiante nel tempo. Nella decima foto infatti, ecco che inizia a distinguersi il profilo reale della Corsica nel momento in cui il fenomeno inizia a scemareIMG_2787. Infine, le ultime

 

 

 

 

 

due foto, dimostrano le nuvole e le montagne francesi anch’esse interessate da tale fenomeno. Bhè, topi, io non ho parole, un reportage senza precedenti, cosa ne dite? Molto curioso a mio parere. A questo punto, a me non resta altro che ringraziare infinitamente Franco e complimentarmi con lui per le immagini dettagliate e la ricca spiegazione che mi ha fornito e che ho potuto raccontare a voi; e, sempre a voi, mando un bacione affettuoso… e reale! Giurin, giurella!

Foto di Franco Bianchi.

M.

Ancora porte di Valloria, tutta un’altra storia -parte 2°-

Ed SONY DSCeccoci freschi e riposati, pronti per poter camminare di nuovo per Valloria, questo belllissimo villaggio sopra Imperia.

Ieri SONY DSCabbiamo visto solo alcune delle opere d’arte protagoniste. Oggi continuiamo ad attraversare le sue stradine colorate dai fiori e dall’arte, su e giù per pietre inerpicate. Continuiamo tra le creazioni di  Francesco Casorati, un ricercatore astrattista nel campo delle arti figurative della pittura e della scultura italiana e contemporanea, figlio del grande Casorati che è stato uno dei fondatori della pitturaSONY DSC metafisica. C’è anche Spessot, del 2003. Luciano Spessot e i suoi splendidi coniglietti, bianchi e rossi, che sembrano aspettare un filo di fieno dalla porta della conigliera. Quella rete… sembra metallica. Luciano Spessot vive e lavora a Torino e ci offre una meraviglia particolarmente intrisa di poesia, come dice la targSONY DSCa che lo rappresenta, ideata dall’Associazione “Amici di Valloria”. Il sole caldo ci permette di prendercela con calma, camminare lentamente e accarezzare questi disegni e toccarli, sembra di sentire realmente la loro anima viva e pulsante. Si percepiscono il trasporto, l’entusiasmo dell’autore. Pare di carpirneSONY DSC il carattere, la personalità, quella più allegra, più gioiosa, ma anche quella più seria,  intellettuale, diplomatica.

E così le loro porte che ci stupiscono, ci fanno sorridere, ci impressionano, ci emozionano! Porte, porte, porte… porte di case e di magazzini, di legnaie e di mulini e non c’è la più bella. C’è la più significativa, per me, questa: “L’Attesa” di Sergio Albano. Direttore, nonchè creatore della Scuola d’Arte “Il Gruppo d’Arte di Via Perrone”. Il suo stile è definito raffigurativo, fantastico, con una forte struttura geometrica tridimensionale di ascendenza classica. Questa ragazzina bionda… Mia madre aveva ritagliato daSONY DSC un giornale, parecchi anni fa, questo ritratto e se l’era appeso con lo scotch alle piastrelle della cucina. «SecondoSONY DSC me ti assomiglia», mi aveva detto quando ancora i miei capelli erano lunghissimi e biondi. E oggi rivedo quel ritratto, qui, davanti a me, più grosso di me. Palpabile. Quella ragazzina con il naso all’insù che aveva quel qualcosa di me. Rannicchiata dietro di lei una figura strana, un alieno, un uomo-scimmia, chissà cosa mai avrà significato per il pittore quell’essere. Le paure della ragazza? Ma è buono o è cattivo? Non si capisce. Quante domande mi pongo… E’ bello ragionare su un’opera d’arte e condividere i propri pensieri. Questa grossa porta doppia mi ha portato via parecchio tempo. Mi ci sono soffermata qualche minuto davanti. Mi ha riportata indietro con la memoria.

Ora mi giro, devo continuare. Sono curiosa di scoprire le altre sorprese di Valloria. Mi scontro con gruppi di francesi e di cinesi. Fanno parte di quelle gite organizzate alle quali partecipava sempre la mia topo-zia, e sono qui a Valloria. Questo paesino attira davvero parecchia gente. E’ una piccola perla della Liguria di ponenteSONY DSC e presto ve lo farò conoscere non solo dal punto di vista di questa sua attrazione turistica.

