Metti una sera di mezza estate ad Arma

Nel periodo estivo Arma si trasforma, e lo fa soprattutto nelle sere di questi mesi caldi. A colorarla, ora, sono le tinte del crepuscolo: le regalano tinte tenui, paiono di velluto quando si adagiano sull’orizzonte, sul mare, e accarezzano con sfumature  morbide i profili della città.

Contrastano le sue case, le sue piante, i suoi numerosi panorami che si stagliano contro il cielo che in questa stagione è di un blu intenso.

Arma offre allo sguardo diverse vedute: il mare, le colline, i monti, l’infinito…

Oltre i colori tipici della Liguria sulle case costiere, il verde e l’azzurro sono i colori predominanti e, alla sera, diventano ancora più nitidi.

Non si possono non citare le nuances dei fiori: il Plumbago, l’Oleandro, la Bouganvillea, il Carpobrotus…

Tutto sembra una festa dai toni leggeri.

Ci sono orari in cui Arma si fa più silenziosa, abbracciata dall’afa di agosto che pare rendere tutto ovattato.

Solo dalle finestre aperte si ode il vociare delle televisioni accese o il ticchettio metallico delle posate che scontrano i piatti durante la cena. In queste particolari ore di quiete nemmeno i gabbiani osano garrire. Le spiagge sono deserte, dopo avere finito da poco di accontentare tutti con la loro sabbia dorata e le loro onde a infrangersi sulla battigia.

Sono ore che trascorrono veloci, lasciando il posto alla prima parte della notte. In questo momento prendono vita luci, suoni e abbagli.

Durante il tramonto, nonostante il sole prenda congedo con lentezza, Arma rimane splendente.

Continua, nel suo insolito chiarore notturno, a esistere tranquilla e pacifica, e in quel mentre sono tanti i ricordi che riemergono con nostalgia. È il momento del giorno in cui i suoi abitanti la osservano quasi in silenzio, ormai fermi e rilassati dopo le calde e frenetiche giornate. Poltrendo sui balconi, sfiniti per il gran caldo, osservano per ore panorami che ogni giorno hanno davanti, ma raramente contemplano. Lo dico in senso buono, pensando a chi mi dice divertito: “Ma sai che non mi ero mai accorto che lì c’era… “.

Le sere di Arma si riempiono persino di lustrini e paillettes; vengono sfoggiati sulla sua passeggiata in un andirivieni continuo, acceso e pacato al tempo stesso, uno sgambettio di godimento della brezza che ogni tanto, come un balsamo, passa ad accarezzare la pelle. Arma non è un paese spumeggiante, è per lo più tranquillo, quasi scostante, per questo certi eventi fanno furore, curati a puntino e fulgidi come bagliori.

Per apprezzare Arma occorre entrare nella sua anima, nell’anima di chi la nutre, di chi a essa tiene particolarmente e ne fa sbocciare tutte le bellezze. Se si riesce a notare questo, non si può non amarla. E’ così ostica a volte, così indisposta… ma tutto fa parte della sua natura ligure. Essere ligure, in alcune zone di questa striscia di terra che forma un sorriso all’incontrario, significa essere coriacei, saper affrontare le difficoltà, non lasciarsi sorprendere dalle bazzecole. Per stupire un ligure ci vuole molto, non si accontenta di poco, perché quel poco lo porta già nell’animo da tempo ed è il suo Tutto. I suoi occhi han già visto, la sua bocca ha già parlato, le sue orecchie hanno già udito. “Ora, o porti qui la meraviglia equivalente al tuo cuore, o di entusiasmo ho già il mio… grazie.”

Arma dice questo. E se vi può sembrare snob, sappiate che è l’esatto opposto: è saper trasformare il nulla in Bellezza pura. È saper creare dove nessuno regala niente. È saper andar avanti. Sempre.

Arma è una curva da attraversare. Offre ciò che ha a chi vuol vedere e, soprattutto in estate, viene messa alla prova. Alla fine della stagione appare quasi stanca o, forse, torna solo alla sua quiete. In alcune occasioni si riempie delle grida dei bambini, in altre del passo stanco degli anziani che respirano salsedine.

Arma alla sera asciuga i teli per l’indomani, per tornare in spiaggia a giocare, a nuotare, a correre… perché, forse, fino all’anno dopo non si potrà più.

