San Biagio della Cima – il paese di Biamonti

Conoscete lo scrittore Francesco Biamonti? Nacque qui in questo paesello di circa mille anime nel primo entroterra di questa mia Liguria. WP_20150705_001Questo paese, a 100 metri s.l.m. si chiama San Biagio della Cima. Qui, Biamonti, che nelle sue famose opere come: Vento largo, L’Angelo di Avrigue e Attesa sul mare racconta di una terra, la sua, aspra e corrosa dalla salsedine, nacque nel 1928 e vi morì nel 2001. WP_20150705_018Siamo nella Valle Nervia, una valle accanto alla mia e, il territorio è pressochè simile. Gli ulivi, il sole che bacia i colli e le case assemblate una su l’altra da scoprire, passo dopo passo, tra i carrugi poco illuminati da una luce che non penetra.WP_20150705_006 Il caldo fa dormire il paese e l’unico rumore è il ticchettio di una fontana che gocciola acqua dalla bocca di un leone scolpito nella pietra. Questo paese appartenne fino al 1700, ai Conti di Ventimiglia, città di frontiera poco più ad Ovest e, ancora oggi, le sue bellezze, ne raccontano la storia. WP_20150705_010Sembra di entrare in una pigna. In un alveare. Un labirinto. Alcuni antri mettono quasi timore.WP_20150705_011 Le viuzze si chiudono come capillari giunti alla meta e l’umidità rende fresco l’ambiente. Guardate i gradini, verdi di muschio.WP_20150705_025 Questo è il centro storico. Il centro protetto dove un tempo i nemici faticavano ad entrare. I locali sono chiusi. La Birreria, forse l’unica, scherzosamente, chiusa anch’essa, usa un deterrente simpatico contro gli avventori. WP_20150705_035Si passa sotto alle case, sotto ai panni stesi, sotto all’eco di una radio che probabilmente parla da sola.WP_20150705_004 Si respira l’aria della letteratura in strade nelle quali vige il silenzio ed è persino vietato suonare il clacson. I percorsi in onore di Francesco Biamonti, portano alla scoperta delle sue opere. WP_20150705_016C’è persino la sua casa. La casa nella quale è nato e vissuto e, previo appuntamento è visitabile assieme a tutti i suoi scritti. Si respira aria di opere che hanno saputo descrivere bene queste terre come ha saputo fare Montale precedentemente. WP_20150705_015Si parla di contrabbando, di fughe, di speranza. Un luogo che a tratti pare un presepe. Le sue cantine, le dimore, le pavimentazioni. Tutto è in pietra grigia. Monocolore. WP_20150705_007Ma alcuni scorci invece, sono abbelliti da fiori e piccole opere d’arte colorate.WP_20150705_028 Più o meno al centro del paese, una loggia che offre da sedersi, mette in mostra una tipica citazione ligure la quale traduzione è:WP_20150705_029 Piove, pioviggina, i gatti vanno nel mare, le donne sotto la terra e gli uomini in guerra -. Fa sorridere pur non essendo buffa, l’idea di questa scritta. WP_20150705_034Altri muri sono arricchiti da affreschi o lastre che indicano l’esistenza di ulteriori personaggi famosi e importanti in quel di San Biagio come l’abate Giuseppe Biamonti descritto come “astro fulgentissimo della classica e italiana letteratura”, probabilmente parente dello scrittore più recente che qui, in questa casa che vedete, è nato.WP_20150705_030 E il Prof. Francesco Macario esperto di ginecologia ed ostetricia. Oltre le targhe, a ricordarlo, persino un busto in bronzo ovviamente, anche in questo caso, il tutto è stato creato davanti alla sua abitazione. WP_20150705_026La Passiflora e il Plumbago sono in fiore tra le ombrose stradine. Sono loro a donare quei tocchi colorati in alcuni angoli del paese di cui vi parlavo prima. Salendo alcuni gradini e bagnandoci un pò dalle fontanelle che si trovano in giro, ci troviamo in una piccola piazza che ospita in vecchio Oratoria dell’Assunta. WP_20150705_005E’ antico e rispecchia appieno l’impostazione tipica degli Oratori confraternali liguri dalla forma architettonica a navata unica in pianta rettangolare. Il fuori, nonostante i vecchi e i preziosi dipinti sulla facciata principale, appare logoro e malconcio. Povero. Mentre l’interno, nasconde diverse ricchezze come un organo del 1850 creato da Nicomede Agati. Purtroppo non posso fotografarvelo. Questo Oratorio non è l’unica attrazione religiosa.WP_20150705_027 Le chiese di San Biagio della Cima sono diverse, come la Chiesa dei Santi Fabiano, Sebastiano e Biagio ma soprattutto, quella fuori paese, in cima al monte dietro il borgo, che in estate, diventa un luogo d’interesse per ammirar le stelle. E’ il Santuario di Nostra Signora Addolorata. WP_20150705_019Ed è stato passeggiando davanti ad una di queste architetture che scorgemmo un indicazione riguardo un’opera di Biamonti:WP_20150705_031I vecchi, ancora numerosi, erano tutti radunati sotto a un portico. La piazza era vuota -. Si. E’ un verso tratto da “L’Angelo di Avrigue”, la sua opera del 1983. Un paese da leggere. Da guardare nei minimi particolari. Osservate qui. WP_20150705_033Una lastra di cemento. Un numero. Una data. Niente di che. 1784. Ebbene è l’anno della Guerra di Successione Austriaca e, un anonimo agricoltore, incise questa data in ricordo di quel tragico periodo. Le truppe austro-sarde saccheggiarono questo paese distruggendo vigne e uliveti e riducendo, di conseguenza, la popolazione in un completo stato di miseria. Erano il loro unico sostentamento.WP_20150705_017 Ogni villaggio ha la sua storia. San Biagio della Cima, tra la sua frescura, il suo panorama, il suo essere cullato un pò dal mare e un pò dai colli, ha questa. Una storia scritta elegantemente, sottolineando l’importanza della lingua e della prosa. San Biagio della Cima, attraversato dal suo torrente, il Verbone, che trascina via con se tutti i brutti ricordi. Giù, sino al mare poco distante. WP_20150705_024Un paese dal lungo passato. Si pensi che pare essere stato uno dei primi nuclei abitativi del Medioevo, vissuto da fuggitivi e nomadi francesi: i “passeurs” come li chiamava Biamonti nelle sue storie. WP_20150705_014Coloro che volevano attraversare il confine. Coloro che lasciavano la loro vita. E per oggi, in senso metaforico, vi lascio anch’io ma prima, vi riporto alcune parole scritte da lui stesso.WP_20150705_002 Io mi vado a preparare per il prossimo tour, nel quale ovviamente, verrete con me. Spero vi siate divertiti. Buona giornata a tutti.

