La montagna regala anche monete

Quanti regali fa la montagna vero? Ve li ho descritti in lungo e in largo in questi anni ma non vi ho mai detto che regala anche soldi.

Nessuna ricerca e nessun metal detector amici, bensì, qualcosa di ben più suggestivo.

Io e altri topi si parte un giorno di buon mattino con la speranza nel cuore di fare qualche bella foto alle creature di Madre Natura.

La Valle Argentina è ricca di una fauna che purtroppo molti non conoscono ed essendo totalmente libera e selvatica non è detto abbia voglia di mostrarsi.

Neanche il tempo ci dava sicurezze. Avrebbe piovuto? Ci sarebbe stato il sole? Boh? È ovvio che anche il clima ha la sua importanza in fatto di avvistamenti. Non sapevamo nulla ma ci piace l’avventura e abbiamo tentato.

Abbiamo parcheggiato a bordo strada e siamo scesi dall’auto. Zaino in spalla, binocoli e macchine fotografiche. Si era comunque felici. Si stava bene.

La mia Valle mostrava una natura incantata fin dalle prime ore del mattino. Naturalmente si era perplessi e speranzosi allo stesso tempo. Stava iniziando a nevicare e un vento gelido sferzava i nostri musi. Ci incamminiamo. Facciamo i primi metri e uno dei tre topi assieme a me si accuccia verso terra per raccogliere qualcosa. La sua espressione era stranita e dopo poco esclama《Toh! Ho trovato 100 lire!》. Subito non gli abbiamo creduto e invece era proprio vero.

100 vecchie lire brillavano nella sua mano nonostante la polvere che avevano raccolto.

Ma dai! Non possiamo crederci!》dicemmo in coro tutti quanti e, il topo archeologo, avvicinandosi a me, mi regalò quel piccolo tesoro 《Tieni Topina, sono tue》. Ma che bellezza! Il fango e lo sterrato ci avevano appena offerto una specie di simbolo che ora era tra le mie zampe trattenuto caramente.

Guarda di che anno sono?》mi chiese topo fotografo.

1971>> risposi e, rapidamente, nella mia testa, l’addizione diede la soluzione “9” pensai. Il mio numero! Ma che… coincidenza! E voi sapete bene che non credo alle coincidenze. Non dissi nulla e misi via quella moneta per non perderla.

Ci dividemmo dopo qualche passo. Io e topo condottiero da una parte e gli altri due dall’altra. Guarda di qui, guarda di là, nulla… solo una Cinciarella mi diede la soddisfazione di rimanere immortalata nel mio obiettivo e neanche poi molto nitidamente visti la bruma e il vento.

Quando rincontrammo topo archeologo e topo fotografo ci dissero che anche loro non avevano visto nulla di che ma, proprio in quel momento, una coppia di Gheppi meravigliosi iniziò a sorvolare sulle nostre teste. Si lasciarono fotografare con la loro aristocratica apertura alare che planava sulle correnti del cielo, e poi andarono a posarsi contro la falesia di una Rocca dove probabilmente avevano il nido; chiamata da noi Rocca Barbone.

Con gli occhi a fessura, per non perderli di vista, cercai di inquadrarli e suggerire a topo amico dove si erano posati. Mi fece i complimenti perché era difficile vederli mimetizzati contro la roccia nuda. Wow! Ero riuscita anch’io a far qualcosa visto che di solito non vedo nulla neanche col binocolo e, in quei casi, la pazienza degli altri topi è pari a quella di Giobbe quando cercano di farmi adocchiare meraviglie. La magia delle 100 lire stava forse iniziando a fare effetto? Proseguimmo poi, tutti assieme, verso un altro Passo dove la neve decise di lasciare il posto al sole e la mattinata divenne ancora più splendida.

Non ci volle molto a vedere un mucchio di Camosci tutti assieme. Erano tantissimi e topo condottiero mi disse che erano anni che non vedeva una cosa così. Si rincorrevano sulla neve o stavano fermi in branco e, come ripeto, ce n’erano così tanti che ci hanno lasciato stupiti. Era bellissimo vederli su quella neve bianca. Vedemmo anche un Capriolo. Un’Aquila in lontananza, un Codirosso e persino un altro Gheppio, elegante rapace che ci affascinò con il volo definito a “spirito santo”, ossia quando sta fermo in aria, immobile, con le ali aperte. Non ci crederete ma fui io a vederlo per prima, inciampandomi nella neve col naso all’insù, e quindi venni promossa con il titolo di… – Avvistatrice di pennuti – (così suona bene direi).

Che soddisfazione! Non potete immaginare. È stata la mia prima volta. Per me era tanta manna ma ho visto soddisfatti anche gli altri birdwatchers molto più abituati ed esperti di me. Così soddisfatti che, alla fine, persino topo archeologo ha detto《Penso che quelle 100 lire siano state proprio di buon auspicio!》e mi sa che aveva ragione.

La natura non si stanca mai di regalare. Offre senza chiedere nulla in cambio ma forse percepisce l’entusiasmo come riconoscenza di chi la ama.

Mi sono divertita tantissimo, ho vissuto esperienze mai vissute prima e, per una che ama la natura come me, potete immaginare! Ma… chissà chi ha perso quelle 100 lire? Un passante? Un trekker? Un pastore? E quando? Da quanto tempo erano lì ad aspettare noi? Vi lascio libera la fantasia, io vado a prepararvi un altro articolo pensando che qualcosa di magico sempre mi accompagna!

Un bacio ricco.

Le prime foto della Topina ai Camosci Alpini

Cari topi, prendete la lente d’ingrandimento, non ridete e venite con me. Devo condividere con voi le mie prime fotografie… ai Camosci Alpini della Valle Argentina!

Vi credevate che ero in grado di fotografare solo lombrichi e lumache eh? E invece no, e oggi vi stupirò con effetti speciali che, in tanti anni di blog, non vi ho mai mostrato.

Non state a fare i pignoli però. Il mio obiettivo è quello che è, quindi accontentatevi. Il telescopio lo prenderò più avanti.

Ho fatto tanta di quella fatica con queste foto per ritagliarle, ingrandirle e farvele vedere che, alla fine, il pc si era quasi sciolto. Ma guardate! Qualcosa si vede!

Qui ve li ho persino cerchiati in giallo, comprendendo i vostri sforzi, che non mi si dica poi che ho immortalato solo terriccio come mio solito.

Erano splendidi. E tantissimi. Alcuni brucavano nelle zone d’erba lasciate libere dalla neve, alcuni invece mi guardavano e certi si rincorrevano.

 È difficile vederli a occhio nudo soprattutto quando non si è abituati. Si confondono con le rocce ma, il manto bianco della neve, ha reso la mia ricerca decisamente più facile.

Che dite? Sono stata brava?

Non solo non li avevo mai visti così liberi e selvaggi ma, tanto meno, ero mai riuscita a immortalarli con la mia macchina fotografica! E ora sono qui, in una cartella che custodisco gelosamente.

