La Siberia di fianco alla Valle Argentina

Giunti alla fine di questa torrida estate sento già molti di voi acclamare e attendere con fiducia il freddo che tanto amate.

A proposito di questo, mi sembra doveroso portarvi alla conoscenza di un luogo, di fianco alla Valle Argentina, che solo il nome fa venire i brividi. Sì, sì, proprio i brividi! I brividi del gelo.

Oggi, infatti, vi porterò a visitare una piccolissima Valle che la gente del posto, già da molti anni, chiama Val Siberia. Sono stati i nostri anziani a nominarla così.

Potete già capirne il motivo. Fredda, umida, stretta.

Scende da Bajardo (la vedete la neve? Eh!), posizionato in cima alla Val Nervia, e raggiunge il mare attraverso Via Goethe e Via Peirogallo di Sanremo.

Giunti in cima a queste strade, eccola stagliarsi di fronte a noi in tutta la sua lunghezza, passando sotto il viadotto dell’Autostrada dei Fiori e subito i monti si presentano senza permettere ulteriore visuale.

Nonostante il clima poco ospitale che la governa, soprattutto in inverno, sono diverse le persone che qui vivono e che ne sopportano le ghiacciate correnti che si formano proprio a causa della sua morfologia; dove le abitazioni non sono state costruite è il verde a regnare.

Il nome Val Siberia gli venne dato anni fa, quando la gente si accorse che in questo luogo, al di sotto dell’Ospedale Borea, c’era sempre qualche grado in meno rispetto alle altre zone limitrofe.

Siamo tra la Val Nervia e la Valle Armea, in un’appendice dell’entroterra ligure in cui difficilmente il cielo appare senza nuvole.

Siamo di fianco alla Valle Argentina, verso Ovest, per l’esattezza.

A circoscrivere l’inizio di questa Valle è Via Giovanni Pascoli, che in inverno, dal suo versante a Occidente, vede presto il sole calare.

Fortunatamente, la formazione di questo territorio permette agli amanti del fresco di godere, anche durante estati afose, di brezze e venti che attenuano il caldo eccessivo, ma purtroppo l’umidità è così significativa da riuscire a perdurare nonostante tutto.

In Val Siberia la natura, espressa prevalentemente dai fiori, è sempre in ritardo. Glicine, Ipomea, Convolvolo, Ginestra… tutto giunge dopo, quando dalle altre parti sta già sfiorendo o, da diversi giorni, si è presentata puntuale.

Anche frutta e verdura si comportano allo stesso modo. E i pomodori si possono raccogliere tranquillamente fino alla fine di agosto.

Val Siberia è particolarmente silenziosa, soprattutto nella mattinata e nelle ore della siesta. Una pace quasi surreale l’avvolge, durante la quale non si percepisce il minimo rumore.

E allora, lamentosi della calura, siete contenti che proprio qui vicino potete godere di un freezer a portata di zampa?

Ah! E ovviamente non devo dimenticare di dire che… dalla Val Siberia si vede anche il mare!

Ora che vi ho spiegato dov’è, potete anche andare: preparate le valigie, l’inverno non tarderà a giungere, ma io non vi seguirò, ho già abbastanza freddo nella mia splendida Valle!

Un tremante Squit!

La Cucina Bianca della mia Valle

Parlo spesso della Valle, dei suoi panorami mozzafiato, della sua rigogliosa vegetazione e degli animali che la abitano, ma mi soffermo troppo poco sull’aspetto culinario, sull’importanza di questa arte antica e apprezzata ancora oggi.

Quella delle Alpi Liguri e Marittime è definita “Cucina Bianca”. Infatti, a prevalere sono i colori chiari, ma la povertà delle tinte non si rispecchia nel gusto, che invece è ricco e reso unico dai prodotti che la terra offre.

Porri, aglio, cipolle, patate, cavoli, funghi, lumache, fagioli, formaggi, uova, castagne, farina… c’è tutto in abbondanza e le ricette sono antiche, testimoniano lo scandire del tempo di uno stile di vita ormai quasi perduto del tutto. È una cucina talmente preziosa che a essa è stato dedicato un percorso di 70 chilometri quadrati che coinvolge le valli Argentina e Arroscia, sconfinando persino in Francia e Piemonte.

strada della cucina bianca - alpi marittime

La Strada della Cucina Bianca – Civiltà delle Malghe, così è stata soprannominato il percorso, collega i comuni di Cosio di Arroscia, Mendatica, Montegrosso Pian Latte, Pornassio, Triora, La Brigue (in territorio francese) e Briga Alta (Cuneo).