WP_20150705_009« Il confine non è tra Italia e Francia: coinvolge tutti i vecchi, ancora numerosi, erano tutti radunati sotto a un portico. La piazza era vuota o il Mediterraneo. Ci sono tre grandi personaggi nel Mediterraneo: il Golfo di Genova (Montale); il Golfo di Marsiglia (Valéry), e il Golfo di Orano (Camus) che hanno creato una civiltà letteraria legata alle cose, in cui le cose parlano al posto dell’uomo. I loro paesi diventano aspri e emblematici di una civiltà umana legata a una sorta di corrosione dell’esistenza, quella che provoca il salino. È una civiltà data dalla luce e dal sapere, dalla lucidità e dalla corrosione ».WP_20150705_021

(Francesco Biamonti)

Via Queirolo – la Via Pedonale

E’ sicuramente la via più In di Arma di Taggia primo paese della Valle Argentina, perchè innanzi tutto è un budello parallelo al mare e poi è pedonale. WP_20150609_004Non è lunghissima ma sono tanti i negozi che vendono libri, vestiti e oggettini davvero deliziosi. Tutte cose carine e anche di un certo prezzo ovviamente. WP_20150609_008Una nuova pavimentazione la riveste da qualche anno rendendola ancora più elegante e aiuole e panchine circondate da fiori, permettono allo sguardo di godere di un bel ambiente. WP_20150609_010In estate è naturalmente super affollata anche grazie alle gelaterie e i bar che si trovano dove termina e infatti, essa finisce proprio adiacente alle spiagge e all’Arma di mare più conosciuta e visitata. WP_20150609_013In questa via c’era uno dei tre Cinema di Arma, il Capitol, anch’esso ormai chiuso come tutti gli altri e con gran dispiacere degli abitanti che lo ricordano ancora come un punto di riferimento del paese. WP_20150609_006Passeggiare qui, ammirando vetrine, è uno dei passatempi preferiti soprattutto dai turisti in grado di trovare ciò che desiderano. E’ proprio qui infatti che in alcuni periodi dell’anno, fanno anche il mercatino dell’artigianato dove i manufatti originali e gli oggettini stravaganti la fan da padroni. WP_20150609_014Si presume che il nome di questa via sia dedicato a Francesco Queirolo, uno scultore italiano nato a Genova nel 1704. Un ligure che però visse molto a Roma, dove fece scuola, e a Napoli dove, ancora giovane, morì nel 1762. Alcuni vicoletti di Via Queirolo come “Vico Romano”, portano al mare o passano sotto la vecchia ferrovia facendo entrare la gente nel centro della cittadina e, i pontini, sotto ai quali bisogna passare, sono davvero bassi e bisogna chinarsi.WP_20150609_011 Quando si era bimbi si giocava di tanto in tanto a vedere quando la nostra testa fosse finalmente riuscita a toccare il tanto ambito soffitto del piccolo tunnel. Ciò significava che stavamo diventando grandi! E anche noi avremmo dovuto raggomitolarci come gli adulti per passare lì! Un tempo, per raggiungere questa via bisognava aspettare che il passaggio a livello si alzasse e Arma rimaneva divisa in due per qualche minuto, più volte al giorno come tutti gli altri paesi della costa ligure dove gli unici binari scorrevano. WP_20150609_007Oggi tutto questo non esiste più qui perché la Stazione è stata spostata e il passaggio a livello trasformato in una rotonda per la viabilità delle auto. WP_20150609_005Se verrete al mare ad Arma, non potrete non visitare Via Queirolo e lei sarà sempre lì ad aspettarvi. Uno squit a tutti.

Il Preboggiòn ligure, fa bene ed è goloso!

Oggi cari topi, vi parlo di una ricetta tipicamente ligure. Così tipica da non avere nemmeno una precisa traduzione nella linguaSONY DSC italiana. Una ricetta raccontata dalle nostre nonne o dai conoscitori di erbe (come anche Libereso). Si perchè “il preboggiòn” o “u prebuggiun” come di consueto si sente dalle nostre parti, è una mescolanza, un insieme di erbe selvatiche tipiche della nostra zona, che servono poi, miscelate insieme per tante ricette tra le quali, i ripieni, le torte, le frittelle o gustosissimi passati. La cosa principale è, che questo miscuglio, SONY DSCsubisca una leggera e breve bollitura. Ed è proprio quest’azione che gli conferisce questo nome. Sembrerebbe infatti che il termine preboggiòn indichi una pre-bollitura. Quanto basta ad ammorbidire queste piante senza deteriorarle. Prebuggì, ossia prebollire. E’ ovvio poi che non ci si ferma qui. La mente è fantasiosa e le leggende hanno presto inizio o forse, anche un pò di verità. Fatto stà che si pensa anche che il nome derivi dal fatto che durante l’assedio di GeruSONY DSCsalemme, alcuni vassalli di Goffredo di Buglione, volessero raccolgiere erbe e piante per il loro condottiero capo e per i soldati (i pre-buglionis appunto) che erano senza acqua ne’ cibo. Ma c’è chi dice anche che “buglione” voglia dire, in ligure, brodo o miscuglio, minestra. Preparare questa ricetta non è difficile. Bisogna semplicemente raccogliere e pulire queste erbe che poi vi elencherò, farle scottare appena e miscelarle usandole poiSONY DSC come base per altri cibi magari. Non esiste una vera e propria descrizione di questo piatto anche perchè ognuno lo fa come vuole e con le erbette che trova a seconda anche della stagione e della zona della Liguria in cui vive. Noi di Ponente siamo davvero molto fortunati perchè, come vi ho già detto spesso, possiamo vantare nel nostro aspro territorio, ben più di 200 specie di piante commestibili e con tantissimi proprietà officinali che nascono spontanee. Dato il tipo di consumo è importante lo stadio di sviluppo della pianta al momento della raccolta; infatti, quasi tutte queste piante, non sono piu cucinabili allo stato adulto (rimarrebbero troppo dure per la poca cottura), e sono raccolte per il consumo quindi, quando la pianta è giovane, spesso quando ha appena formato con le foglie la “rosetta basale”, cioè quando non è ancora costituito lo steloSONY DSC floreale o quando questo è ancora tenero. Non solo, bisogna anche, durante la raccolta, tenere da conto del sapore di questi vegetali per non rischiare di rendere il nostro preboggiòn troppo amaro, o troppo forte, o troppo selvatico. Facciamo attenzione quindi a non eccedere con gusti particolari come quello delle Gè (bietole) dal gusto pungente, Boraxe (borragini) dal gusto sapido e neutro, Denti de Cuniggiu (radicchio) molto amaro. Chi vuole però, può anche procedere in questo modo creando un preboggiòn un pò più sofisticato: pestate dell’aglio e salatelo, sbucciate delle patate e tagliatele a pezzi. Lessate le erbe e poi le patate. A parte, in una padella, fate scaldare un pò d’olio, aggiungete un goccio di aceto, il battuto d’aglio, il rosmarino e la salvia, soffriggete fino a ottenere un bel colorito dorato. Fate scolare le erbe e, ancora calde, versatele in questoSONY DSC soffritto, aggiungete le patate, fate raffreddare. Cospargete il pan grattato (o meglio ancora del formaggio). Servite freddo. Questa è una ricetta a sè. Ma veniamo ora alla simpatica lista di piante adatte alla preparazione di questo piatto e ai loro vari nomi. Questa bellissima lista l’ho creata per voi facendomi aiutare da nomi (molto utili) che ho trovato in rete, su Wikipedia, e potete leggere come la stessa erba, nella zona della mia regione, la si può nominare in modi completamente diversi a seconda del paese. E per conoscerle, bisogna esser davvero bravi come me! Vi auguro una buona lettura e vi aspetto per il prossimo post! Bacioni! p.s.=un ultima cosa, riguardo alla poesia di ieri, grazie alle ricerche del mio amico Bruno ho scoperto alla fine che “chintagna” è lo spazio compreso tra la casa e la montagna, mentre “maciota” è senza dubbio la cicala.