Sono adorabili. Sanno di libertà, di dolcezza e sono molto attenti. Ci vedono benissimo, mica come me.

Giudicandomi “pericolosa” (e pensate che sono grande quanto la punta di un loro orecchio) controllano la distanza. Se mi reputano troppo vicina (e sto parlando di parecchi metri) scappano via così agilmente che fanno impressione. Se invece pensano ch’io sia sufficientemente lontana, allora se ne stanno quieti a farsi i cavoli loro.

Quando scappano, però, non hanno mai una corsa caratterizzata dal terrore. Ogni tanto si fermano e si guardano indietro come a controllare ch’io non li stia inseguendo.

Ma non ci penso neanche! Arrampicarmi a quella maniera su per quelle pietraie così aspre?! Oh per la carità! Come fanno, lo sanno solo loro.

A me basta avere questo ricordo e, di tanto in tanto, guardarmeli, immaginando di essere sempre là, tra quelle cime innevate, quell’aria pulita e quel mondo di fiaba.

Spero siano piaciuti anche a voi e, non temete, cercherò di farne altre ancora migliori.

Un bacio a scatto! Click!

Il panorama dal Passo della Nocciola

Oggi non vi parlo del Passo della Nocciola in sé, al di là che è un piccolo luogo bellissimo e ha un nome stupendo (Slurp! Adoro le Nocciole!) ma vorrei condividere con voi la meravigliosa vista che questo luogo offre.

Ci dirigiamo verso Colle Melosa passando da Molini di Triora e, dopo il Passo dei Fascisti, un altro Passo attira l’attenzione.

Guardate, potete vederlo anche da qui, dal sentiero che dal Passo della Guardia si dirige verso Collardente.

Ovviamente ci sono Noccioli ovunque e, in questo periodo, le loro foglie sono ancora tenere gemme di un verde brillante.

Lasciamo la topo-mobile a bordo strada e io e due miei cari topo-amici ci dirigiamo verso il bordo di un dirupo altissimo, non adatto a chi soffre di vertigini.

Qui la vista è davvero mozzafiato. Ancora una volta la mia Valle mi stupisce in tutto il suo splendore. Un’altra prospettiva che non avevo mai visto e per questo ringrazio i miei gentili ed esperti Cavalieri.

Davanti a me si staglia, contro un cielo terso, Carmo Gerbontina e osservandola attentamente con il binocolo posso vedere passeggiare e brucare su di lei splendidi Camosci Alpini.

Carmo Gerbontina se ne sta lì, quieta, e osserva. Guarda alcuni borghi splendidi della mia Valle dando la schiena al mare.

Ecco infatti laggiù Realdo! E sopra di lui Verdeggia! Ma ci sono anche Borniga e Abenin. Appena l’occhio compone pochi metri con lo sguardo, una nuova meraviglia è pronta ad affacciarsi per lui.

Come sono piccoli visti da qui. Le loro tinte pastello un po’ li confondono al resto del Creato e a una natura che sprigiona una bellezza indescrivibile.

Se mi giro posso vedere anche il Toraggio con il suo riverbero azzurro e, presso di lui, alcuni impavidi esseri umani viaggiano con il parapendio sopra ad un pezzo di mondo che non ha eguali.

Sono su una roccia e sono estasiata. Alcuni punti mostrano un aspetto selvaggio e aspro dato da arbusti legnosi, pietra pulita e rami quasi taglienti. Altri invece sono più floridi, verdeggianti e morbidi. Quest’ultimi celano, oggi, sentieri un tempo molto praticati e assai frequentati. Percorrendoli si andava infatti a raccogliere legna o, se si era passeurs, ci si nascondeva.

Il burrone che vedo è una distesa di Valle che non può essere paragonata a nient’altro. Nonostante sia chiusa tra le montagne che conosco bene, mi da’ l’idea dell’infinito e mi si apre il cuore.

Gli occhi brillano ma non posso certo fare la figura di quella che diventa patetica. Mi comporto quasi come se fossi abituata a tanto splendore, in realtà, dentro di me, l’animo scalpita per l’entusiasmo.

I miei due amici fotografano bellezze a tutto andare e, con il loro sguardo acuto, riconoscono creature che si mimetizzano tra alberi e custi (nel mio dialetto piante arbustive). A occhio nudo individuano varie specie di uccelli o ungulati mentre io, neanche con un telescopio riesco a vederli.

《 Guarda Topina! Sono là! Ce ne sono due! 》mi dicono sperando di farmi vedere quelle creature.

Io, tra l’emozione, la mancanza di esperienza e di abitudine, non vedo un fico secco ma loro sono così pazienti che, alla fine, anche io ho potuto godere della vista di quei fantastici quadrupedi che mi camminavano di fronte. Che regalo immenso mi hanno fatto loro e Madre Natura.

Tra di loro la facevano facile 《 Eccone uno! A destra di quella pianta in basso 》 diceva il primo. E l’altro rispondeva 《 Ah si! Lo vedo! 》. Io pensavo “Ma quale pianta? Ce ne sono duemila di piante!!!” e, per consolarmi, fotografavo Lucertole immobili a godere del primo sole.

Non ridete… anche loro meritano qualche scatto. Mi è sembrato giusto renderle importanti.

Il Passo della Nocciola è un luogo di pace e di un panorama fantastico. Ora non mi rimane che attendere la fine dell’estate per andare a far rifornimento di quei frutti prelibati prima del letargo. Quegli alberi sono molto generosi.

Allora topi, cosa ne dite? Vi è piaciuto questo punto panoramico speciale? I baffi tremano ancora? Tranquilli, ora scendiamo, ma vi aspetto impavidi per il prossimo tour.

Squit!

Arma com’era, Arma com’è

Arma, topi cari, è un paese che si sdraia sulla costa della Liguria di Ponente.

E’ conosciuta meglio come Arma di Taggia ed è praticamente il primo centro della mia Valle. Proprio sul mare.

Arma è quel che si definisce tipicamente una località turistica, dove c’è l’aria buona e un clima invidiato da chiunque.SONY DSCAlcuni la definiscono “cittadina” ma per me è un paese. Un paese tranquillo, forse anche troppo. Anni fa era forse molto più bella di adesso. Ora è cambiata ma, fortunatamente, qualcuno a pensato di tenerla immortalata per sempre, in tutto quel suo splendore, quello di parecchi anni fa, quando non era solo bella… era splendida. SONY DSCA farci questo bellissimo regalo sono stati Alessandro Giacobbe e Dino Pisano che hanno raccolto tutte le immagini di una vecchia Arma e le hanno racchiuse dentro un emozionante e grande libro intitolato proprio “C’era una volta… Arma“.