Come dicevo, i prodotti di questo tipo di cucina sono antichi, ma si possono gustare ancora oggi. Ricette della tradizione popolare sono sopravvissute allo scorrere del tempo grazie a pastori e contadini che hanno a cuore le loro radici, non le dimenticano, e resistono con tenacia alla modernità. Un tempo ci si doveva arrangiare: si trascorrevano molte ore sui pascoli alti, il lavoro era duro e c’era bisogno di piatti semplici e nutrienti da poter preparare velocemente.

Il formaggio della mia Valle ha i sapori e i profumi della montagna, grazie all’erba brucata dalle capre, dalle pecore e dalle mucche.

toma di mucca - formaggio ligure - cucina bianca - triora

E, a proposito di questo, nella zona si allevano ancora gli ovini di razza brigasca. È nato persino un presidio Slow Food per il sostentamento della produzione di tome a latte crudo di questa pecora. Insomma, non è una cucina da poco!

pecora brigasca presidio slow food

Continuando a parlare di formaggi, in Valle è da sempre molto usato il brüssu – o bruzzo – ottenuto dalla fermentazione della ricotta. È cremoso, spalmabile e ha un gusto molto forte, per questo non piace a tutti.

Si accompagna con fette fragranti di pane di Triora, prodotto ancora oggi con la ricetta di un tempo. Parlando di questo pane meraviglioso, mi vengono in mente tanti ricordi della mia infanzia, quando ero una topina e vivevo a casa dei miei topononni. Facevo colazione con latte e biscotti, poi mi preparavo per andare a scuola e topononno, non soddisfatto dal mio primo pasto mattutino, mi metteva in una zampina una fetta di “Pane del Nonno”, come lo chiamavo allora, e nell’altra un tocco di formaggio. E così affrontavamo insieme la strada verso la scuola, mentre io davo un morso ora all’uno, ora all’altro.

pane di triora

Il pane di Triora arriva fin sulla costa, dove è venduto anche nei supermercati. È richiesto, rinomato e apprezzato da tutti perché ha un sapore unico, antico e inconfondibile. Acquistato ancora caldo al panificio Asplanato di Triora, però, ha tutto un altro sapore! Camminando per le vie del borgo si può sentire il suo profumo invitante spandersi nell’aria e allora è doveroso entrare nel forno e acquistare una forma per assaporarla ancora fumante, facendo attenzione a non ustionarsi le zampe e la bocca. I segreti di questo pane sono molti e non possiamo conoscerli tutti, ma sappiamo che è realizzato con farina di tipo 1, meno raffinata e più integrale rispetto alla 00. L’impasto viene fatto riposare su un letto di crusca per non farlo attaccare, ma anche per dargli un sapore più rustico. La crosta è sottile, scura come la pelle di chi inizia ad abbronzarsi in estate, trascorrendo tante ore sulla montagna. È un pane nutriente, adatto a offrire la sua genuina energia a chi ne aveva tanto bisogno per il duro lavoro.

Il brüssu, però, non si accompagna solo al pane. Infatti, è protagonista di un altro piatto tipico delle mie montagne: i Sugeli.

Sono gnocchetti realizzati solo con acqua e farina ai quali, tramite le dita, viene data una forma simile a quella dell’orecchietta pugliese. Si “suggella” in questo modo la forma dello gnocco, forse è anche per questo che si chiamano così. Il loro nome, tuttavia, pare avere origine dall’omonima parola ligure “sügélu“, che indica uno strumento che serve per fischiare. Anticamente, infatti, i nonni forgiavano questi strumenti dalle canne o dal bambù e il pezzo che si introduceva in bocca per emettere il suono desiderato aveva proprio la forma che si dà allo gnocco, esattamente come quello della terza foto qui sopra.

I Sugeli, ad ogni modo, vengono conditi con la crema di brüssu e sono un piatto semplice da preparare.

Scendendo un po’ più verso valle troviamo altre squisitezze, come la Frandura (di cui vi ho parlato qui), una squisita torta di patate tradizionale di Montalto Ligure. Roba da leccarsi i baffi, cari topi!

Frandura

Proprio sotto Montalto esiste un’altra esclusiva della mia bella Valle: i Rundin di Badalucco, fagioli bianchi antichi e tipici baiocchi.

In tutto questo mordi e fuggi di antichi piatti e sapori, non vi ho parlato di un ingrediente essenziale della cucina montana: le erbe aromatiche. Sono onnipresenti e, senza di loro, i piatti sarebbero meno profumati. Timo, Maggiorana, Santoreggia, Lavanda, Ginepro, Rosmarino… ci si può davvero sbizzarrire, perché sui monti crescono spontanee e profumatissime, grazie all’aria pura e fresca.

A proposito di fresco, bisogna ricordare che un tempo non esistevano strumenti per la lotta a parassiti e insetti. L’unico modo che permetteva ai cibi di non deteriorarsi era proprio il freddo pungente delle montagne.