I suoi punti di riferimento sono gli stessi, che sia giorno o notte non importa: la Fortezza, la chiesetta di San Giuseppe, la fontana, la Darsena, Piazza Chierotti…

I punti in cui ci si ritrova, sgattaiolando veloci dopo cena, con i capelli ancora umidi e la pelle che sa di bagnoschiuma.

E, infatti, ci sono odori nuovi, in queste sere. Profumi di pelli, aromi di cucine che lavorano di più, il sale del mare, la freschezza del crepuscolo… Mi piace Arma, alla sera, d’estate. Mi piace viverla in questi momenti, prima di tornare nel mio bosco.

Un affettuoso bacio a voi.

 

Le Caselle, i piccoli e resistenti ripari

Venite topi, venite con me. Oggi faremo un salto nel passato. Vi porterò a conoscere luoghi e strutture di un tempo che ormai stanno scomparendo. In essi vivevano le persone che ci hanno preceduti. Anzi, sarebbe meglio dire che vi lavoravano. Stazionavano al loro riparo per alcuni minuti o, talvolta, per qualche giorno. Alcune di queste importanti strutture si possono ancora trovare intatte, ci si imbatte in esse camminando tra i sentieri, le grange e i boschi della mia Valle. Una splendida ricostruzione di questi edifici presente nel parco tematico di Cipressa ci permette di poterle osservare e studiare ancora più da vicino. La spiegazione della loro funzione è stampata su bellissimi cartelli posti ai loro piedi, permettendoci di ricordare queste vestigia del passato.

Presente nel mio territorio da tantissimi anni, la struttura che vedete in queste immagini e chiamata Casella, ha trovato ottima collocazione un po’ in tutto il  Mediterraneo e, in ogni luogoSONY DSC, assume un nome diverso. Da noi in Liguria, la sua nominazione è quella che vi ho detto poc’anzi. E’ della stessa famiglia dei Nuraghi sardi, dei Trulli pugliesi o delle Casite dell’Istria.

La sua struttura è denominata Tholos e la più celebre si dice sia stata la tomba di Agamennone, edificata nel XIII secolo a. C. presso Micene, in Grecia. Il diametro può variare: ce ne sono di piccole come questa, di soli tre metri, oppure molto grandi. In ta caso, raggiungono anche i quindici metri di diametro e, addirittura, si possono trovare edifici con stanze seminterrate. Più rare, invece, sono quelle a due piani. Se la Casella doveva accogliere e proteggere gli animali, era opportuno costruirla con larghe aperture, le stesse che, però, impedivano il riscaldamento. Per questo motivo, quando si poteva, la si costruiva con un’unica apertura d’entrata e nient’altro. Il tetto a semicupola in terra, in argilla o in ciappe, era messo in modo che l’acqua piovana potesse scorrere via. Se all’interno si riteneva opportuno accendere fuochi, bisognava creare una finestrella nel tetto per farne fuoriuscire i fumi. A queste finestrelle i Celti, tra i frequentatori di queste dimore, appendevano i teschi dei nemici uccisi, un po’ per avvertimento, un po’ per scaramanzia e tradizione: un messagio per gli ospiti, un’abitudine apotropaica, un simbolo di potere.

La lavorazione migliore di queste piccole casette SONY DSCè ben visibile nelle pareti interne. I maestri costruttori tiravano su i muri di pietra alternando la messa in posa dei massi:  in tal modo, ottenevano pietre che di tanto in tanto sporgevano rispetto alle altre. Questo permetteva di avere comode mensole o appendini che potevano servire per il lavoro stesso.

Protette sovente o da un cancello, o da un portale in legno, le Caselle rimanevano più umide e scure negli interni, una caratteristica utile a far stagionare i formaggi, mantenere intatte mele e patate, o conservare per lunghi periodi tutti quegli alimenti che avevano bisogno di ombra e frescura. Il fresco era fornito anche dalla pavimentazione, solitamente costituita di semplice terra battuta, raramente lastricata, sulla quale, molto spesso, poteva direttamente essere acceso un fuoco senza recare danni. Non era usanza fare veri e propri focolari. Le nicchie, eventualmente, venivano costruite come ulteriori depositi. Nicchie, buchi, veri e propri scavi, passaggi ipogei cosiddetti truneie, spesso collegavano con lunghi corridoi la parte interna della Casella con quella esterna.