I due appassionati hanno creato una vera opera d’arte. SONY DSCSi sono messi alla ricerca di foto che ritraggono i luoghi che ancora oggi viviamo, seppur diversi, e li hanno descritti con grande maestria raccontando anche qualche curiosità che, a me personalmente, ha fatto molto piacere scoprire. Questo libro è bellissimo. Pensate che l’avevo regalato a Topononno per il suo novantatreesimo compleanno e potete immaginare, per uno nato nel 1919, quanta è stata grande l’emozione nel rivedere i vecchi posti in cui giocava a bocce, portava il latte, aspettava la morosa, che i suoi occhi, dal vero, non avevano più potuto vedere a causa dello sviluppo urbano. SONY DSCDal canto mio invece, mi sono divertita a paragonare i luoghi di ieri con gli stessi di oggi, cambiati, mutati completamente ma pur sempre riconoscibili. Ho visto addirittura, in certi angoli, alberi e piante ancora oggi esistenti; più grandi, più alti, ma ancora lì. E’ davvero cosa gradita per gli abitanti di Arma ma anche per chi, ad Arma, non vive ma ama questo genere di cose, credetemi che questo è un documento molto prezioso fatto con cura e passione. Arma, il suo Viale delle Palme, il suo Duomo, la sua Passeggiata a Mare, il suo Hotel Vittoria, tutti punti che la contraddistinguono. Era da tanto che volevo rendere omaggio ad Alessandro e a Dino perchè meritano davvero i miei più sinceri complimenti.

Le immagini però sono le mie, perdonate lo scempio, mi sono divertita a dargli un tono seppia e a metterci una cornice intorno, non voglio rovinarvi la sorpresa che hanno creato per voi i due autori, quindi vi consiglio vivamente di acquistare questo libro! Cosa dovete comprare? Ma eccolo qui:4la meravigliosa raccolta che porta in copertina la chiesetta di San Giuseppe e la Passeggiata del Mare che va verso la Fortezza.

A presto topini, un bacione a tutti.

M.

 

Fata Morgana e il suo mistero

Oggi topetti parleremo (nuovamente) e ammireremo, un fenomeno particolare del quale vi avevo raccontato già tempo fa quiCorsica da M.Ceppo 2012

 

 

 

 

 

http://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2013/01/18/il-miraggio-di-fata-morgana/  (se cliccando non esce nulla andatelo a cercare nel post del 18 gennaio 2013, sono un’imbranata abbiate pazienza!). Oggi però, ho la possibilità di documentare ancor di più, questo fantastico miraggio grazie al mio amico Franco, che mi ha permesso di postare le sue stupende foto. Franco è un abitante della Valle Argentina come me e, come me, ama la natura e tutto quello che ci circonda. Come avrete letto nel vecchio post, si tratta di un miraggio, in cui si vedono luoghi inesistenti o che è impossibile siano lì. Ma non è così semplice. Questo fenomeno, prende il nome dalla leggenda celtica sulla Fata MorganaCorsica dal M.Faudo 1993 che, per non rimanere sola, attirava a se’, con

 

 

 

 

 

 

 

 

l’inganno, marinai e condottieri facendo vedere loro luoghi paradisiaci nei quali ritemprarsi. Ed è un vero spettacolo. Oggi, voglio raccontarvi questa storia attraverso gli occhi di Franco. Attraverso le sue sensazioni e le sue emozioni perchè, dovete credermi topi, questo è un incanto che lascia senza fiato. Franco è un artigiano edile con la passione della fotografia (non vedo l’ora di postarvi qualche altra sua incredibile immagine). Si occupa di ristrutturare i vecchi casoni di campagna, i ruderi tipici della mia zona, che amo tantissimo. La passione dello scattare immagini, lo ha portato a occuparsi, ormai da molti anni, di fotografia prevalentemente naturalistica e birdwatching (per chi non lo sapesse, il birdwatching èCorsica dalla valle Oxentina un hobby inerente

 

 

 

 

 

 

all’osservazione e allo studio degli uccelli in natura. È sinonimo del termine birding, usato in America, e che comprende, oltre all’osservazione, anche l’ascolto e il riconoscimento dei canti, nonchè del territorio). Ed è stato proprio camminando, perlustrando le nostre zone, vivendo questa natura generosa che, Franco, si è imbattuto spesso in questo fenomeno cogliendo delle testimonianze che mi hanno affascinato moltissimo. Come tutti saprete, e soprattutto noi Liguri ne siamo i più grandi spettatori, sull’orizzonte del nostro mare, il profilo della Corsica si può scorgere regolarmente duranteFata Morgana1 le terse giornate invernali. Prevalentemente al mattino. E ogni

 

 

 

 

volta, tutto ciò, è un disegno magico. Un disegno così magico, da sembrare, non sempre, ma a volte sì, forse anche un po’ troppo perfetto e perchè no… forse un po’ troppo magico. Ma andiamo con calma. Mi racconta Franco che, per molti anni, insieme ad alcuni suoi amici, ha cercato di trovare unaFata Morgana2 spiegazione attendibile su tale fenomeno

 

 

 

 

senza mai però, averne una certezza sicura. Sostanzialmente le ipotesi erano due: c’era chi diceva che l’immagine era reale perché la curvatura terrestre in relazione alla distanza che ci separa dalla Corsica (180 km circa), non è sufficiente per nascondere completamente il profilo dell’isola, ma è altresì vero che, a questa distanza, i bassi strati dell’atmosfera, non ne permetterebbero una visione così limpida. La seconda ipotesi, che ora sappiamoFata Morgana3 essere quella più corretta, era quella del miraggio ma, gli strumenti

 

 

 

 

per poterlo dimostrare (pubblicazioni, libri, etc.) erano difficilmente reperibili. Poi, finalmente, è arrivato internet e tutto è stato chiarito. Ora sappiamo che, questo fenomeno, si chiama Miraggio Superiore, esso ci permette di vedere oggetti che stanno oltre la linea dell’orizzonte. Insomma c’è Corsica e Corsica. C’è anche la Corsica che ci viene riflessa. Che si specchia nell’atmosfera e, bellissima, si mostra aFata Morgana4 noi con le sue

 

 

 

 

 

 

 

curve montuose. Il miraggio superiore si verifica in particolari condizioni atmosferiche che coincidono sempre con una elevata trasparenza dell’aria, motivo per il quale, i sostenitori dell’immagine reale, giustificavano la loro teoria. Ma Fata Morgana è ancora un’altra storia. Franco continua il suo racconto: – Innanzitutto, a differenza del miraggio superiore al quale ero abituato, si tratta di un miraggio multiplo, dovuto ad un’ irregolare distribuzione dell’indice di rifrazione, mentre, nel miraggio superiore l’indice di rifrazione assume un valore ben definito -. Un miraggioFata Morgana5 potenziato praticamente. Potete

 

 

 

 

immaginarne la meraviglia? L’emozione è fortissima, la si percepisce negli occhi di chi l’ha conosciuta e, oggi, ce lo può raccontare. E Franco è felice di aver potuto condividere questa emozione con il suo amico Gino, che gli ha confermato di vedere egli stesso quel che vedeva lui. Dinnanzi a loro, in una visioneFata Morgana6 panoramica che le foto

 

 