Avete notato che non ho parlato di carne? C’è un motivo, e ve lo spiego subito. Un tempo – e si parla soprattutto della popolazione povera di pastori e agricoltori – non era così frequente cibarsi di animali. Il bestiame serviva per la lana, il latte e i formaggi, mentre le galline venivano tenute per le uova. La macellazione di un animale avveniva raramente e in occasioni speciali e di esso si usava tutto, ma proprio tutto. Nulla andava sprecato. L’uomo delle malghe si cibava per lo più di farinacei, legumi, ortaggi e latticini, qualche volta mangiava il coniglio, ma molto raramente sacrificava un capo del proprio bestiame.

E qui possiamo parlare anche di un altro piatto della cucina ponentina ormai diffuso in tutto il territorio nazionale, il coniglio alla ligure. È arricchito dalle olive taggiasche e dall’olio che esse producono, unico e inconfondibile, oltre che dalle preziose erbe aromatiche e dal vino rosso.

Insomma, come vedete ce n’è per tutti i gusti, altro che cucina povera!

In Valle Argentina e nelle zone limitrofe che fanno parte della Strada della Cucina Bianca sono numerosi gli eventi legati alla gastronomia in cui si possono assaggiare i prodotti tipici, di seguito ve ne segnalo alcuni della mia Valle, ma ce ne sono un’infinità:

  • Sagra dei Sugeli – Verdeggia (inizio agosto)
  • Sagra della Frandura – Montalto Ligure (seconda metà di agosto)
  • La Sagra della Lumaca – Molini di Triora (inizio settembre)
  • Fungo nel Borgo –  Triora (fine settembre)
  • La Festa della Castagna – Andagna (seconda domenica di ottobre)

Non vi resta, dunque, che segnarvi tutto sull’agenda e venire a gustare da noi queste prelibatezze!

Ora vi saluto, con le zampe sporche di farina ho imbrattato tutto il computer, vado a finire il mio capolavoro culinario.

Un abbraccio farinoso,

la vostra Pigmy.

(Un enorme grazie a Gianna Rebaudo per il suo prezioso aiuto fotografico. Squit!)

Da Verezzo ai prati di San Giovanni

Lo so che la mia Valle sarà gelosa del post che sto scrivendo, ma oggi vi porto a conoscere un posto che non si trova nella Valle Argentina, bensì nelle zone immediatamente limitrofe.

Se c’è una cosa che di solito ci invidiano tutti della Liguria, è la sua caratteristica di essere a metà tra i monti e il mare, e spesso percorrendo sentieri dell’entroterra si può osservare la distesa d’acqua che lambisce la costa, mentre si danno le spalle alle Alpi.

Ebbene, un giorno d’autunno prendiamo la topo-mobile e allontaniamoci dai miei luoghi, ma non tanto, eh!

Arriviamo fino a Verezzo, frazione di Sanremo, e lasciamo la macchina proprio davanti alla chiesetta di Sant’Antonio.

Mi perdonerete se non farò tante foto, questa volta, ma ho le zampe ghiacciate. Tira un’aria così fredda che si fatica a tirarle fuori dalle tasche, figurarsi a scattare fotografie!

Comunque, dicevo, dalla chiesa imbocchiamo la mulattiera visibile sulla strada e, inerpicandoci, arriviamo su una strada asfaltata che sale ancora tra bellissime villette. Presto l’asfalto si trasforma in cemento, e il cemento in pietra. Si raggiunge così un’altra mulattiera, contornata dalla vegetazione di tipo mediterraneo, dalle campagne curate da mani sapienti e da case di agricoltori.

Il percorso prosegue tutto al sole, non ci sono alberi ad adombrare il sentiero. Lungo il cammino ci imbattiamo nella Ginestra, nel Cisto, nel Timo, in cespugli rigogliosi di Ginepro. E poi, di tanto in tanto, ecco spuntare Querce, Mandorli, Pini e Ulivi.

Si sale sempre, senza fermarsi mai, e la presenza delle mucche è evidente, bisogna fare attenzione a dove si mettono le zampe, se non si vuole finire dritti dritti nella… busa!

Più si va in alto, più la vista diventa mozzafiato. Se volgiamo lo sguardo verso l’interno, possiamo vedere le antenne di Monte Bignone, ma guardando verso sud veniamo invasi dal colore del mare, che oggi è blu intenso, specchio perfetto del cielo terso. E poi si scorgono Sanremo, la Valle Armea, Bussana, Castellaro, da una postazione più elevata possiamo vedere anche Arma di Taggia.

Verezzo

Tornando con lo sguardo verso l’entroterra, riconosciamo il Monte Faudo.