Insomma, topi, sono opere non da poco. Pensate che, a volte, nella mia regione si costruivano addirittura contro una fascia, tipico terrazzamento ligure formata dal famoso muro a secco, così da ottenere un’estetica ancora diversa. E’ soprattutto per quest’ultimo motivo che si può ritenere la Casella vera e propria parte integrante del valore architettonico del “paesaggio a fascia” e caratterizzante la geografia umana del Ponente Ligure.

Spero che vi siano piaciute. Secondo me sono delle tane fantastiche e dei ripari ancora oggi ricordati dai miei vecchi. Ma non sono le uniche, sapete? I miei avi ne sapevano una più del diavolo e, presto, vi porterò a conoscere le altre. Un bacione a tutti e buon riposo!

Ancora una volta, ho potuto realizzare questo post grazie alle parole di Giampiero Laiolo, che saluto affettuosamente.

M.

Menta frizzantina

Tante volte l’ho nominata. Tante volte ve l’ho fatta conoscere presentandola in qualche ricetta e soprattutto spiegandovi come si realizza il Mentolino un leggero ma goloso liquore alla menta. Però non vi ho mai parlato di lei spiegandovi quante prodezze ha. Eh! Ci vorrebbe un intero libro amici! Ma qualcosa, voglio raccontarvi ugualmente.

Ho conosciuto Menta che ero davvero piccola. L’ho vista per la prima volta ad Andagna. A conquistarmi è stato ovviamente il suo profumo. Intenso, avvolgente e fresco. Se ne stava lì, attaccata ai muretti, in giro per il paese, tranquilla, come se nulla fosse.

Il giorno dopo, l’ho poi veduta nel boschetto e, da lì, non me ne sono più separata anche perchè la trovavo ovunque andassi.

Con lei ho iniziato ad avere un inventato rapporto culinario. Ne strappavo qualche foglietta, che mettevo nei miei pentolini di plastica con due sassolini e un po’ d’acqua e, se avevo la fortuna di capitare in qualche cantiere abbandonato dai muratori, ci scappava anche una bella torta con lei protagonista e la sabbia che trovavo in cumuli altissimi. Sì, preparavo dolci e dessert con la terra e i fiori!

Nel corso della mia vita poi, Menta, ha preso un posto in famiglia sempre più importante e oggi è amata da tutti e non può ovviamente mancare nella mia frittatina alle erbette, nei miei decotti e nei miei ripieni.

La Menta, conosciuta meglio come Mentha Piperita, si differenzia a seconda del luogo in cui cresce.

Questa che vedete nelle immagini è quella della mia Valle che cresce spontanea anche nella campagna della mia amica Niky e ha una foglia verde chiaro e un aroma forte, deciso. Ha un colore molto vivace e, al mattino, quando ancora è bagnata dalla rugiada, diventa di un brillante metallico che sfuma dall’argento, al rosa e all’azzurro.

La Menta che invece nasce nel centro e nel Sud Italia ha un colore un po’ più scuro, la foglia è più piccola ed è leggermente più delicata di sapore. Può chiamarsi Menta Romana.

C’è poi la Menta Citrata o Bergamotto che può arrivare ai 30-40 cm di altezza, la Menta Arvensis del centro Italia e quella Acquatica e tante, tante altre varietà: africane, asiatiche, del Sud America. Ogni nazione ha la sua… Menta.

La mia, mi basta e mi avanza, la trovo sublime.

Può essere usata per mille scopi diversi. In cucina, l’elenco delle ricette che la comprendono non finisce più: sciroppi, caramelle, ghiaccioli, bevande, salse, dolci, alcolici… Quanti di voi, ad esempio, si sono bevuti almeno un Mojito nella vita? Ecco, quello a me non piace ma è una bevanda molto richiesta.

E a volte, la si usa anche solo per delle decorazioni o la si mette assieme al tabacco in alcune sigarette!

Per non parlare dei medicinali. Le sue proprietà benefiche erano già conosciute nei tempi che furono. E’ innanzi tutto stimolante e cicatrizzante per le cellule della nostra cute e il suo principio attivo risulta essere un ottimo tonico rimineralizzante. Sanifica le infezioni mentre rinfresca e decongestiona. Ricca di aminoacidi come l’alanina e la glicina ridona anche vigore ai fibroblasti e alle cellule del collagene. Questo lo dico anche per chi è interessato all’ambiente estetico. E’ adatta a pelli sia miste ma anche mature che tendono a cedere un pò. Ottimo germicida, non solo ha una fantastica azione contro pustoline o comedoni ma risulta efficace anche contro l’herpex virus simplex e contro l’acne (dato dal corinne bacterio). Scottature, eritemi solari, punture d’insetti, non avranno più scampo. Menta, sconfiggerà il dolore che ci provocano.