 

 

non possono rendere spettacolare com’era, all’orizzonte, e al di sopra delle nuvole, si ergeva questa specie di barriera che, oltre ad essere di una bellezza disarmante, era cangiante nel tempo (questo è tipico nel miraggio multiplo). – Il fenomeno è durato molto tempo (almeno due ore) e, spostando lo sguardo verso Ovest, ci siamo accorti che il fenomeno interessavaFata Morgana Francia anche le montagne al confine con la Francia, forse il Monte Grammondo (1.378 mt) -. Il nome “Fata Morgana” ha sempre suscitato in Franco un  qualcosa avvolto da mistero che evoca visioni leggendarie ma ha potuto constatare che, in effetti, si tratta di qualcosa di reale o “quasi”. Un fascino, a prescindere. E adesso, cari topi, dopo questa interessantissima spiegazione, eccovi la descrizione delle immagini che ho postato partendo dall’alto. Allora, la prima e la terza, tutte e due con lo sfondo rosso del cielo, sono state scattate il 09/12/2012 e ripropongono il profilo reale della Corsica. Fata Morgana nuvoleEsse, sono state scattate dal Monte Ceppo e dalla Valle Oxentina

 

 

 

 

 

(se qui nel mio blog, in search o cerca, scrivete questi nomi, vi verranno fuori i miei articoli inerenti a questi luoghi). La seconda, quella con la neve sulle montagne, è invece stata scattata dal Monte Faudo nel 1993. A scendere, dalla quarta foto fino alla nona, eccovi invece il fenomeno denominato Fata Morgana e potete vedere come esso sia cangiante nel tempo. Nella decima foto infatti, ecco che inizia a distinguersi il profilo reale della Corsica nel momento in cui il fenomeno inizia a scemareIMG_2787. Infine, le ultime

 

 

 

 

 

due foto, dimostrano le nuvole e le montagne francesi anch’esse interessate da tale fenomeno. Bhè, topi, io non ho parole, un reportage senza precedenti, cosa ne dite? Molto curioso a mio parere. A questo punto, a me non resta altro che ringraziare infinitamente Franco e complimentarmi con lui per le immagini dettagliate e la ricca spiegazione che mi ha fornito e che ho potuto raccontare a voi; e, sempre a voi, mando un bacione affettuoso… e reale! Giurin, giurella!

Foto di Franco Bianchi.

M.

Ancora porte di Valloria, tutta un’altra storia -parte 2°-

Ed SONY DSCeccoci freschi e riposati, pronti per poter camminare di nuovo per Valloria, questo belllissimo villaggio sopra Imperia.

Ieri SONY DSCabbiamo visto solo alcune delle opere d’arte protagoniste. Oggi continuiamo ad attraversare le sue stradine colorate dai fiori e dall’arte, su e giù per pietre inerpicate. Continuiamo tra le creazioni di  Francesco Casorati, un ricercatore astrattista nel campo delle arti figurative della pittura e della scultura italiana e contemporanea, figlio del grande Casorati che è stato uno dei fondatori della pitturaSONY DSC metafisica. C’è anche Spessot, del 2003. Luciano Spessot e i suoi splendidi coniglietti, bianchi e rossi, che sembrano aspettare un filo di fieno dalla porta della conigliera. Quella rete… sembra metallica. Luciano Spessot vive e lavora a Torino e ci offre una meraviglia particolarmente intrisa di poesia, come dice la targSONY DSCa che lo rappresenta, ideata dall’Associazione “Amici di Valloria”. Il sole caldo ci permette di prendercela con calma, camminare lentamente e accarezzare questi disegni e toccarli, sembra di sentire realmente la loro anima viva e pulsante. Si percepiscono il trasporto, l’entusiasmo dell’autore. Pare di carpirneSONY DSC il carattere, la personalità, quella più allegra, più gioiosa, ma anche quella più seria,  intellettuale, diplomatica.

E così le loro porte che ci stupiscono, ci fanno sorridere, ci impressionano, ci emozionano! Porte, porte, porte… porte di case e di magazzini, di legnaie e di mulini e non c’è la più bella. C’è la più significativa, per me, questa: “L’Attesa” di Sergio Albano. Direttore, nonchè creatore della Scuola d’Arte “Il Gruppo d’Arte di Via Perrone”. Il suo stile è definito raffigurativo, fantastico, con una forte struttura geometrica tridimensionale di ascendenza classica. Questa ragazzina bionda… Mia madre aveva ritagliato daSONY DSC un giornale, parecchi anni fa, questo ritratto e se l’era appeso con lo scotch alle piastrelle della cucina. «SecondoSONY DSC me ti assomiglia», mi aveva detto quando ancora i miei capelli erano lunghissimi e biondi. E oggi rivedo quel ritratto, qui, davanti a me, più grosso di me. Palpabile. Quella ragazzina con il naso all’insù che aveva quel qualcosa di me. Rannicchiata dietro di lei una figura strana, un alieno, un uomo-scimmia, chissà cosa mai avrà significato per il pittore quell’essere. Le paure della ragazza? Ma è buono o è cattivo? Non si capisce. Quante domande mi pongo… E’ bello ragionare su un’opera d’arte e condividere i propri pensieri. Questa grossa porta doppia mi ha portato via parecchio tempo. Mi ci sono soffermata qualche minuto davanti. Mi ha riportata indietro con la memoria.

Ora mi giro, devo continuare. Sono curiosa di scoprire le altre sorprese di Valloria. Mi scontro con gruppi di francesi e di cinesi. Fanno parte di quelle gite organizzate alle quali partecipava sempre la mia topo-zia, e sono qui a Valloria. Questo paesino attira davvero parecchia gente. E’ una piccola perla della Liguria di ponenteSONY DSC e presto ve lo farò conoscere non solo dal punto di vista di questa sua attrazione turistica.