Il mio percorso artistico SONY DSCmi porta verso nord. I gradini ora sono più bassi e più larghi. Svolto a sinistra anche per allontanarmi da quella bolgia di parole e flash di macchine fotografiche che lavorano senza pietà. Ed eccone altre. Altre porte magnifiche contornate da rampicanti che non ho mai visto. Anche la mia macchina per le foto continua senza tregua e, spesso, vuole immortalare le quattro stagioni: c’è l’estate rappresentata dal mare turchese e la primavera ricca di fiori e foglie di un bel verde cupo. E oltre ai fiori e al mare ci sono i monti e gli animali e le persone e le case e i visi e i colori… c’è ogni soggetto che si possa desiderare. Le tinte calde e quelle più fredde. Le figure in rilievo e quelle esaltate soltanto da macchie di colore che… chissà cosa mai vorranno dire… Una panchina in pietra mi permette di sedere. Mi dico che non avrei mai creduto di trovare una cosa così. Non ci sono solo due porticine colorate capite? Sono tantissime, forse non riesco nemmenoSONY DSC a vederle tutte. Qualche gatto mi tiene compagnia, ma non mi fa paura, qui sono tutti paciosi e sornioniSONY DSC, non si accorgono nemmeno delle farfalline che gli volano intorno al muso. Valloria, oltre a essere un paese bellissimo e caratteristico, è anche molto tranquillo, ideale per passare riposanti vacanze. Tutta la vallata è meravigliosa in questo entroterra imperiese. Mi viene da pensare dietro quale porta vorrei vivere, se fossi un’abitante di questo paese. MmmmhSONY DSC, vediamo, potrei essere quella della porta con le stelle, o quella della della porta con l’hawaianaSONY DSC, o con la chiesa, o con l’ulivo. Penso che tra di loro, gli abitanti si conoscono così, rappresentati dalle loro stesse porte in questa pinacoteca all’aperto. E giro, giro e ritorno al “Museo delle cose dimenticate” all’inizio del paese. E’ una raccolta di oggetti smarriti e scordati, originale davvero. Siamo a Valloria “dove si fa baldoria” recitano i manifesti quando ad agosto ci sono gli inviti sparsi per la prSONY DSCovincia per far partecipare la gente alla sagra più importante del paese. Siamo a Valloria nella Val Prino, un borgo davvero suggestivo. Un trionfo di arte che ti rapisce gli occhi e il cuore. Il dolce suono di un detto popolare detto, autografo personale del mio caro amico Fabio: “La portaSONY DSC è aperta per chi sempre porta, perché chi non porta parte”. E, sempre come dice lui, a guardare queste entrate mi verrebbe davvero voglia di dipingere anche la mia, a voi no? Farei una porta di tana pienaSONY DSC di colore! Mi dareste una mano? Che stile usereste voi? Io, devo ammetterlo, sono tutte belle… ma i trompe l’oeil hanno una marcia in più, mi affascinano, non so che dire… Quelle figure che sfruttano anche parte della reale casa, del muro, della pianta, per creare un’opera suggestiva e fuori da ogni regola. Però mi piace molto anche questa tecnica che potete vedere in questa immaSONY DSCgine dove, abbinata alla pittura, c’è della carta metallica dorata. Sembra un’elegantissima tappezzeria con foglietti di rame, stucco, carta e colore. Un collage di talento! Topoamico invece ama l’astrattismo, quelle macchie, quelle onde di toni… Meglio, poi, se portano le tonalità dell’azzurro o del rosso. E’ per questo che mi ha fatto fotografare anche questa bellissima porta di Bruno Missieri, intitolata proprio “Ti porta in cielo”. Tante striature, una miriade di righe ricurve a formare un mare di sfumatureSONY DSC. Missieri vive e lavora a Piacenza e ha studiato, nella Bottega diretta da Ettore Brighenti, l’arte dell’incisioneSONY DSC. Questa porta l’ha creata nel 1997 e, in Valloria, è sicuramente una delle più romantiche e poetiche. Un perfetto incrocio di stilettate bianche, dove la perfezione non conta nulla. E dopo le tenui tinte di Missieri, colori vivi dal deciso carattere in un uovo rotto, un sole che illumina il mondo, un uomo che vola con il suo ombrello come in un quadro di Magritte, un’anziana signora che porta un fascio di legna sulla testa accompagnata dalla sua capra viola che sorride come lei: “Nel ricordo di zia Elvira“. Oh! Quanto mi piacerebbe rimpicciolirne alcune e metterle su una mensolina della mia tana! O appese alla parete come tanti quadretti. Sarebbe come avere in casa i più grandi artisti italiani contemporanei tutti insieme! Pensate… Che meraviglia. Insomma, un po’ abbiamo camminato anche oggi. Vi farò conoscere altre porte quando vi parlerò di questo particolare borgo, quindi me ne tengo qualcuna da parte. Direi che adesso possiamo andare a rinfrescareSONY DSC le nostre affaticate zampette. E allora, per rimanere in tema di porte, spero che il mio “rientro” sia stato di vostroSONY DSC gradimento e spero di avervi fatto fare una bella passeggiata assieme a me. Io mi sono divertita molto e ho arricchito tantissimo il mio sguardo. Un bacione a tutti voi e grazie per la vostra meravigliosa compagnia. La vostra Pigmy.

