Stregati dal sentiero

Questa Primavera è davvero pazzerella con il suo tempo instabile, ma niente può fermare la vostra Pigmy dal percorrere sentieri in lungo e in largo per la Valle.

E allora un sabato di questi decido di inoltrarmi su un percorso intitolato da molti alle streghe, proprio perché attraversa alcuni dei luoghi che si credevano frequentati dalle nostre ormai celebri bàzue.

Con lo zaino in spalla e topoamico a fianco a me, mi addentro nell’abitato di Molini di Triora, passando accanto alla bottega stregata di Angela Maria e salendo su per i carruggi. Il pavimento lastricato si fa sterrato nei pressi del camposanto, e si continua a salire la stradina tortuosa, una mulattiera che conduce fino a Triora.

sentiero molini di triora

Durante la salita non possiamo impedirci di fermarci a godere della vista. L’abitato di Molini è sempre più piccolo, sembra un presepe sotto le nostre zampe. Sopra di esso, svettano i monti che fanno da cornice al Passo della Mezzaluna, antico luogo di culto delle popolazioni liguri nonché importante per i pascoli alti in cui i pastori trascorrevano – e trascorrono ancora – i mesi più caldi con il bestiame. Si distinguono molto bene anche i borghi di Andagna e Corte, che formano un triangolo con il più basso Molini.

Molini - Corte - Andagna

Intorno a noi è un tripudio colorato e profumato di fiori, la natura è rinata, finalmente! Fiori candidi spandono per l’aria la loro dolce fragranza, mescolandosi a quella dei meli selvatici, dei ciliegi e dei rovi. L’erba è alta e di un verde brillante, le timide lucertole fuggono via veloci al nostro passaggio. E poi le farfalle! Ce ne sono tantissime e dalle ali variopinte, accarezzano i fiori con la loro tipica eleganza e poi volteggiano via, alla ricerca di nuovo oro da poter gustare. Le api sono così operose e impegnate da non badare alla nostra presenza, ronzano allegre, affaccendate, tuffandosi in tutto quel ben di Dio fiorito fatto di tarassaci, pratoline, trifogli e nontiscordardimé.

Continuiamo a salire col profumo nelle narici, godendo della vista dei borghi vicini di Corte e Andagna. Ogni tanto qualche gocciolina di pioggia ci cade sul muso, come rugiada, ma noi non ci lasciamo intimorire dalla sua bugiarda minaccia e, di buona lena, raggiungiamo la parte bassa di Triora. C’è una panchina qui, con vista sulla Valle. E’ uno spettacolo per gli occhi restare seduti a guardare la vita umana che scorre sotto di noi, si intravedono le automobili, piccole, piccole come quelle dei modellini. Proprio alle spalle di quel sedile panoramico c’è la chiesetta della Madonna delle Grazie, risalente al XVII secolo, come reca il cartello posto sull’ingresso. La sua facciata colorata si intona bene col prato rigoglioso, pare un fiore anch’essa.

Proseguendo, ci troviamo a poggiare le zampe sul nero asfalto della strada provinciale e continuiamo a camminare in salita fino a raggiungere il tratto di mulattiera che conduce alla chiesa campestre di San Bernardino, ben segnalato.

chiesa san bernardino triora

Questo piccolo edificio è un vero gioiello della mia Valle, così antico che, se fosse un essere vivente, avrebbe il volto scavato da rughe profonde. Raggiungiamo la chiesa e anche qui troviamo delle panchine; possiamo fermarci, se lo desideriamo, per mangiare un boccone prima di ripartire.

chiesa san bernardino triora2

Fiancheggiamo a questo punto l’edificio, passando sotto le arcate dei contrafforti, e proseguiamo in discesa. Ci sono piccole case ai margini di questo sentiero, alcune davvero suggestive, con sculture moderne poste a ogni angolo e curate nei minimi dettagli, seppure lasciate alla loro spartana semplicità. Poco dopo esserci lasciati alle spalle l’agglomerato di costruzioni in pietra, ci troviamo a un bivio. Dobbiamo salire, dirigendoci verso Loreto.