Il mio percorso artistico SONY DSCmi porta verso nord. I gradini ora sono più bassi e più larghi. Svolto a sinistra anche per allontanarmi da quella bolgia di parole e flash di macchine fotografiche che lavorano senza pietà. Ed eccone altre. Altre porte magnifiche contornate da rampicanti che non ho mai visto. Anche la mia macchina per le foto continua senza tregua e, spesso, vuole immortalare le quattro stagioni: c’è l’estate rappresentata dal mare turchese e la primavera ricca di fiori e foglie di un bel verde cupo. E oltre ai fiori e al mare ci sono i monti e gli animali e le persone e le case e i visi e i colori… c’è ogni soggetto che si possa desiderare. Le tinte calde e quelle più fredde. Le figure in rilievo e quelle esaltate soltanto da macchie di colore che… chissà cosa mai vorranno dire… Una panchina in pietra mi permette di sedere. Mi dico che non avrei mai creduto di trovare una cosa così. Non ci sono solo due porticine colorate capite? Sono tantissime, forse non riesco nemmenoSONY DSC a vederle tutte. Qualche gatto mi tiene compagnia, ma non mi fa paura, qui sono tutti paciosi e sornioniSONY DSC, non si accorgono nemmeno delle farfalline che gli volano intorno al muso. Valloria, oltre a essere un paese bellissimo e caratteristico, è anche molto tranquillo, ideale per passare riposanti vacanze. Tutta la vallata è meravigliosa in questo entroterra imperiese. Mi viene da pensare dietro quale porta vorrei vivere, se fossi un’abitante di questo paese. MmmmhSONY DSC, vediamo, potrei essere quella della porta con le stelle, o quella della della porta con l’hawaianaSONY DSC, o con la chiesa, o con l’ulivo. Penso che tra di loro, gli abitanti si conoscono così, rappresentati dalle loro stesse porte in questa pinacoteca all’aperto. E giro, giro e ritorno al “Museo delle cose dimenticate” all’inizio del paese. E’ una raccolta di oggetti smarriti e scordati, originale davvero. Siamo a Valloria “dove si fa baldoria” recitano i manifesti quando ad agosto ci sono gli inviti sparsi per la prSONY DSCovincia per far partecipare la gente alla sagra più importante del paese. Siamo a Valloria nella Val Prino, un borgo davvero suggestivo. Un trionfo di arte che ti rapisce gli occhi e il cuore. Il dolce suono di un detto popolare detto, autografo personale del mio caro amico Fabio: “La portaSONY DSC è aperta per chi sempre porta, perché chi non porta parte”. E, sempre come dice lui, a guardare queste entrate mi verrebbe davvero voglia di dipingere anche la mia, a voi no? Farei una porta di tana pienaSONY DSC di colore! Mi dareste una mano? Che stile usereste voi? Io, devo ammetterlo, sono tutte belle… ma i trompe l’oeil hanno una marcia in più, mi affascinano, non so che dire… Quelle figure che sfruttano anche parte della reale casa, del muro, della pianta, per creare un’opera suggestiva e fuori da ogni regola. Però mi piace molto anche questa tecnica che potete vedere in questa immaSONY DSCgine dove, abbinata alla pittura, c’è della carta metallica dorata. Sembra un’elegantissima tappezzeria con foglietti di rame, stucco, carta e colore. Un collage di talento! Topoamico invece ama l’astrattismo, quelle macchie, quelle onde di toni… Meglio, poi, se portano le tonalità dell’azzurro o del rosso. E’ per questo che mi ha fatto fotografare anche questa bellissima porta di Bruno Missieri, intitolata proprio “Ti porta in cielo”. Tante striature, una miriade di righe ricurve a formare un mare di sfumatureSONY DSC. Missieri vive e lavora a Piacenza e ha studiato, nella Bottega diretta da Ettore Brighenti, l’arte dell’incisioneSONY DSC. Questa porta l’ha creata nel 1997 e, in Valloria, è sicuramente una delle più romantiche e poetiche. Un perfetto incrocio di stilettate bianche, dove la perfezione non conta nulla. E dopo le tenui tinte di Missieri, colori vivi dal deciso carattere in un uovo rotto, un sole che illumina il mondo, un uomo che vola con il suo ombrello come in un quadro di Magritte, un’anziana signora che porta un fascio di legna sulla testa accompagnata dalla sua capra viola che sorride come lei: “Nel ricordo di zia Elvira“. Oh! Quanto mi piacerebbe rimpicciolirne alcune e metterle su una mensolina della mia tana! O appese alla parete come tanti quadretti. Sarebbe come avere in casa i più grandi artisti italiani contemporanei tutti insieme! Pensate… Che meraviglia. Insomma, un po’ abbiamo camminato anche oggi. Vi farò conoscere altre porte quando vi parlerò di questo particolare borgo, quindi me ne tengo qualcuna da parte. Direi che adesso possiamo andare a rinfrescareSONY DSC le nostre affaticate zampette. E allora, per rimanere in tema di porte, spero che il mio “rientro” sia stato di vostroSONY DSC gradimento e spero di avervi fatto fare una bella passeggiata assieme a me. Io mi sono divertita molto e ho arricchito tantissimo il mio sguardo. Un bacione a tutti voi e grazie per la vostra meravigliosa compagnia. La vostra Pigmy.

M.

Il Museo della Lavanda di Ombretta e Michela – riapertura estiva

Vi ricordate quando nel post Il Museo della Lavanda di Carpasio  vi avevo promesso che prima o poi sarei andata a vederlo? Ebbene topi, ho mantenuto la promessa e finalmente sono riuscita a vederlo dal vivo. Il giorno di Libereso GuglielmiPasquetta il museo ha riaperto i battenti a grandi e piccini. Potevo forse  farmi scappare un’occasione così? Ovviamente no. Sono corsa ad assistere a questa nuova apertura e, credetemi, ne è valsa davvero la pena… pensate che ho anche conosciuto il grande Libereso!

Ma, sssst… questo è un altro post che intendo dedicare solo a lui, quindi non vi svelo ancora nulla. Vedete, ha inaugurato lui questo evento, presentando il libro “La Lavanda” del Dott. Guido Rovesti e parlando delle grandi e infinite proprietà officinali di questa pianta che, per nostra grande fortuna, cresce spSONY DSContanea nel nostro territorio.

Dalla Valle Argentina alla Provenza francese, il suolo ne è pieno! Ma oggi, topi, voglio dedicare questo post a Ombretta e Michela, le due simpaticissime ragazze che hanno fatto un grandissimo lavoro, non ci vuole molto a capirlo dalle immagini. Guardate, guardate! Tutte le piante della mia Valle sono appese a essiccare, ognuna con le sue virtù e il proprio caratteristico fiore o la foglia diversa. Un incanto.

Quando sono entrata in questa prima stanza, dove a rapire il mio sguardo haSONY DSC pensato un antico alambicco, sono rimasta estasiata dal profumo di tutte queste erbe. Mi è stato permesso immargere le zampe in quei semi e quelle foglie triturate, che mi hanno lasciato il loro forte odore addosso. Era veramente intenso e piacevole.

Che meraviglia, non sapevo più da che parte girarmi… e quanti oggetti antichi! Cercavo di calmarmiSONY DSC e guardare bene tutto, facendomi prendere dall’euforia per la presenza di tutti questi oggetti. Erano talmente tanti che rischiavo di perderne più della metà. Ecco: mortai e falci, padelle e mestoli… e i mobili! Erano di gran valore!

Sopra di essi, c’erano tutte le arbanelle (barattoli) con le parti utili delle piante in bella mostra.

E siamo proprio nel cuore del Museo, qui, in queste splendide stanze dal pavimento di graniglia e i muri spessi e freschi; siamo nell’Officina delle Erbe di Carpasio, dove non si lavora solo la Lavanda, ma tutte le possibili piante aromatiche che la nostra terra ci offre, e si lavorano con l’aiuto anche delle sorelle Cugge di Agaggio e della loro magnifica Distilleria che un giorno devo farvi conoscere.