Parlando dell’antichità bisogna nominare Socrate che la usava come grande afrodisiaco e Plinio come potente antispasmodico. E, che ci crediate o no, già i Romani la usavano come dentifricio e soprattutto per profumare l’alito. Mille erano e sono i suoi scopi.

Ma attenzione a non abusarne. In certe tribù indigene Menta è utilizzata per provocare allucinazioni e tachicardie che inducono in uno stato di semi-incoscienza.

Essa nasce spontanea un po’ ovunque sotto ai 700 metri di altitudine ed è una pianta sempreverde della famiglia delle Lamiaceae.

Se ne utilizzano solitamente le foglie ma vorrei citare anche i suoi fiori perchè sono graziosissimi, piccolini e di un color bianco-violetto meraviglioso.

Menta è frizzante, rivitalizza, riempie narici e polmoni di pulito, di refrigerio. L’adoro. Non potrei vivere senza.

Spero di avervi dato qualche utile informazione perchè mi auguro possa entrare nella vostra vita come nella mia. Vedrete, vi sarà spesso di grande aiuto!

Vi mando un fresco bacio.

M.

Facciamo il Mentolino!

Ossia… conoscete il Limoncello no? Il classico liquore fresco che tutti amano bere dopo il pasto, fatto con i Limoni? Bene, anzichè quello, oggi v’insegnerò a fare una vera squisitezza che è così originale da stupire tutti i vostri topospiti e credetemi che è facilissima.

Allora, il primo ingrediente da prendere, è la mia socia Niky. No, no, fermi…. non dovete ne’ farla essicare, ne’ spremerla, semplicemente dovete prenderla e farvi raccontare da lei come si fa perchè io le amiche quando me le scelgo, me le scelgo bene e lei è un piccolo genietto.

Ora, visto che però, l’unica fortunata che la conosce sono io, mi sono fatta svelare in un orecchio tutto il procedimento per raccontarvelo e far si che farete un figurone in ogni stagione ma, d’estate, dopo le cene all’aperto con gli amici, è decisamente più piacevole.

Allora, innanzi tutto bisogna raccogliere la Menta. Bella fresca. Noi siamo fortunati, qui nella Valle Argentina, ne cresce spontanea tantissima ed è una pianta con tantissime qualità benefiche.

La si lava leggermente sotto l’acqua fresca e la si asciuga tamponandola delicatamente con uno strofinaccio pulito. Si separano le tenere foglioline e si mettono in un vasetto di vetro abbastanza capiente.

Si versa un litro di alcool fino a coprire completamente le verdi foglie, si chiude il barattolo e lo si mette per tre giorni, al buio, dentro un pensile in cucina o dove volete voi, purchè il luogo sia fresco e asciutto.

Passati i tre giorni le foglie saranno diventate marroni e cristallizzate mentre l’alcool invece, sarà completamente verde.

Lo annusiamo un pò e lo lasciamo ancora un attimo lì.

Facciamo bollire in una pentola un litro d’acqua con dentro un kg di zucchero. Finita la bollitura lasciamo raffreddare e, nel mentre, filtriamo l’alcool in un colino separandolo così dalle foglie.

Uniamo l’acqua zuccherata all’alcool e ci ritroviamo tra le zampe uno dei digestivi più buoni che ci siano.

Ovviamente possiamo metterlo in congelatore cosicchè sarà sempre pronto e fresco per le serate speciali magari inaspettate.

Questo liquore si può fare con qualsiasi ingrediente, ad esempio anche con le Fragoline o con i Frutti di bosco, l’unica accortezza da usare è quella di mettere meno zucchero perchè questi frutti sono già molto dolci di loro e lo zucchero inoltre accentua la potenza dell’alcool. Questa bevanda deve essere solo leggermente alcoolica e sarà anche più gradevole.

Piace anche alle topine femmine perchè è molto delicato nonostante abbia un sapore deciso e un profumo che non posso descrivervi. E’ sublime. Provate a farlo e poi mi direte.

Inoltre, non sarà male, versarlo su alcuni dolci, come il gelato o la panna cotta. Il suo colore vivo e il suo sapore, esalteranno sicuramente quello del vostro dessert.

Buona bevuta a tutti! Ma andateci piano! Hic!

M.