Salendo, la vegetazione si fa più brulla e i Grilli saltano allegri in mezzo all’erba, ormai quasi del tutto secca.

Poi, a un tratto, il sentiero si fa più pianeggiante, la pendenza diminuisce drasticamente. Si procede in mezzo alle Ginestre, i cui rami spogli si impigliano allo zaino, alla giacca e ai capelli. Anche il Rovo si fa spazio in questo ambiente, bisogna fare attenzione a non lasciare che prenda confidenza con noi, perché potrebbe graffiarci le guance, le zampe e lacerare i nostri vestiti. Si sale ancora un po’, ma questa volta la salita è più dolce che in precedenza. Ed eccoci arrivati ai prati, bellissimi, quasi sconfinati, in mezzo ai quali si stagliano ruderi di costruzioni antiche come il tempo e alberi solitari di maestosa bellezza.

Verezzo1

Continuando a camminare in mezzo alle distese erbose, dove pascolano le Mucche, grufolano i Cinghiali e dove passano anche i Cavalli, ci dirigiamo verso la pineta che si vede sulla cresta, poco più in alto rispetto a dove ci troviamo.

E, una volta arrivati, le meraviglie da assaporare non sono poche.

prati Verezzo

Tappeti di pigne ricoprono il terreno e un Pino Silvestre trasuda resina dalla corteccia, si vede anche a distanza. Guardate la meraviglia di questa colata d’ambra!

Sebbene la perdita della resina dalla corteccia non sia un buon segno per la pianta, non possiamo che rimanerne affascinati.

Più avanti ci fermiamo a mangiare un boccone con lo sguardo rivolto al mare, ma facciamo in fretta, perché il vento è forte quassù, non si riesce a rimanere fermi a lungo. Dopo mangiato, proseguiamo il sentiero per pochi istanti e ci ritroviamo alla chiesetta rurale di San Zane, San Giovanni. Subito sotto c’è il paese di Ceriana, un cartello indica che è possibile arrivarci, ma oggi non vogliamo proseguire. Da qui si potrebbe arrivare anche a Monte Bignone, ma neppure questo sarà la nostra meta. In lontananza scorgiamo il Toraggio e, sullo sfondo, le cime innevate delle alture cuneesi.

prati di san giovanni ceriana

C’è pace, il profumo della neve arriva quasi alle nostre narici. Il freddo sferza il viso, ci copriamo di più per sentire di meno il suo schiaffo, ma il vento è potente. E allora decidiamo di tornare indietro, contenti per la bella e rigenerante passeggiata, mentre godiamo dell’oro del sole che ci pervade e illumina ogni cosa intorno a noi.

Pigmy

“Saggi” e Tralicci

Avete presente la frase “Eeeeh… Ai miei tempi …”? Sospirata. Quante volte ve la siete, anzi, ce la siamo sentiti dire da chi è più anziano di noi ? big_1101Mille presumo. Ebbene, io personalmente, concordo con questa citazione solo al 50%. Nel senso che, per tanti motivi, i nostri vecchi hanno ragione a ricordare il loro tempo perché, sotto certi aspetti, parecchie cose funzionavano meglio, la vita era diversa, con tante negatività ma anche con tante cose sicuramente più positive di oggi. Verso certi versi invece, e scusate il gioco di parole, trovo questa frase un po’ esagerata e, dal momento che non sono una topina estremista e amo le sfumature di grigio, vorrei raccontarvi un aneddoto che mi permette inoltre di spiegarvi anche una cosa importante ma spesso sottovalutata.fili2 Come venne portata l’elettricità nella mia Valle durante i lontani anni ’50.

Quanta gente, andando in luoghi impervi, guarda i fili della corrente pensando a chi e come ci sono arrivati? Quasi nessuno. Eppure, uomini prima di noi, hanno rischiato spesso la vita per far sì che anche lì, ci fosse la luce. E certo, non era mica come adesso. Parlo di comodità ovviamente. Di attrezzature che permettevano una facilitazione nel lavoro. Non c’era nulla, e allora questi uomini cosa facevano? Facevano così, provate a immaginare!