Come si fa bello il sentiero, topi miei! L’erba è alta, succulenta, e gli alberi sono più fitti. Ciliegi, meli selvatici, noccioli, querce e carpini ci fanno da tetto con le loro fronde rigogliose e in aria volano fiocchi di polline come fossero neve. Si continua a scendere, e ogni tanto il sentiero è attraversato da giocosi ruscelli, che scendono giù da chissà dove, non ne vediamo l’inizio né la fine. Creano polle d’acqua limpida, lo scroscio è piacevole, lento. Li attraversiamo con estrema facilità, accompagnati dal cinguettio degli uccelli, eterni presenti soprattutto in questo periodo dell’anno, mentre gridano al mondo le loro canzoni d’amore. Nonostante le numerose deviazioni, continuiamo a seguire il sentiero maestro, senza mai abbandonarlo, e seguiamo il segno rosso e bianco, sicuri di non rischiare di sbagliare strada. Ci imbattiamo persino in un tavolo da pic-nic.

sentiero triora

A un certo punto arriviamo in un posto bello, meraviglioso, incredibile! Giungiamo sul ponte di Mauta, sotto quello più moderno e vertiginoso di Loreto. E’ una costruzione antica, in pietra e, salendoci sopra, si può godere di uno spettacolo che ci toglie il fiato: sotto di noi scorre il torrente Argentina, scavando gole profonde e scure.

Qui l’acqua sembra quasi d’inchiostro, perché la luce solare fatica ad accarezzarla e rischiararla con i suoi raggi dorati. Poco più in giù delle gole di Mauta si trova la località di Lago Degno, luogo un tempo rinomato come raduno delle bàzue, che vi si incontravano in compagnia del demonio (così dice la leggenda). Oggi, invece, Lago Degno è frequentato da esploratori, turisti ed esperti di canyoning, nonostante il divieto di accesso che dal 2010 interessa tutta la zona per via di un enorme masso che rischia di franare. Restiamo ad ammirare le curve del torrente, affascinati da questo ennesimo spettacolo naturale della mia bella Valle, poi proseguiamo. Oltre il ponte si tiene la sinistra e riprende la salita in mezzo al bosco.

E che bosco! Ogni tanto, dal fitto della vegetazione, spiccano rocce di dimensioni enormi, pareti grige sulle quali sono addossati i ruderi di antiche costruzioni.

Qui la salita si fa importante, ma è breve, non preoccupatevi. Si giunge a un bivio non segnalato, ma a giudicare dalla traccia GPS che vediamo dal topo-smartphone (sono una topina tecnologica, ormai!), da qui si prosegue verso Cetta, mentre noi dobbiamo rientrare a Molini. Imbocchiamo allora il sentiero più stretto che svolta alla nostra sinistra e, procedendo tra gli alberi, giungiamo su un percorso a me conosciuto e molto caro, quello che costeggia il Rio Grognardo.

Attraversiamo l’affluente dell’Argentina grazie al ponte di legno. Sì, lo so che sembra traballante e pericolante, ma non lo è! Certo, non bisogna ballarci sopra, ma è bello mettere le zampe su quella passerella, dà un brivido lungo la spina dorsale che non è niente male.

ponte rio grognardo2

Avanti, dov’è finito il vostro spirito d’avventura? Non fate quella facce e continuate a seguirmi. Questo è un luogo magico, per me, dove lo Spirito della Valle fa sentire più forte la sua eco. Se ancora non avete conosciuto lo Spirito della Valle, leggete il mio articolo “In nessun luogo, eppure dappertutto”.

Questo tratto del sentiero è di grande facilità, prosegue per gran parte in piano. A un certo punto lo troviamo sbarrato da un tronco poggiato sul terreno: è il segno che, anziché proseguire dritti e in piano, dobbiamo imboccare la deviazione a destra, in salita in mezzo ai castagni, che ci permette di aggirare la frana di cui vi avevo parlato nell’articolo “Frana per andare a Lago Degno”. Terminata la salita, il percorso si snoda nuovamente in piano e in discesa e poi, finalmente, raggiungiamo la provinciale.

lago degno molini di triora strada colle langan

Proseguendo in su arriveremmo a Monte Ceppo, San Giovanni dei Prati o Colle Melosa, mentre oggi imbocchiamo la discesa per Molini di Triora.