 
  • Amarago, grugno, lattugaccio di Daléchamps; chiamata bunommi o beliommi a Chiavari, bell’omu a Recco, belommu a Levanto, brichetti ad Albisola, grasciaporchi a Dolceacqua, cardelle a Camporosso, cardella o cardellirla a Bordighera. Si fa anche in insalata nella Valle Argentina e in Val Nervia. Sapore: molto amaro.
  • Bietola di prato in Valle Argentina
    Borragine, boraxe in Valle Argentina
    CicerbitaSONY DSC, scixèrbua a Genova e Recco, lacciussa e lacciussola in Valle Arroscia, acciussola a Porto Maurizio, scurzoere o quarlatti a Nava, strugion a Mortola, laiciusso o sèrbixe a Diano Marina, lacciansòn a Savona, laciansùn a san Bernardo, seserbde a Sarzana, laciusa a Chiavari, dèvure a Finalborgo, cardella dumestega a Dolceacqua, lacette a Bardinetto, acciciora a Montalto, lattussa a Levanto e mascherpin a Ovada. Sapore: leggermente amaro, descritto come tipo nocciola.
  • Cicoriaradicion in Valle Argentina
    Dente di leone, chiamata tageinetti a Levanto. Si può anche fare in insalata. La radice tostata è un surrogato del caffè. Sapore: amaro.
  • Grattalingua[rat]talêgua in Valle Argentina chiamata anche gattalevre, lattalepre a Savona, lattalaegua, gattalaegua, rattalaegua, attalaegua a Genova, grattalaegua in Val Polcevera, rattaleve a Voltri, laitilaegue, laegue a Chiavari, taleaegua a Recco, talaegue a Lavagna, lataléve a Stella, italiaòa a Cogorno, tadèlua a Noli, teracrèpoli a Santa Margherita, acciussola, acciussora a Porto Maurizio, scapperoni, scapiroi, scapirui a Bordighera e in Val nervia, screppue a Levanto.
  • Lattuga leituga nella mia valle
  • Maggiorana persa in Valle Argentina
  • Ortica ortiga nella mia valle
    Origano cornabuggia nella mia valle
  • Papaveropapavao chiamato papavau a Genova e Recco, papavaru a Pigna, baxadonna a Ronco Scrivia, Savona e Porto Maurizio, rosanella a Bordighera, fantineti a Sanremo, rusuele a Levanto. Il papavero è usato anche come blando sedativo in infuso nelle Valle Argentina e Valle dell’ Orba. Sapore: insipido o leggermente amaro.
  • Radicchio selvatico, denti de coniggio qui da noi. Garatun a Celle Ligure, tagiainettu a Genova, serretta a Voltri, taggianuìn a Lavagna, dente de can in Val Polcevera, denti de cuniggiu a Recco, spinassu sarvaegu a Cogorno, erba gaina a Porto Maurizio, peirin a Sanremo e Bordighera, sciappasassi a Sarzana. Si fa anche in insalata, come depurativo del sangue, in Valle Argentina. Sapore: lievemente amaro.
  • Raperonzolo, ranpunçu in Valle Argentina, rampunzi a Genova e a Recco, rampusci, rampunsci a Savona e Vado Ligure, ramponsu a Sella, rampunci a Bardineto, gramposci a Oneglia, ramponseli a Sarzana, rampoixo a Porto Maurizio. Sapore: cruda è dolce, bollita è amara.
  • Sanguisorba, chiamata pampinella a Nava, pimpignèla a Pigna, erba noce a Bordighera, pimpinella a Recco, Val Nervia e Valle Argentina. La sanguisorba è molto usata anche in insalata nella Valle Argentina, a Genova e a Recco. La radice è usata per scottature ed ustioni. Sapore: amaro, descritto come vagamente di anguria.
  • Silene, chiamata erba s-cioppettina a Genova, sci-puelli a Recco, ciucchetti in Val Polcevera, grissari a Bordighera, grussari a Dolceacqua, frisceti a Sarzana, battilingua a Ceriana, grassuelli a Campegli. Sapore dolce e delicato.
  • Tarassaco, dente de can o piscialetto nella mia valle; insalatta da porchi, sciuscòn, testa da frate, lampionetti e radicion a Genova, piscianletto a Recco, barba du Signùu, ti-me-voe-ben, ti-me-voe-ma a Savona, dente de can a Mele, suscium, muccalume a Porto Maurizio, muso d’porch a Briga, lattusse a Levanto, rosorella da bosco, capirui a Camporosso. Sapore: amaro, descritto tipo radicchio.


 

 
 
 

La nostra Divina Commedia

Topi, scommetto che tutti voi avete studiato la Divina Commedia. Ebbene, ve lo ricordate il V canto? Esso si svolge nel secondo cerchio, dove sono puniti tutti i lussuriosi; siamo, si presume secondo gli studi, nella notte tra l’8 e il 9 aprile del 1300. Questa traduzione di Federico Gazzo, riporta, in un antichissimo dialetto ligure, proprio un pezzo della Commedia di Dante Alighieri. Qui, il titolo della sua opera in questo sito http://www.francobampi.it/zeneise/lengua/proposte/gazzo.htm in cui viene spiegato come si legge, come si scrive e come si pronuncia.

Padre Angelico Federico Gazzo
La «Divina Commedia» tradotta in genovese
Genova, 1909

DANTE ALIGHIERI

Divina Commedia – INFERNO:  Canto V

nella traduzione di Federico Gazzo (1845-1926):

 Dòppo d’avey da o mæ Dottô sentïo

nominâ i cavaggëi cu’e damme antighe

da’ pietæ vinto, sun quæxi smaxío:

e hò prinçipiòw: “Quarcösa voriæ díghe,

cäo Meystro, a quelli duï ch’insemme van,

portæ da o vento lêgii comme spighe

 

E a mi lê: ” Ti î vediæ quando sajan

ciù a noï d’ärente; e ti prêghili, allôa,

pe quello amô chi î porta, e lô vegniàn.”

Apeña o vento a noï o î arrigôa,

ghe daggo o crïo: “Öh, ànime affanæ,

parlæne, se nisciùn ve sèra a güa”.

 

Comme cumbiñe da l’amô ciammæ,

cu’ e sò äe averte e fèrme, a o düçe nïo

vêgnan per l’äja, da o soe voéy portæ;

da o roeo duv’ëa Didón, in çà d’asbrïo

cùran da noï, pe quell’ære maligno,

scì fòrte stæto o l’é o mæ amôôzo crïo.

 

“Öh ti animä’ graçiozo, e scì benigno,

che ti vegni a atrovâ, in te sto ære sperso

noï ch’hemmo tento o mundo de sanguigno,

se hæscimo amigo o Rè de l’ûnivèrso,

ô preghiêscimo noï per a tò paxe,

che ti hæ pietæ do nòstro mâ’ pervèrso.

 

De quanto a voï sentî e parlâ ve piaxe

stæmo a sentîve, e parliëmo con voï,

shiña che o sferradô, comm’aoa, o taxe.

Sëze a çitæ duve sun nasciûa ai doï

in sce a mariña duve o Pò o descende

pe finî in paxe insemme ai soe minoï.

 

L’Amô che in t’ûn coe fin lèsto o s’aççende,

o l’ha invaghïo ‘sto kì da mæ persoña

che m’han levòw; e ancon o moeo o m’offende.