M.

Il Museo della Lavanda di Ombretta e Michela – riapertura estiva

Vi ricordate quando nel post Il Museo della Lavanda di Carpasio  vi avevo promesso che prima o poi sarei andata a vederlo? Ebbene topi, ho mantenuto la promessa e finalmente sono riuscita a vederlo dal vivo. Il giorno di Libereso GuglielmiPasquetta il museo ha riaperto i battenti a grandi e piccini. Potevo forse  farmi scappare un’occasione così? Ovviamente no. Sono corsa ad assistere a questa nuova apertura e, credetemi, ne è valsa davvero la pena… pensate che ho anche conosciuto il grande Libereso!

Ma, sssst… questo è un altro post che intendo dedicare solo a lui, quindi non vi svelo ancora nulla. Vedete, ha inaugurato lui questo evento, presentando il libro “La Lavanda” del Dott. Guido Rovesti e parlando delle grandi e infinite proprietà officinali di questa pianta che, per nostra grande fortuna, cresce spSONY DSContanea nel nostro territorio.

Dalla Valle Argentina alla Provenza francese, il suolo ne è pieno! Ma oggi, topi, voglio dedicare questo post a Ombretta e Michela, le due simpaticissime ragazze che hanno fatto un grandissimo lavoro, non ci vuole molto a capirlo dalle immagini. Guardate, guardate! Tutte le piante della mia Valle sono appese a essiccare, ognuna con le sue virtù e il proprio caratteristico fiore o la foglia diversa. Un incanto.

Quando sono entrata in questa prima stanza, dove a rapire il mio sguardo haSONY DSC pensato un antico alambicco, sono rimasta estasiata dal profumo di tutte queste erbe. Mi è stato permesso immargere le zampe in quei semi e quelle foglie triturate, che mi hanno lasciato il loro forte odore addosso. Era veramente intenso e piacevole.

Che meraviglia, non sapevo più da che parte girarmi… e quanti oggetti antichi! Cercavo di calmarmiSONY DSC e guardare bene tutto, facendomi prendere dall’euforia per la presenza di tutti questi oggetti. Erano talmente tanti che rischiavo di perderne più della metà. Ecco: mortai e falci, padelle e mestoli… e i mobili! Erano di gran valore!

Sopra di essi, c’erano tutte le arbanelle (barattoli) con le parti utili delle piante in bella mostra.

E siamo proprio nel cuore del Museo, qui, in queste splendide stanze dal pavimento di graniglia e i muri spessi e freschi; siamo nell’Officina delle Erbe di Carpasio, dove non si lavora solo la Lavanda, ma tutte le possibili piante aromatiche che la nostra terra ci offre, e si lavorano con l’aiuto anche delle sorelle Cugge di Agaggio e della loro magnifica Distilleria che un giorno devo farvi conoscere.

Siamo nella terra dei profumi e degli aromi, è ovvio. Quante volte parlandovi del Timo, del Biancospino, dell’Edera, del TrifoglioSONY DSC, vi ho detto quanto siamo fortunati noi, qui? Pensate che nella mia Valle si contano più di 200 specie di piante commestibili e che, ahimè, nessuno conosce e nessuno usa! Ma non preoccupatevi: per quel che potrò, ve le mostrerò io.

Torniamo a girare per questi locali, non abbiamo mica finito, sapete? Sentite qui che buon profumo, sopra questa vecchia credenza in legno ci sono i saponi, quadrati, rigorosamente fatti a mano e impacchettati divinamente con un fiocchetto o un fiorellino essiccato.

Ah! Sono saponi alla Lavanda, ovviamente, ma anche alla Cannella per combattere SONY DSCil raffreddore, allo Zenzero per le infiammazioni, al Timo, ottimo disinfettante… che carini, sono bellissimi anche da regalare. Sono tante, qui, le idee regalo. I miei complimenti alle due proprietarie anche per l’esposizione! Sembra di essere in un mondo fatato.