Lungo la strada possiamo rifarci gli occhi con le case che gli esseri umani si sono costruiti in questa zona tranquilla. Ce n’è per tutti i gusti, davvero! Ci sono abitazioni spartane, con pietre a vista, altre dai colori sgargianti e con giardini popolati da nanetti e e altre fiabesche creature. E’ bello fantasticare sulla vita in un luogo del genere, immerso nel bosco e con tanto giardino intorno. E pensare che, una sera, su questa stessa strada, saltavano una moltitudine mai vista di grossi rospi! Passavo da qui con la mia topo-mobile e dovevo fare una grande attenzione nel guidare, perché saltavano da ogni dove e c’era anche una nebbia così fitta che quasi si tagliava col coltello. Era proprio una notte da streghe, quella! Vedete, nella mia Valle non ci si annoia mai, davvero!

A un certo punto, giungiamo nei pressi di una casetta intonacata di un rosa molto pallido, al di sotto della quale possiamo scorgere un ponte di pietra. Scendiamo, dunque, e lo attraversiamo. E’ un ponte a schiena d’asino, la sua è una gobba notevole! Ci fermiamo ancora una volta a rimirare il torrente Argentina, il bosco sembra volerlo celare, proteggere da sguardi indiscreti.

Che vegetazione fitta, e che verde intenso! Scendiamo dal ponte e ci dirigiamo verso il borgo di Molini di Triora, ammirando anche il punto in cui il Rio Capriolo si getta tra le braccia dell’Argentina e si mescola con lui.

torrente capriolo torrente argentina molini triora

Siamo stanchi, estasiati e stregati dalla passeggiata di oggi, ne abbiamo viste proprio delle belle, non trovate anche voi?

Un abbraccio incantato dalla vostra Pigmy.

Le trunette del Carpasina

Cari topi, forse non avete idea di quante meraviglie possa nascondere la mia Valle. Dopo tanto tempo trascorso a camminare insieme sui sentieri in lungo e in largo, scommetto che avrete pensato: “La Valle Argentina è proprio bella, Pigmy ce l’ha fatta conoscere tutta, ormai”. Eh no! E’ qui che vi sbagliate! Ci sono angoli di paradiso di cui ancora non vi ho raccontato, e quello di cui voglio parlarvi oggi è un luogo mozzafiato, degno dei più grandi film d’avventura o di genere fantastico.

trunette

E allora indosso il mio bel cappello da Pigmy Jones e mi avventuro insieme a voi su un sentiero davvero molto scenografico.

Oggi ci troviamo a Carpasio. Di questo paese vi ho già parlato in passato, tra le sue mura si cela il museo della Lavanda e, tra i vanti del suo territorio, conta anche il museo della Resistenza. Vicino all’abitato scorre il torrente Carpasina, affluente dell’Argentina, che forma caratteristiche gole a tratti anche molto profonde, conosciute come trunette. Ed è proprio qui che voglio portarvi.

La stagione migliore per percorrere questo bel sentiero è, a mio parere, l’inverno. Ogni periodo dell’anno regala colori diversi, è chiaro, ma in questa stagione l’acqua del torrente è più impetuosa per via delle precipitazioni nevose e piovose; inoltre, la vegetazione è molto rada, permettendo di godere meglio della vista delle gole.

Lasciamo la topo-mobile nella piazza del paese, sovrastata da un campo sportivo e dalla Pro Loco. Imbocchiamo una stradina lastricata tutta in discesa, se siamo fortunati all’imbocco di questa strada possiamo fare un saluto a questa bellissima cavalla. Ha gli occhi dolcissimi, si fa accarezzare senza timidezza, è davvero socievole!

cavallo carpasio

Scendiamo sempre più giù, e già possiamo sentire lo scroscio del torrente, l’umidità che sale, il profumo della vegetazione e della terra bagnata ci avvolgono. Il borgo rimane alla nostra destra, mentre a sinistra si intravedono bellissime abitazioni in pietra incorniciate da orti ben tenuti, giardini curati da mani abili e sapienti.