No amâ chi n’amma, l’Amô o no perdoña!

Do sò piaxey lê o m’ha iñnamoä scì fòrte,

che ancon, ti ô veddi!…kì o no m’abbandoña.

 

L’Amô condûti o n’ha a ûña stessa mòrte:

Caiña a l’aspëta chi n’ha asciascinòw”.

Ecco quanto n’han dïto in sce a soe sòrte.

Sentìo o magon de questi, e o soe peccòw,

o mento kiño in sen, lì, mucco e basso,

shiña che o Poeta o me fa: “Ti ë alluow?”

 

Revëgno e diggo allôa: “Sun in t’ûn giaçço!

Quanti düsci penscëi, quanto dexìo

han portòw questi ao dolorozo passo!”

Pòi vorzéndome a lô cu’o coe abbrençoìo:

“Françesca! – esclammo – e peñe tò e i deliri

me fan cianze d’ûn cento tristo e pio.

 

Ma dimme, ao tempo di düsci suspiri,

cun cöse, e cumme v’ha conçesso Amô

che conoscésci i dûbbiozi dexiri?”

E allôa lê a mi: “No gh’é, no, maggiô dô

ch’arregordâ i feliçi dì, e a freschixe

in ta mizëja; e o ô sa o tò bon Dottô.

 

Ma pòi se de conosce a primma raïxe

do nòstro amô ti mostri tanto affètto,

comme quello fajö chi cianze e dixe.

Pe demôa, ûn dì lezéyvimo o libretto

de Lançilòtto, comm’Amô o l’ha vinto:

soli éymo lì, sença nisciùn suspètto.

 

Ciù e ciù vòtte i nòstri oeggi a n’ha suspinto

quella lettùa, e scolorìo a n’ha o vizo:

ma chi n’ha pòi derruòw o l’é stæto ûn pointo.

Ao lêze comme o suave fattorizo

baxòw o l’é stæto da scì illûstre amante,

questo, chi mai da mi o no sä divizo,

a bucca o m’ha baxòw tûtto tremante.

 

«Galiöto» scì! l’ëa o libbro e chi l’ha scrïto:

no gh’hemmo quello dì lètto ciù avante”.

Mentre ch’ûn spìrito questo o m’ha dïto

l’ätro o cianzéyva scì, che sença ciù

me sun sentìo mancâ da no stâ drïto,

e comme ûn còrpo mòrto hò dæto zù.

Anche in questo caso, si parla di una lingua così antica da essere difficile da tradurre anche per noi, però io la trovo bellissima. Padre Angelico Federico Gazzo, diceva sempre – Cume o zeneise o vegne da o latin -, ossia “come il genovese (il ligure) viene dal latino -. E da lì, ecco questa sua particolare traduzione. Un abbraccio a tutti topini, alla prossima.

Per piangere e per ridere

Questo post lo dedico al mio papà. Penso che gran parte di voi abbia capito che il mio topopapà suona la chitarra. La suona in modo semplice, come dice lui “strimpellando”, non di più, senza vantarsi troppo eppure, potete credermi, il suo carisma, il suo ritmo, il suo orecchio, fan si che se lui manca, la compagnia non si diverte allo stesso modo. A lui piace tantissimo suonare le canzoni dei nostri grandi cantautori e dei nostri grandi cantanti: De Andrè, Battisti, Zucchero, Nomadi, De Gregori, Guccini, Dalla… per non parlare degli stranieri: Cocker, Clapton, Dylan… Come si dice in gergo, fa le cover.  Musica e buoi dei paesi tuoi però; a papà non riesci a fargli smettere una serata senza qualche canzone genovese che rallegra o riempie i cuori di sentimento. Pucci dei Trilli, Piero Parodi ed altri, hanno segnato l’esistenza di papà che li ha anche conosciuti e, come se non bastasse, anche la mia. Da che son cucciolotta il mio topogenitore, mi fa sedere sulle sue ginocchia, assieme all’amato strumento, e con una impercettibile espressione dell’occhio sinistro (che solo io conosco!!!) mi “ordina” di partire. Solitamente, il divertimento è assicurato ma, quando capita di cantare, con tutto il cuore e una voce mesta, canzoni come quella che vorrei farvi sentire, ci si può anche commuovere. E allora topini, direttamente da Genova, da mille anni protagoniste anche di serate qui nel Ponente, dove spesso i veri autori son venuti a cantarle, una delle canzoni più tristi della mia regione. E ovviamente, con tanto di traduzione! Questa canzone s’intitola “PICCUN DAGGHE CIANIN”, (Piccone, picchia più piano) riferendosi ai picconi e alle ruspe che in Genova, nel quartiere di Portoria e al Piano di Piccapietra, per lasciar posto alla nuova città in crescita, hanno buttato giù dimore e ricordi. I colpi del piccone dati sui mattoni erano colpi sentiti dentro al cuore. In questa zona è anche vissuta una mia topo-zia. Zia Angiulina. Una vecchina piccola, piccola. Dopo le splendide parole di una donna, che non sono difficilissime da capire, inizierà questa splendida canzone e ne approfitto per complimentarmi con chi ha creato questo meraviglioso video, grease52.

Fra i mattoni di Piccapietra che fan trasloco, ce ne sono della casa dove sono nato,

ci sono passato per caso stamattina ma forse il cuore guidava il mio cammino.

Chi è di Genova lo sa perché un nodo in gola, mi ha impedito di recitare questa “preghiera”.

 

Piccone batti più piano, io sono nato qui sotto questo camino

sono muri che mi hanno visto piccolino

andare in giro tirandomi dietro il seggiolino

 

Piccone batti più piano, su questo pezzo di pietra rotta a pezzettini

ho fatto i compiti di latino

ed ho mangiato trenette e minestroni

 

Ma stai già abbattendo il balcone, guarda: c’è la Madonna della Passione!

L’ha costruita il mio “capo” trent’anni fa, per una grazia ricevuta in mezzo al mare.

 

Piccone batti più piano, sono tutti colpi dati sul mio cuore

se proprio non puoi farne a meno

almeno batti più piano

 

Credetemi, poche volte, gente, ho pianto,

non mi emoziono tanto facilmente

ma quando ho visto cadere a picconate

la stanza dove era nata mia madre,

mi si è fermato qualcosa proprio qui

ho pianto ed ho pregato così

Piccone, batti più dolcemente, son tutti colpi dati sul mio cuore,

se proprio non ne può fare a meno,

piccone, batti più piano,  pianino

 

Fermati un po’, piccone, ti rubo un mattone,

un pezzo di poesia del piano di Picca…pietra

Ma cantare Genova, non significa solo piangere topini! Tranquilli! Anzi… Ora, rimettetevi a posto, mettevi via u mandiu (il fazzoletto) e state pronti a farvi due sane risate con “A SEISSENTU” (La 600) la vecchia macchina ormai d’epoca. Tanta fatica per comprarsi l’auto nuova e poi, guarda te, come và a finire! Bello anche questo video di fufuralzu.

Carina vero? Non avete capito? Vi traduco in un attimo tutto io. Praticamente è una simpatica lamentela di Parodi il quale ha preso spunto da ” La Balilla”, di Giorgio Gaber.

Avevo comprato una bella 600, andava veloce più forte del vento

vi racconto la storia di come è andata che in cinque minuti me l’han subito fatta.