Inverno, 10 gradi sotto lo 0, o anche di più nell’Alta Valle Argentina. Tralicci di legno, alti pali e naturalmente nessuna protezione. Le mani ghiacciate, intirizzite dal freddo. Il viso che perdeva la sensibilità. Si arrampicavano lassù e, senza guanti, senza elmetto, senza niente di niente, iniziavano ad avvitare e svitare bulloni, tirare fili, inchiodare cavi. Cavi di ferro, ghiacciati come la neve. filiSi lavorava dal mattino alla sera, per i boschi, nei sentieri, sopra i dirupi e, spesso, con il solo aiuto delle lanterne. Una breve pausa per un panino e poi via, di nuovo al lavoro, arrampicandosi in luoghi che mettevano i brividi. E fu proprio durante una di queste pause che un gruppo di operai infreddoliti, seduti accanto a un fuoco che si erano accesi, mangiando un pezzo di pane gelato, videro arrivare un anziano signore. Quest’ultimo si avvicinò a loro e chiese: “Freddo ?”. Gli operai lo guardarono e, senza nemmeno avere la forza di parlare, raggomitolati nelle loro giacchette di panno, annuirono con la testa. Fu allora che l’anziano signore, saggiamente, esclamò quasi dispiaciuto: “Eh vui… i l’ avei aiga au postu du sanghe. Ai mei tempi… mi s’andava in giiu de stu tempu cu e manighe curte!”. (Eh voi… avete acqua al posto del sangue. Ai miei tempi… si andava in giro in questo periodo con le maniche corte!). E se ne andò.

Come vedete, in ogni tempo, il più giovane si è sentito dire così. Già tanti anni fa. Detto questo, non intendo dar torto a chi ne sa più di noi, ma ogni tanto, ciò è proprio un’abitudine più che una vera constatazione, non vi pare?

Un bacione topi e, per questo bel racconto, vorrei ringraziare il mio amico Stefano. Un racconto breve ma che fa sorridere e fa pensare a quello che, ogni giorno, entra nelle nostre orecchie. Buona giornata.

Immagini prese da tudie.com, siciliafan.it, cartapietre.com

Anche gli alberi hanno freddo

Siamo in estate. In questa stagione, come è risaputo, fa caldo (che bello!), tanto caldo.

Tutta la natura vive senza dover affrontare il gelo invernale, persino noi topini cambiamo il pelo. Va via quello più soffice e folto e rimane quello più sottile. Anche i miei cugini scoiattoli in questa stagione sembrano spelacchiati, ma in realtà, tutti noi abbiamo meno pelo per non patire il caldo.

La stessa cosa auccede alle piante. La corteccia si assottiglia, si squama quasi come in uno dei processi di cheratizzazione del corpo umano, quando le cellule morte scompaiono e dallo strato germinativo ne nascono altre, più sottili, morbide e idratate. E allora, a questo punto, ci possiamo chiedere: come fanno in inverno alcuni alberi a non patire il freddo?

Hanno i loro trucchetti. Guardate queste immagini.

Avete già capito, vero? Sì, il muschio che le ricopre sembra davvero una calda copertina di lana. Queste foto sono state scattate a febbraio, a Monte Ceppo (1600 metri di meraviglia). Immaginatevi il freddo. E’ davvero intenso, posso assicurarvelo. A maggio, in alcune curve, c’era ancora la neve!

Queste conifere, abituate alle basse temperature, nonostante tutto si godono questa stufetta vegetale che viene in loro soccorso. I licheni, che formano questa lanugine, hanno anche altri importanti compiti. Primo fra tutti quello di mantenere e introdurre nella pianta i metalli e i sali minerali utili al vegetale per crescere sano e forte. Infatti, sono prevalentemente le piante più anziane a venir ricoperte. Ma non è finita qui. Essi sono anche ottimi indicatori ambientali. E’ risaputo che dove c’è la loro presenza l’aria è salutare e poco inquinata.

Può capitare spesso di vedere i licheni, ma forse non ci si  domanda perchè sono lì. Ebbene, oggi, se ancora non lo sapevate, avete scoperto le loro importanti funzioni. Nella mia Valle sono davvero numeros, questo mi rende contenta perché, oltre a essere bella è anche sana!

Squit a tutti, topini!

M.

Dalla radura ai Cianazzi

I Cianazzi, topi, sono un insieme di grandi prati pianeggianti (“cian” nel nostro dialetto vuole appunto  piano) che si trovano sopra il paese di Ciabaudo. Da lì, praticando una stretta strada non asfaltata che passa in mezzo a un bosco, possiamo raggiungerli in auto, ma io vi ci voglio portare a piedi e quindi partiremo dalla radura del Monte Ceppo. In questo modo, non solo avremo un maggior feeling con la natura, ma godremmo anche di un panorama meraviglioso.