Siamo nella terra dei profumi e degli aromi, è ovvio. Quante volte parlandovi del Timo, del Biancospino, dell’Edera, del TrifoglioSONY DSC, vi ho detto quanto siamo fortunati noi, qui? Pensate che nella mia Valle si contano più di 200 specie di piante commestibili e che, ahimè, nessuno conosce e nessuno usa! Ma non preoccupatevi: per quel che potrò, ve le mostrerò io.

Torniamo a girare per questi locali, non abbiamo mica finito, sapete? Sentite qui che buon profumo, sopra questa vecchia credenza in legno ci sono i saponi, quadrati, rigorosamente fatti a mano e impacchettati divinamente con un fiocchetto o un fiorellino essiccato.

Ah! Sono saponi alla Lavanda, ovviamente, ma anche alla Cannella per combattere SONY DSCil raffreddore, allo Zenzero per le infiammazioni, al Timo, ottimo disinfettante… che carini, sono bellissimi anche da regalare. Sono tante, qui, le idee regalo. I miei complimenti alle due proprietarie anche per l’esposizione! Sembra di essere in un mondo fatato.

Di fronte ai saponi, possiamo trovare tanti libri da acquistare, tra questi c’è uno dei miei preferiti: “Cucinare il giardino – le ricette di Libereso” di Libereso Guglielmi, appunto, e sopra le nostre teste, se siamo amanti della lettura, possiamo godere di un’intera biblioteca tutta per noi.

Troviamo ancora altri alambicchi, grandi e antichi. Nel centro delle stanze sembrano re, dominatori di questi luoghi tutti viola e lilla che Ombretta e Michela hanno addobbato con sapienza e maestria. Sono strumenti bellissimi, inSONY DSC rame, in ferro, molto vecchi e pregiati. Chissà quanti medici e alchimisti li hanno usati! Quanti fiori sono stati messi all’interno di questi grossi recipienti e riscaldati sul fuoco della legna… Le proprietà medicamentose delle piante sono molto utili a voi umani e, grazie a questeSONY DSC caldaie per la distillazione, si possono ottenere degli oli essenziali fantastici.

L’arredamento di questi locali mi piace ogni metro di più e guardandomi attorno rimango estasiata. Ci sono grossi sacchi appesi, creati con la stoffa e pieni di Lavanda. Sembrano quei fasci che portavano in testa gli anziani coltivatori di un tempo. Rimango incantata nel vedere una vasca da bagno bianca, molto vintage, in stile liberty, piena di grossi mazzi di questa pianta. E’ una meraviglia!

E una mSONY DSCeraviglia sono le sistemazioni identiche a come le facevano le nostre nonne nelle camere da letto. Ricordo che la mia aveva mazzetti essiccati di Lavanda sul comò e sacchettini nei cassetti della biancheria candida come il latte. SONY DSC

E poi le foto, i quadri appesi al muro a testimoniare le raccolte del passato, le giornate nei campi a ridosso del mare, a coltivare questa speciale pianta, le risate dei contadini e delle contadinelle. Quella pelle abbronzata. Quando nonostante il duro lavoro, si sorrideva sovente.

La Lavanda era per i liguri dell’entroterra una grande fonte di reddito un tempo. E sapete quanti tipi di Lavanda espone questo Museo? Ben 21, pensate! E più di 70 tipi di altre piante. Alcune piante di Lavanda, però, non sono ancora in fiore in questo periodo fa ancora freddino, ma sono comunque arbusti molto belli da vedere, nel loro verde opaco che sembra di velluto.

Non vi annoierete di certo venendo qui e, per sapere orari e altre informazioni, vi riporto nuovamente il dettagliato sito: www.museodellalavanda.it

Ma non è finita, topi! Scendendo al piano inferiore, ho potuto gustare cose che non avevo mai assaggiato in vita mia, a partire dalla buonissima tisana alla Lavanda, che è principalmente digestiva, dolce e tiepida, versata in appositi bicchieriniSONY DSC viola e degli stratosferici dolcetti che ricorderò per sempre.

Mi hanno lasciato in bocca un gusto che non riesco a deSONY DSCscrivere, tanto era buono. Una vera golosità! Ed erano anche molto belli da vedere.

Lo so cosa state pensando: non vi ho ancora detto come fare a venire fin qui (con tutta la famiglia, naturalmente), ma è molto semplice. Una volta arrivati a Carpasio, sopra Montalto, entrate nel paese, fate un breve pezzo di strada, anche a piedi se volete, e poi… be’, vi basterà salire 24 SONY DSCgradini e  il gioco sarà fatto! Il Museo, si trova nel vecchio asilo infantile “Viani”, dove tutto è sulle tonalità del viola, come vi dicevo prima. Non potete sbagliare. Una bicicletta contornata da LavandaSONY DSC funziona da insegna e un bellissimo giardino, piccolo ma tenuto divinamente, mostra alcune specie di questa protagonista, come ad esempio la Roser o la Aromans White Blue. Insomma, una vera cultura.

Spero tanto vi siate divertiti anche oggi a fare questo giro insieme a me, io vi consiglio di venire a visitare questo Museo e non mi rimane che fare ancora tantissimi complimenti alle due ideatrici che saluto e ringrazio per la loro cordiale ospitalità.

E adesso, nel lasciarvi, mi unisco con il cuore SONY DSCalle frasi scritte da loro su una tavola di legno davanti a questa loro opera d’arte e vi aspetto per il prossimo post!SONY DSC

Un bacione a tutti! “Chi con tanto, chi con poco, chi con niente, chi per gioco, e anche a chi ci ha criticato perchè il Museo non l’ha apprezzato. La riconoscenza è doverosa e nominarvi tutti è lieta cosa“. Squit!

M.

Topo Nonna e la Fornace Rossat

Raccogliere garofani sulla collina dei Castelletti era un passatempo, a confronto di ciò che rappresentava il lavoro alla fornace e Topo Nonna lo sapeva bene quando le sue mani trasformavano l’argilla rossa in mattoncini per costruire nuove case. Erano piccoli, appena 25 centimetri di lunghezza e 5 di spessore. Erano gli anni della prima metà del ‘900 e lo stabilimento “Rossat e Arnaldi”, destinato alla produzione di laterizi, dava da lavorare a parecchie persone. Dove oggi sorge la più grande rotonda di tutti i tempi, proprio dove vedete quel palazzo marrone di cinque piani nella foto, un tempo c’era la fabbrica di laterizi di Arma di Taggia e la mia nonna vi lavorava. Non c’erano l’asfalto e le insegne, e le auto non erano come quelle che vedete nell’immagine recente di oggi.

Fino al boom economico, dopo la Seconda Guerra Mondiale, da qui sono partiti mattoni e tegole che hanno contribuito alla costruzione della nuova Riviera. Qui si producevano i materiali utili per la gran parte della Liguria, credetemi! C’era da darsi da fare!