Prima vi dico il mestiere che faccio comincio alle dieci a mezzogiorno sono uno straccio

vendo soda, lisciva e sapone e di soldi ne faccio un vagone.

Su e giù per il porto con la motocicletta con detersivi, scopa e paglietta

guadagnu un mucchio di monete da cento e mi vien voglia di comprare la 600.

Lascio la macchina davanti a una porta mi grattan subito la ruota di scorta

la sposto più in là in una via larga, appena giro l’occhio mi fregan la targa.

Arrivano i Tedeschi: -Verbotte versciure -, mi fan fuori circa mezzo motore

chiamo gli Inglesi per scacciarli via, si mangiano tutta la carrozzeria.

Passa un ragazzo con due belle figliole, mi svita tutte le lampadine

anche mio fratello, per curarsi l’angina, fa finta di niente e si mangia la bobina.

Per visitarlo arriva una dottoressa e il radiatore all’istante si frega

per rispetto alla scienza stò buono, lei ne approfitta e fa fuori il tappeto.

Ma chissà cosa si credevan fosse, era una 600 mica un pandolce!

Vado a denunciare tutto all’istante, altra manata, mi nascondono il volante!

Il mio portinaio che è 100kg, si ci siede dentro e mi sfonda i sedili

e sua moglie che è tutta finezza, si appoggia davanti; addio parabrezza.

Poi arriva una ragazza. Che signorina! Con quattro succhiate mi asciuga la benzina.

Passa una donnaccia con una brutta amica, una mezza sdentata, mi rosicchia la marmitta.

Vado per caso a trovare mio cugino, gli trovo in casa cruscotto e pistone.

C’è rimasto qualche pezzo lì dal marciapiede: L’ho metto in un sacco e lo porto allo straccino!

Ebbene si. Anche questa fa parte del repertorio del mio papà. E allora, dopo questa giornata canterina io vi lascio a ricordare le parole. Memorizzatele bene, così poi cantiamo tutti insieme. Baci, la vostra Pigmy!

 

Nilo Calvini: storico e scrittore della mia valle

E non solo. Di gran parte del Ponente Ligure. Non l’ho mai conosciuto. E’ purtroppo mancato nel 1998 e non ho mai avuto occasione imagesdi viverlo personalmente. Oggi, posso leggere i suoi scritti, risentire attraverso le sue parole le stesse emozioni, rivisitare quei luoghi tanto amati. A parlarmi di lui oggi sono i suoi cari amici e colleghi, quelli che dicono sempre “Eh… ma Nilo, come Nilo non ce n’è. Nilo si che…”. Attraverso la loro espressione e le loro frasi, si può facilmente capire quanto l’abbiano amato e quanto si sentano in dovere di menzionare. Nilo Calvini nacque a Bussana nel 1914. Una Bussana che un tempo era comune a sè; oggi, è invece una piccola frazione di San Remo. Nacque dall’avvocato Alarico Calvini e Caterina Ricolfi, appartenenti entrambi a due delle famiglie più antiche del luogo. Dopo aver compiuto gli studi secondari, si iscrisse alla facoltà di Lettere dell’U3922_nilocalvinivoliiiniversità di Genova, non ve lo volevo dire ma è la stessa che frequenta qualche anno dopo, topomarito mio. Si laurea così il 5 novembre del 1938 con una tesi in archeologia classica sulle rovine romane del Ponente Ligure che sono ancora parecchie e purtroppo, poco menzionate. In quegli anni, ebbe come docenti Paolo Revelli, Mattia Moresco, Ubaldo Formentini, Ludovico Giordano, Alfredo Schiaffini e Vito Vitale, mentre, tra gli studenti suoi compagni di studio, figuravano i nomi di Teofilo Ossian de Negri, Dante Scarella e Nino Lamboglia. Combatte, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte greco-albanese come ufficiale di Fanteria passando poi a sorvegliare il campo di concentramento di Cairo Montenotte. Tornato a casa e insignito di una Croce al merito di guerra, si dedica a una delle sue più grandi passioni: il giornalismo. Inizia così a collaborare con “Rivista Ingauna e Intemelia”, giornale di confine, per arrivare al suo grande sogno e scrivere un libro tutto suo, un volume che spiegava delle relazioni medievali tra Genova e la Liguria Occidentale tra il X e il XIII secolo. Tra le sue opere più importanti però, si ricordano gli Statuti liguri: Il Principato di Villaregia (in collaborazione con Aldo Sarchi, 1977); Città di Taggia. Statuti comunali del 1381 (1981); Statuti comunali di Sanremo (1983); Il feudo di Lingueglietta e i suoi Statuti comunali (1434) (1986); Statuti comunali di Diano (1363) (1988) e Gli antichi Statuti comunali di Badalucco (1994); postumi sarebbero invece usciti quelli di Ortonovo nel 1999 e quelli di Zuccarello nel 2000. Alla città di Taggia, oltre al volume sugli Statuti comunali, dedicò invece, oltre a vari articoli, l’opera “La Cronaca del Calvi”. Il Convento dei Padri Domenicani e la città di Taggia dal 1460 al 1623 (1982), per cui venne anche premiato con la nominacopertina-220x300 a “Cittadino onorario” da parte dell’Amministrazione comunale taggese. Parlò a lungo di Corsari, Saraceni e Pirati dei mari che saccheggiavano i paesi sulla costa della valle Argentina. Ne parlava romanzando l’avventura o descrivendo fatti storici, ne parlava come studioso, studioso della sua terra. Ma un giorno, vi parlerò del suo “Nuovo Glossario Medievale Ligure” scritto da Girolamo Rossi e ampliato tempo dopo proprio dal Calvini, un vero spasso, interessantissimo. Calvini è morto a Genova il 23 marzo 1998. Per i suoi meriti di «docente e appassionato ricercatore di documenti», nonché apprezzato cultore di storia matuziana, il Comune di Sanremo lo aveva nominato “Cittadino benemerito” nel 1970 su proposta della Famija Sanremasca. Il 25 aprile 1985 il Comune di Sanremo gli avrebbe anche conferito un “Attestato di Benemerenza” in riconoscimento della sua partecipazione al primo Consiglio Comunale della città del dopoguerra, nel quale Calvini era stato eletto nelle consultazioni amministrative del 24 marzo 1946. E Calvini era amato, amato davvero e ancora oggi ricordato. Spero al più presto di farvi conoscere meglio qualche sua opera. Qualche suo storico e importante documento. Nilo Calvini merita di più di questo breve e povero post e di più, da parte mia, avrà. Per ora, ho potuto usare come fonti le parole dello storico Andrea Gandolfo su sanremonews e quelle di Giampiero Laiolo che, anni fa a San Remo, in Villa Nobel, in ricordo di Nilo, assieme ad assessori e presidenti, a ricordato i volumi del collega.