Partiamo allora. Siamo nello spazio contornato da un viale di Pini da una parte e da una catena di Alpi dall’altra, dalla quale si scorge, come già vi avevo detto, persino il Monviso. Qui si può cucinare. Sono sette le pietre messe in cerchio che permettono di cuocere la carne e di contenere le braci e il fuoco. Ci sono le panchine, l’erba, i tavoli e l’aria pura. Da qui parte un sentiero sempre pulito e aperto. Solo nell’ultimo tratto si passa in mezzo al bosco di noccioli e si possono trovare anche buonissimi funghi. In estate questo sentiero è ricco di fiori di ogni tipo, ma adesso, dato che qui fa ancora freddo, troviamo soltanto Crocus bianchi e rosa, che sono stupendi, e altri fiori dai colori sgargianti. Siamo a 1.600 metri e, anche se può sembrarvi impossibile, ma da qui si vede persino il mare. A seconda della stagione, si può vedere anche la Corsica! Non sono esclusi dalla vista panoramica i paesi marittimi della Valle Argentina: Riva Ligure, Pompeiana, Cipressa.

Oggi il mare è a pecorelle. Si distingue perfettamente la schiumetta bianca delle onde che s’infrangono ancor prima di aver toccato gli scogli. La pace è assoluta, a rompere il silenzio ci pensano soltanto gli uccelli, spesso rapaci, e qualche cicala che prova a uscire, timida, per vedere se il sole ha deciso di iniziare a scaldare oppure no. Prima del mare, si mostrano davanti ai nostri occhi un’infinità di monti. Belli, verdi, sembrano panettoni spumeggianti e morbidi, ma questi bizzarri aggettivi non intendono sminuire la loro austerità.

Le lucertole si godono i primi raggi e poche farfalle svolazzano in cerca di qualche nettare dolce da succhiare. Non è ancora periodo, l’inverno sta per uscire di scena, ma all’imbrunire il freddo si fa ancora sentire. Siamo a maggio, eppure in qualche curva è rimasta della neve dura che non vuole sciogliersi, e il termometro segna solo 7°C. Non si può fare  a meno di ammirare il cielo azzurro, gli alberi grandi che ombreggiano la nostra stradina e i piccoli Pini appena nati, che avranno sì e no un anno di vita. Tra poco, la tenera erba che ricopre questo luogo verrà rosicchiata da tante caprette e mucche. Il Monte Ceppo in estate è pieno di questi animali che i pastori portano a far pascolare. E’ un luogo incontaminato, meraviglioso. Un leggero venticello fa muovere i boccioli del Maggiociondolo e si sente la nostra voce che si allontana seguendo il vento e, piano piano, si arriva a destinazione: il prato.

Ci vuole circa una mezz’oretta, è una passeggiata abbastanza breve. Lo vedete quel piano laggiù? Quello è il primo grande prato dei Cianazzi, dove in estate viene fatta anche una bellissima festa e si mangia e si beve tutti in compagnia, giocando con i bambini al tiro alla fune e alla corsa nei sacchi.

Corro a rotolarmici in mezzo, topi! Vi saluto e vi lascio promettendovi di portarvi presto a fare qualche altra passeggiata. Questa è tra le più belle che offre la mia Valle, ma ovviamente non è l’unica. Alla prossima!

M.

Una giornata sui prati… bianchi!

Non ho mai capito perchè questa località si chiama Prati Piani. Di prati, in realtà, ce ne sono pochissimi e tutti piccoli. E quei pochi che ci sono non sono nemmeno piani, bensì, in discesa. Bah! Non fa nulla, il posto è comunque stupendo.

D’estate, immaginatevi distese immense di verde chiaro. E’ l’erba che ricopre i monti! Ma c’è anche quello più scuro, delle Conifere.

D’inverno, distese… bianche.

Volevo mostrarvi come appaiono le coltivazioni tipiche della Liguria, le cosiddette terrazze, sotto la neve. Sembrano dei giganteschi scalini sporchi di polvere bianca e quello che rimane delle viti, dei piccoli rametti spogli e rinsecchiti, fa quasi tenerezza.

Siamo a circa 1.100 metri d’altitudine e, la temperatura, alle quattro del pomeriggio è a meno 7°.

Il sole sta già per calare ma fortunatamente non c’è vento.

E lui che solitamente, gelido, rovina le giornate fischiando prepotente. Non oso pensare durante la notte a quanto può scendere la temperatura. Il freddo è pungente. Tutto è ghiacciato. I lastroni di pietra, delle montagne che circondano la strada, sono ricoperti da stalattiti di ghiaccio. Sembra che tutto si sia fermato per uno schiocco di dita di Mago Tempo. Vita non ce n’è. Solo le nostre risate si sentono in tutta la Valle. Nemmeno un misero moscerino osa volare di questi tempi. Il silenzio è assoluto. Mi aspetto di sentire gocciolio di neve che si scioglie ma, nulla, nemmeno quello.

Siamo sopra Carpasio per la strada che va a Colle d’Oggia e a San Bernardino ma, se si va giù, verso destra, si può arrivare, pensate, alla città di Imperia.