Giungiamo a una chiesetta e a un ponte, lo imbocchiamo, poi dobbiamo salire a sinistra. Fate attenzione, perché il sentiero non è ben segnalato. Io stessa ho dovuto esplorare un po’ prima di trovare la strada giusta. Abbiamo come l’impressione di disturbare gli abitanti di queste splendide casette, ma non abbiate timore e continuate a camminare vicino a me. Subito dopo la piccola “borgata”, ci ritroviamo a scendere di nuovo, questa volta il sentiero si vede bene e si inoltra nella vegetazione. Cominciamo a vedere castagni dal tronco imponente, la terra è umida, scura, segno che il torrente è molto vicino.

Ci imbattiamo in un tavolo da pic-nic, in effetti sarebbe un luogo perfetto in cui trascorrere il pranzo domenicale nelle più tiepide giornate primaverili.

Arriviamo, infine, a un ponticello di pietra sul quale se ne stanno abbarbicati rampicanti di ogni genere e sotto di esso l’acqua del Carpasina genera cascate, il fragore è talmente forte che quasi non ci si sente mentre si chiacchiera. E questo è solo l’inizio!

Dopo il ponte, imbocchiamo il sentiero sulla sinistra e proseguiamo costeggiando il torrente. Il sentiero non è di difficile percorrenza, il percorso che vi farò fare dura un paio d’ore, con tutte le dovute soste. Se siete camminatori lesti, impiegherete molto meno.

Dicevo, il sentiero si fa a tratti più ampio, a tratti più stretto, ma in ogni caso resta scenografico. A ogni sua svolta possiamo stare certi che dall’altra parte ci sarà una sorpresa ad attenderci, e non verremo mai delusi! Passiamo tra castagni dalle forme davvero degne delle migliori fiabe. Ce ne sono molti col tronco bruciato, squarciato dai fulmini; altri sono ormai cavi e formano cunicoli, tane e rifugi ben visibili; altri ancora hanno fori grandi e piccoli che li fanno somigliare a una groviera (… gnam!) o a volti; ce ne sono molti, infine, abbracciati così tanto dall’edera che non si capisce più dove inizi l’una e finiscano gli altri. Riempitevi gli occhi di queste meraviglie, non si vedono certo tutti i giorni!

Quando il sentiero lo consente, possiamo fermarci a rimirare le cascate del Carpasina. Il torrente forma polle d’acqua limpidissima, in questa stagione è ghiaccio sciolto, più blu del cielo. In alcuni tratti sembra di trovarsi davanti a una piscina, talmente vivido è il colore dell’acqua. Si vede chiaramente il fondale pietroso, possiamo anche avvertirne la profondità. Nonostante il freddo, vi confesso che la voglia di tuffarmi è forte, quest’acqua è così bella! Scende sinuosa, somiglia a un serpente che con le sue spire si lascia scivolare sul terreno, fra le rocce.

E, a proposito di rocce, sono lisce, ben levigate dal passaggio costante dell’acqua.

Lungo il percorso ci imbattiamo anche in diversi ruderi, antichi rifugi che in questo contesto sembrano case di donne sagge, possiamo immaginarle lì dentro, intente a preparare qualche rimedio contro i malesseri più comuni. Pare di essere in una fiaba, ci si sente un po’ parte di quelle antiche leggende che si raccontavano intorno al fuoco, nelle quali ci si perdeva nel bosco e si incontravano le creature più disparate.

rudere valle argentina

Tornando con le zampe… ehm… per terra, proseguiamo il nostro cammino e finalmente arriviamo a uno spiazzo che ci offre un piccolo sguardo sull’orrido scavato dal torrente. Fate molta attenzione, non sporgetevi troppo, soprattutto se soffrite di vertigini, perché la gola, qui, è particolarmente profonda: non si riesce neppure a vedere il fiume, giù in basso!

Le foto non rendono giustizia alla bellezza del luogo, per cui proverò a spiegarvela a parole. La roccia trasuda acqua, anche là dove il torrente scorre, sì, ma più in basso. Piccole e costanti goccioline scendono dall’alto, si tuffano nel vuoto e si uniscono al Carpasina. La luce che filtra dagli alberi le illumina una a una, cosicché si ha l’impressione che quelle goccioline siano tende fatte di piccoli diamanti scintillanti. Le cascate sono di cristallo, e quando l’acqua si ferma sulle rocce e si incontra con la luce del sole, diventa d’oro. Non vi prendo in giro, topi miei, è la mia Valle! Ci avreste mai creduto?