Eleonora Curlo Ruffini, i suoi figli e Taggia

Di Eleonora Curlo, sposatasi giovanissima con l’avvocato di Finale Ligure (ai tempi: Finalmarina)  Bernardo Ruffini, e della sua famiglia, vi avevo già accennato qualcosa in questi due post  https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2012/02/12/villa-curlo-la-villa-del-giudice/https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2012/03/06/la-compagnia-della-picca-e-del-moschetto/, dove vi descrivevo la nobile villa del giudice G.B. Curlo, zio paterno, e il nome di lei, Eleonora, che in Taggia, è presente e inciso in vie, piazze e fontane. Figlia del marchese Ottavio Curlo, Eleonora nasce a Genova nel 1781 ma rimane presto orfana della madre Agnese, appartenente all’importante casato degli Spinola e cresce, come facilmente v’immaginereteSONY DSC, senza troppi grilli per la testa. La mamma non c’era più ma lei ne seppe prendere velocemente il ruolo, sia come punto di riferimento per i suoi familiari, sia come studiosa di letteratura italiana e straniera.SONY DSC Eleonora era appassionata da questi studi compresi la storia, la geografia e l’arte tanto da farne un lavoro a tempo perso. In tanti infatti le chiedevano insegnamenti o traduzioni. E oggi voglio riparlarvi di lei. Oggi, che mi trovo qui, a Taggia, in Piazza Cavour, davanti al suo busto realizzato nel 1882 dallo scultore Luigi Belli. Oggi che lascio dietro alle mie spalle via Soleri e l’oratorio dei Santi Sebastiano e Fabiano, mi soffermo a guardarla. Guardo quel viso, quei capelli raccolti, quel naso sporgente un pò rovinato, un pò all’insù, a svelarne quasi la personalità, quell’aria da nobildonna, impassibile e fiera. E nobile, Eleonora, lo era davvero. Capace all’occorrenza di travestirsi da uomo e non farsi scoprire, di sgattaiolare di notte tra i carrugi più bui, di curare come solo un medico poteva essere disposto. Eleonora, marchesa, che riusciva a tenere dentro di sè ogni segreto, che conosceva bene il valore del rinascere, che amava la sua patria ed elargiva consigli nelle serate di gala, maestra del far finta di nulla. Ebbe tredici figli e per alcuni di loro fu madre e fu spia e fu maestra. Cinque morirono durante l’infanzia per cause che non si conoscono ma si presume che glieli abbia portati via la tubercolosi. Due di quelli che riuscirono a crescere, Jacopo e Giovanni, divennero affermati politici, appoggiati tantissimo dalla madre alla quale chiedevano consigli e dalla quale si lasciavano guidare. Essa, li convinse ad entrare nella Carboneria con Mazzini ma, ahimè, Jacopo si suicidò (forse) poco dopo, nel 1833. -Verità nascoste-, si disse. Giovanni invece, divenne molto amico di Mazzini tanto da seguirlo anche a Marsiglia, a Londra, ovunque. Via dalla sua terra, via dalla madre. Ma Eleonora se lo aspettava. Essa, patriota convinta, unica donna capace d’influenzare lo stesso Mazzini per il quale era come una zia, sapeva bene come andavano certe cose, come lo sapeva la madre di quest’ultimo, Maria Drago. Donne dalla saggia conoscienza. Così, dopo anche la morte del marito Bernardo, nel 1840, rimasta vedova triste e soprattutto madre sola e ferita, si rintanò nella dimora estiva del padre qui a Taggia. Via dalla sua Genova, luogo delle programmazioni, ora si cercava la quiete e il riposo. Lontano da tutti e da tutto. Lontano dai ricordi e dai paesaggi tanto amati e tanto odiati allo stesso tempo. Qui, nella villa paterna, già dimora dei Benedettini, Eleonora, senza mai togliersi il velo dalla testa, così cinica fuori e così passionale dentro, morì, sola, nel 1856 tra lutti e strazianti attese vane e, dopo aver assistito alla morte di un altro suo figlio, Agostino che fu per anni, deputato piemontese. Fu infatti proprio qui che Eleonora conobbe la solitudine ma, questo paese, che l’accolse e la vide morire, l’ha sempre ricordata. A lei venne dedicata la colonia di Arma di Taggia, già dedicata antecedentemente alla Regina Margherita di Savoia. La Colonia Marina Antitubercolare della provincia d’Imperia, gestita dalle suore e che, negli anni del regime fascista, accoglieva “Balilla” e “Figlie della Lupa”. Oggi, questo edificio, è tra le più prestigiose scuole alberghiere di tutta la Liguria. Sul mare, sorvolata dai gabbiani e con una grande scritta davanti: “Eleonora Ruffini”. Eleonora Ruffini che osserva ogni giornoSONY DSC via Soleri, la via dei portici e del profumo di canestrelli. Accanto a lei, il medico Soleri; Giovan Battista. Il suo busto, creato da Giovanni Orengo, ne celebra il personaggio venuto a mancare il 9 settembre del 1879. Anch’esso uomo di Taggia. Anch’esso ricordato. Pensate, il suo testamento, compare addirittura sul testo della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 1906 per volere SONY DSCdel Re Vittorio Emanuele: “…il Dottor Giovanni Battista Soleri, lasciava tutte le suo sostanzo ad un collegio da fondarsi in Genova a vantaggio dei giovani di Taggia, di Bussana e di Savona. Vedati i RR. decreti 29 aprile 1923, 8 febbraio 1852, n°1325… con cui fu provveduto alla esecuzione della volorità del testatore secondo le mutate esigenze dei tempi;… e approvato il nuovo stattito organico per la fondazione Soleri in Genova annesso al presente decreto e firmato, d’ordine Nostro dal Ministro proponente. Ordiniamo che: il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque…”. Insomma, Piazza Cavour accoglie due grandi personaggi che, severi, tengono d’occhio la città. Un pò anche la loro città. E qui, dove morì Eleonora, morì trent’anni dopo anche suo figlio Giovanni, tornato a Taggia, paese sempre disposto ad accoglierlo; paese nel quale, anni prima, duellò per amore contro un certo Paolo Anfossi anch’esso patriota e cospiratore. Taggia, paese che gli diede la poltrona al Parlamento Subalpino e lo battezza ministro plenipotenziario. Taggia, che gli da’ gli amici, quelli veri, come il suo amato Giuseppe, e la possibilità di scrivere romanzi letterali come “Il Dottor Antonio”, tradotto in molte lingue. Giovanni, che conosceva anche la lingua inglese e quella francese. Giovanni, forse per Eleonora figlio prediletto che lei difese e nascose a Ginevra dopo che era stato condannato per contumacia con la pena capitale. Giovanni, che rimase solo, con la sorella Nina e morì il 3 novembre del 1881 dove morì sua mamma. Si dice addirittura nella stessa stanza. Quante morti nella casa dai colori accesi. Nella casa oltre al ponte. Giovanni, dai capelli lunghi e la barba folta. Giovanni, dalla fronte alta e spaziosa. A lui, a sua madre e a suo fratello Agostino, sono state innalzate le lastre di granito nel cimitero di Taggia. Con la sua morte, si estinse così la nobile famiglia della marchesa Eleonora Curlo Ruffini, madre Santa e donna eroica del Risorgimento Nazionale.