La neve ricopre ogni cosa. I vecchi ruderi, ricoperti dal suo manto, sembrano ancora più antichi e solitari.

Verso la colonia di Prati Piani, aperta solo in estate ai ragazzi, cerchiamo una distesa ampia di neve. Topino e Topina vogliono rotolarsi e scendere utilizzando lo slittino ma, nonostante il freddo, la neve è troppo soffice e il loro programma svanisce sprofondando in 50 cm di candidi fiocchi ad ogni passo. Pare però che non si siano annoiati nonostante tutto. Con capriole, tuffi e rincorse a tutto andare, si sono divertiti tantissimo. Non aspettavano altro e, la cosa bella, per noi, è che siamo potuti giungere fin qui in solo mezz’ora di macchina.

La mia valle è così. Inizia dal mare che potete vedere nell’immagine qui sotto, offrendo spiagge, sole e attività più cittadine e finisce con la montagna, prima più collinare, e poi più aspra, dove ti regala un ambiente completamente diverso ma pur sempre magnifico. Dipende dai gusti.

E noi, abbiamo passato un pomeriggio meraviglioso.

Mi ha fatto piacere portarvi sulla neve insieme a me, una neve che non poteva mancare qui, dopo aver ricoperto quasi tutta l’Italia, adesso però preparatevi per la prossima avventura.

A presto e state al calduccio, dicono che ne arriverà ancora e che il freddo che abbiamo sentito è ancora nulla confronto di quello che sta per arrivare.

A tal proposito sappiate che, se qualche volta non riuscite a leggermi, è solo perchè mi si sono congelate le zampette.

Aiutoooo! Pigmy.

M.

I primi 12 giorni

Cari topi, ne ho scoperta un’altra e volevo condividerla con voi.

Sapete cosa dicono i vecchi nella mia valle e, forse, in tutta Italia? Si dice che il tempo dei primi 12 giorni di gennaio e, quindi, dell’anno, corrispondano ai 12 mesi.

Mi spiego meglio. Se il giorno 6 gennaio, ad esempio, c’è un bel sole, questo significa che giugno (che corrisponde al sesto mese), sarà soleggiato. Idem per le giornate di pioggia. Se il 9, il 10 e l’11 piove, ciò significa che settembre, ottobre e novembre saranno mesi piovosi e umidi.

Come poter paragonare questa diceria alla realtà? Qualcuno di voi ricorda che tempo faceva i primi 12 giorni di gennaio del 2011? E, ditemi, anche voi conoscevate questa specie di proverbio? Se fosse vero, io che adoro il sole, per devo ritenermi fortunata. Qua da me ha piovuto solo il 3/01, mi sembra.

E ora… arrivano i giorni che corrisponderanno ai mesi più particolari, quelli autunnali, quelli che, tra l’altro, negli ultimi anni ci stanno spaventando molto. Infatti, l’autunno è ormai la stagione delle alluvioni, non più dell’uva e delle castagne. Staremo a vedere.

Quante cose ci sono da osservare a gennaio, oltre ai famosi giorni della merla, quelli più freddi dell’anno! Un’altra diceria che mi ha molto colpito riguarda l’arancia. Sì, quel buonissimo e dolcissimo frutto che in tanti amiamo. Se mangiato a colazione è oro, a pranzo è argento e a cena è addirittura… veleno? Sì, sì, dicono che è indigesto e il nostro organismo fa difficoltà ad assimilarlo durante le ore serali!

Quali detti appartengono alla vostra cultura? E secondo voi possiamo credere a questi che vi ho citato? Io, comunque, sto diventando ogni giorno più saggia. Questi vecchietti mi riempiono di pillole di saggezza utilissime!

Un abbraccio.

La vostra Pigmy meteorologa.

M.

Per scaldarci un pò…

Topoli, ciao. Fuori piove, piove, piove.

Non fa ancora freddo ma, tutta quest’acqua, inizia ad inumidirci fin dentro alle ossa.

Penso di avere un’idea da darvi per scaldarvi un pò, considerando ovviamente che patite quanto me, soprattutto davanti ad un bel fuoco, con tanti amici e, ovviamente, dei croccanti Cantucci.

Ebbene si, gli indizi che vi ho dato, vi avranno già fatto capire.

Quest’oggi v’insegnerò a fare un ottimo Vin Brulè amato da chiunque.

Le dosi andranno bene per 2 litri di questo elisir.

Io solitamente lo preparo utilizzando un Barbera abbastanza sofisticato ma, se lo volete ancora più deciso, potete servirvi di un buon Merlot. Deve essere un vino rosso comunque in grado di raggiungere almeno i 13,5%.

Innanzi tutto dovete dirigervi in una fornita e valida Erboristeria dove acquisterete tutti gli ingredienti, altre piccolezze so che potete già averle in tana o trovarle in qualsiasi bottega d’Alimentari.