Continuiamo a camminare, dunque, anche se la tentazione di fermarci a ogni passo è davvero forte. Possiamo godere di bellissimi scorci, l’acqua e le trunette formate dalla sua costante erosione formano coreografie perfette.

A un certo punto, ci accorgiamo che il sentiero sembra finire. Non si sa più bene dove sia il proseguimento, e qui bisogna usare l’intuito: ve lo dicevo che non era ben segnalato. Potete scegliere di ripercorrere a ritroso il corso del fiume, tornando sui vostri passi e rientrando in paese, oppure potete proseguire insieme a me, concludendo il percorso ad anello. Quando, per l’appunto, il sentiero sembra concludersi, non ci resta che guadare il torrente.

carpasina

Niente di pericoloso, tranquilli. Cercate un punto in cui le pietre vi consentano di passare facilmente da una sponda all’altra, là dove l’acqua scorre più lenta e meno profonda. Male che vada, se doveste proprio mettere una zampa in fallo, vi bagnereste fino alla caviglia. Dall’altra parte la sponda è quasi pianeggiante, ampia, e si intravede il sentiero che continua, se si fa un po’ di attenzione.

Uno, due, tre… e hop! Siamo dall’altra parte. A questo punto rivolgiamo un ultimo saluto al torrente, perché da qui in poi non lo vedremo più, anche se ne sentiremo lo scroscio impetuoso. Ci inoltriamo nella vegetazione, non è difficile capire quale sia il percorso giusto, in questo caso: basta seguire il tubo nero dell’acqua, sembra un grosso pitone scuro. Ecco, lo so che non è molto romantico, non è certo come dire “seguite la strada d’oro che porta a Oz”, ma di oro, di argento e di cristallo ne abbiamo visto già tanto per oggi, non credete?

Quindi, dicevo, proseguiamo così, inizialmente in dolce salita, poi in discesa, seguendo il sentiero che ci porterà di nuovo a Carpasio. In mezzo alla vegetazione vediamo muretti a secco, ruderi di antiche abitazioni, polle d’acqua più o meno stagnante… Oltre ai castagni, qui è presente anche il rovere. Sul versante della collina più esposto al sole possiamo riconoscere le erbe aromatiche tipiche della zona, tra cui il timo, il ginepro e la lavanda. L’edera non ci abbandona mai, è onnipresente.

Arriviamo a una borgata abbandonata ed è inevitabile fermarsi a immaginare i ritmi di un tempo, la vita dell’uomo tra quelle pietre antiche. Se ne sente l’eco.

rudere carpasio

Poco dopo la borgata, sulla sinistra del sentiero cominciano a fare la loro comparsa casette graziose, più moderne o recentemente ristrutturate. Sono ben tenute, con siepi a delimitare i confini della proprietà e a regalare un po’ di privacy a chi vi abita. Sono davvero dei gioielli, ci si incanta a guardare con quale cura siano state abbellite. Ci sono capanni verniciati di colori sgargianti, folletti dipinti, lucertole giganti in pietra, campanelle appese alle porte d’ingresso, lanterne a illuminare l’esterno delle case… Si intravedono tende colorate alle finestre, e poi scacciapensieri, simboli antichi dipinti sugli stipiti delle porte e frasi benauguranti scritte su travi di legno. E poi fiori, piante, giardini, orti! Tutto trasmette un senso di pace e armonia con l’ambiente circostante.

Il borgo di Carpasio è lì, davanti a noi, ormai vicinissimo. Il sentiero non è più di terra battuta, ma torna lastricato, come quando lo abbiamo imboccato, e poi cementato, a chiudere il cerchio di questo bellissimo percorso. In lontananza possiamo vedere il parcheggio nel quale abbiamo lasciato la topo-mobile e anche la cavalla dagli occhi dolci.

La nostra avventura, per oggi, finisce qui, topi! Vi è piaciuta? A me sì, talmente tanto che quasi quasi ricomincio il giro da capo.

A presto, allora!

Vostra Pigmy.