Particolarità della Cucina Genovese alias la Cucina Ligure

Oggi, facendomi aiutare dalla sapienza della giornalista Laura Rangoni, vi voglio far conoscere meglio la nostra cucina. Laura Rangoni s’interessa infatti di storia del cibo, dei rapporti di cibo e psicologia, di folclore e tradizioni alimentari e userò qualche suo scritto per raccontarvi di una cucina a mio avviso un pò diversa dalle altre. Bene, ecco vedete, innanzi tutto bisogna precisare una cosa: quando si parla di cucina Ligure, non si dovrebbe usare solo l’aggetivo “Ligure” bensì anche il termine “Genovese”. E’ un filo sottilissimo che le divide, ma miliardi di cose le accomunano. Si potrebbe fare di tutta l’erba un fascio ma non è esattamente così. Non mi si chieda perchè. Forse perchè tutto è partito da lì, da questo capoluogo affascinante e dalla lunga e ricca storia. E’ ovvio che le stesse ricette le si conoscono da Ponente a Levante, anzi, siamo proprio noi a fornire maggiormente castagne, nocciole, olive o, è La Spezia (Santa Teresa) a fornire i mitili, ma Zena, merita appropriarsi la nomina di questa particolarissima cucina e probabilmente, essendo in posizione centrale, è giusto così. Par proprio che da un estremo all’altro della Liguria, si ci riunisca nella Superba tutti insieme per poter inventare, preparare e gustare ciò che rende felice tutti i palati del mondo. Senza tralasciare che Genova stessa, gode di ricette che non si trovano nelle altre provincie liguri. Alessandro Molinari Pradelli, studioso e ricercatore di civiltà contadine ed enologia invece, divide bene le due arti culinarie lasciando a Cesare quel che è di Cesare, io però oggi, vorrei coniugare una regione che dà al suo capoluogo così come esso dà alla sua regione. E allora perchè questo tipo di cucina risulta così originale? Ve lo spiego subito. Vi dice niente il connubio mare-monti? E i nostri marinai, pronti a scavalcare mari impetuosi per riportar ingredienti da terre lontane? Ma andiamo per ordine, perchè anche questa potrebbe essere letta come una bella favola ed è proprio per raccontarvela che mi farò aiutare dalla Rangoni così come mi hanno aiutato nonni, genitori e i segreti della mia stessa valle con le sue mille piante ed erbe officinali. Vedete, Genova ha una posizione geografica particolare rispetto alle altre città italiane e questo ha contraddistinto la sua cucina tradizionale. Come Guccini di Bologna cantava che “… ha il seno sul piano padano e il culo sui colli…“, di Genova potremmo dire, immaginandocela prona, che si bagna il viso nel mare e si fa accarezzare i piedi dalle fronde degli alberi prealpini. Che il nostro cantore De Andrè me la passi buona! Questa splendida città è situata sul mare ma a ridosso delle colline, quindi nel tempo, si è potuto accoppiare, nelle ricette tradizionali, sia i prodotti derivanti dalla pesca, sia le verdure coltivate nelle strisce di terreno strappato alla roccia, sia l’universo delle erbe aromatiche tipiche della Liguria. Non mancano i prodotti spontanei che si trovano nelle pinete e nei boschi quali funghi e pinoli ad esempio, che hanno dato una nota originalità a una cucina nel suo complesso borghese e popolana, montana e marina assieme. Ma anche noci, castagne, olive ed erbe varie, denotano l’abilità di questi abitanti nell’inventare ricette gustose con ingredienti poveri e facilmente reperibili sul territorio. Infatti, a causa della particolarità orografica, della scarsità dei pascoli per i bovini e di zone di coltivazioni estese di cereali e ortaggi, la cucina genovese ha sviluppato ricette con prodotti facilmente conservabili quali ceci e altri legumi utilizzati ad esempio nella farinata e nella mesciua, oppure stoccafisso e baccalà. I Liguri sono maestri della conservazione. Hanno dovuto imparare per forza. E non mancano nemmeno le suggestioni, come vi dicevo prima, riportate in patria dai marinai che hanno visitato paesi lontani e l’abitudine di preferire sapori forti, sinfonie di sapori sapientemente modulati con l’uso delle erbe. Il basilico soprattutto, conosciuto in tutto il mondo, contraddistingue questa cucina interpretata da raffinati intenditori. E non si tratta solo di pesto. Quel pesto che non è mai uguale a se stesso nonostante la semplicità della sua ricetta. Un’altra regina incontrastata della cucina genovese, che ha reso nota tutta la regione, è la torta Pasqualina, accompagnata da altre torte di riso e/o verdura; ottima, pronta e completa per essere consumata nelle lunghe notti di pesca. Anche la pasta ha una lunga tradizione. A ricordarlo anche l’Agnesi d’Imperia. I “macarones”, pensate, compaiono citati in una fonte genovese del 1279. Probabilmente i naviganti liguri, conobbero gli Arabi e provvidero a diffonderne l’uso già nel lontano medioevo. La pasta fatta in casa invece, compare sulle tavole da sempre e trova la sua apoteosi nelle trofie, ma anche nelle torte di riso, nelle sardenaire, nelle focacce citate già nei cinquecenteschi ricettari come “Gattafure Genovesi”. Volumi molto più rintracciabili dalla mia amica Miss www.dearmissfletcher.wordpress.com che non da me. Non possiamo poi tacere sull’olio, il prodotto di quegli ulivi che sembrano sofferenti sferzati dal vento e bruciati dal sole, che è uno dei migliori d’Italia e che costituisce il condimento essenziale dei piatti tipici liguri. Zena, epicentro di una regione dai sapori ricchi, dai profumi intensi e dagli introvabili ingredienti come i carciofi d’Albenga, i fagioli di Badalucco, i radicchi di Chiavari, i pomodori di Cervo. Una cucina prevalentemente vegetariana che sfrutta le ricchezze del suolo e del suo sole perenne. Una cucina che ha saputo esaltare i sapori della sua terra con nobile maestria e che fortunatamente, io nella mia valle, posso gustare ogni giorno. E allora buon appetito generale vi accompagni topi. Buona pappa a tutti.

Pulite i fiumi!

L’estate topini è ahimè quasi giunta al termine e si sa che ormai, da qualche anno, andiamo incontro a piogge imperterrite che spesso provocano seri danni. Stiamo diventando come un paese tropicale, con la stagione delle piogge! Parlando seriamente, e parlando del mio torrente, l’Argentina, vorrei segnalare e ricordare un avvenimento dell’anno scorso nella speranza che possa tornare utile. Io, premetto, non sono nessuno, e probabilmente quello che stò per dire è una cosa ingiusta ma, questo torrente, è tutti i giorni sotto i miei occhi. Costantemente. Ebbene, innanzi tutto devo spiegarvi che è un torrente che, nei pressi del mare, è pieno di canne di bambù. Pieno davvero. Il tratto che praticamente da Arma va a Taggia, sembra un canneto. In questi giorni è completamente secco. Succede tutte le estati. La siccità fa spuntare le pietre bianche e ovviamente, fa seccare tutte le piante che si trovano nel letto del torrente, canne comprese. Salendo in valle Argentina, a pulire il torrente, ci pensano solitamente i cacciatori ma, verso le città di Taggia e di Arma, dove il suo percorso finisce e dove non ci sono grandi alberi, a pulire non ci pensa nessuno. L’anno scorso però, dopo che a Genova il Bisagno aveva fatto non pochi danni, ecco che da noi, bloccando una delle strade principali, si sono messi, sotto ad una pioggia violentissima, a pulire questo fiumiciattolo che si era ingrossato, all’ultimo minuto. Quello che vorrei dire è che probabilmente si riesce a pulire meglio ora che è tutto secco e asciutto che non quando c’è quasi un’inondazione. Tra l’altro, sono proprio queste piante seccate e ormai morte che, appena arriva un’ondata d’acqua, si rompono e formano dighe pericolose. Non posso nemmeno usare il termine “puliamo”, devo dire “pulite” perchè in questo comune, se ti vedono andare a prendere anche solo una canna ti fanno la multa. Sicuramente avranno i loro motivi e comunque penso che personale per pulire un torrente sanno dove trovarlo. Comunque, non voglio fare della polemica e nemmeno sollevare una discussione, solo ricordare. L’anno scorso, ripeto, di notte, vigili urbani, pompieri, strada chiusa, pioggia torrenziale… un macello… e tutti a pulire, bagnati e al freddo. Quest’anno, spero lo facciano prima di questo periodo, tutto qua! E basta pulire, non stò parlando di cambiare il corso del torrente o lavorare negli alvei, lasciamo all’acqua la sua casa, solo, riordiniamola un pò. Ormai intorno, ci sono state costruite delle abitazioni e uno straripamento potrebbe essere pericoloso. Se potete, fatelo! Sicuramente, oltre agli abitanti, anche le paperelle giù alla foce vi ringrazieranno ottenendo una casetta pulita e ordinata. P.S.= Vi ricordo che, l’anno scorso, giovedì 3 novembre 2011 alle ore 10:00 a.m. hanno dato allerta 2 e alle 18:00 della stessa sera, pulivano il torrente.