Come descrivono Dino Pisano, collezionista di foto d’epoca e caro amico, e Alessandro Giacobbe nel libro “C’era una volta Arma – storia per immagini di una città marinara”, possiamo notare come lo stabilimento raccolga una tradizione locale di fabbricazione di laterizi, adattandolo alla grandiosità della rivoluzione industriale. Questa fornace venne acquisita dal Conte Ernesto Naselli Feo, aiutato dal Conte della Lengueglia, a fine ‘800 ancora con la ragione “Rossat & Gissey”, per divenire poi quella che ancora oggi tutti ricordiamo, “Rossat & Arnaldi”.

Il Conte Ernesto Naselli Feo fu una grande personalità per il paese di Arma. La sua famiglia, savonese d’origine, aveva acquistato nel 1833 il castello dei Marchesi Del Carretto di Carcare e, su progetto dell’architetto SONY DSCCortese di Savona, divenne il Palazzo Municipale e l’asilo infantile. Ad Arma invece,  la villa Naselli Feo, si trova ancora oggi all’inizio della strada carrozzabile storica per Taggia: la via de Le Levà, o via San Francesco. L’edificio aveva mediamente sei o sette vani per piano, che erano tre, se si conta anche una specie di mansarda in cima. L’edificio fu costruito nel 1914. La magione è separata dalla strada da una balaustra di mattoni pieni color vermiglio, ovviamente prodotti nella vicina fornace. Tante le piante all’interno del parco, ma sono molto vicine tra di loro, alte e fitte; non è permesso guardare all’interno delle cinta. Tutto vive come in un mistero.

Ai tempi della mia nonna,  la fabbrica occupava centinaia di operai, uomini e donne indifferentemente, ed era collegata alla stazione mediante un binario privato, il quale trasportava grossi carri di metallo pieni di prodotti. I carrelli che viaggiavano avanti e indietro, tutto il giorno e tutti i giorni, dal mare alla via Aurelia. Le strutture principali sono di nuova costruzione, successiva al 1909, con 14 camere di cottura. C’era molto lavoro a quell’epoca. In fondo, come dicono sempre i nostri vecchi: “Si stava meglio quando si stava peggio”.

Si può dire che Ernesto Naselli Feo e il figlio Francesco siano stati protagonisti della vita industriale armese della prima metà del Novecento e sono ricordati ancora oggi, come ancora si ricordano le mani rovinate dei nostri nonni che tutti i giorni producevano mattoni fatti a mano, pezzo per pezzo, avvalendosi della lunga esperienza di tanti, tanti anni di ininterrotta attività. Erano manufatti di gran pregio. I nostri parenti si alzavano presto al mattino e, godendo solo di una breve pausa, passavano tutto il giorno a respirare quelle polveri.

Le favolose argille, il giusto impasto, la lenta essicazione all’aperto, la cottura ad alta temperatura nei forni, la straordinaria esperienza che veniva spesso messa a disposizione dai maestri mattonai che portavano avanti non solo un mestiere ma una vera e propria tradizione… Tutto ciò fa del cotto della fornace, un prodotto unico nel suo genere, di grande affidabilità, resistente al gelo, al fuoco, all’umidità, agli sbalzi termici, all’usura e particolarmente apprezzato sia per il ripristino di antichi edifici che per la costruzione dei nuovi. Questo si può appurare ancora oggi facendo caso ai mattoni che, posti in passato, sono ancora perfetti, nello stesso punto così come le tegole. I mattoni pieni erano usati già  nell’antico Egitto impastando la terra con l’acqua. La parola laterizio, che oggi intende identificare diversi tipi di lavorati, era un tempo usata per nominare solo ed esclusivamente il mattone, un prodotto utile dove mancavano altri materiali adatti alla costruzione delle dimore come il legno o la pietra. Il mattone pieno è oggi sostituito da quello forato perchè più leggero e permette un risparmio di materiale.

Oggi mi piacerebbe ascoltare la mia nonna e chiederle com’erano quelle giornate, l’odore che sentiva e cosa le rimbombava nelle orecchie. Vorrei sentire raccontare dei fumi e del calore e il peso sulla schiena, che verso sera diventava dolente. Vorrei mi raccontasse delle risate seduta insieme alle sue colleghe dietro a un furgone, mentre si recavano al lavoro, come dimostrano le vecchie foto che possiedo in bianco e nero, dove Nonna sorride.

Nonostante tutto, sorride.

E con il ricordo di questo sorriso io vi lascio uno dei miei migliori baci, topi cari.

M.

Ma dove va a finire il cielo

Ma dove va a finire il cielo… magari dove dormi tu… e respirare sul tuo seno… amo… amo… “. Così cantava Fausto Leali qualche anno fa. Forse Fausto era passato di qui, dalla Valle Argentina. Cari topi, non ho qualcosa di preciso da raccontarvi, ma ditemi: potevo, forse, non farvi vedere queste splendide immagini? Direi di no. Ecco Il mio cielo.

Ve l’avevo già fatto conoscere, dovrei farvelo vedere ogni giorno, ma in questo periodopiovoso, trovarsi cotanta bellezza sul capo mi sembra quasi impossibile. Mi sento fortunata. Ho già detto anche questo, lo so. Be’? Siete invidiosi?

E’  possibile vedere una cosa così bella? E questa volta, (mi duole un po’ ammettere quando l’allievo supera il maestro, ma devo farlo) dobbiamo ringraziare unicamente la mia fantastica amica-socia e… sì, fotografa Niky. Pensate che ormai in famiglia non la chiamiamo più Niky, bensì Nikon! Ovvio no?! E battezzata così ormai, chi la ferma più?

Vedete, non sempre noi topi siamo pronti e svelti con tanto di macchina fotografica già dalle prime ore del mattino. Lei, invece, appartiene a un’altra razza, ve l’avevo detto. E’ una razza che dorme poco, dev’essere quella più orientata verso i conigli, io, invece, piego verso il ghir, il mio migliore amico.

Suvvia, sto scherzando su questo, ma è pura realtà se vi dico che alle otto e trenta di sera la mia socia già sbadiglia. Si spegne, e nulla più si può ottenere.

Dopo questa sequenza di foto non posso che perdonarla e, naturalmente, ringraziarla. Hai colto momenti meravigliosi. Brava Nikon!

Insomma, questo cielo era da condividere con tutti nella speranza che possa avverare tutti i vostri desideri. Io ci penso sempre, quando lo guardo, e so che lo fa anche Niky. Secondo noi ha un potere ancora più grande di quello che possiamo immaginare. Ve lo regaliamo assieme a un forte abbraccio.

M.

Pigmy e le marmotte

Ebbene sì, topi, io con le marmotte ho sempre avuto un rapporto speciale.

Innanzi tutto, vi presento Miss Marmotta del Marguareis. Quel giorno io e la mia socia Niky, facendo una delle più belle gite della nostra esistenza, incontrammo questa madama che, credetemi, seppur impaurita e diffidente, non poteva fare a meno di seguirci e spiarci. Alla fine l’ho fotografata. Purtroppo le immagini sono quello che sono, ai tempi non ero nemmeno in grado di fare click! Accontentatevi.