Di fronte ai saponi, possiamo trovare tanti libri da acquistare, tra questi c’è uno dei miei preferiti: “Cucinare il giardino – le ricette di Libereso” di Libereso Guglielmi, appunto, e sopra le nostre teste, se siamo amanti della lettura, possiamo godere di un’intera biblioteca tutta per noi.

Troviamo ancora altri alambicchi, grandi e antichi. Nel centro delle stanze sembrano re, dominatori di questi luoghi tutti viola e lilla che Ombretta e Michela hanno addobbato con sapienza e maestria. Sono strumenti bellissimi, inSONY DSC rame, in ferro, molto vecchi e pregiati. Chissà quanti medici e alchimisti li hanno usati! Quanti fiori sono stati messi all’interno di questi grossi recipienti e riscaldati sul fuoco della legna… Le proprietà medicamentose delle piante sono molto utili a voi umani e, grazie a questeSONY DSC caldaie per la distillazione, si possono ottenere degli oli essenziali fantastici.

L’arredamento di questi locali mi piace ogni metro di più e guardandomi attorno rimango estasiata. Ci sono grossi sacchi appesi, creati con la stoffa e pieni di Lavanda. Sembrano quei fasci che portavano in testa gli anziani coltivatori di un tempo. Rimango incantata nel vedere una vasca da bagno bianca, molto vintage, in stile liberty, piena di grossi mazzi di questa pianta. E’ una meraviglia!

E una mSONY DSCeraviglia sono le sistemazioni identiche a come le facevano le nostre nonne nelle camere da letto. Ricordo che la mia aveva mazzetti essiccati di Lavanda sul comò e sacchettini nei cassetti della biancheria candida come il latte. SONY DSC

E poi le foto, i quadri appesi al muro a testimoniare le raccolte del passato, le giornate nei campi a ridosso del mare, a coltivare questa speciale pianta, le risate dei contadini e delle contadinelle. Quella pelle abbronzata. Quando nonostante il duro lavoro, si sorrideva sovente.

La Lavanda era per i liguri dell’entroterra una grande fonte di reddito un tempo. E sapete quanti tipi di Lavanda espone questo Museo? Ben 21, pensate! E più di 70 tipi di altre piante. Alcune piante di Lavanda, però, non sono ancora in fiore in questo periodo fa ancora freddino, ma sono comunque arbusti molto belli da vedere, nel loro verde opaco che sembra di velluto.

Non vi annoierete di certo venendo qui e, per sapere orari e altre informazioni, vi riporto nuovamente il dettagliato sito: www.museodellalavanda.it

Ma non è finita, topi! Scendendo al piano inferiore, ho potuto gustare cose che non avevo mai assaggiato in vita mia, a partire dalla buonissima tisana alla Lavanda, che è principalmente digestiva, dolce e tiepida, versata in appositi bicchieriniSONY DSC viola e degli stratosferici dolcetti che ricorderò per sempre.

Mi hanno lasciato in bocca un gusto che non riesco a deSONY DSCscrivere, tanto era buono. Una vera golosità! Ed erano anche molto belli da vedere.

Lo so cosa state pensando: non vi ho ancora detto come fare a venire fin qui (con tutta la famiglia, naturalmente), ma è molto semplice. Una volta arrivati a Carpasio, sopra Montalto, entrate nel paese, fate un breve pezzo di strada, anche a piedi se volete, e poi… be’, vi basterà salire 24 SONY DSCgradini e  il gioco sarà fatto! Il Museo, si trova nel vecchio asilo infantile “Viani”, dove tutto è sulle tonalità del viola, come vi dicevo prima. Non potete sbagliare. Una bicicletta contornata da LavandaSONY DSC funziona da insegna e un bellissimo giardino, piccolo ma tenuto divinamente, mostra alcune specie di questa protagonista, come ad esempio la Roser o la Aromans White Blue. Insomma, una vera cultura.

Spero tanto vi siate divertiti anche oggi a fare questo giro insieme a me, io vi consiglio di venire a visitare questo Museo e non mi rimane che fare ancora tantissimi complimenti alle due ideatrici che saluto e ringrazio per la loro cordiale ospitalità.

E adesso, nel lasciarvi, mi unisco con il cuore SONY DSCalle frasi scritte da loro su una tavola di legno davanti a questa loro opera d’arte e vi aspetto per il prossimo post!SONY DSC

Un bacione a tutti! “Chi con tanto, chi con poco, chi con niente, chi per gioco, e anche a chi ci ha criticato perchè il Museo non l’ha apprezzato. La riconoscenza è doverosa e nominarvi tutti è lieta cosa“. Squit!

M.