Lettere dall’Archivio di Stato di Genova

A Triora, nel bellissimo museo etnografico, esistono i duplicati di alcune lettere davvero interessanti che vedono ancora una volta protagoniste le cosiddette streghe. Ve ne propongo alcune così come sono. Sono documenti reali e, a parer mio, molto interessanti… (ehm… e premetto che non ci sono errori ortografici):

Prima Lettera

DA “INVENTIONE DI GIULIO PALLAVICINO DI SCRIVER TUTTE LE COSE ACCADUTE ALLI TEMPI SUOI (1583-1589)”

Giugno 1588

Mercoledì a 29

Da Triora loco ignobile è venuto hoggi condute dal barigelo 13 donne strie ed un huomo, e si dice che quel loco sia quasi machiato tutto di simil peste.

Giovedì a 30

Le streghe venute il Sereni§imo Senato restato d’acordo con Inquisitor furno poste nelle prigioni di Palatio Criminale, veduto questo l’Inquisitor andò nel Colegio delli Illustri§imi Procuratori, dove era solo l’illustre Nicolò Doria, e dolendosi che senza più parlar alcuna cosa le streghe si erano me§e in prigione criminale, lì fu risposto e così moltiplicorno in diverse parole a tale che il detto illustre Nicolò fù in grande colera, e bisognò che l’Inquisitor se n’anda§e, ma facendone relatione in Senato il Signor Nicolò fu posta la cosa in consulta, e così fu risoluto e spedito un correro a Roma a darne conto a Sua Santità per mezzo de Cardinale Sauli e Giustiniano. Il Consiglieto fatto furno posti nel Seminario della Rota Criminale 12 che vi mancavano.

Seconda Lettera

LETTERA DEL CARDINALE DI S. SEVERINA AL DOGE E AI GOVERNATORI DI GENOVA. ROMA, 11 AGOSTO 1589, IN “LETTERE DI CARDINALI”, N°2819

Ser.mo Duce et Ill.mi Gov.ri

Per la lettera di VV. Ecc.ze del V del presente ricevuta al X si è intesa l’istanza che elli fanno a ciò che Giulio Scribani già loro Commi§.rio in Triora nella causa delle donne che egli ha proce§ate per streghe fu§i a§oluto dalla scommunica nella quale si è incorso per e§ersi ingerito nelle cose pertinenti alla S.ta Inquisitione contra la dispositione de’ Sacri Canoni et altre costitutioni Apostoliche sopra di ciò promulgate: et volendo questi miei Ill.mi e R.mi Sig.ri Card.li Colleghi far cosa grata all’Ecc.ze Vostre, hanno ordinato ch’io scriva al Padre Inquis.re di costì una lettera, che sarà allegata con questa, che se’l ditto Giulio humilmente gli domandarà di e§er a§oluto dalla detta scomunica, ch’egli in presenza di cotesto Rev. Vicario Archiepiscopale l’a§olva secondo la forma solita et consueta della S.ta Chiesa. Et non mi occorrendo altro, in buona gratia dell’Ecc.ze Vostre di cuore mi racc.do con pregare dal Sig.re ogni prosperità et continuità. Di Roma, a XI Agosto 1589.

Di VV. Ecc.ze

S.re Giulio Ant. Card. S. Sev.

Terza Lettera

FEDE DEL CURATO GIOVANNI BATTISTA LAVAGNA INVIATA AL COMMI§ARIO SCRIBANI. TAVOLE, 30 LUGLIO 1588, IN, LETTERE AL SENATO, N°538 (GIà 142).

Tore 1588 die XXX Julij.

Io P. Gio Batta Lavagna del luoco della villa talla curato delle tavole Giurisdizione del Ser.mo Ducca di Savoia. Richiesto dal molto magnifico signor Giulio Scribanis Commi§ario in Triora per la Sereni§ima Repubblica di Genova di dover informarmi se nella detta villa delle Tavole erano stati guastati quattro o cinque anni sono a certi parenti di Antonio Ruggiero della villa di Andagna dei figlioli sono informato in tutto come in appre§o si contiene. Cioè la moglie di Giacomo Lavagna nepote del cugnato del detto Antonio Rogiero mi ha affermato e§er la verità che quattro o cinque anni sono li morse due figliole, cioè una di ettà di sei mesi in circa, la quale e§endo molto gra§a et gra§a una sera la posero in letto, la mattina la ritrovorno morta, l’altra potrà haverne poco manco di un Anno et non hanno mai saputo di che malattie sieno morte senza male alcuno et il medemo mi ha affermato la madre del detto Giacomo che si domanda Domeneghina, che fu moglie del fu Paolo Lavagna. Et in fede di sacerdote ho scritta et sotto scritta la presente di mia mano propria.

Dalle Tavole, il dì suddetto. Io P. Gio Batta Lavagna affermo quanto sopra.

Extractum, ecc. Johannes Antonius Valdelecha notarius et prefati magnifici commi§arii cancellarius.

Letto topini? Quest’ultima è davvero incredibile non trovate anche voi? E pensare che son tutte cose accadute veramente. Vi mando un bacione!

Voci precedenti più vecchie

abbandono abitanti acqua adulti aereo affetto affettuosa affreschi aforismi africa Agaggio aghi aglio agosto agricoltura agriturismo Aigovo alberi alcool Alfred Hitchcock ali alimento allegria alpini altare Alta Valle Argentina alveare amanti America amica amiche amici amico amore andagna angeli angoli angora animaletto animali anni anno antica antiche antichità antico antipasti anziani api aquila arazzi arbusto archi archibugi arco arcobaleno ardesia argentina argento aria Arma Arma di Taggia arte artista artisti Arzene aspettatemi atmosfera auguri austera auto autunno avorio avventura award azzurro bacche Bacco bacio Badalucco baffi bambina bambini bambù banana band bar Barbara barbecue barche barche a vela basilico bastione bazue beagle befana bella bellezza bello bene bere biancheria bianco biancospino biberon biblioteca bici bionda birra blog blu Blue bocce Bordighera borgo boschi bosco bosco delle navette botte bottega botteghe bottiglia boy scouts braccia braccio brodo bronzo 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