Ecco quello che dovete chiedere all’erborista: Cannella, chiodi di garofano, semi di coriandolo, semi di cardamomo, bacche di ginepro e macis arillo.

Procuratevi anche zucchero e la scorza di un’arancia o di limone, io preferisco la prima.

Portate a ebollizione, in un tegame, 2 litri del vino rosso, corposo, che avete scelto e, quando lo vedete bollire, aggiungete gli ingredienti acquistati in Erboristeria.

Fate voi un miscuglio di circa 100 grammi, potete vederlo nella foto.

Mentre il miscuglio inizia ad ammorbidirsi, aggiungete anche 350 grammi di zucchero ma c’è chi ne mette molto di più (400, 450gr); quello va a gusti, non potete far altro che provare.

Dopo alcuni minuti riducete l’ebollizione a fuoco più lento, per almeno dieci minuti, rimescolando, di tanto in tanto, con un cucchiaio rigorosamente di legno. Sarà in questi attimi che tutta la vostra casa prenderà odore di un Vin Brulè che viaggerà per le vostre stanze senza alcuna pietà.

Passati questi dieci minuti lasciate riposare a fuoco spento, con la scorza di arancia dentro che, prima di servire, toglierete. A questo punto potete filtrare il tutto e servire ben caldo. Farete un figurone se lo mettete nei bicchieri o nelle tazze, utilizzando un mestolino.

Buon inverno! Un bacio scaldotto da Pigmy.

M.

La mia grolla

L’ho chiamata “la mia Grolla” perchè è la Grolla che prepara topomamma, nelle sere invernali, quando siamo tutti insieme per festeggiare occasioni particolari.

Mi spiega che di ricette ce ne sono diverse per realizzarla, io conosco solo la sua, ma vi posso assicurare che è deliziosa e ve lo dice una che non ama molto l’alcool. Si, perchè la Grolla dell’Amicizia, questo è il suo nome, è una bevanda calda, leggermente alcolica.

La ricetta è davvero semplice ma vi farà fare un figurone. Tra poco arriverà il freddo e questo consiglio vi permetterà di creare qualcosa di davvero originale che scalda cuori e morale.

Bisogna ovviamente procurarsi la cosa fondamentale: il contenitore. Fate un saltino in Valle d’Aosta e acquistate questa spettacolare specie di tazzona di legno lavorata a mano. Potete anche trovarla nei mercatini dell’usato, ma sono quelle cose ch’io preferisco acquistare nuove. Quella che abbiamo noi risale a tanti anni fa, quando mia madre aveva fatto una vacanza proprio vicino ad Aosta. Questa tazza può avere 4 o 6 o più beccucci, dai quali, seduti in cerchio, ci si dà una sorsata ognuno e si passa all’amico di fianco.

Pian piano, i più astemi, si auto-elimineranno e dovranno via via, fare una penitenza. Nel mentre, il giro continua, e vince chi rimane da solo a scolarsi ciò che rimane.

La ricetta che sto per scrivervi è adatta a sei persone.

Allora, dovete mettere dentro alla Grolla, un pò di buccia di limone tagliata fine, cercando di evitare la parte bianca sottostante perchè è molto amara, la buccia di arancia, tagliata allo stesso modo, 6 chodi di garofano (meglio se legati con un filo), un pezzetto di cannella (se vi piace), una noce di burro, 12 cucchiaini di zucchero e 6 bicchierini di grappa fatta in casa, in quanto deve (dovrebbe), raggiungere i 90 gradi (praticamente, non solo vi fa guarire le carie, vi fa proprio cadere i denti… stò scherzando!). Deve essere di alta gradazione alcolica perchè deve prendere fuoco, non preoccupatevi, tra poco vi spiego.

Versate ora, dentro alla Grolla, il caffè bollente, appena salito da una caffettiera per sei persone, mi raccomando che sia bello caldo. Ora sporcate di zucchero il bordo della Grolla e bagnatelo con la grappa. Mettete ancora un cucchiaio pieno di questa grappa appoggiato sull’apertura della Grolla e con un accendino date fuoco alla grappa.

Delicatamente, senza far spegnere il fuoco azzurro, immergete il cucchiaio nell’intruglio e mescolte, mescolate e rimescolate piano piano fino a che, il fuoco, non si spegnerà da solo e tutto l’alcool sarà evaporato (ci vuole qualche minuto).

Infine, chiudete con il coperchio di legno che s’incollerà vista la presenza dello zucchero e vi permetterà di bere senza fare danni. Noi, nel mulino, ne andiamo matti! Non mi rimane altro che augurarvi buona bevuta. Pigmy.

M.