Era simpaticissima. Aveva l’espressione che diceva “Mmh… Queste qua mi son simpatiche, non sembrano cattive!”.

Andavamo pianissimo in macchina, a passo d’uomo, e lei ci seguiva entrando e uscendo da diversi nascondigli. Siamo state insieme per un bel tratto di strada, poi, quando evidentemente il suo territorio è finito, ci ha lasciato andare continuando a osservarci da lontano.

Le altre avventure marmottesche, invece, le ho avute con il mio topopapà. Ho assistito alla splendida scena di due cuccioli che giocavano tra di loro. E’ difficile vederli, ma sono  meravigliosi, piccoli, piccoli e di colore più chiaro rispetto agli esemplari adulti. Si rincorrevano, si abbracciavano, facevano insieme le capriole, si tuffavano in una tana per uscire da un’altra a dieci metri di distanza. Quel giorno capii che la tana di una marmotta, con tutti i suoi cunicoli sotterranei, può arrivare a essere grande come tutta la montagna. La marmotta sentinella fischiava e tutti sparivano, poi, però, sembrava che, vedendoci buoni nei loro confronti, potevano continuare a fare ciò che desideravano.

Ora vi racconto una vicenda che non dimenticherò mai.

Eravamo io e topopapà in auto. Pian piano salivamo per andarcene in cima al monte “Schiena D’Asino” e ammirare il paesaggio. Fortunatamente, come sempre, andavamo lenti come lumache. All’improvviso, a un certo punto, abbiamo visto una cosa enorme, marrone e grigia, uscire da una roccia e passarci davanti, velocissima. Papà ha frenato di colpo ma…. sbam! Che botta. Ma cos’era?

Scendiamo dalla macchina. Una marmotta!

La poverina corse subito dentro una cunetta per riposarsi e ansimava. Potete immaginare come stavo io. Amante degli animali come sono, sapere di avere investito una marmotta a casa sua, nella sua zona era un sacrilegio imperdonabile! Mio padre era conciato peggio di me.

Stavamo andando davvero piano, tutto ci sembrava impossibile. Ho provato ad avvicinarmi, ma lei ha iniziato a soffiare e a mostrarmi dei denti che, credetemi, un castoro è niente a confronto. Ero preoccupatissima. Sembrava stesse bene, a parte lo spavento, ma poteva avere un’emorragia interna. La botta era stata abbastanza forte, ma lei era veramente grossa e robusta.

L’unica cosa che potevo fare era chiamare quelli del ristorante a fondo Valle, probabilmente loro conoscevano qualche veterinario della zona. I veterinari che conosco io ci avrebbero messo quattro ore ad arrivare, eravamo davvero in alto. Il cellulare non prendeva e così papà è risceso a Valle. “Resta qui con lei” mi ha detto.

Ci ha messo quasi un’ora, che io passai da sola, seduta in mezzo alla strada con una marmotta a cinquanta centimetri da me. Intorno regnava il silenzio.

Dopo un po’ lei ha iniziato a calmarsi, respirava meno velocemente. Avrei voluto avvicinarmi, accarezzarla, provare a capire se stesse bene. I minuti passavano mentre lei mi guardava negli occhi, poi si è alzata con agilità, senza particolari problemi. Ha riattraversato la strada e si è infilata dentro una roccia, tenendo la testa appena fuori dall’uscio.

Se ne stava lì. Si puliva, si leccava, si grattava. Sembrava non avere nulla.

Ecco arrivare papà, infine. Gli ho raccontato l’accaduto e anche lui, vedendola, era abbastanza tranquillo. Si muoveva senza difficoltà, aveva soltanto soffiato un po’ e si era rintanata all’arrivo dell’auto, ma poi è uscita di nuovo.

“Mandano qui uno che dicono sia molto bravo a prendere marmotte, magari la portano da un veterinario.” ha detto papà.

Infatti, dopo poco, arriva un pastore del posto con gabbia, bastone, guanti e…. tanto, tanto alcool in corpo.

“Allora, dov’è la bestia?” ha urlato biascicando. Mio padre ha sgranato gli occhi e ha capito tutto prima di me, così ha risposto: “Se n’è andata”.

L’uomo quasi si è arrabbiato: “Come, se ne è andata?”.

“Sì, guardi, proprio lassù, dietro a quella rocca, ma non dev’essere andata molto lontano, vada a vedere!”.

Il pastore si è diretto dove era stato indirizzato e topopapà venne da me: “Mandala via, Pigmy! Spaventala, falla scappare!”

“Ma se ha qualche problema?” chiesi io.

“Meglio aver qualche problema che morire!” mi rispose.

Che potevo fare? Dopo un’ora quella marmotta si stava quasi fidando di me. Come facevo, ora, a fargli paura? Cosa avrebbe pensato di me? Feci comunque come mio padre mi aveva consigliato. Avevo 13 anni, non potevo fare molto altro.

Andai davanti a quel muso peloso che sbucava dalla pietra e urlai forte: “Psssscccccch! Psssssssccccccch!”, ma niente. Lei mi guardava e stava lì. A quel punto ho commesso l’errore di battere le mani. Il pastore mi ha sentita, mi ha vista ed è arrivato traballando. Puzzava di vino. Aveva capito che lì c’era la marmotta.

Mio padre mi ha fulminato con lo sguardo e io mi sentii morire quando udii le parole del pastore: “Vieni, bella, vieni! Che come te, in pentola, buone non ce n’è!”.

Non potevo fare nulla. Mio padre gli stava dietro, forse, se fosse riuscito a prenderla avrebbe cercato di fermarlo. Non lo so perchè è andata così. Appena quell’uomo si è avvicinato al pertugio, la marmotta ha soffiato violentemente e ha emesso una specie di ringhio, come un digrignare stridulo, ed è scomparsa. Quell’antro era profondissimo, e lei lo conosceva bene. Fin dall’inizio avrebbe potuto andarsene quando voleva e invece aveva continuato a stare lì, con me. Avevo creduto che fosse solo una piccola grotta che non andava oltre.

Il pastore se è imbestialito e ha iniziato a urlare e a tirare calci alla roccia, poi, finalmente se ne è andato.

Mio padre mi ha guardato, mi ha sorriso e mi ha detto: “Meglio così, Pigmy. Credimi che quella marmotta stava bene. Era solo un po’ spaventata per il colpo. Questi animali hanno una forza incredibile, non ti preoccupare, ora lei si cura da sola. Quello là, altro che curarla! Se la sarebbe mangiata!”.

Mi auguro che papà abbia avuto ragione e ne sono convinta, perchè ho visto anch’io che in realtà stava bene. Ho soltanto un piccolo rimpianto. Se lei è stata lì, quando avrebbe potuto andar via, mi sarebbe piaciuto salutarla diversamente.

Queste che vi ho raccontato sono alcune delle mie avventure marmottesche e ogni volta è stata una grande emozione.

M.